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	Commenti a: Contro l’occhio. La scrittura del dolore vero	</title>
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		<title>
		Di: mariasole		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Dec 2014 12:49:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Anch&#039;io, Giacomo, ammetto di aver avuto alcune perplessità simili a quelle di Simone, leggendoti. Ma credo che il nucleo del tuo pezzo stia in questa tua frase finale, che è come se riaprisse all&#039;interpretazione del pezzo: &lt;i&gt;il rigetto della visione, e la riconquista delle parole che fanno vedere, anch’esse, ma con dignità&lt;/i&gt;.

C&#039;è in effetti una questione che tocca la dignità e - se vogliamo - l&#039;etica rispetto al dire &lt;i&gt;sul&lt;/i&gt; o &lt;i&gt;del&lt;/i&gt; dolore.  In un saggio interessante di Franco Lolli, L&#039;epoca dell&#039;InconShow (titolo che sembra tradire il testo e da cui non ci si dovrebbe far ingannare : è molto valido) c&#039;è un riferimento specifico alla rappresentazione del dolore che ha a che fare con quel &quot;contro l&#039;occhio&quot; di cui tu stesso scrivi. Lolli denuncia (vado a memoria, non avendo sottomano il libro) una tendenza  alla rappresentazione nuda e bruta del dolore di deriva giornalistica e &quot;ipermoderna&quot; : un volto deturpato in prima pagina, senza filtro - mettendo in contrapposizione questa rappresentazione, questa &quot;esposizione totale&quot;, si potrebbe dire, con la modalità, che dovrebbe essere propria dell&#039;arte, di saper narrare, ricostruire una trama nel raccontare il trauma, la tragedia, o il vissuto esperienziale/esistenziale. Là dove c&#039;è narrazione, dove c&#039;è un lavoro di ri-scrittura del dolore (che per sua natura è, io credo, &lt;i&gt;sempre&lt;/i&gt; vero) c&#039;è anche la possibilità di riconquistare le parole e recuperare dignità. Ritracciare un velo, una linea divisioria, mettere in forma - che non significa in &quot;bella forma&quot; - una ferita. Quando quella ferita può diventare feritoia, quando lascia passare, entrare, aprendo buchi e non imponendosi in modo totale e forse -azzardo- totalitario, ipervisibilizzato, allora quel dirne diventa non solo possibile ma necessario. E la dignità della parola recuperata. 

ps a prescindere da alcune perplessità, grazie per questo scritto che apre a molte riflessioni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anch&#8217;io, Giacomo, ammetto di aver avuto alcune perplessità simili a quelle di Simone, leggendoti. Ma credo che il nucleo del tuo pezzo stia in questa tua frase finale, che è come se riaprisse all&#8217;interpretazione del pezzo: <i>il rigetto della visione, e la riconquista delle parole che fanno vedere, anch’esse, ma con dignità</i>.</p>
<p>C&#8217;è in effetti una questione che tocca la dignità e &#8211; se vogliamo &#8211; l&#8217;etica rispetto al dire <i>sul</i> o <i>del</i> dolore.  In un saggio interessante di Franco Lolli, L&#8217;epoca dell&#8217;InconShow (titolo che sembra tradire il testo e da cui non ci si dovrebbe far ingannare : è molto valido) c&#8217;è un riferimento specifico alla rappresentazione del dolore che ha a che fare con quel &#8220;contro l&#8217;occhio&#8221; di cui tu stesso scrivi. Lolli denuncia (vado a memoria, non avendo sottomano il libro) una tendenza  alla rappresentazione nuda e bruta del dolore di deriva giornalistica e &#8220;ipermoderna&#8221; : un volto deturpato in prima pagina, senza filtro &#8211; mettendo in contrapposizione questa rappresentazione, questa &#8220;esposizione totale&#8221;, si potrebbe dire, con la modalità, che dovrebbe essere propria dell&#8217;arte, di saper narrare, ricostruire una trama nel raccontare il trauma, la tragedia, o il vissuto esperienziale/esistenziale. Là dove c&#8217;è narrazione, dove c&#8217;è un lavoro di ri-scrittura del dolore (che per sua natura è, io credo, <i>sempre</i> vero) c&#8217;è anche la possibilità di riconquistare le parole e recuperare dignità. Ritracciare un velo, una linea divisioria, mettere in forma &#8211; che non significa in &#8220;bella forma&#8221; &#8211; una ferita. Quando quella ferita può diventare feritoia, quando lascia passare, entrare, aprendo buchi e non imponendosi in modo totale e forse -azzardo- totalitario, ipervisibilizzato, allora quel dirne diventa non solo possibile ma necessario. E la dignità della parola recuperata. </p>
<p>ps a prescindere da alcune perplessità, grazie per questo scritto che apre a molte riflessioni.</p>
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		<title>
		Di: Simone		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/12/06/contro-locchio-la-scrittura-del-dolore-vero/#comment-275853</link>

		<dc:creator><![CDATA[Simone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2014 17:20:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie per la risposta, direi che con queste precisazioni mi è un po&#039; più chiaro il terreno su cui si muove il tuo discorso ;-)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie per la risposta, direi che con queste precisazioni mi è un po&#8217; più chiaro il terreno su cui si muove il tuo discorso ;-)</p>
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		<title>
		Di: giacomo verri		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/12/06/contro-locchio-la-scrittura-del-dolore-vero/#comment-275836</link>

		<dc:creator><![CDATA[giacomo verri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2014 14:38:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Simone, eccomi, con ritardo, a rispondere alle tue questioni. In effetti devo fare delle precisazioni: l&#039;occhio che viene bersagliato dalle mie parole è quello inidiscreto dell&#039;informazione che si volta in sensazionalità a tutti i costi; non è l&#039;occhio artistico del cinema. Seconda cosa: la categoria di &#039;dolore vero&#039; va intesa in contrapposizione a &#039;dolore verosimile&#039;, alla Manzoni, per così dire. Lungi da me l&#039;azzardo di dire ch esistono dolori di serie a o z, il dolore se c&#039;è c&#039;è, e basta. Ma un conto è scriverne o farne un film quando quel dolore c&#039;è stato fuori di noi, come cosa tangibile, e un conto è ricrearlo verosimilmente in un &#039;ambiente&#039; di finzione, come può essere, per pesare sempre dal nostro, il dolore della madre di Cecilia.
Infine, la frase di Baldini è, direi, una provocazione, una richiesta di maggior pudore da parte di chi vuole a ogni costo trasfromare la sofferenza in sofferenza di plastica da somministrare attraverso uno schermo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Simone, eccomi, con ritardo, a rispondere alle tue questioni. In effetti devo fare delle precisazioni: l&#8217;occhio che viene bersagliato dalle mie parole è quello inidiscreto dell&#8217;informazione che si volta in sensazionalità a tutti i costi; non è l&#8217;occhio artistico del cinema. Seconda cosa: la categoria di &#8216;dolore vero&#8217; va intesa in contrapposizione a &#8216;dolore verosimile&#8217;, alla Manzoni, per così dire. Lungi da me l&#8217;azzardo di dire ch esistono dolori di serie a o z, il dolore se c&#8217;è c&#8217;è, e basta. Ma un conto è scriverne o farne un film quando quel dolore c&#8217;è stato fuori di noi, come cosa tangibile, e un conto è ricrearlo verosimilmente in un &#8216;ambiente&#8217; di finzione, come può essere, per pesare sempre dal nostro, il dolore della madre di Cecilia.<br />
Infine, la frase di Baldini è, direi, una provocazione, una richiesta di maggior pudore da parte di chi vuole a ogni costo trasfromare la sofferenza in sofferenza di plastica da somministrare attraverso uno schermo.</p>
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		<title>
		Di: Simone		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/12/06/contro-locchio-la-scrittura-del-dolore-vero/#comment-274594</link>

		<dc:creator><![CDATA[Simone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Dec 2014 14:24:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Giacomo, premesso che non ho letto il libro di Scurati, devo dirti che nel tuo discorso ci sono alcuni postulati che non mi convincono, a partire dal titolo stesso: perché contro l&#039;occhio? Mi pare che ci sia qui un&#039;idea preconcetta della visione come attività passiva, laddove non è detto che sia per forza così. Il cinema c&#039;insegna che l&#039;occhio può essere chiamato in causa, reso partecipe (e attraverso l&#039;occhio diciamo la nostra coscienza di spettatori) anche di una realtà &quot;indiretta&quot;, che non per questo definirei meno reale - altrimenti dovremmo smettere di scrivere di un sacco di cose. Perché lo schermo dovrebbe essere un filtro più &quot;asettico&quot; di quanto non lo sia l&#039;altoparlante di una radio o la pagina di un libro? Forse questo discorso di Scurati, al quale tu ti rifai, riguarda soltanto un certo modo di lavorare con l&#039;immagine? 
L&#039;altro postulato che non mi convince affatto riguarda la definizione di &quot;dolore vero&quot;. Esiste forse un dolore non vero? Esistono senz&#039;altro dolori più o meno forti, ma qua mi pare che il senso del discorso sia un altro. Visti gli esempi che poi citi, mi pare che tu intenda dire che il &quot;dolore vero&quot; è quello delle grandi tragedie con cui gli scrittori sono chiamati a confrontarsi. Ma anche qui ti (e mi) chiedo: lo scrittore non si confronta forse anch&#039;esso attraverso il filtro del proprio sguardo? E perché, allora, quella citazione tratta da Baldini? E se io una guerra non volessi combatterla, che cosa accade: che non ho lo stesso diritto di raccontarla attraverso il mio personale sguardo, anche se più distaccato, o apatico o quant&#039;altro?
Non me ne volere per tutte queste domande, ma è un argomento che sta particolarmente a cuore anche a me.
Simone]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Giacomo, premesso che non ho letto il libro di Scurati, devo dirti che nel tuo discorso ci sono alcuni postulati che non mi convincono, a partire dal titolo stesso: perché contro l&#8217;occhio? Mi pare che ci sia qui un&#8217;idea preconcetta della visione come attività passiva, laddove non è detto che sia per forza così. Il cinema c&#8217;insegna che l&#8217;occhio può essere chiamato in causa, reso partecipe (e attraverso l&#8217;occhio diciamo la nostra coscienza di spettatori) anche di una realtà &#8220;indiretta&#8221;, che non per questo definirei meno reale &#8211; altrimenti dovremmo smettere di scrivere di un sacco di cose. Perché lo schermo dovrebbe essere un filtro più &#8220;asettico&#8221; di quanto non lo sia l&#8217;altoparlante di una radio o la pagina di un libro? Forse questo discorso di Scurati, al quale tu ti rifai, riguarda soltanto un certo modo di lavorare con l&#8217;immagine?<br />
L&#8217;altro postulato che non mi convince affatto riguarda la definizione di &#8220;dolore vero&#8221;. Esiste forse un dolore non vero? Esistono senz&#8217;altro dolori più o meno forti, ma qua mi pare che il senso del discorso sia un altro. Visti gli esempi che poi citi, mi pare che tu intenda dire che il &#8220;dolore vero&#8221; è quello delle grandi tragedie con cui gli scrittori sono chiamati a confrontarsi. Ma anche qui ti (e mi) chiedo: lo scrittore non si confronta forse anch&#8217;esso attraverso il filtro del proprio sguardo? E perché, allora, quella citazione tratta da Baldini? E se io una guerra non volessi combatterla, che cosa accade: che non ho lo stesso diritto di raccontarla attraverso il mio personale sguardo, anche se più distaccato, o apatico o quant&#8217;altro?<br />
Non me ne volere per tutte queste domande, ma è un argomento che sta particolarmente a cuore anche a me.<br />
Simone</p>
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