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	Commenti a: &#8220;E se il mondo non imparerà la lezione che queste immagini insegnano, la notte tornerà a cadere.&#8221;	</title>
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		Di: Mónica Flores		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mónica Flores]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Feb 2013 00:27:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie mille, davvero, per condividere con noi questa tua storia, così personale e intima. Mi ha fatto avere i brividi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie mille, davvero, per condividere con noi questa tua storia, così personale e intima. Mi ha fatto avere i brividi.</p>
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		<title>
		Di: orsola puecher		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jan 2013 17:49:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ringrazio tutti per le numerosissime letture, i commenti, le &quot;scritture&quot; e il rilancio in altri siti e luoghi.

op

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio tutti per le numerosissime letture, i commenti, le &#8220;scritture&#8221; e il rilancio in altri siti e luoghi.</p>
<p>op</p>
<p>,\\&#8217;</p>
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		<title>
		Di: noisiamolunionesovietica		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[noisiamolunionesovietica]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Jan 2013 16:41:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[http://postnarrativa.org/2013/01/22/el-perro-autoriquestaelunionesovietica/

Mio nonno e mio padre, un lungo viaggio in macchina, la strada stesa, l’andatura lentissima, le sterpaglie, ricordo da dietro e dal mezzo assistere all’abituarsi con le curve, l’assestarsi, le linee, la delimitazione, il limite, sapere dov’era il mare e dove il cielo, in tutto quel ammasso di cose.

Molto tempo dopo avrei imparato quanto vantaggioso e quanto benefico fosse spostare l’asticella a proprio piacimento.
La ragione: avrei pure imparato a riconoscere, ed amare il sapore del sangue e l’odore del fumo.
“Non esiste il mi piace e il non mi piace”, diceva sempre mio padre, “esiste ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare!”.

Sempre gli stessi pantaloni mio padre, sempre la stessa camicia a righe, eppure ne comprava due per ognuna, ogni sabato, mio nonno forte e tenero, aveva ancora la forza di battermi a braccio i ferro.


“Li abbiamo massacrati agli alleati. Loro si sono vendicati liberandoci”, diceva sempre mio nonno, e poi si commuoveva, e rivolgeva a mio padre sguardi che puntualmente non venivano ricambiati da quegli occhi bassi e piccoli, mai ricambiati.
“Gli alleati si sono proprio vendicati.”

Il porto era interamente un tanfo. Il porto militare era anche peggio. La diaspora fra quelle uniformi bianche, i pantaloni diritti e con la piega in mezzo, si scarnificava dolorosamente con il luridume di quel posto e del mondo in cui ora cominciavo a metter piede.

In questo mondo dove il racconto si è interrotto, nel rifiuto di quelle divise da coglioni.

Un sottomarino, gigantesco, nero come la pece, macchiato solo da muffe ed alghe, lungo almeno 80 metri, come un campo da calcio, me lo indicava mio nonno, blaterando continuamente, “c’ho perso l’udito là dentro, l’ho perso, è la pressione, è tutta colpa della pressione.”

Mio padre che ancora fumava, allora fumava.

“Quel terribile giorno,” – SI ERA RIMESSO A PIANGERE – “che tragedia, ho provato a rifiutare la medaglia e la nomina a cavaliere del lavoro, ho riferito ai miei superiori, l’accaduto, mi hanno detto di starmene zitto, mi dicevano sempre lei è un eroe, joseph.”

“Beata la terra che non ha bisogno d’eroi”, mi diceva sempre infatti, e ci credeva e la sua storia era il modo in cui guardava le acque calme e viscose. “Beata la terra che non ha bisogno di eroi”, il sole era calato sulle nostre facce fortunatamente, SU UNA SCENA PIETOSA DI UN GIORNO NOIOSO.


Anche allora avevo la sana abitudine di combattere la forte luce con gli occhiali da sole, calati sugli occhi, ad un bambino danno un tocco da malato.

Poi irruppe qualcosa, tolti gli occhiali, fissai quella sfera, fermai la considerazione eludendo dal ritenerla scontata, e la guardai, senza indugi, in completa solitudine. 


Successe l’inaspettato, ebbene, girandomi di scatto, dovetti trattenermi dal non svenire o urlare di dolore, il marchio era marchio di fuoco, quel destino si impresse da lì ad innumerevoli stagioni, si scagliò contro di me, piccolo e indifeso, le visioni delle bombe, di quella guerra che io non ebbi combattuto e di quella che fui costretto a combattere, due volte uscito sconfitto, il rumore di vetri infranti, ed il sussulto.

Qualcuno spense qualcosa.

Qualcuno spense il rosso e l’arancione e il giallo. Qualcuno portò via l’acqua e rimase solo la luce. Quella luce inservibile, indifferente nel nero del sottomarino, nel bianco della banchina.
La situazione già drammatica di per sé, divenne malamente mortifera, insieme al colore se ne era andata pure, la.. io la definirei la mia ombra, insomma nonostante la luce, non facevo più ombra o meglio avvertivo l’indistinguibilità della stessa.

“Divenni corpo ed ombra, quindi non fottetemi”, raccontavo solitamente, nell’estasi adulta, ai miei sottoposti.

Cercai disperato di appendermi a mio padre, mi misi a correre nella sua direzione, ma l’uniformità delle percezioni mi confondeva, mi faceva inciampare, e piangere, e cadere. Arrivato gli strinsi forte la mano, di cui vedevo ogni singolo dettaglio, ora, le pieghe, le escoriazioni, la peluria, era una perfetta, minuziosa e fredda mano, in contrasto.

E poi venne l’accettazione, la comprensione e fu senza travagli e senza gioie. In questo primo capitolo marmoreo e languido, questo è l’inizio di: la logica dell’amico-nemico, la traslazione indomabile ma con impeccabile precisione, lo spostamento nella zona grigia, smascherando la coltre di menzogna avvolta attorno a qualcosa non differenziata ideologicamente da qualcos’altro.

 

Nessun meccanismo difensivo. Nessuna resistenza. Facile.

Ero solo un bambino, e mio nonno quel giorno scivolò dalla banchina. Nessuno poté dare la colpa a nessuno e il caso fu archiviato come comune incidente.
Lo ripescarono poco dopo, ripescarono il suo corpo e non il suo fiato, quello non lo trovarono.

Ero solo un bambino, e la scena mi lasciò immensamente, indifferente.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://postnarrativa.org/2013/01/22/el-perro-autoriquestaelunionesovietica/" rel="nofollow ugc">http://postnarrativa.org/2013/01/22/el-perro-autoriquestaelunionesovietica/</a></p>
<p>Mio nonno e mio padre, un lungo viaggio in macchina, la strada stesa, l’andatura lentissima, le sterpaglie, ricordo da dietro e dal mezzo assistere all’abituarsi con le curve, l’assestarsi, le linee, la delimitazione, il limite, sapere dov’era il mare e dove il cielo, in tutto quel ammasso di cose.</p>
<p>Molto tempo dopo avrei imparato quanto vantaggioso e quanto benefico fosse spostare l’asticella a proprio piacimento.<br />
La ragione: avrei pure imparato a riconoscere, ed amare il sapore del sangue e l’odore del fumo.<br />
“Non esiste il mi piace e il non mi piace”, diceva sempre mio padre, “esiste ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare!”.</p>
<p>Sempre gli stessi pantaloni mio padre, sempre la stessa camicia a righe, eppure ne comprava due per ognuna, ogni sabato, mio nonno forte e tenero, aveva ancora la forza di battermi a braccio i ferro.</p>
<p>“Li abbiamo massacrati agli alleati. Loro si sono vendicati liberandoci”, diceva sempre mio nonno, e poi si commuoveva, e rivolgeva a mio padre sguardi che puntualmente non venivano ricambiati da quegli occhi bassi e piccoli, mai ricambiati.<br />
“Gli alleati si sono proprio vendicati.”</p>
<p>Il porto era interamente un tanfo. Il porto militare era anche peggio. La diaspora fra quelle uniformi bianche, i pantaloni diritti e con la piega in mezzo, si scarnificava dolorosamente con il luridume di quel posto e del mondo in cui ora cominciavo a metter piede.</p>
<p>In questo mondo dove il racconto si è interrotto, nel rifiuto di quelle divise da coglioni.</p>
<p>Un sottomarino, gigantesco, nero come la pece, macchiato solo da muffe ed alghe, lungo almeno 80 metri, come un campo da calcio, me lo indicava mio nonno, blaterando continuamente, “c’ho perso l’udito là dentro, l’ho perso, è la pressione, è tutta colpa della pressione.”</p>
<p>Mio padre che ancora fumava, allora fumava.</p>
<p>“Quel terribile giorno,” – SI ERA RIMESSO A PIANGERE – “che tragedia, ho provato a rifiutare la medaglia e la nomina a cavaliere del lavoro, ho riferito ai miei superiori, l’accaduto, mi hanno detto di starmene zitto, mi dicevano sempre lei è un eroe, joseph.”</p>
<p>“Beata la terra che non ha bisogno d’eroi”, mi diceva sempre infatti, e ci credeva e la sua storia era il modo in cui guardava le acque calme e viscose. “Beata la terra che non ha bisogno di eroi”, il sole era calato sulle nostre facce fortunatamente, SU UNA SCENA PIETOSA DI UN GIORNO NOIOSO.</p>
<p>Anche allora avevo la sana abitudine di combattere la forte luce con gli occhiali da sole, calati sugli occhi, ad un bambino danno un tocco da malato.</p>
<p>Poi irruppe qualcosa, tolti gli occhiali, fissai quella sfera, fermai la considerazione eludendo dal ritenerla scontata, e la guardai, senza indugi, in completa solitudine. </p>
<p>Successe l’inaspettato, ebbene, girandomi di scatto, dovetti trattenermi dal non svenire o urlare di dolore, il marchio era marchio di fuoco, quel destino si impresse da lì ad innumerevoli stagioni, si scagliò contro di me, piccolo e indifeso, le visioni delle bombe, di quella guerra che io non ebbi combattuto e di quella che fui costretto a combattere, due volte uscito sconfitto, il rumore di vetri infranti, ed il sussulto.</p>
<p>Qualcuno spense qualcosa.</p>
<p>Qualcuno spense il rosso e l’arancione e il giallo. Qualcuno portò via l’acqua e rimase solo la luce. Quella luce inservibile, indifferente nel nero del sottomarino, nel bianco della banchina.<br />
La situazione già drammatica di per sé, divenne malamente mortifera, insieme al colore se ne era andata pure, la.. io la definirei la mia ombra, insomma nonostante la luce, non facevo più ombra o meglio avvertivo l’indistinguibilità della stessa.</p>
<p>“Divenni corpo ed ombra, quindi non fottetemi”, raccontavo solitamente, nell’estasi adulta, ai miei sottoposti.</p>
<p>Cercai disperato di appendermi a mio padre, mi misi a correre nella sua direzione, ma l’uniformità delle percezioni mi confondeva, mi faceva inciampare, e piangere, e cadere. Arrivato gli strinsi forte la mano, di cui vedevo ogni singolo dettaglio, ora, le pieghe, le escoriazioni, la peluria, era una perfetta, minuziosa e fredda mano, in contrasto.</p>
<p>E poi venne l’accettazione, la comprensione e fu senza travagli e senza gioie. In questo primo capitolo marmoreo e languido, questo è l’inizio di: la logica dell’amico-nemico, la traslazione indomabile ma con impeccabile precisione, lo spostamento nella zona grigia, smascherando la coltre di menzogna avvolta attorno a qualcosa non differenziata ideologicamente da qualcos’altro.</p>
<p>Nessun meccanismo difensivo. Nessuna resistenza. Facile.</p>
<p>Ero solo un bambino, e mio nonno quel giorno scivolò dalla banchina. Nessuno poté dare la colpa a nessuno e il caso fu archiviato come comune incidente.<br />
Lo ripescarono poco dopo, ripescarono il suo corpo e non il suo fiato, quello non lo trovarono.</p>
<p>Ero solo un bambino, e la scena mi lasciò immensamente, indifferente.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: luino		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/27/e-se-il-mondo-non-imparera-la-lezione-che-queste-immagini-insegnano-la-notte-tornera-a-cadere/#comment-228842</link>

		<dc:creator><![CDATA[luino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Jan 2013 15:54:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[e ricordiamo anche le diverse amnistie che permisero a  fascisti e nazisti di farla franca?
Leggi TOGLIATTI...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>e ricordiamo anche le diverse amnistie che permisero a  fascisti e nazisti di farla franca?<br />
Leggi TOGLIATTI&#8230;</p>
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		<item>
		<title>
		Di: Transit		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/27/e-se-il-mondo-non-imparera-la-lezione-che-queste-immagini-insegnano-la-notte-tornera-a-cadere/#comment-228759</link>

		<dc:creator><![CDATA[Transit]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Jan 2013 08:05:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ricordo. M’arricordo.
Ricordare non è mai dimenticare. Dimenticare è tradire. Anche se qualche volta mi sono esercitato a dimenticare. Ci ho provato, ma è stato peggio. Tradivo me e l’intera umanità.

Ricordo. M’arricordo.
Io, sapete, non sono uno soltanto. Ho la mia faccia di tante altre. Io, anzi noi, siamo vite a non finire. I nazisti e i fascisti d’ogni nazione si sono messi insieme e come obbiettivo, da allora a oggi, hanno come obbiettivo volerci finire nel forno, in polvere, del campo di concentramento. In polvere.

Ricordo. M’arricordo.
Io e la mia sorellina avevamo sette mesi nella pancia di mamma, ma per fortuna lei non ci ha mai lasciati. Ci accarezzava e ci parlava con voce dolce, allegra e sommessa, anche quando il caldo divenne insopportabile. Io sono Michele il pazzo, e forse, la malattia mi ha aiutato a vedere molto prima ciò che ci aspettava e così di notte, nudo e al freddo sono volato in cielo. Io sono Tatiana la prostituta, anche qui dentro il mio mestiere non mi ha lasciata disoccupata. Racimolo sempre del cibo. Il popolo qui è morto. A modo mio cerco di vivere. Ero l’ingegnere fuori di qui, mia moglie e i miei figli sono morti e adesso io sono soltanto uno spaventapasseri pelle e ossa.

Ricordo. M’arricordo.
Ho trent’anni e l’essere un ebreo di umile condizione non mi ha salvato. Mi hanno detto che sono l’ebreo più conosciuto del quartiere. E poi mi hanno rinfacciato che faccio schifo perché sono omosessuale. Nessuno crederà alle mie parole ormai nel vento e nell’oscurità del silenzio, i soldati, anche quelli alti in grado, hanno abusato di me perché bellissimo. Ma sempre schifoso. Ho i capelli lunghi e rossi, invece mia sorella Tatiana corti e neri, mentre mio fratello Sigfrido è biondo e ha gli occhi azzurri come quelli di qui. Una sera ci hanno portato dove alloggiavano i soldati, spalleggiati anche da uomini in abiti civili. C’era una grande tavolo e sopra ogni ben di Dio. Ci hanno detto che quella roba era anche per noi. Prima di farci sedere ci hanno due donne del campo hanno portato dei vestiti nuovi e puliti.

- Spogliatevi. – ha detto una delle due donne.

Noi non volevamo, ma l’altra donna ci minacciati con lo sguardo.
I vestiti erano come quelli dei grandi, ma le taglie andavano bene. Ci hanno fatto mangiare e anche bere vino e nel vino c’era qualcosa, perché abbiamo iniziato a ridere e a fare ciò che volevano, ma stranamente eravamo noi a fare quello che loro desideravano. Era l’alba quando ci siamo svegliati pieni di sangue. E avevamo male in ogni parte del corpo. I soldati dormivano. Noi ci siamo messi a piangere e così ho visto una pistola appoggiata sul tavola e l’ho scaricata su noi tre. Avevo messo fine a una sofferenza che sarebbe continuata ogni notte.

Ricordo. M’arricordo.
Io sono la tenutaria della casa di appuntamenti. Non posso crederci che anche io sia qui. Conosco anche qualcuno qui nel campo. Erano anche loro tra i mie clienti. Eccoli laggiù i Spilberg padre e figlio. Il padre del ragazzo veniva da Gina perché le ricordava la moglie quand’era ancora viva. Il ragazzo, un ventenne brufoloso e timido come l’acqua ghiacciata, aspettava che suo padre finisse, perché anche lui preferiva Gina. E poi c’era Federico, lo sbandato del vicolo Speranzella, tra un furto e l’altro voleva soltanto Elena, di cui una volta era innamorato.

Ricordo. M’arricordo.
Dovete aver pazienza quando scrivo m’arricordo: è un termine del mio dialetto; parte del mio corpo. sono cresciuto con il latte della lingua madre: il dolore. E perciò parlata internazionale.

Ricordo. M’arricordo.
Ci presero e ci portarono via in un treno dai freddi vagoni. Il gelo nel sangue. Eravamo venti. E tutti piccoli. Tra il primo e l’ultimo ci differenziano quattro anni. Siamo una piccola gamma.

Ricordo. M’arricordo.
Mi chiamo Sergio. Io sono Anna. Mi chiamo David. Io sono Ester. Mi chiamo Giuseppe. Io sono Sara. Mi chiamo Igor. Io sono Cecilia. Mi chiamo Giacobbe. Io sono Ciro. Mi chiamo Simone. Io sono Maddalena. Mi chiamo Spartaco. Io sono Anastasia. Mi chiamo Giovanni. Io sono Isabella. Mi chiamo Sebastiano. Io sono Ipazia. Mi chiamo Alessandro. Io sono Maria. Ci seviziano. Ci fanno del male usando strumenti chirurgici per studiare come reagiamo. Ci offendono. Ci violentano a turno o insieme. Ci ammutoliscono nella polvere.

Ricordo. M’arricordo.
Ma i ricordi emergono non appena splende il sole o quando la notte scura cala nell’anima e nel corpo. Nonostante la lotta con l’oblio, nulla è assente. La goccia che cade dalla grondai. Il fruscio di una foglia. I passi sull’acciottolato. Il mare I nostri ricordi sono il dolore che come gobbe spuntano dentro e fuori di noi, ma che nessuno vuole vedere e toccare. Non ricordateci solo per ciò che siamo stati, ma per le vite che non abbiamo vissute e amate.

Ricordo. M’arricordo.
Il tempo del dolore che in voi sopravvissuti non passa mai. Quel tempo di allora e di oggi che ci tiene in pensieri di catene. E che non libera nemmeno noi. Qui, però, ognuno è noi tutti. Sempre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ricordo. M’arricordo.<br />
Ricordare non è mai dimenticare. Dimenticare è tradire. Anche se qualche volta mi sono esercitato a dimenticare. Ci ho provato, ma è stato peggio. Tradivo me e l’intera umanità.</p>
<p>Ricordo. M’arricordo.<br />
Io, sapete, non sono uno soltanto. Ho la mia faccia di tante altre. Io, anzi noi, siamo vite a non finire. I nazisti e i fascisti d’ogni nazione si sono messi insieme e come obbiettivo, da allora a oggi, hanno come obbiettivo volerci finire nel forno, in polvere, del campo di concentramento. In polvere.</p>
<p>Ricordo. M’arricordo.<br />
Io e la mia sorellina avevamo sette mesi nella pancia di mamma, ma per fortuna lei non ci ha mai lasciati. Ci accarezzava e ci parlava con voce dolce, allegra e sommessa, anche quando il caldo divenne insopportabile. Io sono Michele il pazzo, e forse, la malattia mi ha aiutato a vedere molto prima ciò che ci aspettava e così di notte, nudo e al freddo sono volato in cielo. Io sono Tatiana la prostituta, anche qui dentro il mio mestiere non mi ha lasciata disoccupata. Racimolo sempre del cibo. Il popolo qui è morto. A modo mio cerco di vivere. Ero l’ingegnere fuori di qui, mia moglie e i miei figli sono morti e adesso io sono soltanto uno spaventapasseri pelle e ossa.</p>
<p>Ricordo. M’arricordo.<br />
Ho trent’anni e l’essere un ebreo di umile condizione non mi ha salvato. Mi hanno detto che sono l’ebreo più conosciuto del quartiere. E poi mi hanno rinfacciato che faccio schifo perché sono omosessuale. Nessuno crederà alle mie parole ormai nel vento e nell’oscurità del silenzio, i soldati, anche quelli alti in grado, hanno abusato di me perché bellissimo. Ma sempre schifoso. Ho i capelli lunghi e rossi, invece mia sorella Tatiana corti e neri, mentre mio fratello Sigfrido è biondo e ha gli occhi azzurri come quelli di qui. Una sera ci hanno portato dove alloggiavano i soldati, spalleggiati anche da uomini in abiti civili. C’era una grande tavolo e sopra ogni ben di Dio. Ci hanno detto che quella roba era anche per noi. Prima di farci sedere ci hanno due donne del campo hanno portato dei vestiti nuovi e puliti.</p>
<p>&#8211; Spogliatevi. – ha detto una delle due donne.</p>
<p>Noi non volevamo, ma l’altra donna ci minacciati con lo sguardo.<br />
I vestiti erano come quelli dei grandi, ma le taglie andavano bene. Ci hanno fatto mangiare e anche bere vino e nel vino c’era qualcosa, perché abbiamo iniziato a ridere e a fare ciò che volevano, ma stranamente eravamo noi a fare quello che loro desideravano. Era l’alba quando ci siamo svegliati pieni di sangue. E avevamo male in ogni parte del corpo. I soldati dormivano. Noi ci siamo messi a piangere e così ho visto una pistola appoggiata sul tavola e l’ho scaricata su noi tre. Avevo messo fine a una sofferenza che sarebbe continuata ogni notte.</p>
<p>Ricordo. M’arricordo.<br />
Io sono la tenutaria della casa di appuntamenti. Non posso crederci che anche io sia qui. Conosco anche qualcuno qui nel campo. Erano anche loro tra i mie clienti. Eccoli laggiù i Spilberg padre e figlio. Il padre del ragazzo veniva da Gina perché le ricordava la moglie quand’era ancora viva. Il ragazzo, un ventenne brufoloso e timido come l’acqua ghiacciata, aspettava che suo padre finisse, perché anche lui preferiva Gina. E poi c’era Federico, lo sbandato del vicolo Speranzella, tra un furto e l’altro voleva soltanto Elena, di cui una volta era innamorato.</p>
<p>Ricordo. M’arricordo.<br />
Dovete aver pazienza quando scrivo m’arricordo: è un termine del mio dialetto; parte del mio corpo. sono cresciuto con il latte della lingua madre: il dolore. E perciò parlata internazionale.</p>
<p>Ricordo. M’arricordo.<br />
Ci presero e ci portarono via in un treno dai freddi vagoni. Il gelo nel sangue. Eravamo venti. E tutti piccoli. Tra il primo e l’ultimo ci differenziano quattro anni. Siamo una piccola gamma.</p>
<p>Ricordo. M’arricordo.<br />
Mi chiamo Sergio. Io sono Anna. Mi chiamo David. Io sono Ester. Mi chiamo Giuseppe. Io sono Sara. Mi chiamo Igor. Io sono Cecilia. Mi chiamo Giacobbe. Io sono Ciro. Mi chiamo Simone. Io sono Maddalena. Mi chiamo Spartaco. Io sono Anastasia. Mi chiamo Giovanni. Io sono Isabella. Mi chiamo Sebastiano. Io sono Ipazia. Mi chiamo Alessandro. Io sono Maria. Ci seviziano. Ci fanno del male usando strumenti chirurgici per studiare come reagiamo. Ci offendono. Ci violentano a turno o insieme. Ci ammutoliscono nella polvere.</p>
<p>Ricordo. M’arricordo.<br />
Ma i ricordi emergono non appena splende il sole o quando la notte scura cala nell’anima e nel corpo. Nonostante la lotta con l’oblio, nulla è assente. La goccia che cade dalla grondai. Il fruscio di una foglia. I passi sull’acciottolato. Il mare I nostri ricordi sono il dolore che come gobbe spuntano dentro e fuori di noi, ma che nessuno vuole vedere e toccare. Non ricordateci solo per ciò che siamo stati, ma per le vite che non abbiamo vissute e amate.</p>
<p>Ricordo. M’arricordo.<br />
Il tempo del dolore che in voi sopravvissuti non passa mai. Quel tempo di allora e di oggi che ci tiene in pensieri di catene. E che non libera nemmeno noi. Qui, però, ognuno è noi tutti. Sempre.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Mariateresa		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mariateresa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jan 2013 18:06:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Tutta la mia solidarietà ai nostri fratelli torturati in questo modo...ma mi chiedo, tanta attenzione sulle vittime, non è fuorviante ai fini di chi ha perpetrato quelle violenze? Mi spiego meglio: i tedeschi, gli italiani, non sono stati puniti abbastanza per quel che hanno fatto...Per ragioni di opportunità, leggo, i terribili film effettuati anche da registi come Hitchock non sono stati divulgati subito dopo la guerra e addirittura, negli anni Sessanta, quando c&#039;era il boom, il governo italiano, d&#039;accordo con quello tedesco e belga, mandava contadini poveri a fare i minatori in cambio di carbone e quegli emigrati nostri, meridionali, venivano alloggiati nelle baracche dei campi...ma ci rendiamo conto? Nelle fabbriche forse avranno trovato dei sorveglianti nazisti e un certo fascismo serpeggia ancora in Italia, in universi concentrazionari come le scuole....vedere questi poveri carcerati nei campi inerti, deboli, pelle e ossa, fa pensare anche che in precedenza non c&#039;è stata opposizione e non c&#039;è stata opposizione perché, come fa vedere bene il film &quot;La chiave di Sara&quot; e altri, quei &quot;cari&quot; vicini si sono subito impossessati dei beni espropriati senza diritto alcuno...Bisogna vigilare! Vigilare, è un mondo orrendo, non ci si può salvare dopo che è successo questo! Bisogna vigilare sempre! Contro i capetti,, contro la burocrazia, contro i furti, contro lo squadrismo mentale!!!Un abbraccio a Orsola Puecher!
Mariateresa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutta la mia solidarietà ai nostri fratelli torturati in questo modo&#8230;ma mi chiedo, tanta attenzione sulle vittime, non è fuorviante ai fini di chi ha perpetrato quelle violenze? Mi spiego meglio: i tedeschi, gli italiani, non sono stati puniti abbastanza per quel che hanno fatto&#8230;Per ragioni di opportunità, leggo, i terribili film effettuati anche da registi come Hitchock non sono stati divulgati subito dopo la guerra e addirittura, negli anni Sessanta, quando c&#8217;era il boom, il governo italiano, d&#8217;accordo con quello tedesco e belga, mandava contadini poveri a fare i minatori in cambio di carbone e quegli emigrati nostri, meridionali, venivano alloggiati nelle baracche dei campi&#8230;ma ci rendiamo conto? Nelle fabbriche forse avranno trovato dei sorveglianti nazisti e un certo fascismo serpeggia ancora in Italia, in universi concentrazionari come le scuole&#8230;.vedere questi poveri carcerati nei campi inerti, deboli, pelle e ossa, fa pensare anche che in precedenza non c&#8217;è stata opposizione e non c&#8217;è stata opposizione perché, come fa vedere bene il film &#8220;La chiave di Sara&#8221; e altri, quei &#8220;cari&#8221; vicini si sono subito impossessati dei beni espropriati senza diritto alcuno&#8230;Bisogna vigilare! Vigilare, è un mondo orrendo, non ci si può salvare dopo che è successo questo! Bisogna vigilare sempre! Contro i capetti,, contro la burocrazia, contro i furti, contro lo squadrismo mentale!!!Un abbraccio a Orsola Puecher!<br />
Mariateresa</p>
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		<title>
		Di: Ares		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/27/e-se-il-mondo-non-imparera-la-lezione-che-queste-immagini-insegnano-la-notte-tornera-a-cadere/#comment-228614</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ares]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jan 2013 15:47:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(..)con la fine dell’incertezza giungeva presto anche l’incertezza della fine. Non era possibile prevedere se questa forma di vita sarebbe mai finita e quando ciò sarebbe avvenuto.
(..) Quando un uomo non è in grado di prevedere la fine di un’esistenza (provvisoria), non può neppure vivere per uno scopo. Non può neppure, come l’uomo nella vita normale, esistere guardando al futuro. Di conseguenza cambia anche tutta la struttura della sua vita interiore. 
..
Qualcuno nei campi non è mai uscito e qualcuno ci entra, non appena nasce.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(..)con la fine dell’incertezza giungeva presto anche l’incertezza della fine. Non era possibile prevedere se questa forma di vita sarebbe mai finita e quando ciò sarebbe avvenuto.<br />
(..) Quando un uomo non è in grado di prevedere la fine di un’esistenza (provvisoria), non può neppure vivere per uno scopo. Non può neppure, come l’uomo nella vita normale, esistere guardando al futuro. Di conseguenza cambia anche tutta la struttura della sua vita interiore.<br />
..<br />
Qualcuno nei campi non è mai uscito e qualcuno ci entra, non appena nasce.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: carmine vitale		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/27/e-se-il-mondo-non-imparera-la-lezione-che-queste-immagini-insegnano-la-notte-tornera-a-cadere/#comment-228569</link>

		<dc:creator><![CDATA[carmine vitale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jan 2013 11:29:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[la cosa più bella letta e sentita sul 27
grazie di cuore
c.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>la cosa più bella letta e sentita sul 27<br />
grazie di cuore<br />
c.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: r.m.		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/27/e-se-il-mondo-non-imparera-la-lezione-che-queste-immagini-insegnano-la-notte-tornera-a-cadere/#comment-228562</link>

		<dc:creator><![CDATA[r.m.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jan 2013 11:05:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[avevo già visto questo documentario ma, rivederlo, fa tristezza infinita.. dico, semplicemente, che a napoli, qualche giorno fa, un idiota fascistello voleva violare una ragazza rea di essere donna ed ebrea.. che altro dire dott.ssa Orsola Puecher??? barbarie semina odio anche a tanti anni di distanza.. con stima
r.m.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>avevo già visto questo documentario ma, rivederlo, fa tristezza infinita.. dico, semplicemente, che a napoli, qualche giorno fa, un idiota fascistello voleva violare una ragazza rea di essere donna ed ebrea.. che altro dire dott.ssa Orsola Puecher??? barbarie semina odio anche a tanti anni di distanza.. con stima<br />
r.m.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: diamonds		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/27/e-se-il-mondo-non-imparera-la-lezione-che-queste-immagini-insegnano-la-notte-tornera-a-cadere/#comment-228560</link>

		<dc:creator><![CDATA[diamonds]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Jan 2013 10:56:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[mi ha colpito la parte della “variante di Lüneburg”,il un romanzo di Paolo Maurensig,in cui il narratore internato è costretto a giocare a scacchi con un suo avversario talentuoso quanto lui ma destinato a una carriera di SS,ufficiale di quel campo di concentramento,che per non annoiarsi e trovare finalmente un avversario all’altezza lo convince a ciò usando come posta la salvezza o la morte dei deportati.IL resoconto di quella tremenda sfida è un distillato di una tale intensità che si capisce quanto poi,a guerra finita non sia mai più stato in grado di concepire un gioco fine a se stesso.E torna da pensare a quanto affermato forse da Vonnegut,per cui solo i sopravvissuti sono morti.Agli altri forse resta il compito di sentire la campana quando questa suona per loro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>mi ha colpito la parte della “variante di Lüneburg”,il un romanzo di Paolo Maurensig,in cui il narratore internato è costretto a giocare a scacchi con un suo avversario talentuoso quanto lui ma destinato a una carriera di SS,ufficiale di quel campo di concentramento,che per non annoiarsi e trovare finalmente un avversario all’altezza lo convince a ciò usando come posta la salvezza o la morte dei deportati.IL resoconto di quella tremenda sfida è un distillato di una tale intensità che si capisce quanto poi,a guerra finita non sia mai più stato in grado di concepire un gioco fine a se stesso.E torna da pensare a quanto affermato forse da Vonnegut,per cui solo i sopravvissuti sono morti.Agli altri forse resta il compito di sentire la campana quando questa suona per loro</p>
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