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	Commenti a: «il manifesto» dell’editoria italiana	</title>
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		<title>
		Di: Valerio		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 02:31:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[errata corrige: non “tranne” ma “tratte”. le categorie sono usate come esempi da barthes stesso in le degré zéro de l&#039;écriture, éditions du seuil, parigi, [1953] 1972, p 59.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>errata corrige: non “tranne” ma “tratte”. le categorie sono usate come esempi da barthes stesso in le degré zéro de l&#8217;écriture, éditions du seuil, parigi, [1953] 1972, p 59.</p>
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		<title>
		Di: Valerio		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 02:27:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Spiego meglio anche questo passaggio: «parafrasando Barthes, a una sorta di “grado zero dell’editoria”: ovvero l’editoria considerata come il rapporto che intrattengono i lavoratori e le lavoratrici del settore con gli autori e la società, il rapporto tra letteratura e storia. Un necessario punto di partenza, dunque, per instaurare un nuovo patto tra lavoratori e lavoratrici dell’editoria (autori, agenti letterari, redattori, addetti stampa, editori), tra loro e il lettore.»

Il Barthes che volevo parafrasare, come è ovvio dato il virgolettato (“grado zero dell’editoria”), è appunto l&#039;autore de “Le degré zéro de l’écriture”, in cui i lettori di NI sanno che Barthes prefigura, in soldoni, un tipo di scrittura che si sarebbe potuta realizzare solo in una società senza classi, una scrittura di un mondo senza Letteratura, una scrittura che rappresenta il terzo termine rispetto a qualsiasi altra asservita a un ordine stabilito del linguaggio (la prefigurativa &quot;écriture blanche&quot; che sfida il silenzio di Mallarmé contro la piccolo-borghese scrittura artistico-realista). Una scrittura amodale, indicativa, non congiuntiva né imperativa (per usare delle categorie esemplificatori, tranne dalla linguistica). 
Il nuovo patto a cui si allude è naturalmente un nuovo patto sociale. Un patto di cooperazione, in cui oltre l&#039;imperativo del mercato e il congiuntivo dell&#039;autorialità si ponga l&#039;indicativo della cooperazione. Tale cooperazione dovrà passare attraverso la rivendicazione del proprio lavoro di ogni operaio della filiera. In questo senso l&#039;epopea del Manifesto rappresenta un inizio. È lo specchio attraverso cui prendere coscienza di sé di un&#039;intera (sotto)classe finora rimasta nell&#039;ombra. Uno specchio in cui entrare per vedere il mondo dell&#039;editoria dalla testa ai piedi, dall&#039;alto in basso, e non in contrario, come avviene ancora oggi, a molti di noi. Lavoratori, lavoratrici, lettori e lettrici.
È una prassi, caro Stan L. Non è mistica, caro Rospe. Anche se la mistica è alla base di qualsiasi prefigurazione, perché prefigurando si assume l&#039;ottica di un tempo che deve ancora venire, dell&#039;avvenire, del giorno del giudizio.

Spero di essermi spiegato meglio.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Spiego meglio anche questo passaggio: «parafrasando Barthes, a una sorta di “grado zero dell’editoria”: ovvero l’editoria considerata come il rapporto che intrattengono i lavoratori e le lavoratrici del settore con gli autori e la società, il rapporto tra letteratura e storia. Un necessario punto di partenza, dunque, per instaurare un nuovo patto tra lavoratori e lavoratrici dell’editoria (autori, agenti letterari, redattori, addetti stampa, editori), tra loro e il lettore.»</p>
<p>Il Barthes che volevo parafrasare, come è ovvio dato il virgolettato (“grado zero dell’editoria”), è appunto l&#8217;autore de “Le degré zéro de l’écriture”, in cui i lettori di NI sanno che Barthes prefigura, in soldoni, un tipo di scrittura che si sarebbe potuta realizzare solo in una società senza classi, una scrittura di un mondo senza Letteratura, una scrittura che rappresenta il terzo termine rispetto a qualsiasi altra asservita a un ordine stabilito del linguaggio (la prefigurativa &#8220;écriture blanche&#8221; che sfida il silenzio di Mallarmé contro la piccolo-borghese scrittura artistico-realista). Una scrittura amodale, indicativa, non congiuntiva né imperativa (per usare delle categorie esemplificatori, tranne dalla linguistica).<br />
Il nuovo patto a cui si allude è naturalmente un nuovo patto sociale. Un patto di cooperazione, in cui oltre l&#8217;imperativo del mercato e il congiuntivo dell&#8217;autorialità si ponga l&#8217;indicativo della cooperazione. Tale cooperazione dovrà passare attraverso la rivendicazione del proprio lavoro di ogni operaio della filiera. In questo senso l&#8217;epopea del Manifesto rappresenta un inizio. È lo specchio attraverso cui prendere coscienza di sé di un&#8217;intera (sotto)classe finora rimasta nell&#8217;ombra. Uno specchio in cui entrare per vedere il mondo dell&#8217;editoria dalla testa ai piedi, dall&#8217;alto in basso, e non in contrario, come avviene ancora oggi, a molti di noi. Lavoratori, lavoratrici, lettori e lettrici.<br />
È una prassi, caro Stan L. Non è mistica, caro Rospe. Anche se la mistica è alla base di qualsiasi prefigurazione, perché prefigurando si assume l&#8217;ottica di un tempo che deve ancora venire, dell&#8217;avvenire, del giorno del giudizio.</p>
<p>Spero di essermi spiegato meglio.</p>
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		<title>
		Di: Valerio		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/05/%c2%abil-manifesto%c2%bb-dell%e2%80%99editoria-italiana/#comment-155474</link>

		<dc:creator><![CDATA[Valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Sep 2011 02:07:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Riprendo e cerco di articolare meglio: la citazione di Ponte di Pino era legata alla precedente di Deleuze, una sorta di commento al commento, usato per ribadire la logica industriale che sposta l&#039;attenzione dal lettore al distributore. Deleuze lo faceva notare già alla fine degli Ottanta. Ponte di Pino finisce per ribadirlo oggi. Condivido dunque le sue analisi e per questo mi ero limitato a trascrivere la citazione.
Le condivido tutte tranne il fastidio per la parola &quot;artigianale&quot;. Per dimensione artigianale intendevo quanto espresso per esempio da Roberto Gilodi nella terza puntata della serie: «il luogo comune dice che gli autori, quando non si fidano più dei loro editori, si prendono un agente. E il fatto che in Italia il loro numero sia cresciuto negli ultimi anni può far pensare che stia diminuendo la fiducia degli autori nei loro editori. Ma si tratta di fiducia o di ruoli differenti? Credo che la risposta stia nel sistema editoriale che da artigianale è diventato industriale con i vantaggi e i limiti che questa evoluzione ha comportato. L’industria del libro ha reso efficienti molte funzioni, per esempio la distribuzione, ma lascia scoperta un’esigenza importante: l’interlocuzione assidua e non episodica con l’autore. L’agente letterario risponde a questa esigenza ed è per questo che gli autori hanno bisogno di lui.» La figura dell&#039;agente letterario comincia ad apparire nei paesi anglosassoni alla fine dell&#039;Ottocento e al 1898 risale la nascita dell&#039;Agenzia Letteraria Internazionale, fondata da Augusto Foà. Eppure tale figura è diventata “indispensabile”, in Italia, solo negli ultimi anni. Il perché Gilodi e altri lo spiegano nell&#039;epopea pubblicata dal Manifesto. Valentino Bompiani negli anni Trenta si avvaleva della collaborazione di Antonio Banfi, il padre dell&#039;estetica fenomenologica. Il numero di lettori, di analfabeti, di case editrici, l&#039;ampiezza del mercato, le tecniche di produzione dei libri erano profondamente diverse da quelle che si impongono a partire dagli anni Sessanta. L&#039;Italia era un paese prevalentemente agricolo e artigianale prima del boom economico e industriale.
Certe cose le davo per scontate.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riprendo e cerco di articolare meglio: la citazione di Ponte di Pino era legata alla precedente di Deleuze, una sorta di commento al commento, usato per ribadire la logica industriale che sposta l&#8217;attenzione dal lettore al distributore. Deleuze lo faceva notare già alla fine degli Ottanta. Ponte di Pino finisce per ribadirlo oggi. Condivido dunque le sue analisi e per questo mi ero limitato a trascrivere la citazione.<br />
Le condivido tutte tranne il fastidio per la parola &#8220;artigianale&#8221;. Per dimensione artigianale intendevo quanto espresso per esempio da Roberto Gilodi nella terza puntata della serie: «il luogo comune dice che gli autori, quando non si fidano più dei loro editori, si prendono un agente. E il fatto che in Italia il loro numero sia cresciuto negli ultimi anni può far pensare che stia diminuendo la fiducia degli autori nei loro editori. Ma si tratta di fiducia o di ruoli differenti? Credo che la risposta stia nel sistema editoriale che da artigianale è diventato industriale con i vantaggi e i limiti che questa evoluzione ha comportato. L’industria del libro ha reso efficienti molte funzioni, per esempio la distribuzione, ma lascia scoperta un’esigenza importante: l’interlocuzione assidua e non episodica con l’autore. L’agente letterario risponde a questa esigenza ed è per questo che gli autori hanno bisogno di lui.» La figura dell&#8217;agente letterario comincia ad apparire nei paesi anglosassoni alla fine dell&#8217;Ottocento e al 1898 risale la nascita dell&#8217;Agenzia Letteraria Internazionale, fondata da Augusto Foà. Eppure tale figura è diventata “indispensabile”, in Italia, solo negli ultimi anni. Il perché Gilodi e altri lo spiegano nell&#8217;epopea pubblicata dal Manifesto. Valentino Bompiani negli anni Trenta si avvaleva della collaborazione di Antonio Banfi, il padre dell&#8217;estetica fenomenologica. Il numero di lettori, di analfabeti, di case editrici, l&#8217;ampiezza del mercato, le tecniche di produzione dei libri erano profondamente diverse da quelle che si impongono a partire dagli anni Sessanta. L&#8217;Italia era un paese prevalentemente agricolo e artigianale prima del boom economico e industriale.<br />
Certe cose le davo per scontate.</p>
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		<title>
		Di: Valerio		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/05/%c2%abil-manifesto%c2%bb-dell%e2%80%99editoria-italiana/#comment-155451</link>

		<dc:creator><![CDATA[Valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 16:35:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Hai ragione rospe, le citazioni erano il primo o l&#039;ultimo anello di una catena di ragionamenti. Vedrò di spiegarmi meglio, con più calma, più avanti. Mi sono citato addosso, chiedo venia anch&#039;io.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hai ragione rospe, le citazioni erano il primo o l&#8217;ultimo anello di una catena di ragionamenti. Vedrò di spiegarmi meglio, con più calma, più avanti. Mi sono citato addosso, chiedo venia anch&#8217;io.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: rospe in frantumi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[rospe in frantumi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 22:59:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[gentile Valerio, 

nel leggere i suoi interventi di commento ho provato una sensazione spiacevole, non dico sconfortante, ma di certo negativa: una cosa è seguirla nell&#039;articolazione di un testo che ricostruisce un percorso di spunti e riflessioni sulla base data di una raccolta di testimonianze (“I protagonisti”, si veda sopra); altro è veder distribuite risposte (mi scusi, ma pure un po&#039; a casaccio) a domande/questioni non poste, e che si presentano in aggiunta sotto forma oracolare di “virgolettati” d&#039;autore.

Quanto al collega Ponte di Pino, apprezzo decisamente l&#039;onestà nel descrivere una pratica virtuosa e “raffinata” buona per libri da 127 copie quanto per quelli da 100.000 in su. Solo che non “capisco” come entri questa citazione nel contesto di un commentario alle suggestioni da lei introdotte con il suo testo. A meno che la citazione – il suo essere citazione – non implichi un ragionamento, anzi un giudizio, e in quest&#039;ultimo caso potrei in tutta coscienza rispondere alla sua domanda finale (cito: «Capito?»): «no».

Il tema della decrescita gli editori lo sperimentano già da anni, ma non facendo uscire meno titoli (solo quelli di Marcos y Marcos hanno saputo dare per primi un valore politico alla scelta aziendale di ridurre il numero di novità), piuttosto giostrandosi – utilizzando tutti i mezzi a disposizione, incluso il pendolino – tra tirature “esplorative” e azzardi “coperti” (ovvero, a fronte dei quali esistono investimenti e pratiche vagamente ricattatorie nei confronti delle librerie ecc.). È ovvio che quando mi riferisco a pratiche vagamente ricattatorie non intendo quelle del candido acquisto di spazi pubblicitari, ma a sovraesposizioni tali da rendere “necessaria” una merce. Però non vorrei passare per un sociologo, né tanto meno per un blateromane, perché di improprietà e fuori tema è già piena la blogsfera, e continuo a ritenere invece il suo articolo uno stimolo interessante per alcune riflessioni che a mio avviso potrebbero ancora germogliare (magari esortando a superare il desiderio di gogna o di rivalsa di tutti contro tutti, perché tutti sono uguali ecc. mi ripeto, chiedo venia).

distinti saluti
rospe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>gentile Valerio, </p>
<p>nel leggere i suoi interventi di commento ho provato una sensazione spiacevole, non dico sconfortante, ma di certo negativa: una cosa è seguirla nell&#8217;articolazione di un testo che ricostruisce un percorso di spunti e riflessioni sulla base data di una raccolta di testimonianze (“I protagonisti”, si veda sopra); altro è veder distribuite risposte (mi scusi, ma pure un po&#8217; a casaccio) a domande/questioni non poste, e che si presentano in aggiunta sotto forma oracolare di “virgolettati” d&#8217;autore.</p>
<p>Quanto al collega Ponte di Pino, apprezzo decisamente l&#8217;onestà nel descrivere una pratica virtuosa e “raffinata” buona per libri da 127 copie quanto per quelli da 100.000 in su. Solo che non “capisco” come entri questa citazione nel contesto di un commentario alle suggestioni da lei introdotte con il suo testo. A meno che la citazione – il suo essere citazione – non implichi un ragionamento, anzi un giudizio, e in quest&#8217;ultimo caso potrei in tutta coscienza rispondere alla sua domanda finale (cito: «Capito?»): «no».</p>
<p>Il tema della decrescita gli editori lo sperimentano già da anni, ma non facendo uscire meno titoli (solo quelli di Marcos y Marcos hanno saputo dare per primi un valore politico alla scelta aziendale di ridurre il numero di novità), piuttosto giostrandosi – utilizzando tutti i mezzi a disposizione, incluso il pendolino – tra tirature “esplorative” e azzardi “coperti” (ovvero, a fronte dei quali esistono investimenti e pratiche vagamente ricattatorie nei confronti delle librerie ecc.). È ovvio che quando mi riferisco a pratiche vagamente ricattatorie non intendo quelle del candido acquisto di spazi pubblicitari, ma a sovraesposizioni tali da rendere “necessaria” una merce. Però non vorrei passare per un sociologo, né tanto meno per un blateromane, perché di improprietà e fuori tema è già piena la blogsfera, e continuo a ritenere invece il suo articolo uno stimolo interessante per alcune riflessioni che a mio avviso potrebbero ancora germogliare (magari esortando a superare il desiderio di gogna o di rivalsa di tutti contro tutti, perché tutti sono uguali ecc. mi ripeto, chiedo venia).</p>
<p>distinti saluti<br />
rospe</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: stan		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/05/%c2%abil-manifesto%c2%bb-dell%e2%80%99editoria-italiana/#comment-155380</link>

		<dc:creator><![CDATA[stan]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 18:44:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Valerio, fratello ignoto, o mia infanzia,
se cito Papà Marx a dire che l’editoria è oltre, industrialmente oltre il lavoro artigianale, tu non puoi rispondermi che parlavi del primo novecento! Il calendario non è il fiore fastoso dell’arbitrarietà!  

Ti confesso che sono intollerante. Non tollero l’ignoranza. Ci si abitua, ma brucia lo stesso. 

Tu citi Deleuze, il quale, satanello qual è, e nient’affatto sciocco, ci dice che il mercato schiaccia la ricerca e la qualità ... Ma chi fa il mercato? I tuoi amici editori, caro Valerio, quelli con cui vorresti allearti. Lo dico all’antica: qui casca l’asino.

Più avanti, a sinistra, c’è il Magazzino delle Cose Sapute. Un amico mio (è miope ma non se la tira) ha le chiavi: se vuoi lo ringrazio.

Stan. L.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Valerio, fratello ignoto, o mia infanzia,<br />
se cito Papà Marx a dire che l’editoria è oltre, industrialmente oltre il lavoro artigianale, tu non puoi rispondermi che parlavi del primo novecento! Il calendario non è il fiore fastoso dell’arbitrarietà!  </p>
<p>Ti confesso che sono intollerante. Non tollero l’ignoranza. Ci si abitua, ma brucia lo stesso. </p>
<p>Tu citi Deleuze, il quale, satanello qual è, e nient’affatto sciocco, ci dice che il mercato schiaccia la ricerca e la qualità &#8230; Ma chi fa il mercato? I tuoi amici editori, caro Valerio, quelli con cui vorresti allearti. Lo dico all’antica: qui casca l’asino.</p>
<p>Più avanti, a sinistra, c’è il Magazzino delle Cose Sapute. Un amico mio (è miope ma non se la tira) ha le chiavi: se vuoi lo ringrazio.</p>
<p>Stan. L.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Valerio		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/05/%c2%abil-manifesto%c2%bb-dell%e2%80%99editoria-italiana/#comment-155379</link>

		<dc:creator><![CDATA[Valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 17:33:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ecco cosa ha scritto Oliviero Ponte di Pino, direttore editoriale di Garzanti, nella sesta puntata della serie: «In un mondo perfetto, i magazzini degli editori dovrebbero essere vuoti. O meglio, dovrebbero custodire brevemente solo copie che un editore è sicuro di vendere. Per raggiungere questo obiettivo, si è sedimentato un meccanismo complesso e raffinato, che scatta ogni volta che si decide di stampare un nuovo libro. Una prima idea la deve avere l’editore, o l’editor che decide di pubblicarlo: in base alla sua sensibilità ed esperienza, un libro può aspirare a vendere mille copie, oppure centomila, a seconda dell’argomento, del nome dell’autore, della qualità... Ma un solo parere non basta. Ad affinare la previsione intervengono la direzione commerciale e poi gli ordini dei librai, interpellati uno per uno: sorretti da una enorme fiducia nella capacità di editori e distributori di rifornire un libro all’istante, se «esplode», spesso preferiscono limitare i rischi. La tiratura finale, decisa sulla base di questi feedback, per la gran parte degli editori ormai è pari al totale delle prenotazioni, più quel che serve all’ufficio stampa e per i primissimi rifornimenti.» Capito?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco cosa ha scritto Oliviero Ponte di Pino, direttore editoriale di Garzanti, nella sesta puntata della serie: «In un mondo perfetto, i magazzini degli editori dovrebbero essere vuoti. O meglio, dovrebbero custodire brevemente solo copie che un editore è sicuro di vendere. Per raggiungere questo obiettivo, si è sedimentato un meccanismo complesso e raffinato, che scatta ogni volta che si decide di stampare un nuovo libro. Una prima idea la deve avere l’editore, o l’editor che decide di pubblicarlo: in base alla sua sensibilità ed esperienza, un libro può aspirare a vendere mille copie, oppure centomila, a seconda dell’argomento, del nome dell’autore, della qualità&#8230; Ma un solo parere non basta. Ad affinare la previsione intervengono la direzione commerciale e poi gli ordini dei librai, interpellati uno per uno: sorretti da una enorme fiducia nella capacità di editori e distributori di rifornire un libro all’istante, se «esplode», spesso preferiscono limitare i rischi. La tiratura finale, decisa sulla base di questi feedback, per la gran parte degli editori ormai è pari al totale delle prenotazioni, più quel che serve all’ufficio stampa e per i primissimi rifornimenti.» Capito?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Valerio		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/05/%c2%abil-manifesto%c2%bb-dell%e2%80%99editoria-italiana/#comment-155377</link>

		<dc:creator><![CDATA[Valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 17:21:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Stan L.: Di lavoro artigianale si parlava in merito all&#039;editoria del primo novecento, in cui i tempi di produzione del libro erano estramente più dilatati di oggi, dal concepimento alla realizzazione alla stampa, &quot;artigianale&quot; anch&#039;essa ex post, dato che si usavano i metodi meccanci della linotype poi della monotype, fino all&#039;avvento della stampa offset nel 1960 eccetera eccetera. 

@ Fernando e Paolo S: Oggi funziona così, a proposito delle &quot;meteore&quot;: stampare in offset o addirittura in digitale 10mila copie di un romanzo d&#039;esordio costa relativamente poco, per cui si adotta la strategia dei grandi numeri (più ne pubblichiamo, maggiori saranno le probabilità di trovare il best seller che ripaghi tutto il resto). 

@ rospe «Chi sono, oggi, i clienti della televisione? Non sono più gli ascoltatori, ma gli sponsor: sono loro, i veri clienti. Dunque, gli ascoltatori hanno quel che decidono gli sponsor. Quanto all’editoria, invece? Nell’editoria, il rischio è che i veri clienti degli editori non siano già più, mentre ne parliamo in questo momento, i potenziali lettori, bensì i distributori. Quando i distributori divengono i veri clienti degli editori, cosa accade? Ai distributori interessa la circolazione rapida, da supermercato, il regime del best-seller e così via. Qualsiasi letteratura originale, allora, tutta la letteratura romanzesca di ricerca e di qualità, viene naturalmente schiacciata.» Sono parole del filosofo Gilles Deleuze, pronunciate a Parigi durante una conversazione con Claire Parnet avvenuta ventitré anni fa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Stan L.: Di lavoro artigianale si parlava in merito all&#8217;editoria del primo novecento, in cui i tempi di produzione del libro erano estramente più dilatati di oggi, dal concepimento alla realizzazione alla stampa, &#8220;artigianale&#8221; anch&#8217;essa ex post, dato che si usavano i metodi meccanci della linotype poi della monotype, fino all&#8217;avvento della stampa offset nel 1960 eccetera eccetera. </p>
<p>@ Fernando e Paolo S: Oggi funziona così, a proposito delle &#8220;meteore&#8221;: stampare in offset o addirittura in digitale 10mila copie di un romanzo d&#8217;esordio costa relativamente poco, per cui si adotta la strategia dei grandi numeri (più ne pubblichiamo, maggiori saranno le probabilità di trovare il best seller che ripaghi tutto il resto). </p>
<p>@ rospe «Chi sono, oggi, i clienti della televisione? Non sono più gli ascoltatori, ma gli sponsor: sono loro, i veri clienti. Dunque, gli ascoltatori hanno quel che decidono gli sponsor. Quanto all’editoria, invece? Nell’editoria, il rischio è che i veri clienti degli editori non siano già più, mentre ne parliamo in questo momento, i potenziali lettori, bensì i distributori. Quando i distributori divengono i veri clienti degli editori, cosa accade? Ai distributori interessa la circolazione rapida, da supermercato, il regime del best-seller e così via. Qualsiasi letteratura originale, allora, tutta la letteratura romanzesca di ricerca e di qualità, viene naturalmente schiacciata.» Sono parole del filosofo Gilles Deleuze, pronunciate a Parigi durante una conversazione con Claire Parnet avvenuta ventitré anni fa.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Fernando Bassoli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/05/%c2%abil-manifesto%c2%bb-dell%e2%80%99editoria-italiana/#comment-155365</link>

		<dc:creator><![CDATA[Fernando Bassoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 10:20:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Va anche aggiunto - è doveroso - che anche gli scrittori non sono tutti uguali, specie se esordienti. Altrimenti come si spiegano certe meteore che a 18-20 anni si ritrovano già sotto contratto con grandi gruppi editoriali? Quando hanno avuto il tempo di scrivere certi libri e soprattutto chi glieli ha scritti?

Questo è il paese dei raccomandati e dei figli di, questa è la triste verità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Va anche aggiunto &#8211; è doveroso &#8211; che anche gli scrittori non sono tutti uguali, specie se esordienti. Altrimenti come si spiegano certe meteore che a 18-20 anni si ritrovano già sotto contratto con grandi gruppi editoriali? Quando hanno avuto il tempo di scrivere certi libri e soprattutto chi glieli ha scritti?</p>
<p>Questo è il paese dei raccomandati e dei figli di, questa è la triste verità.</p>
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		Di: rospe in frantumi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/05/%c2%abil-manifesto%c2%bb-dell%e2%80%99editoria-italiana/#comment-155344</link>

		<dc:creator><![CDATA[rospe in frantumi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 14:23:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@Paolo S: 

«[...] Se questo mito fosse vero, allora perché gli editori sarebbero tanto idioti da fare ANCHE i libri che finiscono per vendere trentacinque copie, o meno?»

Vorrei esprimere una considerazione a nome della categoria degli editori, che (in Italia) il diritto di essere idioti non lo si nega a nessuno e che in certi libri da 35 copie vale la pena credere (ma è un errore e si paga).

rospe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@Paolo S: </p>
<p>«[&#8230;] Se questo mito fosse vero, allora perché gli editori sarebbero tanto idioti da fare ANCHE i libri che finiscono per vendere trentacinque copie, o meno?»</p>
<p>Vorrei esprimere una considerazione a nome della categoria degli editori, che (in Italia) il diritto di essere idioti non lo si nega a nessuno e che in certi libri da 35 copie vale la pena credere (ma è un errore e si paga).</p>
<p>rospe</p>
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