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	Commenti a: Poesie elettroniche	</title>
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		Di: fabrizio venerandi		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/01/16/poesie-elettroniche/#comment-289622</link>

		<dc:creator><![CDATA[fabrizio venerandi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Mar 2017 08:49:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il concetto di tridimensionalità della poesia è affascinante anche se, da digitale, mi viene più naturale pensare alla poesia digitale come qualcosa di autonomo rispetto alla geometria: vedo l&#039;ipertestualità (che è solo una delle maniere con cui si può concepire e realizzare una poesia digitale) come una possibilità di accumulo, specie se è attuata tramite una marcatura. Prendo delle parole e non solo le unisco fra di loro per organizzare un verso, ma ipotizzo un numero finito di varianti nelle quali navigherà il lettore per trovare una propria forma; il lettore rimane lettore della poesia, non credo nella poesia che fa diventare protagonista della scrittura il lettore, non più di quanto non creda nel karaoke, ma piuttosto penso ad una elevazione a potenza della potenza appunto del verso. Nello stesso tempo anche una sua perdita di potere: non ci sono versi memorabili in questa poesia, ma anche perché non possiamo ricordarci qualcosa che - nella memoria - è diverso per me e per te, in quanto nella stessa poesia abbiamo letto versi diversi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il concetto di tridimensionalità della poesia è affascinante anche se, da digitale, mi viene più naturale pensare alla poesia digitale come qualcosa di autonomo rispetto alla geometria: vedo l&#8217;ipertestualità (che è solo una delle maniere con cui si può concepire e realizzare una poesia digitale) come una possibilità di accumulo, specie se è attuata tramite una marcatura. Prendo delle parole e non solo le unisco fra di loro per organizzare un verso, ma ipotizzo un numero finito di varianti nelle quali navigherà il lettore per trovare una propria forma; il lettore rimane lettore della poesia, non credo nella poesia che fa diventare protagonista della scrittura il lettore, non più di quanto non creda nel karaoke, ma piuttosto penso ad una elevazione a potenza della potenza appunto del verso. Nello stesso tempo anche una sua perdita di potere: non ci sono versi memorabili in questa poesia, ma anche perché non possiamo ricordarci qualcosa che &#8211; nella memoria &#8211; è diverso per me e per te, in quanto nella stessa poesia abbiamo letto versi diversi.</p>
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		Di: Nigricante		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/01/16/poesie-elettroniche/#comment-289469</link>

		<dc:creator><![CDATA[Nigricante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Feb 2017 16:57:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Solo con l’introduzione del concetto di ipertestualità applicato alla poesia si potrebbe cominciare a pensare a una vera rivoluzione del testo poetico. O sarebbe meglio parlare di stravolgimento. Quella che definirei “poesia tridimensionale” è qualcosa che forse appartiene alla fantascienza, o meglio, alla fantapoetica. L’ipertesto poetico non implicherebbe solo un passaggio da una pagina web all’altra come già avviene nei testi in prosa tramite collegamenti ipertestuali inseriti in singole parole o in frasi, passando però da un argomento finito all’altro: leggere una poesia tridimensionale significherebbe indurre il lettore a ricombinare continuamente le tessere costituenti la struttura della poesia, ripensandola su più piani, pur restando unica. La lettura e quindi il significato della poesia cambierebbero a seconda del numero di piani coinvolti nel “gioco ipertestuale” (e quindi in base alla “profondità” della poesia) e dal tipo di inizio scelto dal lettore. Con le poesie “normali” è possibile assistere a una differente interpretazione da parte di un singolo lettore a seconda del momento scelto per la lettura: un verso letto durante una fase della nostra vita assume un significato che sarà completamente ribaltato nel corso di un periodo caratterizzato da condizioni interne ed esterne variate. Forse non siamo pronti mentalmente per una simile rivoluzione o più semplicemente non siamo interessati a sperimentarla perché la riteniamo inutile: l’attuale bidimensionalità della poesia rappresenta già in un certo senso un’esperienza tridimensionale perché anche se la struttura – come forse affermerebbe l’emerito Professor Prichard – segue uno schema risultante dalla combinazione tra il numero dei versi e la loro “larghezza”, esistono profondità, non misurabili perché prive di dimensioni reali, che solo l’animo umano è in grado di esplorare senza mai avvertire l’esigenza ridicola di quantificarle.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Solo con l’introduzione del concetto di ipertestualità applicato alla poesia si potrebbe cominciare a pensare a una vera rivoluzione del testo poetico. O sarebbe meglio parlare di stravolgimento. Quella che definirei “poesia tridimensionale” è qualcosa che forse appartiene alla fantascienza, o meglio, alla fantapoetica. L’ipertesto poetico non implicherebbe solo un passaggio da una pagina web all’altra come già avviene nei testi in prosa tramite collegamenti ipertestuali inseriti in singole parole o in frasi, passando però da un argomento finito all’altro: leggere una poesia tridimensionale significherebbe indurre il lettore a ricombinare continuamente le tessere costituenti la struttura della poesia, ripensandola su più piani, pur restando unica. La lettura e quindi il significato della poesia cambierebbero a seconda del numero di piani coinvolti nel “gioco ipertestuale” (e quindi in base alla “profondità” della poesia) e dal tipo di inizio scelto dal lettore. Con le poesie “normali” è possibile assistere a una differente interpretazione da parte di un singolo lettore a seconda del momento scelto per la lettura: un verso letto durante una fase della nostra vita assume un significato che sarà completamente ribaltato nel corso di un periodo caratterizzato da condizioni interne ed esterne variate. Forse non siamo pronti mentalmente per una simile rivoluzione o più semplicemente non siamo interessati a sperimentarla perché la riteniamo inutile: l’attuale bidimensionalità della poesia rappresenta già in un certo senso un’esperienza tridimensionale perché anche se la struttura – come forse affermerebbe l’emerito Professor Prichard – segue uno schema risultante dalla combinazione tra il numero dei versi e la loro “larghezza”, esistono profondità, non misurabili perché prive di dimensioni reali, che solo l’animo umano è in grado di esplorare senza mai avvertire l’esigenza ridicola di quantificarle.</p>
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