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	Commenti a: TQ, fenomenologia di una generazione allo specchio : Andrea Libero Carbone	</title>
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		Di: TQ, fenomenologia di una generazione allo specchio : Andrea Inglese &#8211; Nazione Indiana		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[TQ, fenomenologia di una generazione allo specchio : Andrea Inglese &#8211; Nazione Indiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 07:11:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] di lavoro e intervento collettivi che riusciranno, nel migliore dei casi, a rendere possibili. Dopo Andrea Libero Carbone , Simone Barillari e Andrea Cortellessa, ho chiesto ad Andrea Inglese di intervenire con una sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] di lavoro e intervento collettivi che riusciranno, nel migliore dei casi, a rendere possibili. Dopo Andrea Libero Carbone , Simone Barillari e Andrea Cortellessa, ho chiesto ad Andrea Inglese di intervenire con una sua [&#8230;]</p>
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		Di: TQ, fenomenologia di una generazione allo specchio : Andrea Cortellessa &#8211; Nazione Indiana		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[TQ, fenomenologia di una generazione allo specchio : Andrea Cortellessa &#8211; Nazione Indiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jun 2011 13:02:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] sul Manifesto del 26 Maggio Dopo Andrea Libero Carbone e Simone Barillari ho chiesto ad Andrea Cortellessa l&#8217;autorizzazione a pubblicare due [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] sul Manifesto del 26 Maggio Dopo Andrea Libero Carbone e Simone Barillari ho chiesto ad Andrea Cortellessa l&#8217;autorizzazione a pubblicare due [&#8230;]</p>
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		<title>
		Di: Andrea L. Carbone		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea L. Carbone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 May 2011 17:04:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi risulta che in effetti negli ultimi anni l&#039;autorità antitrust ha dovuto pronunciarsi in più occasioni sullo stato del mercato editoriale, e basandosi sulle regole attualmente in vigore ha ritenuto di dare il suo via libera. L&#039;ultimo esempio in data è quello di Edigita, piattaforma di distribuzione per l&#039;editoria digitale il cui azionariato è equamente ripartito tra Effe 2005 (Feltrinelli, PDE promozione e distribuzione), Messaggerie Italiane (Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, Messaggerie Libri) e RCS Libri. Tutto perfettamente legale. Dunque, a mio sommesso avviso, bisognerebbe cambiare alcuni aspetti della legge. Ora, voler cambiare una legge e a tal fine promuovere una libera discussione non mi pare in sé un proposito delirante, ovvero, per meglio attenersi al registro linguistico della politica, sedizioso o eversivo, o comunque comparabile all&#039;esproprio proletario, tanto più se si tratta di contenere la sfrenatezza neoliberista in direzione sostanzialmente liberale classica – non mi pare cioè di aver proposto la nazionalizzazione dell&#039;editoria (cosa che, lo preciso a scanso di facili equivoci, mi farebbe ribrezzo) – bensì un intento schiettamente politico, riconducibile alla democrazia parlamentare più tradizionale. Certo, ammetto che nel nostro paese mantenersi entro i canoni della democrazia parlamentare e ragionare nel merito sui problemi reali possa produrre per contrasto un effetto delirante. Mi pare comunque che, dati i recenti risultati elettorali, gridare al comunista a ogni richiesta di garanzie minime di equità stia diventando démodé, o che in ogni caso come stratagemma stia perdendo smalto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi risulta che in effetti negli ultimi anni l&#8217;autorità antitrust ha dovuto pronunciarsi in più occasioni sullo stato del mercato editoriale, e basandosi sulle regole attualmente in vigore ha ritenuto di dare il suo via libera. L&#8217;ultimo esempio in data è quello di Edigita, piattaforma di distribuzione per l&#8217;editoria digitale il cui azionariato è equamente ripartito tra Effe 2005 (Feltrinelli, PDE promozione e distribuzione), Messaggerie Italiane (Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, Messaggerie Libri) e RCS Libri. Tutto perfettamente legale. Dunque, a mio sommesso avviso, bisognerebbe cambiare alcuni aspetti della legge. Ora, voler cambiare una legge e a tal fine promuovere una libera discussione non mi pare in sé un proposito delirante, ovvero, per meglio attenersi al registro linguistico della politica, sedizioso o eversivo, o comunque comparabile all&#8217;esproprio proletario, tanto più se si tratta di contenere la sfrenatezza neoliberista in direzione sostanzialmente liberale classica – non mi pare cioè di aver proposto la nazionalizzazione dell&#8217;editoria (cosa che, lo preciso a scanso di facili equivoci, mi farebbe ribrezzo) – bensì un intento schiettamente politico, riconducibile alla democrazia parlamentare più tradizionale. Certo, ammetto che nel nostro paese mantenersi entro i canoni della democrazia parlamentare e ragionare nel merito sui problemi reali possa produrre per contrasto un effetto delirante. Mi pare comunque che, dati i recenti risultati elettorali, gridare al comunista a ogni richiesta di garanzie minime di equità stia diventando démodé, o che in ogni caso come stratagemma stia perdendo smalto.</p>
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		<title>
		Di: laserta		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[laserta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 May 2011 09:52:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#039;intervento di Carbone è molto interessante (e divertente: cosa rarissima in tutto questo parlarsi addosso dei TQ...). Noto tuttavia che la sua prospettiva è più editoriale, mentre a quel che so il nucleo fondativo di TQ stesse elucubrando anche di scrittura e di peso generazionale all&#039;interno della &quot;futura&quot; storia della letteratura italiana.. Senza dubbio, il versante editoriale è quello con più ciccia al fuoco: e meriterebbe approfondimenti. Sono invece in totale disaccordo con le posizioni di Carbone su eventuali provvedimenti contro le concentrazioni etc... Esistono già regole antitrust. Pensare di andare da un&#039;azienda e togliere dei rami di business (Mondadori, Rcs, Feltrinelli) è piuttosto delirante... In realtà, anche nell&#039;economia i grandi dinosauri evolvono e di estinguono: basta essere pronti con nuove specie, più aggressive, per prendere il loro posto. L&#039;esproprio proletario è roba vecchia, oltre che un reato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;intervento di Carbone è molto interessante (e divertente: cosa rarissima in tutto questo parlarsi addosso dei TQ&#8230;). Noto tuttavia che la sua prospettiva è più editoriale, mentre a quel che so il nucleo fondativo di TQ stesse elucubrando anche di scrittura e di peso generazionale all&#8217;interno della &#8220;futura&#8221; storia della letteratura italiana.. Senza dubbio, il versante editoriale è quello con più ciccia al fuoco: e meriterebbe approfondimenti. Sono invece in totale disaccordo con le posizioni di Carbone su eventuali provvedimenti contro le concentrazioni etc&#8230; Esistono già regole antitrust. Pensare di andare da un&#8217;azienda e togliere dei rami di business (Mondadori, Rcs, Feltrinelli) è piuttosto delirante&#8230; In realtà, anche nell&#8217;economia i grandi dinosauri evolvono e di estinguono: basta essere pronti con nuove specie, più aggressive, per prendere il loro posto. L&#8217;esproprio proletario è roba vecchia, oltre che un reato.</p>
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		<title>
		Di: giuliomozzi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 May 2011 02:29:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La &quot;Dichiarazione internazionale degli editori indipendenti per la protezione e la promozione della bibliodiversità&quot; risale al 2007 e si può leggere &lt;a href=&quot;http://www.enbas.ch/images/Declaration_finale_2007.pdf&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; (in italiano &lt;a href=&quot;http://www.fidare.it/wp-content/uploads/2010/10/bibliodiversita.pdf&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;). E&#039; firmata dall&#039;&lt;a href=&quot;http://www.alliance-editeurs.org/&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;Alliance internationale des éditeurs indipéndents&lt;/a&gt;, alla quale aderisce la &lt;a href=&quot;http://www.fidare.it/&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;Federazione italiana degli editori indipendenti&lt;/a&gt; (attualmente 146 soci, quasi tutti davvero molto piccoli - non ci sono, per dire, né Laterza né minimum fax).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La &#8220;Dichiarazione internazionale degli editori indipendenti per la protezione e la promozione della bibliodiversità&#8221; risale al 2007 e si può leggere <a href="http://www.enbas.ch/images/Declaration_finale_2007.pdf" rel="nofollow">qui</a> (in italiano <a href="http://www.fidare.it/wp-content/uploads/2010/10/bibliodiversita.pdf" rel="nofollow">qui</a>). E&#8217; firmata dall&#8217;<a href="http://www.alliance-editeurs.org/" rel="nofollow">Alliance internationale des éditeurs indipéndents</a>, alla quale aderisce la <a href="http://www.fidare.it/" rel="nofollow">Federazione italiana degli editori indipendenti</a> (attualmente 146 soci, quasi tutti davvero molto piccoli &#8211; non ci sono, per dire, né Laterza né minimum fax).</p>
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		<title>
		Di: Andrea L. Carbone		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea L. Carbone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 May 2011 22:45:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ringrazio gli autori di questi primi commenti, che trovo molto stimolanti. 

Trust, concentrazioni e cartelli in ambito editoriale non sono certamente un fatto soltanto italiano ma un fenomeno diffuso e globale. Non mi sembra però che questa sia una ragione sufficiente per non considerare realistico il proposito politico di contrastare questo fenomeno. È una caratteristica peculiare del cosiddetto &quot;pensiero unico&quot; neo-liberista, spacciare ideologicamente per realistico, realizzabile e in fin dei conti reale solo ciò che si conforma ai suoi criteri. Ed è precisamente questa artata evidenza di ineluttabilità che a mio avviso sempre in primo luogo bisogna denunciare, osteggiare e possibilmente scardinare. Come peraltro si tratta di un meccanismo nazionale, internazionale e transnazionale, così la critica e l&#039;alternativa si vanno elaborando e praticando non solo a livello nazionale ma anche internazionale e transnazionale, come dimostra la formulazione di una &quot;Dichiarazione internazionale degli editori indipendenti per la protezione e la promozione della bibliodiversità&quot;. La promozione di una legge che regoli il mercato editoriale ponendo dei limiti alle concentrazioni e ai cartelli, poi, risponde se vogliamo a un approccio politico di destra, liberista classico: si tratta semplicemente di garantire la libera concorrenza sul mercato. Non la considero una linea a me specificamente congeniale, semplicemente mi pare soltanto una base minima e indispensabile. L&#039;altra strategia, quella &quot;dal basso&quot;, di sinistra, che corrisponde al modello slow food/slow book, imperniata su una pratica dell&#039;alternativa, sembra anche a me un riferimento imprescindibile e di certo mi è più simpatica. E anche per questa opzione, credo che la denuncia delle anomalie della filiera editoriale e l&#039;informazione sui meccanismi del mercato del libro (opera in cui peraltro il contributo dato negli anni da Giulio Mozzi mi sembra il modello da emulare) serva a promuovere il &quot;consumo critico&quot; del libro.

Quanto al lavorare alle spalle dell&#039;editore-magnate: non è raro in effetti che autori pubblicati da grandi editori destinino a editori più piccoli e marginali i frutti della loro produzione meno aderenti a un qualche standard.

Se poi è vero che &quot;l’Italia è lontana dal centro della scena e degli interessi globalizzati&quot;, ogni tentativo di discutere dello stato della cultura in Italia, per quanto parziale e controverso possa essere, dovrebbe teoricamente costituire comunque un passo in avanti per porre rimedio a questo stato di cose. D&#039;altronde sono convinto che molti narratori e saggisti italiani in questi anni abbiano dato in più occasioni ottima prova di sé con una produzione che non ha nulla da invidiare a quella di altri paesi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio gli autori di questi primi commenti, che trovo molto stimolanti. </p>
<p>Trust, concentrazioni e cartelli in ambito editoriale non sono certamente un fatto soltanto italiano ma un fenomeno diffuso e globale. Non mi sembra però che questa sia una ragione sufficiente per non considerare realistico il proposito politico di contrastare questo fenomeno. È una caratteristica peculiare del cosiddetto &#8220;pensiero unico&#8221; neo-liberista, spacciare ideologicamente per realistico, realizzabile e in fin dei conti reale solo ciò che si conforma ai suoi criteri. Ed è precisamente questa artata evidenza di ineluttabilità che a mio avviso sempre in primo luogo bisogna denunciare, osteggiare e possibilmente scardinare. Come peraltro si tratta di un meccanismo nazionale, internazionale e transnazionale, così la critica e l&#8217;alternativa si vanno elaborando e praticando non solo a livello nazionale ma anche internazionale e transnazionale, come dimostra la formulazione di una &#8220;Dichiarazione internazionale degli editori indipendenti per la protezione e la promozione della bibliodiversità&#8221;. La promozione di una legge che regoli il mercato editoriale ponendo dei limiti alle concentrazioni e ai cartelli, poi, risponde se vogliamo a un approccio politico di destra, liberista classico: si tratta semplicemente di garantire la libera concorrenza sul mercato. Non la considero una linea a me specificamente congeniale, semplicemente mi pare soltanto una base minima e indispensabile. L&#8217;altra strategia, quella &#8220;dal basso&#8221;, di sinistra, che corrisponde al modello slow food/slow book, imperniata su una pratica dell&#8217;alternativa, sembra anche a me un riferimento imprescindibile e di certo mi è più simpatica. E anche per questa opzione, credo che la denuncia delle anomalie della filiera editoriale e l&#8217;informazione sui meccanismi del mercato del libro (opera in cui peraltro il contributo dato negli anni da Giulio Mozzi mi sembra il modello da emulare) serva a promuovere il &#8220;consumo critico&#8221; del libro.</p>
<p>Quanto al lavorare alle spalle dell&#8217;editore-magnate: non è raro in effetti che autori pubblicati da grandi editori destinino a editori più piccoli e marginali i frutti della loro produzione meno aderenti a un qualche standard.</p>
<p>Se poi è vero che &#8220;l’Italia è lontana dal centro della scena e degli interessi globalizzati&#8221;, ogni tentativo di discutere dello stato della cultura in Italia, per quanto parziale e controverso possa essere, dovrebbe teoricamente costituire comunque un passo in avanti per porre rimedio a questo stato di cose. D&#8217;altronde sono convinto che molti narratori e saggisti italiani in questi anni abbiano dato in più occasioni ottima prova di sé con una produzione che non ha nulla da invidiare a quella di altri paesi.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Guido Tedoldi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/05/28/tq-fenomenologia-di-una-generazione-allo-specchio-andrea-libero-carbone/#comment-152200</link>

		<dc:creator><![CDATA[Guido Tedoldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 May 2011 17:00:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Rispetto alla questione TQ c’è un aspetto che non mi pare sia stato messo in evidenza: gli intellettuali di quell’età non possono fare i cervelli in fuga, come in questi anni stanno facendo alcune delle menti migliori della nazione. Mentre quasi tutti i TQ italiani che hanno qualche competenza si domandano come possano monetizzarla, e se non emigrano all’estero è soltanto per propria scelta personale visto che la competenza e il merito al di fuori dei nostri confini sono valori accolti con interesse, per gli intellettuali la competenza sulle cose d’Italia non è spendibile al di fuori dei nostri confini, o lo è in maniera limitatissima. L’Italia è lontana dal centro della scena e degli interessi globalizzati.
I TQ sanno (o pensano di sapere) tutto sulla nostra cultura, sulla nostra società, sulla nostra politica – ma il massimo che possono fare è raccontarla all’estero in una qualche lingua straniera, nei pochi mass media che dedicano spazi alle nostre questioni e nelle poche traduzioni di opere prodotte qui che vengono allestite. Al di fuori di tali spazi, che peraltro sembrano già ampiamente occupati se non saturati, i nostri TQ sono costretti a stare qua, a disputarsi il piccolo orticello della lettura e della scrittura in italiano con avversari temibili quali gli altri intellettuali TQ, con i CSSON (CinquantaSessantaSettantaOttantaNovantenni – oltre quella età è difficile trovarne anche se non impossibile) e adesso che c’è il web anche con le nuove leve DV, quei dannatissimi DieciVentenni che senza nessun rispetto osano affacciarsi sulla scena e sparpagliare in giro le loro parole piene di k, sn e così via.
Grazie a questa considerazione sono riuscito a spiegarmi un certo, ehm, odore di chiuso che avevo percepito fin da quando ero venuto a sapere del convegno presso la sede di Laterza. I TQ, mi pare, partono dalla sensazione di essere deboli, e invece di mettere in atto strategie per aumentare realmente la propria forza (per esempio tramite l’aumento delle proprie competenze) rivendicano la possibilità di incrementare il proprio ruolo pur mantenendosi allo stesso livello.

P.S. Per ragioni anagrafiche faccio parte anch’io della generazione TQ: sono nato nel 1965. Non me ne chiamo fuori, anche se vedo che è difficile fare di tutte l’erbe un fascio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rispetto alla questione TQ c’è un aspetto che non mi pare sia stato messo in evidenza: gli intellettuali di quell’età non possono fare i cervelli in fuga, come in questi anni stanno facendo alcune delle menti migliori della nazione. Mentre quasi tutti i TQ italiani che hanno qualche competenza si domandano come possano monetizzarla, e se non emigrano all’estero è soltanto per propria scelta personale visto che la competenza e il merito al di fuori dei nostri confini sono valori accolti con interesse, per gli intellettuali la competenza sulle cose d’Italia non è spendibile al di fuori dei nostri confini, o lo è in maniera limitatissima. L’Italia è lontana dal centro della scena e degli interessi globalizzati.<br />
I TQ sanno (o pensano di sapere) tutto sulla nostra cultura, sulla nostra società, sulla nostra politica – ma il massimo che possono fare è raccontarla all’estero in una qualche lingua straniera, nei pochi mass media che dedicano spazi alle nostre questioni e nelle poche traduzioni di opere prodotte qui che vengono allestite. Al di fuori di tali spazi, che peraltro sembrano già ampiamente occupati se non saturati, i nostri TQ sono costretti a stare qua, a disputarsi il piccolo orticello della lettura e della scrittura in italiano con avversari temibili quali gli altri intellettuali TQ, con i CSSON (CinquantaSessantaSettantaOttantaNovantenni – oltre quella età è difficile trovarne anche se non impossibile) e adesso che c’è il web anche con le nuove leve DV, quei dannatissimi DieciVentenni che senza nessun rispetto osano affacciarsi sulla scena e sparpagliare in giro le loro parole piene di k, sn e così via.<br />
Grazie a questa considerazione sono riuscito a spiegarmi un certo, ehm, odore di chiuso che avevo percepito fin da quando ero venuto a sapere del convegno presso la sede di Laterza. I TQ, mi pare, partono dalla sensazione di essere deboli, e invece di mettere in atto strategie per aumentare realmente la propria forza (per esempio tramite l’aumento delle proprie competenze) rivendicano la possibilità di incrementare il proprio ruolo pur mantenendosi allo stesso livello.</p>
<p>P.S. Per ragioni anagrafiche faccio parte anch’io della generazione TQ: sono nato nel 1965. Non me ne chiamo fuori, anche se vedo che è difficile fare di tutte l’erbe un fascio.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: Larry Massino		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/05/28/tq-fenomenologia-di-una-generazione-allo-specchio-andrea-libero-carbone/#comment-152197</link>

		<dc:creator><![CDATA[Larry Massino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 May 2011 09:46:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non ricordo quale poeta o scrittore scriveva un secolo fa che ciò che conta lui lo faceva  alle spalle del pubblico. Vale a dire che al pubblico gli si dà da ingurgitare qualcosa che digerisce facile, per fare alle sue spalle ciò che è attinente all&#039;arte, in termini di forme e di sostanze. Penso anche io, tutta l&#039;arte, anche la letteratura va fatta alle spalle del pubblico. Non solo, dato che il progresso non  ha fermate, ora bisogna farla anche alle spalle dell&#039;editore, meglio se magnate, ché un magnate è giusto dia da magna&#039;...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non ricordo quale poeta o scrittore scriveva un secolo fa che ciò che conta lui lo faceva  alle spalle del pubblico. Vale a dire che al pubblico gli si dà da ingurgitare qualcosa che digerisce facile, per fare alle sue spalle ciò che è attinente all&#8217;arte, in termini di forme e di sostanze. Penso anche io, tutta l&#8217;arte, anche la letteratura va fatta alle spalle del pubblico. Non solo, dato che il progresso non  ha fermate, ora bisogna farla anche alle spalle dell&#8217;editore, meglio se magnate, ché un magnate è giusto dia da magna&#8217;&#8230;</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: giuliomozzi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/05/28/tq-fenomenologia-di-una-generazione-allo-specchio-andrea-libero-carbone/#comment-152194</link>

		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 May 2011 09:13:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Questi sono pensieri sparsi.

La questione sta dunque - lo dico da esterno ma non estraneo a tutta la cosa: l&#039;essere nato nel 1960 mi ha escluso dall&#039;invito al &quot;seminarione inaugurale&quot; e da tutte le attività non pubbliche successive, ma è evidente l&#039;&lt;em&gt;interesse comune&lt;/em&gt; - nel trovare una connessione tra una &lt;em&gt;scelta etica&lt;/em&gt; e una &lt;em&gt;scelta politica&lt;/em&gt;; tra l&#039;agire individuale all&#039;interno dei meccanismi della Repubblica delle lettere, dell&#039;Industria culturale, alla fin fine di questo Paese, ciascuno secondo la propria posizione &quot;professionale&quot;; e l&#039;agire collettivo con il quale ci si pone, rispetto a questi meccanismi, all&#039;esterno (cosa che può apparire paradossale, ma è necessaria).

Mi domando tra l&#039;altro se l&#039;essere autori, editori, critici, consulenti, lavoratori free-lance, eccetera, siano tutte posizioni &quot;professionali&quot; tra loro comparabili. Credo che in buona misura lo siano; benché non del tutto.

Tq appare ai miei occhi esterni e non estranei come una sorta di &quot;congiura dei professionisti&quot;. Non do nessun valore negativo alla parola &quot;congiura&quot;; la trovo preferibile a &quot;complotto&quot;, dove manca l&#039;idea del con-jurare, dello stringere un patto.

Mi domando: che cos&#039;è un professionista? E mi rispondo, un po&#039; tautologicamente: un professionista è una persona che si riconosce in un&#039;etica professionale. Un ricordo degli anni Ottanta: un corso nel quale mi si spiegò che il vero professionista è colui che sa fornire il prodotto o servizio richiesto in tempi certi, a costi congrui, corrispondendo alle specifiche indicate dal cliente. Questa idea di professionista mi pare poco utile (anche se è vero che molte tra le persone del Tq, e io stesso, campiamo esattamente di prodotti e servizi forniti in tempi certi, a costi congrui, corrispondendo alle specifiche).

L&#039;etica professionale è un costo: in molte circostanze appare conveniente passarci sopra, o addirittura stravolgerla. Il singolo professionista, per sopportare i costi dell&#039;etica professionale, ha bisogno degli altri professionisti.

Nei mesi scorsi mi è stato detto spesso: ma tu, come fai a lavorare per Berlusconi? (Sono un consulente di Einaudi Stile libero; buona parte dei miei libri sono pubblicati da Einaudi o da Mondadori). Non pochi amici e conoscenti mi hanno esplicitamente detto che, finché avessi continuato a lavorare per Einaudi e pubblicare per Mondadori, sarei apparso ambiguo ai loro occhi.

Credo che potrebbe essere utile cercar di abbozzare una &quot;carta&quot; di principi etici per gli abitanti della Repubblica delle lettere. L&#039;adesione di molti a questa &quot;carta&quot; sarebbe di per sé un gesto politico significativo. Permetterebbe di amplicare l&#039;arco generazionale intressato. Aiuterebbe, credo, a rispondere alla domanda: &quot;Cosa esattamente ci proponiamo di fare?&quot;.

Mi domando, infine, se opporsi al fatto che un soggetto possa essere &quot;contemporaneamente editore di libri, editore di periodici, promotore, distributore nel canale libreria, proprietario di catene di librerie, distributore nella GDO, grossista, distributore nel canale digitale e e-book&quot; sia realistico. Queste concentrazioni sono fenomeni mondiali: Mediaset e Feltrinelli sono dei nani, dei meri operatori locali, rispetto a Bertelsmann. Credo che sia possibile creare o valorizzare dei centri di produzione e distribuzione del libro (dell&#039;opera letteraria ma anche dell&#039;opera scientifica, dell&#039;opera d&#039;intrattenimento ma anche dell&#039;opera di divulgazione ecc.) effettivamente indipendenti. Questi centri di produzione dovranno imparare a sopravviere in un mondo popolato da pochi, brutali giganti. Ho il sospetto che l&#039;esperienza di riferimento sia ancora quella di Slow Food.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questi sono pensieri sparsi.</p>
<p>La questione sta dunque &#8211; lo dico da esterno ma non estraneo a tutta la cosa: l&#8217;essere nato nel 1960 mi ha escluso dall&#8217;invito al &#8220;seminarione inaugurale&#8221; e da tutte le attività non pubbliche successive, ma è evidente l&#8217;<em>interesse comune</em> &#8211; nel trovare una connessione tra una <em>scelta etica</em> e una <em>scelta politica</em>; tra l&#8217;agire individuale all&#8217;interno dei meccanismi della Repubblica delle lettere, dell&#8217;Industria culturale, alla fin fine di questo Paese, ciascuno secondo la propria posizione &#8220;professionale&#8221;; e l&#8217;agire collettivo con il quale ci si pone, rispetto a questi meccanismi, all&#8217;esterno (cosa che può apparire paradossale, ma è necessaria).</p>
<p>Mi domando tra l&#8217;altro se l&#8217;essere autori, editori, critici, consulenti, lavoratori free-lance, eccetera, siano tutte posizioni &#8220;professionali&#8221; tra loro comparabili. Credo che in buona misura lo siano; benché non del tutto.</p>
<p>Tq appare ai miei occhi esterni e non estranei come una sorta di &#8220;congiura dei professionisti&#8221;. Non do nessun valore negativo alla parola &#8220;congiura&#8221;; la trovo preferibile a &#8220;complotto&#8221;, dove manca l&#8217;idea del con-jurare, dello stringere un patto.</p>
<p>Mi domando: che cos&#8217;è un professionista? E mi rispondo, un po&#8217; tautologicamente: un professionista è una persona che si riconosce in un&#8217;etica professionale. Un ricordo degli anni Ottanta: un corso nel quale mi si spiegò che il vero professionista è colui che sa fornire il prodotto o servizio richiesto in tempi certi, a costi congrui, corrispondendo alle specifiche indicate dal cliente. Questa idea di professionista mi pare poco utile (anche se è vero che molte tra le persone del Tq, e io stesso, campiamo esattamente di prodotti e servizi forniti in tempi certi, a costi congrui, corrispondendo alle specifiche).</p>
<p>L&#8217;etica professionale è un costo: in molte circostanze appare conveniente passarci sopra, o addirittura stravolgerla. Il singolo professionista, per sopportare i costi dell&#8217;etica professionale, ha bisogno degli altri professionisti.</p>
<p>Nei mesi scorsi mi è stato detto spesso: ma tu, come fai a lavorare per Berlusconi? (Sono un consulente di Einaudi Stile libero; buona parte dei miei libri sono pubblicati da Einaudi o da Mondadori). Non pochi amici e conoscenti mi hanno esplicitamente detto che, finché avessi continuato a lavorare per Einaudi e pubblicare per Mondadori, sarei apparso ambiguo ai loro occhi.</p>
<p>Credo che potrebbe essere utile cercar di abbozzare una &#8220;carta&#8221; di principi etici per gli abitanti della Repubblica delle lettere. L&#8217;adesione di molti a questa &#8220;carta&#8221; sarebbe di per sé un gesto politico significativo. Permetterebbe di amplicare l&#8217;arco generazionale intressato. Aiuterebbe, credo, a rispondere alla domanda: &#8220;Cosa esattamente ci proponiamo di fare?&#8221;.</p>
<p>Mi domando, infine, se opporsi al fatto che un soggetto possa essere &#8220;contemporaneamente editore di libri, editore di periodici, promotore, distributore nel canale libreria, proprietario di catene di librerie, distributore nella GDO, grossista, distributore nel canale digitale e e-book&#8221; sia realistico. Queste concentrazioni sono fenomeni mondiali: Mediaset e Feltrinelli sono dei nani, dei meri operatori locali, rispetto a Bertelsmann. Credo che sia possibile creare o valorizzare dei centri di produzione e distribuzione del libro (dell&#8217;opera letteraria ma anche dell&#8217;opera scientifica, dell&#8217;opera d&#8217;intrattenimento ma anche dell&#8217;opera di divulgazione ecc.) effettivamente indipendenti. Questi centri di produzione dovranno imparare a sopravviere in un mondo popolato da pochi, brutali giganti. Ho il sospetto che l&#8217;esperienza di riferimento sia ancora quella di Slow Food.</p>
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