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	Commenti a: Come e perché nell’ultimo paragrafo si capisce quanto Cuore Di Tenebra sia molto molto meglio di Carnage	</title>
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		Di: magda		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[magda]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 08:43:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Oh ma quanti esperti di arti che abbiamo qui.....Bene, è sempre un piacere condividere idee e pareri su qualcosa di apparentemente aleatorio come l&#039;arte... apparentemente non si fa del male a nessuno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oh ma quanti esperti di arti che abbiamo qui&#8230;..Bene, è sempre un piacere condividere idee e pareri su qualcosa di apparentemente aleatorio come l&#8217;arte&#8230; apparentemente non si fa del male a nessuno.</p>
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		Di: Domenico		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Domenico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 17:55:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Abbiamo visto Carnage regia di Roman Polanski.
Quale “carneficina” si può oramai fare in un interno borghese del nostro Occidente? E se ci si prova, si può usare un linguaggio ‘borghese’ e un meccanismo perfetto altrettanto borghese? Roman Polanski sembra crederci o forse i critici e gli amanti del Cinema sembrano crederci ancora di più. Se volessimo essere pigri o un po’ banali scriveremmo: è una commedia vivace e intelligente in un interno borghese claustrofobico; oppure: una commedia dura e arrabbiata che affonda il coltello nel perbenismo borghese; o ancora: uno splendido gioco al massacro tra quattro borghesi forti e sicuri solo all’apparenza. Non sbaglieremmo in fondo a scriverlo ma ci metteremmo un po’ nei panni stessi dei protagonisti e parteciperemmo al ballo mascherato di questa società.
Roman Polanski è indiscutibilmente un grandissimo regista, un ragazzo sveglio e intelligente di settantotto anni, forse non possiamo chiamarlo un maestro solo perché non ha realizzato un capolavoro tra i tantissimi e spesso grandi film che ha fatto (tra i quasi trenta film della sua filmografia ricordiamo: Il coltello nell’Acqua (1962), del periodo polacco; Cul-De-Sac (1966), del primo periodo francese; Rosemary’s Baby (1968) e Chinatown (1974) del periodo americano. Un regista iconoclasta, di genere, colto e alto, provocatorio e - perché no – antiborghese più per motivi esistenziali che non ‘politici’ (la madre morta in un campo di concentramento; lui, a otto anni, scappato dal ghetto di Cracovia; nel 1969, la banda Manson uccide la moglie all’ottavo mese di gravidanza e altri cinque amici nella sua villa ad Hollywood, nel 1977 è accusato di aver avuto un rapporto sessuale con una minorenne, subisce un processo e scappa in Francia e negli ultimi anni trascorre in Svizzera un anno tra carcere e arresti domiciliari per quell’antico fattaccio. Polanski ama e conserva dei debiti narrativi con un certo cinema americano, anni Cinquanta e Sessanta e in quanto ai suoi punti di riferimento potremmo citare l’anarchico Bunuel, il cupo Fritz Lang, il fantasmagorico Wilder; di ognuno di loro – ma trovando un suo spessore e una sua strada – ha preso qualcosa o ha qualcosa in comune: crede nella dissacrazione, nel pugno in faccia allo spettatore, nella rivolta ma più in chiave filosofica che non economica. Ha spesso infranto le convenzioni tentando di non farlo apparire troppo, e tutto questo lo possiamo trovare anche in questo suo ultimo film.  Purtroppo è la società, e la realtà che produce, che ha dissacrato talmente tutto che un qualsiasi film sembra inadeguato a scalfire quel muro di indifferenza, di cinismo e di disillusione che ci continua a far vivere e ci difende dalle delusioni incredibili.
Carnage parte da una fortunata piece teatrale di Yasmina Reza ( pubblicata con il titolo Il dio del massacro da Piccola Biblioteca Adelphi), che è anche cosceneggiatrice del film; una trama semplice, da camera, con quattro personaggi – due coppie di quarantenni – che rappresentano gli stereotipi dei comportamenti politicamente corretti: l&#039;idealista, il disilluso, il cinico, l&#039;insoddisfatta. Un quadro sui borghesi di oggi e sul loro essere e apparire, dove la facciata è rigorosamente corretta e convenzionale, rispettosi delle regole sociali, tolleranti e civili fino a quando qualche bicchiere di whisky e qualche attrito personale non li fa esplodere e li mostra nel loro vero essere, individui soli, insoddisfatti, quasi selvaggi. La storia si svolge in un appartamento di New York e dura un mezzo pomeriggio, inizia con un accordo formale tra due coppie di borghesi che non si conoscevano prima e che sono venuti in contatto perché i loro due figli di dieci anni si sono picchiati al parco e uno dei due ci ha rimesso un paio di denti. La madre della vittima – Penelope (Jodie Foster), impegnata nello scrivere un libro sul Darfur, quasi in devozione con le sofferenze dell’Africa, convinta che la cultura sia il mezzo necessario per la pace sinonimo di felicità - vorrebbe risolvere il problema in maniera civile ma è anche quella più rigida , più formale, più infelice. C’è suo marito, Michael (John C. Reilly), venditore di maniglie e pentole; sembra quello più semplice e bonaccione, un po’ succube della moglie, ma è anche quello più cinico e naif. L’altra coppia è formata dalla broker finanziaria Nancy (Kate Winslet) formale, paziente e a sua volta un po’ succube di suo marito l’avvocato Alan (Christoph Waltz), ossessionato dal lavoro e dal suo cellulare che squilla in continuazione. Da due coppie civili e controllate si trasformano in quattro persone incivili, aggressive e frustrate. Dove saltano rapporti e affetti consolidati fino al silenzio distruttivo finale. Prima coppia contro coppia, poi donne contro gli uomini e nella parte finale ognuno da solo e per suo conto. E’ un racconto cinico e costruito con buona maestria, forse un po’ troppo ‘costruito’ e stilizzato, con un cast di grandi attori ben diretti ma senza picchi o ‘improvvisazioni’ coinvolgenti e con un montaggio sicuro e veloce nonostante la partenza un po’ lenta e niente sia davvero imprevedibile o sconvolgente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo visto Carnage regia di Roman Polanski.<br />
Quale “carneficina” si può oramai fare in un interno borghese del nostro Occidente? E se ci si prova, si può usare un linguaggio ‘borghese’ e un meccanismo perfetto altrettanto borghese? Roman Polanski sembra crederci o forse i critici e gli amanti del Cinema sembrano crederci ancora di più. Se volessimo essere pigri o un po’ banali scriveremmo: è una commedia vivace e intelligente in un interno borghese claustrofobico; oppure: una commedia dura e arrabbiata che affonda il coltello nel perbenismo borghese; o ancora: uno splendido gioco al massacro tra quattro borghesi forti e sicuri solo all’apparenza. Non sbaglieremmo in fondo a scriverlo ma ci metteremmo un po’ nei panni stessi dei protagonisti e parteciperemmo al ballo mascherato di questa società.<br />
Roman Polanski è indiscutibilmente un grandissimo regista, un ragazzo sveglio e intelligente di settantotto anni, forse non possiamo chiamarlo un maestro solo perché non ha realizzato un capolavoro tra i tantissimi e spesso grandi film che ha fatto (tra i quasi trenta film della sua filmografia ricordiamo: Il coltello nell’Acqua (1962), del periodo polacco; Cul-De-Sac (1966), del primo periodo francese; Rosemary’s Baby (1968) e Chinatown (1974) del periodo americano. Un regista iconoclasta, di genere, colto e alto, provocatorio e &#8211; perché no – antiborghese più per motivi esistenziali che non ‘politici’ (la madre morta in un campo di concentramento; lui, a otto anni, scappato dal ghetto di Cracovia; nel 1969, la banda Manson uccide la moglie all’ottavo mese di gravidanza e altri cinque amici nella sua villa ad Hollywood, nel 1977 è accusato di aver avuto un rapporto sessuale con una minorenne, subisce un processo e scappa in Francia e negli ultimi anni trascorre in Svizzera un anno tra carcere e arresti domiciliari per quell’antico fattaccio. Polanski ama e conserva dei debiti narrativi con un certo cinema americano, anni Cinquanta e Sessanta e in quanto ai suoi punti di riferimento potremmo citare l’anarchico Bunuel, il cupo Fritz Lang, il fantasmagorico Wilder; di ognuno di loro – ma trovando un suo spessore e una sua strada – ha preso qualcosa o ha qualcosa in comune: crede nella dissacrazione, nel pugno in faccia allo spettatore, nella rivolta ma più in chiave filosofica che non economica. Ha spesso infranto le convenzioni tentando di non farlo apparire troppo, e tutto questo lo possiamo trovare anche in questo suo ultimo film.  Purtroppo è la società, e la realtà che produce, che ha dissacrato talmente tutto che un qualsiasi film sembra inadeguato a scalfire quel muro di indifferenza, di cinismo e di disillusione che ci continua a far vivere e ci difende dalle delusioni incredibili.<br />
Carnage parte da una fortunata piece teatrale di Yasmina Reza ( pubblicata con il titolo Il dio del massacro da Piccola Biblioteca Adelphi), che è anche cosceneggiatrice del film; una trama semplice, da camera, con quattro personaggi – due coppie di quarantenni – che rappresentano gli stereotipi dei comportamenti politicamente corretti: l&#8217;idealista, il disilluso, il cinico, l&#8217;insoddisfatta. Un quadro sui borghesi di oggi e sul loro essere e apparire, dove la facciata è rigorosamente corretta e convenzionale, rispettosi delle regole sociali, tolleranti e civili fino a quando qualche bicchiere di whisky e qualche attrito personale non li fa esplodere e li mostra nel loro vero essere, individui soli, insoddisfatti, quasi selvaggi. La storia si svolge in un appartamento di New York e dura un mezzo pomeriggio, inizia con un accordo formale tra due coppie di borghesi che non si conoscevano prima e che sono venuti in contatto perché i loro due figli di dieci anni si sono picchiati al parco e uno dei due ci ha rimesso un paio di denti. La madre della vittima – Penelope (Jodie Foster), impegnata nello scrivere un libro sul Darfur, quasi in devozione con le sofferenze dell’Africa, convinta che la cultura sia il mezzo necessario per la pace sinonimo di felicità &#8211; vorrebbe risolvere il problema in maniera civile ma è anche quella più rigida , più formale, più infelice. C’è suo marito, Michael (John C. Reilly), venditore di maniglie e pentole; sembra quello più semplice e bonaccione, un po’ succube della moglie, ma è anche quello più cinico e naif. L’altra coppia è formata dalla broker finanziaria Nancy (Kate Winslet) formale, paziente e a sua volta un po’ succube di suo marito l’avvocato Alan (Christoph Waltz), ossessionato dal lavoro e dal suo cellulare che squilla in continuazione. Da due coppie civili e controllate si trasformano in quattro persone incivili, aggressive e frustrate. Dove saltano rapporti e affetti consolidati fino al silenzio distruttivo finale. Prima coppia contro coppia, poi donne contro gli uomini e nella parte finale ognuno da solo e per suo conto. E’ un racconto cinico e costruito con buona maestria, forse un po’ troppo ‘costruito’ e stilizzato, con un cast di grandi attori ben diretti ma senza picchi o ‘improvvisazioni’ coinvolgenti e con un montaggio sicuro e veloce nonostante la partenza un po’ lenta e niente sia davvero imprevedibile o sconvolgente.</p>
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		<title>
		Di: mariasole		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 11:22:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie per questo pezzo, Giuseppe. A me francamente questo film ha lasciato solo una parola in bocca, alla fine, e quella parola è: brutto. Brutto, scontato, semplificazioni alla Muccino. Certo molto pop. Molto &quot;amici di maria de filippi che pretendono di parlare di drammi umani&quot;, non riuscendoci. 
Come suggerisce Giuseppe: chi non l&#039;ha già fatto guardi Il nastro bianco. Quello sì, un film necessario.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie per questo pezzo, Giuseppe. A me francamente questo film ha lasciato solo una parola in bocca, alla fine, e quella parola è: brutto. Brutto, scontato, semplificazioni alla Muccino. Certo molto pop. Molto &#8220;amici di maria de filippi che pretendono di parlare di drammi umani&#8221;, non riuscendoci.<br />
Come suggerisce Giuseppe: chi non l&#8217;ha già fatto guardi Il nastro bianco. Quello sì, un film necessario.</p>
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		<title>
		Di: magda		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[magda]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 07:43:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Io ho fatto l&#039;errore di vederlo dopo aver visto la versione teatrale con Silvio Orlando:&quot; il Dio della carneficina&quot; E&#039; incredibile come un testo possa essere trasmesso in modo tanto diverso e interpretato così differentemente. La versione teatrale mi è piaciuta molto, perchè gli attori, con un Orlando strepitoso, sono riusciti proprio a rendere in maniera efficace e personale la schizofrenia, la paranoia, l&#039;isteria collettiva nella gestione della quotidianità, della familiarità forzata, della borghesia in piena crisi di nervi. L&#039;espressività, la caratterizzazione dei personaggi, la freschezza delle battute e la vivacità dei toni hanno davvero reso vivo un testo che Polasky uccide. Non si puo&#039; pretendere che il regista sia altro da se, e quindi si vede il film con rispetto ma senza compiacimento o esaltazione. Forse, per la mentalità necessaria, sarebbe andato meglio Woody Allen....più sarcastico e meno distaccatamente cinico. Non mi è piaciuto per niente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io ho fatto l&#8217;errore di vederlo dopo aver visto la versione teatrale con Silvio Orlando:&#8221; il Dio della carneficina&#8221; E&#8217; incredibile come un testo possa essere trasmesso in modo tanto diverso e interpretato così differentemente. La versione teatrale mi è piaciuta molto, perchè gli attori, con un Orlando strepitoso, sono riusciti proprio a rendere in maniera efficace e personale la schizofrenia, la paranoia, l&#8217;isteria collettiva nella gestione della quotidianità, della familiarità forzata, della borghesia in piena crisi di nervi. L&#8217;espressività, la caratterizzazione dei personaggi, la freschezza delle battute e la vivacità dei toni hanno davvero reso vivo un testo che Polasky uccide. Non si puo&#8217; pretendere che il regista sia altro da se, e quindi si vede il film con rispetto ma senza compiacimento o esaltazione. Forse, per la mentalità necessaria, sarebbe andato meglio Woody Allen&#8230;.più sarcastico e meno distaccatamente cinico. Non mi è piaciuto per niente.</p>
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		<title>
		Di: maurizio		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[maurizio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 18:54:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ops, ultima frase: Nell&#039;Universo, in fondo, l&#039;umano non è tutto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ops, ultima frase: Nell&#8217;Universo, in fondo, l&#8217;umano non è tutto.</p>
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		<title>
		Di: maurizio		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[maurizio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 17:55:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A distanza di oltre un secolo dalla morte di Ibsen, non sembra proprio possibile che in Carnage si intendesse rappresentare il trilionesimo interno borghese con annesse implicazioni sociologiche e psicologiche. Anche la faccenda del confronto destra/sinistra mi pare incidentale. Potrebbe Polanski aver scelto N.York solo perché ha visto nell&#039;immagine di quella città un Reale più puro di girone definitivamente approdato a una forma in qualche modo perfetta. I quattro protagonisti hanno tutto in comune: tengono famiglia, moglie, marito, un figlio, un telefono. Sono barricati e cementati all&#039;interno, privi di qualsiasi prospettiva, intarsiati ognuno al posto suo, al grado suo, nella più mirabile e, a quanto pare, imperfettibile delle società umane. Soggetti senza gerarchie dichiarate che lottano tuttavia per prevalere. Lo scontro dialettico (Ma che dialettica mai sarebbe questa? E&#039; piuttosto un&#039;esasperazione della chiacchiera, una lagolalia di scolarizzati a forza) non deriva dalle differenze, ma dall&#039;identitità. Scontri tra uguali, tra aventi diritto, scontri del tutto intraspecifici. Anche se partivano da presupposti diversi (poco diversi... ed è qui il punto), millantando un atteggiamento più cosciente, oppure affidandosi alle circostanze, alle convenzioni, sono entrati tutti e quattro nella Fabbrica a spron battuto, hanno procreato, e si ritrovano in compagnia di una donna orrida, di un uomo orrido, di un lavoro corrotto. Si direbbe dunque che ogni cosa dovrebbe filare a meraviglia, il castello di menzogne dovrebbe tenere, invece non tiene, perché fanno così fatica a sopportare le proprie di imposture che accettare per buone anche quelle degli altri sarebbe davvero superiore alle forze di chicchessìa. Sono esemplari scelti, anche se non proprio a caso, nella Massa; procedono a casaccio nella vita operando inconsistenti aggiustamenti in corso d&#039;opera, ma il loro carattettere è fissato, la loro palla è sparata senza una visione delle cose affidabile e recano ormai anche l&#039;impronta somatica della loro disciplina distorta. Mi pare che l&#039;operazione di Polanski sia del tipo di quelle di Hieronymus Bosch. Infatti è cinema. E andrebbe analizzata forse con gli strumenti della critica di quell&#039;arte, o meglio ancora a mani nude. I diavoli non si dividono in liberal o radical. Al suo tempo il messaggio di Bosch intimava di ravvedersi. Ma ravvedersi oggi significherebbe essere fatti in tutt&#039;altro modo: ravvedersi forse non è più possibile. I bambini e il criceto immagino che vogliano costituire una cornice di ossigeno. Infondo l&#039;umano non è tutto nell&#039;Universo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A distanza di oltre un secolo dalla morte di Ibsen, non sembra proprio possibile che in Carnage si intendesse rappresentare il trilionesimo interno borghese con annesse implicazioni sociologiche e psicologiche. Anche la faccenda del confronto destra/sinistra mi pare incidentale. Potrebbe Polanski aver scelto N.York solo perché ha visto nell&#8217;immagine di quella città un Reale più puro di girone definitivamente approdato a una forma in qualche modo perfetta. I quattro protagonisti hanno tutto in comune: tengono famiglia, moglie, marito, un figlio, un telefono. Sono barricati e cementati all&#8217;interno, privi di qualsiasi prospettiva, intarsiati ognuno al posto suo, al grado suo, nella più mirabile e, a quanto pare, imperfettibile delle società umane. Soggetti senza gerarchie dichiarate che lottano tuttavia per prevalere. Lo scontro dialettico (Ma che dialettica mai sarebbe questa? E&#8217; piuttosto un&#8217;esasperazione della chiacchiera, una lagolalia di scolarizzati a forza) non deriva dalle differenze, ma dall&#8217;identitità. Scontri tra uguali, tra aventi diritto, scontri del tutto intraspecifici. Anche se partivano da presupposti diversi (poco diversi&#8230; ed è qui il punto), millantando un atteggiamento più cosciente, oppure affidandosi alle circostanze, alle convenzioni, sono entrati tutti e quattro nella Fabbrica a spron battuto, hanno procreato, e si ritrovano in compagnia di una donna orrida, di un uomo orrido, di un lavoro corrotto. Si direbbe dunque che ogni cosa dovrebbe filare a meraviglia, il castello di menzogne dovrebbe tenere, invece non tiene, perché fanno così fatica a sopportare le proprie di imposture che accettare per buone anche quelle degli altri sarebbe davvero superiore alle forze di chicchessìa. Sono esemplari scelti, anche se non proprio a caso, nella Massa; procedono a casaccio nella vita operando inconsistenti aggiustamenti in corso d&#8217;opera, ma il loro carattettere è fissato, la loro palla è sparata senza una visione delle cose affidabile e recano ormai anche l&#8217;impronta somatica della loro disciplina distorta. Mi pare che l&#8217;operazione di Polanski sia del tipo di quelle di Hieronymus Bosch. Infatti è cinema. E andrebbe analizzata forse con gli strumenti della critica di quell&#8217;arte, o meglio ancora a mani nude. I diavoli non si dividono in liberal o radical. Al suo tempo il messaggio di Bosch intimava di ravvedersi. Ma ravvedersi oggi significherebbe essere fatti in tutt&#8217;altro modo: ravvedersi forse non è più possibile. I bambini e il criceto immagino che vogliano costituire una cornice di ossigeno. Infondo l&#8217;umano non è tutto nell&#8217;Universo.</p>
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		<title>
		Di: giuseppe zucco		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 21:46:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ lorenzo galbiati

mi sembra il minimo sindacale per chi partecipa a questo blog.

@ a francesco forlani

se hai tempo e voglia, mi piacerebbe proprio leggere una tua interpretazione/recensione del film: come ogni testo, anche questo non sfugge alla polisemia, ed è cosa buona e giusta che ad una visione delle cose se ne affianchi una opposta e contraria, o diversa e tangente. anche se il bello risiede nell&#039;argomentazione, non nel puro e semplice &quot;niet&quot;.

intanto ti lascio qui un altro commento al film che ho trovato nel blog di beppe sebaste:

http://beppesebaste.blogspot.com/2011/10/terraferma-carnage.html]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ lorenzo galbiati</p>
<p>mi sembra il minimo sindacale per chi partecipa a questo blog.</p>
<p>@ a francesco forlani</p>
<p>se hai tempo e voglia, mi piacerebbe proprio leggere una tua interpretazione/recensione del film: come ogni testo, anche questo non sfugge alla polisemia, ed è cosa buona e giusta che ad una visione delle cose se ne affianchi una opposta e contraria, o diversa e tangente. anche se il bello risiede nell&#8217;argomentazione, non nel puro e semplice &#8220;niet&#8221;.</p>
<p>intanto ti lascio qui un altro commento al film che ho trovato nel blog di beppe sebaste:</p>
<p><a href="http://beppesebaste.blogspot.com/2011/10/terraferma-carnage.html" rel="nofollow ugc">http://beppesebaste.blogspot.com/2011/10/terraferma-carnage.html</a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Pisacane		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Pisacane]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 16:49:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Carnage è uno dei film più prevedibili che abbia mai visto. La carne del lupo dietro la pelle dell&#039;uomo educato, il bandito e la bestia dietro il borghese educato e fintamente evoluto. Questo è quello che ti aspetti di vedere già all&#039;inizio del film, poco altro riesci a scorgere alla fine. Che sia un braccio di ferro tra progressisti e destrorsi, tra ottimisti benintenzionati e realisti disincantati, cristiani di buon cuore e cinici machiavellici, si sa come andrà a finire: con la consueta vittoria “dio del massacro”, del demone che svela la prevalenza della forza e la tollera, che vede il trionfo del lupo e l&#039;accetta, in certi casi lo imita. 

Chi gioca sporco ha la meglio, nella storia è sempre andata così, la guerra è l&#039;archè, che scoperta. Se il mondo è retto dagli squilibri della forza è meglio prevalere che soccombere, è meglio vincere che essere schiacciati; con buona pace di chi vagheggia estensioni della giustizia (o non confessa la natura coloniale di queste presunte estensioni). La specie umana si adatta in fretta a questa condizione generale, apprende le istruzioni del gioco e le applica, diventando lupo laddove trova agnelli. Come se il mondo non potesse mai virare drasticamente il suo movimento verso la giustizia (altro che approssimazione lenta verso i valori noumenici, vecchio Kant!), perchè il mondo non può che andare così, lo sanno tutti, Reza, Polansky e le signore sull&#039;autobus. E la stessa natura della sinistra (certo è facile se la dipingono così) sarebbe la destra. Addio all&#039;eticamente corretto, forse anche alla cultura (ennesimo riso del politicamente corrotto). 

Troppo facile, un tale pessimismo è una scorciatoia di chi non sa come uscire da un&#039;immaginaria aporia. Il finale poi mi ha lasciato un&#039;amarezza intollerabile. Sia quello interno, indicato solo dalla dichiarazione d&#039;infelicità delle due donne, sia quello, estremo finale, esterno, che vede il criceto ancora vivo e i due ragazzini che giocano insieme. Giocano insieme? Dopo tutto quello che è successo mi metti quell&#039;happy end assurdo? Si sono scannati per niente, tanto il ragazzino sfigurato perdona l&#039;altro senza tanti problemi? E dove finisce la satira graffiante della borghesia, di cui tutte le recensioni entusiastiche parlano? Ai bambini, alla natura animale (il criceto ancora vivo), all&#039;infanzia ancora non civilizzata e borghesizzata, la responsabilità di cambiare il corso delle cose?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Carnage è uno dei film più prevedibili che abbia mai visto. La carne del lupo dietro la pelle dell&#8217;uomo educato, il bandito e la bestia dietro il borghese educato e fintamente evoluto. Questo è quello che ti aspetti di vedere già all&#8217;inizio del film, poco altro riesci a scorgere alla fine. Che sia un braccio di ferro tra progressisti e destrorsi, tra ottimisti benintenzionati e realisti disincantati, cristiani di buon cuore e cinici machiavellici, si sa come andrà a finire: con la consueta vittoria “dio del massacro”, del demone che svela la prevalenza della forza e la tollera, che vede il trionfo del lupo e l&#8217;accetta, in certi casi lo imita. </p>
<p>Chi gioca sporco ha la meglio, nella storia è sempre andata così, la guerra è l&#8217;archè, che scoperta. Se il mondo è retto dagli squilibri della forza è meglio prevalere che soccombere, è meglio vincere che essere schiacciati; con buona pace di chi vagheggia estensioni della giustizia (o non confessa la natura coloniale di queste presunte estensioni). La specie umana si adatta in fretta a questa condizione generale, apprende le istruzioni del gioco e le applica, diventando lupo laddove trova agnelli. Come se il mondo non potesse mai virare drasticamente il suo movimento verso la giustizia (altro che approssimazione lenta verso i valori noumenici, vecchio Kant!), perchè il mondo non può che andare così, lo sanno tutti, Reza, Polansky e le signore sull&#8217;autobus. E la stessa natura della sinistra (certo è facile se la dipingono così) sarebbe la destra. Addio all&#8217;eticamente corretto, forse anche alla cultura (ennesimo riso del politicamente corrotto). </p>
<p>Troppo facile, un tale pessimismo è una scorciatoia di chi non sa come uscire da un&#8217;immaginaria aporia. Il finale poi mi ha lasciato un&#8217;amarezza intollerabile. Sia quello interno, indicato solo dalla dichiarazione d&#8217;infelicità delle due donne, sia quello, estremo finale, esterno, che vede il criceto ancora vivo e i due ragazzini che giocano insieme. Giocano insieme? Dopo tutto quello che è successo mi metti quell&#8217;happy end assurdo? Si sono scannati per niente, tanto il ragazzino sfigurato perdona l&#8217;altro senza tanti problemi? E dove finisce la satira graffiante della borghesia, di cui tutte le recensioni entusiastiche parlano? Ai bambini, alla natura animale (il criceto ancora vivo), all&#8217;infanzia ancora non civilizzata e borghesizzata, la responsabilità di cambiare il corso delle cose?</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: francesco forlani		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/#comment-158154</link>

		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 07:09:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Francamente credo che questa lettura non sia all&#039;altezza del film. Del resto se capita a dei grandi registi di sbagliare un&#039;opera trovo naturale che un &quot;osservatore&quot; possa aver sbagliato la prospettiva della propria visione. C&#039;è più mondo &quot;esterno&quot; in quel salone, tinello, salotto, che in tanti mondi raccontati da fuori dal nuovo cinema. Insomma, questa volta Zucco non ci ha preso. E Valentina nemmeno
effeffe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Francamente credo che questa lettura non sia all&#8217;altezza del film. Del resto se capita a dei grandi registi di sbagliare un&#8217;opera trovo naturale che un &#8220;osservatore&#8221; possa aver sbagliato la prospettiva della propria visione. C&#8217;è più mondo &#8220;esterno&#8221; in quel salone, tinello, salotto, che in tanti mondi raccontati da fuori dal nuovo cinema. Insomma, questa volta Zucco non ci ha preso. E Valentina nemmeno<br />
effeffe</p>
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		<title>
		Di: lorenzo galbiati		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/10/23/come-e-perche-nell%e2%80%99ultimo-paragrafo-si-capisce-quanto-cuore-di-tenebra-sia-molto-molto-meglio-di-carnage/#comment-158126</link>

		<dc:creator><![CDATA[lorenzo galbiati]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 22:56:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie a Giuseppe Zucco per la risposta, fa sempre piacere vedere l&#039;autore non sottrarsi al confronto e alle eventuali critiche di persone che non conosce. In questo caso, comunque, siamo vicini come interpretazione, anzi, la sua ha illuminato la mia, il perché il film non mi abbia entusiasmato a livello intellettuale benché mi abbia, a differenza sua, tutto sommato divertito e soddisfatto. Concordo molto sul finale parossistico in sostanza senza argomenti. Concordo anche con l&#039;ultimo commentatore, sembra un esercizio di stile questo film e io l&#039;ho apprezzato più per la scrittura e la recitazione che altro, e al termine il mio pensiero è stato che sarebbe stato meglio vederlo come uno spettacolo teatrale. Non ho visto il Nastro bianco, rimedierò.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie a Giuseppe Zucco per la risposta, fa sempre piacere vedere l&#8217;autore non sottrarsi al confronto e alle eventuali critiche di persone che non conosce. In questo caso, comunque, siamo vicini come interpretazione, anzi, la sua ha illuminato la mia, il perché il film non mi abbia entusiasmato a livello intellettuale benché mi abbia, a differenza sua, tutto sommato divertito e soddisfatto. Concordo molto sul finale parossistico in sostanza senza argomenti. Concordo anche con l&#8217;ultimo commentatore, sembra un esercizio di stile questo film e io l&#8217;ho apprezzato più per la scrittura e la recitazione che altro, e al termine il mio pensiero è stato che sarebbe stato meglio vederlo come uno spettacolo teatrale. Non ho visto il Nastro bianco, rimedierò.</p>
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