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	Commenti a: La cultura sarà salvata dai volontari	</title>
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		Di: Alessandro De Vito		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262470</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Vito]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2014 10:23:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Riporto un paio di commenti di stamattina su FB, dalla mia esperienza di piccolo editore (Miraggi edizioni). 
Premessa: Miraggi nasce 5 anni fa da un gruppo di redattori che, persa la speranza di lavorare seriamente in una casa editrice, si sono messi in testa, pur squattrinati (negli anni la situazione è alquanto peggiorata), di fondarne una. 

Condivido spirito e riflessioni di Forlani (da giorni mi suonava in testa qualcosa di stonato sulla questione Voland, pur essendo stato ed essendo talvolta ancora un redattore esterno per altre case editrici, ed essendo passato dall&#039;altro lato del muretto), e ho scritto questo:

«Ragionando sul lavoro di piccolo editore (redattore, correttore...): dobbiamo sentirci così male all&#039;idea di non ricavarci nulla, oltretutto rischiando ben di più che di non veder pagato un lavoro? Non lo sapevamo, in fondo? È questione di aspettative sbagliate allora? Dobbiamo sentirci così male se tardiamo a pagare qualcuno (perché è chiaro che si paga), perché i libri venduti (non pochi) a loro volta non vengono pagati, impunemente, da soggetti molto più forti e stabili di noi, soggetti che la pagnotta e la portano a casa? Dobbiamo, noi lottatori nel fango culturali che dal fango tentiamo di tirar fuori qualche perla rara in forma di libro, sentirci dei &quot;padroni&quot; stronzi che sfruttano sistematicamente gli altri (oltre noi stessi), come fossimo degli industriali, dei &quot;padroni del vapore&quot;? Quanta poca consapevolezza c&#039;è in chi lavora per l&#039;editoria minore delle dinamiche economiche che di fatto renderebbero impossibile la sua stessa esistenza (e invece...)? Sapete come funziona la distribuzione? Io so che normalmente te non ne avete idea. E poi: tutti (noi compresi) a lavorare per i grandi gruppi. Certo, come no, uno su 100, magari neppure il più bravo. E non guarderei neppure se ci piacerebbe: è lavoro, non volontariato. Semplicemente non può accadere, tutto qui, la grande maggioranza di quelli che lavorano più o meno gratis nell&#039;editoria, farebbero tutt&#039;altro.
Però noi stiamo in piedi, facendo altri lavoretti per campare, e ci sentiamo invincibili e &quot;necessari&quot;. Un po&#039; coglioni, a volte, ma passa... Grazie a Francesco Forlani per tutte queste riflessioni.»

e ancora: 

«Secondo me ci sono due questioni su tutte. 1) Da un lato, il soggetto: certo, c&#039;è chi ha un mecenate, un finanziatore, e può fare quel che vuole; di fronte, chi si arrabatta a fare altre cosine cosucce cosette per potersi &quot;permettere&quot; di fare questo lavoro-passione. Io sono tra questi (a proposito, sto cercando un lavoro...). 2) Il progetto imprenditoriale: una cosa che è uscita fuori in questo dibattito con Voland, ma ho letto anche di minimum fax, è che pare che non ci fosse una coscienza aziendale forte riguardo la questione economica, il che non mi stupisce affatto conoscendo un po&#039; il mondo editoriale, fatto di letterati poco inclini ad abbassarsi alla dittatura dei &quot;numeri&quot;. Credo che un conto sia &quot;non badarci troppo&quot;, con i guai che ne possono derivare (ora sarà diverso), un conto avere un piano economico rigoroso generale e sul singolo libro, al netto dell&#039;alea inevitabile, e vedere questo piano andare in sofferenza perché altri soggetti (quelli che vendono i libri) poi non pagano. A seconda delle cifre, questo fa la differenza tra poter onorare i propri debiti con collaboratori e autori (oltre che fornitori), o non poterlo fare. A volte penso che preferirei non vendere, ammetterei che faccio libri che non valgono nulla, e ne trarrei le conseguenze. Ma se vendi, per questi tempi non male, e non ti vengono pagati, o con ritardi enormi, la responsabiltà credo vada distribuita diversamente (dato che uno fa l&#039;editore, non l&#039;agenzia recupero crediti). Non è che non dovevo commissionare un lavoro, allora, se sapevo di non poterlo pagare. Conti alla mano lo potrei pagare, come previsto, se altri (the others, sembra Lost) avessero pagato. Diciamo che mi vergogno, ma mi rimprovero meno.»

Restano moltissime questioni sul campo, un campo di questioni annodate forse irrisolvibili, ma sul quale la consapevolezza e la coscienza del tutto e del proprio ruolo e apporto può illuminare qua e là, forse facendoci incazzare ancora di più, forse facendoci scartare di lato dalle nostre certezze.

Alessandro De Vito, Miraggi edizioni

Se volete i commenti sono qui: https://www.facebook.com/triciclo71/posts/10203936856200625]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riporto un paio di commenti di stamattina su FB, dalla mia esperienza di piccolo editore (Miraggi edizioni).<br />
Premessa: Miraggi nasce 5 anni fa da un gruppo di redattori che, persa la speranza di lavorare seriamente in una casa editrice, si sono messi in testa, pur squattrinati (negli anni la situazione è alquanto peggiorata), di fondarne una. </p>
<p>Condivido spirito e riflessioni di Forlani (da giorni mi suonava in testa qualcosa di stonato sulla questione Voland, pur essendo stato ed essendo talvolta ancora un redattore esterno per altre case editrici, ed essendo passato dall&#8217;altro lato del muretto), e ho scritto questo:</p>
<p>«Ragionando sul lavoro di piccolo editore (redattore, correttore&#8230;): dobbiamo sentirci così male all&#8217;idea di non ricavarci nulla, oltretutto rischiando ben di più che di non veder pagato un lavoro? Non lo sapevamo, in fondo? È questione di aspettative sbagliate allora? Dobbiamo sentirci così male se tardiamo a pagare qualcuno (perché è chiaro che si paga), perché i libri venduti (non pochi) a loro volta non vengono pagati, impunemente, da soggetti molto più forti e stabili di noi, soggetti che la pagnotta e la portano a casa? Dobbiamo, noi lottatori nel fango culturali che dal fango tentiamo di tirar fuori qualche perla rara in forma di libro, sentirci dei &#8220;padroni&#8221; stronzi che sfruttano sistematicamente gli altri (oltre noi stessi), come fossimo degli industriali, dei &#8220;padroni del vapore&#8221;? Quanta poca consapevolezza c&#8217;è in chi lavora per l&#8217;editoria minore delle dinamiche economiche che di fatto renderebbero impossibile la sua stessa esistenza (e invece&#8230;)? Sapete come funziona la distribuzione? Io so che normalmente te non ne avete idea. E poi: tutti (noi compresi) a lavorare per i grandi gruppi. Certo, come no, uno su 100, magari neppure il più bravo. E non guarderei neppure se ci piacerebbe: è lavoro, non volontariato. Semplicemente non può accadere, tutto qui, la grande maggioranza di quelli che lavorano più o meno gratis nell&#8217;editoria, farebbero tutt&#8217;altro.<br />
Però noi stiamo in piedi, facendo altri lavoretti per campare, e ci sentiamo invincibili e &#8220;necessari&#8221;. Un po&#8217; coglioni, a volte, ma passa&#8230; Grazie a Francesco Forlani per tutte queste riflessioni.»</p>
<p>e ancora: </p>
<p>«Secondo me ci sono due questioni su tutte. 1) Da un lato, il soggetto: certo, c&#8217;è chi ha un mecenate, un finanziatore, e può fare quel che vuole; di fronte, chi si arrabatta a fare altre cosine cosucce cosette per potersi &#8220;permettere&#8221; di fare questo lavoro-passione. Io sono tra questi (a proposito, sto cercando un lavoro&#8230;). 2) Il progetto imprenditoriale: una cosa che è uscita fuori in questo dibattito con Voland, ma ho letto anche di minimum fax, è che pare che non ci fosse una coscienza aziendale forte riguardo la questione economica, il che non mi stupisce affatto conoscendo un po&#8217; il mondo editoriale, fatto di letterati poco inclini ad abbassarsi alla dittatura dei &#8220;numeri&#8221;. Credo che un conto sia &#8220;non badarci troppo&#8221;, con i guai che ne possono derivare (ora sarà diverso), un conto avere un piano economico rigoroso generale e sul singolo libro, al netto dell&#8217;alea inevitabile, e vedere questo piano andare in sofferenza perché altri soggetti (quelli che vendono i libri) poi non pagano. A seconda delle cifre, questo fa la differenza tra poter onorare i propri debiti con collaboratori e autori (oltre che fornitori), o non poterlo fare. A volte penso che preferirei non vendere, ammetterei che faccio libri che non valgono nulla, e ne trarrei le conseguenze. Ma se vendi, per questi tempi non male, e non ti vengono pagati, o con ritardi enormi, la responsabiltà credo vada distribuita diversamente (dato che uno fa l&#8217;editore, non l&#8217;agenzia recupero crediti). Non è che non dovevo commissionare un lavoro, allora, se sapevo di non poterlo pagare. Conti alla mano lo potrei pagare, come previsto, se altri (the others, sembra Lost) avessero pagato. Diciamo che mi vergogno, ma mi rimprovero meno.»</p>
<p>Restano moltissime questioni sul campo, un campo di questioni annodate forse irrisolvibili, ma sul quale la consapevolezza e la coscienza del tutto e del proprio ruolo e apporto può illuminare qua e là, forse facendoci incazzare ancora di più, forse facendoci scartare di lato dalle nostre certezze.</p>
<p>Alessandro De Vito, Miraggi edizioni</p>
<p>Se volete i commenti sono qui: <a href="https://www.facebook.com/triciclo71/posts/10203936856200625" rel="nofollow ugc">https://www.facebook.com/triciclo71/posts/10203936856200625</a></p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Alla riscossa stupidi, che i fiumi sono in piena &#124; Nazione Indiana		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262449</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alla riscossa stupidi, che i fiumi sono in piena &#124; Nazione Indiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Oct 2014 05:00:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[&#8230;] post dedicato alla spinosa questione del rapporto tra volontariato e lavoro culturale, avevo usato la [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] post dedicato alla spinosa questione del rapporto tra volontariato e lavoro culturale, avevo usato la [&#8230;]</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262101</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2014 08:22:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[a FF,
fai l&#039;esempio delle riviste letterarie, ma le riviste da sempre non campano sulle vendite, e chi vi scrive sopra fa un altro mestiere, che quello di articolista sulla rivista. Nel caso di alfabeta2, che era un mensile destinato alle edicole, il tentativo è stato di riuscire a trovare un modo per finanziare il progetto, ossia di pagare sia la redazione che i collaboratori. In realtà sono stati pagati per un certo periodo i redattori, e poi il formato cartaceo è divenuto insostenibile, e il progetto continua, ma in una forma leggera sul web. Anche nel caso dell&#039;Atelier bisognerà fare immagino distinzione tra redazione e collaboratori.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a FF,<br />
fai l&#8217;esempio delle riviste letterarie, ma le riviste da sempre non campano sulle vendite, e chi vi scrive sopra fa un altro mestiere, che quello di articolista sulla rivista. Nel caso di alfabeta2, che era un mensile destinato alle edicole, il tentativo è stato di riuscire a trovare un modo per finanziare il progetto, ossia di pagare sia la redazione che i collaboratori. In realtà sono stati pagati per un certo periodo i redattori, e poi il formato cartaceo è divenuto insostenibile, e il progetto continua, ma in una forma leggera sul web. Anche nel caso dell&#8217;Atelier bisognerà fare immagino distinzione tra redazione e collaboratori.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: effeffe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262080</link>

		<dc:creator><![CDATA[effeffe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2014 22:56:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262068&quot;&gt;andrea inglese&lt;/a&gt;.

Sai Andrea, tu lo puoi chiamare anche militante, tanto è una guerra, però mi permetterai di osservare che il termine oltre ad essere vecchio, a parer mio non racconta quanto accade nella sua complessità. Per esempio un collaboratore di alfabeta è militante ma uno dell&#039;atelier du roman, non potrei definirlo tale; questo per rimanere al mondo delle riviste. Volontario tu lo senti, come del resto jan in un altro commento, come una parola quasi peggiorativa. Io non la sento così. Sto guardandomi a proposito di una parte delle questioni suscitate dal post, la differenza che i francesi fanno tra bénévoles et volontaires. non so se hai presente questo documento http://www.associations.gouv.fr/IMG/pdf/benevolat_valorisation_comptable_2011.pdf 
dove viene tra l&#039;altro riportata la tabella delle ripartizioni per settore.

z Sports 29%
z Culture et loisirs 28%
z Action sociale, santé, humanitaire 23%
z Défense des droits 10%
z Économie, développement local 4%
z Éducation, formation, insertion 4%
z Autres 2%

Forse les Bénévoles sarebbe ancora più provocatorio di Volontaires, nel senso buono, e performante come paradigma
effeffe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262068">andrea inglese</a>.</p>
<p>Sai Andrea, tu lo puoi chiamare anche militante, tanto è una guerra, però mi permetterai di osservare che il termine oltre ad essere vecchio, a parer mio non racconta quanto accade nella sua complessità. Per esempio un collaboratore di alfabeta è militante ma uno dell&#8217;atelier du roman, non potrei definirlo tale; questo per rimanere al mondo delle riviste. Volontario tu lo senti, come del resto jan in un altro commento, come una parola quasi peggiorativa. Io non la sento così. Sto guardandomi a proposito di una parte delle questioni suscitate dal post, la differenza che i francesi fanno tra bénévoles et volontaires. non so se hai presente questo documento <a href="http://www.associations.gouv.fr/IMG/pdf/benevolat_valorisation_comptable_2011.pdf" rel="nofollow ugc">http://www.associations.gouv.fr/IMG/pdf/benevolat_valorisation_comptable_2011.pdf</a><br />
dove viene tra l&#8217;altro riportata la tabella delle ripartizioni per settore.</p>
<p>z Sports 29%<br />
z Culture et loisirs 28%<br />
z Action sociale, santé, humanitaire 23%<br />
z Défense des droits 10%<br />
z Économie, développement local 4%<br />
z Éducation, formation, insertion 4%<br />
z Autres 2%</p>
<p>Forse les Bénévoles sarebbe ancora più provocatorio di Volontaires, nel senso buono, e performante come paradigma<br />
effeffe</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Il fu GiusCo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262077</link>

		<dc:creator><![CDATA[Il fu GiusCo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2014 22:17:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un Council Arts italiano sarebbe l&#039;ennesimo orrendo carrozzone, con l&#039;aggravante egoica dei millemila pretendenti a sventolare patenti e medaglie. Meglio di no, davvero, in UK e&#039; finito a schifio fra megere carrieriste, formazione di un ceto / sottaceto sui giornali labour e tanto tanto doggerel pubblicato a spese dello Stato. Assistenzialismo, insomma. Adesso che i Tories stanno tagliando tutto, il sistema si re-inventa commerciale, ogni mese classifiche, endorsement acchiappa pubblico (meglio se ggggiovani &#038; confusi come Kate Tempest) e richiami corporativi. Dal punto di vista della qualita&#039; poetica e degli esiti, noi italiani siamo secoli avanti. Un giovane come Antonio Bux, che in Italia sta buttato a Foggia, in UK sarebbe professore di creative writing da qualche parte e camperebbe. I poeti qui fanno la fame buttati nella vita in modi assai improbabili, confusi tra migliaia di volontari che tengono fertile il terreno (quanti siete ora in NI, trenta?) e i funzionari si spartiscono le briciole. Se ci fossero soldi pubblici, state sicuri che I poeti continuerebbero a fare la fame e a produrre ottima, casuale, gratuita letteratura. A quale classe, ceto o sottaceto apparteniamo? Bastano dieci poesie e sapere come ci procuriamo il pane, per tutto il resto oggi esiste Facebook.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un Council Arts italiano sarebbe l&#8217;ennesimo orrendo carrozzone, con l&#8217;aggravante egoica dei millemila pretendenti a sventolare patenti e medaglie. Meglio di no, davvero, in UK e&#8217; finito a schifio fra megere carrieriste, formazione di un ceto / sottaceto sui giornali labour e tanto tanto doggerel pubblicato a spese dello Stato. Assistenzialismo, insomma. Adesso che i Tories stanno tagliando tutto, il sistema si re-inventa commerciale, ogni mese classifiche, endorsement acchiappa pubblico (meglio se ggggiovani &amp; confusi come Kate Tempest) e richiami corporativi. Dal punto di vista della qualita&#8217; poetica e degli esiti, noi italiani siamo secoli avanti. Un giovane come Antonio Bux, che in Italia sta buttato a Foggia, in UK sarebbe professore di creative writing da qualche parte e camperebbe. I poeti qui fanno la fame buttati nella vita in modi assai improbabili, confusi tra migliaia di volontari che tengono fertile il terreno (quanti siete ora in NI, trenta?) e i funzionari si spartiscono le briciole. Se ci fossero soldi pubblici, state sicuri che I poeti continuerebbero a fare la fame e a produrre ottima, casuale, gratuita letteratura. A quale classe, ceto o sottaceto apparteniamo? Bastano dieci poesie e sapere come ci procuriamo il pane, per tutto il resto oggi esiste Facebook.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262068</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2014 20:06:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262055&quot;&gt;effeffe&lt;/a&gt;.

Francesco, non ho ben capito la domanda... Quali sono i testi a cui ti riferisci?
Comunque, considero che il tuo pezzo abbia sollevato una questione importante, nodale... Solo che non concordo su alcune questioni, ma sopratutto penso che il problema sia la commistione dei diversi piani. In primo luogo, il piano della creazione con quello del lavoro. Per cui non si può mettere sullo stesso piano la poesia con un lavoro culturale inteso in senso generico, come la traduzione o il lavoro editoriale. (Scrivere le poesie, senza che nessuno me lo abbia chiesto, è una mia scelta. Lavorare non è una mia scelta, è una necessità.) Anche il termine volontariato non mi convince. Preferisco parlare di militanza, perché almeno si conserva il senso politico di un certo tipo di attività culturale. Dopodiché sono come te sorpreso e un po&#039; nauseato - lo confesso - dall&#039;opposizioni che qualcuno ha sostenuto tra professionisti della cultura e lavoratori culturali della domenica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262055">effeffe</a>.</p>
<p>Francesco, non ho ben capito la domanda&#8230; Quali sono i testi a cui ti riferisci?<br />
Comunque, considero che il tuo pezzo abbia sollevato una questione importante, nodale&#8230; Solo che non concordo su alcune questioni, ma sopratutto penso che il problema sia la commistione dei diversi piani. In primo luogo, il piano della creazione con quello del lavoro. Per cui non si può mettere sullo stesso piano la poesia con un lavoro culturale inteso in senso generico, come la traduzione o il lavoro editoriale. (Scrivere le poesie, senza che nessuno me lo abbia chiesto, è una mia scelta. Lavorare non è una mia scelta, è una necessità.) Anche il termine volontariato non mi convince. Preferisco parlare di militanza, perché almeno si conserva il senso politico di un certo tipo di attività culturale. Dopodiché sono come te sorpreso e un po&#8217; nauseato &#8211; lo confesso &#8211; dall&#8217;opposizioni che qualcuno ha sostenuto tra professionisti della cultura e lavoratori culturali della domenica.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: effeffe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262057</link>

		<dc:creator><![CDATA[effeffe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2014 16:24:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262052&quot;&gt;Dinamo Seligneri&lt;/a&gt;.

ti rispondo con il nuovo post programmato tra qualche giorno
effeffe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262052">Dinamo Seligneri</a>.</p>
<p>ti rispondo con il nuovo post programmato tra qualche giorno<br />
effeffe</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: effeffe		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262055</link>

		<dc:creator><![CDATA[effeffe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2014 16:23:18 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49130#comment-262055</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262050&quot;&gt;Andrea Inglese&lt;/a&gt;.

Andrea, una domanda en passant. Si tratta di testi scritti, tradotti, retribuiti o volontari? Se volontari perché militanti, di critica, letteraria, sociale, politica, o perché autonomamente volontari? E se volontari i testi, per cui la risposta alle prime domande è pertinente, per la traduzione di quegli stessi quali ragioni sono invocate? Faccio questa riflessione pensando che un eventuale questionario da far girare a quanti come noi fanno parte di quel &quot;volontariato&quot; di cui parlo e che vorrei descrivere in questi giorni,servirebbe a far capire almeno tre cose: uno che non si presta il proprio lavoro gratis perché non c&#039;è scelta a monte. 2) che non si sentono affatto intellettuali, poeti, artisti della domenica ovvero alle prese con un hobby. 3)la più importante, che costituiscon non solo a livello della qualità dei propri lavori ma anche in termini quantitativi &quot;il sommerso&quot; della vita culturale di questo paese. Che poi esistano in Europa dei modelli in grado di &quot;compensare&quot; la relativa solitudine di certe forme artistiche, come la poesia, la musica contemporanea, la danza, la videoart e via dicendo, sono d&#039;accordo con te, è a questi modelli che bisogna fare riferimento ma non senza, a monte, una rivoluzione delle dinamiche attualmente in uso e non sempre gratificanti rispetto al merito, alla qualità, o semplicemente in grado di sostenere certe ricerche. effeffe]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262050">Andrea Inglese</a>.</p>
<p>Andrea, una domanda en passant. Si tratta di testi scritti, tradotti, retribuiti o volontari? Se volontari perché militanti, di critica, letteraria, sociale, politica, o perché autonomamente volontari? E se volontari i testi, per cui la risposta alle prime domande è pertinente, per la traduzione di quegli stessi quali ragioni sono invocate? Faccio questa riflessione pensando che un eventuale questionario da far girare a quanti come noi fanno parte di quel &#8220;volontariato&#8221; di cui parlo e che vorrei descrivere in questi giorni,servirebbe a far capire almeno tre cose: uno che non si presta il proprio lavoro gratis perché non c&#8217;è scelta a monte. 2) che non si sentono affatto intellettuali, poeti, artisti della domenica ovvero alle prese con un hobby. 3)la più importante, che costituiscon non solo a livello della qualità dei propri lavori ma anche in termini quantitativi &#8220;il sommerso&#8221; della vita culturale di questo paese. Che poi esistano in Europa dei modelli in grado di &#8220;compensare&#8221; la relativa solitudine di certe forme artistiche, come la poesia, la musica contemporanea, la danza, la videoart e via dicendo, sono d&#8217;accordo con te, è a questi modelli che bisogna fare riferimento ma non senza, a monte, una rivoluzione delle dinamiche attualmente in uso e non sempre gratificanti rispetto al merito, alla qualità, o semplicemente in grado di sostenere certe ricerche. effeffe</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Dinamo Seligneri		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262052</link>

		<dc:creator><![CDATA[Dinamo Seligneri]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2014 15:06:32 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49130#comment-262052</guid>

					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262051&quot;&gt;Dinamo Seligneri&lt;/a&gt;.

Una doverosa precisazione. Nel commento precedente ho parlato de ilmiolibro.it ma avrei dovuto precisare che la piattaforma di contenuti testuali per telefonini e smartphone è del sito storiebrevi.it che fa comunque parte del progetto ilmiolibro.it.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262051">Dinamo Seligneri</a>.</p>
<p>Una doverosa precisazione. Nel commento precedente ho parlato de ilmiolibro.it ma avrei dovuto precisare che la piattaforma di contenuti testuali per telefonini e smartphone è del sito storiebrevi.it che fa comunque parte del progetto ilmiolibro.it.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Dinamo Seligneri		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/10/05/la-cultura-sara-salvata-dai-volontari/#comment-262051</link>

		<dc:creator><![CDATA[Dinamo Seligneri]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2014 14:30:32 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49130#comment-262051</guid>

					<description><![CDATA[Francesco, un titolo come &quot;La cultura sarà salvata dai volontari&quot; che in realtà tu proponi come vera conclusione dell&#039;intero pezzo, mi rifischia nelle orecchie come un modello insostenibile, quasi provvidenziale della cultura e dell&#039;editoria e proprio per questo mi sembra una soluzione debole, casuale, inconcludente. Insomma, mi pare che tu inquadri un problema grande che c&#039;è - e che c&#039;è come sai e scrivi anche per chi non pubblica libri letterari ma spazzatura - ma ti accontenti di una risposta troppo semplice e parziale... Cioè: si può risolvere un problema così difficile con una formula tanto facile? Il punto prima di tutto credo stia nel porsi dentro l&#039;indotto industriale e quindi del lavoro professionistico e non fuori come in una certa maniera sostieni tu. Oltre la problematica attuale, si può e si deve cercare come discorso a lungo termine di creare un sistema/dei sistemi con canali alternativi ma per forza di cose legati all&#039;utile, al profitto e quindi bisogna rimanere nell&#039;industria. Non fuori. In questo credo che lettori digitali e libri digitali creino una possibilità per tutti. E&#039; affascinante per esempio l&#039;esperimento feltrinelliano del ilmiolibro.it, che con tutti i limiti se vogliamo di ogni esperimento e tenendo conto che si appoggiano prevalentemente a esordienti, hanno creato una piattaforma self-publishing ma soprattutto una cloud di contenuti testuali rinnovabili, in vendita per abbonamento, visualizzabili anche su telefonino (soprattutto su telefonino). Questo sistema che risponde sicuramente a settemila sirene commerciali diverse, che prevede anche una specie di voto di preferenza, e abbatte i costi di redazione ed editing perché non li prevede essendoci l&#039;autopubblicazione standardizzata ecc ecc ecc, questo sistema ha grossi margini di miglioramento o di smembramento: l&#039;idea della piattaforma di contenuti/libri digitali in vendita per abbonamento è un&#039;idea di distribuzione che può avere o no un futuro? Se magari tra qualche anno venisse attuata da altri editori per vendere parti dei loro cataloghi? E questa non porterebbe anche a ripensare la letteratura? la normale produzione e forma dei testi?
Tu Francesco mi parli in conclusione di una avanguardia (o meglio di una retroguardia) letteraria sbocciata in questi anni, fruttata dalla crisi. Io, fuori di retorica, parlo sul serio, non lo so se c&#039;è davvero questa retroavanguardia oppure no. Però riallacciandomi all&#039;ultima domanda sulla forma dei testi letterari, posso dire che negli ultimi anni mi è capitato di leggere dai blog, dei racconti o dei capitoli di romanzo che in alcuni casi avevano della qualità letteraria in sé ma che una parte anche minima di questa qualità letteraria gli derivava dal fatto di essere stati scritti e pensati per un blog e non per un normale libro di carta. Insomma, colle dovute proporzioni certo, quel medium ha dato una seppur piccola spinta di novità alla narrativa &quot;underground&quot; ma non solo di questi anni. E quei blog che hanno funzionato meglio, che hanno fatto migliore critica letteraria e migliore narrativa o analisi narrativa della società sono stati proprio quelli che hanno scritto in funzione delle caratteristiche di questo format e non solo di una sterile riproposizione libresca. Immaginiamo cosa possa succedere nel caso veramente si riuscisse a riformare il paradigma editoriale nei prossimi anni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Francesco, un titolo come &#8220;La cultura sarà salvata dai volontari&#8221; che in realtà tu proponi come vera conclusione dell&#8217;intero pezzo, mi rifischia nelle orecchie come un modello insostenibile, quasi provvidenziale della cultura e dell&#8217;editoria e proprio per questo mi sembra una soluzione debole, casuale, inconcludente. Insomma, mi pare che tu inquadri un problema grande che c&#8217;è &#8211; e che c&#8217;è come sai e scrivi anche per chi non pubblica libri letterari ma spazzatura &#8211; ma ti accontenti di una risposta troppo semplice e parziale&#8230; Cioè: si può risolvere un problema così difficile con una formula tanto facile? Il punto prima di tutto credo stia nel porsi dentro l&#8217;indotto industriale e quindi del lavoro professionistico e non fuori come in una certa maniera sostieni tu. Oltre la problematica attuale, si può e si deve cercare come discorso a lungo termine di creare un sistema/dei sistemi con canali alternativi ma per forza di cose legati all&#8217;utile, al profitto e quindi bisogna rimanere nell&#8217;industria. Non fuori. In questo credo che lettori digitali e libri digitali creino una possibilità per tutti. E&#8217; affascinante per esempio l&#8217;esperimento feltrinelliano del ilmiolibro.it, che con tutti i limiti se vogliamo di ogni esperimento e tenendo conto che si appoggiano prevalentemente a esordienti, hanno creato una piattaforma self-publishing ma soprattutto una cloud di contenuti testuali rinnovabili, in vendita per abbonamento, visualizzabili anche su telefonino (soprattutto su telefonino). Questo sistema che risponde sicuramente a settemila sirene commerciali diverse, che prevede anche una specie di voto di preferenza, e abbatte i costi di redazione ed editing perché non li prevede essendoci l&#8217;autopubblicazione standardizzata ecc ecc ecc, questo sistema ha grossi margini di miglioramento o di smembramento: l&#8217;idea della piattaforma di contenuti/libri digitali in vendita per abbonamento è un&#8217;idea di distribuzione che può avere o no un futuro? Se magari tra qualche anno venisse attuata da altri editori per vendere parti dei loro cataloghi? E questa non porterebbe anche a ripensare la letteratura? la normale produzione e forma dei testi?<br />
Tu Francesco mi parli in conclusione di una avanguardia (o meglio di una retroguardia) letteraria sbocciata in questi anni, fruttata dalla crisi. Io, fuori di retorica, parlo sul serio, non lo so se c&#8217;è davvero questa retroavanguardia oppure no. Però riallacciandomi all&#8217;ultima domanda sulla forma dei testi letterari, posso dire che negli ultimi anni mi è capitato di leggere dai blog, dei racconti o dei capitoli di romanzo che in alcuni casi avevano della qualità letteraria in sé ma che una parte anche minima di questa qualità letteraria gli derivava dal fatto di essere stati scritti e pensati per un blog e non per un normale libro di carta. Insomma, colle dovute proporzioni certo, quel medium ha dato una seppur piccola spinta di novità alla narrativa &#8220;underground&#8221; ma non solo di questi anni. E quei blog che hanno funzionato meglio, che hanno fatto migliore critica letteraria e migliore narrativa o analisi narrativa della società sono stati proprio quelli che hanno scritto in funzione delle caratteristiche di questo format e non solo di una sterile riproposizione libresca. Immaginiamo cosa possa succedere nel caso veramente si riuscisse a riformare il paradigma editoriale nei prossimi anni.</p>
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