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Tutto in un calcio (minuto per minuto)

di
Milena Prisco

Le squadre si stanno studiando. Abbiamo un possesso palla lento, ho la sensazione che si stiano muovendo in orizzontale, Maggio sulla destra mi sembra fermo, è troppo marcato e non riesce a muoversi senza palla. Riprendo a leggere il testo del contratto preliminare ad alta voce conducendo il gioco per l’ultima lettura delle settantasette pagine oltre allegati. Mi sembrano tutti assenti, ne ho sette di fronte mentre sulla mia panchina ce ne stiamo io e la mia praticante, gli altri in campagna o al mare o in montagna o allo Stadio ma di certo non qui: bastardi. Cercano di glissare, di tornare alla versione di ieri, della Clausola 1 quella delle definizioni, della partita a scacchi, quella che se fai cilecca anche fra dieci anni l’effetto si materializzerà davanti a un Tribunale anche se fosse dall’altra parte del mondo, anche se solo per una “s” finale di un sostantivo plurale in inglese persa nella fretta di una battuta in meno sulla tastiera ormai consumata. Attaccano in quattro come la Juve in questo momento: due sulle fasce e due al centro.

Non perdo il controllo, mi prendo il mio tempo, torno a leggere indietro la definizione di “Employees” che è troppo ampia, troppo pericolosa perché sono tutti dipendenti con contratto da rinegoziare il che equivale a dire: da licenziare in mancanza di accordo fra le parti. Devo ridurla, devo limitarla ma devo farlo senza farmene accorgere per evitare un deal breaker. Provo in revisione un emendamento in rosso evidenziato sul video wall della sala riunione. No, maledizione! Lavezzi falciato da Chiellini, riamane a terra fermo: intervento a gamba tesa. Sussulto tanto di mio per Lavezzi ma sussulto tanto di meno al commento del collega avversario circa l’inaccettabilità del mio emendamento. Il coro di maschi, avvocati, consulenti, controparti, advisors e dementi si alza stretto non per Chiellini ammonito ma per plauso diretto al collega portavoce che con un unico colpo si è tolto la giacca, sbottonato i polsi sollevati al gomito grammatica negoziale per intendere secco: qui comando io.

Glielo faccio credere ammiccando e serrando la mia giacca sempre più stretta sul seno. Lavezzi si è, intanto, rialzato nei fischi assordanti dei tifosi juventini. Ostento indifferenza e annoto a penna la frase pericolosa della definizione di Employees della Clausola 1 sulla mia bozza, poi d’impulso con tono autoritario volto pagina e passo alla Clausola 2. La luce umana della controra passa attraverso i vetri fino alle lenti dei miei occhiali, fino a farle riflettere per ben due volte di luce naturale, fino a dipingere nel loro riflesso le facce capovolte di maschi, avvocati, consulenti, controparti, advisors e dementi che sogghignano, mi guardano, parlottano, si stravaccano dietro il tavolo bevendo Coca Cola sfiatata e giocando con il proprio BlackBerry.

“Ma, scetánnome ‘a sti suonne, mme faje chiagnere pe’ te…”.
È scappato Krasic, gli è scappato porco diavolo gli è scappato. Si è involato sulla fascia. Mi tremano le gambe, smetto per un attimo di leggere per zittire la mia voce che mi rimbomba nello stomaco e nell’orecchio destro e mi copre le parole del telecronista, la descrizione dell’avanzata, del primo dribling ad Aronica, irrimediabilmente saltato. Fingo, semplicemente, di aver perso il segno con un dito. Rete. Nell’attimo che mi sono distratta a fingere di aver perso il filo: rete. Neanche sento chi ha segnato che sento il pigolio dei telefoni dei presenti, che abbassano lo sguardo sui displays ed urlano e poi mi guardano ed io fingo di apprendere ora la ferale notizia, di apprenderla con disinvoltura e rassegnazione partenopea nonostante i sorrisini compiaciuti, compassionevoli e le glorie osannate alla faccia della mia voce muta. Una nuvola passa e si ferma su Torino. Fingo il nulla di ghiaccio bevendo un’acqua calda e riprendo a leggere modificando qua e là il testo che neanche loro vedono tanta è la soddisfazione per vincere la partita su due tavoli diversi e separati.

Sbircio il telefono ma papà sta male, papà se ne sta zitto e soffre in silenzio ed io con lui per quell’intimo desiderio che ha di prendersi ancora qualche soddisfazione prima della sua morte che non vede lontana, che teme vicina anche se nulla depone in tal senso. È finito il primo tempo. Impongo una pausa e vado nel bagno a ricaricare le pile e svuotare la vescica e pensare che si può fare, che si può ancora vincere, che è solo questione di pazientare, di farli aprire a centrocampo per infilzarli dal centro area con il Matador Cavani. Intanto al Milan non bisogna pensare, noi giochiamo la nostra partita sulle nostre gambe e fra un’ora esatta tireremo la linea e faremo la somma e solo allora il campo dirà chi sarà il vincitore e chi il vinto. Mazzarri sostituisce Aronica: Amen.

“Scrive sempe e sta’ cuntenta: io nun penzo che a te sola… Nu penziero mme cunzola, ca tu pienze sulamente a me.. “
La squadra è ferma, attonita, svogliata, slegata nei reparti, non capisco cosa stia succedendo. Il pubblico si sta spazientendo ne sento i respiri profondi salire e scendere a molla dai nasi nell’aria secca dello Stadio Olimpico. A Napoli a questo punto si sarà perso il colore e la gente avrà cominciato a fumare schizofrenicamente ingoiando fumo e sputando aria pura. Poi, però, un improvviso scatto, una scossa di Hamsik, accompagnato da Dossena come un treno sulla sinistra che scambia di prima con Lavezzi di contro balzo: traversa! Boato e tremore del legno superiore della porta che fa sbilanciare in un colpo solo pure la punta della Mole. Si sono girati gli eserciti il Pocho ha suonato la carica. È cominciata ora la vera partita. Sono chiusi nella loro area, sembriamo essere in quattromila in un fazzoletto di prato bucato da ogni lato da maglie azzurro cielo. Intanto, li sfianco con correzioni minuziose, pedanti, ridondanti, da donna, da precisina, da letterata, da signora delle pulizie che toglie la polvere con un panno di lana anche ai fili di seta dei cordoni delle tende appese. Li snervo con calma con un andirivieni subdolo e logorante, rigo su rigo. Clausola dopo clausola, non cala la mia attenzione ferrea, faticosa anche se quasi completamente esausta dietro lenti appannate dal mio sudore gelato dal condizionatore per scavare nel profondo di singole parole la regola di diritto che può disegnare una zona franca per cinquemila persone quando mancano venticinque minuti all’ora fissata per il signing, per il raggiungimento dell’accordo e per la conclusione dei giochi. È questione di vita o di morte per la giustizia terrena e per quella calcistica.

‘A cchiù bella ‘e tutt”e bbelle, nun è maje cchiù bella ‘e te!…”
Cross dalla destra Maggio, finalmente è Maggio, Maggio c’è. Isolata dalle voci alte che divagano e discorrono, intanto, di tecniche di way out, di doppia imposizione in sfoggi di teorie giuridiche di cartone. È Maggio che crossa dalla destra, schema sul primo palo con Pazienza che taglia da dietro, che prolunga la traiettoria della palla tesa a centro aria, in mezza rovesciata di piatto al volo: è goal! Si gonfia la rete! Si gonfia la rete! Si gonfia la rete!
Esplodono venticinque mila bocche in un urlo malato di forza: Laaaaveeeziiii!
È esploso il mio stomaco per l’urlo afono che ha compresso i muscoli addominali per un colpo teso del diaframma.
Fronte bagnata. I pigolii dei telefoni all’unisono danno l’annuncio ad avvocati, consulenti, controparti, advisors e dementi. Scompiglio in sala. Si invoca una pausa. Mi oppongo alla pausa. Non c’è tempo da perdere la palla deve andare al centro. Abbiamo solo venticinque minuti scarsi più recupero per finalizzare il tutto. Cercano un televisore. Non c’è nessun televisore. Invocano un pc con connessione per cercare una trasmissione in streaming. Non c’è. Impongo la calma. Non mi ascoltano, sono fuori mentre parlo, sono al telefono con una sola mano in tasca e camminano avanti e indietro per capire se c’era stato un fallo in area di Cannavaro. Io, intanto, scorro le clausole che rimangono per fare mente locale, per guadagnare tempo mentre Del Piero ha rimesso la palla in gioco con la fretta di chi deve riportarsi in vantaggio dopo aver creduto di poter addormentare la partita. L’Olimpico è diventato pieno come il San Paolo solo di facce napoletane. Non ci sono più nuvole sopra Torino. La cima del Monviso vista da qui sembra pure più bassa di quella del Vesuvio. Io, intanto, metto mano al testo e discuto con fermezza declamata con un mio pari impacciato declinando a modo mio le così dette Representations & Warranties .È  cominciato il balletto dei riferimenti incrociati fra clausole e clausole poste a cento metri di carta l’una dall’altra, ed io me ne occupo a testa bassa con una lucidità che in questo momento mi regala Signora Disperazione mentre gli altri imprecano per il fallo fantasma di Cannavaro in aria di rigore. Pigola il mio telefono, papà è ottimista e fermo: “non sbigottir vincerai la prova” diceva il Poeta.

Al 35 esimo del secondo tempo: silenzio in sala.
Questa volta mi prendo io una pausa tecnica di un minuto per metter a posto l’auricolare e il suo filo, sedermi sul cesso e lasciarmi assordare dai cori che rimbombano in tutta la valle. Per un attimo mi ricordo di Diego, di quando da fermo mise la palla in testa a Marco Baroni, fu l’ 1 a 0 che valse il secondo scudetto. Ma questo non conta, il passato resta indietro, la vita si gioca in una mangiata di minuti con il cuore leggero di chi sa essere onesto al pensiero serio di quello che fa. Nella metà campo della Juventus c’è un assedio. Noi non molliamo, noi questa partita la vinciamo.
Sezione IV Representations & Warranties – Clausola 25.9 Employees. Nessuno più si ricorda il dettato della definizione, ma io sì. Nessuno più bada al wording delle mia correzione, ma io sì. Gli sguardi sono in aria come per captare in bassa frequenza la voce metallica del telecronista che mi sussurra piano nell’orecchio destro la telecronaca degli ultimi minuti. Io fingo di niente e rimango, apparentemente, impassibile anche se comincio a respirare pesante come Lavezzi che sento chiaro nel mio auricolare. Posso maneggiare da qui, dalla Clausola 25 punto 9, il numero dei dipendenti imponendone la tenuta nel numero attuale non alla data di oggi ma alla data di rivendita delle azioni e cioè fra un lustro scarso.

Posso farlo cambiando una sola parola che muterà il destino della gente. Le parole pesano, le parole sono un macigno, le parole sono pezzi di brace che scottano, che possono bruciarti le mani e sciogliere in cenere ogni minimo pezzo di un foglio di carta che viene dall’albero, che ha radici nella terra ma che non può volare da solo se non c’è vento a soffiare sulle sue ali a mano aperte da un bimbo che lo ha reso aereo. E mi pesa anche il fiato, mi si gonfia dentro e dilata il seno che sta esplodendo sotto la maglietta nera, gonfio di paura.  Mentre nessuno obietta la modifica di questa singola parola, Gargano ruba palla al 40esimo davanti alla difesa ad un attaccante bianco nero. C’è un mare verde davanti ed immenso su cui correre, correre in fretta, senza perdere la palla, subito in contropiede senza perdere la superiorità numerica. Tutti rileggono la Clausola 25 punto 9 e nessuno obietta, la leggono con calma, la rileggono con calma senza far caso a quella sola parola che invertita nell’ordine della frase rimane lapidaria fino a che morte non li separi. Hamsik di prima, taglia il campo di prima ed evita Grosso. Il Vesuvio canta Napoli togliendo a tutti ora la parola, bloccando il sangue nelle arterie per tutta la lunghezza di un campo che sembra infinito, che sembra non finire mai. L’ultimo avvocato con un segno della mano dà il semaforo verde alla mia correzione, seleziono la Clausola 25 punto 9, apro la tendina revisione e do un colpetto con il polpastrello dell’indice della mano destra al comando che dice “ Accetto”. Un solo colpetto, un colpetto di sotto fa sedere Buffon a terra mentre la palla rotola lentamente lungo la linea di porta, il Matador Cavani l’ha messa dentro senza troppo rumore lavorando col cervello.

Non so il Milan che abbia fatto e non mi interessa. Come dice Mazzarri noi la corsa la dobbiamo fare su noi stessi per essere ogni giorno migliori di come eravamo ieri. Io e Cavani abbiamo vinto la nostra partita e questo mi sembra già abbastanza.

3 COMMENTS

  1. @effeffe: questa è un’entrata a gamba tesa, già ho la morte nel cuore per la luttuosa coincidenza e tu che fai? la evidenzi pure?!? …

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francesco forlani
francesco forlani
Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017