Leggere la terra (autismi della terra # 3)

di Giacomo Sartori

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Per capire meglio la terra, o forse  meglio nell’illusione di farlo, mi capita di leggere articoli scientifici che trattano di questo o quell’aspetto della matrice chiamata da moltissimi secoli così, ma che nei resoconti specialistici diventa più tecnologico suolo. Spesso sono questioni molto particolari, perché al giorno d’oggi le ricerche sono estremamente specializzate: il tema può essere per esempio il materiale genetico che rivela la presenza del determinato gruppo di batteri in un certo punto di una data foresta, o anche certe molecole di sostanza organica in un campo di barbabietole da zucchero della data località. Io non sono uno scienziato, ma passo pur sempre molto tempo a leggere scritti del genere, che sono destinati piuttosto agli apostoli delle varie discipline.

Per me la lettura è per definizione un piacere, il piacere anzi più sicuro e facile, e più persistente, meno precario (come è noto il problema dei piaceri è la loro fugacità). A leggere questi resoconti tutti con lo stesso ineluttabile scheletro – introduzione, metodi, risultati, conclusioni – non provo invece alcun godimento. Li trovo quasi sempre molto noiosi, davvero tediosissimi, però cerco di arrivare in fondo, o insomma di scorrere le parti che mi sembrano più importanti. Resisto come posso alle seduzioni del romanzo scosciato con voluttuosa noncuranza sul bracciolo della poltrona, che cerca di attirarmi nei suoi vortici di futilità, mi aggrappo a quelle righe austere.

Il nuovo latino in uso nella liturgia scientifica, l’inglese, è sempre legnoso, il più possibile impersonale, e soprattutto assertivo, sentenzioso, cattedratico, privo di sfumature, non parliamo poi di umorismo. I serrati paragrafi sono interrotti da incessanti parentesi con i riferimenti bibliografici, nella canonica forma del cognome e dell’anno (e quel salmodico “et al.” se gli artefici sono più di uno). Tutti questi rimandi sembrano puntelli che sostengono una costruzione non ancora finita, sono ostacoli che rendono la deambulazione poco agevole. Avanzo quindi con fatica, distraendomi di continuo, ma con la mia grande perseveranza, l’unica mia dote (ammesso che possa essere considerata una dote), riesco a non demordere.

È evidente che il fine principale di quello stile di scrittura è l’evacuazione dei sentimenti, l’occultamento degli stati d’animo e della sensibilità sotto l’apparenza di un piglio oggettivo. Tutto deve risultare impersonale, arido, in modo che la razionalità appaia il più possibile incontaminata, assoluta. Meglio le fragilità e le debolezze risultano mimetizzate più la ricerca sembra solida, scientifica. Quando in realtà ogni frase è pur sempre il frutto di un’intuizione, un tentativo di esprimere significati che le parole non dicono, o dicono male, e di occultate contenuti che si vogliono tacere, come tutte le frasi umane. I linguaggi umani sono per definizione imperfetti, contraddittori, intrisi di emozioni e ambiguità. Alla ricerca di un riconforto provo allora a decifrare le figure, che però si rilevano anch’esse severe e non belle, spesso di assai ardua decifrazione.

Sono però i contenuti che mi risvegliano le perplessità più pervasive. Quasi sempre la visuale è molto ristretta, e me ne deriva l’impressione che quella parzialità nasconda in realtà l’ignoranza dei legami tra i vari aspetti di fondo, o per meglio dire l’ignoranza dell’ignoranza. Perché è stato scelto proprio quel caso di studio, e cosa rappresenta, posando per un secondo la lente deformante di quella sottodisciplina, prendendo in conto anche altri punti di vista? Considerando le cose un po’ più da lontano l’oggetto non risulta forse mal definito e ibrido, per non dire pretestuoso, e anche l’approccio scelto per affrontarlo non appare per caso assai arbitrario?

 

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Per svelare la verità parziale di cui è questione, ci si affida alla statistica, che ha preso ormai il posto del pronunciamento divino. Se il metodo statistico adottato sentenzia che una data relazione è vera, o meglio che ha la determinata probabilità di essere vera, vuol dire che la legge naturale è quella, beninteso anche in assenza della minima spiegazione convincente. La mia vita mi insegna che la grande probabilità è solo una potenzialità astratta, e è in fondo inutile ai fini previsionali, o insomma di per sé inutilizzabile, perché spesso è poi l’eccezione che si realizza, o insomma entrano in gioco fattori non previsti. Lì però la possibilità diventa inflessibile e inconfutabile causalità, senza rischio di colpi di testa o sbavature. E come poi quelle risultanze tanto tendenziose si conciliano con gli esiti di approcci non considerati, con altre visioni, altre domande? Il sistema delle citazioni solo a difesa (come se in un processo non ci fossero anche i testimoni a carico), e la forma breve di questi componimenti, consente di restare nel dominio della perorazione senza contradditorio, sfuggendo a una reale verifica. Certo, quella dissertazione è passata al vaglio di severi e anonimi referi, però questi appartengono in realtà alla stessa sottospecie, sono inclini in genere agli stessi errori.

Leggendo ho quindi l’impressione che quella cosiddetta imparzialità scientifica sia solo una finta, una maschera che nasconde le normali esitazioni umane, l’usuale incompetenza. Facendo più attenzione mi accorgo che gli stessi puntelli bibliografici non sono poi così solidi, non sono poi così adatti a quel ruolo di cariatidi, sebbene il loro essere incastrati con risolutezza possa suggerire l’impressione che sostengano senza sforzo il ragionamento. Quei disparati studi, intruppati poi in sequenza alfabetica alla fine (titoli di coda accademici?), a una verifica anche frettolosa sembrano avere gli stessi difetti, paiono a loro volta appoggiarsi su altri scritti presi un po’ qui e un po’ lì, citati a sproposito. Non si può fare a meno di pensare a un manipolo di pencolanti ubriachi che si reggono a vicenda.

Il quel mio crescente imbarazzo la statistica mi appare come l’arte di far dire alle cifre quello che si vuole, proprio come un tempo ci si appellava allo spirito santo per giustificare gli eventi più diversi. Si troverà sempre un’algebrica prestidigitazione per far risultare due serie di dati un po’ correlati. Ma certo esagero. Certo parlo così perché non sono un vero officiante, tutto quello che faccio è partecipare a volte a esperimenti di professori o ricercatori che studiano questo o quell’aspetto della terra. Risulto utile soprattutto per il lavoro di campagna, visto che faccio volentieri delle buche, e eseguo con professionale precisione i relativi rilievi. Ormai sono tra i più anziani, e c’è chi mi stima, ma il mio ruolo è quello di un ragazzo che inizia, finisco per essere un po’ l’uomo tutto fare. Dalla mia ho solo la mia esperienza, che certo non può costituire una garanzia di autorevolezza scientifica, e la mia intuizione, i cui volubili suggerimenti non potrebbero essere comprovati in alcun modo (anche se a me sembrano validi). Perché a ben vedere non sono molto razionale, e la mia diffidenza per le logiche tetragone nasconde anzi una difficoltà a seguire linee rigorosamente coerenti nelle mie elucubrazioni. Probabilmente criticando a priori quei rapporti cerco solo di difendere la mia inconseguenza, la mia difficoltà a concentrarmi, a staccarmi dall’empirismo. E forse quella lingua mi riesce antipatica solo perché la manovro stentatamente, lungi dalla maccheronica disinvoltura di molti colleghi.

Leggo comunque quei bigotti racconti che rappresentano l’esatto contrario di ciò che cerco nei romanzi (in particolare quello che mi fa l’occhiolino dal bracciolo della poltrona), continuo a masticarli. Non so poi cosa mi resta di tutte quelle frequentazioni, visto che la mia memoria non è molto forte (per rintanarmi dietro un eufemismo). Forse ben poco. E probabilmente spazio tra tanti campi diversi proprio perché non ho alcuna effettiva competenza in un qualsivoglia ramo, nessun ruolo preciso. Si direbbe quasi che voglia mantenermi aperte molte porte in attesa di decidere dove orientarmi. Strategia per la quale non resta più alcuna plausibile giustificazione, visto che ho quasi l’età del pensionamento (se solo avessi, ma questo è un altro discorso, una qualche forma di pensione). A quanto pare dentro di me un nocciolo di pazzia reputa che la mia vita potrebbe forse offrirmi ancora questa o quella tardiva e fiabesca opportunità (o che io sia immortale?).

Soffro di non avere tempo di leggere romanzi, che mi danno piacere, e che con la loro capricciosa volubilità mi sembrano avvicinarmi alla verità, e impiego le mie giornate a spulciare questi compitini che non mi danno alcun diletto, e che non contengono molta verità, non quella che cerco (anche proprio nella terra). L’educazione di mio padre, forse è questo, mi ha inculcato l’abitudine a sprezzare o anche evitare le attività che mi appagano, a concentrarmi sugli sforzi che mi risultano penosi, per i quali sono forse meno dotato. Certo il nodo della questione è solo lì, non sono riuscito a liberarmi dal fascismo. La frequentazione della terra, quell’unico contatto pragmatico che ho con il mondo, e che coltivo proprio per appropriarmi di una qualche identità, una plausibilità sociale, e per guadagnarmi da vivere in un modo che abbia una parvenza di senso, per non affondare in me stesso, è quindi solo l’incapacità a ammettere che l’unico autentico legame sarebbe l’assenza di autocostrizione, la libertà di vivere la mia esistenza assecondando le mie autentiche propensioni, senza pagare alcun pegno. Cedendo al richiamo del discinto romanzo che dalla poltrona mi canticchia la sua sciocca ma anche sapiente cantilena.

 

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(questo testo è apparso su “Nuova Prosa”, numero 66, marzo 2016)

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