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Nuovi autismi 14 – Gli scrittori

di Giacomo Sartori

Gli scrittori sono dei gran bastardi e dei figli di buona donna, è risaputo. Se c’è una categoria che estrinseca gli istinti più bassi e l’intera nefandezza della specie umana, è proprio quella. Subito dopo i perpetratori di genocidi e i serial killer e gli stupratori di minorenni, vengono loro. Uno scrittore per definizione cova con tetra cupidigia il proprio successo immediato, o se va bene la gloria futura, e di tutto il resto non gli importa niente di niente. O meglio, per il successo immediato o la gloria futura è pronto a vendersi la madre, a recidere le carotidi delle sorelle, a pugnalare in piena pancia i figlioli. I familiari e gli amici più cari attorno a lui possono patire atroci dolori, dissanguarsi, suicidarsi, tutto ciò per lui è solo una inopportuna seccatura, un’enorme perdita di tempo. Quello che gli preme è poter tornare a scrivere senza che nessuno gli rompa l’anima, o anche solo andare a verificare l’andamento delle vendite dei suoi libri. I familiari e gli amici più cari sono per lui limoni da spremersi fino a che non rimane più nemmeno la buccia, perché nei suoi libri qualcosa deve pur metterci, e il materiale che ha sottomano è quello. Per uno scrittore un bambino che piange è solo una fonte come un’altra di inquinamento acustico, un vecchio che suppura un’immagine che può tornare utile, una carneficina raccapricciante una simpatica idea suscettibile di fornire una riuscita paginetta. Non sto dicendo naturalmente che i grandi scrittori, che sono notoriamente molto rari, non abbiano cuore, perché anzi ne hanno uno grandissimo, davvero enorme, spesso al servizio di una palpitantissima sensibilità, altrimenti non sarebbero imponenti scrittori, solo che tutto il loro immenso cuore finisce stampato nelle pagine, e per la vita di tutti i giorni non rimane più niente. Nella loro vita quello che conta è occuparsi del parto e del destino dei propri scritti, a costo di qualsiasi cedimento e compromesso, qualsiasi infedeltà. I più volonterosi provano un pochino a conformarsi, almeno per quanto riguarda le apparenze, fingono insomma di vivere, gli altri non ci provano nemmeno. Spesso ai famigliari e agli amici non resta appunto che sopprimersi, come dimostra l’altissimo tasso di suicidi tra i figli degli eccelsi scrittori. Io me ne sono accorto subito: il primo romanziere che ho conosciuto, che aveva un naso da uccello rapace e occhiali da ipermetrope, mentre preparavo la tavola in giardino ha inchiodato mia moglie in cucina, a freddo, e cincischiando con il suo naso e i suoi occhiali da ipermetrope ha cercato di baciarla appassionatamente. Certo se non fossi arrivato per prendere la carbonella l’avrebbe stuprata e forse anche trucidata. Per fortuna mia moglie non me l’ha detto subito, altrimenti lo avrei arrostito assieme alle salsicce, lui e il suo naso. Il secondo scrittore che ho conosciuto mi ha rubato i calzoni. Saltando addosso alla vicina di tavolo, che questa volta per fortuna non era mia moglie, si era fatto una vistosa macchia sui suoi, e io ho commesso la leggerezza di proporgli di prestargliene un paio, visto che avevo a portata di mano il mio borsone: più rivisti. Il terzo, noto per i suoi scritti pessimisti e nichilisti, martirizzava l’eroica moglie che lo manteneva e lo accudiva giorno e notte e gli instillava le idee per i suoi libri, umiliandola e dileggiandola in pubblico. Ma è inutile continuare, sono cose risapute. Quello che si dice meno è forse quanto gli scrittori siano invidiosi uno dell’altro: quando si parlano stringono gli occhi per carpirsi vicendevolmente informazioni, e soffrono orrendamente appena fiutano sentore di successo altrui. Se a uno gli va bene l’altro sfrigola di invidia, e dall’invidia che prova lo stecchirebbe seduta stante, se solo servisse a qualcosa, e non a aumentare ancora la sua notorietà. Ma non bisogna pensare che sia solo un effetto del cinismo dei tempi, o della mondializzazione letteraria: è sempre stato così, e probabilmente sarà sempre così. Pare che già gli scribi egiziani si girassero alla larga uno dall’altro, e quando ciò non accadeva venissero quasi sempre alle mani, come due galli nello stesso pollaio. Del resto non bisogna immaginarsi eroiche e ardimentose tenzoni, più spesso si tratta piuttosto di meschinità da asilo di infanzia. Una volta per esempio sono stato invitato a una televisione belga assieme a una scrittrice ispanofona mondialmente famosa. Prima della trasmissione la scrittrice ispanofona mondialmente famosa mi parlava con beccheggiamenti concitati del capo e sorrisi di bambina piccola, a dispetto dell’età avanzata: chiaramente era assai agitata, e le faceva bene parlare con me, voleva che la rassicurassi, come succede appunto agli scolari prima di un compito in classe. Mi sembrava evidente che le stavo proprio simpatico. Poi però durante tutta la trasmissione televisiva ha parlato solo lei, senza più alcuna trepidazione, e anche il presentatore sembrava ritenere normale che pontificasse da sola, vista la sua fama mondiale. Mettendo lì tra le altre cose un paio di considerazioni sul Belgio che le avevo insinuato io. Il mattino dopo l’ho incrociata nella hall dell’hotel, e mi ha guardato come si guardano le persone che proprio non ci si ricorda chi sono. Se uno scrittore mi propone di mangiare assieme, o insomma manifesta qualche segno di amicizia, io faccio finta di non cogliere. Dico che ho un impegno urgente, o che il mio gatto sta un po’ male, e me la do a gambe. E a scanso di equivoci dopo i dibattiti me la squaglio senza salutare nessuno. Soprattutto quando si tratta di buoni scrittori: tra quelli mediocri o pessimi invece qualche residua briciola di umanità talvolta la si può ritrovare, cercando bene. Non saprei dire però se sono peggio gli scrittorini di provincia o gli scrittori conosciuti. I piccoli scrittorini hanno il vizio di appiopparti i loro scritti illeggibili, ma la loro vanità ha un qualcosa di intonso e adamantino, di innocente, di arcaico: per certi versi è struggente. Quelli conosciuti invece ti guatano con occhi di ghiaccio, stremati in realtà dallo sforzo di dover nascondere la sete di indizi di encomio e riconoscimento, dei quali hanno bisogno come i pesci dell’acqua. Gli scrittori che hanno finalmente conseguito il successo che anelavano consumano le loro esistenze andando in giro a presentarsi a destra e a manca. Scendono dal treno o dall’aereo e si recano nella biblioteca o nella sala dove si svolgerà la presentazione, ascoltano con una espressione di sofferta modestia i complimenti del presentatore, con parole concentrate spiegano alle anziane signore presenti perché hanno scritto quel libro e cosa vuol dire, rispondono con pause pregnanti e occhi condiscendenti a qualche domanda che non c’entra niente con quello che hanno detto e con il libro, firmano le copie di chi decide di comprarlo, vanno a cena con gli organizzatori, i quali cercano di appioppargli i loro dattiloscritti, ascoltano querimonie riguardanti il taglio dei fondi destinati alla cultura o altre beghe locali, si fanno riaccompagnare in albergo, dove solo di rado amoreggiano con un occhialuto addetto culturale. Poi il giorno dopo riproducono la stessa farsa in un’altra città: ascoltano con l’identica faccia crocefissa altri complimenti, spiegano di nuovo ad altre anziane signore perché hanno scritto quel libro e cosa vuol dire, rispondono a altre domande che non si sa da dove cavolo saltino fuori, firmano altre copie con le stesse dediche, ascoltano analoghe lamentele e invettive da analoghi organizzatori, intascano analoghi libri pubblicati a proprie spese e analoghi manoscritti. A forza di frullare a questo modo molti scrittori finiscono per pensare che il mondo sia quello, lo si capisce dai loro nuovi testi. Pochissimi altri continuano invece a infilare imperterriti le loro perle sulla carta, ma non si capisce che rapporto abbiano queste ultime con le loro mimiche opache dietro ai microfoni, con quelle loro parole tese e approssimate, con quella loro malinconica urgenza di manifestarsi in pubblico. Ma stiamo parlando degli scrittori realizzati, i pochi fortunati. La maggior parte macerano piuttosto a fuoco lento nelle frustrazioni, accumulando risentimenti e asti, anelando riconoscimenti che mai potranno essere bastevoli, e soprattutto sfogando sui loro prossimi le rabbie e gli inappagamenti. E senz’altro andrebbero pensate delle norme legali per tutelare questi poveri innocenti, andrebbero previste delle strutture di aiuto e sostegno.

(Immagine: E. Nolde, “Pferd”, xilografia, 15,2 x 10,4 cm, 1910)

 

41 COMMENTS

  1. Bellissimo, vero, terribile. Ma ci sono anche scrittori generosi, molto, ammirati dal talento altrui. pochi, generalmente donne. Grazie per questo articolo che diffonderò con piacere (non sono invidiosa del talento altrui, mi rimane del cuore, forse perché sono pessima?).

  2. Non sono granché d’accordo. Lo stereotipo descritto è a tratti sconfortante. Avete mai sentito parlare Ammaniti?, è il contrario di tutta ‘sta roba, per quanto sia uno degli scrittori “di successo” di cui si parla.

    Inoltre, se qualcuno vuole mirare al successo non deve certo puntare alla scrittura: con la scrittura non si diventa nessuno. La gente non ti riconosce per strada. Quanti saprebbero riconoscere un Ammaniti? Non tanti, a parte gli appassionati.

    A me, personalmente, soddisfa di gran lunga più la fase creativa di quella distributiva. A me piace scrivere, non arrivare. Se poi c’è qualche complimento ben venga, ma leggere “che bello” sui commenti di un post o ricevere una mail ammirata di qualche lettore è una sensazione neanche lontanamente paragonabile al momento in cui ti trovi davanti semplicemente al tuo bel libro finito stampato su fogliacci A4 e dire: “l’ho creato io.”

    C’è un punto che in qualche modo condivido, ma non nel modo in cui è scritto: non è che una carneficina è “una simpatica idea suscettibile di fornire una riuscita paginetta”. È che lo scrittore, come qualsiasi altro artista, tende a leggere la realtà sottoforma d’arte. Ma questo lo fanno tutti: musicisti, registi, scrittori.

    Scrivere su una pagina non vuol dire privare il resto della vita di quelle sensazioni. Vuol dire imprimerle da qualche parte, usando un linguaggio che normalmente non saresti in grado o semplicemente non vorresti usare.

    La cosa che meno emerge è che gli scrittori (nella cui categoria io personalmente non mi inserisco, perché le mie primarie attività sono altre, e i miei hobby mi soddisfano proprio in quanto hobby e non attività vere e proprie) sono persone. Per quanto sgangherate, ciniche, maldestre e bastarde.

    Sono persone, tutto qua, con i loro pregi e difetti.

  3. Chissà perché si deve infierire, sempre, sugli scrittori. O, magari, sugli insegnanti. Perché non farlo con cantanti, rockstars, attori… generalmente assai più osannati e dall’ego più enfiato e, soprattutto, risolto? Perchè questo narcisismo alla rovescia?

  4. Forse perché in Italia lo scrittore viene considerato uno sfigato o un matto a parte i 3-4 che veramente campo di scrittura?

    E allora perché gli scrittori sono tanto invidiati???

  5. E allora perché gli scrittori sono tanto invidiati???

    Questa è la ur-domanda, Fernando.

  6. “Quelli conosciuti invece ti guatano con occhi di ghiaccio, stremati in realtà dallo sforzo di dover nascondere la sete di indizi di encomio e riconoscimento, dei quali hanno bisogno come i pesci dell’acqua.”

    Lo scrittore che parla del suo ambiente è uno dei topos irresistibili della letteratura, a trattarlo bene, almeno dai romani in poi. Nel genere, eccelsi Bukowski, Brautigan e anche Bolano. Ma pure Sartori, in piena forma qui.

  7. Come scritto è notevole. Mi sono divertito e ritrovato.
    Avrei voluto scrivere uno dei vostri commenti, tipo, e le altre categorie allora?, oppure, alla fine gli scrittori sono persone come tutti gli altri.
    Andiamo oltre. Perché questo scenario è così realistico?
    Due impressioni.
    Sistemica: c’è spazio per pochi, il mercato non consente (come nella musica ad esempio) soddisfazioni (economiche) per tutti. Il mercato (non solo nella scrittura sia chiaro) impone la concorrenza, quindi, tutto l’insieme delle emozioni sempre più spesso negative: indivia in primis.
    Individuale: c’è una cosa che spesso mi domando quando leggo le opere altrui (lo dico in totale franchezza, anche qui voglio essere molto chiaro), questa cosa è: ma come mai questo ha avuto successo e io no? Nel mio caso, la domanda viene fuori dalla mia semi-ignoranza, dalla mia incapacità di valutare il lavoro degli altri. Più in generale (ossia per gli esperti), mi pare manchi umiltà, solidarietà, e uno spirito critico libero dalle pulsioni individualiste così necessarie per la scrittura stessa.

  8. Anch’io mi sono divertito, ma non mi sono ritrovato… Vuol dire che non sono uno scrittore? No, vi prego! Non potrei sopportarlo! Io SONO uno scrittore!

    • sì, sì, Harzie, SEI uno scrittore (non trovo un segno per esprimere il “pat-pat” sulle spalle), SIAMO TUTTI dei BRAVISSIMI scrittori, i MIGLIORI, non piangere!

  9. articolo grottescamente divertente e, parzialmente,condivisibile – si tratta della mia opinione naturalmente, non di oro colato –
    Lo scrittore è un artista e, come molti artisti, fortemente narcisista. Generalmente baciato da una spiccata “sensibilità” (gioie -poco- e dolori degli altri lo ispirano)ma il tutto finisce sempre con l’essere ego riferito: io , io e ancora io e l’altro si riduce ad essere il nemico, il possibile sostituto tra le mani del lettore.
    Ma comunque per loro provo pittosto tenerezza che non rabbia, sono mediamente così fragili; se solo provi a esprimere una velata critica al loro bambino rischi di venir ucciso da strali di curaro lanciati dagli occhi. Sembrano me quando invito a cena gli amici e uno di loro dimentica di sdilinquirsi in complimenti per la mia bravura!Non si è reso conto di quanto impegno mi è costato andare a fare la spesa, trovare le cose giuste, cucinare a regola d’arte innovando un pochino ogni volta e… ripulire la cucina prima del loro arrivo? Ingrato!
    Ma dallo scrittore, dall’intellettuale ci aspettiamo un comportamento più maturo più consono al suo sapere, che ne so, più equilibrato; ed è proprio scoprire che sono primedonne intriganti e un pochino meschine che ci fa arrabbiare, forse li avevamo un filo mitizzati?

  10. C’è un che di consolante in tutto questo:
    sì, gli scrittori, quanto son meschini,
    quanto sono fottuti dal demonio
    del successo, quanto sono SCRITTORI.
    E poi tra loro c’è il grande scrittore:
    tra i carpentieri trovi forse il grande
    carpentiere? Loro non son scrittori,
    rimangono persone, poveracci.
    Eh sì, che lo scrittore è qualcos’altro:
    è brutto, sporco, puzza, ma è scrittore,
    è un cazzo di fighetto, ma è scrittore,
    perchè lui scrive e scrivere è importante.
    Perchè chi scrive da un senso alle cose,
    diversamente da chi lava i piatti,
    da chi impila i bei libri sui bancali,
    oppure le cassette di verdura.
    Se scrivere è un lavoro o un sacerdozio,
    si preferisca l’ozio o il mendicare,
    su, su, che non è poi così importante:
    e cazzo, lasciatevi divertire!

  11. Divertente, grottesca e paradossale questa pagina, anche se in certi frangenti indugia sul lato meno ironico dello stereotipo: ormai il successo di vendita (a voler escludere tipologie ben precise) credo appartenga più all’archeologia del settore che altro. Non così l’ossessione nei confronti dello stesso, come appare chiaro anche dal “nuovo autismo” di Sartori.

  12. anna, cosa aspetti ad invitarmi a cena?

    undadoaventifacce: io, a dir la verità, ne ho conosciuti di grandi carpentieri.

  13. Di persona io conosco solo uno scrittore e mi pare un bravo ragazzo. Riguardo altri, che conosco più da lontano, aggiungerei al campionario comportamentale proposto da Sartori:
    – gli autoironici, quelli che fanno finta di non prendersi sul serio ma guai a non considerare qualsiasi loro parola più preziosa di una valutazione di rating di Moody’s sulle prospettive di Apple e Google
    – i perennemente ispirati, quelli che girano con un cordone ombelicale perennemente e saldamente connesso alla poesia, che producono a tempo pieno zuccherose e ispiratissime banalità buoniste con il tono oracolare di un analista di Standard & Poor che si esprime sul debito sovrano USA e CEE
    – quelli simpatici, che si esprimono con la diligenza di un analista un po’ sfigato di Ficht confinato a dare il rating al debito sovrano macedone e che ripetono a ogni occasione la solita litania, essendo attenti più che altro al differente rimbombo del suono della loro voce in ogni sala in cui si trovano a parlare

  14. Spero però che lo sappiate tutti, che il romanzo migliore sull’invidia degli scrittori è uscito dalla penna di Martin Amis (prima della decadenza), e s’intitola “L’informazione”. Biondillo! Sartori! Non ditemi che non lo avete letto! E per chi è appassionato del topos, lettura altamente consigliata.

    • Inglese, sai benissimo che in questo periodo leggo solo Fabio Volo,che del resto mi hai prestato tu (anche se mi avevi pregato di non dirlo a nessuno: quindi prego di non dirlo a nessuno), cosa mi proponi Amis a fare? e Biondillo legge solo gialli, lo sanno tutti, e lo ribadisce sempre lui stesso, quindi anche in questo caso …

      • Da quando Volo fa uso della scrittura automatica e del monologo interiore, i suoi romanzi sono davvero avvincenti.

        Comunque anch’io voglio testimoniare come altri commentatori hanno fatto. Un mese fa ho visto uno scrittore famoso raccogliere un uccellino caduto dal nido. E quello stesso giorno, sempre con i miei occhi, ho visto uno scrittore semisconosciuto aiutare una vecchietta ad attraversare la strada. Certo, io personalmente sono una carogna, gli uccellini caduti li metto nel micronde e alle vecchiette suggerisco di attraversare sempre nelle rotonde più infernali ad otto sbocchi, ma non è detto che questo valga per tutti gli scrittori, siano essi semisconosciuti o universalmente popolari.

        • Secondo me quegli scrittori non volevano affatto salvare l’uccellino o aiutare la vecchietta, cercavano solo lo spunto per una storia in cui uno scrittore, noto per essere un carognone egoista, si scopre capace di compiere azioni di generosità gratuita. Mai fidarsi.

  15. Per riuscire divertente la satira deve di necessità poggiare sugli stereotipi, qui indovinati.
    Ovviamente non mi riconosco: sono un’esordiente attempata, non una scrittrice “vera”. Mi chiedevo piuttosto se la qualifica si attagli ai soli che di scrittura vivono in toto: al netto, intendo, di scuole creative, conferenze, comparsate varie. Pare infatti che di scrittori “puri” il numero sia tanto esiguo da non consentire l’iscrizione in categorie. Di ognuno, rara avis, bisognerebbe dunque parlare singolarmente.

  16. Daccordo, credo di aver capito. Fatevi avanti e chi non ha scritto (non dico pubblicato) nessun romanzo-racconto-saggio .. alzi la mano.
    La mia è ben protesa e felicemente salutante, e di voi che mi dite?
    Allarghiamo il giro altrimenti si soffoca. Mi appello ai lettori, che idea- esperienza avete dei vostri beniamini?
    Non è che questi siti sono frequentati solo da “addetti al settore”?

    Leggermente sadica tortura per Biondillo:
    Menu di questa sera: risotto ai funghi (sembrerà banale ma che ne dite se il brodo è quello vero, dove manzo, gallina, lingua e ginocchio + verdure adeguate hanno sobbolito per 3 ore e mezza – questa volto ho aggiunto anche 2 foglie di alloro e un chiodo di garofano-) e costolette di agnello. Speriamo solo che portino il vino giusto… altrimenti mi arrabbio

    • meglio avere “beniamini” scrittori morti da un centinaio d’ anni e già dunque immuni dagli influssi venefici della categoria scrittori che beniamini vivi a cui fare le intime pulci avendo paura di prendersi le stesse pulci. il pezzo è simpatico butta tutti gli scrittori con amabilità nel calderone – si aspetta qualche riflessione sugli scrittori masochisti non figli di buona donna ma magari figli di femmina tutta casa e chiesa con il buco nella veste da notte: non lo fo per piacer mio ma per far piacerere a Dio… ops… pardon! allo scrittore.

      e poi quoto virginia per la linearità e ragionevolezza, che condivido.
      un saluto.
      paola

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