La «Strategia delle ombre» di Andrea Melone

di Francesco Clemente

Melone1Un gomitolo di vicende che si dipanano fra intimismo profondo e turbinosa peregrinazione geografica è il nocciolo ossuto del nuovo cimento narrativo di Andrea Melone, che con il suo Strategia delle ombre (2014) rinnova il connubio editoriale con l’editore Gaffi di Roma. Questo nuovo romanzo segue quei Giardini di loto del 2010, nei confronti del quale dimostra di possedere una certa affinità, intuibile nell’impianto narrativo. Tuttavia, mentre nell’opera di quattro anni fa Melone offriva al pubblico un plot in cui il protagonista si affannava nella ricerca del misterioso musicista Friedrich Thomas Ashkenazy in lungo e in largo per il nord e l’est dell’Europa, adesso, in queste nuove pagine, il protagonista non insegue nessuno, ma avviene il contrario: s’invita il lettore a braccarlo, alla ricerca dei motivi profondi che lo spingono continuamente a fuggire da una città all’altra. Melone appare come uno scrittore “poco italiano”, predilige atmosfere psicologiche scandinave, abbandona qualsiasi indulgenza verso l’immediatezza esemplificata, l’edulcorazione di maniera, lo smussamento degli angoli esistenziali per far deglutire l’indigeribile.

A tutto ciò, egli oppone il joyciano dispiegamento dell’io, lo sgretolamento sofferto della soggettività, in una sorta di ostentazione sobria delle sue macerie, senza tuttavia mistificare questa disintegrazione; usa piuttosto l’acribia dell’archeologo impegnato nella individuazione degli strati invisibili e sepolti di un’antica città più o meno mitica, così prefigurando lo sviluppo successivo nella cornice di una trilogia. I suoi personaggi, pertanto, appaiono piuttosto atipici nel contesto odierno di un editoria che spesso invita editor e consulenti letterari a “scontornare” troppo visivamente i personaggi di una storia, per esigenze di “impatto” con il lettore medio, di efficacia in termini di appeal letterario. Melone, invece, predilige una sorta di “atemporalità laica”, un alone di a-storicità dei personaggi, proprio perché la preoccupazione è quella di restituirne la congerie dei vissuti interiori. Ne scaturisce una caratterizzazione al limite della “diafanità” letteraria di uomini e donne, alla loro smaterializzazione, sulla falsa riga di un Francis Bacon rivisitato e restituito nella dimensione narrativa.

E’ naturale, dunque, che la scrittura, risenta di questa poetica, donando al lettore un flusso temporale ritmicamente disomogeneo, con una punteggiatura che appare a volte perentoria, pertanto incisiva, dotata di una sua implicita valenza allusiva. Non è probabilmente un caso che le pagine di Strategia delle ombre si aprano con una citazione pentagrammatica, ovvero l’omaggio a L’arte della fuga di Bach, un rinvio sottile alla natura variegata del tempo narrativo in questione: l’andamento si connota altalenante e drastico nello stesso tempo, passando da semibrevi durevoli, fino a frenetici trentaduesimi, senza la mediazione stemperante di figure temporali intermedie. Di conseguenza la sintassi si modella in base a questi andirivieni, sortendo effetti a volte non convenzionali, involontariamente quasi metrici, con un lessico aulico, ricercato, probabilmente rispondente all’esigenza dello scavo interiore, con l’esito finale di un’impronta erudita non gratuita, bensì al servizio di questa ostinata perforazione dei vissuti (spicca la descrizione doviziosa dei territori egiziani, oltre che la traslitterazione delle espressioni in arabo). In definitiva, l’opera dal punto di vista del tempo, essendo Melone scrittore che predilige il tempo (tratto che emerge anche quando affronta questioni di “spazio”, come nel caso della descrizione dei contesti geografici nordafricani), dimostra di essere certamente riuscita, mentre appare perfettibile lì dove l’autore tenta espressioni enfatiche, credibili sul piano delle intenzioni, non tanto sul piano della definitiva resa letteraria. In altre parole il sentimento elegiaco di queste pagine, a nostro avviso, non avrebbe dovuto cercare, seppur a sprazzi, certe intonazioni ad effetto, ma si sarebbe dovuto imporre integralmente anche a costo di fa apparire tutta l’opera pervasa di serioso intimismo.

Ma, al di là di queste faccende di stile, il libro sembra porre anche un altro paio di dense questioni narratologiche: il punto di vista della narrazione e il “sistema” dei personaggi, ovvero la qualità dell’interazione fra gli stessi. In relazione a quest’ultimo aspetto, il romanzo appare problematizzare la questione del numero e dell’interazione dei personaggi narrati, essendo incardinato, in effetti, sul continuo “reinventarsi” esistenziale del protagonista, sollevando involontariamente la questione di un possibile, ammissibile o definitivamente ammesso canone narrativo contemporaneo. In ballo c’è il definitivo superamento della concezione “sinfonica” del sistema dei personaggi, come magari era possibile rinvenire non solo nel romanzo popolare dell’ottocento (l’archetipo), ma anche in non poche opere del novecento, seppur con una connotazione differente.

In relazione, poi, alla questione del punto di vista della narrazione, ci si potrebbe limitare al fatto che Melone adotti un normale punto di vista “O”, che esclude qualsiasi identificazione del narratore con uno dei personaggi della storia, se non fosse invece per quella particolare, sottile ironia che pervade le ultime pagine del libro, dove l’autore si produce in un gioco letterario interamente centrato sull’ipotesi giallistica, dove probabilmente si ravvisa la miglior resa letteraria dell’opera: la metabolizzazione del Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana è il sottofondo del massimo distacco dell’autore dalle vicende narrate, tanto più ironico quanto più si diverte a sciorinare “se”, “qualora”, “forse” nella risoluzione del fatto di sangue che si colloca in fondo alle pagine del romanzo. Un ulteriore motivo, questo, che invita a riprendere in mano e rimeditare le folgoranti intuizioni di Roland Barthes in Il grado zero della scrittura e La preparazione del romanzo, in un’epoca in cui i libri sono spesso preoccupati di essere troppo attuali, al punto da dimenticare la vocazione alla rottura, alla discontinuità con certi climi culturali permanenti. Sotto questo profilo Melone dimostra di essere scrittore che si preoccupa della sua scrittura, che già fa intravedere cifre tipiche e personali, che attendono ancora di germogliare in maniera compiuta, confortato anche dal suo editore Gaffi, che rivela la stessa vocazione alla letteratura più o meno inattuale e che dimostra di “aspettare” il suo autore, di seguirlo nella sua naturale evoluzione, di raccogliere finalmente la sua piena espressione, esortando tacitamente i lettori a comprenderlo nel corso della sua attività.

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Vivo e lavoro a Roma. Libri: Il regno dei fossili (il Saggiatore 2019), Mio padre la rivoluzione (minimum fax 2017. Premio Campiello-Selezione giuria dei Letterati 2018), Stati di grazia (il Saggiatore 2014), Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi 2012. Nuova edizione: il Saggiatore 2018. Premio SuperMondello e Mondello Opera Italiana 2012). Provo a leggere i testi inviati, e se mi piacciono li pubblico, ma non sono in grado di rispondere a tutti. Perciò, mi raccomando, non offendetevi. Del resto il mio giudizio, positivo o negativo che sia, è strettamente personale e assolutamente non professionale. Questo è il mio sito.