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	Commenti a: Appunti per una replica al trattatello	</title>
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		<title>
		Di: Massimiliano Manganelli		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/11/10/appunti-per-una-replica-al-trattatello/#comment-285598</link>

		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Manganelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2015 16:53:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Hai ragione: &quot;The Marginalization of Poetry&quot; è un testo importante. 
Costruire canoni, da parte degli autori, è utile (lo ripeto) in relazione a formulazioni di poetica: penso alle liste degli autori dei libri da leggere e da non leggere stilata dai surrealisti, appartenenti all&#039;avanguardia più paradigmatica che ci sia.
Ma oltre non si va. Molto più utile, credo, sarebbe creare una cartografia del presente o del passato prossimo, non per amore di postmodernismo (torno ancora al &quot;mio&quot; Jameson), bensì perché finora non è accaduto. 
Voglio dire che, se guardiamo agli ultimi anni, ci rendiamo conto che si è fatto davvero poco per sondare il terreno in termini critici (posto che la critica è l&#039;arte delle distinzioni); un merito occorre comunque ascriverlo a Vincenzo Ostuni e alla sua antologia dei poeti degli anni Zero, tuttavia sarebbe ora di andare oltre il mero strumento dell&#039;antologia.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Hai ragione: &#8220;The Marginalization of Poetry&#8221; è un testo importante.<br />
Costruire canoni, da parte degli autori, è utile (lo ripeto) in relazione a formulazioni di poetica: penso alle liste degli autori dei libri da leggere e da non leggere stilata dai surrealisti, appartenenti all&#8217;avanguardia più paradigmatica che ci sia.<br />
Ma oltre non si va. Molto più utile, credo, sarebbe creare una cartografia del presente o del passato prossimo, non per amore di postmodernismo (torno ancora al &#8220;mio&#8221; Jameson), bensì perché finora non è accaduto.<br />
Voglio dire che, se guardiamo agli ultimi anni, ci rendiamo conto che si è fatto davvero poco per sondare il terreno in termini critici (posto che la critica è l&#8217;arte delle distinzioni); un merito occorre comunque ascriverlo a Vincenzo Ostuni e alla sua antologia dei poeti degli anni Zero, tuttavia sarebbe ora di andare oltre il mero strumento dell&#8217;antologia.</p>
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		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/11/10/appunti-per-una-replica-al-trattatello/#comment-285595</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Nov 2015 20:52:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Massimiliano,

sono d&#039;accordo davvero punto per punto su quanto dici, e dici con chiarezza. Riprendo in particolare questo tuo punto. 

&quot;Si potrebbe parlare di incapacità, da parte dei nuovi autori, di costruire una tendenza, cioè di fare opposizione all’interno del perimetro della letteratura. In realtà, e di questo sono fortemente persuaso, proprio in ragione del vuoto di cui parli tu, le istituzioni letterarie da contestare sono assenti, si sono dissolte da tempo. Non c’è una tradizione contro la quale scagliarsi (...)&quot;.
Io aggiungo non c&#039;è una tradizione e non c&#039;è neppure più una &quot;scena ufficiale&quot; che una forma di poesia meno legittimata, più clandestina, underground, o quel che si voglia, debba egemonizzare o conquistare.

Su questo punto credo che tra i diversi autori citati e finora intervenuti si diano delle differenze. Io - e non sono solo su questa posizione - non credo all&#039;idea che si debba costruire ad esempio un canone alternativo (il canone della ricerca) a partire da suggestioni critiche non verificate nel lungo periodo, e che finirebbero per diventare precettistiche. E su questo la penso abbastanza diversamente da Marco Giovenale e credo anche da Michele Zaffarano. Penso che dei canoni non dobbiamo occuparci noi autori in quanto autori. Nella grande confusione di oggi si è arrivati a confondere (e parlo ora in generale) &quot;cartografie&quot; poetiche e &quot;canoni&quot; poetici (o post-poetici): ossia si confonde l&#039;attualità con la distanza storica. Scrivero&#039; prima o poi su questa confusione, anche riferendomi a un testo lontano dal nostro panorama italiano e particolarmente utile per inquadrare questo problema, alludo al Bob Perelman di &quot;The Marginalization of Poetry&quot; uscito nel 1996. Lo cito anche perché ne sei stato valente traduttore per la collana Arcipelago.

Faccio un&#039;ulteriore distinzione che non è emersa qui. Ho detto quel che ho detto sul rapporto tra autore e critico, senza dimenticare che un autore puo&#039; anche essere un &quot;critico&quot; in senso proprio. E&#039; il caso di autori come Guido Mazzoni e diversi altri sui cui non mi dilungo, come Renata Morresi, ecc. Io stesso ho spesso scritto nelle vesti del critico. Quello che è difficile fare, pero&#039;, è un lavoro critico sul proprio lavoro d&#039;autore. Non credo quindi né a un&#039;opposizione netta tra autore e critico, ma nemmeno alla possibilità di riassorbire la critica nella sola mente autoriale. E&#039; vero come ho scritto &quot;che non sempre sappiamo quello che facciamo&quot;, ma è anche vero che spesso &quot;sappiamo abbastanza bene&quot; quello che facciamo. Credo inoltre nella possibilità già segnalata da Ponge, e ripresa poi (più tardi) anche dalla &quot;Language poetry&quot; d&#039;inscrivere pratica teorica e critica nella propria scrittura cosiddetta creativa. Tutto cio&#039; pero&#039; non esclude l&#039;importanza di una lettura critica a posteriori, che viene dopo, che pone tra sé e il testo una distanza che è propriamente &quot;storica&quot; e che nessun talento teorico potrà permettere all&#039;autore di saltare a piè pari.

Poesia di ricerca, post-poesia, letteratura generale, arti poetiche... Qui il dibattito è aperto, ma qualsiasi categoria si scelga, essa dovrà verificare la sua validità sulla capacità di entrare in modo fecondo e efficace in relazione con i contesti reali in cui siamo immersi e confrontati. Contesti editoriali, di comunicazione, di circolazione dei testi, ecc. Altrimenti non si sarà creata una categoria critico-teorica, ma si sarà espresso un desiderio, magari legittimo, ma di poca presa sulla realtà.

Da questo punto di vista, discutere guardando un po&#039; fuori dai nostri confini, a quanto avviene in altre parte dell&#039;Europa e del mondo, ci potrebbe essere anche utile. Non per voler &quot;fare come gli altri&quot;, ma per avere degli elementi di contrasto e rilevazione.

]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Massimiliano,</p>
<p>sono d&#8217;accordo davvero punto per punto su quanto dici, e dici con chiarezza. Riprendo in particolare questo tuo punto. </p>
<p>&#8220;Si potrebbe parlare di incapacità, da parte dei nuovi autori, di costruire una tendenza, cioè di fare opposizione all’interno del perimetro della letteratura. In realtà, e di questo sono fortemente persuaso, proprio in ragione del vuoto di cui parli tu, le istituzioni letterarie da contestare sono assenti, si sono dissolte da tempo. Non c’è una tradizione contro la quale scagliarsi (&#8230;)&#8221;.<br />
Io aggiungo non c&#8217;è una tradizione e non c&#8217;è neppure più una &#8220;scena ufficiale&#8221; che una forma di poesia meno legittimata, più clandestina, underground, o quel che si voglia, debba egemonizzare o conquistare.</p>
<p>Su questo punto credo che tra i diversi autori citati e finora intervenuti si diano delle differenze. Io &#8211; e non sono solo su questa posizione &#8211; non credo all&#8217;idea che si debba costruire ad esempio un canone alternativo (il canone della ricerca) a partire da suggestioni critiche non verificate nel lungo periodo, e che finirebbero per diventare precettistiche. E su questo la penso abbastanza diversamente da Marco Giovenale e credo anche da Michele Zaffarano. Penso che dei canoni non dobbiamo occuparci noi autori in quanto autori. Nella grande confusione di oggi si è arrivati a confondere (e parlo ora in generale) &#8220;cartografie&#8221; poetiche e &#8220;canoni&#8221; poetici (o post-poetici): ossia si confonde l&#8217;attualità con la distanza storica. Scrivero&#8217; prima o poi su questa confusione, anche riferendomi a un testo lontano dal nostro panorama italiano e particolarmente utile per inquadrare questo problema, alludo al Bob Perelman di &#8220;The Marginalization of Poetry&#8221; uscito nel 1996. Lo cito anche perché ne sei stato valente traduttore per la collana Arcipelago.</p>
<p>Faccio un&#8217;ulteriore distinzione che non è emersa qui. Ho detto quel che ho detto sul rapporto tra autore e critico, senza dimenticare che un autore puo&#8217; anche essere un &#8220;critico&#8221; in senso proprio. E&#8217; il caso di autori come Guido Mazzoni e diversi altri sui cui non mi dilungo, come Renata Morresi, ecc. Io stesso ho spesso scritto nelle vesti del critico. Quello che è difficile fare, pero&#8217;, è un lavoro critico sul proprio lavoro d&#8217;autore. Non credo quindi né a un&#8217;opposizione netta tra autore e critico, ma nemmeno alla possibilità di riassorbire la critica nella sola mente autoriale. E&#8217; vero come ho scritto &#8220;che non sempre sappiamo quello che facciamo&#8221;, ma è anche vero che spesso &#8220;sappiamo abbastanza bene&#8221; quello che facciamo. Credo inoltre nella possibilità già segnalata da Ponge, e ripresa poi (più tardi) anche dalla &#8220;Language poetry&#8221; d&#8217;inscrivere pratica teorica e critica nella propria scrittura cosiddetta creativa. Tutto cio&#8217; pero&#8217; non esclude l&#8217;importanza di una lettura critica a posteriori, che viene dopo, che pone tra sé e il testo una distanza che è propriamente &#8220;storica&#8221; e che nessun talento teorico potrà permettere all&#8217;autore di saltare a piè pari.</p>
<p>Poesia di ricerca, post-poesia, letteratura generale, arti poetiche&#8230; Qui il dibattito è aperto, ma qualsiasi categoria si scelga, essa dovrà verificare la sua validità sulla capacità di entrare in modo fecondo e efficace in relazione con i contesti reali in cui siamo immersi e confrontati. Contesti editoriali, di comunicazione, di circolazione dei testi, ecc. Altrimenti non si sarà creata una categoria critico-teorica, ma si sarà espresso un desiderio, magari legittimo, ma di poca presa sulla realtà.</p>
<p>Da questo punto di vista, discutere guardando un po&#8217; fuori dai nostri confini, a quanto avviene in altre parte dell&#8217;Europa e del mondo, ci potrebbe essere anche utile. Non per voler &#8220;fare come gli altri&#8221;, ma per avere degli elementi di contrasto e rilevazione.</p>
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