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	Commenti a: Da Cuneo a Venezia. Perché sono le storie a scegliere i narratori, e non viceversa. Breve ritratto di Andrea Tarabbia.	</title>
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		<title>
		Di: Mirfet		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Mirfet]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Aug 2016 14:10:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Guido (è bello ritrovarti ogni tanto!), non capisco: antico vuol dire per forza superato? 

E poi, se intendi scrivere e leggere nel loro senso più ampio, generico, allora tutti scriviamo e leggiamo. Ma qui, in questo articolo, si parla di uno scrittore che è tale in virtù dei libri che scrive (non necessariamente che pubblica, io non leggo riferimento a questo come specificità). 
Dall&#039;atto di scrivere (sms, blog, socia, ect) al quale mi sembra tu ti riferisca, non nasce quasi mai uno scrittore, al massimo uno scrivente.

In tutto questo, colgo l&#039;occasione per rinnovare ad Andrea i miei complimenti. Ho apprezzato la Calligrafia e il Demone a Beslan, ma il Giardino delle Mosche è per me perfetto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Guido (è bello ritrovarti ogni tanto!), non capisco: antico vuol dire per forza superato? </p>
<p>E poi, se intendi scrivere e leggere nel loro senso più ampio, generico, allora tutti scriviamo e leggiamo. Ma qui, in questo articolo, si parla di uno scrittore che è tale in virtù dei libri che scrive (non necessariamente che pubblica, io non leggo riferimento a questo come specificità).<br />
Dall&#8217;atto di scrivere (sms, blog, socia, ect) al quale mi sembra tu ti riferisca, non nasce quasi mai uno scrittore, al massimo uno scrivente.</p>
<p>In tutto questo, colgo l&#8217;occasione per rinnovare ad Andrea i miei complimenti. Ho apprezzato la Calligrafia e il Demone a Beslan, ma il Giardino delle Mosche è per me perfetto.</p>
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		Di: Guido Tedoldi		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Guido Tedoldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Aug 2016 10:25:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il punto nodale dell’intervento mi sembra il seguente:
«Nessuno di quei giovani scrittori, seduti insieme a me, ha – per fortuna – smesso di scrivere e oggi, Andrea, ha l’opportunità di vincere il Campiello. Lui, forse più degli altri, in questi anni, ha reso un servigio importante alla narrativa italiana: ha formulato, attraverso i suoi libri, un pensiero coeso e compatto sulla violenza; la violenza declinata in alcune delle sue forme più orribili. Lo ha fatto soprattutto attraverso tre romanzi: “La calligrafia come arte della guerra”, “Il demone a Beslan”, “Il giardino delle mosche”. Andrea non dovrebbe vincere il Campiello unicamente per la sua abilità di scrittore, per il suo stile, per la sua lingua, per aver dato voce, nel Giardino – romanzo per il quale è candidato al premio – a Čikatilo; dovrebbe vincere il Campiello perché in Italia, oggi, è tra i narratori che sa dire la violenza e sa come dirla: nelle sue forme più estreme, più feroci, più complesse. Ma, e soprattutto, riesce a raccontarla senza pregiudizi. La contestualizza, per comprenderla meglio. La sonda, per conoscerla. La restituisce alla sfera delle azioni umane, senza demonizzarla, analizzandola come un geologo analizza un terreno, studiandone la costituzione e l’evoluzione. La violenza, attraverso la penna di Andrea, diventa un organismo vivo, con una sua storia, col suo esser-ci, coi suoi possibili sviluppi e questo, a mio avviso, è il suo merito maggiore».

Cocchi ha una certa idea del mestiere di scrittore: chi lo fa scrive libri, e li pubblica. Chi non smette di farlo è un suo collega che ha lo stesso concetto del mestiere.
A me sembra un modo un po’ antico di intendere le cose, perché la forma libro non è spesso quella più congeniale per il pubblico dei lettori. Per chi scrive magari sì (la forma libro ha una lunga e solida tradizione presso gli intellettuali) ma per chi legge le misure sono anche diverse – soprattutto per chi legge oggi ai tempi del web e dell’alfabetizzazione di massa.
D’altra parte la situazione mi pare evidente: non si è mai letto e scritto tanto come oggi (i social network, i blog, gli sms ecc. sono lì a dimostrarlo) ma l’editoria libraria non è mai stata in difficoltà tanto come oggi (i dati di vendita dei libri e la contrazione dei fatturati delle aziende editoriali sono lì a dimostrarlo). Sarà pure un paradosso ma è la realtà, perlomeno quella che ci viene raccontata da più fonti.

Nell’intervento su Nazione Indiana, Cocchi fa riferimento anche a un altro episodio, questo avvenuto negli ultimi mesi:
«Durante la presentazione del suo [di Andrea Tarabbia] ultimo libro – Il giardino delle mosche – a Pistoia, affiancato da Roberto Gerace, mi ha colpito molto una sua risposta a una domanda che gli avevo rivolto sul rapporto fiction non-fiction: scegliere la non-fiction, dice Andrea, ti permette di ovviare al problema della trama, perché questa esiste già, sta scritta sui documenti, è sufficiente consultarli. Era, ovviamente, una battuta, ironica e provocatoria, perché se esistono già i fili di una tessitura, comunque la tessitura va organizzata, embricata, sarà forse un compito più semplice, ma comunque un compito arduo. Il problema, a mio avviso, non è tanto questo, ma il fatto che lo scrittore che sceglie la non-fiction, che si appassiona a una storia di cronaca, per esempio, o a un fatto storico, non sceglie una storia, ma dalla storia viene scelto».

Secondo Cocchi la risposta di Tarabbia è una battuta ironica per il motivo (se ho capito bene) che quando un romanziere racconta una storia di non-fiction rivela un processo della creatività quasi inquietante. Non è lui, autore, che ha scelto una determinata vicenda da raccontare, con cui è venuto in contatto tramite i mass media, bensì è il contrario: è la vicenda che ha scelto lui.
E anche questo mi pare un punto di vista... be’, antico. Siamo immersi in un flusso di informazioni, narrazioni, storie (di vario genere, non solo letterario o giornalistico: film, eventi musicali, eventi sportivi, giochi elettronici che si disputano in mondi alternativi) la cui varietà ed enormità è gigantesca. Secoli fa, forse, l’enormità e la varietà erano meno gigantesche; forse allora si poteva dire che una siepe scegliesse un poeta per farsi raccontare. Ma oggi?

Sempre se ho capito bene il punto indicato da Cocchi, naturalmente. Magari sto guardando il suo dito, mentre lui indicava una bella luna.

Guido Tedoldi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il punto nodale dell’intervento mi sembra il seguente:<br />
«Nessuno di quei giovani scrittori, seduti insieme a me, ha – per fortuna – smesso di scrivere e oggi, Andrea, ha l’opportunità di vincere il Campiello. Lui, forse più degli altri, in questi anni, ha reso un servigio importante alla narrativa italiana: ha formulato, attraverso i suoi libri, un pensiero coeso e compatto sulla violenza; la violenza declinata in alcune delle sue forme più orribili. Lo ha fatto soprattutto attraverso tre romanzi: “La calligrafia come arte della guerra”, “Il demone a Beslan”, “Il giardino delle mosche”. Andrea non dovrebbe vincere il Campiello unicamente per la sua abilità di scrittore, per il suo stile, per la sua lingua, per aver dato voce, nel Giardino – romanzo per il quale è candidato al premio – a Čikatilo; dovrebbe vincere il Campiello perché in Italia, oggi, è tra i narratori che sa dire la violenza e sa come dirla: nelle sue forme più estreme, più feroci, più complesse. Ma, e soprattutto, riesce a raccontarla senza pregiudizi. La contestualizza, per comprenderla meglio. La sonda, per conoscerla. La restituisce alla sfera delle azioni umane, senza demonizzarla, analizzandola come un geologo analizza un terreno, studiandone la costituzione e l’evoluzione. La violenza, attraverso la penna di Andrea, diventa un organismo vivo, con una sua storia, col suo esser-ci, coi suoi possibili sviluppi e questo, a mio avviso, è il suo merito maggiore».</p>
<p>Cocchi ha una certa idea del mestiere di scrittore: chi lo fa scrive libri, e li pubblica. Chi non smette di farlo è un suo collega che ha lo stesso concetto del mestiere.<br />
A me sembra un modo un po’ antico di intendere le cose, perché la forma libro non è spesso quella più congeniale per il pubblico dei lettori. Per chi scrive magari sì (la forma libro ha una lunga e solida tradizione presso gli intellettuali) ma per chi legge le misure sono anche diverse – soprattutto per chi legge oggi ai tempi del web e dell’alfabetizzazione di massa.<br />
D’altra parte la situazione mi pare evidente: non si è mai letto e scritto tanto come oggi (i social network, i blog, gli sms ecc. sono lì a dimostrarlo) ma l’editoria libraria non è mai stata in difficoltà tanto come oggi (i dati di vendita dei libri e la contrazione dei fatturati delle aziende editoriali sono lì a dimostrarlo). Sarà pure un paradosso ma è la realtà, perlomeno quella che ci viene raccontata da più fonti.</p>
<p>Nell’intervento su Nazione Indiana, Cocchi fa riferimento anche a un altro episodio, questo avvenuto negli ultimi mesi:<br />
«Durante la presentazione del suo [di Andrea Tarabbia] ultimo libro – Il giardino delle mosche – a Pistoia, affiancato da Roberto Gerace, mi ha colpito molto una sua risposta a una domanda che gli avevo rivolto sul rapporto fiction non-fiction: scegliere la non-fiction, dice Andrea, ti permette di ovviare al problema della trama, perché questa esiste già, sta scritta sui documenti, è sufficiente consultarli. Era, ovviamente, una battuta, ironica e provocatoria, perché se esistono già i fili di una tessitura, comunque la tessitura va organizzata, embricata, sarà forse un compito più semplice, ma comunque un compito arduo. Il problema, a mio avviso, non è tanto questo, ma il fatto che lo scrittore che sceglie la non-fiction, che si appassiona a una storia di cronaca, per esempio, o a un fatto storico, non sceglie una storia, ma dalla storia viene scelto».</p>
<p>Secondo Cocchi la risposta di Tarabbia è una battuta ironica per il motivo (se ho capito bene) che quando un romanziere racconta una storia di non-fiction rivela un processo della creatività quasi inquietante. Non è lui, autore, che ha scelto una determinata vicenda da raccontare, con cui è venuto in contatto tramite i mass media, bensì è il contrario: è la vicenda che ha scelto lui.<br />
E anche questo mi pare un punto di vista&#8230; be’, antico. Siamo immersi in un flusso di informazioni, narrazioni, storie (di vario genere, non solo letterario o giornalistico: film, eventi musicali, eventi sportivi, giochi elettronici che si disputano in mondi alternativi) la cui varietà ed enormità è gigantesca. Secoli fa, forse, l’enormità e la varietà erano meno gigantesche; forse allora si poteva dire che una siepe scegliesse un poeta per farsi raccontare. Ma oggi?</p>
<p>Sempre se ho capito bene il punto indicato da Cocchi, naturalmente. Magari sto guardando il suo dito, mentre lui indicava una bella luna.</p>
<p>Guido Tedoldi</p>
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