Ancora domenica. La papera del tempo

di Giorgio Vasta

(Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con un brano di Giorgio Vasta, in passato redattore di nazione indiana. La redazione)

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Il pomeriggio della domenica è poroso e assorbe tutto. Il pomeriggio della domenica è un sentimento oleoso. Non c’è modo di resistere. Non è un tempo dal quale è possibile restare fuori (ce ne sono alcuni che ti permettono di scorrergli attraverso senza che prendano possesso di te, senza farti sentire il loro tallone sulla testa).

Il pomeriggio della domenica è un tempo di detenzione quieta (anche i suicidi, numerosissimi la domenica pomeriggio, avvengono quieti: solo qualche gocciolina di sangue che cade intorno al polso, poche e leggere, sangue leggero, nulla di troppo aggressivo – e il corpo dell’impiccato cedendo non scalcia, ha solo una lieve oscillazione, lenta e pesante, riposante).

Il pomeriggio della domenica corrisponde anche a un luogo, a una geografia riconoscibile, a un cosiddetto “paesaggio interiore” (qualcun altro dice “luogo dell’anima”): in qualunque posto ci si trovi si è sempre in casa, nella propria casa, nel punto più immobile della propria casa, un punto lontano, separato, isolato, conficcati lì come un chiodo in un asse di legno.

C’è poco da fare. Si può – se si vuole e lo si ritiene opportuno – cantare una canzone recente, o fischiettarla (se non si conoscono le parole o se si preferisce), si può andare a correre al parco, a visitare i genitori o gli amici, o semplicemente passeggiare per le vie del centro, magari mangiando un gelato o guardando uno di quegli artisti di strada che corrono in tondo sul monociclo facendo roteare nell’aria le clavette colorate (la clavetta rossa gli sfugge e gli cade, lui non la guarda nemmeno, continua a far roteare le altre clavette), o ancora si può fare una gita fuori porta, con tutta la famiglia, guidare attraverso le colline contemplando i crinali delle montagne lontane (su alcune c’è ancora un orlo di neve, guardando bene è percepibile il segno più scuro e sottile dei cavi della funivia, forse c’è anche qualcuno – addosso una giacca a vento bianca e blu e, per un eccesso di prudenza, anche un paio di guanti di lana rossi, nella lana del guanto sinistro sono rimasti impigliati un rametto e un insetto, una specie di coccinella di montagna, la coccinella cerca di muovere la corazza d’ali trattenuta dalla lana, ma non se ne accorge nessuno – che sta aspettando di venire caricato e salire fino alla cima), è possibile fermarsi a pranzare in un ristorante un poco nascosto che solo tu sai dov’è, dove si mangia un risotto come mai, si può tornare la sera stanchi e senza avere ancora del tutto digerito (ma che buono però quel rimasuglio di funghi nella bocca), addormentarsi pesanti e soddisfatti, senza nessun rancore – oppure si può rimanere in casa, guardare la televisione, tutti i programmi in una volta, leggere, fare una telefonata, scrivere a qualcuno, disegnare, riparare un vaso rotto da settimane del quale si sono conservati i pezzi in una ciotola di terracotta, la ciotola a sua volta imballata in un sacchettino di plastica, per evitare dispersioni casuali di cocci, che poi solo per una scheggiolina il lavoro non viene bene – oppure si può fare l’amore con il proprio amore, restare nudi a respirare forte e a sudare o a prendere freddo (che, dopo, la temperatura cambia sempre, quella del corpo e quella dell’aria), parlarsi piano, accucciati su un fianco, le bocche vicine (ogni bocca è bocca ma è anche orecchio), parlare degli anni, della paura, dei figli che crescono o dei figli da fare – che il tempo passa e non è bene che ci sia troppa differenza d’età – di un pensiero del mattino, di un progetto – una nuova casa un po’ fuori città, con il tetto di tegole e tutti gli infissi blu, cambiare la macchina, organizzare una cena per la prossima settimana e invitare anche quegli amici che non si vedono da un sacco – di un ricordo improvviso del giorno prima, sai quando andavamo al mare dai tuoi e c’era sempre quel bambino magro con il petto e le gambe pieni di grandi croste e le croste erano ancora più evidenti perché erano tutte ricoperte dal mercuro cromo e allora avevamo paura a fare il bagno anche noi dove lo faceva lui perché l’acqua poteva essere infetta e comunque anche se non fosse stato così non era esattamente una bella prospettiva bagnarsi nella stessa acqua di quel lebbrosetto tutto rosso, non so perché mi è tornato in mente, così, senza motivo – e poi, quando arriva il sonno, avere ancora la forza di sollevare con un movimento inconscio della mano un lembo del lenzuolo per coprire la schiena nuda dell’amore, perché riposando non abbia brividi – insomma, si può immaginare tutta la vita che si vuole, anche quella passata e quella futura (oltre a quella, è ovvio, del pressante assente presente), e viverla (e considerato che viverla significa in buona parte immaginarla, allora possiamo considerare i due termini pressoché come sinonimi), andare dappertutto o restare dappertutto, ugualmente il pomeriggio della domenica non ci abbandonerà, starà sempre con noi, comunicando penombra e lentezza a ogni cosa (una angoscia lenta), sgranando, sgranulando, conficcato dentro di noi, nel corpo e nell’immaginazione, come una perplessità, o una sfiducia naturale (come un chiodo arrugginito dentro un pezzo di legno, una cosa vuota che ci assorbe al suo interno, non vuole mai più darci alla luce).

Detto questo,
la domenica io resto nel mio letto
come una papera dentro al suo laghetto.

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