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	Commenti a: Vanno ascoltati, gli immigrati	</title>
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		Di: Martina TREU		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/07/09/vanno-ascoltati-gli-immigrati/#comment-255929</link>

		<dc:creator><![CDATA[Martina TREU]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Aug 2014 15:07:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://staging.nazioneindiana.com/2014/07/09/vanno-ascoltati-gli-immigrati/#comment-251927&quot;&gt;renata morresi&lt;/a&gt;.

Raccomando su questi temi di vedere gli spettacoli del Teatro delle albe di Ravenna, che da trent&#039;anni ci lavora: teatrodellealbe.com, in particolare il meraviglioso monologo RUMORE di ACQUE, di Marco Martinelli, che sta girando il mondo con grande successo:
http://www.teatrodellealbe.com/ita/spettacolo.php?id=77]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://staging.nazioneindiana.com/2014/07/09/vanno-ascoltati-gli-immigrati/#comment-251927">renata morresi</a>.</p>
<p>Raccomando su questi temi di vedere gli spettacoli del Teatro delle albe di Ravenna, che da trent&#8217;anni ci lavora: teatrodellealbe.com, in particolare il meraviglioso monologo RUMORE di ACQUE, di Marco Martinelli, che sta girando il mondo con grande successo:<br />
<a href="http://www.teatrodellealbe.com/ita/spettacolo.php?id=77" rel="nofollow ugc">http://www.teatrodellealbe.com/ita/spettacolo.php?id=77</a></p>
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		Di: renata morresi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/07/09/vanno-ascoltati-gli-immigrati/#comment-251927</link>

		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jul 2014 14:29:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[per non dover cominciare sempre daccapo, per non starci a ripetere tutte le volte la storia del &quot;nuovo fenomeno&quot;, per ricordarci che la riflessione esiste già e da diversi anni, rimando anche al bel contributo di Daniela Brogi qui su NI 
https://www.nazioneindiana.com/2011/03/23/smettiamo-di-chiamarla-%C2%ABletteratura-della-migrazione%C2%BB/

&quot;Scrittori italiani di seconda generazione allora? In realtà, a più di un decennio di distanza dall’uscita del primo romanzo di uno scrittore di origini straniere cresciuto in Italia (Verso la notte bakonga, 1999, di Jadelin Mabiala Gangbo[8]), l’espressione stona; in un paese dove, secondo il ventesimo rapporto sull’immigrazione presentato nel dicembre 2010 dalla Caritas, i figli degli immigrati costituiscono già un terzo della popolazione sotto i trent’anni, c’è qualcosa che ormai fa problema nella definizione “scrittori italiani di seconda generazione” che, se ci pensiamo, per molti aspetti potrebbe diventare un’espressione anche difensiva; e offensiva, svalutativa, perché rischia di mantenere l’autore così indicato in una condizione di second class citizen – per usare il famoso titolo di Buchi Emecheta(9) -, e in ogni caso rischia di ridurre il soggetto a oggetto: depositario di un’identità eteronoma, cioè tutta vissuta e ricostruita da un altro piuttosto che autodeterminata e autodefinita. Il rischio, in altre parole, è quello di riprodurre un modo discorsivo e mentale che, sia pure con le migliori o più inconsapevoli intenzioni, rafforza un’idea di integrazione come processo a senso unico (: ci integriamo nella misura in cui tu impari ed assimili la mia lingua e la mia cultura, ovvero ci integriamo nella misura in cui io ti incorporo), piuttosto che come scambio.&quot;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>per non dover cominciare sempre daccapo, per non starci a ripetere tutte le volte la storia del &#8220;nuovo fenomeno&#8221;, per ricordarci che la riflessione esiste già e da diversi anni, rimando anche al bel contributo di Daniela Brogi qui su NI<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/23/smettiamo-di-chiamarla-%C2%ABletteratura-della-migrazione%C2%BB/" rel="nofollow ugc">https://www.nazioneindiana.com/2011/03/23/smettiamo-di-chiamarla-%C2%ABletteratura-della-migrazione%C2%BB/</a></p>
<p>&#8220;Scrittori italiani di seconda generazione allora? In realtà, a più di un decennio di distanza dall’uscita del primo romanzo di uno scrittore di origini straniere cresciuto in Italia (Verso la notte bakonga, 1999, di Jadelin Mabiala Gangbo[8]), l’espressione stona; in un paese dove, secondo il ventesimo rapporto sull’immigrazione presentato nel dicembre 2010 dalla Caritas, i figli degli immigrati costituiscono già un terzo della popolazione sotto i trent’anni, c’è qualcosa che ormai fa problema nella definizione “scrittori italiani di seconda generazione” che, se ci pensiamo, per molti aspetti potrebbe diventare un’espressione anche difensiva; e offensiva, svalutativa, perché rischia di mantenere l’autore così indicato in una condizione di second class citizen – per usare il famoso titolo di Buchi Emecheta(9) -, e in ogni caso rischia di ridurre il soggetto a oggetto: depositario di un’identità eteronoma, cioè tutta vissuta e ricostruita da un altro piuttosto che autodeterminata e autodefinita. Il rischio, in altre parole, è quello di riprodurre un modo discorsivo e mentale che, sia pure con le migliori o più inconsapevoli intenzioni, rafforza un’idea di integrazione come processo a senso unico (: ci integriamo nella misura in cui tu impari ed assimili la mia lingua e la mia cultura, ovvero ci integriamo nella misura in cui io ti incorporo), piuttosto che come scambio.&#8221;</p>
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