Avanzi di natale: la colpevolezza del poeta

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di Andrea Inglese

(Questo dialoghetto si è esaurito prima di concludersi, per stanchezza di fine d’anno. Si può con agio saltare. D’altra parte, voleva esporre un’idea sulla comunicazione in generale, perché pare che tutti quanti quelli che scrivono, scrivono per dire qualcosa, mentre ci sono quelli come i poeti che scrivono per non dire nulla. Però ci sarebbe da osservare che, ad esempio, la parola dei politici di professione, ma anche di quelli semiprofessionisti, spesso assomiglia alla poesia, perché non si sa se davvero si riferisca al mondo, o al nulla, ma anche in televisione spesso sembra…  Ecco mi fermerei qui.)

Gianluigi – Certo che poi, anche voi, voglio dire, con quel vostro atteggiamento…

Io – …

Gianluigi – Tu fai il poeta vero? Ho visto una cosa, non mi ricordo più…

Io – Sì, bè, ecco, scrivo poesie, diciamo sì…

Gianluigi – Poesie… Ma hai anche pubblicato?

Io – Sì, qualche libro.

Gianluigi – Maaa… e quindi vivi con la poesia?

Io – No, per carità. Faccio l’insegnante.

Gianluigi – Ah, mi sembrava… Però, diciamo, ti senti un poeta…

Io – Insomma, è una parola che si presta a mille malintesi…

Gianluigi – Sì, no, bè, non vorrai mica farmi una conferenza su questa cosa!

Io – No, certo, scusa. Sì, diciamo, sono uno che scrive poesie.

Gianluigi – Perché il problema di voi poeti… il problema vostro… No, perché l’ho sentito dire anche da un giovane poeta, ma un poeta che era in TV, diciamo, un giovane poeta importante… Ecco dicevo… il problema della poesia è che voi scrivete in modo difficile. Cioè si vede, quando uno legge, che c’è… come dire… lo studio… ma poi… non arriva nulla. Io leggo moltissimo, leggo tutto. Io posso leggere libri di duemila pagine, di quattromila pagine. Romanzi storici, che sono anche lunghi perché magari iniziano con un intrigo medievale che si conclude nel Settecento. E sono pagine. Ci sono secoli da far passare… No ho letto anche i beat, ma quelli però, cioè voi sembra che uno debba essersi, non so, studiato un manuale di linguistica, quelli erano per la strada, i beat, quelli davvero facevano poesia, ma perché erano lì, in mezzo alla strada tutto il giorno. Anche di notte, stavano svegli, e conoscevano le persone quelle che vivono di notte, le puttane per esempio. No, quei poeti lì, erano bravi. Parlavano di quella vita, di chi sta in mezzo alla strada, soprattutto di notte, quando c’è un sacco di gente balorda in giro, e le puttane. Adesso, tu mi dici che insegni. Immagino che insegnerai di giorno?

Io – Soprattutto di mattina.

Gianluigi – Eh, appunto. Comunque diceva quel giovane poeta in televisione che il problema della poesia viene proprio dai poeti. Adesso, non so tu, ecco, io non ti ho mai letto, ma sono i poeti colpevoli. E questo lo capisco bene. Io guarda leggo tutto, perché non leggo mai poesia? Io leggo quattromila pagine, dal medioevo al Settecento, ci si sposta dalla Spagna Araba alla Boemia illuminista, e dico, come mai, io, non riesco a leggere una poesia? Dico, non quelle belle dei beat, ma di quelle che vengono scritte oggi? Quanto sarà lunga una poesia scritta oggi? Le tue poesie di quante pagine sono lunghe?

Io – Spesso una pagina.

Gianluigi – Ecco, una pagina! Eh, per dio, sarò in grado di leggere una pagina io, anche se di poesia? Il problema è che i poeti sono, io credo, anche perché ci ho poi riflettuto, a quello che ha detto quel giovane poeta in TV, ricordo che parlava di “poesia onesta”… Ma che cos’è che non va secondo te? Non so, magari tu poi scrivi… magari pure mi piacciono… ma è il problema dell’autoreferenzialità no? È chiaro che voi poeti siete autoreferenziali… Non è che sarò per forza scemo io. Io faccio diversi lavori di responsabilità, ho due master, tirocinio in vari ambiti, faccio formazione, e sono impiegato come consulente per recuperare le aziende, insomma, ristrutturarle e salvarle, quando stanno per… Adesso non è che voglio parlare di me e vantarmi. Ma io leggo tutto. Anche letteratura scientifica. Dura. Però, non so, la poesia non la leggo, e ho capito il perché. Insomma, la colpa è vostra, ma è soprattutto dell’autoreferenzialità. Siete autoreferenziali. Lo dice anche, a modo suo, quel giovane poeta della TV.

Io – No, ma io capisco benissimo, anzi, sono d’accordo, è bene che la poesia sia disonesta, insomma che si tenga all’altezza dei tempi, almeno quello, a tempi pestiferi poesia pestifera, mi va benissimo, la poesia disonesta. Poi c’è un sacco di poesia brutta. Insomma, è normale, fisiologico. Da quando il mondo esiste, quante commedie brutte, obliabili, sono state scritte e messe in scena? E così di tutto, il brutto domina nell’arte, è il concime, tutti ci stiamo dentro, brutti nel brutto, brutti poeti a scrivere brutte poesie, sperando che in questa circolazione di orrori si crei qualche alchimia, venga fuori un bel testo, per sbaglio, per legge statistica, magari addirittura un libro decente per durare un ventennio, mezzo secolo.

Gianluigi – Però, non vorrei insistere, autoreferenziali soprattutto. Mi spiego?

Io – Magari, qualche precisione in più…

Gianluigi – Non so, bè, mi sembra chiaro. Voi fate le cose e poi le leggete voi.

Io – Il problema sarebbe quindi che uno scrive le poesie e poi va pure a leggere quelle che hanno scritto gli altri?

Gianluigi – Eh, sì. Vi leggete tra voi.

Io – Quindi un musicista non dovrebbe ascoltare musica? E non sta bene che un romanziere legga romanzi, o che un architetto vada a visitare un edificio concepito da un altro architetto, o che un biologo legga quanto hanno scritto altri biologi, e che un regista vada al cinema?

Gianluigi – No, non sto dicendo questo. È che voi vi leggete tra voi! Siete soltanto voi che vi leggete. Cioè, non è che abbia le cifre, dico così, ma ci capiamo…

Io – Quindi un poeta che scriva poesia senza mai sognarsi di leggere le poesie degli altri, morti o viventi, è un poeta non autoreferenziale, cioè non corre i rischi che la sua poesia sia letta solo da addetti ai lavori, ad esempio…

Gianluigi – Non so se uno che scrive poesie non debba mai leggere…

Io – Ti sembra una garanzia? Il musicista che non ascolta mai nulla? Nessun disco, nessun concerto…

 

Qui ci sarebbe da inserire tutta una parte di dialogo, in cui si parla della televisione, dei programmi televisivi in cui si invitano persone di altri programmi televisivi, e che parlano di trasmissioni televisive, discutono di quanto è stato detto da un certo conduttore in un certo programma, ecc. Poi si abbordano i politici, i quali quando parlano, parlano per addetti ai lavori, soprattutto quando non si capisce assolutamente cosa dicono, quando insomma non si capisce, si dice che parlano per addetti ai lavori, parlano come esperti, ma poi quando si capisce, vuol dire che i politici parlano semplice, ma parlano così semplice che dicono frasi come “Adesso è il momento di avere fiducia, e di incrementare la crescita”, oppure “La crescita è dietro l’angolo”, oppure dicono che “Bisogna combattere la disoccupazione”, e quindi non sembrano autoreferenziali, perché tutti capiscono le loro parole, stavolta non parlano per gli addetti, e però non è poi che quelle parole sia molto più referenziali di quelle dei poeti, sembrano oneste, sembrano parole oneste, ma sono anche incredibilmente vuote, è l’onestà del vuoto, l’onesta dello zen che forse si vorrebbe anche dai poeti, anche se poi ci sono i poeti onesti e zen, i poeti vuoti, meno male, che scrivono in modo semplice, per tutti, ma Gianluigi dice che non legge nemmeno quelli, perché lui tanto la poesia non la legge, e secondo me Gianluigi fa bene a non leggere la poesia. Gianluigi poi direbbe che parlare della doppiezza (nullità) comunicativa dei politici è segno inequivocabile di qualunquismo, e… Ecco, mi fermerei qui.

18 COMMENTS

  1. Ah ah dialoghetto fantastico.
    Un concentrato di presunzione e qualunquismo fatto dall’alto di un grado di cultura e professionalità che dovrebbe garantire apertura mentale.
    Sara forse colpa dei poeti se la poesia ha un piccolo pubblico, ma forse anche del pubblico che giudica senza mai aver letto, ascoltato e che “fa di ogni erba un fascio”.
    e forse anche il mio commento è altamente banale. ma scrivo poesia, quindi … autoreferenziale.

  2. È un bel pezzo, ma resta sullo sfondo il problema dell´autoreferenzialitá in poesia. Un problema di comunicazione con un pubblico piú ampio del pubblico dei poeti esiste, come esiste la necessitá che i lettori compiano un minimo di sforzo intellettuale nel leggere poesia.

    Fa molto bene comunque Andrea Inglese, se ho compreso il senso del pezzo, a sostenere che i linguaggi letterari non devono decadere a mezzi, o peggio adeguare il proprio metro a formati smartphone, o a trame di telefilm, su questo credo ci sia una vicinanza di vedute da parte mia

  3. a Marco M,

    diciamo che si potrebbe parlare in modo articolato sulla questione dell’autoreferenzialità in poesia, in senso soprattutto tecnico, ma qui mi sono limitato a un certa idea vaga di “autoreferenzialità”, che stigmatizza un tipo di comunicazione che sarebbe “difficile”, “”non onesta” – cioè poco leggibile -, “che non parla del mondo”, e che si rivolge ad altri “poeti”, ecc.
    Questa accusa mi fa sorridere, perché nel mondo attuale CHI NON E’ AUTOREFERENZIALE SCAGLI LA PRIMA PIETRA”. I media di massa sono forse meno autoreferenziali? Le trasmissioni televisive (Majorino le ha definite “stalle di realtà”), anche quelle più popolari? E i giornali che parlano di quelle trasmissioni televisive? Che ne continuano l’epopea sulla carta stampata e patinata? E i politici? (Oramai quando si criticano i politici, il sistema politico, ecc., si viene istantaneamente trasformati in populisti, grillini… Poveri anarchici di fine Ottocento e d’inizio secolo: senza saperlo erano dei miseri grilli ante-litteram). Ecco. Insomma, se il peccato maggiore della poesia contemporanea fosse l’autoreferenzialità, dovremmo vederla competere con altre forme discorsive e di comunicazione molto popolari come quella dell’intrattenimento televisivo o della propaganda politica…

  4. Come ha già scritto qualcuno, sullo sfondo resta il problema dell’autorefenzialità dei poeti che “si leggono addosso”. Ecco, da lettrice, nell’esatto momento in cui ho percepito la malafede nella difesa automatica che fa dire al poeta “eh si perché i musicisti non si frequentano eccetera eccetera” ho smesso di leggere. Ogni altro inciso o puntualizzazione sulla stessa linea sarebbe stata una debole difesa in più. E non mi si dica che l’obiezione di Gianluigi non era chiara “vi leggete tra di voi. SOLO tra di voi”.

    Si poteva aprire a questo punto un buco nero dove centrifugare i problemi generati dalla frase “vi leggete solo voi tra di voi” ma niente. Nessun inseguimento in autostrada a tutta velocità, nessun uno contro uno all’arma bianca, ma solo un mozzicato “ma beh dai, così fanno tutti gli altri”.

    Ecco, perché io non leggo la poesia? Non amo molto i romanzi, leggo soprattutto saggi critici in alternativa a racconti brevi, soprattutto scrittori angloamericani dallo stile asciutto che non si perdono in subordinate. Odio i mattoni, già so che non li finirò (a parte Cervantes). Perché non leggo poesia? Perché non mi viene naturale; perché non mi viene; perché non rientro nel target di riferimento (marketing mode on); perché è più morta che viva.

    Però perché se ascolto un pezzo che mi piace tanto poi sono curiosa di conoscerne il testo? Perché insistere nella divisione delle arti quando queste provano a ricongiungersi nuovamente? La poesia come soggetto esiste solo per “quelli che si leggono tra loro”, come attributo esiste invece per tutti gli altri e gode di ottima salute.

    Peccato perché sarebbe potuta nascere una bella discussione, e invece il solito bla bla bla.

  5. Ho provato a sostituire la parola “poeta” con la parola “scrittore”, più vicina alla mia passione di homo scribens (che, come Andra Inglese, per guadagnarsi da vivere fa un altro mestiere). Il dialogo gira con la stessa efficacia. Ci sono molti scrittori che, come i poeti, scrivono senza dire nulla. Oppure, più semplicemente, ci sono molti scrittori che non producono denaro, non finiscono in televisione. Pertanto ciò che scrivono non vale nulla e non merita di essere letto. E così per molti musicisti e per molti artisti.
    Grazie, è un dialogo breve ma illuminante.

  6. Rossella scrive:
    “La poesia come soggetto esiste solo per “quelli che si leggono tra loro”, come attributo esiste invece per tutti gli altri e gode di ottima salute.”

    Per Rossella esiste solo il “poetico”, non la “poesia”. In effetti, c’è un sacco di gente che nulla sa di poesia, e che vede del “poetico” dappertutto. Ora vorrei che Rossella mi definisse il “poetico”, ma credo che già consideri ogni precisazione un bla bla bla.
    Buona non lettura di poesia.

  7. A mio avviso ciò che uccide lentamente non la poesia che rimane comunque eterna ma il lettore potenzialmente sensibile è la “dimensione” richiesta dalla poesia. Il raccoglimento e il silenzio in cui possano echeggiare solo le parole con il suono, la consistenza e la pregnanza volute dal poeta.
    È la prima cosa che mi è stata detta da un poeta, autore del primo libro di poesie da me letto.
    Altro fattore decisamente deleterio è la massificazione non l’autoreferenzialità, che inevitabilmente espone al logorìo e all’omologazione. C’è una tale quantità di lavori bassi e bassissimi che diventa difficile poi scorgere il vero talento.
    Onestamente penso che non ci si possa ritenere poeti magari spezzando in più righe quello che passa per la mente.
    La poesia di DEVE necessariamente avere attenzione al peso e alla leggerezza, all’armonia e disarmonia, alla durezza e morbidezza di ogni singola parola.
    Magari sarò stata banale e ovvia ma in giro c’è troppa gente che crede basti un foglio di carta, una matita e il gioco è fatto.

  8. Il punto di vista (forse meglio, di osservazione panoramica) di Rossella è giustificato ed è la postazione alla quale tutti (io compreso) abbiamo finito per ritirarci in relazione a quello che la poesia riesce a dare oggi – praticamente poco o nulla – visti i tentativi e i risultati e le connivenze che permettono a certe schifezze (eufemismo) di circolare. Perciò avviene *statisticamente* che il chiudere gli occhi di fronte alla poesia (la tradizionale mistura di parola, suono, immagine, senso, costruzione e presentazione di un mondo) fa evitare quasi sempre un incontro spiacevole o noioso o risaputo o sciatto con quella che – nella definizione di Schiller data della poesia – è la “massima espressione raggiungibile dall’umanità”. Se Rossella è indifferente alla poesia di un Eliot, Pound, Rilke, Yeats, Auden, Dylan Thomas, Ungaretti, Montale, Sereni, Luzi, Caproni (a vario titolo di indagine) allora è LEI ad aver tagliato i ponti con la forma letteraria in questione. E ho citato questi nomi perché, seppure autoreferenziali (cosa c’è di più autoreferenziale della poesia, cioè un messaggio che rimugina sul messaggio?) bisogna aggiungere che si tratta di una autoreferenza che lascia le crepe o incrinature o squarci attraverso cui il poeta STA modificando percezioni psichiche incrostate, sedimentate e sta cercando insomma di dire: queste cose sono SOLO mie, nate nel chiuso, nel ritiro ecc ecc ma grazie ad esse vi voglio immettere in una costruzione *nuova*, ri-nata, risolta, quella famosa sorta di egoismo di cui parlava Munch (pittore, vale a dire *poeta dell’immagine sulla tela*) che aiuti altri a vedere più chiaro.
    Dunque, Rossella fa benissimo ad evitare quella poesia vuota, vacua e afissiante ma solo dopo aver vagliato con se stessa se lo stesso effetto lo riceve dall’altissima poesia dei nopmi che ho citato (un piccolo esempio) perché se resta sorda alla loro parola dovrebbe cercare IN LEI qualcosa che non risuona con la Bellezza al suo massimo grado e precisione ed energia.

    Per raccoglimento può valere un pensiero estratto dalla Zibaldone, in cui Leopardi lamenta proprio questa sorta di difficoltà data a due sensibilità di incrociarsi e incontrarsi nel punto di contatto tra lavoro poetico e resa realistica, nella vita:

    Gl’illetterati che leggono qualche celebrato autore, non ne provano diletto, non solo perché mancano delle qualità necessarie a gustar quel piacere ch’essi possono dare, ma anche perché si aspettano un piacere impossibile, una bellezza, un’altezza di perfezione di cui le cose umane sono incapaci. Non trovando questo, disprezzano l’autore, si ridono della sua fama, e lo considerano come un uomo ordinario, persuadendosi di aver fatto essi questa scoperta per la prima volta. Così accadeva a me nella prima giovanezza leggendo Virgilio, Omero ec. 25. Sett. 1821
    *
    Zibaldone [1789]

    • Aspetta, stiamo tirando su un polverone che neanche negli armadi durante il cambio di stagione. Non è che sono insensibile al testo poetico, se capita sottomano per sbaglio o per cultura non è che lo evito perché ho l’intolleranza nei confronti di esso quindi preferisco 2 etti di narrativa al più. No. Del resto siamo stati anche educati nel corso di studi a “saper leggere” dal punto di vista della comprensione e non declamazione. OK? Hai cannato il punto. Il punto è la diffusione di questa arte che langue chissà dove, mentre siamo costretti a sciropparci l’ennesimo “nuovo” film su Macbeth. Ma se non la provochi una sensibilità come la sviluppi? Come sai di possederla? La poesia non è che è morta, sta peggio, è assente. Come un buon genitore fedifrago che abbandona i suoi figli per una nuova famiglia.

      Starà in crisi nera la poesia come tutte le arti post rivoluzione tecnologica. Però mentre la maggior parte di queste ha provato a farsene una ragione, cercando di farsela amica sta benedetta tecnologia che pure ha fatto fuori case editrici, case discografiche e tutte le logiche di promozione ante guerra, la poesia pare ancora ferma al palo indecisa sul da farsi. Che faremo? Meta discorsi per rimuginare e non agire.

      Ah, l’estratto di Leopardi lo lessi già sulla pagina facebook di Mr. Maiunagioia. Avere già una rassegna poetica sui “5 titoli di questa settimana” non sarebbe male. Fatevi una startup, fatevi finanziare da Sviluppo Italia e vedete come va.

      • La poesia NON è mai stata come un “genitore” e non potrebbe assolutamente mai esserlo se non rinnegandosi. È stata semmai una guida e un tramite ” da seguire” oramai abbandonata. E perché? Perché è sempre stata il più soggettivo ed egocentrico dei generi letterari. Ha sempre un elemento narcisistico dentro che disturba il narcisismo altrui perché ignora i luoghi comuni grazie ai quali le persone comunicano. Il vero gesto poetico è pieno di sè e se poi incontra il gradimento di 10, 1000 o più persone è una cosa bella ma non un fatto necessario.
        È una bellissima cosa assolutamente “inutile” e che non rientra negli interessi dei produttori di mercanzie per fortuna e i tentativi vani di fare mercato o tendenza da parte di chi pensa che si possa fare bella poesia balbettando, riproducendo versi di animali, reinventando punteggiature assurde quanto ridicole dimostrano quale rispetto ci sia per la Poesia da parte dei poeti stessi.
        L’unica cosa che credo possa e debba farsi da parte degli “. addetti ai lavori” sia praticare l’onestà intellettuale che è fatta di gesti di ammirazione e promozione, laddove ce ne siano le possibilità, di quei talenti VERI, indiscutibili che a volte si leggono ma che purtroppo si ignorano spesso per paura di svelare la propria pochezza.

  9. C’è questo argomento, che è già stato anticipato nel dialoghetto. Ma forse il problema non è solo quello di leggere “poesia”, ma proprio quello di “leggere” con una certa cura qualsiasi cosa…

    Sandra:
    “C’è una tale quantità di lavori bassi e bassissimi che diventa difficile poi scorgere il vero talento.”
    Isak:
    “quello che la poesia riesce a dare oggi – praticamente poco o nulla – visti i tentativi e i risultati e le connivenze che permettono a certe schifezze (eufemismo) di circolare.”

    E’ un argomento che mi diverte, perché parrebbe dimenticare che viviamo in un mondo dove esistono industrie culturali, che producono merci culturali di massa (film, telefilm, dischi, romanzi, ecc.), ossia circolano ovunque una gran quantità di “creazioni”. E questo riguarda innanzitutto generi “pop” piuttosto che la poesia. Quindi uno dovrebbe innanzitutto dire: ci sono centinaia, migliaia, di romanzi, dischi, film, telefilm schifezze/bassissimi. (Chi puo’ negarlo.) Dopodiché dovrebbe aggiungere: è per questo motivo che io non ascolto più musica, non seguo più il cinema, i telefilm, non leggo mai più un romanzo.

    Strano comportamento. Anch’io constato che in poesia, e nel resto dell’universo culturale, si producono valanghe di cose brutte, e NELLO STESSO TEMPO sono costantemente in ritardo rispetto alla quantità di creazioni valide che rischiano di sfuggirmi e che mi sfuggono. Vorrei avere 34 ore al giorno per poter leggermi tutte le cose valide che ci sono, vedermele, ascoltarmele.

    Da dove viene questa paura del brutto. O forse bisognerebbe dire questo FACILE SCORAGGIAMENTO da brutti prodotti. Come un avventore a cui capita di mangiare male un po’ di volte di fila e che decide allora di lasciarsi morire di fame, perché è rimasto offeso dal cibo cattivo.

    Isak:
    “Eliot, Pound, Rilke, Yeats, Auden, Dylan Thomas, Ungaretti, Montale, Sereni, Luzi, Caproni”

    Si diciamo che siamo di fronte a un canone novecentesco sufficientemente assodato e generico (Luzi nato nel 1914, Sereni 1913, Caproni 1912, Montale 1896…).
    Ma Isak non ti capita mai di fare scoperte in ambito culturale? Per me è una delle cose più affascinanti, scoprire un autore che magari non è nei manuali di letteratura delle scuole medie…

    • Paradossalmente questa profusione di “oggetti culturali” non ha prodotto l’effetto del rafforzamento del ruolo del critico, visto e considerato che orientarsi nella giunga delle nuove proposte è diventato davvero problematico. Evidentemente la cultura non segue le logiche deterministiche; anzi questa profusione di “oggetti” ha sommerso anche la critica, la quale – un po’ come i vecchi che guardano con nostalgia la propria giovinezza in tempi di guerra – non è in grado di dare ordine al presente e capirci qualcosa. E vale un po’ per tutti gli “oggetti”. Se prima per ascoltare qualcosa di decente dovevo leggermi tutto Blow up, oggi mi ascolto la playlist di spotify profilata sul mio account. E’ cambiato ogni elemento della filiera: gli artisti bypassano la stampa con i social network, la distribuzione col print on demand, la pubblicità con lo streaming etc. etc. Di conseguenza, cambiata la fruizione cambiano anche gli artisti, meno esseri mitologici, sempre meno maschere e sempre più comuni mortali. Sarà per questo motivo che da 5 anni gli artisti virano su una poetica sempre più intimista, del quotidiano? Bah

      In tutte le cose culturali lo scouting resta fondamentale, il problema è riconoscere il talento e scommetterci su. Non come Guccini, il quale ultimamente intervistato ha detto che nel panorama italiano si salva solo Capossela. E’ in ritardo di 20 anni. Spero che Capossela tra 20 anni non dica lo stesso di Jacopo Incani ma lo dica adesso, per dignità.

  10. a Sandra:
    “L’unica cosa che credo possa e debba farsi da parte degli “. addetti ai lavori” sia praticare l’onestà intellettuale che è fatta di gesti di ammirazione e promozione, laddove ce ne siano le possibilità, di quei talenti VERI, indiscutibili che a volte si leggono ma che purtroppo si ignorano spesso per paura di svelare la propria pochezza.”

    E’ esattamente questo lo scenario usuale del campo poetico. Prendiamo un blog come NI. Cosa fanno i redattori di NI che sono “addetti ai lavori” di poesia? Oltre a pubblicare i loro testi poetici, pubblicano testi di autori che ammirano, che credono essere talenti veri, o pubblicano recensioni o interventi critici sui autori che ammirano ecc.

    Certo, non esiste ovviamente uno scenario omogeneo, dove il vero talento sia riconosciuto indiscutibilmente da tutti. Se esiste una certa ricchezza nel campo poetico, cio’ dipende dal fatto che TUTTI difendono il vero talento, ma NON TUTTI sono d’accordo su quale sia il vero talento. Bisogna dire che è anche un po’ il bello della faccenda, questo mancata unanimità di giudizio.

  11. Vedete, io rispondo a volte SOLO collateralmente a una questione come questa. Rossella ha torto quando dice che ho *cannato* perché il punto che interessa me è aver potuto scrivere qualcosa, una cosa qualsiasi (anche se per caso era attinente all’argomento) e solo per poter soddisfare me di me stesso e dal tipo di scrittura a cui giungo.
    Questo mio non è affatto un proclama di un solitario o narcisista compiaciuto, è solo più *ironicamente* ingenuo, perché qualsiasi scrittore (buono scrittore, ed è inutile tirare sempre il luogo comune *come si fa a dire chi è un buono scrittore ecc ecc*, beh, si fa, si sente, si avverte, si trema, si prova quel brivido che fa dire *oh, c***o, che meraviglia, e io che non saprei fare di meglio) sa di esserlo, se non altro per le parole che riceve da persone che non alzano scudi ma piano piano, con umiltà saprebbero distinguere la differenza che passa tra certi brani e altri.
    Rossella (non credo di sbagliare, altrimenti mi corregga) deve aver colto già questa distinzione se spulciando tra questi commenti ha avuto la felice idea di condividere il mio post indicato qui e nato su Facebook a proposito della critica vacua che leggo ovunque. E se ha voglia di spingersi un po’ più oltre, può leggere ancora altro e rilevare tra le mie parole quello che sto tentando di indicare qui, in modo meno attento. I nomi di Eliot, Rilke, Yeats ecc ecc NON dovrebbero essere messi sotto spirito con un cartellino e una data, altrimenti non si è capito molto della lezione che proviene dall’Arte. Indicherei nomi più vicini a me anagraficamente ma si sa che non basta accoppiarsi per generare una nuova sensibilità poetica. Io dico da molto tempo che la mia è una di quelle e ripeto che nel pronunciarlo sono allineato a tante altre affermazioni del genere, perentorie perché provate. Ho indicato il pensiero di Leopardi per devozione, potevo esporne uno mio, tra i miei rimuginamenti a proposito dell’arte poetica e del suo destino in mezzo a una civiltà di annoiati che sentendo il puzzo di putrefazione di un genere (avete notato quanta *putrefazione e dolore e cupezza e disgrazie e autoanalisi di solitudine e orrore e noia e abbandono snocciolano poeti e poetesse in questi tempi? ma che due p***e!) credono che sia un destino comune di chi scrive. A voler dire qualcosa di conclusivo, il fatto poi che ci sia ancora chi chiama (prendendo per il culo) Leopardi come Mr. Mainagioa, non ha molto credito come lettore/-trice del mio collega Giacomino, non ultimo il fatto che si è creduto che il mio esempio sia stato estrapolato da una pagina dedicata a lui come se fossi un copia-incollatore di citazioni vaganti in rete e non invece uno scrittore che ha letto e goduto fin quasi al sesso (praticandolo ovviamente in parallelo) quasi tutto ciò che Leopardi ha scritto e da cui si riesce persino a concludere che il soggetto in questione invece se la spassava alla grande, se paragonato al tipo di vita che sente e fa chi scrive le cose tristi che ho menzionato.

    • Ma alcuni epiteti si usano in modo affettuoso e non per dileggio, cosa che hai interpretato te liberamente, chissà perché sempre in malafede.

      Ma io su FB condivido un sacco di cose, gattini inclusi! E cmq se la sezione commenti di NI è uno spazio per monologhi e non dialoghi, ovvero ognuno viene e fa i propri proclami senza soluzione di continuità, fuggo. Piuttosto vado a litigare con qualcuno sotto un post a caso del Guardian, così per tenermi allenata, che a venir qui a monologare, parlando per parlare ho già dato in adolescenza.

      • Ieri parlavo con un mio amico proprio della difficoltà della poesia contemporanea di farsi leggere da persone anche con una cultura umanistica molto ampia. Lui è un regista teatrale e nel suo campo ci sono più o meno gli stessi problemi. Rossella ha ragione a spingere a una autocritica i poeti, a una responsabilità (che ovviamente non è tutta dei poeti, ma poco importa in questo caso). Da qui si potrebbe cominciare a individuare i problemi e tentare nuove strategie (estetiche, di marketing).

  12. credo che non si debba confondere l’autoreferenzialità della poesia con l’autopromozione che è richiesta al giorno d’oggi all’uomo e quindi, ahimé, al poeta….. che hai presente essere un poeta e dover scrivere un curriculum su linkedin?
    Spero di sbagliarmi e di essere compresa come una fottutissima adolescente

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.