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	Commenti a: Pensare l’originalità dei gilet gialli: territorio, rappresentanza, salario	</title>
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		<title>
		Di: Piergiorgio		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Piergiorgio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jan 2019 09:26:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Segnalo a eventuali interessati una lettura utile per il dibattito sulla relazione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta:

“La sfida del referendum propositivo: correggere o svuotare la democrazia rappresentativa”

https://m.huffingtonpost.it/stefano-ceccanti/la-sfida-del-referendum-propositivo-correggere-o-svuotare-la-democrazia-rappresentativa_a_23635805/?utm_hp_ref=it-homepage&#038;ec_carp=1213903754137546849]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Segnalo a eventuali interessati una lettura utile per il dibattito sulla relazione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta:</p>
<p>“La sfida del referendum propositivo: correggere o svuotare la democrazia rappresentativa”</p>
<p><a href="https://m.huffingtonpost.it/stefano-ceccanti/la-sfida-del-referendum-propositivo-correggere-o-svuotare-la-democrazia-rappresentativa_a_23635805/?utm_hp_ref=it-homepage&#038;ec_carp=1213903754137546849" rel="nofollow ugc">https://m.huffingtonpost.it/stefano-ceccanti/la-sfida-del-referendum-propositivo-correggere-o-svuotare-la-democrazia-rappresentativa_a_23635805/?utm_hp_ref=it-homepage&#038;ec_carp=1213903754137546849</a></p>
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		<title>
		Di: Piergiorgio		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Piergiorgio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Dec 2018 11:00:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Andrea,
Ti ringrazio per la replica. Le differenze tra l’Italia degli anni ‘20 e la Francia del 2018 sono davvero enormi e non ho alcuna intenzione di fare di ogni erba un Fascio. Speriamo semplicemente che i gilet non vadano in quella direzione, anche se mi pare che concordiamo di non poterlo escludere. 

Forse la mia citazione di Gramsci tradisce un  indiscriminato scetticismo nei confronti della piazza.  Mi pare però che anche il supporto per la democrazia diretta ‘corretta’ in senso progressista tradisca un vecchio vizio: una tensione irrisolta tra paternalismo e idealizzazione del Popolo che partendo da Rousseau attraversa la Rivoluzione Francese e gran parte del socialismo del XX secolo. L’ideale spinge verso il “popolo sovrano”, ma poi il sovrano si  dimostra scorbutico, ignorante, xenofobo (come molti suoi predecessori) e si tirano in ballo correzioni esterne. È un’impostazione che non mi piace perché non mi fido abbastanza ne’ del “popolo” ne’ dei suoi ipotetici correttori. Hai ragione sul fatto che l’integrazione tra democrazia diretta e rappresentativa può  funzionare, ma secondo me funzionerebbe soprattutto se la prima rilanciasse e alimentasse le passioni politiche necessarie per far funzionare bene anche la seconda. È un discorso lungo, complesso e ovviamente del tutto aperto. Prima di rispondere alla tua domanda, però, anch’io te ne faccio una. L’Europa in cui si gira senza documenti, dove a ricordarti che stai cambiando Paese sono i cartelli e non le barriere e le caserme, è stata prodotta da un’élite politica: sarebbe stato possibile crearla con dei referendum? 

Vengo alla tua domanda. I vincoli di Maastricht non hanno nulla di necessario; i parametri tecnici sottostanti (debito al 60%, deficit al 3%, ecc.) hanno anzi l’accidentalità di tutti i numeri in politica: un po’ scienza, un po’ caso, un po’ contrattazione tra gli interessati (qui se t’interessa ne trovi una illustre critica, datata 1993: https://academic.oup.com/economicpolicy/article-abstract/8/16/57/2392414?redirectedFrom=PDF). Si possono sicuramente ridiscutere. A essere necessario invece  è il principio che entrate e uscite pubbliche vanno gestite in modo equilibrato, per due motivi. Il primo è “naturale”, se vuoi, ed è la sostenibilità: se lo Stato continua a chiedere soldi alla fine non ne trova più e deve fare traumatiche retromarce. Il secondo è etico e ha a che fare  con l’equità intergenerazionale . Lo Stato non redistribuisce risorse solo tra ricchi e poveri ma anche tra giovani e vecchi e tra generazioni correnti e future. A me andrebbe benissimo ridurmi le tasse e finanziarmi la pensione a 50 anni facendo deficit, ma se farlo significa lasciare una montagna di debiti a chi mi seguirà - e oggi non vota, o non esiste - il gioco si fa sporco. Da questo di vista le regole servono a ridurre il divario tra chi prende le decisioni (noi) e chi ne pagherà le conseguenze (i nostri figli), evitando che strategie di breve termine dettate da politiche miopi causino un eccesso di indebitamento. 
(Nota che anche qui le scelte binarie e disgiunte legate ai referendum potrebbero creare problemi: mettere insieme una maggioranza per votare “meno tasse” e una (parzialmente diversa) per votare “più spesa pubblica” è piuttosto facile, il problema è ricomporre queste due espressioni della volontà popolare in un quadro economico coerente e davvero equo. Per quello parlavo altrove dell’importanza della coerenza interna di una proposta, svedese o cilena che sia). 

Buon Natale!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Andrea,<br />
Ti ringrazio per la replica. Le differenze tra l’Italia degli anni ‘20 e la Francia del 2018 sono davvero enormi e non ho alcuna intenzione di fare di ogni erba un Fascio. Speriamo semplicemente che i gilet non vadano in quella direzione, anche se mi pare che concordiamo di non poterlo escludere. </p>
<p>Forse la mia citazione di Gramsci tradisce un  indiscriminato scetticismo nei confronti della piazza.  Mi pare però che anche il supporto per la democrazia diretta ‘corretta’ in senso progressista tradisca un vecchio vizio: una tensione irrisolta tra paternalismo e idealizzazione del Popolo che partendo da Rousseau attraversa la Rivoluzione Francese e gran parte del socialismo del XX secolo. L’ideale spinge verso il “popolo sovrano”, ma poi il sovrano si  dimostra scorbutico, ignorante, xenofobo (come molti suoi predecessori) e si tirano in ballo correzioni esterne. È un’impostazione che non mi piace perché non mi fido abbastanza ne’ del “popolo” ne’ dei suoi ipotetici correttori. Hai ragione sul fatto che l’integrazione tra democrazia diretta e rappresentativa può  funzionare, ma secondo me funzionerebbe soprattutto se la prima rilanciasse e alimentasse le passioni politiche necessarie per far funzionare bene anche la seconda. È un discorso lungo, complesso e ovviamente del tutto aperto. Prima di rispondere alla tua domanda, però, anch’io te ne faccio una. L’Europa in cui si gira senza documenti, dove a ricordarti che stai cambiando Paese sono i cartelli e non le barriere e le caserme, è stata prodotta da un’élite politica: sarebbe stato possibile crearla con dei referendum? </p>
<p>Vengo alla tua domanda. I vincoli di Maastricht non hanno nulla di necessario; i parametri tecnici sottostanti (debito al 60%, deficit al 3%, ecc.) hanno anzi l’accidentalità di tutti i numeri in politica: un po’ scienza, un po’ caso, un po’ contrattazione tra gli interessati (qui se t’interessa ne trovi una illustre critica, datata 1993: <a href="https://academic.oup.com/economicpolicy/article-abstract/8/16/57/2392414?redirectedFrom=PDF" rel="nofollow ugc">https://academic.oup.com/economicpolicy/article-abstract/8/16/57/2392414?redirectedFrom=PDF</a>). Si possono sicuramente ridiscutere. A essere necessario invece  è il principio che entrate e uscite pubbliche vanno gestite in modo equilibrato, per due motivi. Il primo è “naturale”, se vuoi, ed è la sostenibilità: se lo Stato continua a chiedere soldi alla fine non ne trova più e deve fare traumatiche retromarce. Il secondo è etico e ha a che fare  con l’equità intergenerazionale . Lo Stato non redistribuisce risorse solo tra ricchi e poveri ma anche tra giovani e vecchi e tra generazioni correnti e future. A me andrebbe benissimo ridurmi le tasse e finanziarmi la pensione a 50 anni facendo deficit, ma se farlo significa lasciare una montagna di debiti a chi mi seguirà &#8211; e oggi non vota, o non esiste &#8211; il gioco si fa sporco. Da questo di vista le regole servono a ridurre il divario tra chi prende le decisioni (noi) e chi ne pagherà le conseguenze (i nostri figli), evitando che strategie di breve termine dettate da politiche miopi causino un eccesso di indebitamento.<br />
(Nota che anche qui le scelte binarie e disgiunte legate ai referendum potrebbero creare problemi: mettere insieme una maggioranza per votare “meno tasse” e una (parzialmente diversa) per votare “più spesa pubblica” è piuttosto facile, il problema è ricomporre queste due espressioni della volontà popolare in un quadro economico coerente e davvero equo. Per quello parlavo altrove dell’importanza della coerenza interna di una proposta, svedese o cilena che sia). </p>
<p>Buon Natale!</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/12/17/pensare-loriginalita-dei-gilet-gialli-territorio-rappresentanza-salario/#comment-293224</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Dec 2018 21:57:41 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=76975#comment-293224</guid>

					<description><![CDATA[a Piergiorgio,
se avrai voglia di proseguire la discussione.
Che ci sia una componente nazionalista nei gilet, e che questa potrebbe assumere le forme del populismo ternario di destra e persino fascista non è cosa che si possa escludere o che io mi sentirei di escludere categoricamente. Ma c&#039;è una troppo facile e meccanica assimilazione tra rabbia popolare e fascismo. Ne è spia la citazione da Gramsci. La situazione italiana del 1921 ha poco a vedere con la situazione francese del 2018. Quello che nel movimento fascista diventa disprezzo per la democrazia parlamentare (che viene identificata con la democrazia tout court) qui diventa scetticismo e sfiducia nei confronti della rappresentanza, che non garantisce più le sicurezza raggiunte in regime democratico. Di qui l&#039;idea di dare più margine di decisione al popolo. La riflessione sulla democrazia diretta esiste, ed appartiene piuttosto a un pensiero radicale e libertario, o socialista-libertario come quello ad esempio di Castoriadis. Due differenze forti tra Italia 1921 e Francia 2018. Una differenza storica e una culturale. Il popolo vario dei gilet gialli ha una cultura democratica: non è né incolto né ignaro del funzionamento delle istituzioni. E&#039; tollerante eventualmente nei confronti delle violenza di piazza ma non è per nulla nell&#039;apologia eroica e estetizzante della violenza. Inoltre il popolo francese ha tendenze più egualitarie che quello italiano. Il modello dei gilet gialli è stato quello della banda adolescenziale dei pari, non quella grandemente amata degli italiani della coesione sotto la figura di un capo.

Sulla questione della democrazia diretta. E&#039; uno dei temi del futuro, è uno dei &quot;temi&quot; radicali, in termini politici, del futuro. NON è, questo lo concedo subito, solo una questione di &quot;procedimenti&quot;. Di qui tutta la difficoltà. Detto questo, mi sembra ovvio che: procedure di democrazia diretta e forme di rappresentanza non si escludono, anche in Stati moderni, e non solo nelle città-stato greche o medievali. Vedi l&#039;esempio svizzero. Il punto è semmai - tema ad esempio di un articolo di Antoine Chollet, uno studioso di Castoriadis e della democrazia diretta - come far funzionare un sistema di tipo svizzero, correggendolo di alcuni tratti che favoriscono una politica conservatrice. 

Sulla questione bilancio, una domanda sola: i vincoli di Maastricht sono vincoli legati a necessità che hanno forza naturale, o sono opzioni che presentano alternative? Da quello che capii leggendo alcuni manifesti degli &quot;economisti sconcertati&quot; in Francia, ci sarebbero importanti alternative, che permetterebbero di fare politiche non di semplice austerità, compressioni dei salari, e tagli della spesa pubblica. E infine, nodo parzialmente irrisolto dai gilet gialli: i salari dell&#039;impresa privata. Non tutto si puo&#039; chiedere al pubblico.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a Piergiorgio,<br />
se avrai voglia di proseguire la discussione.<br />
Che ci sia una componente nazionalista nei gilet, e che questa potrebbe assumere le forme del populismo ternario di destra e persino fascista non è cosa che si possa escludere o che io mi sentirei di escludere categoricamente. Ma c&#8217;è una troppo facile e meccanica assimilazione tra rabbia popolare e fascismo. Ne è spia la citazione da Gramsci. La situazione italiana del 1921 ha poco a vedere con la situazione francese del 2018. Quello che nel movimento fascista diventa disprezzo per la democrazia parlamentare (che viene identificata con la democrazia tout court) qui diventa scetticismo e sfiducia nei confronti della rappresentanza, che non garantisce più le sicurezza raggiunte in regime democratico. Di qui l&#8217;idea di dare più margine di decisione al popolo. La riflessione sulla democrazia diretta esiste, ed appartiene piuttosto a un pensiero radicale e libertario, o socialista-libertario come quello ad esempio di Castoriadis. Due differenze forti tra Italia 1921 e Francia 2018. Una differenza storica e una culturale. Il popolo vario dei gilet gialli ha una cultura democratica: non è né incolto né ignaro del funzionamento delle istituzioni. E&#8217; tollerante eventualmente nei confronti delle violenza di piazza ma non è per nulla nell&#8217;apologia eroica e estetizzante della violenza. Inoltre il popolo francese ha tendenze più egualitarie che quello italiano. Il modello dei gilet gialli è stato quello della banda adolescenziale dei pari, non quella grandemente amata degli italiani della coesione sotto la figura di un capo.</p>
<p>Sulla questione della democrazia diretta. E&#8217; uno dei temi del futuro, è uno dei &#8220;temi&#8221; radicali, in termini politici, del futuro. NON è, questo lo concedo subito, solo una questione di &#8220;procedimenti&#8221;. Di qui tutta la difficoltà. Detto questo, mi sembra ovvio che: procedure di democrazia diretta e forme di rappresentanza non si escludono, anche in Stati moderni, e non solo nelle città-stato greche o medievali. Vedi l&#8217;esempio svizzero. Il punto è semmai &#8211; tema ad esempio di un articolo di Antoine Chollet, uno studioso di Castoriadis e della democrazia diretta &#8211; come far funzionare un sistema di tipo svizzero, correggendolo di alcuni tratti che favoriscono una politica conservatrice. </p>
<p>Sulla questione bilancio, una domanda sola: i vincoli di Maastricht sono vincoli legati a necessità che hanno forza naturale, o sono opzioni che presentano alternative? Da quello che capii leggendo alcuni manifesti degli &#8220;economisti sconcertati&#8221; in Francia, ci sarebbero importanti alternative, che permetterebbero di fare politiche non di semplice austerità, compressioni dei salari, e tagli della spesa pubblica. E infine, nodo parzialmente irrisolto dai gilet gialli: i salari dell&#8217;impresa privata. Non tutto si puo&#8217; chiedere al pubblico.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Piergiorgio		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/12/17/pensare-loriginalita-dei-gilet-gialli-territorio-rappresentanza-salario/#comment-293206</link>

		<dc:creator><![CDATA[Piergiorgio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Dec 2018 14:18:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ringrazio anch&#039;io Andrea Inglese per l’ottimo pezzo. 

Capisco bene l’interesse dell’elettorato di sinistra per i gilet jaune, ma a costo di spegnere qualche entusiasmo sottolineo e sottoscrivo soprattutto la conclusione dell’articolo: “difficile fare pronostici” su che forme e direzioni questo movimento prenderà in futuro.

1. Eclettismo.
L’eclettismo dei gilet è un dato di fatto e una conseguenza naturale della genesi del movimento. Non è scontato che vada letto in chiave positiva perché ha rappresentato in passato la cifra iniziale di movimenti poi sfociati nel totalitarismo, compreso il Fascismo. Gramsci scriveva nel 1921 che “Il fascismo si è presentato come l&#039;anti-partito, […] ha dato modo […] a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia barbarica e antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e bene amministrato”. Lungi da me applicare questa definizione ai gilet: non ho nessuna intenzione di farlo, e non ne avrei comunque titolo. Mi pare però che che se a “non modificati ancora” si sostituisse “non più convinti” (da ciò che segue) la definizione potrebbe risultare purtroppo ancora calzante. 
Da questo punto di vista la sovrapposizione tra alcune delle istanze dei gilet e il programma di Melenchon non mi sembra rassicurante. Melenchon ha perso nonostante quella sovrapposizione. Ciò può avere varie spiegazioni: (i) quelle istanze non sono sufficientemente diffuse nell&#039;elettorato francese; (ii) molti dei gilet che le supportano non votano Melenchon, o non votano tout court; (iii) a portare in piazza molti dei gilet non sono state quelle istanze, ma un più generale senso di rabbia e di impotenza verso ‘il sistema’. La rilevanza delle considerazioni di Gramsci ne risulterebbe rafforzata. La questione cruciale è dunque cosa succederà se e quando una lente focale concentrerà la rabbia e l’energia dei gilet in una delle infinite direzioni possibili.

2. Rappresentanza.
Il fatto che “uomini e donne di età e professioni diverse discutono e si confrontano  per elaborare rivendicazioni politiche e sociali, a partire dalle loro difficoltà quotidiane (ecc.)” ha un enorme valore formativo, di rigenerazione e rivitalizzazione della società: è verissimo e credo sia molto importante dirlo e scriverlo. Lo snodo critico su cui riflettere mi pare siano le modalità di aggregazione delle visioni individuali, e in particolare il passaggio dalle comunità locali a quella nazionale. Le “lunghe ore di discussione e mediazione assembleare” esistevano anche nell’Atene di Pericle e nei primi Comuni italiani, che infatti sono esempi eccellenti di organizzazione della res publica. Sappiamo però che non si adattano alla gestione di uno Stato moderno. La mediazione assembleare diretta non è uno strumento applicabile a dibattiti che coinvolgono milioni di persone: serve un meccanismo di rappresentanza. Qualcuno deve parlare per le comunità sottostanti. Il mio auspicio è quindi che i gilet diventino parte di una palingenesi (radicale, forse anche traumatica se serve) della democrazia parlamentare e che vi iniettino nuova linfa vitale piuttosto che fiaccare ulteriormente un sistema che è già sotto scacco più o meno ovunque nel mondo. 
So che la tecnologia sembra offrire oggi un meccanismo decentralizzato di aggregazione delle visioni individuali -- la rete -- ma per me si tratta di pura e pericolosa apparenza. Anche la rete ha i suoi “maestri”; a differenza di parlamentari, sindacalisti e segretari di partito, questi non hanno faccia ne’ nome e operano nell’ombra, secondo logiche e modalità che non possono essere facilmente osservate, valutate, sanzionate dai cittadini. Illudersi di aggirare i faticosi meccanismi della rappresentanza affidandosi alle magie della tecnologia – che peraltro è da sempre appannaggio dei grandi capitali – sarebbe secondo me un terribile errore.

3. Salari.
Di economia si è parlato in un altro thread e evito le ripetizioni. Noto però che la differenza tra sussidi, tasse e salari abbozzata nell’articolo è suggestiva ma perlopiù formale. I salari minimi lordi e netti in Francia erano rispettivamente di circa 1500 e 1150 euro già prima delle proteste, quindi il modo più semplice per portare quello netto a 1300 euro come richiesto dai gilet è … un parziale taglio delle tasse. L’alternativa (un aumento del salario lordo a tasse invariate) sarebbe forse più compatibile con il principio evocato da Andrea, ma comporterebbe probabilmente minori assunzioni da parte delle imprese – a meno che non vengano nazionalizzate e gestite dallo Stato –  e quindi finirebbe per soddisfare meno la platea dei richiedenti. In termini economici, la differenza tra chiedere “semplicemente riduzioni delle tasse” e chiedere “di essere pagati decentemente” non è poi così netta.
Più in generale, l’uso del bilancio dello Stato rimane un nodo fondamentale in questo dibattito, come è naturale che sia. Chiunque tenti di trasformare le richieste dei gilet in un programma politico dovrà farci i conti, anche in considerazione del notevole aumento della spesa pubblica implicato dalle richieste (nella lista citata nell’articolo: nazionalizzazione e riduzione dei prezzi di gas e elettricità, nazionalizzazione delle infrastrutture, classi scolastiche più piccole (e quindi più numerose), pensioni non più basate sul sistema contributivo, pensionamento a partire dai 60 anni, o 55 per lavori usuranti, aumento della pensione minima a 1200 euro, ecc.). Un lavoro faticoso, oscuro, anche noioso, ma necessario, credo, per passare dalle richieste alle proposte e dalla demagogia alla politica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio anch&#8217;io Andrea Inglese per l’ottimo pezzo. </p>
<p>Capisco bene l’interesse dell’elettorato di sinistra per i gilet jaune, ma a costo di spegnere qualche entusiasmo sottolineo e sottoscrivo soprattutto la conclusione dell’articolo: “difficile fare pronostici” su che forme e direzioni questo movimento prenderà in futuro.</p>
<p>1. Eclettismo.<br />
L’eclettismo dei gilet è un dato di fatto e una conseguenza naturale della genesi del movimento. Non è scontato che vada letto in chiave positiva perché ha rappresentato in passato la cifra iniziale di movimenti poi sfociati nel totalitarismo, compreso il Fascismo. Gramsci scriveva nel 1921 che “Il fascismo si è presentato come l&#8217;anti-partito, […] ha dato modo […] a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia barbarica e antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e bene amministrato”. Lungi da me applicare questa definizione ai gilet: non ho nessuna intenzione di farlo, e non ne avrei comunque titolo. Mi pare però che che se a “non modificati ancora” si sostituisse “non più convinti” (da ciò che segue) la definizione potrebbe risultare purtroppo ancora calzante.<br />
Da questo punto di vista la sovrapposizione tra alcune delle istanze dei gilet e il programma di Melenchon non mi sembra rassicurante. Melenchon ha perso nonostante quella sovrapposizione. Ciò può avere varie spiegazioni: (i) quelle istanze non sono sufficientemente diffuse nell&#8217;elettorato francese; (ii) molti dei gilet che le supportano non votano Melenchon, o non votano tout court; (iii) a portare in piazza molti dei gilet non sono state quelle istanze, ma un più generale senso di rabbia e di impotenza verso ‘il sistema’. La rilevanza delle considerazioni di Gramsci ne risulterebbe rafforzata. La questione cruciale è dunque cosa succederà se e quando una lente focale concentrerà la rabbia e l’energia dei gilet in una delle infinite direzioni possibili.</p>
<p>2. Rappresentanza.<br />
Il fatto che “uomini e donne di età e professioni diverse discutono e si confrontano  per elaborare rivendicazioni politiche e sociali, a partire dalle loro difficoltà quotidiane (ecc.)” ha un enorme valore formativo, di rigenerazione e rivitalizzazione della società: è verissimo e credo sia molto importante dirlo e scriverlo. Lo snodo critico su cui riflettere mi pare siano le modalità di aggregazione delle visioni individuali, e in particolare il passaggio dalle comunità locali a quella nazionale. Le “lunghe ore di discussione e mediazione assembleare” esistevano anche nell’Atene di Pericle e nei primi Comuni italiani, che infatti sono esempi eccellenti di organizzazione della res publica. Sappiamo però che non si adattano alla gestione di uno Stato moderno. La mediazione assembleare diretta non è uno strumento applicabile a dibattiti che coinvolgono milioni di persone: serve un meccanismo di rappresentanza. Qualcuno deve parlare per le comunità sottostanti. Il mio auspicio è quindi che i gilet diventino parte di una palingenesi (radicale, forse anche traumatica se serve) della democrazia parlamentare e che vi iniettino nuova linfa vitale piuttosto che fiaccare ulteriormente un sistema che è già sotto scacco più o meno ovunque nel mondo.<br />
So che la tecnologia sembra offrire oggi un meccanismo decentralizzato di aggregazione delle visioni individuali &#8212; la rete &#8212; ma per me si tratta di pura e pericolosa apparenza. Anche la rete ha i suoi “maestri”; a differenza di parlamentari, sindacalisti e segretari di partito, questi non hanno faccia ne’ nome e operano nell’ombra, secondo logiche e modalità che non possono essere facilmente osservate, valutate, sanzionate dai cittadini. Illudersi di aggirare i faticosi meccanismi della rappresentanza affidandosi alle magie della tecnologia – che peraltro è da sempre appannaggio dei grandi capitali – sarebbe secondo me un terribile errore.</p>
<p>3. Salari.<br />
Di economia si è parlato in un altro thread e evito le ripetizioni. Noto però che la differenza tra sussidi, tasse e salari abbozzata nell’articolo è suggestiva ma perlopiù formale. I salari minimi lordi e netti in Francia erano rispettivamente di circa 1500 e 1150 euro già prima delle proteste, quindi il modo più semplice per portare quello netto a 1300 euro come richiesto dai gilet è … un parziale taglio delle tasse. L’alternativa (un aumento del salario lordo a tasse invariate) sarebbe forse più compatibile con il principio evocato da Andrea, ma comporterebbe probabilmente minori assunzioni da parte delle imprese – a meno che non vengano nazionalizzate e gestite dallo Stato –  e quindi finirebbe per soddisfare meno la platea dei richiedenti. In termini economici, la differenza tra chiedere “semplicemente riduzioni delle tasse” e chiedere “di essere pagati decentemente” non è poi così netta.<br />
Più in generale, l’uso del bilancio dello Stato rimane un nodo fondamentale in questo dibattito, come è naturale che sia. Chiunque tenti di trasformare le richieste dei gilet in un programma politico dovrà farci i conti, anche in considerazione del notevole aumento della spesa pubblica implicato dalle richieste (nella lista citata nell’articolo: nazionalizzazione e riduzione dei prezzi di gas e elettricità, nazionalizzazione delle infrastrutture, classi scolastiche più piccole (e quindi più numerose), pensioni non più basate sul sistema contributivo, pensionamento a partire dai 60 anni, o 55 per lavori usuranti, aumento della pensione minima a 1200 euro, ecc.). Un lavoro faticoso, oscuro, anche noioso, ma necessario, credo, per passare dalle richieste alle proposte e dalla demagogia alla politica.</p>
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		<title>
		Di: jan reister		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/12/17/pensare-loriginalita-dei-gilet-gialli-territorio-rappresentanza-salario/#comment-293204</link>

		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Dec 2018 21:30:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Grazie dell&#039;analisi Andrea, ovviamente dall&#039;Italia vien da chiedersi quali analogie ci siano con la realta&#039; italiana, e cosa possa venirne fuori a medio lungo termine. Mi viene in mente Podemos in Spagna, nato da una ondata di movimenti dal basso prima confusa, poi fortemente assembleare e locale, e che e&#039; ora un movimento politico europeo di un certo peso.
Quanto alla centralita&#039; del Salario, parlavo con dei colleghi oggi che a furia di sentirsi dire che i soldi non ci sono e comunque non ve li diamo, le trattative sindacali sono diventate degli esercizi di sofisticata teologia contrattuale su aspetti secondari del rapporto di lavoro, svicolando la richiesta di una retribuzione giusta per il proprio lavoro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie dell&#8217;analisi Andrea, ovviamente dall&#8217;Italia vien da chiedersi quali analogie ci siano con la realta&#8217; italiana, e cosa possa venirne fuori a medio lungo termine. Mi viene in mente Podemos in Spagna, nato da una ondata di movimenti dal basso prima confusa, poi fortemente assembleare e locale, e che e&#8217; ora un movimento politico europeo di un certo peso.<br />
Quanto alla centralita&#8217; del Salario, parlavo con dei colleghi oggi che a furia di sentirsi dire che i soldi non ci sono e comunque non ve li diamo, le trattative sindacali sono diventate degli esercizi di sofisticata teologia contrattuale su aspetti secondari del rapporto di lavoro, svicolando la richiesta di una retribuzione giusta per il proprio lavoro.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Andrea Inglese		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/12/17/pensare-loriginalita-dei-gilet-gialli-territorio-rappresentanza-salario/#comment-293202</link>

		<dc:creator><![CDATA[Andrea Inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Dec 2018 19:52:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In risposta a &lt;a href=&quot;https://staging.nazioneindiana.com/2018/12/17/pensare-loriginalita-dei-gilet-gialli-territorio-rappresentanza-salario/#comment-293200&quot;&gt;gianni biondillo&lt;/a&gt;.

Lapidario e gentile, signor Gianni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In risposta a <a href="https://staging.nazioneindiana.com/2018/12/17/pensare-loriginalita-dei-gilet-gialli-territorio-rappresentanza-salario/#comment-293200">gianni biondillo</a>.</p>
<p>Lapidario e gentile, signor Gianni.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: gianni biondillo		</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/12/17/pensare-loriginalita-dei-gilet-gialli-territorio-rappresentanza-salario/#comment-293200</link>

		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Dec 2018 15:05:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ineccepibile.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ineccepibile.</p>
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