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	Commenti a: Régime élémentaire	</title>
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		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/07/08/regime-elementaire/#comment-174569</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jul 2012 15:25:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quando sono venuta a Napoli, mi sono sentita orfana, senza cognome. La città ti prende come la sua figlia, ti fa dimenticare il tuo passato, ti nutre con la lingua di miseria e di bellezza. Non ero straniera, facciavo parte dei quartieri, del mare, del bambino visto nelle braccia della sua madre su una vespa, delle colline. E&#039; la sola città fedele alla mia infanzia, la sola da cantare dolore e felicità, la sola che mi parla di un esilio senza partenza. Ho creduto un tempo che era gemella di Marseille o Barcelone- perché a Marseille la miseria è anche presente, un tigre affamato- con HlM nel centro della città- ma Napoli ha una lingua diversa fatta di bellezza secolara, di interiorità, di scènes di vita: storie straordinarie instabili- di pietra lavica. E&#039; Africa, Oriente, Grecia: ha un cuore molteplice. 
Ritrovero la mia Napoli fine agosto. Vorrei ritrovarla guarita- ma lo so- saro di fronte a chi cerca da sopravvivere- non si puo togliere lo sguardo- Napoli è negli occhi, entra nel cuore, rimane come eterno rimorso della nostra Europa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando sono venuta a Napoli, mi sono sentita orfana, senza cognome. La città ti prende come la sua figlia, ti fa dimenticare il tuo passato, ti nutre con la lingua di miseria e di bellezza. Non ero straniera, facciavo parte dei quartieri, del mare, del bambino visto nelle braccia della sua madre su una vespa, delle colline. E&#8217; la sola città fedele alla mia infanzia, la sola da cantare dolore e felicità, la sola che mi parla di un esilio senza partenza. Ho creduto un tempo che era gemella di Marseille o Barcelone- perché a Marseille la miseria è anche presente, un tigre affamato- con HlM nel centro della città- ma Napoli ha una lingua diversa fatta di bellezza secolara, di interiorità, di scènes di vita: storie straordinarie instabili- di pietra lavica. E&#8217; Africa, Oriente, Grecia: ha un cuore molteplice.<br />
Ritrovero la mia Napoli fine agosto. Vorrei ritrovarla guarita- ma lo so- saro di fronte a chi cerca da sopravvivere- non si puo togliere lo sguardo- Napoli è negli occhi, entra nel cuore, rimane come eterno rimorso della nostra Europa.</p>
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		<title>
		Di: effeffe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/07/08/regime-elementaire/#comment-174290</link>

		<dc:creator><![CDATA[effeffe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jul 2012 09:58:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ah massive missive!!
effeffe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ah massive missive!!<br />
effeffe</p>
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		<title>
		Di: diamonds		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/07/08/regime-elementaire/#comment-174283</link>

		<dc:creator><![CDATA[diamonds]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jul 2012 09:06:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&lt;a href=&quot;http://olgajacobs.com/kutya/Massive%20Attack/01%20Massive%20Attack%20-%20Unfinished%20Sympathy%20(Album%20Version).mp3&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;il tuo amigo Enrico Remmert invece(la ballata delle canaglie)aveva spiegato come siamo andati a finire&lt;/a&gt;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://olgajacobs.com/kutya/Massive%20Attack/01%20Massive%20Attack%20-%20Unfinished%20Sympathy%20(Album%20Version).mp3" rel="nofollow">il tuo amigo Enrico Remmert invece(la ballata delle canaglie)aveva spiegato come siamo andati a finire</a></p>
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		<title>
		Di: Transit		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/07/08/regime-elementaire/#comment-174093</link>

		<dc:creator><![CDATA[Transit]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Jul 2012 10:49:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Uno

La mia famiglia è povera: molto povera, poverissima, ignorantissima e analfabeta. Poverina, la mia famiglia. A noi manca tutto. Anche l’asso, il due e il tre. Visto che non teniamo niente, almeno il primato della povertà lasciatelo alla mia famiglia. 
Infatti, ci puzziamo di fame malamente proprio che ce l’abbiamo azzeccata nella cima dei capelli la miseria. Se nel vicolo e nell’intero quartiere ci stà una famiglia che scapuzzea perché dice che è più povera di noi, succede la guerra e il finimondo: a questa abbondanza di povertà e miseria ci siamo sempre stati attaccati come le patelle agli scogli e i pidocchi e i lendini sulle mummarelle d’e criature. 
Non ce la prendiamo per il fatto che ci sciasciamo nella povertà al punto che di notte e ‘a matina ampresso nun se capisce chi è soreta e chi è ‘nnammurata ‘e chi e chi è ‘a mugliera di un altro: è ‘na sfaccimma ‘e mmescafrancesca di corpi, sciati, pesci e pucchiacche. Come in ogni cosa c’è un lato positivo e un altro negativo. Almeno così dicono anche della povertà, ma onestamente non ci metto la mano sul fuoco. 
Uno già non c’ha niente e si puzza di fame, mette anche la mano sul fuoco significa che si proprio ‘nu strunzo o ‘na scema di guerra che crede che il ciuccio vola. Sarebbe a dicere, follia e autolesionismo. E poi, ‘o ssapite meglio di me: il povero proletario ha dalla sua parte, se non nasce e cresce malato, soltanto le braccia e le mani, per cui è sconsigliabile scommettere e bruciarsene una o tutte e due.
Almeno io non posso ancora prendermela perché da un lato non ne ho coscienza; e, dall’altro, forse è la timidezza, anche se istintivamente mi faccio tutto rosso in viso quando accennano, anche alla lontana, alla  povertà della mia famiglia; un po’ come  quando ci si innamorerò per la prima volta e si è in balia dell’amore: ogni cosa te fa addivintà russo comm’a ‘nu puparuolo di san Marzano. Qua non è una questione d’amore, era solo un esempio. O, l’amore forse c’entra, ma è lontano, come le cose che la mia famiglia non sa e non conosce. E io, a ruota, anzi, portato nella pancia ‘e mammema, cioè mia madre. 
Dovete sapere che a me ci vuole ancora un mese per uscire dalla pancia di Colomba Mammazezzella. A mammema la chiamano accussì pecché le altre femmine del vicolo e del quartiere quando sgravano e non hanno il latte e invece lei invece le tiene chiene chiene, l’avvicinano e le dicono: Colò fallo p’a Maraonna, allatta stu criaturo, sinnò chillo me more. 
A dire il vero non sono il solo qui dentro. Ci sta pure Ciruzzo, detto ‘o Cucuzziello. E‘ così che chiameranno mio fratello gemello, qui a fianco. Tiene la capa uguale a  una zucchina. E mi sta addosso come una zecca cavallina. Non ne ho mai visto una di zecca, ma altri animaletti si: pidocchi, lendini e pulci; cimici, chiattilli e scarrafoni. I chiattilli me li mischieranno chilli figli di bucchina dei miei fratelli Sciasciriello e Torillo che ogni sabato sera quanno ‘o masto le da a semmana vanno ‘ncoppa i Quartieri Spagnoli a chiavare cu Titina ‘a Zengara. Per fortuna ‘o scolo nun me l’hanno mischiato. ‘E femmene d’a famiglia nosta songo tutte zoccole: ogni ommo è n’occasione pe’ purtà quaccosa a casa. E’ così che spesso ci va bene e mangnammo. 
Poverina, la mia famiglia. Anche se se mi fa ribrezzo o pietà, la mia schifosissima famiglia. Spesso prendo le distanze dalla mia docile famiglia. E, come va di moda, mi dissocio dalla mia famiglia. E, dalla fame e dal fetore di miseria che insieme all’umidità, impregna le mura di casa e le pezze che ce purtammo ‘ncuollo. Ma però, io sono io e la mia famiglia è la mia famiglia. Insomma, non voglio mischiare la  lana con la seta. Tutto qui. Mi viene quasi da vomitare, vedere una famiglia ridotta così. Certo, è la mia famiglia, non certo quella di un altro. Intanto, queste cose così schifose della vita reale le scoprirò più avanti, direttamente, sulla mia pelle. 
Ah, mi sono scordato di dirvi che io mi chiammo Zé Pochiello Capa di Bomba, ma anche Capa di Vacca. I  miei cumpagnielli della banda per sfruculiarmi cantano: 
Capa ‘e Bomba va ‘nterra e nun se rompe. 
Capa ‘e Vacca va ‘nterra e nun se spacca.

E sapete il perché la cantano? Per non pensare alla fame che urla nello stomaco. Io gli corro dietro, facendo finta di incazzarmi, ma pure a me, ca songo ‘o capobanda, la fame mi mozzica e mi fa arraggiare.
… continua …
*  *  *
PS: Quanto sopra è l’inizio del primo capitolo del libro che sto scrivendo, ma ancora non ultimato, anche se manca poco, intitolato: A petto di rondine.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno</p>
<p>La mia famiglia è povera: molto povera, poverissima, ignorantissima e analfabeta. Poverina, la mia famiglia. A noi manca tutto. Anche l’asso, il due e il tre. Visto che non teniamo niente, almeno il primato della povertà lasciatelo alla mia famiglia.<br />
Infatti, ci puzziamo di fame malamente proprio che ce l’abbiamo azzeccata nella cima dei capelli la miseria. Se nel vicolo e nell’intero quartiere ci stà una famiglia che scapuzzea perché dice che è più povera di noi, succede la guerra e il finimondo: a questa abbondanza di povertà e miseria ci siamo sempre stati attaccati come le patelle agli scogli e i pidocchi e i lendini sulle mummarelle d’e criature.<br />
Non ce la prendiamo per il fatto che ci sciasciamo nella povertà al punto che di notte e ‘a matina ampresso nun se capisce chi è soreta e chi è ‘nnammurata ‘e chi e chi è ‘a mugliera di un altro: è ‘na sfaccimma ‘e mmescafrancesca di corpi, sciati, pesci e pucchiacche. Come in ogni cosa c’è un lato positivo e un altro negativo. Almeno così dicono anche della povertà, ma onestamente non ci metto la mano sul fuoco.<br />
Uno già non c’ha niente e si puzza di fame, mette anche la mano sul fuoco significa che si proprio ‘nu strunzo o ‘na scema di guerra che crede che il ciuccio vola. Sarebbe a dicere, follia e autolesionismo. E poi, ‘o ssapite meglio di me: il povero proletario ha dalla sua parte, se non nasce e cresce malato, soltanto le braccia e le mani, per cui è sconsigliabile scommettere e bruciarsene una o tutte e due.<br />
Almeno io non posso ancora prendermela perché da un lato non ne ho coscienza; e, dall’altro, forse è la timidezza, anche se istintivamente mi faccio tutto rosso in viso quando accennano, anche alla lontana, alla  povertà della mia famiglia; un po’ come  quando ci si innamorerò per la prima volta e si è in balia dell’amore: ogni cosa te fa addivintà russo comm’a ‘nu puparuolo di san Marzano. Qua non è una questione d’amore, era solo un esempio. O, l’amore forse c’entra, ma è lontano, come le cose che la mia famiglia non sa e non conosce. E io, a ruota, anzi, portato nella pancia ‘e mammema, cioè mia madre.<br />
Dovete sapere che a me ci vuole ancora un mese per uscire dalla pancia di Colomba Mammazezzella. A mammema la chiamano accussì pecché le altre femmine del vicolo e del quartiere quando sgravano e non hanno il latte e invece lei invece le tiene chiene chiene, l’avvicinano e le dicono: Colò fallo p’a Maraonna, allatta stu criaturo, sinnò chillo me more.<br />
A dire il vero non sono il solo qui dentro. Ci sta pure Ciruzzo, detto ‘o Cucuzziello. E‘ così che chiameranno mio fratello gemello, qui a fianco. Tiene la capa uguale a  una zucchina. E mi sta addosso come una zecca cavallina. Non ne ho mai visto una di zecca, ma altri animaletti si: pidocchi, lendini e pulci; cimici, chiattilli e scarrafoni. I chiattilli me li mischieranno chilli figli di bucchina dei miei fratelli Sciasciriello e Torillo che ogni sabato sera quanno ‘o masto le da a semmana vanno ‘ncoppa i Quartieri Spagnoli a chiavare cu Titina ‘a Zengara. Per fortuna ‘o scolo nun me l’hanno mischiato. ‘E femmene d’a famiglia nosta songo tutte zoccole: ogni ommo è n’occasione pe’ purtà quaccosa a casa. E’ così che spesso ci va bene e mangnammo.<br />
Poverina, la mia famiglia. Anche se se mi fa ribrezzo o pietà, la mia schifosissima famiglia. Spesso prendo le distanze dalla mia docile famiglia. E, come va di moda, mi dissocio dalla mia famiglia. E, dalla fame e dal fetore di miseria che insieme all’umidità, impregna le mura di casa e le pezze che ce purtammo ‘ncuollo. Ma però, io sono io e la mia famiglia è la mia famiglia. Insomma, non voglio mischiare la  lana con la seta. Tutto qui. Mi viene quasi da vomitare, vedere una famiglia ridotta così. Certo, è la mia famiglia, non certo quella di un altro. Intanto, queste cose così schifose della vita reale le scoprirò più avanti, direttamente, sulla mia pelle.<br />
Ah, mi sono scordato di dirvi che io mi chiammo Zé Pochiello Capa di Bomba, ma anche Capa di Vacca. I  miei cumpagnielli della banda per sfruculiarmi cantano:<br />
Capa ‘e Bomba va ‘nterra e nun se rompe.<br />
Capa ‘e Vacca va ‘nterra e nun se spacca.</p>
<p>E sapete il perché la cantano? Per non pensare alla fame che urla nello stomaco. Io gli corro dietro, facendo finta di incazzarmi, ma pure a me, ca songo ‘o capobanda, la fame mi mozzica e mi fa arraggiare.<br />
… continua …<br />
*  *  *<br />
PS: Quanto sopra è l’inizio del primo capitolo del libro che sto scrivendo, ma ancora non ultimato, anche se manca poco, intitolato: A petto di rondine.</p>
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