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	Commenti a: Il romanzo e la strategia dell’inventario	</title>
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		<title>
		Di: Lorenzo		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Apr 2013 12:21:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Credi ci sia un collegamento tra l&#039;inventario, la catalogazione, e gli status sui social network? Il bisogno di tutti di condividere le proprie piccole e insignificanti imprese (trascorso bellissima giornata al parco, speso del tempo con il mio piccolo nipote di 3 anni, è stato un piacere lavorare con voi ragazzi, bellissima atmosfera domenica allo stadio), per dare un senso al proprio sé? 
Io penso di sì.  

Se la vita è letteratura e la letteratura vita, la perdita di potere della story, del grande evento, nei confronti dello sfondo, mi pare avere impressionanti analogie con la perdita di potere di alcuni valori indissolubili attorno a cui prima gravitava la vita. Farsi una famiglia entro i trenta. Avere una professione da qui alla pensione. Paletti a cui ormai molti non guardano più, o guardano con sempre meno focus. Meglio quello che c&#039;è intorno. Si può scrivere su facebook, - ho messo su famiglia. -, oppure, - mi sono sposata -. Noia. Si può scrivere ma è noia. Non è diverso dalla giornata al parco, hanno pari dignità. 

Io credo che il procedimento del 900 di distruzione e destrutturazione sia arrivato alla vita, quindi ora nuova fase. Penso che l&#039;inventario sia già uno strumento inefficace e anacronistico se fine a se stesso. Credo vada utilizzato per mettere nuovi paletti, e il primo paletto mi pare possa fissare è quello dell&#039;individuo. In senso artistico, l&#039;autore per me deve mirare a divenire un mondo, completamente, molto più che nei secoli passati, la tecnologia lo supporterà in questo processo. 
L&#039;inventario a quel punto diverrà strumento per ricercare nel mondo-autore. Il lettore troverà il suo percorso. Troverà anche i paradossi che hai ben spiegato. Troverà un sistema ordinato di figure, di storie, ma questo ordine non è cronologico, è un disordine. 

Come dici il pericolo è l&#039;oblio. Lo sentono tutti, ne hanno tutti una gran paura. Prima pensare alla morte era roba per i pedanti, gli intellettuali, i vecchi. Ora la paura dell&#039;oblio ce l&#039;hanno tutti, la smania di poter elencare un giorno - le cose che ho fatto -, e sentirmi pieno e soddisfatto, la voglia di aver vissuto la vita in pieno, adesso sta prescia ce l&#039;hanno anche iragazzotti di 18 anni. Vuoi per il meccanismo della fama vuoi perché molti valori determinati si sono sciolti come le pastiglie di detersivo nella lavastoviglie. Non basta più una cosa sola da raggiungere nella vita, ne servono tante, e visto che non si può, perché la vita è breve, bisogna dare importanza anche alle piccole cose. Ma ho paura che anche questa sia una illusione.  

La latteratura è vita ma è anche finzione. Quindi le piccole cose vanno dette con grandi parole. E in questo senso credo che il romanzo debba idealmente avvicinarsi alla poesia o almeno ai suoi intenti. 

Mi sono dlungato un po&#039; troppo, ma questo tuo articolo è davvero stra interessante e mi piacerebbe leggerne di più di questo genere. Complimenti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Credi ci sia un collegamento tra l&#8217;inventario, la catalogazione, e gli status sui social network? Il bisogno di tutti di condividere le proprie piccole e insignificanti imprese (trascorso bellissima giornata al parco, speso del tempo con il mio piccolo nipote di 3 anni, è stato un piacere lavorare con voi ragazzi, bellissima atmosfera domenica allo stadio), per dare un senso al proprio sé?<br />
Io penso di sì.  </p>
<p>Se la vita è letteratura e la letteratura vita, la perdita di potere della story, del grande evento, nei confronti dello sfondo, mi pare avere impressionanti analogie con la perdita di potere di alcuni valori indissolubili attorno a cui prima gravitava la vita. Farsi una famiglia entro i trenta. Avere una professione da qui alla pensione. Paletti a cui ormai molti non guardano più, o guardano con sempre meno focus. Meglio quello che c&#8217;è intorno. Si può scrivere su facebook, &#8211; ho messo su famiglia. -, oppure, &#8211; mi sono sposata -. Noia. Si può scrivere ma è noia. Non è diverso dalla giornata al parco, hanno pari dignità. </p>
<p>Io credo che il procedimento del 900 di distruzione e destrutturazione sia arrivato alla vita, quindi ora nuova fase. Penso che l&#8217;inventario sia già uno strumento inefficace e anacronistico se fine a se stesso. Credo vada utilizzato per mettere nuovi paletti, e il primo paletto mi pare possa fissare è quello dell&#8217;individuo. In senso artistico, l&#8217;autore per me deve mirare a divenire un mondo, completamente, molto più che nei secoli passati, la tecnologia lo supporterà in questo processo.<br />
L&#8217;inventario a quel punto diverrà strumento per ricercare nel mondo-autore. Il lettore troverà il suo percorso. Troverà anche i paradossi che hai ben spiegato. Troverà un sistema ordinato di figure, di storie, ma questo ordine non è cronologico, è un disordine. </p>
<p>Come dici il pericolo è l&#8217;oblio. Lo sentono tutti, ne hanno tutti una gran paura. Prima pensare alla morte era roba per i pedanti, gli intellettuali, i vecchi. Ora la paura dell&#8217;oblio ce l&#8217;hanno tutti, la smania di poter elencare un giorno &#8211; le cose che ho fatto -, e sentirmi pieno e soddisfatto, la voglia di aver vissuto la vita in pieno, adesso sta prescia ce l&#8217;hanno anche iragazzotti di 18 anni. Vuoi per il meccanismo della fama vuoi perché molti valori determinati si sono sciolti come le pastiglie di detersivo nella lavastoviglie. Non basta più una cosa sola da raggiungere nella vita, ne servono tante, e visto che non si può, perché la vita è breve, bisogna dare importanza anche alle piccole cose. Ma ho paura che anche questa sia una illusione.  </p>
<p>La latteratura è vita ma è anche finzione. Quindi le piccole cose vanno dette con grandi parole. E in questo senso credo che il romanzo debba idealmente avvicinarsi alla poesia o almeno ai suoi intenti. </p>
<p>Mi sono dlungato un po&#8217; troppo, ma questo tuo articolo è davvero stra interessante e mi piacerebbe leggerne di più di questo genere. Complimenti.</p>
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		<title>
		Di: malosmannaja		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/03/27/gli-ideali-della-letteratura-moderna-e-la-strategia-dellinventario/#comment-236144</link>

		<dc:creator><![CDATA[malosmannaja]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Apr 2013 09:01:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[caro andrea, innantutto grazie per l&#039;attenzione (anche se e soprattutto se non hai tempo).
: )))
&quot;tra di loro si ordinano in una precisa gerarchia&quot;
non so. di &quot;preciso&quot; in letteratura c’è pochissimo e &quot;gerarchia&quot; torna a suggerire un rapporto di supremazia e subordinazione. ciò che leggo in questo o quel romanzo è un&#039;infinità di micro-storie (singole cellule nervose in grado di codificare un segnale), alcune delle quali possono anche essere o apparire collegate tra loro componendo network neuronali (fasci di microstorie o di fibre nervose) dalla cui ulteriore eventuale interazione nello spazio e nel tempo si può ottenere una sorta di &quot;cervello del romanzo&quot; con annessa trama interpretativa - più o meno *immaginaria* - frutto dei pensieri dell’autore e del lettore.
ogni microstoria è autosufficiente e al servizio prima di tutto di se stessa (non &quot;di una seconda forma&quot;), come dimostra il famoso romanzo di sei parole di hemingway (&quot;for sale: baby shoes, never worn&quot;) o quello di manzoni (&quot;dopo infinite difficoltà renzo sposò lucia&quot;)
: )
descrizione e digressione, allora, forse sono solo microstorie divergenti.
l’inventario forse è solo un elenco telefonico di microstorie.
e il &quot;principio architettonico&quot; magari è solo un sogno romanzato dell’autore, che il lettore finirà per allucinare a suo modo. 
: )
sarà che sono un letterato da due soldi (porta pazienza), ma mi pare suggestivo che le neuroscienze dimostrino che la principale funzione del cervello è quella di immaginare relazioni causa-effetto, e che per farlo il cervello non possa che raccontarsi in continuazione delle microstorie. quindi scusami la sovrasemplificazione, però a volte finisce che mi perdo (il gusto della sostanza) tra sinonimi e astrazioni. addirittura (tunoncicrederai) sono convinto che “il romanzo” non è morto perché non esiste, essendo “il romanzo” solo una parola astratta, un assoluto... esistono semmai i romanzi - infiniti, pieni di microstorie infinite - ovvero una sterminata popolazione di singoli romanzi che al massimo potremo indagare mediante la statistica di popolazione. 
: )

“Mi ricordo che il nome robot è un nome ceco, inventato, credo, da Carel Capek.”

*protagonist*: io che richiamo un ricordo; *conflict*: &quot;credo&quot;; *obstacles*: fallibilità della memoria, lingua straniera, arbitrarietà dell’invenzione; *resolution*: &quot;Carel Capek&quot;.

(ps: come al solito scusa i miei deliri e grazie per gli spunti di riflessione)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>caro andrea, innantutto grazie per l&#8217;attenzione (anche se e soprattutto se non hai tempo).<br />
: )))<br />
&#8220;tra di loro si ordinano in una precisa gerarchia&#8221;<br />
non so. di &#8220;preciso&#8221; in letteratura c’è pochissimo e &#8220;gerarchia&#8221; torna a suggerire un rapporto di supremazia e subordinazione. ciò che leggo in questo o quel romanzo è un&#8217;infinità di micro-storie (singole cellule nervose in grado di codificare un segnale), alcune delle quali possono anche essere o apparire collegate tra loro componendo network neuronali (fasci di microstorie o di fibre nervose) dalla cui ulteriore eventuale interazione nello spazio e nel tempo si può ottenere una sorta di &#8220;cervello del romanzo&#8221; con annessa trama interpretativa &#8211; più o meno *immaginaria* &#8211; frutto dei pensieri dell’autore e del lettore.<br />
ogni microstoria è autosufficiente e al servizio prima di tutto di se stessa (non &#8220;di una seconda forma&#8221;), come dimostra il famoso romanzo di sei parole di hemingway (&#8220;for sale: baby shoes, never worn&#8221;) o quello di manzoni (&#8220;dopo infinite difficoltà renzo sposò lucia&#8221;)<br />
: )<br />
descrizione e digressione, allora, forse sono solo microstorie divergenti.<br />
l’inventario forse è solo un elenco telefonico di microstorie.<br />
e il &#8220;principio architettonico&#8221; magari è solo un sogno romanzato dell’autore, che il lettore finirà per allucinare a suo modo.<br />
: )<br />
sarà che sono un letterato da due soldi (porta pazienza), ma mi pare suggestivo che le neuroscienze dimostrino che la principale funzione del cervello è quella di immaginare relazioni causa-effetto, e che per farlo il cervello non possa che raccontarsi in continuazione delle microstorie. quindi scusami la sovrasemplificazione, però a volte finisce che mi perdo (il gusto della sostanza) tra sinonimi e astrazioni. addirittura (tunoncicrederai) sono convinto che “il romanzo” non è morto perché non esiste, essendo “il romanzo” solo una parola astratta, un assoluto&#8230; esistono semmai i romanzi &#8211; infiniti, pieni di microstorie infinite &#8211; ovvero una sterminata popolazione di singoli romanzi che al massimo potremo indagare mediante la statistica di popolazione.<br />
: )</p>
<p>“Mi ricordo che il nome robot è un nome ceco, inventato, credo, da Carel Capek.”</p>
<p>*protagonist*: io che richiamo un ricordo; *conflict*: &#8220;credo&#8221;; *obstacles*: fallibilità della memoria, lingua straniera, arbitrarietà dell’invenzione; *resolution*: &#8220;Carel Capek&#8221;.</p>
<p>(ps: come al solito scusa i miei deliri e grazie per gli spunti di riflessione)</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/03/27/gli-ideali-della-letteratura-moderna-e-la-strategia-dellinventario/#comment-235037</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 21:51:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[caro malos, purtroppo non ho tempo di risponderti su ogni punto, ma mi pare che si siano verificati alcuni malintesi. In ogni caso, sono questioni importanti quelle che tocchi, tanto che una risposta chiara e non sommaria richiederebbe parecchio tempo. Io ci provo invece rapidamente. Per quanto riguarda la questione di principio architettonico e peripezia né Rizzante né Kundera né io vogliamo dire che uno sia più importante dell&#039;altro. Sono entrambi necessari a sviluppare fino in fondo le possibilità conoscitive del romanzo. Nello stesso tempo pur essendo entrambi necessari, tra di loro si ordinano in una precisa gerarchia. Una storia, o micro-narrazione, è in realtà già una forma. Nel romanzo però questa forma - forma elementare - è al servizio di una seconda forma che la organizza, assieme ad altri elementi ad altre forme semplici. Ed è quanto viene chiamato qui principio architettonico. La nostra vita è fatta di una successione di micro-narrazioni, ma il romanzo NON è la nostra vita, e quindi il romanzo non è un semplice assemblaggio di micro-narrazioni. Quindi se quanto precede è chiaro, l&#039;idea di avere un principio architettonica senza &quot;story&quot; non ha gran senso. Quello che può accadere è che elementi secondari rispetto alla story come la descrizione, la digressione, l&#039;inventario possono acquisire preminenza, fino al caso limite in cui essi dissolvono la stessa forma romanzo. 

Inoltre la peripezia è una caso particolare della narrazione.

&quot;Mi ricordo che il nome robot è un nome ceco, inventato, credo, da Carel Capek.&quot;
E&#039; una micro-narrazione? Boh? Senz&#039;altro siamo al grado zero della peripezia, dell&#039;avventura, dell&#039;imprevisto, ecc.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>caro malos, purtroppo non ho tempo di risponderti su ogni punto, ma mi pare che si siano verificati alcuni malintesi. In ogni caso, sono questioni importanti quelle che tocchi, tanto che una risposta chiara e non sommaria richiederebbe parecchio tempo. Io ci provo invece rapidamente. Per quanto riguarda la questione di principio architettonico e peripezia né Rizzante né Kundera né io vogliamo dire che uno sia più importante dell&#8217;altro. Sono entrambi necessari a sviluppare fino in fondo le possibilità conoscitive del romanzo. Nello stesso tempo pur essendo entrambi necessari, tra di loro si ordinano in una precisa gerarchia. Una storia, o micro-narrazione, è in realtà già una forma. Nel romanzo però questa forma &#8211; forma elementare &#8211; è al servizio di una seconda forma che la organizza, assieme ad altri elementi ad altre forme semplici. Ed è quanto viene chiamato qui principio architettonico. La nostra vita è fatta di una successione di micro-narrazioni, ma il romanzo NON è la nostra vita, e quindi il romanzo non è un semplice assemblaggio di micro-narrazioni. Quindi se quanto precede è chiaro, l&#8217;idea di avere un principio architettonica senza &#8220;story&#8221; non ha gran senso. Quello che può accadere è che elementi secondari rispetto alla story come la descrizione, la digressione, l&#8217;inventario possono acquisire preminenza, fino al caso limite in cui essi dissolvono la stessa forma romanzo. </p>
<p>Inoltre la peripezia è una caso particolare della narrazione.</p>
<p>&#8220;Mi ricordo che il nome robot è un nome ceco, inventato, credo, da Carel Capek.&#8221;<br />
E&#8217; una micro-narrazione? Boh? Senz&#8217;altro siamo al grado zero della peripezia, dell&#8217;avventura, dell&#8217;imprevisto, ecc.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: malosmannaja		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/03/27/gli-ideali-della-letteratura-moderna-e-la-strategia-dellinventario/#comment-234921</link>

		<dc:creator><![CDATA[malosmannaja]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2013 22:54:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[saggio davvero dettagliato e stimolante. molto significativa tutta la parte su kis e sulla memoria. mi piace l’idea dell’inventario come grimaldello al servizio dello scrittore per rendere omaggio e onori all’entropia, signora incontrastata dell’universo, che scardina gli aspetti rassicuranti della narrazione intesa come strumento generatore di (immaginifico) senso delle cose umane. sarà che l’argomento è tra quelli a me più cari, sarà che è divertente confrontarsi su aspetti spesso assai sfuggenti delle dinamiche del romanzo, fatto sta che me lo sono letto tutto con attenzione. beh, se mai c’incontreremo al bar, sono certo che potremmo dissertare per ore in proposito. nello specifico, è interessante come, nonostante lo sforzo di definire al meglio cosa s’intenda per questo o per quello, sia spesso difficile superare le sfumature soggettive nel significato attribuito alle singole parole (come ad esempio “storia”).
ecco allora qui di seguito dubbi e le perplessità (o anche semplici riformulazioni per verificare eventuali incomprensioni) che mi hanno accompagnato durante la lettura. non che richiedano risposte o controdeduzioni particolari, sono più che altro miei deliri di cui non tenere troppo conto.
: )
“il principio architettonico, che organizza ed esplora il materiale narrativo”. semplificando, forma.
“il principio della peripezia, che costituisce il materiale narrativo”. semplificando, sostanza.
“l’odierna produzione editoriale, che fa del romanzo il suo genere letterario privilegiato, contribuisce ad enfatizzare il principio della peripezia a scapito di quello compositivo, privando così il genere delle sue potenzialità conoscitive”. in realtà mi pare che nell’odierna produzione editoriale entrambi gli elementi siano assai trascurati, a favore di un’omogeneizzazione seriale del *prodotto commerciale*, il che è anche inevitabile visto che a dettare le scelte editoriali sono mere logiche di mercato. quindi non solo la forma, ma anche la sostanza “nell’odierna produzione editoriale” consta di storie organizzate in trame deboli e prive di originalità. 
resto quindi un po’ perplesso leggendo la “diagnosi” iniziale che affermi di condividere “nelle sue linee generali”, sempre pronto a ricredermi qualora si portino esempi concreti delle migliaia e migliaia di romanzi che affollerebbero gli scaffali delle librerie negli ultimi decenni pieni di storie memorabili e rutilanti.
resto un po’ perplesso anche sull’elevato valore artistico attribuito in sé alla forma (alta letteratura architettonica) e sul disprezzo velato per la sostanza (la storia come *regressione*, sì, insomma, “robba” da plebei trogloditi). 
non so, non riesco ad attribuire alto valore a priori al “principio architettonico” e un basso valore a priori alla story: entrambi, a seconda dei casi, potranno essere sviluppati con risultati artistici scarsi, mediocri o eccellenti.
peraltro, l’idea di poter prescindere dalla story, o di relegarla a un ruolo marginale di secondo piano, potrà apparire elegante da un punto di vista *intelletterario*, ma è traballante da un punto di vista scientifico (il cervello umano ragiona per causa-effetto, e una storia/micro-storia, ridotta ai suoi componenti elementari, non è altro che una relazione di causa-effetto: immaginiamo storie tutto il santo giorno qualunque cosa facciamo, che ci piaccia o meno, anche scrivendo un saggio letterario... da cui alcuni paradigmi della psicologia cognitiva che recitano più o meno “evolution has wired our brains for storytelling” o anche “human is a storytelling animal”).
“l’inventario da procedimento tattico, ossia circoscritto e alternativo rispetto alla story, giunga persino ad acquisire il ruolo di procedimento strategico, organizzando a partire da sé l’intero discorso romanzesco.” anche qui non so. ha senso parlare di “inventario” come *alternativa* alla “story, ovvero di forma come alternativa alla sostanza? mi pare un discorso po’ astratto e assolutista (la forma in sé e la sostanza in sé, antitetiche e disgiunte mi rimandano alla filosofia ontologica metafisica…).  forse come alternativa alla trama intesa come organizzazione di micro-storie.
“Sottoposto al dispotismo della story o della peripezia, il romanzo è quindi costretto ad abbandonare le regioni della banalità quotidiana, della routine, dell’insignificanza, per concentrarsi sull’avventuroso e lo straordinario, nei modi che le nostre forme di vita attuali, post-esotiche, ancora ci consentono.” ma esisterà davvero un “avventuroso” o uno “straordinario” in sé? anche la banalità quotidiana, nelle parole di un buon narratore, diventa facilmente avventurosa e straordinaria. il discorso potrebbe forse essere anche qui ricondotto all’interazione funzionale e dinamica tra forma e sostanza, più che allo scontro antitetico tra categorie del pensiero.
“L’orchestrazione di digressioni e di micro-episodi, che dissolve l’unità narrativa”. non è che digressioni e micro-episodi sono anch’essi storie e micro-storie (futili o meno)? sono d’accordo se parliamo di trama (intesa come insieme di micro-storie), ma il discorso mi pare forzato se si vuole far passere l’idea che la forma possa cancellare non solo la trama unitaria, ma anche le storie. in pratica: possiamo certamente rinunciare all’unità narrativa, ma non alle storie e micro-storie che la compongono, a meno di cancellare anche le parole. 
“mette in dubbio la possibilità stessa di organizzare gerarchicamente gli eventi di una vita in una forma unitaria, sia essa intesa come destino”. traduco: di organizzare le microstorie in una trama unitaria. ok? 
“Se il gusto della peripezia non attraversa tutta l’opera di Perec, è possibile constatare invece l’onnipresenza dell’inventario.” ma davvero può esistere, di un qualunque autore, uno scritto che non contenga “peripezia”, ovvero storie e microstorie? mmmm...
“ci troviamo di fronte a qualcosa che potremmo considerare un’invariante antropologica, una sorta di disposizione universale dell’essere umano di fronte alla ricchezza caotica del mondo.” qui non ho capito a quale invariante antropologica fai riferimento. 
“e una più generale necessità della parola di ordinare il mondo sul piano sintattico e semantico.” direi che ad ordinare il mondo, fornendone una interpretazione mediante il loro giochino mentale di causa-effetto sono invece le storie, più che la parola in sé. non è un po’ come se sostenessimo che il rastrello riordina il giardino? a me pare che il rastrello in sé e per sé non ordini un bel niente senza due mani che lo muovono.
“Lo strumento linguistico e retorico preposto all’ordinamento del mondo può di continuo scivolare nel suo contrario, rivelandosi come un’accumulazione incongruente di elementi.” ohi, talvolta è proprio vero!!!
: )))
“La letteratura narra ciò che la storia non può né riesce a narrare.” vedi? a quale storia ci stiamo riferendo? al limite si poteva usare la S maiuscola.
“In noi hanno sedimentato una quantità innumerevole di dettagli, nomi propri, nozioni slegate, che sono del tutto inutilizzabili persino nell’ottica di una narrazione autobiografica.” potremmo anche definirle micro-storie?
“Non esiste una forma narrativa e, probabilmente, neppure una forma lirica, in grado di organizzare un tale materiale.” ovvero assemblarle in una trama unitaria. ok. 
“La scelta di Perec è allora quella dell’inventario: raccogliere in una semplice successione numerica una certa quantità di enunciati, in ognuno dei quali è espresso un ricordo, una traccia soggettiva di realtà” non è che giochiamo con le parole? enunciati, nozioni, dettagli... sembra che si cerchi in ogni modo di non chiamarle storie o micro-storie. è accettabile se, terra terra, definiamo l’inventario come elenco di micro-storie?
“Mi ricordo che Jean Jaurès fu assassinato al Café du Croissant, in via Montmartre.” infatti, mi pare un ottimo esempio di micro-storia.
finito. scusa di nuovo i miei deliri e grazie per gli spunti di riflessione.
: ))]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>saggio davvero dettagliato e stimolante. molto significativa tutta la parte su kis e sulla memoria. mi piace l’idea dell’inventario come grimaldello al servizio dello scrittore per rendere omaggio e onori all’entropia, signora incontrastata dell’universo, che scardina gli aspetti rassicuranti della narrazione intesa come strumento generatore di (immaginifico) senso delle cose umane. sarà che l’argomento è tra quelli a me più cari, sarà che è divertente confrontarsi su aspetti spesso assai sfuggenti delle dinamiche del romanzo, fatto sta che me lo sono letto tutto con attenzione. beh, se mai c’incontreremo al bar, sono certo che potremmo dissertare per ore in proposito. nello specifico, è interessante come, nonostante lo sforzo di definire al meglio cosa s’intenda per questo o per quello, sia spesso difficile superare le sfumature soggettive nel significato attribuito alle singole parole (come ad esempio “storia”).<br />
ecco allora qui di seguito dubbi e le perplessità (o anche semplici riformulazioni per verificare eventuali incomprensioni) che mi hanno accompagnato durante la lettura. non che richiedano risposte o controdeduzioni particolari, sono più che altro miei deliri di cui non tenere troppo conto.<br />
: )<br />
“il principio architettonico, che organizza ed esplora il materiale narrativo”. semplificando, forma.<br />
“il principio della peripezia, che costituisce il materiale narrativo”. semplificando, sostanza.<br />
“l’odierna produzione editoriale, che fa del romanzo il suo genere letterario privilegiato, contribuisce ad enfatizzare il principio della peripezia a scapito di quello compositivo, privando così il genere delle sue potenzialità conoscitive”. in realtà mi pare che nell’odierna produzione editoriale entrambi gli elementi siano assai trascurati, a favore di un’omogeneizzazione seriale del *prodotto commerciale*, il che è anche inevitabile visto che a dettare le scelte editoriali sono mere logiche di mercato. quindi non solo la forma, ma anche la sostanza “nell’odierna produzione editoriale” consta di storie organizzate in trame deboli e prive di originalità.<br />
resto quindi un po’ perplesso leggendo la “diagnosi” iniziale che affermi di condividere “nelle sue linee generali”, sempre pronto a ricredermi qualora si portino esempi concreti delle migliaia e migliaia di romanzi che affollerebbero gli scaffali delle librerie negli ultimi decenni pieni di storie memorabili e rutilanti.<br />
resto un po’ perplesso anche sull’elevato valore artistico attribuito in sé alla forma (alta letteratura architettonica) e sul disprezzo velato per la sostanza (la storia come *regressione*, sì, insomma, “robba” da plebei trogloditi).<br />
non so, non riesco ad attribuire alto valore a priori al “principio architettonico” e un basso valore a priori alla story: entrambi, a seconda dei casi, potranno essere sviluppati con risultati artistici scarsi, mediocri o eccellenti.<br />
peraltro, l’idea di poter prescindere dalla story, o di relegarla a un ruolo marginale di secondo piano, potrà apparire elegante da un punto di vista *intelletterario*, ma è traballante da un punto di vista scientifico (il cervello umano ragiona per causa-effetto, e una storia/micro-storia, ridotta ai suoi componenti elementari, non è altro che una relazione di causa-effetto: immaginiamo storie tutto il santo giorno qualunque cosa facciamo, che ci piaccia o meno, anche scrivendo un saggio letterario&#8230; da cui alcuni paradigmi della psicologia cognitiva che recitano più o meno “evolution has wired our brains for storytelling” o anche “human is a storytelling animal”).<br />
“l’inventario da procedimento tattico, ossia circoscritto e alternativo rispetto alla story, giunga persino ad acquisire il ruolo di procedimento strategico, organizzando a partire da sé l’intero discorso romanzesco.” anche qui non so. ha senso parlare di “inventario” come *alternativa* alla “story, ovvero di forma come alternativa alla sostanza? mi pare un discorso po’ astratto e assolutista (la forma in sé e la sostanza in sé, antitetiche e disgiunte mi rimandano alla filosofia ontologica metafisica…).  forse come alternativa alla trama intesa come organizzazione di micro-storie.<br />
“Sottoposto al dispotismo della story o della peripezia, il romanzo è quindi costretto ad abbandonare le regioni della banalità quotidiana, della routine, dell’insignificanza, per concentrarsi sull’avventuroso e lo straordinario, nei modi che le nostre forme di vita attuali, post-esotiche, ancora ci consentono.” ma esisterà davvero un “avventuroso” o uno “straordinario” in sé? anche la banalità quotidiana, nelle parole di un buon narratore, diventa facilmente avventurosa e straordinaria. il discorso potrebbe forse essere anche qui ricondotto all’interazione funzionale e dinamica tra forma e sostanza, più che allo scontro antitetico tra categorie del pensiero.<br />
“L’orchestrazione di digressioni e di micro-episodi, che dissolve l’unità narrativa”. non è che digressioni e micro-episodi sono anch’essi storie e micro-storie (futili o meno)? sono d’accordo se parliamo di trama (intesa come insieme di micro-storie), ma il discorso mi pare forzato se si vuole far passere l’idea che la forma possa cancellare non solo la trama unitaria, ma anche le storie. in pratica: possiamo certamente rinunciare all’unità narrativa, ma non alle storie e micro-storie che la compongono, a meno di cancellare anche le parole.<br />
“mette in dubbio la possibilità stessa di organizzare gerarchicamente gli eventi di una vita in una forma unitaria, sia essa intesa come destino”. traduco: di organizzare le microstorie in una trama unitaria. ok?<br />
“Se il gusto della peripezia non attraversa tutta l’opera di Perec, è possibile constatare invece l’onnipresenza dell’inventario.” ma davvero può esistere, di un qualunque autore, uno scritto che non contenga “peripezia”, ovvero storie e microstorie? mmmm&#8230;<br />
“ci troviamo di fronte a qualcosa che potremmo considerare un’invariante antropologica, una sorta di disposizione universale dell’essere umano di fronte alla ricchezza caotica del mondo.” qui non ho capito a quale invariante antropologica fai riferimento.<br />
“e una più generale necessità della parola di ordinare il mondo sul piano sintattico e semantico.” direi che ad ordinare il mondo, fornendone una interpretazione mediante il loro giochino mentale di causa-effetto sono invece le storie, più che la parola in sé. non è un po’ come se sostenessimo che il rastrello riordina il giardino? a me pare che il rastrello in sé e per sé non ordini un bel niente senza due mani che lo muovono.<br />
“Lo strumento linguistico e retorico preposto all’ordinamento del mondo può di continuo scivolare nel suo contrario, rivelandosi come un’accumulazione incongruente di elementi.” ohi, talvolta è proprio vero!!!<br />
: )))<br />
“La letteratura narra ciò che la storia non può né riesce a narrare.” vedi? a quale storia ci stiamo riferendo? al limite si poteva usare la S maiuscola.<br />
“In noi hanno sedimentato una quantità innumerevole di dettagli, nomi propri, nozioni slegate, che sono del tutto inutilizzabili persino nell’ottica di una narrazione autobiografica.” potremmo anche definirle micro-storie?<br />
“Non esiste una forma narrativa e, probabilmente, neppure una forma lirica, in grado di organizzare un tale materiale.” ovvero assemblarle in una trama unitaria. ok.<br />
“La scelta di Perec è allora quella dell’inventario: raccogliere in una semplice successione numerica una certa quantità di enunciati, in ognuno dei quali è espresso un ricordo, una traccia soggettiva di realtà” non è che giochiamo con le parole? enunciati, nozioni, dettagli&#8230; sembra che si cerchi in ogni modo di non chiamarle storie o micro-storie. è accettabile se, terra terra, definiamo l’inventario come elenco di micro-storie?<br />
“Mi ricordo che Jean Jaurès fu assassinato al Café du Croissant, in via Montmartre.” infatti, mi pare un ottimo esempio di micro-storia.<br />
finito. scusa di nuovo i miei deliri e grazie per gli spunti di riflessione.<br />
: ))</p>
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		Di: dino		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/03/27/gli-ideali-della-letteratura-moderna-e-la-strategia-dellinventario/#comment-234881</link>

		<dc:creator><![CDATA[dino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2013 15:56:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Molto interessante. Come scriveva un autore citato nel post: (per il romanzo) nulla è importante se non la vita stessa”; per il romanziere rimane forse il dubbio che, per il lettore, certe vite, certi quotidiani sono più... à la page di altri. Di nuovo complimenti per il testo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Molto interessante. Come scriveva un autore citato nel post: (per il romanzo) nulla è importante se non la vita stessa”; per il romanziere rimane forse il dubbio che, per il lettore, certe vite, certi quotidiani sono più&#8230; à la page di altri. Di nuovo complimenti per il testo.</p>
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		Di: daniele ventre		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/03/27/gli-ideali-della-letteratura-moderna-e-la-strategia-dellinventario/#comment-234866</link>

		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2013 12:57:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Bello. 

Un gioiellino, nell&#039;insieme, anche l&#039;analisi della funzione della tecnica catalogica, che è per molti aspetti il punto d&#039;origine dell&#039;inventario.

Del resto una forma di inventario implicito è già latente nel patrimonio culturale tradizionale dell&#039;aedo o del bardo, che sono il punto di inizio di ogni cultura letteraria.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bello. </p>
<p>Un gioiellino, nell&#8217;insieme, anche l&#8217;analisi della funzione della tecnica catalogica, che è per molti aspetti il punto d&#8217;origine dell&#8217;inventario.</p>
<p>Del resto una forma di inventario implicito è già latente nel patrimonio culturale tradizionale dell&#8217;aedo o del bardo, che sono il punto di inizio di ogni cultura letteraria.</p>
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