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	Commenti a: L&#8217;esile sentiero dei lupi solitari: un altro dialogo sull&#8217;emergenza terrorismo	</title>
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		Di: Winter is Coming: dalla crociata al Fantafestival - Nazione Indiana &#124; Nazione Indiana		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Winter is Coming: dalla crociata al Fantafestival - Nazione Indiana &#124; Nazione Indiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Aug 2016 07:20:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[&#8230;] verificati in un tempo ovviamente brevissimo ci danno forse l&#8217;occasione per mettere al vaglio alcuni nostri ragionamenti. La domanda è: ha ragione Libero quando scrive più immigrati uguale più attentati? Seconda [&#8230;]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] verificati in un tempo ovviamente brevissimo ci danno forse l&#8217;occasione per mettere al vaglio alcuni nostri ragionamenti. La domanda è: ha ragione Libero quando scrive più immigrati uguale più attentati? Seconda [&#8230;]</p>
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		Di: Andrea Inglese		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jul 2016 15:02:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Vorrei sottolineare particolarmente questo punto, tra gli altri, del pezzo di Declich e Fuksas:

&quot;L’argomento secondo il quale siamo l’occidente quindi siamo tutti colpevoli è evidentemente ideologico e rimanda ad una visione della storia che mescola in maniera sincretistica il peggio del meccanicismo idealista con il più becero storicismo tradizionalista, arrivando a conclusioni speculari rispetto a quelle consuete della modernità, cioè la colpevolizzazione a trecentosessanta gradi dell’imperialismo coloniale, invece della sua legittimazione celebrativa. Ma si vede alla fine la debolezza di questo post-colonialismo postmoderno, che si riduce ad argomenti terzomondisti dei ‘settanta, quando alla orrenda mensa della scuola ti dicevano che dovevi mangiare tutto perché eri fortunato che non morivi di fame in Africa.&quot;

Puo&#039; sembrare per certi versi periferico, visto che si riferisce a analisi che sono realizzate da una minoranza, e che appartengono a posture proprie di certa sinistra radicale. Una simile posizione è stata espressa pochi giorni fa da Ignacio Ramonet in un articolo pubblicato su &quot;il manifesto&quot;.
Aggiungo un&#039;osservazione a quanto ben detto dai due autori a questo proposito. Il considerare questa forma di terrorismo come una diretta conseguenza delle politiche occidentali (coloniali e neo-coloniali), significa estrarre dalla scena, per poi cancellarla, una soggettività NON-OCCIDENTALE e particolarmente attiva, ossia la popolazione araba (e non solo) che è, in diverso modo e in diversi contesti e paesi, protagonista di una rivoluzione violentemente combattuta, repressa, perseguitata fin dai suoi più timidi germi.
In altri termini, e non è solo una mia personale opinione, ma la tesi jean-pierre Filiu, professore di storia del medio oriente a Scienze Politiche a Parigi (per i francofoni, molto consigliato http://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index-Les_Arabes__leur_destin_et_le_notre-9782707188236.html). Questo signore sostiene innanzitutto che si deve parlare propriamente di &quot;rivoluzioni arabe&quot; (e mettiamoci dentro una parte della popolazione turca e iraniana), e che si tratta di un fenomeno di media durata, in atto almeno da un decennio, rispetto al quale sia DAESH che Assad rappresentano, come i generali in Egitto, fenomeni di controrivoluzione estremamente violenta.

Naturalmente, ricordo come molti compagni estremamente &quot;attenti&quot;, ridussero già nel 2011 le rivoluzioni arabe a dei complotti della CIA e di altri stati occidentali, per ribadire bene, magari in stile althusseriano, che le soggettività nel mondo arabo esistono ancora meno che nel mondo occidentale, dove è la struttura immane del sistema capitalista che tiene tutto e gioca tutto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei sottolineare particolarmente questo punto, tra gli altri, del pezzo di Declich e Fuksas:</p>
<p>&#8220;L’argomento secondo il quale siamo l’occidente quindi siamo tutti colpevoli è evidentemente ideologico e rimanda ad una visione della storia che mescola in maniera sincretistica il peggio del meccanicismo idealista con il più becero storicismo tradizionalista, arrivando a conclusioni speculari rispetto a quelle consuete della modernità, cioè la colpevolizzazione a trecentosessanta gradi dell’imperialismo coloniale, invece della sua legittimazione celebrativa. Ma si vede alla fine la debolezza di questo post-colonialismo postmoderno, che si riduce ad argomenti terzomondisti dei ‘settanta, quando alla orrenda mensa della scuola ti dicevano che dovevi mangiare tutto perché eri fortunato che non morivi di fame in Africa.&#8221;</p>
<p>Puo&#8217; sembrare per certi versi periferico, visto che si riferisce a analisi che sono realizzate da una minoranza, e che appartengono a posture proprie di certa sinistra radicale. Una simile posizione è stata espressa pochi giorni fa da Ignacio Ramonet in un articolo pubblicato su &#8220;il manifesto&#8221;.<br />
Aggiungo un&#8217;osservazione a quanto ben detto dai due autori a questo proposito. Il considerare questa forma di terrorismo come una diretta conseguenza delle politiche occidentali (coloniali e neo-coloniali), significa estrarre dalla scena, per poi cancellarla, una soggettività NON-OCCIDENTALE e particolarmente attiva, ossia la popolazione araba (e non solo) che è, in diverso modo e in diversi contesti e paesi, protagonista di una rivoluzione violentemente combattuta, repressa, perseguitata fin dai suoi più timidi germi.<br />
In altri termini, e non è solo una mia personale opinione, ma la tesi jean-pierre Filiu, professore di storia del medio oriente a Scienze Politiche a Parigi (per i francofoni, molto consigliato <a href="http://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index-Les_Arabes__leur_destin_et_le_notre-9782707188236.html" rel="nofollow ugc">http://www.editionsladecouverte.fr/catalogue/index-Les_Arabes__leur_destin_et_le_notre-9782707188236.html</a>). Questo signore sostiene innanzitutto che si deve parlare propriamente di &#8220;rivoluzioni arabe&#8221; (e mettiamoci dentro una parte della popolazione turca e iraniana), e che si tratta di un fenomeno di media durata, in atto almeno da un decennio, rispetto al quale sia DAESH che Assad rappresentano, come i generali in Egitto, fenomeni di controrivoluzione estremamente violenta.</p>
<p>Naturalmente, ricordo come molti compagni estremamente &#8220;attenti&#8221;, ridussero già nel 2011 le rivoluzioni arabe a dei complotti della CIA e di altri stati occidentali, per ribadire bene, magari in stile althusseriano, che le soggettività nel mondo arabo esistono ancora meno che nel mondo occidentale, dove è la struttura immane del sistema capitalista che tiene tutto e gioca tutto.</p>
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