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	Commenti a: Brevissimo trattatello sull’opportunità o meno di certe categorie teoriche e critiche per comprendere, discutere, fare della poesia (???) contemporanea	</title>
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		Di: Maurizio Sabona		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Sabona]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2015 13:46:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ma non si starà parlando di meta-asserzioni?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ma non si starà parlando di meta-asserzioni?</p>
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		Di: Marco Giovenale		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Giovenale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Nov 2015 15:45:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[http://sibila.com.br/english/jonas-j-magnusson/3592]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://sibila.com.br/english/jonas-j-magnusson/3592" rel="nofollow ugc">http://sibila.com.br/english/jonas-j-magnusson/3592</a></p>
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		<title>
		Di: Marco Giovenale		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Giovenale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Nov 2015 15:44:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[“oei” n. 67/68: “scrittura non assertiva” [numero monografico sull’italia]
&quot;Questo fascicolo non è un’antologia. Non è un numero sulla poesia. Semmai contro la poesia, O almeno contro un certo dispositivo estetico (e cioè politico)&quot;.
https://slowforward.wordpress.com/2015/11/08/oei-n-6768-scrittura-non-assertiva-numero-monografico-sullitalia-2/]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“oei” n. 67/68: “scrittura non assertiva” [numero monografico sull’italia]<br />
&#8220;Questo fascicolo non è un’antologia. Non è un numero sulla poesia. Semmai contro la poesia, O almeno contro un certo dispositivo estetico (e cioè politico)&#8221;.<br />
<a href="https://slowforward.wordpress.com/2015/11/08/oei-n-6768-scrittura-non-assertiva-numero-monografico-sullitalia-2/" rel="nofollow ugc">https://slowforward.wordpress.com/2015/11/08/oei-n-6768-scrittura-non-assertiva-numero-monografico-sullitalia-2/</a></p>
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		Di: Marco Giovenale		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Giovenale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2015 16:00:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[https://youtu.be/Nzw50_Zbky4]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://youtu.be/Nzw50_Zbky4" rel="nofollow ugc">https://youtu.be/Nzw50_Zbky4</a></p>
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		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2015 09:00:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[*il Socci ipoassertivo ha silenziosamente colpito ancora!

a Veronique: Simona è voce femminile (tosta tosta)

a Massimiliano: per me l&#039;incrocio dei sentieri tra una certa famiglia di autori e una certa famiglia di critici si è realizzato con &quot;Parola Plurale&quot;, incontro non scontato e incontro fecondo. E sarebbero da citare altri critici non presenti in quell&#039;opera con cui negli anni è stato per noi autori importante dialogare (penso a Paolo Giovannetti e ad Antonio Loreto, ad esempio, ma anche ad autori come Guido Mazzoni e Italo Testa, che sono anche critici. E da questo punto di vista - l&#039;ho già detto in varie occasioni - siamo in una condizione migliore rispetto alla poesia francese di ricerca, che ha un forte sostegno istituzionale, editoriale, e di festival, ma è non stata accompagnata da una generazione di critici altrettanto attivi e attenti. Rimane comunque una produzione ricca e importante di cui vale la pena di fare anche solo un po&#039; di semplice storia, e di cui varrebbe la pena di mostrare la rilevanza, andando a leggere i testi in stretta tensione con la lettura (che intensificano o modificano) del mondo.

a Simona, che scrive:
&quot;Io credo maggiormente in un giudizio valore delle scritture – da cui non riesco ad emanciparmi – che sia categorialmente trasversale. Testi interessanti possono essere avanguardisti come lirici, modernisti come postmoderni, ecc. Ciò vuol dire che il loro “punto d’onore” non coincide tout court con le caratteristiche principali che sostanziano tali categorie.&quot;
Questa posizione espressa da Simona, coincide perfettamente con la mia. Negli anni mi sono convinto che non ce n&#039;è una migliore. Detto questo sarebbe importante spiegare come mai, nel contesto italiano, una tale postura sia difficile da tenere. Sarebbe lungo parlarne qui. Dico solo una cosa: dal punto di vista di una certa idea di poesia largamente condivisa in Italia ancora oggi, chi scrive certi testi come Simona Menicocci, Mariangela Guatteri, Broggi, Bortolotti, io, Giovenale, ecc. - la lista è lunga - non è spesso legittimato neppure a essere preso in considerazione. Non lo si considera cioè eventualmente un autore poco interessante, ecc., si considera che cio&#039; che fa &quot;non è poesia&quot;.
Per questo stesso motivo io ho privilegiato in anni recenti - andando contro le idee dei miei stessi compagni di strada sul loro &quot;non essere poeti&quot; - ho privilegiato dicevo degli interventi critici (nel senso proprio del termine) su testi che, nella percezione diffusa all&#039;interno del campo letterario, non venivano riconosciuti come pertinenti. Questo non con un intento puramente assimilazionista, ma al contrario per tenere aperta e plurale la nozione di poesia.

Aggiungo che forse oggi c&#039;è una giovane generazione di critici che tenta di tenere aperto questo dialogo e queste possibilità di letture trasversali, pur confrontandosi con l&#039;endemico pregiudizio italiano contro tutto cio&#039; che sa di sperimentale, avanguardista, strano, in poesia. Cito nomi che sono legati ai miei incontri e dialoghi, ma spero che la lista sia più lunga: Maria Borio, Raoul Bruni, gli animatori di &quot;In realtà, la poesia&quot; (Bosco, Mari, Castiglione, Ortore)...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>*il Socci ipoassertivo ha silenziosamente colpito ancora!</p>
<p>a Veronique: Simona è voce femminile (tosta tosta)</p>
<p>a Massimiliano: per me l&#8217;incrocio dei sentieri tra una certa famiglia di autori e una certa famiglia di critici si è realizzato con &#8220;Parola Plurale&#8221;, incontro non scontato e incontro fecondo. E sarebbero da citare altri critici non presenti in quell&#8217;opera con cui negli anni è stato per noi autori importante dialogare (penso a Paolo Giovannetti e ad Antonio Loreto, ad esempio, ma anche ad autori come Guido Mazzoni e Italo Testa, che sono anche critici. E da questo punto di vista &#8211; l&#8217;ho già detto in varie occasioni &#8211; siamo in una condizione migliore rispetto alla poesia francese di ricerca, che ha un forte sostegno istituzionale, editoriale, e di festival, ma è non stata accompagnata da una generazione di critici altrettanto attivi e attenti. Rimane comunque una produzione ricca e importante di cui vale la pena di fare anche solo un po&#8217; di semplice storia, e di cui varrebbe la pena di mostrare la rilevanza, andando a leggere i testi in stretta tensione con la lettura (che intensificano o modificano) del mondo.</p>
<p>a Simona, che scrive:<br />
&#8220;Io credo maggiormente in un giudizio valore delle scritture – da cui non riesco ad emanciparmi – che sia categorialmente trasversale. Testi interessanti possono essere avanguardisti come lirici, modernisti come postmoderni, ecc. Ciò vuol dire che il loro “punto d’onore” non coincide tout court con le caratteristiche principali che sostanziano tali categorie.&#8221;<br />
Questa posizione espressa da Simona, coincide perfettamente con la mia. Negli anni mi sono convinto che non ce n&#8217;è una migliore. Detto questo sarebbe importante spiegare come mai, nel contesto italiano, una tale postura sia difficile da tenere. Sarebbe lungo parlarne qui. Dico solo una cosa: dal punto di vista di una certa idea di poesia largamente condivisa in Italia ancora oggi, chi scrive certi testi come Simona Menicocci, Mariangela Guatteri, Broggi, Bortolotti, io, Giovenale, ecc. &#8211; la lista è lunga &#8211; non è spesso legittimato neppure a essere preso in considerazione. Non lo si considera cioè eventualmente un autore poco interessante, ecc., si considera che cio&#8217; che fa &#8220;non è poesia&#8221;.<br />
Per questo stesso motivo io ho privilegiato in anni recenti &#8211; andando contro le idee dei miei stessi compagni di strada sul loro &#8220;non essere poeti&#8221; &#8211; ho privilegiato dicevo degli interventi critici (nel senso proprio del termine) su testi che, nella percezione diffusa all&#8217;interno del campo letterario, non venivano riconosciuti come pertinenti. Questo non con un intento puramente assimilazionista, ma al contrario per tenere aperta e plurale la nozione di poesia.</p>
<p>Aggiungo che forse oggi c&#8217;è una giovane generazione di critici che tenta di tenere aperto questo dialogo e queste possibilità di letture trasversali, pur confrontandosi con l&#8217;endemico pregiudizio italiano contro tutto cio&#8217; che sa di sperimentale, avanguardista, strano, in poesia. Cito nomi che sono legati ai miei incontri e dialoghi, ma spero che la lista sia più lunga: Maria Borio, Raoul Bruni, gli animatori di &#8220;In realtà, la poesia&#8221; (Bosco, Mari, Castiglione, Ortore)&#8230;</p>
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		<title>
		Di: simona menicocci		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/10/22/brevissimo-trattatello-sullopportunita-o-meno/#comment-285533</link>

		<dc:creator><![CDATA[simona menicocci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2015 21:42:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[D&#039;accordissimo, ovviamente, con il Benjamin &#039;forzato&#039; di  Massimiliano. E aggiungo:
a tutte le categorie binarie e oppositive (avanguardia/tradizione, lirico/antilirico, modernista/postmodernista, ecc. ) è sempre sotteso un giudizio di valore: esplicito, implicito, a volte anche rimosso. Io credo maggiormente in un giudizio valore delle scritture - da cui non riesco ad emanciparmi – che sia categorialmente trasversale. Testi interessanti possono essere avanguardisti come lirici, modernisti come postmoderni, ecc. Ciò vuol dire che il loro “punto d&#039;onore” non coincide tout court con le caratteristiche principali che sostanziano tali categorie.
Inoltre, si tratta di coppie che presuppongono una certa sicurezza e condivisibilità quanto al contenuto del primo termine, quando in realtà non è così. Le api migratori di Andrea Raos cos&#039;è? In quale categoria lo mettiamo? Non sono forse domande non più all&#039;altezza dell&#039;esperienza di un testo, oggi? Ci sono ormai da tempo, come ci sono sempre stati sia chiaro, testi, scritture, libri che hanno sorpassato o ibridato in forma indefinita, magari anche involontariamente, queste categorie, e fanno problema anche per questo. Su ciò convengo con Marco, c&#039;è stato un cambiamento, ma è un cambiamento, un mutare, che, vista la natura storica dell&#039;uomo e delle sue pratiche, in fin dei conti è il motore stesso della letteratura (e non solo) sin dalle sue origini.
Ad ogni modo, intendo il cambiamento in discorso come un essere altrove del testo rispetto a un campo letterario in cui le categorie sopraccitate avevano ancora gioco e una sicura presa interpretativa. Quest&#039;indeterminazione  senza principio apparente, che molte, non tutte le scritture hanno,è comunque il loro pregio più grande, perché allora pare poi rivelarsi un loro difetto? La difficoltà di collocazione è altra questione, trattandosi di un problema storiografico, e non è detto che all&#039;autore interessi o debba interessare, pena il porre un&#039;ipoteca sul futuro della ricezione del testo, che è stata e sarà sempre indipendente dalle intenzioni autoriali. La descrizione della confusione è una cosa, la storicizzazione della (descrizione della) confusione altra. 
Ma è anche vero, come dice Andrea, che:
ci sono una quantità di contesti dove qualche precisione mi è richiesta o devo darla. Che cosa scrivo? Dove voglio situare quello che scrivo? In quali contesti socialmente esistenti e determinati sono disposto a calarmi, per realizzare il mio gesto comunicativo?
Proprio per il laboratorio &#039;Prove d&#039;ascolto&#039; che io e Fabio Teti abbiamo organizzato nella sede del WSP photoghaphy di Roma, davanti al problema di dare un titolo alla lettura serale aperta al pubblico, abbiamo scelto, dovuto scegliere e proprio per i motivi di cui sopra, una definizione che potesse attagliarsi all&#039;eterogeneità delle scritture che di volta in volta andavamo ospitando. Abbiamo alla fine optato per &#039;scritture divergenti&#039; : sintagma che, oltre alla propria letteralità (muovere in direzioni diverse, essere in contrasto, essere nettamente diverso), si fa forte del rimando alla fertilità del pensiero divergente.
Qui mi ricollego al mio precedente commento, che non aveva carattere unicamente destruens, imperniandosi sul concetto di héteron, di quel“diverso-da”, che credo sia il punto di incontro di alcuni interventi, ma che pone anch&#039;esso il problema di determinare il termine di opposizione: divergente da cosa? Anche riuscire a descriverlo, non ci direbbe molto su questo panorama che si cerca di delimitare, ma che ogni volta che lo si pensa tutto assieme straborda da ogni parte/confine/categoria. 
Quindi se è fertile mettere l&#039;accento sull&#039;eterogeneità, sulla polifonia, talmente variegate e polimorfe, che tutte le scritture contemporanee più interessanti evidenziano nel loro puro esserci, il tentativo di trovare, escogitare, coniare un aggettivo calzante per tutte sarebbe un&#039;impresa eufemisticamente di Sisifo, se non fosse forse un falso problema.  La via d&#039;uscita  potrebbe essere proprio quella della macrocategoria &#039;letteratura generale&#039; proposta da Andrea Inglese sulla scorta di Alferi e Cadiot o quella delle microtassonomie che forse sono implicitamente consigliate nel discorso di Manganelli, o, volendo, entrambe, le une dentro l&#039;altra.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>D&#8217;accordissimo, ovviamente, con il Benjamin &#8216;forzato&#8217; di  Massimiliano. E aggiungo:<br />
a tutte le categorie binarie e oppositive (avanguardia/tradizione, lirico/antilirico, modernista/postmodernista, ecc. ) è sempre sotteso un giudizio di valore: esplicito, implicito, a volte anche rimosso. Io credo maggiormente in un giudizio valore delle scritture &#8211; da cui non riesco ad emanciparmi – che sia categorialmente trasversale. Testi interessanti possono essere avanguardisti come lirici, modernisti come postmoderni, ecc. Ciò vuol dire che il loro “punto d&#8217;onore” non coincide tout court con le caratteristiche principali che sostanziano tali categorie.<br />
Inoltre, si tratta di coppie che presuppongono una certa sicurezza e condivisibilità quanto al contenuto del primo termine, quando in realtà non è così. Le api migratori di Andrea Raos cos&#8217;è? In quale categoria lo mettiamo? Non sono forse domande non più all&#8217;altezza dell&#8217;esperienza di un testo, oggi? Ci sono ormai da tempo, come ci sono sempre stati sia chiaro, testi, scritture, libri che hanno sorpassato o ibridato in forma indefinita, magari anche involontariamente, queste categorie, e fanno problema anche per questo. Su ciò convengo con Marco, c&#8217;è stato un cambiamento, ma è un cambiamento, un mutare, che, vista la natura storica dell&#8217;uomo e delle sue pratiche, in fin dei conti è il motore stesso della letteratura (e non solo) sin dalle sue origini.<br />
Ad ogni modo, intendo il cambiamento in discorso come un essere altrove del testo rispetto a un campo letterario in cui le categorie sopraccitate avevano ancora gioco e una sicura presa interpretativa. Quest&#8217;indeterminazione  senza principio apparente, che molte, non tutte le scritture hanno,è comunque il loro pregio più grande, perché allora pare poi rivelarsi un loro difetto? La difficoltà di collocazione è altra questione, trattandosi di un problema storiografico, e non è detto che all&#8217;autore interessi o debba interessare, pena il porre un&#8217;ipoteca sul futuro della ricezione del testo, che è stata e sarà sempre indipendente dalle intenzioni autoriali. La descrizione della confusione è una cosa, la storicizzazione della (descrizione della) confusione altra.<br />
Ma è anche vero, come dice Andrea, che:<br />
ci sono una quantità di contesti dove qualche precisione mi è richiesta o devo darla. Che cosa scrivo? Dove voglio situare quello che scrivo? In quali contesti socialmente esistenti e determinati sono disposto a calarmi, per realizzare il mio gesto comunicativo?<br />
Proprio per il laboratorio &#8216;Prove d&#8217;ascolto&#8217; che io e Fabio Teti abbiamo organizzato nella sede del WSP photoghaphy di Roma, davanti al problema di dare un titolo alla lettura serale aperta al pubblico, abbiamo scelto, dovuto scegliere e proprio per i motivi di cui sopra, una definizione che potesse attagliarsi all&#8217;eterogeneità delle scritture che di volta in volta andavamo ospitando. Abbiamo alla fine optato per &#8216;scritture divergenti&#8217; : sintagma che, oltre alla propria letteralità (muovere in direzioni diverse, essere in contrasto, essere nettamente diverso), si fa forte del rimando alla fertilità del pensiero divergente.<br />
Qui mi ricollego al mio precedente commento, che non aveva carattere unicamente destruens, imperniandosi sul concetto di héteron, di quel“diverso-da”, che credo sia il punto di incontro di alcuni interventi, ma che pone anch&#8217;esso il problema di determinare il termine di opposizione: divergente da cosa? Anche riuscire a descriverlo, non ci direbbe molto su questo panorama che si cerca di delimitare, ma che ogni volta che lo si pensa tutto assieme straborda da ogni parte/confine/categoria.<br />
Quindi se è fertile mettere l&#8217;accento sull&#8217;eterogeneità, sulla polifonia, talmente variegate e polimorfe, che tutte le scritture contemporanee più interessanti evidenziano nel loro puro esserci, il tentativo di trovare, escogitare, coniare un aggettivo calzante per tutte sarebbe un&#8217;impresa eufemisticamente di Sisifo, se non fosse forse un falso problema.  La via d&#8217;uscita  potrebbe essere proprio quella della macrocategoria &#8216;letteratura generale&#8217; proposta da Andrea Inglese sulla scorta di Alferi e Cadiot o quella delle microtassonomie che forse sono implicitamente consigliate nel discorso di Manganelli, o, volendo, entrambe, le une dentro l&#8217;altra.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: véronique vergé		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/10/22/brevissimo-trattatello-sullopportunita-o-meno/#comment-285532</link>

		<dc:creator><![CDATA[véronique vergé]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2015 21:25:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Manca voce femminile nella discussione.
Mi sembra.
La poesia si vive, si condivide nella solitudine, nel tempo silenzioso.
Per ascoltare il mondo e ritrovare la lingua della notte, dell&#039;origine.
La poesia è vita del corpo.
Assertiva o non. Presenza di una vita singolare. Nel cuore della lingua.
Si scrive dalla sua lingua, dal suo vincolo con la lingua primo mare per entrare nel mondo, vivere.
L&#039;infelicità del poeta viene dell&#039;incertitudine di essere ascolto.
E forse la critica dà continuità alla poesia effimera.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Manca voce femminile nella discussione.<br />
Mi sembra.<br />
La poesia si vive, si condivide nella solitudine, nel tempo silenzioso.<br />
Per ascoltare il mondo e ritrovare la lingua della notte, dell&#8217;origine.<br />
La poesia è vita del corpo.<br />
Assertiva o non. Presenza di una vita singolare. Nel cuore della lingua.<br />
Si scrive dalla sua lingua, dal suo vincolo con la lingua primo mare per entrare nel mondo, vivere.<br />
L&#8217;infelicità del poeta viene dell&#8217;incertitudine di essere ascolto.<br />
E forse la critica dà continuità alla poesia effimera.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Massimiliano Manganelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/10/22/brevissimo-trattatello-sullopportunita-o-meno/#comment-285531</link>

		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Manganelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2015 18:18:12 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=57353#comment-285531</guid>

					<description><![CDATA[I critici, a forza di evocarli, arrivano.
E mi pare che in questa lunga discussione siano stati più volte chiamati in causa. Io credo che in questi anni (diciamo all&#039;incirca quindici) siano stati inclini all&#039;ascolto e che, a sua volta, la scrittura di ricerca sia stata assai pronta a recepirne proposte e suggestioni. In sostanza, si è riattivato un dialogo che si era spezzato in precedenza.
E quel dialogo, da parte della critica, ha preso spesso la forma della recensione o del breve intervento (in rete e non), in ragione di una polverizzazione (è Marco Giovenale a parlarne in questo thread, se non ricordo male) a tratti avvilente. Tuttavia, forse adesso i tempi sono maturi per una riflessione in senso diacronico, tale da fornirci la possibilità di tracciare delle linee all&#039;interno dell&#039;area della ricerca. Dice giustamente Simona Menicocci che la cosa che maggiormente dovrebbe preoccuparci è se un testo sia o no interessante. Ecco, io aggiungerei storicamente interessante; insomma, forzando un po&#039; il &quot;mio&quot; Benjamin, penso che sia ora di passare dalla descrizione confusa alla descrizione della confusione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I critici, a forza di evocarli, arrivano.<br />
E mi pare che in questa lunga discussione siano stati più volte chiamati in causa. Io credo che in questi anni (diciamo all&#8217;incirca quindici) siano stati inclini all&#8217;ascolto e che, a sua volta, la scrittura di ricerca sia stata assai pronta a recepirne proposte e suggestioni. In sostanza, si è riattivato un dialogo che si era spezzato in precedenza.<br />
E quel dialogo, da parte della critica, ha preso spesso la forma della recensione o del breve intervento (in rete e non), in ragione di una polverizzazione (è Marco Giovenale a parlarne in questo thread, se non ricordo male) a tratti avvilente. Tuttavia, forse adesso i tempi sono maturi per una riflessione in senso diacronico, tale da fornirci la possibilità di tracciare delle linee all&#8217;interno dell&#8217;area della ricerca. Dice giustamente Simona Menicocci che la cosa che maggiormente dovrebbe preoccuparci è se un testo sia o no interessante. Ecco, io aggiungerei storicamente interessante; insomma, forzando un po&#8217; il &#8220;mio&#8221; Benjamin, penso che sia ora di passare dalla descrizione confusa alla descrizione della confusione.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: MS		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/10/22/brevissimo-trattatello-sullopportunita-o-meno/#comment-285530</link>

		<dc:creator><![CDATA[MS]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2015 14:35:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Mi aggiungo con ritardo alla discussione sperando di porre domande che la continuino. Ci sono 3 punti che vorrei sottoporre all&#039;attenzione generale (ma soprattutto di Giovenale, sia per prolungare il nostro dialogo dal post sulla scrittura non-assertiva precedente, sia perché la mia &quot;teoria letteraria&quot; è statisticamente più affine alle argomentazioni di Inglese):

1) la scrittura assertiva (uso i termini al modo di Deleuze/Guattari: per evidenziare meglio le distinzioni ma tenendo sempre presente infiniti gradi di sfumature e mescolamenti), o poetica, è più facilmente accostabile a parole quali &quot;libro&quot; e &quot;opera&quot;: parole che lasciano presagire un tempo più o meno lungo di maturazione, di elaborazione, di sedimentazione delle impressioni - un lavoro insomma, anche sulla percezione; addirittura è possibile una crisi rilkiana di quasi-silenzio; eccetera eccetera.
La scrittura non assertiva sembra invece puntare sulla disseminazione, il contagio, la frammentazione, lo spargimento, il disperdersi dei testi o dei segni (eccetera eccetera) in una prolificità delle prove che è (per ovvi motivi) inesauribile, frenetica, cieca, giocosa, istantanea, industriosa (dal mio punto di vista in corso di aggiornamento). Mi domando se possa esistere a livello della scrittura-non assertiva una critica (col rischio di essere sempre parziale) e soprattutto un&#039;autocritica (sembra che vada bene sempre tutto, perché, semplifico molto, il mondo ormai va così e tutti ormai parlano/pensano/scrivono così nel quotidiano - ma allora perché in Italia io non sono mai stato pubblicato?) :)

2) Noto da piccoli ma frequenti segnali che si tende ad avvicinare il testo-non assertivo all&#039;oggetto artistico, si tende a colmare questa distanza tra &quot;letteratura&quot; e &quot;arte&quot;. Mi domando se dietro ci sia un tentativo di potenziare quella democraticità delle arti di cui si diceva all&#039;inizio del post (inutile perché cosa è più democratico e innato/comune/banale del lasciare tracce?) o ci sia piuttosto una (ulteriore) necessità di legittimazione e (in qualche modo) di allontanamento/ritiro in gruppi di piccole elite (è uno dei rischi che avevo fatto presenti a Giovenale la volta scorsa).

3) Riconoscendo l&#039;importanza (addirittura noetica) del cambio di paradigma che Giovenale riscontra da 50 anni in qua (oppure degli strascichi post-Opera aperta dagli anni &#039;60 in poi - questo per prendere come appurato che una sorta di cambiamento c&#039;è stata), come impedire che una tale lenta rivoluzione venga sminuita dalla mole e dall&#039;ansia di iperproduzione isterica di tutti quei manierismi a cui si accennava più sopra?

(mi scuso per la quantità di parentesi impiegata)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi aggiungo con ritardo alla discussione sperando di porre domande che la continuino. Ci sono 3 punti che vorrei sottoporre all&#8217;attenzione generale (ma soprattutto di Giovenale, sia per prolungare il nostro dialogo dal post sulla scrittura non-assertiva precedente, sia perché la mia &#8220;teoria letteraria&#8221; è statisticamente più affine alle argomentazioni di Inglese):</p>
<p>1) la scrittura assertiva (uso i termini al modo di Deleuze/Guattari: per evidenziare meglio le distinzioni ma tenendo sempre presente infiniti gradi di sfumature e mescolamenti), o poetica, è più facilmente accostabile a parole quali &#8220;libro&#8221; e &#8220;opera&#8221;: parole che lasciano presagire un tempo più o meno lungo di maturazione, di elaborazione, di sedimentazione delle impressioni &#8211; un lavoro insomma, anche sulla percezione; addirittura è possibile una crisi rilkiana di quasi-silenzio; eccetera eccetera.<br />
La scrittura non assertiva sembra invece puntare sulla disseminazione, il contagio, la frammentazione, lo spargimento, il disperdersi dei testi o dei segni (eccetera eccetera) in una prolificità delle prove che è (per ovvi motivi) inesauribile, frenetica, cieca, giocosa, istantanea, industriosa (dal mio punto di vista in corso di aggiornamento). Mi domando se possa esistere a livello della scrittura-non assertiva una critica (col rischio di essere sempre parziale) e soprattutto un&#8217;autocritica (sembra che vada bene sempre tutto, perché, semplifico molto, il mondo ormai va così e tutti ormai parlano/pensano/scrivono così nel quotidiano &#8211; ma allora perché in Italia io non sono mai stato pubblicato?) :)</p>
<p>2) Noto da piccoli ma frequenti segnali che si tende ad avvicinare il testo-non assertivo all&#8217;oggetto artistico, si tende a colmare questa distanza tra &#8220;letteratura&#8221; e &#8220;arte&#8221;. Mi domando se dietro ci sia un tentativo di potenziare quella democraticità delle arti di cui si diceva all&#8217;inizio del post (inutile perché cosa è più democratico e innato/comune/banale del lasciare tracce?) o ci sia piuttosto una (ulteriore) necessità di legittimazione e (in qualche modo) di allontanamento/ritiro in gruppi di piccole elite (è uno dei rischi che avevo fatto presenti a Giovenale la volta scorsa).</p>
<p>3) Riconoscendo l&#8217;importanza (addirittura noetica) del cambio di paradigma che Giovenale riscontra da 50 anni in qua (oppure degli strascichi post-Opera aperta dagli anni &#8217;60 in poi &#8211; questo per prendere come appurato che una sorta di cambiamento c&#8217;è stata), come impedire che una tale lenta rivoluzione venga sminuita dalla mole e dall&#8217;ansia di iperproduzione isterica di tutti quei manierismi a cui si accennava più sopra?</p>
<p>(mi scuso per la quantità di parentesi impiegata)</p>
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		Di: luigisocci		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/10/22/brevissimo-trattatello-sullopportunita-o-meno/#comment-285529</link>

		<dc:creator><![CDATA[luigisocci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2015 13:48:10 +0000</pubDate>
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