Seia quattro: Fantasmagoriana
di
Seia Montanelli
Era una notte buia e tempestosa, quella del 16 giugno del 1816 in Svizzera. Quell’anno fu chiamato “l’anno senza estate” a causa dell’eruzione di un vulcano in Indonesia che causò mutamenti climatici in tutto il mondo, anche se all’epoca nessuno poteva immaginarne la causa. E un gruppo di giovani amici – il poeta Percy Bysshe Shelley, la sua fidanzata nonché scrittrice Mary Godwin (poi Mary Shelley), Claire Clairmont, la sorellastra di quest’ultima e amante incinta di Byron, e lo scrittore John W. Polidori – si ritrovarono a Villa Diodati, la residenza di Lord Byron vicino Ginevra, immersi in un’atmosfera plumbea, squarciata da lampi e tuoni, alla sola luce di candele, in un contesto quasi spettrale.
E cosa c’è di meglio per passare il tempo, che leggere delle storie di fantasmi? Meglio ancora se di origine tedesca: “german” a quel tempo veniva infatti utilizzato proprio come termine per indicare racconti di stile gotico; inoltre – per l’allure romantica di cui si ammantava in Europa, dopo lo Sturm und drang, ogni cosa che venisse dalla Germania – il fatto che i racconti fossero tedeschi era garanzia di maggior terrore.
Scrive Mary Shelley; «Ci capitarono per le mani alcuni volumi di storie di fantasmi, tradotte in francese dal tedesco». Le fa eco Lord Byron dai suoi scritti: «Questi racconti risvegliarono in noi un giocoso desiderio di imitazione», tanto che quando questi propose di scrivere ciascuno una storia di fantasmi tutti accettarono di buon grado: da quelle serate di lettura e scrittura a lume di candela nacquero, qualche anno dopo, “Frankenstein” di Shelley e “Il vampiro” di Polidori – precursore del più famoso “Dracula” di Stoker.
Nessuno dei presenti cita direttamente il libro da cui hanno tratto ispirazione, ma non è stato difficile risalire a un volume, “Fantasmagoriana. Racconti di fantasmi”, pubblicato anonimamente a Parigi nel 1812, dal geografo poliglotta e autore di libri di viaggio Jean Baptiste Benoit Eyries, che nella prefazione al volume lo annunciava tratto da un arcano manoscritto, come spesso accadeva per i libri che si voleva coprire di mistero.
In realtà si tratta di otto racconti a tema soprannaturale scritti da autori tedeschi di fama poco ragguardevole, dalla fine del settecento ai primi dell’ottocento, ripubblicati pochi anni prima in diverse antologie. Tutti avevano in comune dei riferimenti agli spettacoli di “fantasmagoria” che spopolavano all’epoca nei teatri e nelle feste cittadine: ossia quei giochi di luci, immagini e suoni che si ricavano proiettando, su muri o schermi semitrasparenti, immagini spaventose in movimento tramite una versione modificata della lanterna magica (anticipatrice del cinema).
Dopo duecento anni, quei racconti sono stati raccolti per la prima volta e pubblicati di nuovo tutti insieme in un unico volume curato e tradotto da Fabio Camilletti, professore associato di Letteratura italiana all’università di Warwick nel Regno Unito, dalla Nova Delphi Edizioni, accompagnati da un notevole saggio introduttivo dello stesso Camilletti, che dedica ampio spazio proprio alla fantasmagoria.
Questi fenomeni di apparizione e sparizione tipica delle fantasmagorie più evolute tecnicamente, si diceva, sono alla base dei racconti riuniti in volume da Benoit Eyries: il gioco di luce e ombra è quasi lo specchio della dicotomia tra vita e morte messa in scena nelle storie, per non parlare dell’importanza della suggestione che deriva dal non riuscire a definire bene i contorni di ciò che è reale e ciò che è invece soprannaturale o pura manipolazione.
I testi, geograficamente localizzati quasi tutti in Germania orientale, hanno in comune anche la matrice orale delle storie che raccontano: spesso riproducono la stessa situazione della notte a Villa Diodati, con un gruppo di persone riunite in un salotto che cominciano a raccontare episodi di cui hanno memoria o che a loro volta hanno appreso da altri, in bilico tra realtà e mistero, sospesi tra la suggestione che li porterebbe a credere a quanto hanno sentito o visto e la ragione che li induce a dubitare, tesi a spiegare – senza riuscirvi – l’arcano con il naturale.
Sono racconti che risentono del tempo che passa, ma – come non ci si può approcciare a una macchina d’epoca aspettandosi le prestazioni di un moderno Suv – allo stesso tempo è necessario calarsi nel tempo e nel luogo a cui essi appartengono. E se si è privi di preconcetti non è nemmeno così difficile, perché le storie di fantasmi – tedesche, inglesi, francesi che siano – da sempre soddisfano due grandi bisogni dell’uomo. Anzitutto, l’urgenza di raccontare (e, paradossalmente, più il racconto è fantastico più c’è gusto a far pendere gli altri dalle proprie labbra); ma pure la necessità di esorcizzare la paura della morte, di sconfiggerla quasi, inventando un aldilà molto attivo e in costante comunicazione coi vivi.
Non parlerò di nessun racconto in particolare perché tutto concorre alla suspense e la suspense è tutto in queste storie. Accenno solo alla presenza del racconto “La sposa cadavere” di Friedrich August Schulze, da cui ha tratto ispirazione Tim Burton per il suo film di animazione, ma anche la stessa Mary Shelley quando ha pensato a una compagna per il suo Frankenstein.
Interessante quanto i racconti, e per certi aspetti forse di più, è il saggio introduttivo con tutte le note a margine di Fabio Camilletti: un vero trattato sul racconto gotico in Europa, che dalla letteratura spazia fino alla psicologia e alla storia.
In conclusione, in questa estate torrida che confonde e smarrisce, consiglio questo volume dal sapore antico, quale metodo validissimo, che si stia al mare o in città, in montagna o “fissi al chiodo” a lavorare, per procurarsi dei brividi di letterario piacere.