Cartiglie

di Andrea Inglese

 

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Se vi dico basta, basta, questo dovrebbe essere sufficiente, ve lo dico, anzi ve l’ho detto, stiamo affondando, non sono allegorie, guardatevi i piedi, se ancora li vedete, per quel poco, o le ginocchia, se è già tardi, e che non sia ancora troppo tardi lo dice il fatto che parlo, io riesco a parlare, e voi mi ascoltate, riuscite ad ascoltarmi, si affonda, mica solo noi, non scherziamo, affondiamo e scherziamo? Volendo si può, se davvero non vi resta più nulla da fare, nulla da pensare, di meglio, se non c’è atro, per davvero, affondiamo e scherziamo, ma certo, qualcuno ne farà la sua filosofia, perché basta poco per rovesciare una situazione, chi affonda ride, chi rimane fermo, stabile, equilibrato, è un uomo senza umorismo, antipatico, triste, quel che c’è sotto mi piacerebbe saperlo, o anche solo vederlo, ma questo modo di affondare tutto a scherzi, a sganasciate, non è che aiuta la precisione, sono appena dei contorni, si affonda tra gente che sta sul fondo, che sta affondando già da poco prima, erano qui prima di noi, quelli sotto, dentro cui, contro cui, non si capisce neppure, ma ci affondiamo sopra, magari facendogli pure male, ma come si fa a capire tra gli sghignazzi, tutti qui in mezzo, sopra e sotto ridono, ridono verde, di traverso, ridono male…

 

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Dovrei dire della prossimità. Tenermi tutto assieme nella vicinanza. Pressare intorno a me la vicinanza, come in posizione di presa, di adesione, là dove si posano le dita, dove raccolgono le pupille, in una tersa visuale, il pullulare. Tutto e puntuale nelle abitudini. Cercare il baricentro da cui si diramano come cerchi regolari le abitudini. Dire senza allontanarsi. Ma con una tremenda, fanatica pazienza, come uno scrutatore di parti rovesciate, di dorsi, di fodere. Nel movimento complesso dello sporgersi e del lanciare su di sé il peso, a frenare. Con un procedere cauto, nel movimentato gruppo dell’elencabile, lo sguardo frontale, ma tenendosi una visuale di spalle, che comprenda l’intero moto, il soggetto che traccia la figura oltre il fronte del figurato. Ma al primo movimento, si dipanano da ogni lato lontananze. La descrizione dello scrivente deraglia in premonizioni, amnesie, qualcuno fugge in avanti, cercando di ritrovarsi alla proprie spalle. Se diventa un sembiante avulso, è più semplice prenderlo per buono, senza parentela, uno sfondo sfuocato, per intero assunto in un’abitudine, diciamola vecchia, un pentolino in mano, la piastra elettrica, versa del liquido, nero se è caffè, e siamo allora di mattina, e potrebbe accadergli qualcosa, oltre a quanto, a tutto quanto, gli è accaduto, poco visibile per ora, come avvolto dal suo torace, smistato tra gambe e braccia, ma c’è sicuramente dell’altro, stiamo a vedere. E basterà questo, una prima, contenuta segnalazione. Nei limiti in cui è stata proposta, non può neppure essere smentita. Non cerchiamo più qui, ma altrove.

 

In quella prima parte, il cielo è completamente astratto, ma verso il basso, molto più in basso, s’intravedono effetti minori, sono tutti eventi formicolanti, non c’è quasi spazio nella narrazione per questi eventi, perché il punto di vista adottato, quello dell’ideologia dominante, è l’astrazione celeste, e tutto si dirige pianamente da un punto all’altro, punti ovviamente inestesi, della linea celeste, ma qualcosa comunque si dibatte, quasi fuori quadro, nelle vasche da basso, le persone nelle vasche sono costantemente spinte in giù, anzi sono strattonate da sotto, da fuori il quadro, come strappati verso il fondo da meccanismi potenti e implacabili, e quando tornano a fior d’acqua, incamerano violentemente un poco di ossigeno. Sono gli unici eventi davvero concreti di tutta la scena, lungamente astratta, non noiosa per altro, nel suo dilungarsi quasi cimiteriale sul cielo, che è molto terso sempre, molto vuoto, molto remoto, ma quando uno guarda verso il basso, qualcosa nelle vasche si agita ancora, delle sagome fluttuano inerti e lente, ma altri hanno ancora da prendere un poco di fiato prima di abbandonare contrariati la lotta e soccombere.

 

 

Non sempre le cose fanno schifo, una magnolia non fa schifo, non è che un tubetto rosso, o una stringa gialla, facciano schifo, non è che quello che sta male, e si è allungato all’ombra sotto l’automobile, la bella automobile lunga e americana, non che quello, il lungo disteso, adesso faccia schifo, non ancora, le cose hanno un gravissimo tempo di durata, e di degenerazione, mi spiego meglio, le cose non stanno affatto così, per questo motivo non è che la città, tutta, dai marciapiedi alle antenne, alle colline circostanti con i faggi, e legioni di vermi interrati, e la luce irregolare, sfasata, in tutte le pieghe, la città non è qui che cade, che si rende putrescente, non è questa passeggiata per la via nuda, con qualcuno che si avvicina pensieroso, e chiede: “Siamo stanchi in questa città, abbiamo sopportato tutto, anche le notti invernali, non è vero?, che notti raccapriccianti, con le poche coperte che abbiamo, e il vento, il vento primaverile che fa battere piano la porta della cucina contro lo stipite, per ore, e i bambini con le cispe negli occhi, questo è stato, per quasi tutto il tempo, il nero sotto le unghie, e la tovaglia che si sporca sempre, anche se è di tela cerata, questo è stato per noi vivere nella città, e presto dobbiamo morire, e tolleriamo persino la morte, quella che ci spetta, ma qualcosa deve davvero fare schifo, ora me ne rendo conto. Tu cosa ne pensi? Cerchiamo bene. Ci deve essere tra noi un enorme schifo che abbiamo sottovalutato.” È quando si sente dire: “Ma certo – l’altro che gli risponde – siamo stati troppo sbadati. Corriamo incontro a questo schifo. Andiamoci pure assieme, risoluti.” Allora sì.

[Immagini: Andrea Inglese, Pagine, 2017]

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.