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	Commenti a: Lavorare un libro	</title>
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		<title>
		Di: Stan		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stan]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 09:20:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Cari GD e CDB,
onestamente, scrissi le mie considerazioni dopo aver letto TUTTA l’indagine sull’editoria. Sganarello sarà pure un idiota, ma le sue sintesi sopportano la realtà. Battetelo, se volete; la funzione del padrone prevede chi si possa batterlo.

Se, in altrimenti, anziché schiaffi volete porgere argomenti, anche un lestofante come me, per quanto canaglia, può trarne giovamento. 

Tutta l’indagine de Il Manifesto ribadisce una ovvietà: l’editoria è il mercato (e viceversa). Con ciò nascostamente dicendo: non tutti finiscono sulle bancarelle, giacché è la natura stessa del bazar a implicare esclusioni. In letterartura è più evidente. La saggistica è spesso priva di saggi.

Ora, il sottoscritto ha pubblicato tre libri di saggistica. Due li ho proposti direttamente io, il terzo mi fu commissionato. Tutte le parole sono le mie. Tutte. In uno soltanto l’editor mi ha chiesto di spostare un capitolo (di spostare, non di tagliare). Ciò a dire: chi scrive un saggio, se non è un furfante, la materia la conosce (e la lingua, si suppone). 

Anch’io, con tutta la mia infimità, finisco nelle bancarelle. Ma ci finisco, per dire così, con “onore”, e il mio nome-e-cognome, quello impresso in copertina, è veramente il mio, non è quello fittizio di uno che si dice autore ma che è, in tutto strillo, nient’altro che un marchio di fabbrica. E infatti, se si sbaglia nome non è un gran danno.

L’articolo qui presentato ribadisce la pochezza dell’epoca. La prassi è limpida, ma è anche malata. Una società editoriale che si fonda sulla malattia non merita rispetto.

Può darsi editoria migliore? Riuscirci è il vero capolavoro.

Io non vedo dotti medici. Solo piccoli farmacisti. 

Stan. L.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cari GD e CDB,<br />
onestamente, scrissi le mie considerazioni dopo aver letto TUTTA l’indagine sull’editoria. Sganarello sarà pure un idiota, ma le sue sintesi sopportano la realtà. Battetelo, se volete; la funzione del padrone prevede chi si possa batterlo.</p>
<p>Se, in altrimenti, anziché schiaffi volete porgere argomenti, anche un lestofante come me, per quanto canaglia, può trarne giovamento. </p>
<p>Tutta l’indagine de Il Manifesto ribadisce una ovvietà: l’editoria è il mercato (e viceversa). Con ciò nascostamente dicendo: non tutti finiscono sulle bancarelle, giacché è la natura stessa del bazar a implicare esclusioni. In letterartura è più evidente. La saggistica è spesso priva di saggi.</p>
<p>Ora, il sottoscritto ha pubblicato tre libri di saggistica. Due li ho proposti direttamente io, il terzo mi fu commissionato. Tutte le parole sono le mie. Tutte. In uno soltanto l’editor mi ha chiesto di spostare un capitolo (di spostare, non di tagliare). Ciò a dire: chi scrive un saggio, se non è un furfante, la materia la conosce (e la lingua, si suppone). </p>
<p>Anch’io, con tutta la mia infimità, finisco nelle bancarelle. Ma ci finisco, per dire così, con “onore”, e il mio nome-e-cognome, quello impresso in copertina, è veramente il mio, non è quello fittizio di uno che si dice autore ma che è, in tutto strillo, nient’altro che un marchio di fabbrica. E infatti, se si sbaglia nome non è un gran danno.</p>
<p>L’articolo qui presentato ribadisce la pochezza dell’epoca. La prassi è limpida, ma è anche malata. Una società editoriale che si fonda sulla malattia non merita rispetto.</p>
<p>Può darsi editoria migliore? Riuscirci è il vero capolavoro.</p>
<p>Io non vedo dotti medici. Solo piccoli farmacisti. </p>
<p>Stan. L.</p>
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		<title>
		Di: CDB		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/08/31/lavorare-un-libro/#comment-155251</link>

		<dc:creator><![CDATA[CDB]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 20:58:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Si tratta di una descrizione onesta e puntuale del lavoro editoriale necessario alla produzione della merce in oggetto, ossia un libro di saggistica. Non capisco veramente dove sia lo scandalo. Forse qualcuno e&#039; caduto dal pero scoprendo che i libri di saggistica sono commissionati?
Quoto in pieno GD.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si tratta di una descrizione onesta e puntuale del lavoro editoriale necessario alla produzione della merce in oggetto, ossia un libro di saggistica. Non capisco veramente dove sia lo scandalo. Forse qualcuno e&#8217; caduto dal pero scoprendo che i libri di saggistica sono commissionati?<br />
Quoto in pieno GD.</p>
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		<title>
		Di: GD		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/08/31/lavorare-un-libro/#comment-155235</link>

		<dc:creator><![CDATA[GD]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Sep 2011 10:56:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Possibile che i buoni stiano da una parte e i cattivi dall&#039;altra? Leggi dell&#039;arte vs leggi di mercato? Ispirazione vs vile denaro? Sospetto che non sia così, e che l&#039;intento di questo articolo sia più semplice: raccontare senza disincanto i passaggi che stanno dietro le quinte. Forse è sfuggito che non è il romanzo nel cassetto, quello di cui si racconta, il Quijote del Duemila, non un libro di narrativa ma di saggistica, e questa è LA differenza. 
Propongo infatti di inventare una nuova definizione, che non sia per carità &quot;autore/autrice&quot;, per chi scrive saggistica, perché in questi casi, condivido la sintesi, l&#039;autore non esiste! Quasi mai. Esiste un &quot;nome&quot;, diventato tale per motivi lontanissimi dalla narrativa, esistono accademic* opinionist* politic* economist* ricercator* e molte altre figure professionali. 
E poi esiste l&#039;artigianato delle parole, il lavoro di costruzione, di mediazione, di andirivieni, di aggiustamenti, finalizzato alla qualità del prodotto, a far assomigliare a un autore/autrice chi autore/autrice non è, finalizzato anche al mercato, è ovvio. Del resto, nemmeno l&#039;autore/autrice con la maiuscola scrive solo per la gloria, soprattutto nel momento in cui entra nel sistema editoriale e quindi ne accetta i meccanismi.
Un nome diverso, una definizione nuova per chi firma la saggistica. Questo sì sarebbe divertente!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Possibile che i buoni stiano da una parte e i cattivi dall&#8217;altra? Leggi dell&#8217;arte vs leggi di mercato? Ispirazione vs vile denaro? Sospetto che non sia così, e che l&#8217;intento di questo articolo sia più semplice: raccontare senza disincanto i passaggi che stanno dietro le quinte. Forse è sfuggito che non è il romanzo nel cassetto, quello di cui si racconta, il Quijote del Duemila, non un libro di narrativa ma di saggistica, e questa è LA differenza.<br />
Propongo infatti di inventare una nuova definizione, che non sia per carità &#8220;autore/autrice&#8221;, per chi scrive saggistica, perché in questi casi, condivido la sintesi, l&#8217;autore non esiste! Quasi mai. Esiste un &#8220;nome&#8221;, diventato tale per motivi lontanissimi dalla narrativa, esistono accademic* opinionist* politic* economist* ricercator* e molte altre figure professionali.<br />
E poi esiste l&#8217;artigianato delle parole, il lavoro di costruzione, di mediazione, di andirivieni, di aggiustamenti, finalizzato alla qualità del prodotto, a far assomigliare a un autore/autrice chi autore/autrice non è, finalizzato anche al mercato, è ovvio. Del resto, nemmeno l&#8217;autore/autrice con la maiuscola scrive solo per la gloria, soprattutto nel momento in cui entra nel sistema editoriale e quindi ne accetta i meccanismi.<br />
Un nome diverso, una definizione nuova per chi firma la saggistica. Questo sì sarebbe divertente!</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Antonio		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/08/31/lavorare-un-libro/#comment-155195</link>

		<dc:creator><![CDATA[Antonio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 18:27:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;L’autore non esiste. O esiste solo come portatore di parole&quot; ed aggiungo &quot;a cui non è interessato nessuno se non per ricavarci soldi&quot;.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;L’autore non esiste. O esiste solo come portatore di parole&#8221; ed aggiungo &#8220;a cui non è interessato nessuno se non per ricavarci soldi&#8221;.</p>
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		Di: Scrid		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/08/31/lavorare-un-libro/#comment-155194</link>

		<dc:creator><![CDATA[Scrid]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 15:07:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Potete scaricare tutti gli articoli al completo su 

http://www.storiacontinua.com/case-editrici/quel-che-sta-dietro-a-un-libro-i-mestieri-delleditoria/]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Potete scaricare tutti gli articoli al completo su </p>
<p><a href="http://www.storiacontinua.com/case-editrici/quel-che-sta-dietro-a-un-libro-i-mestieri-delleditoria/" rel="nofollow ugc">http://www.storiacontinua.com/case-editrici/quel-che-sta-dietro-a-un-libro-i-mestieri-delleditoria/</a></p>
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		<title>
		Di: stan		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/08/31/lavorare-un-libro/#comment-155192</link>

		<dc:creator><![CDATA[stan]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 07:20:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Interessante il silenzio sotto questo articolo. Molto interessante. Ogni silenzio dice qualcosa. Quando non vuole disturbare, l’autore tace?

Tutto il reportage sul lavoro editoriale de Il Manifesto mostra chi è il colpevole: il mercato. La letteratura si adagia su un letto di chiodi.

Lo scrive Franchini (Mondadori): si chiede agli editor di affinare la propria sensibilità al mercato.

Lo ribadisce Dogani (Neri Pozza): il successo di un libro dipende da quanto una casa editrice decide di investire in un libro in termini di marketing e promozione. E lascia intendere che sia quanto meno illusorio (stupido?) pensare che dietro il successo di un libro ci sia il fascino che una storia e il suo narratore esercitano sul lettore. 

Luzzato (Bollati Boringhieri) non è da meno: il lavoro di editor consiste, in definitiva, nel porsi come tramite tra l’autore e il mercato.

Ma anche Messina (Bompiani), in fondo, riconosce la stessa situazione, giacché invita se stesso e i suoi colleghi a non ascoltare il mercato, fonte di semplificazioni e banalizzazioni.

Chi deve informare l’autore della sua inesistenza?

Forse è per questo che qui si tace. L’autore non esiste. O esiste solo come portatore di parole. Perché non lo scrivete nei vostri curriculum? 

È buia quella letteratura in cui a brillare è solo il mercato.

Stan. L.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Interessante il silenzio sotto questo articolo. Molto interessante. Ogni silenzio dice qualcosa. Quando non vuole disturbare, l’autore tace?</p>
<p>Tutto il reportage sul lavoro editoriale de Il Manifesto mostra chi è il colpevole: il mercato. La letteratura si adagia su un letto di chiodi.</p>
<p>Lo scrive Franchini (Mondadori): si chiede agli editor di affinare la propria sensibilità al mercato.</p>
<p>Lo ribadisce Dogani (Neri Pozza): il successo di un libro dipende da quanto una casa editrice decide di investire in un libro in termini di marketing e promozione. E lascia intendere che sia quanto meno illusorio (stupido?) pensare che dietro il successo di un libro ci sia il fascino che una storia e il suo narratore esercitano sul lettore. </p>
<p>Luzzato (Bollati Boringhieri) non è da meno: il lavoro di editor consiste, in definitiva, nel porsi come tramite tra l’autore e il mercato.</p>
<p>Ma anche Messina (Bompiani), in fondo, riconosce la stessa situazione, giacché invita se stesso e i suoi colleghi a non ascoltare il mercato, fonte di semplificazioni e banalizzazioni.</p>
<p>Chi deve informare l’autore della sua inesistenza?</p>
<p>Forse è per questo che qui si tace. L’autore non esiste. O esiste solo come portatore di parole. Perché non lo scrivete nei vostri curriculum? </p>
<p>È buia quella letteratura in cui a brillare è solo il mercato.</p>
<p>Stan. L.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: arsenio		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/08/31/lavorare-un-libro/#comment-155183</link>

		<dc:creator><![CDATA[arsenio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 12:29:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;Votiamo.&quot;
&quot;È un “mio” libro.&quot;

Traspare una tale frustrazione e una tale tristezza da travet dell&#039;editoria in questo pezzo. Contromano di Laterza non a caso è una collana tristissima.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Votiamo.&#8221;<br />
&#8220;È un “mio” libro.&#8221;</p>
<p>Traspare una tale frustrazione e una tale tristezza da travet dell&#8217;editoria in questo pezzo. Contromano di Laterza non a caso è una collana tristissima.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: stan		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/08/31/lavorare-un-libro/#comment-155182</link>

		<dc:creator><![CDATA[stan]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 11:56:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Soltanto gli editor possono pubblicare. Gli autori gli portano le parole.

I primi confezionano i libri, perché conoscono la richiesta. I secondi ci guadagnano comunque, perché sanno di non saper scrivere.

È veramente impietosa l’immagine dell’autore che esce da questo racconto. Ma forse è anche peggio che non esca il disgusto dell’editor per la situazione.

Una storia triste, senza lieto fine: sono in due, ciascuno aggrappato alle parole. Ma l’acqua sommerge tutto.

Un autore si china davanti all’editor in modo da non dimenticare mai di mostrare il sedere ai lettori. Tristezza della servitù.

Se, magari distrattamente, un autore crea qualcosa di memorabile, arriva un editor e si sforza di annullarlo. Ma questa ipotesi è veramente strampalata. 

Un autore che sia degno di questo nome inventa da sé il titolo e tutte le parole del libro. L’editor è il timbro della censura?

Non è facile diventare famosi. Serve un editor. E bisogna servirlo. La consuetudine va pagata.

Tutto è nelle mani dell’editor. Quante volte se le lava?

Morale finale: autori, non siate modesti. La maschera del leone non fa per voi. 



Stan. L.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Soltanto gli editor possono pubblicare. Gli autori gli portano le parole.</p>
<p>I primi confezionano i libri, perché conoscono la richiesta. I secondi ci guadagnano comunque, perché sanno di non saper scrivere.</p>
<p>È veramente impietosa l’immagine dell’autore che esce da questo racconto. Ma forse è anche peggio che non esca il disgusto dell’editor per la situazione.</p>
<p>Una storia triste, senza lieto fine: sono in due, ciascuno aggrappato alle parole. Ma l’acqua sommerge tutto.</p>
<p>Un autore si china davanti all’editor in modo da non dimenticare mai di mostrare il sedere ai lettori. Tristezza della servitù.</p>
<p>Se, magari distrattamente, un autore crea qualcosa di memorabile, arriva un editor e si sforza di annullarlo. Ma questa ipotesi è veramente strampalata. </p>
<p>Un autore che sia degno di questo nome inventa da sé il titolo e tutte le parole del libro. L’editor è il timbro della censura?</p>
<p>Non è facile diventare famosi. Serve un editor. E bisogna servirlo. La consuetudine va pagata.</p>
<p>Tutto è nelle mani dell’editor. Quante volte se le lava?</p>
<p>Morale finale: autori, non siate modesti. La maschera del leone non fa per voi. </p>
<p>Stan. L.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: K		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/08/31/lavorare-un-libro/#comment-155180</link>

		<dc:creator><![CDATA[K]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 08:25:43 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39953#comment-155180</guid>

					<description><![CDATA[alla fine del terzultimo capoverso, pensavo che P. si suicidasse, ero sinceramente preoccupato per lui. va bene che non sarebbe stata una gran perdita per il mondo letterario - a giudicare da come trattano il suo &quot;lavoro&quot; tutti gli editor e affini - ma insomma, signor Carletti, si può dire che lei abbia fatto un ottimo lavoro. non capita a tutti di salvare una vita con tanta nonchalance. bravo!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>alla fine del terzultimo capoverso, pensavo che P. si suicidasse, ero sinceramente preoccupato per lui. va bene che non sarebbe stata una gran perdita per il mondo letterario &#8211; a giudicare da come trattano il suo &#8220;lavoro&#8221; tutti gli editor e affini &#8211; ma insomma, signor Carletti, si può dire che lei abbia fatto un ottimo lavoro. non capita a tutti di salvare una vita con tanta nonchalance. bravo!</p>
]]></content:encoded>
		
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