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	Commenti a: Sull&#8217;editoria di genere (in entrambi i sensi)	</title>
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		<title>
		Di: Giuseppe Genna		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Genna]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jun 2012 11:05:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un&#039;oltranza circa il &quot;genere rosa&quot;, riprendendo le riflessioni di Helena: http://www.giugenna.com/2012/06/08/la-poetica-di-tutti-i-generi-il-genere-rosa/]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un&#8217;oltranza circa il &#8220;genere rosa&#8221;, riprendendo le riflessioni di Helena: <a href="http://www.giugenna.com/2012/06/08/la-poetica-di-tutti-i-generi-il-genere-rosa/" rel="nofollow ugc">http://www.giugenna.com/2012/06/08/la-poetica-di-tutti-i-generi-il-genere-rosa/</a></p>
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		<title>
		Di: La poetica di tutti i generi: il genere rosa &#124; GIUSEPPE GENNA		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[La poetica di tutti i generi: il genere rosa &#124; GIUSEPPE GENNA]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jun 2012 11:04:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] Le riflessioni che Helena Janeczek ha pubblicato su Nazione Indiana non costituiscono soltanto la più recente esposizione di una strana trasformazione che i discorsi degli scrittori hanno manifestato &#8211; e cioè lo slittamento dalla teoria o dalla critica emblematica o dal confronto tra poetiche e testi alla pura sociologia della letteratura, con disquisizioni intorno a formati, processi industriali, trasformazioni delle piattaforme post-Gutenberg, ricerca delle identità e ipotesi sui gusti dei lettori. Il ragionamento di Janeczek, oltre a risultare ficcante denuncia civile in forma di constatazione acuta e fenomenologia che in una civiltà normale si definirebbe drammatica. Poiché non ci si trova in una civiltà normale, anche il discorso di Janeczek non appare normale: esso è ambiguo, poiché tramite la fenomenologia editoriale richiama alla responsabilità del confronto sulle poetiche di genere, che il primo decennio del XXI secolo, almeno in Italia, ha vaporizzato, forse esaurendo definitivamente l&#8217;idea stessa di poetica di genere nel momento in cui manda in produzione seriale la prassi di genere. Ciò che viene richiamato, nella denuncia dell&#8217;autrice de Le rondini di Montecassino, è tuttavia il genere rosa, che ha una storia complessa e internazionale &#8211; ovviamente manifestando una congerie di reazioni nazionali, in termini di penetrazione nell&#8217;immaginario collettivo nazionale, nozione che si poteva tranquillamente adottare in quella che vorrei definire del tutto idiosincraticamente &#8220;la mia modernità&#8221;. L&#8217;autrice di genere rosa Barbara Cartland è la quinta più prolifica autrice di successo del XX secolo. La sua biografia coincide totalmente con il XX secolo: è nata nel 1901 ed è morta nel 2000. Ha pubblicato 722 titoli, addirittura 23 in un medesimo anno, il che le è valso un posto nel Guinness dei primati. Le toccò subire una censura statale per un dramma teatrale, agli esordi, quando già era divenuta famosa per un romanzo che oggi si definirebbe thriller. Fu prefata da Churchill. Il genere rosa, di cui Cartland è fondatrice ed esauritrice, è tutto il Novecento letterario, nei termini delle poetiche di genere, fatta esclusione per la fantascienza, che però ha in Isaac Asimov l&#8217;autore più prolifico di successo in assoluto del secolo passato (un soffio di pagine sopra Simenon). Il Novecento romanzesco è, nei generi, rosa e fantascienza. E&#8217; l&#8217;immaginario occidentale, dell&#8217;industria culturale di massa, che disegna il sogno borghese di un passato emotivizzabile a piacere e quindi onirizzato nelle sue configurazioni, ma anche di un futuro che continua a risultare scommessa omerica a oggi, forse non più nelle modalità della science fiction che ci si attenderebbe nei libri e nelle altre opere di immaginario (per i cultori, ci si ferma a Battlestar Galactica, quanto a serial tv: trasmessa fino al 2009, è una ripresa di una serie prodotta un quarto di secolo prima). All&#8217;interno della produzione di genere rosa, così come in quella fantascientifica, si trova tutto il genere storico che il secolo eredita nella forma datane da Hugo e Dumas, più che da Balzac. Volumetti o tomi che vengono letti a centinaia di migliaia vengono ambientati durante la Guerra di Secessione, in frangenti western, in location esoticamente europee, in discronie che sono accettabili dall&#8217;immaginario delle mad woman, fino al postfemminismo. Il rovescio di questa medaglia, la quale ha un valore monetario del tutto sociologico, è costituito dalla massa di &#8220;pubblico femminile&#8221; (come negli Ottanta del Novecento lo si definiva) che legge Stephen King in massa: un fantastico inquietante, addirittura orrorifico. La medaglia è però la stessa: l&#8217;ideologia del piacere di affrontamento dell&#8217;inconscio sta a fianco del piacere del sogno di una storia romantica. La distopia è l&#8217;altra faccia non dell&#8217;utopia, bensì dell&#8217;evasione dalla realtà se e solo se l&#8217;evasione conduce a un parallelo della stessa realtà. L&#8217;utopia non esiste. All&#8217;interno del genere rosa e del suo gemello fantascientifico, intendo, si condensano tutti i generi e le micropoetiche che hanno interessato o preoccupato le restanze attuali dell&#8217;attività critica letteraria, ideologica o meno. Si evidenzia qui che il punto cieco della critica è la qualità e la quantità di immaginario veicolato in un secolo che, fino a ora, è stato rivisto sotto altre e forse più nobili prospettive, cioè quelle dell&#8217;inoltramento stilistico totale in un tempo capitalista occidentale.  Bookmark on Delicious Digg this post Recommend on Facebook Share on Linkedin Tweet about it Subscribe to the comments on this post            Search [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] Le riflessioni che Helena Janeczek ha pubblicato su Nazione Indiana non costituiscono soltanto la più recente esposizione di una strana trasformazione che i discorsi degli scrittori hanno manifestato &#8211; e cioè lo slittamento dalla teoria o dalla critica emblematica o dal confronto tra poetiche e testi alla pura sociologia della letteratura, con disquisizioni intorno a formati, processi industriali, trasformazioni delle piattaforme post-Gutenberg, ricerca delle identità e ipotesi sui gusti dei lettori. Il ragionamento di Janeczek, oltre a risultare ficcante denuncia civile in forma di constatazione acuta e fenomenologia che in una civiltà normale si definirebbe drammatica. Poiché non ci si trova in una civiltà normale, anche il discorso di Janeczek non appare normale: esso è ambiguo, poiché tramite la fenomenologia editoriale richiama alla responsabilità del confronto sulle poetiche di genere, che il primo decennio del XXI secolo, almeno in Italia, ha vaporizzato, forse esaurendo definitivamente l&#8217;idea stessa di poetica di genere nel momento in cui manda in produzione seriale la prassi di genere. Ciò che viene richiamato, nella denuncia dell&#8217;autrice de Le rondini di Montecassino, è tuttavia il genere rosa, che ha una storia complessa e internazionale &#8211; ovviamente manifestando una congerie di reazioni nazionali, in termini di penetrazione nell&#8217;immaginario collettivo nazionale, nozione che si poteva tranquillamente adottare in quella che vorrei definire del tutto idiosincraticamente &#8220;la mia modernità&#8221;. L&#8217;autrice di genere rosa Barbara Cartland è la quinta più prolifica autrice di successo del XX secolo. La sua biografia coincide totalmente con il XX secolo: è nata nel 1901 ed è morta nel 2000. Ha pubblicato 722 titoli, addirittura 23 in un medesimo anno, il che le è valso un posto nel Guinness dei primati. Le toccò subire una censura statale per un dramma teatrale, agli esordi, quando già era divenuta famosa per un romanzo che oggi si definirebbe thriller. Fu prefata da Churchill. Il genere rosa, di cui Cartland è fondatrice ed esauritrice, è tutto il Novecento letterario, nei termini delle poetiche di genere, fatta esclusione per la fantascienza, che però ha in Isaac Asimov l&#8217;autore più prolifico di successo in assoluto del secolo passato (un soffio di pagine sopra Simenon). Il Novecento romanzesco è, nei generi, rosa e fantascienza. E&#8217; l&#8217;immaginario occidentale, dell&#8217;industria culturale di massa, che disegna il sogno borghese di un passato emotivizzabile a piacere e quindi onirizzato nelle sue configurazioni, ma anche di un futuro che continua a risultare scommessa omerica a oggi, forse non più nelle modalità della science fiction che ci si attenderebbe nei libri e nelle altre opere di immaginario (per i cultori, ci si ferma a Battlestar Galactica, quanto a serial tv: trasmessa fino al 2009, è una ripresa di una serie prodotta un quarto di secolo prima). All&#8217;interno della produzione di genere rosa, così come in quella fantascientifica, si trova tutto il genere storico che il secolo eredita nella forma datane da Hugo e Dumas, più che da Balzac. Volumetti o tomi che vengono letti a centinaia di migliaia vengono ambientati durante la Guerra di Secessione, in frangenti western, in location esoticamente europee, in discronie che sono accettabili dall&#8217;immaginario delle mad woman, fino al postfemminismo. Il rovescio di questa medaglia, la quale ha un valore monetario del tutto sociologico, è costituito dalla massa di &#8220;pubblico femminile&#8221; (come negli Ottanta del Novecento lo si definiva) che legge Stephen King in massa: un fantastico inquietante, addirittura orrorifico. La medaglia è però la stessa: l&#8217;ideologia del piacere di affrontamento dell&#8217;inconscio sta a fianco del piacere del sogno di una storia romantica. La distopia è l&#8217;altra faccia non dell&#8217;utopia, bensì dell&#8217;evasione dalla realtà se e solo se l&#8217;evasione conduce a un parallelo della stessa realtà. L&#8217;utopia non esiste. All&#8217;interno del genere rosa e del suo gemello fantascientifico, intendo, si condensano tutti i generi e le micropoetiche che hanno interessato o preoccupato le restanze attuali dell&#8217;attività critica letteraria, ideologica o meno. Si evidenzia qui che il punto cieco della critica è la qualità e la quantità di immaginario veicolato in un secolo che, fino a ora, è stato rivisto sotto altre e forse più nobili prospettive, cioè quelle dell&#8217;inoltramento stilistico totale in un tempo capitalista occidentale.  Bookmark on Delicious Digg this post Recommend on Facebook Share on Linkedin Tweet about it Subscribe to the comments on this post            Search [&#8230;]</p>
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		<title>
		Di: Francesca Diano		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/06/04/sulleditoria-di-genere-in-entrambi-i-sensi/#comment-167372</link>

		<dc:creator><![CDATA[Francesca Diano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jun 2012 21:10:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un&#039;analisi lucida e tagliente (anzi, ancora troppo educata) di quella che è la situazione in Italia. Ho collaborato per dieci anni con un editore che sforna titoli a iosa e ambirebbe (oh se ambirebbe) porsi come Punto di Riferimento di Cultura e Letteratura ma non si eleva, in realtà, dal livello di una mediocre qualità dei suoi autori, con  rarissime eccezioni. Il criterio con cui, soprattutto negli ultimi anni, li sceglie, è esattamente quello indicato da Helena, facendo passare per opere di grande letteratura romanzetti mediocri ma ben confezionati e per il 90% tradotti dall&#039;inglese. All&#039;inizio la cosa mi meravigliava, perché ben vedevo come la maggior parte di quegli autori, soprattutto le donne, nei paesi d&#039;origine erano né più né meno che autrici di romanzi &quot;rosa&quot; e tali erano le opere fatte passare per &quot;letteratura&quot;. L&#039;idea che mi sono fatta però non è tanto quella di &quot;nobilitare&quot; la qualità e il livello del testo perché il lettore si sentisse &quot;nobilitato&quot;, ma all&#039;opposto, perché così l&#039;editore si pone a un livello che non ha e si crea una fama che non corrisponde alla sostanza. 
In quanto alla traduzione dei titoli, concordo con Helena ed è recente una mia  mia esperienza in questo senso. Il titolo originale, se tradotto alla lettera in italiano, non avrebbe avuto un bel suono o l&#039;appeal necessari, così ho proposto un titolo che si riferiva direttamente al contenuto del testo, che aveva l&#039;incisività necessaria e il sufficiente mistero per attrarre la curiosità del lettore. Tra l&#039;altro un titolo molto originale e forte, ma appunto, direttamente collegato a un elemento fondamentale del romanzo. Ebbene, l&#039;editore ha scelto in modo che non lasciava spazio ad alcuna modifica, un titolo banale, sdolcinato, del tutto slegato dal contenuto, generico e già sentito, ma che, almeno secondo l&#039;editore, dovrebbe attrarre la lettrice media.... molto sconsolante.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un&#8217;analisi lucida e tagliente (anzi, ancora troppo educata) di quella che è la situazione in Italia. Ho collaborato per dieci anni con un editore che sforna titoli a iosa e ambirebbe (oh se ambirebbe) porsi come Punto di Riferimento di Cultura e Letteratura ma non si eleva, in realtà, dal livello di una mediocre qualità dei suoi autori, con  rarissime eccezioni. Il criterio con cui, soprattutto negli ultimi anni, li sceglie, è esattamente quello indicato da Helena, facendo passare per opere di grande letteratura romanzetti mediocri ma ben confezionati e per il 90% tradotti dall&#8217;inglese. All&#8217;inizio la cosa mi meravigliava, perché ben vedevo come la maggior parte di quegli autori, soprattutto le donne, nei paesi d&#8217;origine erano né più né meno che autrici di romanzi &#8220;rosa&#8221; e tali erano le opere fatte passare per &#8220;letteratura&#8221;. L&#8217;idea che mi sono fatta però non è tanto quella di &#8220;nobilitare&#8221; la qualità e il livello del testo perché il lettore si sentisse &#8220;nobilitato&#8221;, ma all&#8217;opposto, perché così l&#8217;editore si pone a un livello che non ha e si crea una fama che non corrisponde alla sostanza.<br />
In quanto alla traduzione dei titoli, concordo con Helena ed è recente una mia  mia esperienza in questo senso. Il titolo originale, se tradotto alla lettera in italiano, non avrebbe avuto un bel suono o l&#8217;appeal necessari, così ho proposto un titolo che si riferiva direttamente al contenuto del testo, che aveva l&#8217;incisività necessaria e il sufficiente mistero per attrarre la curiosità del lettore. Tra l&#8217;altro un titolo molto originale e forte, ma appunto, direttamente collegato a un elemento fondamentale del romanzo. Ebbene, l&#8217;editore ha scelto in modo che non lasciava spazio ad alcuna modifica, un titolo banale, sdolcinato, del tutto slegato dal contenuto, generico e già sentito, ma che, almeno secondo l&#8217;editore, dovrebbe attrarre la lettrice media&#8230;. molto sconsolante.</p>
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		<item>
		<title>
		Di: tommasomelilli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/06/04/sulleditoria-di-genere-in-entrambi-i-sensi/#comment-167337</link>

		<dc:creator><![CDATA[tommasomelilli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jun 2012 15:32:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ottimo pezzo, non sono però sicurissimo della conclusione sulla realtà italiana rispetto all&#039;&quot;elevazione&quot; del noir e della narrativa di genere con l&#039;obiettivo di dar l&#039;idea di un&#039;alta letteratura più accessibile e meno elitaria: 

&quot;Del resto, anche la nobilitazione del crime riflette, nel suo apparente scardinamento, proprio il carattere classista e elitista dell’Italia. Chi sceglie un noir pubblicato da un editore di cultura non deve più pensarsi inferiore ai quattro gatti che in genere si trasmettono l’educazione letteraria per via dinastica.&quot;

Mi pare piuttosto che l&#039;obiettivo sia, com&#039;è giustamente detto altrove da HJ, una confusione dei generi, che funziona esattamente secondo le logiche del Midcult del buon vecchio MacDonald. 
Ciò che molto spesso manca all&#039;editoria italiana (e manca sicuramente anche per colpa dell&#039;iperavanguardismo degli ultimi decenni) è una visione dinamica del catalogo, anche secondo logiche perfettamente commerciali, che non trovo disprezzabili in quanto tali: pubblicare alcuni testi &quot;scelti&quot; e &quot;letterari&quot; (che inesorabilmente non renderanno alle casse) a fianco di testi meno letterari, e magari testi di genere di alta qualità, di maggior rendita. Basterebbe dirlo. Non ci vedo nulla di diabolico; ciò permetterebbe più limpidezza e forse meno disprezzo diffuso da parte di molti lettori e intellettuali verso l&#039;editoria attuale. 
Come fa Gallimard e tanti altri grandi editori francesi di cultura (è la realtà estera che conosco meglio). Un pochino di capitale simbolico (di cui magari si occupano alcuni editori un po&#039; più coltivati) e poi si fa la propria politica commerciale, cercando nella misura del possibile di non sbriciolare la reputazione che ci si è fatta con testi imbarazzanti. In Italia l&#039;unico editore che fa ciò è Adelphi, e forse (forse) Sellerio - non a caso i &quot;grandi sogni&quot; di tutti gli apprendisti editori. E agli occhi di una grande estimatrice di Bolaño qual&#039;è HJ dovrebbe parere cosa buona e giusta, credo. 
La politica di Feltrinelli secondo la quale ogni libro edito si deve reggere sulle proprie spalle (economicamente) è, in questo senso, assai funesta. Quella di Einaudi, che mi sembra essere - sul piano teorico - grossomodo orientata al connubio &quot;capitale simbolico + incassi&quot; in realtà funziona assai male sul piano pratico, si veda per esempio il repentino sgretolamento della tradizione tipografica e grafica di quest&#039;ultimo, proprio di questi ultimissimi anni (per mantenere capitale simbolico, una delle regole fondamentali per un editore è, mi pare, curare maniacalmente la stampa ed evitare refusi dilaganti e non cambiare ogni sei mesi le grafiche di copertina che campeggiano in tutte le biblioteche, pubbliche e private, e nelle bancarelle) - detto in nota, se le copertine di un tempo le aveva disegnate Bruno Munari rifarle è semplicemente idiota, perché verranno naturaliter peggio dopo due anni saranno vecchie e dovrai pagare ancora il sedicente designer di punta per rifarle. Converremo che il discorso è comune a più o meno tutta la grande editoria italiana attuale, esclusi gli esempi di cui sopra. Per l&#039;editoria medio-piccola è un&#039;altro discorso, e infatti quelli non cambiano. 

Quando Antonio Franchini (o anche, per altri versi, Giulio Mozzi) dice che secondo lui non ci sono una letteratura che forgia la lingua italiana e che non vende e una che invece non forgia una fava (salvo forse le sonnolente aspettative dei lettori) ma vende fa esattamente il contrario di quello che cerco di dire. 

Capisco che è sempre più facile passare dal meglio al peggio che viceversa, ma sarebbe così assurdo, anche commercialmente, questo discorso?

Grazie Helena]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ottimo pezzo, non sono però sicurissimo della conclusione sulla realtà italiana rispetto all'&#8221;elevazione&#8221; del noir e della narrativa di genere con l&#8217;obiettivo di dar l&#8217;idea di un&#8217;alta letteratura più accessibile e meno elitaria: </p>
<p>&#8220;Del resto, anche la nobilitazione del crime riflette, nel suo apparente scardinamento, proprio il carattere classista e elitista dell’Italia. Chi sceglie un noir pubblicato da un editore di cultura non deve più pensarsi inferiore ai quattro gatti che in genere si trasmettono l’educazione letteraria per via dinastica.&#8221;</p>
<p>Mi pare piuttosto che l&#8217;obiettivo sia, com&#8217;è giustamente detto altrove da HJ, una confusione dei generi, che funziona esattamente secondo le logiche del Midcult del buon vecchio MacDonald.<br />
Ciò che molto spesso manca all&#8217;editoria italiana (e manca sicuramente anche per colpa dell&#8217;iperavanguardismo degli ultimi decenni) è una visione dinamica del catalogo, anche secondo logiche perfettamente commerciali, che non trovo disprezzabili in quanto tali: pubblicare alcuni testi &#8220;scelti&#8221; e &#8220;letterari&#8221; (che inesorabilmente non renderanno alle casse) a fianco di testi meno letterari, e magari testi di genere di alta qualità, di maggior rendita. Basterebbe dirlo. Non ci vedo nulla di diabolico; ciò permetterebbe più limpidezza e forse meno disprezzo diffuso da parte di molti lettori e intellettuali verso l&#8217;editoria attuale.<br />
Come fa Gallimard e tanti altri grandi editori francesi di cultura (è la realtà estera che conosco meglio). Un pochino di capitale simbolico (di cui magari si occupano alcuni editori un po&#8217; più coltivati) e poi si fa la propria politica commerciale, cercando nella misura del possibile di non sbriciolare la reputazione che ci si è fatta con testi imbarazzanti. In Italia l&#8217;unico editore che fa ciò è Adelphi, e forse (forse) Sellerio &#8211; non a caso i &#8220;grandi sogni&#8221; di tutti gli apprendisti editori. E agli occhi di una grande estimatrice di Bolaño qual&#8217;è HJ dovrebbe parere cosa buona e giusta, credo.<br />
La politica di Feltrinelli secondo la quale ogni libro edito si deve reggere sulle proprie spalle (economicamente) è, in questo senso, assai funesta. Quella di Einaudi, che mi sembra essere &#8211; sul piano teorico &#8211; grossomodo orientata al connubio &#8220;capitale simbolico + incassi&#8221; in realtà funziona assai male sul piano pratico, si veda per esempio il repentino sgretolamento della tradizione tipografica e grafica di quest&#8217;ultimo, proprio di questi ultimissimi anni (per mantenere capitale simbolico, una delle regole fondamentali per un editore è, mi pare, curare maniacalmente la stampa ed evitare refusi dilaganti e non cambiare ogni sei mesi le grafiche di copertina che campeggiano in tutte le biblioteche, pubbliche e private, e nelle bancarelle) &#8211; detto in nota, se le copertine di un tempo le aveva disegnate Bruno Munari rifarle è semplicemente idiota, perché verranno naturaliter peggio dopo due anni saranno vecchie e dovrai pagare ancora il sedicente designer di punta per rifarle. Converremo che il discorso è comune a più o meno tutta la grande editoria italiana attuale, esclusi gli esempi di cui sopra. Per l&#8217;editoria medio-piccola è un&#8217;altro discorso, e infatti quelli non cambiano. </p>
<p>Quando Antonio Franchini (o anche, per altri versi, Giulio Mozzi) dice che secondo lui non ci sono una letteratura che forgia la lingua italiana e che non vende e una che invece non forgia una fava (salvo forse le sonnolente aspettative dei lettori) ma vende fa esattamente il contrario di quello che cerco di dire. </p>
<p>Capisco che è sempre più facile passare dal meglio al peggio che viceversa, ma sarebbe così assurdo, anche commercialmente, questo discorso?</p>
<p>Grazie Helena</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: helena janeczek		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/06/04/sulleditoria-di-genere-in-entrambi-i-sensi/#comment-167193</link>

		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jun 2012 19:48:16 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=42652#comment-167193</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://staging.nazioneindiana.com/2012/06/04/sulleditoria-di-genere-in-entrambi-i-sensi/#comment-167150&quot;&gt;Stefania Lucamante&lt;/a&gt;.

&quot;Il problema dell’editoria dipende da un problema societario e non viceversa.&quot; 
Ottima sintesi. E&#039; per questo che spesso avverto una specie di disagio o almeno di mancanza nelle critiche all&#039;industria culturale. Poi ovviamente quella non solo rilancia producendo &quot;ciò che la gente vuole&quot;, ma nel circuito di feedback, amplifica e cristalizza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://staging.nazioneindiana.com/2012/06/04/sulleditoria-di-genere-in-entrambi-i-sensi/#comment-167150">Stefania Lucamante</a>.</p>
<p>&#8220;Il problema dell’editoria dipende da un problema societario e non viceversa.&#8221;<br />
Ottima sintesi. E&#8217; per questo che spesso avverto una specie di disagio o almeno di mancanza nelle critiche all&#8217;industria culturale. Poi ovviamente quella non solo rilancia producendo &#8220;ciò che la gente vuole&#8221;, ma nel circuito di feedback, amplifica e cristalizza.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/06/04/sulleditoria-di-genere-in-entrambi-i-sensi/#comment-167151</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jun 2012 14:25:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quando scelgo un libro, non mi interessa la copertina.  Il titolo è soglia. Leggo anche le prime paggine, per assaggiare lo stile. Se trovo uno stile slavato, abbandono il libro a suo destino: trovare un altro lettore. Mi è accaduto di comprare un libro con una copertina brutta. Non amo &quot;Il genere&quot;, perché il romanzo non ha frontiera, scappa al colore della scrittura: giallo, nero, rosa. Scrittura bianca. Che significazione?
 Ci sono libri che interrogano la lingua, la parola, e altri che sono nuvole che passano, prendono i colori del cielo, ma non lasciano traccia: fanno sognare.
Ho sempre difeso il sogno, l&#039;immaginario, la partenza, come rifletto della metamorfosi della lingua. La lettura non rende migliore o piu intelligente, ma confronta il lettore con la sua lingua natale, con la sua infanzia, la possibilità di credere in un tempo immaginario, in una parola profetica. 
Il libro non è mito, ma la parola scritta si, è la sola dimenzione sacra che rimane in nostro mondo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando scelgo un libro, non mi interessa la copertina.  Il titolo è soglia. Leggo anche le prime paggine, per assaggiare lo stile. Se trovo uno stile slavato, abbandono il libro a suo destino: trovare un altro lettore. Mi è accaduto di comprare un libro con una copertina brutta. Non amo &#8220;Il genere&#8221;, perché il romanzo non ha frontiera, scappa al colore della scrittura: giallo, nero, rosa. Scrittura bianca. Che significazione?<br />
 Ci sono libri che interrogano la lingua, la parola, e altri che sono nuvole che passano, prendono i colori del cielo, ma non lasciano traccia: fanno sognare.<br />
Ho sempre difeso il sogno, l&#8217;immaginario, la partenza, come rifletto della metamorfosi della lingua. La lettura non rende migliore o piu intelligente, ma confronta il lettore con la sua lingua natale, con la sua infanzia, la possibilità di credere in un tempo immaginario, in una parola profetica.<br />
Il libro non è mito, ma la parola scritta si, è la sola dimenzione sacra che rimane in nostro mondo.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Stefania Lucamante		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/06/04/sulleditoria-di-genere-in-entrambi-i-sensi/#comment-167150</link>

		<dc:creator><![CDATA[Stefania Lucamante]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jun 2012 13:57:53 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=42652#comment-167150</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://staging.nazioneindiana.com/2012/06/04/sulleditoria-di-genere-in-entrambi-i-sensi/#comment-166947&quot;&gt;sergio garufi&lt;/a&gt;.

In riferimento alla risposta di Scurati, credo sia importante sottolineare come la marginalizzazione delle donne -E DEI TRANSGENDER- sia considerata quasi normale anche per autori i quali, per eta&#039; anagrafica, dovrebbero aver risolto certe questioni e aver vissuto nell&#039;eta&#039; postmoderna...Derrida ha contribuito notevolmente a farci capire come superare il problema del &#039;margine&#039;, della separazione di generi data per scontata. Quando nelle storie della letteratura italiana si vede ancora oggi un capitolo dedicato alle &#039;donne&#039; si può&#039; capire come come ragiona la gente. Quando si parla di mancanza d&#039;esperienza perché non c&#039;e&#039; la guerra in casa come ai tempi del Sentiero dei nidi di ragno, si può&#039; capire allora come ragiona un intellettuale oggi. Il problema dell&#039;editoria dipende da un problema societario e non viceversa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://staging.nazioneindiana.com/2012/06/04/sulleditoria-di-genere-in-entrambi-i-sensi/#comment-166947">sergio garufi</a>.</p>
<p>In riferimento alla risposta di Scurati, credo sia importante sottolineare come la marginalizzazione delle donne -E DEI TRANSGENDER- sia considerata quasi normale anche per autori i quali, per eta&#8217; anagrafica, dovrebbero aver risolto certe questioni e aver vissuto nell&#8217;eta&#8217; postmoderna&#8230;Derrida ha contribuito notevolmente a farci capire come superare il problema del &#8216;margine&#8217;, della separazione di generi data per scontata. Quando nelle storie della letteratura italiana si vede ancora oggi un capitolo dedicato alle &#8216;donne&#8217; si può&#8217; capire come come ragiona la gente. Quando si parla di mancanza d&#8217;esperienza perché non c&#8217;e&#8217; la guerra in casa come ai tempi del Sentiero dei nidi di ragno, si può&#8217; capire allora come ragiona un intellettuale oggi. Il problema dell&#8217;editoria dipende da un problema societario e non viceversa.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: AMA		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/06/04/sulleditoria-di-genere-in-entrambi-i-sensi/#comment-167125</link>

		<dc:creator><![CDATA[AMA]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jun 2012 10:38:59 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=42652#comment-167125</guid>

					<description><![CDATA[Io credo che alla fine, gratta gratta (tutto un pettinarsi le barbe), gli editori abbiano proprio perso il senso di quello che fanno. La maggioranza delle volte non credono neanche pienamente nei libri che confezionano, tutti comunque a un livello minimo - garantito da deontologia professionale  - di qualita’ commerciale. Prodotti spesso affidati al caso, a circostanze fortuite in un mondo imponderabile che decreta il successo di una godibile cagata su un’altra senza criterio apparente.

Allo scrittorucolo di turno, rivelatosi quasi asceticamente, non resta che ammantarsi del fascino del predestinato. 

Che questi non sempre miserabili (e)letti abbiano i loro seguaci, pronti ad immolarsi. In fondo stanno veicolando tutti assieme, piu’ o meno allegramente, dei messaggi importanti. O no?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Io credo che alla fine, gratta gratta (tutto un pettinarsi le barbe), gli editori abbiano proprio perso il senso di quello che fanno. La maggioranza delle volte non credono neanche pienamente nei libri che confezionano, tutti comunque a un livello minimo &#8211; garantito da deontologia professionale  &#8211; di qualita’ commerciale. Prodotti spesso affidati al caso, a circostanze fortuite in un mondo imponderabile che decreta il successo di una godibile cagata su un’altra senza criterio apparente.</p>
<p>Allo scrittorucolo di turno, rivelatosi quasi asceticamente, non resta che ammantarsi del fascino del predestinato. </p>
<p>Che questi non sempre miserabili (e)letti abbiano i loro seguaci, pronti ad immolarsi. In fondo stanno veicolando tutti assieme, piu’ o meno allegramente, dei messaggi importanti. O no?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Kataweb.it - Blog - Lipperatura di Loredana Lipperini &#187; Blog Archive &#187; COLLANE SEPARATE		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/06/04/sulleditoria-di-genere-in-entrambi-i-sensi/#comment-167096</link>

		<dc:creator><![CDATA[Kataweb.it - Blog - Lipperatura di Loredana Lipperini &#187; Blog Archive &#187; COLLANE SEPARATE]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jun 2012 07:29:46 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=42652#comment-167096</guid>

					<description><![CDATA[[...] Scrive Helena Janeczek su Nazione Indiana: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] Scrive Helena Janeczek su Nazione Indiana: [&#8230;]</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: helena janeczek		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/06/04/sulleditoria-di-genere-in-entrambi-i-sensi/#comment-167074</link>

		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Jun 2012 05:02:44 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=42652#comment-167074</guid>

					<description><![CDATA[Non credo siano mitologizzabili gli scrittori commerciali, neanche quelli bravi. Ma possono rientrare in un altro mito: quello del libro. Dice questo mito che se leggi, sei un po&#039; meglio di uno che non legge, a prescindere di quel che leggi. E&#039; su questo che sono impostate le campagne promozionali per IL LIBRO, questo è il messaggio dei festival letterari (specie quelli grandi)ecc. Battono sulla preziosità dei lettori, comunicano che il lettore è un essere assai ricercato e valorizzato.
Qualche volta mi sono imbattuta nella discussione (già un tantino eretica) se è meglio che la gente non legga un c.. o legga invece libri del c.
Ho sempre pensato (ereticamente e autolesionisticamente) che sia meglio la prima, se questo significa sentire musica decente, vedere un film, uscire con gli amici, farsi una passeggiata, fare sesso o persino grattarsi le palle.
L&#039;unico argomento contrario che mi convince (forse non è così poco) è che leggere è un attività solitaria (persino asociale) in cui ci si prende del tempo per sé. 
Ovviamente il mito del libro e del lettore stanno sotto il mantello del mito della cultura. Per questo, continuano ad avere un bisogno fondante della letteratura, sua declinazione specifica, o del suo mito.
La questione del consumo di cultura è legata all&#039;idea di uno status (vale anche per le visite a certi musei e a certi grandi mostre) che sembra accessibile con una spesa contenuta. Un po&#039;, forse, come i prodotti Apple, quelli sì cool o, come scrivi tu, &quot;roba per fichi&quot;.
Il mito della cultura mi sembra resti una roba d&#039;origine borghese, qualcosa che implica il concetto di &quot;elevazione&quot;: dove quella &quot;spirituale&quot; allude o promette fallacemente quella sociale.
Eppure oggi, in epoca di velleità di democrazia diretta, il lettore si presenta ringalluzzito di tutta la blandizie che su di esso è stata profusa. E&#039; il cliente che ha sempre ragione. Ma crede di non essere solo un cliente, bensì un individuo più speciale e più libero degli altri di compiere scelte secondo il proprio gusto insindacabile.
Ma proprio questo è l&#039;essenza della pubblicità: quella che non vuole più comunicarti che è meglio il prodotto x, ma lo sei tu che lo compri.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non credo siano mitologizzabili gli scrittori commerciali, neanche quelli bravi. Ma possono rientrare in un altro mito: quello del libro. Dice questo mito che se leggi, sei un po&#8217; meglio di uno che non legge, a prescindere di quel che leggi. E&#8217; su questo che sono impostate le campagne promozionali per IL LIBRO, questo è il messaggio dei festival letterari (specie quelli grandi)ecc. Battono sulla preziosità dei lettori, comunicano che il lettore è un essere assai ricercato e valorizzato.<br />
Qualche volta mi sono imbattuta nella discussione (già un tantino eretica) se è meglio che la gente non legga un c.. o legga invece libri del c.<br />
Ho sempre pensato (ereticamente e autolesionisticamente) che sia meglio la prima, se questo significa sentire musica decente, vedere un film, uscire con gli amici, farsi una passeggiata, fare sesso o persino grattarsi le palle.<br />
L&#8217;unico argomento contrario che mi convince (forse non è così poco) è che leggere è un attività solitaria (persino asociale) in cui ci si prende del tempo per sé.<br />
Ovviamente il mito del libro e del lettore stanno sotto il mantello del mito della cultura. Per questo, continuano ad avere un bisogno fondante della letteratura, sua declinazione specifica, o del suo mito.<br />
La questione del consumo di cultura è legata all&#8217;idea di uno status (vale anche per le visite a certi musei e a certi grandi mostre) che sembra accessibile con una spesa contenuta. Un po&#8217;, forse, come i prodotti Apple, quelli sì cool o, come scrivi tu, &#8220;roba per fichi&#8221;.<br />
Il mito della cultura mi sembra resti una roba d&#8217;origine borghese, qualcosa che implica il concetto di &#8220;elevazione&#8221;: dove quella &#8220;spirituale&#8221; allude o promette fallacemente quella sociale.<br />
Eppure oggi, in epoca di velleità di democrazia diretta, il lettore si presenta ringalluzzito di tutta la blandizie che su di esso è stata profusa. E&#8217; il cliente che ha sempre ragione. Ma crede di non essere solo un cliente, bensì un individuo più speciale e più libero degli altri di compiere scelte secondo il proprio gusto insindacabile.<br />
Ma proprio questo è l&#8217;essenza della pubblicità: quella che non vuole più comunicarti che è meglio il prodotto x, ma lo sei tu che lo compri.</p>
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