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	Commenti a: 3 prose brevi (Ollivùd 2)	</title>
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		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/29/ollivud-2/#comment-232189</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Feb 2013 20:52:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[caro malos,
una forma remissiva e pacata che veicola una sostanza urticante, diciamo che la formula mi corrisponde, o in ogni caso mi piacerebbe che così fosse; quel che vedo in giro, spesso, è forma urticante per sostanza remissiva, non so se mi spiego...
poi la letteratura resta letteratura: è sempre una lotta obliqua, quando pure riesce ad essere lotta contro o per qualcosa...

i dialoghi no perché essi portano, in generale, sull&#039;istante presente: sono un rallentamento verso il tempo reale; a me sopratutto in queste prose interessano le acellerazioni e le condensazioni: gli anni che precipitano gli uni sugli altri, ma sopratutto l&#039;idea del tempo ripetuto, della reiterazione, dell&#039;eterno ritorno dell&#039;uguale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>caro malos,<br />
una forma remissiva e pacata che veicola una sostanza urticante, diciamo che la formula mi corrisponde, o in ogni caso mi piacerebbe che così fosse; quel che vedo in giro, spesso, è forma urticante per sostanza remissiva, non so se mi spiego&#8230;<br />
poi la letteratura resta letteratura: è sempre una lotta obliqua, quando pure riesce ad essere lotta contro o per qualcosa&#8230;</p>
<p>i dialoghi no perché essi portano, in generale, sull&#8217;istante presente: sono un rallentamento verso il tempo reale; a me sopratutto in queste prose interessano le acellerazioni e le condensazioni: gli anni che precipitano gli uni sugli altri, ma sopratutto l&#8217;idea del tempo ripetuto, della reiterazione, dell&#8217;eterno ritorno dell&#8217;uguale</p>
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		<title>
		Di: malosmannaja		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/29/ollivud-2/#comment-232169</link>

		<dc:creator><![CDATA[malosmannaja]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Feb 2013 17:17:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ho letto &quot;il progetto&quot;, un tuo racconto breve precedente. in calce ci sono alcuni commenti, ma - se non mi sono rincoglionito del tutto, ehm - a distanza di tempo sembra non essere più possibile inserirne altri (manca il riquadro... boh).
allora ho deciso di incollare qui ciò che ho pensato: in caso, se ritieni che sia fuori luogo (visto che in un certo senso di sicuro lo è ), puoi sempre cancellarlo o non lo leggerlo.
: ))) 
“grandi specchi d’acqua dalle forme regolari” m’ha fatto *riflettere* (inevitabilmente): perché un desiderio tanto grande (nonché una spinta così potente) anche quando dispone della realtà sconfinata del sogno s’inscrive e circoscrive in &quot;forme regolari&quot;? ci ho letto l’incapacità di trasgredire. non serve a nulla che enzo spieghi “meglio del giorno precedente le sue idee”. ridotto a un giullare del capo, enzo e il suo progetto sono *prevedibili*, quindi innocui.
il capo può riscuotersi di soprassalto e intervenire a tono in qualunque parte del discorso perché in realtà le parole di enzo proprio nell’essere invariabilmente smisurate, sono sempre quelle, ovvero acquisiscono una loro smisura predefinita.
un’unità di dismisura.
: )
interessante.
pertanto, indossare un vestibolo di tempo diverso, diventa per enzo il sintomo dell&#039;eterna sconfitta. il bar è uno zoo popolato da un’umanità stagnante, una riserva indiana, un “cerchio/cerchia di concentrata esaltazione” in cui continuare ad esorcizzare più che “riscattare le miserie”. una sorta di auto-illusionismo dove, di nuovo, come già notato nel sogno iniziale, la capacità di sovvertire si riduce ad una “combinatoria minima”. ironia graffiante.
avendo letto (con godimento) un discreto (ma ancora insufficiente) numero di tuoi racconti (e di poesie), la sensazione che mi coglie è per certi versi similare. la scrittura è intima, raccolta, quasi disturbante per quanto appare remissiva e pacata nella forma, pur risultando spesso urticante nella sostanza.
il rischio potrebbe essere quello di costringersi entro un’unità di dismisura? 
: )))
mmmm...
altra cosa che ho notato, pur essendo notoriamente distratto, è che in questa manciata di prose non ci sono dialoghi. c&#039;è un motivo (chessò, non t&#039;ispiravano nel contesto del narrato diaristico) o semplicemente è un caso?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>ho letto &#8220;il progetto&#8221;, un tuo racconto breve precedente. in calce ci sono alcuni commenti, ma &#8211; se non mi sono rincoglionito del tutto, ehm &#8211; a distanza di tempo sembra non essere più possibile inserirne altri (manca il riquadro&#8230; boh).<br />
allora ho deciso di incollare qui ciò che ho pensato: in caso, se ritieni che sia fuori luogo (visto che in un certo senso di sicuro lo è ), puoi sempre cancellarlo o non lo leggerlo.<br />
: )))<br />
“grandi specchi d’acqua dalle forme regolari” m’ha fatto *riflettere* (inevitabilmente): perché un desiderio tanto grande (nonché una spinta così potente) anche quando dispone della realtà sconfinata del sogno s’inscrive e circoscrive in &#8220;forme regolari&#8221;? ci ho letto l’incapacità di trasgredire. non serve a nulla che enzo spieghi “meglio del giorno precedente le sue idee”. ridotto a un giullare del capo, enzo e il suo progetto sono *prevedibili*, quindi innocui.<br />
il capo può riscuotersi di soprassalto e intervenire a tono in qualunque parte del discorso perché in realtà le parole di enzo proprio nell’essere invariabilmente smisurate, sono sempre quelle, ovvero acquisiscono una loro smisura predefinita.<br />
un’unità di dismisura.<br />
: )<br />
interessante.<br />
pertanto, indossare un vestibolo di tempo diverso, diventa per enzo il sintomo dell&#8217;eterna sconfitta. il bar è uno zoo popolato da un’umanità stagnante, una riserva indiana, un “cerchio/cerchia di concentrata esaltazione” in cui continuare ad esorcizzare più che “riscattare le miserie”. una sorta di auto-illusionismo dove, di nuovo, come già notato nel sogno iniziale, la capacità di sovvertire si riduce ad una “combinatoria minima”. ironia graffiante.<br />
avendo letto (con godimento) un discreto (ma ancora insufficiente) numero di tuoi racconti (e di poesie), la sensazione che mi coglie è per certi versi similare. la scrittura è intima, raccolta, quasi disturbante per quanto appare remissiva e pacata nella forma, pur risultando spesso urticante nella sostanza.<br />
il rischio potrebbe essere quello di costringersi entro un’unità di dismisura?<br />
: )))<br />
mmmm&#8230;<br />
altra cosa che ho notato, pur essendo notoriamente distratto, è che in questa manciata di prose non ci sono dialoghi. c&#8217;è un motivo (chessò, non t&#8217;ispiravano nel contesto del narrato diaristico) o semplicemente è un caso?</p>
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		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/29/ollivud-2/#comment-231666</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Feb 2013 11:13:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[grazie malos, apprezzo le tue letture in qualche modo allegoriche e &quot;nelle pieghe&quot; ma non piattamente contenutistiche; è una buona via da battere, anche perché c&#039;è un tremendo e grezzo contenutismo circolante]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>grazie malos, apprezzo le tue letture in qualche modo allegoriche e &#8220;nelle pieghe&#8221; ma non piattamente contenutistiche; è una buona via da battere, anche perché c&#8217;è un tremendo e grezzo contenutismo circolante</p>
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		<title>
		Di: malosmannaja		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/29/ollivud-2/#comment-231659</link>

		<dc:creator><![CDATA[malosmannaja]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Feb 2013 10:24:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[*agente immobiliare*. i giornali vecchi che Capurro conserva nell’appartamento contenevano in effetti “qualcosa che a lui sfuggiva”. ma non era una notizia importante. era il tempo. la “svolta che riguardava tutti, amaramente, e lui pure” continuava a fare tic tac, col risultato di “cambiargli  la vita” nonostante la paralisi delle circostanze. già... circo-stanze, ovvero stanze circolari, gira gira gira la lancetta anche se restiamo immobili. così Capurro semplicemente invecchia in pace con se stesso, vivendo di “concetti” più che di eventi. emblematico, pertanto, che continui a entrare e uscire da “case in vendita”, involucri vuoti che indubbiamente sono “occasioni da realizzare” che si lascia sfuggire. non le abita, se non a parole (“lui amava ascoltarla, anche se spesso ripeteva le stesse cose”), quasi a ficcare il dito nella piaga del carpe diem che non viene colto: è *proprio il momento* ciò “stavano al momento visitando”, tanto che a corpo testo viene esplicitato che “le occasioni erano pochissime, anzi si riducevano ad una sola, proprio lì e in quel momento.” il tutto finisce per trasformarsi in una sorta di riuscito esorcismo, tanto che “l’idea di vivere” rimpiazza il vivere reale, restituendo a Capurro l’allegria.

*il fidanzato*: nel testo, così come è, non tutto giunge a chiarezza, nonostante il lodevole lavoro dei lettori. interessante (in stato e non).
: ))

*far niente*: il concetto espresso in incipit è potente: parlare è quasi ridondante perché “racconto cose di me che chiunque altro potrebbe dire, se mi vedesse”. ecco, in quel *se mi vedesse* sta tutta la potenza del bisogno di parlare.
: )
e avanti: il concetto successivo, tra le righe è che la prima persona (“senza intermediario”) è più autentica della terza. ma anche della prima plurale? c’è un *noi* in “Noi, che siamo autentici” che suona ironico e beffardo, gettando una luce impietosa sul vittimismo poetico dei “nostri pianti o borbottii”. nell’approssimarsi al dire, o forse (meglio) nel dire approssimativo, l’io narrante, quindi, si confessa, ammette la colpa, ma subito dopo precisa “ho fatto quello che dovevo fare”. capito l’antifona? no? allora è il caso di tornare al titolo che svetta in cima al raccontino e cogliere il richiamo incrociato e stridente tra “ho fatto quello che dovevo fare” e non ci posso “far niente”. segue un rosario di frustrazioni, dall’essere agito al puro caso (“non so neppure per quale grazia, ho fatto l’amore, messo incinta una donna, avuto dei figli”), che viene santificato sull’altare della passività assoluta. “Tutti sdraiati come i morti”, si deve stare, accettando con coerenza il subire: “hai subito di tutto? devi subire anche il nulla”. urticante. confesso che l’erbetta tenera e “comoda per sdraiarsi” sul limitare tra città e bosco m’ha dato l’orticaria, come pure la fotografia impietosa di un io-noi così addomesticato da non riuscire più a entrare nel bosco ed essere davvero antagonista. “sembra fatto apposta, quel prato, per chi ha smesso di lavorare”. povero robin hood...
: )))
senza contare poi che addentrandosi nel bosco non ci vede più nessuno e invece, come indicato poc’anzi, è proprio sul bisogno di *essere visti*, foss’anche a far niente, che si fonda la società mercato. impensabile che ci “si affanni a leggere e a suonare lo zufolo, senza neppure essere remunerati.” impensabile che qualcuno possa mettersi in testa di “andare a raccogliere funghi” invece di “raggiungere il successo”.

insomma, un altro terzetto di raccontini stimolanti assai. tu porta pazienza se provo a comunicare e spesso finisco per delirare. non ci posso... far niente.
: )]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>*agente immobiliare*. i giornali vecchi che Capurro conserva nell’appartamento contenevano in effetti “qualcosa che a lui sfuggiva”. ma non era una notizia importante. era il tempo. la “svolta che riguardava tutti, amaramente, e lui pure” continuava a fare tic tac, col risultato di “cambiargli  la vita” nonostante la paralisi delle circostanze. già&#8230; circo-stanze, ovvero stanze circolari, gira gira gira la lancetta anche se restiamo immobili. così Capurro semplicemente invecchia in pace con se stesso, vivendo di “concetti” più che di eventi. emblematico, pertanto, che continui a entrare e uscire da “case in vendita”, involucri vuoti che indubbiamente sono “occasioni da realizzare” che si lascia sfuggire. non le abita, se non a parole (“lui amava ascoltarla, anche se spesso ripeteva le stesse cose”), quasi a ficcare il dito nella piaga del carpe diem che non viene colto: è *proprio il momento* ciò “stavano al momento visitando”, tanto che a corpo testo viene esplicitato che “le occasioni erano pochissime, anzi si riducevano ad una sola, proprio lì e in quel momento.” il tutto finisce per trasformarsi in una sorta di riuscito esorcismo, tanto che “l’idea di vivere” rimpiazza il vivere reale, restituendo a Capurro l’allegria.</p>
<p>*il fidanzato*: nel testo, così come è, non tutto giunge a chiarezza, nonostante il lodevole lavoro dei lettori. interessante (in stato e non).<br />
: ))</p>
<p>*far niente*: il concetto espresso in incipit è potente: parlare è quasi ridondante perché “racconto cose di me che chiunque altro potrebbe dire, se mi vedesse”. ecco, in quel *se mi vedesse* sta tutta la potenza del bisogno di parlare.<br />
: )<br />
e avanti: il concetto successivo, tra le righe è che la prima persona (“senza intermediario”) è più autentica della terza. ma anche della prima plurale? c’è un *noi* in “Noi, che siamo autentici” che suona ironico e beffardo, gettando una luce impietosa sul vittimismo poetico dei “nostri pianti o borbottii”. nell’approssimarsi al dire, o forse (meglio) nel dire approssimativo, l’io narrante, quindi, si confessa, ammette la colpa, ma subito dopo precisa “ho fatto quello che dovevo fare”. capito l’antifona? no? allora è il caso di tornare al titolo che svetta in cima al raccontino e cogliere il richiamo incrociato e stridente tra “ho fatto quello che dovevo fare” e non ci posso “far niente”. segue un rosario di frustrazioni, dall’essere agito al puro caso (“non so neppure per quale grazia, ho fatto l’amore, messo incinta una donna, avuto dei figli”), che viene santificato sull’altare della passività assoluta. “Tutti sdraiati come i morti”, si deve stare, accettando con coerenza il subire: “hai subito di tutto? devi subire anche il nulla”. urticante. confesso che l’erbetta tenera e “comoda per sdraiarsi” sul limitare tra città e bosco m’ha dato l’orticaria, come pure la fotografia impietosa di un io-noi così addomesticato da non riuscire più a entrare nel bosco ed essere davvero antagonista. “sembra fatto apposta, quel prato, per chi ha smesso di lavorare”. povero robin hood&#8230;<br />
: )))<br />
senza contare poi che addentrandosi nel bosco non ci vede più nessuno e invece, come indicato poc’anzi, è proprio sul bisogno di *essere visti*, foss’anche a far niente, che si fonda la società mercato. impensabile che ci “si affanni a leggere e a suonare lo zufolo, senza neppure essere remunerati.” impensabile che qualcuno possa mettersi in testa di “andare a raccogliere funghi” invece di “raggiungere il successo”.</p>
<p>insomma, un altro terzetto di raccontini stimolanti assai. tu porta pazienza se provo a comunicare e spesso finisco per delirare. non ci posso&#8230; far niente.<br />
: )</p>
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		<title>
		Di: Mónica Flores		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/29/ollivud-2/#comment-229668</link>

		<dc:creator><![CDATA[Mónica Flores]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Feb 2013 15:48:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie mille di questi testi, Andrea. Mi sono molto piaciuti, soprattutto &quot;Il fidanzato&quot;! :)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie mille di questi testi, Andrea. Mi sono molto piaciuti, soprattutto &#8220;Il fidanzato&#8221;! :)</p>
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		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/29/ollivud-2/#comment-229278</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jan 2013 16:10:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[la pubblicità spam, no grazie; NI ha deciso di essere un sito senza pubblicità; se ti va di intervenire, dialogare, polemizzare, bene, ma se è solo per incollare tuo materiale o tuoi link senza commento o altro, a me non sta bene.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>la pubblicità spam, no grazie; NI ha deciso di essere un sito senza pubblicità; se ti va di intervenire, dialogare, polemizzare, bene, ma se è solo per incollare tuo materiale o tuoi link senza commento o altro, a me non sta bene.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: noisiamolunionesovietica		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/29/ollivud-2/#comment-229264</link>

		<dc:creator><![CDATA[noisiamolunionesovietica]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jan 2013 14:23:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non si confà molto a quello che pensavo foste censurare ed insabbiare. Ragazzi ma che combinate? Di chi è ora, questa guerra? e per chi?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non si confà molto a quello che pensavo foste censurare ed insabbiare. Ragazzi ma che combinate? Di chi è ora, questa guerra? e per chi?</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: effeffe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/01/29/ollivud-2/#comment-228794</link>

		<dc:creator><![CDATA[effeffe]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Jan 2013 11:07:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In queste prose è in atto una secolarizzazione del narratore. bravo Andriù effeffe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste prose è in atto una secolarizzazione del narratore. bravo Andriù effeffe</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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