Non ho vinto

di Luca Tosi

Per la luce rossiccia che entra nella fessura dell’armadio, Maria ha idea che il giorno stia finendo proprio adesso. Così conta le ore: una, due… Sono ormai cinque. Cinque ore su ventiquattro fanno il venti virgola ottantatré percento della giornata. Praticamente il turno di un part-time. In busta paga, data la media dei salari, saranno quarantacinque euro, che non è male.

Maria fa la spesa ogni giovedì alle sei. Preferisce andarci a piedi, perché poi tornare con le borse belle cariche le dà l’impressione di allenare le braccia. Il supermercato è un luogo amico per Maria: per mezzora buona non deve altro al mondo che girar per le corsie e riempire un carrello. Dentro la testa le si affastellano sciami di pensieri, ma restano tutti a destra e a sinistra del cervello, perché al centro, sotto la fronte, c’è memorizzata la lista della spesa. Non la scrive sui bigliettini. Al diavolo i bigliettini. Uno perché la dispersione di bigliettini l’ha vissuta, tempo fa, ed essere quel tipo di donna, con quella calligrafia stondata, non le è piaciuto per niente. Due perché oltre alle braccia, Maria sfrutta la spesa per tenere in forma anche la memoria. Poi qualcosa lo dimentica, è ovvio. Così rimanda la sfida al giovedì successivo. Questo la tiene in vita.

Fuori è settembre e passa un tramonto spremuto, granoso. Le servirebbe di pisciare, anche subito, e buttar giù un po’ di pane dietro la codeina, altrimenti le si smonta lo stomaco. Invece Maria non può nulla: ha i polsi legati e un tovagliolo stretto sulla bocca. La sola idea di pisciarsi addosso le fa venire i piedi gelidi.

Si è beccata il fuoco di Sant’Antonio il giorno che montavano i capannoni della Festa dell’Unità al Parco Nord. Adesso combatte la fiacca con tre pilloloni al dì e non ci pensa, però ha rischiato. Ha capito che la morte vaga nell’aria come un lazzo di lenzuola, roba che smette un attimo di far corrente e quello si posa e porta via tutto.

Ma la fortuna di Maria, lo dice sempre, non è la salute: è di essersi presa un buon marito. Si chiama Paride. Pensare a lui, qui, chiusa nell’armadio, con una fessura di tramonto e la vescica in piena, le causa quel ronzio alle orecchie che di solito le esce solo a primavera, quando tutto cambia.

Mai avrebbe previsto una reazione così da parte di Paride, mai. Ma si sa, le persone, i mariti in particolare, sono gente capace di svolte improvvise.

D’un tratto un rumore lontano piomba dal corridoio. Il portone suona quello schiocco moderno, d’ottone, a cui Maria non ha ancora fatto l’abitudine. Trasalisce. D’istinto ritira le gambe più sotto che può. Il cuore prende l’ascensore e le va su per il collo.

 

Cambiano quartiere sei mesi prima, quando il comune decide di assegnare loro un appartamento a canone minimo. Erano anni che puntavano a scalare la graduatoria. Lei accoglie il trasloco con energia, per lui, al contrario, lasciare la casa vecchia è un dolore fisico. Aveva là un orticello che lo faceva stare bene.

Anche adesso, mentre rientra, Paride ripensa al colore che prendeva la terra dopo il temporale. Si sfila il piumino a rombi, poi scarica la spesa in cucina e si dirige verso la camera da letto.

Maria lo ascolta venire, sente il cuoio delle suole, il respiro maschio. Sente anche il suo di respiro, dentro, farsi sempre più largo, così cerca di abbassarlo, di punirlo, ma poi le pare di non riuscire a vivere. Fosse un giovedì qualunque, accoglierebbe Paride informandolo dei suoi progetti per la cena, e Paride, come sempre, si troverebbe d’accordo.

È tornato. Cinque lunghissime ore e il suo amore è di nuovo a casa. Arrivato in camera da letto, Paride si butta le mani nelle tasche e dice:

«Tranquilla, ci sono andato io al supermercato.»

Cammina sospeso per la stanza. Il sangue del sole che scende gli ricalca il profilo. Maria lo guarda con l’occhio migliore, rigida, come si guarda un animale che va sotto la mannaia della natura. Eppure non prova né pena né niente.

«C’ho messo tutto il pomeriggio, lo so» riprende a dire lui, «È che sono stato al bar coi miei amici. Abbiamo fatto il torneo.»

Forse per farsi investire dall’audacia, Paride si piazza davanti all’armadio e lancia lo sguardo sul legno.

«Non ho vinto» aggiunge.

Cavando le mani dalle tasche, si porta dietro una fotografia; è spiegazzata, la carta lucida disseminata da strappi e ditate, i colori sbiaditi che sono la carnagione del passato. Comincia a masticarla tra le dita ruvide, poi ripete:

«Ho giocato bene, ma non ho vinto.»

Mica una novità per Maria. D’altronde non gliene ha mai fatto una colpa. Troppe volte le è toccato di confortarlo, la sera, di ritorno dal bar. “Non ha nessuna importanza vincere al biliardo del bar” gli diceva. Non ci sono premi. E la fama alberga lontana da questo quartiere. Però Maria mentiva: le sconfitte di Paride le hanno sempre mosso uno schifo interno, come se fosse il suo. Lo schiaccerebbe come uno scarafaggio quando lui la prende con “Non ho vinto”. Mai che dicesse “Ho perso”.

«Credo che sto migliorando» ragiona Paride, «Stavolta ci sono andato davvero vicino.»

Che sega, pensa Maria. Preferirebbe un incendio. Spinge gli occhi giù nell’ombra e lascia andare il collo urtando gli appendini, che prendono a ballare senza ritegno. Lì impalato, Paride riceve quel tintinnio mentre si buca il pollice con un angolo della fotografia; cerca nell’immagine un qualcosa, un dettaglio che smentisca tutto.

«Ancora non mi rendo conto di quello che hai fatto» dice, ma è come se lo dicesse a sé stesso. «Non riesco a… Realizzare.»

Maria non si è opposta quando lui le ha strappato i vestiti. E non si è permessa di coprirsi nemmeno mentre la picchiava sui seni. Il dolore che ha causato a quest’uomo è incommensurabile. Per questo Maria pretende di più, di peggio.

«Cosa vorresti da me?» insiste Paride, «Io non so come ti devo trattare. Non lo so più.»

Le sue parole rimbalzano per terra e gli svettano sulla testa.

Adesso basta, si decide Maria. E tira un calcio contro le ante. Di ginocchio. Forte e teso.

L’armadio vibra di un tonfo corto, il lamento del legno scarso.

Aspetta, lei, ma Paride non reagisce: è più vuoto di quel legno.

All’improvviso Maria si scatena coi piedi, di testa, con le spalle, mena contro le ante con ogni pezzo del corpo dove riesce a metter potenza. È in gabbia, inferocita. Ha negli occhi le scintille bianche delle onde che si schiantano sugli scogli.

«Se non mi avessi convinto a traslocare…» dice Paride alzando la fotografia come un’ostia, «Questa non sarebbe mai saltata fuori, ci pensi? Non l’avrei mai saputo…»

La furia di Maria non si placa, anzi, contagia pure le corde vocali: grida, soffoca con tutta la voce nel tovagliolo e il suo ruggito d’abisso riempie l’appartamento; dal primo all’ultimo piano del condominio si scarica un torrente di pazzia e verità. Sembra la risata di un dio cavernoso.

«Cazzo urli, cogliona. Tra le buste paga del ‘91 l’hai nascosta ‘sta foto» dice Paride appena prima di scoppiare a ridere, «Tra le…»

Tutto inutile. Maria è accecata da non sentir gravità nella voce, grida come la vita mai ferma, continua, in linea retta. Dura il tempo di un treno che passa.

Alla fine, il silenzio.

Scende come l’ultima carezza del vento sul campo.

A quest’ora, di solito, Paride e Maria si mettono a cenare e vedono il telegiornale insieme. Paride non sopporta le notizie di cronaca. Maria, invece, le predilige, in particolare se ci sono dei pazzi che hanno fatto dei morti. Entrambi sono di quelli che masticano piano, con garbo, spiluccano il cibo senza sporcare e sparecchiano prima del meteo; aprono il rubinetto al massimo, non possono accettare che qualcuno gli dica che tempo farà domani.

«Sei una puttana, sei» fa Paride, «Una puttana!»

Poi si accovaccia per slacciarsi le scarpe e se le cava. La fotografia precipita sul pavimento come la moneta di un testa o croce, lì, tra la scarpa destra e la sinistra, spiaggiata sui lacci, che sgusciano via come bisce di mare.

Scalzo, Paride si avvicina all’armadio e copre con la sua mole quella luce che passava per la fessura. Dopo cinque ore Maria torna a respirare i vestiti del marito, misti a quella vena di sudore che porta con sé quando rincasa dal biliardo.

La chiave si addentra scattosa nella serratura dell’armadio e apre, poi Paride gira i talloni e mette un passo avanti l’altro fuori da questa storia.

 

È venuto buio senza preavviso. Come quando ti svegli e non capisci che ore sono.

Maria sente freddo, e purtroppo non è inverno. Spalanca con un tocco, prima una e poi l’altra, le ante, lentamente. La penombra cala a vestirle il viso rugoso e livido.

Tremando, allunga un piede come una diva che scende dal taxi.

Ma il piede di Maria assomiglia a un pesce morto.

Prova a scivolare tutta sul legno, per le gambe, d’inerzia, poi col bacino e infine coi gomiti. L’armadio la graffia come un rastrello sui reni, ma può sopportarlo.

Accasciata sul pavimento, Maria si guarda intorno: è la stanza dove dorme da mesi, eppure le sembra di non esserci mai stata. Individua per prima la sua vestaglia di seta, laggiù, piegata all’angolo del termosifone, poi il letto fatto e gli orecchini sul comodino.

Come una lumaca storpia, si distribuisce a macchia e striscia in avanti verso le scarpe di Paride; vorrebbe metterle in ordine sotto l’attaccapanni, dove devono stare. La pellaccia delle sue mani fischia sulle mattonelle. Si fa leva con le punte delle ossa, e sfodera una forza che già sapeva di avere, ma che adesso la spaventa, le mette il freno.

Quando arriva a quelle scarpe, dopo forse mezz’ora, il suo corpo si spegne e gli occhi le precipitano sfiniti sulla fotografia; a prima vista, ne è quasi sicura, la stampa dovrebbe misurare dieci centimetri in altezza e quindici in lunghezza, ma non ha modo di verificarlo.

Dentro quella foto c’è lei, a trent’anni, a Venezia, appesa alle labbra di un uomo che non è Paride: Leonardo.

Maria l’aveva conosciuto in fila al bagno del cinema all’aperto. Era l’estate della strage alla stazione. Piazza Maggiore scoppiava di gente, ma faceva così buio e silenzio che la si sentiva deserta. Leonardo era anche lui bolognese, i capelli neri lunghi fino al collo, il cravattino blu e il mento stretto che lo rendeva bello anche se aveva sgomento.

A Venezia c’erano andati alcuni mesi dopo, l’ultimo fine settimana di novembre, giorni così segreti che non lo sapeva neanche il calendario. Faceva un freddo becero e i vaporetti giravano smunti, senza funzione, utili solo al loro baciarsi, baciarsi, baciarsi in ogni calle. Venezia l’aveva scelta Leonardo, perché adorava l’umidità sulla pelle di una donna.

 

Dalla cucina viene il rantolo del frigo che si chiude, poi il calore del forno che emana radiazioni di melanzane. Sembra definitivamente notte, ma è una bugia.

Maria lascia correre un’altra lacrima sotto l’occhio. Il tovagliolo stretto sulla bocca non le permette nemmeno di passarsi la lingua sulla dentiera, come le piace fare quando si sente sola.

La Festa dell’Unità è finita ormai da una settimana e i capannoni sono ancora lì, alti e vuoti come cattedrali di nylon. Di notte i guardiani passeggiano in qua e in là, alcuni vanno lisci come esploratori, altri razzolano a perdere dentro un recinto che non sopportano. Tra loro ce n’è uno che non cammina mai. Se ne sta stravaccato su una seggiola, immobile. Maria lo osserva ogni sera dal terrazzo; vuol vedere se quel petto respira, se quegli occhi battono, o si muovono, se quei piedoni avranno lo stimolo di scalciare la ghiaia. Ma niente: statuario, il guardiano resta impresso sulla seggiola come una montagna del panorama che ti è amica.

Perché lo guarda? Perché le fa tornare in mente che il mondo è un posto pieno di persone sole. Maria sa che deve lasciare il pianto a qualcun altro, c’è gente che ha mille motivi per urlare male, non lei.

È così che ci completiamo, crede. Il nostro equilibrio collettivo resiste per scompensi. Chissà che un giorno non saremo tutti pari, ognuno con gli stessi centilitri di dolore e pronti a dirci che è stato un piacere brindare con voi.

Stesa a terra, toglie gli occhi dalla fotografia e decide che è ora di smetterla di frignare.

E la smette.

Vuole il futuro, Maria, come le bambine precoci alle scuole medie.

 

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