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	<title>andrea bajani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Natale, ingerire per favore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea bajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Dec 2007 18:53:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bajani Per fortuna gli italiani hanno ricominciato a consumare. C’è stato un momento in cui si è temuta concretamente l’estinzione dei consumatori, ma per fortuna l’allarme è finito. Uomini e donne, relegati al loro pallore di cittadini a ridotta funzionalità, per giornate intere si sono affaccendati con lo sguardo vacuo di fronte agli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>Per fortuna gli italiani hanno ricominciato a consumare. C’è stato un momento in cui si è temuta concretamente l’estinzione dei consumatori, ma per fortuna l’allarme è finito. Uomini e donne, relegati al loro pallore di cittadini a ridotta funzionalità, per giornate intere si sono affaccendati con lo sguardo vacuo di fronte agli scaffali vuoti dei supermercati. I tir ingombravano le autostrade, occludevano le aeree di sosta, bloccavano le vie di scorrimento come meteoriti precipitati sulla terra. I tir scioperavano, gli automobilisti suonavano i clacson, si esibivano in gesti e parole sconsiderati, e loro, i consumatori, si aggiravano smarriti per le corsie dei supermercati. <span id="more-5058"></span></p>
<p>In quei giorni ho visto uomini e donne portare a spasso i propri carrelli vuoti come si porta in processione un lutto, come mamme con i passeggini vuoti. Ho visto uomini e donne immobili di fronte ai buchi sugli scaffali, con lo stesso sguardo affranto di chi sta davanti ai respingenti solitari del binario e vede il treno scomparire in fondo alla stazione. Ho visto signore anziane, circondate dall’aura profumata della lacca che gli confezionava la capigliatura, accapigliarsi per una mozzarella di bufala, fare a spintoni per una ricotta, infilare il gomito nei fianchi di signore altrettanto anziane, altrettanto impellicciate, e confezionate in simile maniera. Ho visto uomini e donne spingere carrelli con sopra tonnellate di prodotti, evidente segno di un prossimo bombardamento a tappeto dell’Italia. Li ho visti sollevare a poi far cadere nei carrelli grosse confezioni di farina, scatole di fagioli, tonno, pisellini, casse d’acqua, amaretti, uvetta candita, levito di birra, biscotti, dopobarba, in un sconsiderato approvvigionamento del tutto privo di criterio. E poi ho visto filotti di panettoni e pandori inghiottiti dai bagagliai di automobili coi sedili tirati giù per farci stare dentro il maggior numero possibile di dolci natalizi. </p>
<p>I tir nel frattempo continuavano a starsene lì fermi nelle piazzole di sosta, con le stive ottusamente piene di generi di conforto assenti all’appello dei consumatori, trasformati così in generi di sconforto e rinchiusi al freddo e al gelo di un qualche freddissimo rimorchio in qualche angolo sperduto dell’Italia. Li ho visti in televisione, incolonnati, ripresi dagli autogrill. Le telecamere li inquadravano, i cronisti commentavano l’immobilità dei camion col tono e l’eloquio di chi sa quali parole usare, e con che tono pronunciarle, per accompagnare con la giusta solennità l’apocalisse prossima ventura. Le televisioni li riprendevano, i giornali mostravano le fotografie di questa immobilità, di questo ostacolo inopportuno alla libera circolazione. E più che uno sciopero sembrava un blocco intestinale, come se quelle soste forzate, quelle braccia incrociate, non fossero altro che un’ostruzione tra l’esofago e lo stomaco. Come se l’Italia, con quei tir fermi in mezzo alle autostrade, non fosse altro che un corpo che non riusciva a espletare le normali funzioni alimentari. Come se il bolo, incagliato a mezza via, non potesse essere fatto scivolare lungo le corsie che gli competono per poi essere, a fine tragitto, evacuato con una piccola contrazione e infine un sospiro. </p>
<p>Ora però finalmente il pericolo è scampato, i camion si sono mossi, niente più braccia da camionisti incrociate ma di nuovo gomiti fuori dal finestrino, temperatura permettendo. Gli automobilisti hanno rimesso le mani sui volanti, hanno soffocato gli improperi. Soprattutto, gli italiani hanno ricominciato a consumare, hanno dismesso il pallore funerario che gli sbiancava il viso. Le televisioni e i giornali, in occasione del santissimo Natale, ne hanno data pronta e rapida certificazione, con gran sollievo di tutta la penisola. L’Italia ha ripreso a digerire, finalmente. Alcuni telegiornali, in occasione dell’approssimarsi delle feste, hanno prodotto servizi rassicuranti: collegamenti con alcuni grandi centri commerciali. Nei servizi, un capannello di persone circondava il cronista del tg, che con visibile soddisfazione confermava che sì, gli italiani hanno ripreso a consumare. Gli italiani raccolti intorno a lui ne davano conferma, sorridendo e dichiarando ai microfoni l’importo della propria spesa, chi ostentando con fierezza una cifra alta, chi vergognandosi un po’ dei pochi euro sborsati ma promettendo acquisti successiva. Gli italiani hanno ricominciato a consumare, il bolo ha ripreso il suo normale tragitto. Masticare, digerire, e poi cagare. </p>
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		<title>Tanto si doveva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea bajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Dec 2007 09:13:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bajani (Ripropongo qui, oggi, un racconto scritto per la campagna dell&#8217;Inail &#8220;Diritti senza rovesci&#8221;. Perché non vorremmo più assistere all&#8217;ennesima anonima replica dello stesso copione di morte sul lavoro. E all&#8217;ennesimo esercizio delle retoriche della costernazione. AB) Quando muoiono, gli uccelli cadono giù. Non se ne accorge quasi nessuno, di solito, salvo il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p><em>(Ripropongo qui, oggi, un racconto scritto per la campagna dell&#8217;Inail &#8220;Diritti senza rovesci&#8221;. Perché non vorremmo più assistere all&#8217;ennesima anonima replica dello stesso copione di morte sul lavoro. E all&#8217;ennesimo esercizio delle retoriche della costernazione. AB)</em></p>
<p>Quando muoiono, gli uccelli cadono giù. Non se ne accorge quasi nessuno, di solito, salvo il cacciatore che l’ha colpito e il cane che deve dargli la caccia. Il cacciatore ne segue la parabola in cielo, e il cane gli prende dietro scartando tra i rovi. Quando saltano in aria sopra le nuvole, gli aerei cadono giù. All’inizio non se ne accorge nessuno, salvo qualche uomo radar che in qualche torre di controllo lontana vede un puntino di luce impazzire sul monitor. E qualcuno che poi vede l’aereo bucare le nuvole e spegnersi in terra con grande fragore e con tutti i passeggeri con sé. Anche le stelle quando muoiono cadono giù. Se succede di giorno non se ne accorge nessuno, se succede di notte c’è sempre qualcuno che vede uno spillo di luce staccarsi dal buio e poi infilare il buio da qualche parte più in giù. Tu invece sei morto restando a nove metri dal suolo, in un punto che non è né cielo né terra. Ti hanno trovato così, accasciato dentro il carrello elevatore, ancora attaccato ai fili della tensione come un pugile aggrappato alle corde. E ci sono volute le braccia dei vivi, per riportarti di peso da dov’eri venuto. <span id="more-4958"></span></p>
<p>Quindicimila volt di corrente, e sei diventato un caduto sul lavoro anche tu. Quando si cade sul lavoro dicono che si muore, come fosse una mina, il lavoro, e bastasse finirci sopra per non esserci più. Ora sei anche tu nel novero dei caduti, prima morti e poi lanciati nella fossa comune di chi muore così, nell’esercizio delle proprie funzioni. In Italia ne muoiono più di quattro ogni giorno, ogni sei ore un corpo nuovo dondolato sul ciglio e poi gettato nella fossa comune dei caduti morti per sbaglio. Giovedì 6 luglio 2006 è toccato a te, e da allora chissà quanti corpi ti sono finiti sopra, quanto è cresciuta quella montagna. Tu sei lì sotto, sepolto, un nome e un cognome come hanno un nome e un cognome i miliardi di anonimi vivi di cui non frega niente a nessuno. Tu te ne stai lì sepolto. Ma senti come il ritmo è rimasto lo stesso, anche un anno dopo, un giorno che passa e quattro corpi che ti cadono sopra, un altro giorno che passa e altre quattro mine che saltano in aria. È il metronomo del progresso, puoi sentirlo battere il tempo, correre a rotta di collo verso il futuro.</p>
<p>Io di te non so nulla, ti conosco solo per una foto, qualche ansa battuta di fretta un anno fa, e soprattutto una perizia che parla di te. La tua morte mi arriva così, con l’igiene obitoriale delle notizie d’agenzia, dove tu sei solo un Operaio imbianchino, la tua morte è un Decesso avvenuto per via di una scarica elettrica che ti ha investito. All’inizio si muore così, cristallizzati in referti medici o dispacci d’agenzie, impacchettati in parole che dicono solo come funziona il corpo dell’uomo, e qual è il punto in cui poi non funziona più. Io li ho tutti davanti, questi scampoli di vocabolario, queste parola confezionate per non avere emozioni. È con questi pochi pezzi e con queste parole che io scrivo di te. Ed è come tirare a indovinarti, come se tu fossi un nuovo inquilino dall’altra parte del muro, e io, da dentro il mio appartamento, azzardassi ipotesi, tentassi congetture su te senza averti mai incrociato per le scale, in ascensore, o di passaggio nell’androne. Io posso farlo solo restando da questa parte del muro, scommettendo sui movimenti che fai, sui rumori che sento nel tuo appartamento, sulle serrande tirate su e giù, la musica, il numero delle voci nella tua cucina, il telefono che suona, le litigate che si spostano in casa. Lo faccio con la certezza di sbagliarmi, ed è l’unico privilegio che ho.</p>
<p>Tu sei morto per sbaglio, ma morire si muore sempre per sbaglio, nessuno è mai morto a ragione. Quando qualcuno muore, c’è chi dà le colpe e chi spalanca le braccia, c’è chi non si rassegna e chi si rimette alla volontà del Signore. E poi c’è chi fa l’autopsia degli errori e stabilisce le responsabilità. Tu sei morto per sbaglio, tagliavi i rami di un albero, issato sopra un cestello a nove metri da terra. Eri un imbianchino, per l’esattezza un Operaio imbianchino, quando sei morto tagliando i rami di un albero, lo leggo sulla perizia. Eri nell’esercizio delle tue funzioni di Operaio imbianchino, un carrello elevatore, una motosega, un albero e i cavi elettrici che ti passavano sopra la testa. Poi è successo qualcosa, nell’esercizio delle tue funzioni di Operaio imbianchino che taglia i rami di un albero. C’è stato un Contatto del corpo con la linea elettrica transitante in quel punto. Morire d’altra parte si muore sempre per sbaglio, e le cose succedono anche quando si è nell’esercizio delle proprie funzioni. E così è successo qualcosa, c’è stato un Contatto, e tu nell’esercizio delle tue funzioni di Operaio imbianchino hai sentito una scarica di 15 mila volt farti il giro del corpo. È successo all’improvviso, mentre stavi appollaiato là in cima dentro il cestello, né in cielo né in terra. Per fortuna sei morto sul colpo, come hanno scritto i giornali, un colpo di 15 mila volt e sei finito aggrappato alle corde, un pugile attaccato a tradimento dietro la nuca.</p>
<p>Hai fatto pure spaventare il ragazzo che era con te, te l’avevano mandato insieme perché ti alleviasse il lavoro. Mandarti a tagliare i rami da solo, a te che eri Operaio imbianchino, avevano paura, meglio se c’era qualcuno a darti una mano. Bisogna capirli dai, non si sentivano sicuri su quelle cose, sono corsi ai ripari. Sulla perizia sta scritto che l’oggetto sociale della tua azienda dice che loro si occupano (dovrei dire che voi vi occupavate?) di Attività di ristrutturazione di beni immobili, Esecuzione di lavori edili in genere, Lavori di decorazione e tinteggiatura. Bisogna capirli, che coi rami degli alberi da tagliare, con le piante da buttare giù nei cortili dei condomini si facevano dei problemi, mandarti da solo. A te, che eri un Operaio imbianchino inquadrato al secondo livello. Avranno riletto il loro oggetto sociale, si saranno guardati negli occhi, si saranno stretti dentro le spalle, e si saranno detti che mandarti da solo proprio non se la sentivano, a fare una cosa che nel loro oggetto sociale nemmeno era scritta. L’avranno detto come fanno una padre e una madre, che si guardano negli occhi, si stringono le spalle, e poi non fanno tornare a casa da sole le figlie la notte, vanno a prenderle in discoteca. Così avranno pensato di darti un aiuto, per andare a tirar giù gli alberi nel cortile del condominio. Per questo c’era un ragazzo con te, il giorno in cui è avvenuto l’Infortunio sul lavoro con esito mortale, come sta scritto con igiene obitoriale sulla perizia. Per questo avevi uomo in più, accanto a te, quel giorno. A darti manforte così ti hanno messo un ragazzo che la perizia descrive come Tirocinante con contratto di formazione lavoro, uno che forse aveva seguito un corso della Regione, e che poi si è trovato col naso all’insù a guardarti tirare giù gli alberi nel cortile di un condominio. Un tirocinante è uno che non c’entra niente, in fin dei conti. Ma a pensarci bene: per eseguire un lavoro che non c’entrava niente con l’oggetto sociale dell’azienda che ti aveva mandato lì, che non c’entrava niente con la tua qualifica di Operaio imbianchino, a pensarci bene uno che non c’entrava niente era la persona perfetta.</p>
<p>E tu l’hai pure fatto spaventare, il tirocinante. Non c’entrava niente, lui, e si è preso una paura che non se la scorda per anni, se mai se la scorda. Sulla perizia la paura non c’è, perché le perizie, i dispacci, i referti registrano solo i fatti che sono successi, oppure al limite dicono com’è che funziona il corpo dell’uomo, e qual è il punto in cui poi non funziona più. Ma quei fatti per me sono come i tuoi rumori dall’altra parte del muro, gli starnuti, la musica accesa, la gente in cucina, le litigate, e da quei rumori io faccio congetture su te. E così io credo che tu l’abbia fatto spaventare per bene, il ragazzo tirocinante che era con te. La perizia dice che avevate Effettuato la pausa pranzo, e  che lui aveva Finito di raccogliere le ramaglie degli alberi appena tagliati. La perizia in realtà non dice proprio così, non dice che Aveva finito di raccogliere le ramaglie. La perizia dice Avrebbe, perché anche la perizia a suo modo sta dall’altra parte del muro, e i tuoi rumori passano prima da lì, e poi arrivano a me. La perizia dice che poi il ragazzo tirocinante Alzava lo sguardo verso di te, che te ne stavi a nove metri d’altezza dentro il cestello a tagliare i rami dell’albero. E così l’hai fatto spaventare. Eri lassù, accasciato dentro il cestello, e lui ti ha chiamato più volte per nome, da sotto, e tutte le volte che lui ti ha chiamato per nome, tu da lassù non gli hai risposto.</p>
<p>La perizia stabilisce com’è che funziona il corpo dell’uomo, e stabilisce quand’è che poi non funziona più. Stabilisce anche l’ora, in cui tutto s’inceppa. A te il corpo si è inceppato alle 13, 36 minuti e 21 secondi, che sembra il tempo di una gara, il momento in cui qualcuno taglia un traguardo e qualcun altro ferma un cronometro. Chissà quant’era passato, da quel momento, quando il ragazzo ha alzato lo sguardo e ti ha visto lassù, dentro il carrello come un pugile contro le corde. La perizia non lo dice, perché la perizia registra i fatti, non i pensieri che fa una persona, e quei pensieri si prendono tutto il tempo di cui hanno bisogno, per farsi pensare. Ma poi ti ha visto, ti ha chiamato per nome ma tu non hai risposto. Stavi dentro il cestello, accasciato a nove metri da terra, e sopra di te passavano i fili dell’alta tensione. La perizia dice i fatti, e tra i fatti che dice c’è anche il nome del Mezzo meccanico su cui ti avevano issato. Sta scritto che era un Mezzo meccanico tipo “ragno”, scritto virgolettato. Tu il ragno lo sapevi usare, lo usavi quando eri nell’esercizio delle tue funzioni di Operaio imbianchino e imbiancavi i muri delle case. Per questo avevano mandato proprio te, e poi con te quel ragazzo che non c’entrava niente e che quindi era perfetto per darti manforte. Per questo sei tu che sei salito sul Mezzo meccanico e sei andato su con la motosega costeggiando il tronco dell’albero fino all’altezza desiderata, otto o nove metri da terra. E quando poi forse hai toccato i fili dell’alta tensione, sopra di te, lassù siete rimasti tu e il ragno, tutti e due in un’immobilità che soltanto nel tuo caso era contro natura. E considerando tutto: considerando la tua qualifica di Operaio imbianchino, considerando il ragazzo tirocinante che raccoglieva le ramaglie poco più sotto, considerando l’oggetto sociale dell’azienda che vi aveva mandato lì, considerando tutto, il ragno, in quanto ragno, era l’unico che con gli alberi c’entrasse qualcosa.</p>
<p>Tu sei morto per sbaglio, ma poi alla fine non c’è nessuno che muoia a ragione. Se consideri le colpe, ha detto forse il prete nel corso del tuo funerale, e poi si sarà fermato a guardarti. Se consideri le colpe, avrà ripetuto di fronte alla tua bara arenata in mezzo alla chiesa, chi potrà sussistere. Però il prete non si occupa dei fatti, bisogna dire. Non si occupa né dei fatti né di come funziona il corpo dell’uomo e qual è il punto in cui poi non funziona più. Il prete si occupa di come funziona l’anima, e l’anima per lui continua a funzionare per sempre, nel bene o nel male. Non c’è il momento in cui poi si inceppa. Per le cose che s’inceppano ci sono i dispacci, i referti, le perizie, e la tua perizia dice che il tuo corpo si è inceppato alle 13, 36 minuti e 21 secondi, mentre la tua anima continuava ad andare. E poi dice delle altre cose, la perizia. Dice che la tua azienda aveva anche Prodotto un Piano operativo di sicurezza. Ma la tua azienda cosa c’entrava alla fine, se nell’oggetto sociale aveva scritto Attività di ristrutturazione di beni immobili, l’esecuzione di lavori edili in genere, lavori di decorazione e tinteggiatura. Loro non c’entravano niente, bisogna ammetterlo. Nel loro Piano operativo di sicurezza, dice la perizia, c’era scritto che era vietato Utilizzare attrezzature e macchinari con sviluppo in altezza, perché sopra passavano i fili della corrente. E nonostante tutto, tu sei salito sul ragno, sei andato su e sei finito contro quei fili. E poi sei morto per Folgorazione, come scrive con igiene obitoriale il Verbale di riconoscimento, visita esterna e descrizione di cadavere, con Ustioni sulla cute definiti “marchi”, derivanti dal contatto del corpo con la linea elettrica transitante in quel punto. Così sta scritto nella perizia, e le perizie si occupano di come funziona il corpo dell’uomo. Di come funziona l’anima si occupa il prete.</p>
<p>Gli uccelli quando muoiono cadono giù. Tu invece sei morto restando a nove metri dal suolo, in un punto che non è né cielo né terra. Ti hanno trovato così, accasciato dentro il carrello elevatore come un pugile aggrappato alle corde. Tagliavi i rami di un albero nell’esercizio delle tue funzioni di Operaio imbianchino, sotto c’era un ragazzo tirocinante che raccoglieva ramaglie. E questo è tutto quello che so di te, stando fermo in ascolto nel mio appartamento, da questa parte del muro, cercando di capire che faccia ha chi sta dall’altra parte di questa stanza. Il resto, tutto il resto, sono mie congetture. La perizia consegna i fatti, li fa succedere di nuovo mondati di tutto, impacchettati dentro parole che non hanno emozioni, con igiene da obitorio. Li mette tutti in fila sul tavolo della cucina. Io quei fatti li rivedo succedere confezionati dentro buste di nylon, e così li interpreto come fossi nell’appartamento di fianco, come se quei fatti fossero rumori, gente che parla, litigate. Faccio congetture su te. Dopo averli fatti succedere di nuovo, i fatti, la perizia si ritira perché non ha più niente da dire. Chiude la valigia come fosse una bara, ci inscatola i fatti, li consegna a chi ha chiesto di far succedere tutto di nuovo con parole sterilizzate. E così alla fine della perizia, in chiusura, sta scritta una formula di commiato. Sta scritto, in calce, Tanto si doveva. Tanto si doveva e tanto si è prodotto. Adesso si può anche chiudere la valigia dei trucchi, l’armamentario delle repliche obitoriali. Tanto si doveva e tanto si è prodotto. Il resto sono congetture. Perché poi cosa c’è da dire su uno che muore. Morire si muore sempre per sbaglio, nessuno è mai morto e aveva ragione.</p>
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		<title>La vita come testimone oculare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea bajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Nov 2007 10:26:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bajani Andrea Canobbio ha scritto una confessione. Sospeso tra il racconto e il reportage, ibridato da innesti di prose diverse e immagini, Presentimento (pp. 92, euro 7, nottetempo) è innanzitutto la confessione di una menzogna perseguita con determinazione. La menzogna della letteratura. A tre anni da Il naturale disordine delle cose (Einaudi, 2004), [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>Andrea Canobbio ha scritto una confessione. Sospeso tra il racconto e il reportage, ibridato da innesti di prose diverse e immagini, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8874521235/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8874521235&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><i>Presentimento</i></a> (pp. 92, euro 7, nottetempo) è innanzitutto la confessione di una menzogna perseguita con determinazione. La menzogna della letteratura. A tre anni da <i>Il naturale disordine delle cose</i> (Einaudi, 2004), Canobbio ha scritto un racconto intimo, bellissimo, quasi un consapevole, provocatorio falò della sua produzione precedente. Ogni pagina, ogni brandello di confessione, pare benzina cosparsa sui fogli dei libri elencati in bibliografia. E però contemporaneamente Presentimento non è che la naturale conseguenza, di quei libri, come fosse contenuto in tutti gli altri in filigrana. <span id="more-4842"></span></p>
<p>A Canobbio si è dato da sempre del calviniano, e qualche volta purtroppo lo si è fatto col cipiglio del detrattore, trasformando in freddezza l’esattezza tanto elogiata in Calvino, in perversione cerebrale la molteplicità dell’autore delle <i>Cosmicomiche</i>. Troppo spesso, leggendo Canobbio, si è trascurato il fiume emotivo che passa sotto il velo di ghiaccio delle sue parole e che fa della sua prosa, ad aver voglia di camminarci sopra, la finestra da cui guardare alla vita che scorre sotto. <i>Presentimento</i> è un sasso lanciato contro quel vetro, è la vita che, attraverso la porta della confessione, viene fuori in tutta la sua violenza, come una macchina che amplifichi a dismisura il battito del cuore, quasi al punto da distorcerne i bassi. Canobbio si confessa, e al tempo stesso confessa di mentire: confessa di sentirsi un uomo “part time”, scisso tra l’attività di “scrittore part time” e quella di editor (part time, per ovvie ragioni di gestione del tempo). Confessa le proprie fobie, gli attacchi di panico di cui è vittima a volte quando deve affrontare viaggi in treno o in aereo, e però confessa anche tutte le cortine menzognere (gestuali, verbali) tirate su per celare la paura, per buttare sotto il tappeto lo squilibrio.</p>
<p>Eppure tutto questo spaccare il vetro, costituirsi, confessare di avere se non vissuto quanto meno sentito, tutto ciò avviene con gli stessi strumenti, profondamente letterari, che Canobbio ha sempre utilizzato, e che qui però, proprio perché messi a reagire con una materia così pulsante, risultano quasi eversivi. I viaggi in veste di editor alla Fiera di Francoforte, gli incontri professionali con uno “scrittore coetaneo” (si riconosce Jonathan Franzen, l’autore del best seller internazionale <i>Le correzioni</i>), il viaggio a New York nei giorni dell’attacco aereo alle Twin Towers, non sono che la materia multiforme, eterogenea, dichiaratamente privata, che Canobbio passa al setaccio della letteratura. Ironia, lapidarietà, emotività (memorabili i passi, autentici sfondamenti, in cui Canobbio racconta per brevi, delicatissimi cenni, la malattia del padre) sono i medesimi di sempre, ma al tempo stesso ne sono in qualche modo il negativo. Perché <i>Presentimento</i> è, come si diceva, il disvelamento di quella particolare forma di menzogna che è la letteratura, che sempre usa materiali intimi ma sempre dissimula, costringe in maschera. E solo quando, come in questo caso, dichiara le proprie fonti, solo quando usa la vita come testimone oculare, sembra più autentica. Ma questa non è che la più subdola, la più meravigliosamente ipocrita, delle menzogne.</p>
<p><i>(Pubblicato su l&#8217;Unità il 22 novembre 2007)</i></p>
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		<title>Cittadini o clienti?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea bajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Nov 2007 14:46:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Note a margine della &#8220;questione romena&#8221; di Andrea Bajani Tutte le volte che uno zingaro entra in un bar o in un ristorante, istintivamente mi viene da cercare con lo sguardo il padrone del locale. Se è dietro il bancone si asciuga le mani, posa lo straccio, aggira il bancone e poi porta lo zingaro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Note a margine della &#8220;questione romena&#8221;</strong><br />
di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>Tutte le volte che uno zingaro entra in un bar o in un ristorante, istintivamente mi viene da cercare con lo sguardo il padrone del locale. Se è dietro il bancone si asciuga le mani, posa lo straccio, aggira il bancone e poi porta lo zingaro fuori. Me li guardo sfilare accanto, vedo il gestore aprire la porta, spingere lo zingaro fuori e tornare dietro il bancone. Qualche volta dice “Sono tutti così”. Tutti gli avventori del locale si voltano, seguono con lo sguardo l’operazione di pulizia, e poi ritornano con gli occhi nel piatto e la testa nei propri pensieri. Dopo pagano, e quindi escono dal locale. Io tutte le volte che succede una cosa del genere penso che il padrone del bar si comporta così perché per lui io sono un cliente. Nonostante io sia in dissenso con il suo atteggiamento, gli riconosco una strategia, per quanto discutibile.<span id="more-4764"></span> La proccupazione del gestore del locale è quella di eliminare ciò che per lui è un ostacolo alla sua <i>mission</i> aziendale: vuole che io sia contento di essere lì, e che ci ritorni volentieri. Se lui lasciasse circolare lo zingaro per il locale, tutti i clienti il giorno dopo andrebbero da un’altra parte. Da commerciante, da imprenditore, si occupa di <i>problem solving</i>, non di esercizio del pensiero. Il suo gesto risoluto contiente un’affermazione: non sono io a dovermi occupare dei problemi sociali. Mandare fuori lo zingaro significa per lui consegnare il problema a qualcun altro più competente. </p>
<p>Qui mi sembra stia il punto di quella che qualcuno definisce maldestramente la “questione romena”. Quando ho visto le reazioni politiche che hanno seguito, quasi tamponandolo, l’omicidio di Giovanna Reggiani, a me è venuto in mente il padrone del locale. Giovanna Reggiani è stata uccisa da un rom romeno, e non appena questo è successo qualcuno si è asciugato le mani, ha posato lo straccio, ha fatto il giro del bancone, ha portato fuori il rom e ha detto “Sono tutti così”. Quel qualcuno però era lo Stato. Non era il padrone di un locale, non era il gestore di un ristorante o di un negozio in centro città. Quello che mi sembra più preccupante, in tutta questa brutta vicenda, è che non si tratta che dell’ennesima attestazione di una metamorfosi in atto del cittadino in cliente. Quello stesso cittadino che è cliente non solo quando acquista un prodotto ma anche quando si sdraia sul letto di un ospedale, quando monta su un treno, quando è interrogato alla lavagna, quando cerca un lavoro, persino quando muore. La corsa a repentini rimpatri di rom e romeni, e soprattutto la sua pronta e amplificata certificazione, mi hanno fatto sentire come se la mia residenza fosse in un locale, o in un risorante, e non un uno stato civile. Mi sono sentito il cittadino di un bar. Quelle espulsioni fatte in fretta e furia e annunciate in pompa magna mi sono sembrate indicative della desolante concezione di un cittadino a cui non si chiede che di accordare il consenso agitando la clava.</p>
<p>Nel momento in cui il cittadino si trasforma in cliente, la democrazia diventa un prodotto da piazzare nel più efficace dei modi. Pena la sua caduta in discredito, il tracollo del suo indice di gradimento, la sua invendibilità. I gestori dei bar lo sanno benissimo, come funziona: è una questione di <i>mission</i>. Eccola qui, la gestione aziendale di quella bottega di cui facciamo parte per pertinenza d’anagrafe. Ma nell’epoca del trionfo del <i>problem solving</i>, dallo Stato ci aspetteremmo l’esercizio del pensiero, o quanto meno un progetto, più che una <i>mission</i>, una gestione responsabile delle dinamiche, anche contraddittorie, che avvengono sul nostro territorio. E in quanto cittadini non vorremmo vederci ridotti a gente a cui non si chiede altro che di trascorrere il tempo con la faccia nel piatto, e poi passare alla cassa. </p>
<p><i>(Pubblicato sul manifesto il 10 novembre 2007)</i></p>
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		<title>I pionieri del Far East</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Oct 2007 10:16:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bajani La prima volta che sono atterrato in Romania è stato un anno fa, aeroporto Otopeni di Bucarest, all’una e mezza del pomeriggio. Sono partito da Torino una mattina all’alba, senza sapere che cosa avrei trovato, con troppi pochi preparativi per avere delle aspettative da collaudare e troppi pochi pensieri pregressi per avere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>La prima volta che sono atterrato in Romania è stato un anno fa, aeroporto Otopeni di Bucarest, all’una e mezza del pomeriggio. Sono partito da Torino una mattina all’alba, senza sapere che cosa avrei trovato, con troppi pochi preparativi per avere delle aspettative da collaudare e troppi pochi pensieri pregressi per avere delle domande alle quali cercare risposta dall’altra parte dell’Europa. Sono partito con l’unica sensazione che quello che stavo facendo mi riguardava nel profondo. Quando sono salito sull’aereo avevo in tasca un paio di indirizzi, un numero di telefono romeno e sei o sette nominativi di aziende italiane da cercare e a cui chiedere udienza. <span id="more-4670"></span>Il motivo concreto per cui avevo deciso di partire era proprio quello: volevo incontrare e parlare con gli imprenditori italiani che avevano spostato la produzione (e in molti casi la residenza, la vita, gli affetti) in Romania. Perché la Romania? Perché la Romania era stato tra i primi paesi ad assistere alla delocalizzazione italiana, perché c’erano quasi ventimila aziende italiane che avevano piantato le tende là, e poi anche perché avevo quel numero di telefono in tasca, che rendeva più semplici tutte le cose. Questo mi sembrava un motivo sufficiente per fare questo viaggio, e per avere l’impressione che questo viaggio mi riguardasse profondamente, come italiano e come europeo dell’Europa dell’ovest, se ha qualche senso questa distinzione cardinale. Per quasi un mese, quindi, ho girato la Romania, salendo e scendendo da macchine, salendo e scendendo da autobus, salendo e scendendo da metropolitane, e soprattutto dondolando lentamente sui treni romeni. Da Bucarest sono passato in Transilvania, poi dalla Transilvania a Timisoara, dove negli anni è sorto un autentico distretto industriale italiano. Il mese che ho passato là l’ho trascorso a fare domande, registratore alla mano, agli imprenditori italiani, e poi ai loro dipendenti romeni e poi via via ad altre persone romene finite sulla mia strada in quell’arco di tempo.</p>
<p>Ma ora facciamo un passo indietro, torniamo indietro di 500 anni. Parliamo di Antonio Pigafetta. Antonio Pigafetta Patrizio, “vicentino e cavalier de Rodi”, ci ha lasciato come testamento la testimonianza più sapida ed efficace di un esploratore in azione. Partito dalla Spagna al seguito di Ferdinando Magellano, “nell’anno della natività del Nostro Salvatore 1519”, Pigafetta segue fedelmente Magellano nel suo giro del mondo. Ha tempo da perdere, soldi da spendere, e si imbarca pagando la sua quota, come un miliardario intubato dentro una navicella spaziale. Sono gli anni delle prime colonizzazioni: le potenze europee hanno bisogno, per portare avanti i loro traffici, che esista un mondo tutto nuovo da sfruttare. E per sfruttarlo hanno necessità di comprovarne l’esistenza: è per questo che le potenze mandano in avanscoperta, con budget adeguati, ciascuna i propri esploratori. Ferdinando Magellano (e prima di lui Cristoforo Colombo) è tra questi. Il miliardario Antonio Pigafetta assiste, trascrive tutto nella sua “Relazione del primo viaggio intorno al mondo”, e consegna ai posteri lo sguardo del colonizzatore sul mondo nuovo che si appresta ad essere colonizzato. Attraccati, tutti quanti, nella terra di Verzin, Magellano e compagni incontrano gli indigeni (“vivono secondo lo uso della natura e vivono centovincinque anni e cento quaranta”) e interagiscono con loro. Ecco la desrizione che di questa interazione fornisce Pigafetta di ritorno dal viaggio intorno al mondo: “Per un amo da pescare o uno cortello davano 5, o 6 galline: per uno pettine uno paro de occati; per uno specchio o una forbice, tanto pesce che avrebbe bastato a X uomini; per uno sonaglio o una stringa, uno cesto de batate; queste batate sono al mangiare come castagne e longhe come napi; e per uno re de danari, che è una carta da giocare, ne detteno 6 galline e pensavano ancora averne ingannati”. La storia della colonizzazione sta scritta tutta in queste righe, in cui c’è tutta la postura che nasce dalla percezione di una superiorità in qualche modo evolutiva del colonizzatore sul colonizzato. Ma né Magellano (che non sopravviverà al suo giro del mondo, anche se lascerà sugli atlanti traccia imperitura del proprio passaggio) né il miliardario Pigafetta saranno i primi né gli ultimi. Si andrà avanti per secoli, di colonizzazione in colonizzazione, di selvaggi in selvaggi. E si passerà per la grande epopea del Far west, la colonizzazione più mitizzata della storia, più travisata dalle narrazione epiche che l’hanno traghettata fin qui. I pionieri che alzano le polvere sulle strade, andando a ovest, incolonnati per strade non ancora calpestate dalla civilità, e poi gli indiani, afasici e zotici (Pigafetta docet) accucciati dietro i cespugli con le penne infilate sulla testa, anelli mettallici inseriti in tutte le parti del corpo, la bocca in grado soltanto di dire Augh, e le mani buone solo a lanciare frecce con l’arco o a modulare i suoni davanti alla bocca.</p>
<p>Ecco, io quando ho preso l’aereo di ritorno da Bucarest, un anno fa, mentre sorvolavo la Romania per tornare in Italia, ho pensato di essere stato nel Far west. Nel Far east, per l’esattezza, dall’altra parte dell’ovest. Dall’alto ripassavo la sterminata campagna romena, campi su campi, e poi quelle infilate di capannoni messi l’uno accanto all’altro come Lego di colori diversi. E pensavo a quello che avevo visto, ai quei pionieri scesi lungo strade meno polverose di quelle del west, con ruote gommate e non con carrozze. E ho pensato che erano loro per primi, a raccontarsi come pionieri, seduti al sole a seccarsi la pelle davanti ai loro capannoni, nelle rare pause del lavoro. Erano loro per primi a raccontare i romeni come fossero indiani dietro i cespugli, a pagarli con poche centinaia di euro ogni mese, un pettinino, qualche sonaglio e qualche carta da gioco, magari un re di denari. Quante volte avevo sentito dire in quel mese, a noi italiani, che gli avevamo tolto il Medioevo dalla testa? Troppe per non pensare agli indiani dietro i cespugli, e agli anelli infilati in tutte le loro parti del corpo. Caduto Ceausescu, a Natale del 1989, i pionieri erano venuti giù lungo le strade, con gli specchietti e i sonagli dentro le borse. Gli specchietti erano i centri commerciali, gli americanissimi Mall tirati su con la stessa megalomania del palazzo eretto da Ceausescu nel centro di Bucarest. Gli specchietti, le vetrine, i vestiti firmati, i cellulari, le cose che luccicano. Dall’altra le piume sui cappelli, i vampiri e gli animali. Mentre l’aereo saliva su in alto, sopra i cieli di Bucarest, pensavo ai romeni che avevo conosciuto in quel mese, che guardavano con fierezza quei Mall e quelle vetrine, e a una ragazza che mi aveva confessato di avere usato lo stipendio di un mese per un paio di Nike. E pensavo alla differenza tra colonialismo di un tempo, che in qualche modo lasciava che i selvaggi vivessero da selvaggi, e quello che avevo sotto gli occhi, che aveva bisogno di omologare i conquistati ai propri consumi. Mi venivano in mente le vecchie Dacie ferme al semaforo accanto ai fuoristrada, le insegne pubblicitarie su tutti palazzi, e contemporaneamente la povertà dilagante, il traffico delle donne, e tutti quegli esodi di gente che se ne andava da lì, perché con lo specchietto, il pettine e i sonagli ci si faceva ben poco. Mi veniva in mente mentre tornavo a casa, nonostante i passi avanti che la Romania, ci dicono tutti, sta facendo di recente. Mi veniva in mente anche che non avrei pensato di sentirmi dare alcune risposte, come che quando c’era Ceausescu si pativa di gran lunga di meno la fame, rispetto agli ultimi anni. Quando si prende in mano uno specchietto, la prima cosa che colpisce è quanto luccica quando un raggio di sole ci finisce contro. La seconda cosa è la faccia che ci si vede dentro, guardandosi. Solo così ci si può rendere conto di quando la propria faccia è diventata identica a quella di un altro.</p>
<p><em>(Intervento scritto in occasione della rassegna &#8220;La cultura delle emergenze&#8221;, tenutasi a Milano il 2 aprile scorso)</em></p>
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		<title>Il packaging dell&#8217;italiano</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Oct 2007 06:07:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bajani C’è una tendenza tutta italiana a voler fare la fine dei puffi, non si sa se per emulazione volontaria o per innata, balzana, vocazione alla mimesi. Una delle caratteristiche intrinseche dei puffi, piccoli pupazzi blu dalla grande fortuna televisiva, è la loro coazione a ripetersi, nonché la pratica compulsiva di ribadire continuamente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>C’è una tendenza tutta italiana a voler fare la fine dei puffi, non si sa se per emulazione volontaria o per innata, balzana, vocazione alla mimesi. Una delle caratteristiche intrinseche dei puffi, piccoli pupazzi blu dalla grande fortuna televisiva, è la loro coazione a ripetersi, nonché la pratica compulsiva di ribadire continuamente la propria identità come immutabile, fatale, la stessa dalla notte dei tempi fino alla fine dei giorni. Il jingle televisivo, cantato ipnoticamente da milioni di bambini durante gli anni Ottanta, recitava ìlare “Noi puffi siam così”. <span id="more-4630"></span>I bambini di tutto il mondo cantavano “Noi puffi siam così”, ed era evidente la loro immedesimazione con gli eccentrici pupazzi. Poi però i bambini crescevano, diventavano grandi, smettevano prima di guardare i cartoni animati, e poi di intonarne il jingle. I puffi viceversa restavano così com’erano sempre stati, dal momento che la loro identità si esauriva tutta nella tautologia, nel loro essere puffi: Puffo Quattrocchi, Puffetta, Puffo Golosone, Puffo Tontolone, Baby Puffo, e così via. Persino le loro azioni erano un continuo ribadire la propria identità, e il verbo “puffare” era il verbo che definiva, in maniera volutamente generica, la maggior parte delle azioni da loro compiute.</p>
<p>Gli italiani, come dicevo, hanno in comune con i puffi la propensione a ribadirsi in quanto tali, come fuori dal tempo, immutabili, immodificabili: “Gli italiani sono fatti così”, scriveva sardonicamente Gaetano Salvemini. A puntare il dito sul costume di definirsi il carattere in astratto, di cristallizzarsi in identità posticce è David Bidussa, che nell’introduzione a <em>Siamo italiani</em> (ed. chiare lettere) stigmatizza duramente questa deriva retorica. La retorica, per intenderci, che vuole gli italiani “poveri ma belli”, “gaglioffi ma simpatici”, “cinici ma solo per delusione”. In fin dei conti si tratta di un’attitudine, non solo italiana, a produrre profezie: si è così perché si è così. O meglio, si è così perché così sta scritto. Bidussa questa pratica profetica la chiama “Italianologia”, ovvero “la retorica – spesso lamentosa, impermalita e accigliata – che attraversa tutta la riflessione sull’Italiano e il cui effetto è creare e radicare una convinzione”. L’Italianologia è, si potrebbe dire forzando la definizione di Bidussa, una sorta di “Ideologia dell’Italiano”, intendendo per Ideologia la “falsa coscienza” marxiana. L’Italiano, così come ci è stato consegnato, non è altro che il risultato di una pratica discorsiva ininterrota, di “un modo di raccontarsi e, raccontandosi, […] descriversi”. È “l’effetto di un processo artificiale”. Di fronte alle profezie non ci sono che due alternative: accettarle con un atto di fede oppure tentare di scomporle nelle parti di cui sono composte, provare a restituirne la complessità, correndo il rischio di imbattersi, appunto, nalla falsa coscienza.</p>
<p>Per questo <em>Siamo italiani</em> è, strutturalmente parlando, un’antologia di testi, anche se sarebbe riduttivo pensarla esclusivamente in questi termini. L’unica possibilità di uscire dalle gabbie dell’Italianologia è quella di rifutarsi di riflettere sull’essere italiani in astratto: “siamo il prodotto di una storia che è fatta di […] retorica, di autoimmagine”. Non è un caso allora che ad aprire il libro sia un testo di Giulio Bollati: “chi voglia conoscere compiutamente gli italiani non potrà dunque non valutare il modo in cui la loro personalità venne definita. […] Perché il momento della progettazione dell’italiano non può essere disgiunto da quello dell’accertamento del suo essere reale, geografico e storico”. Di qui la necessità di scomporre le parti, isolarne le componenti, di mettere a nudo il meccanismo profetico. Di qui, dunque, la volontà di Bidussa di individuare le fonti, di questo processo artificiale. Ecco allora la ben nota descrizione dell’Italiano (quasi normativa) di Giuseppe Prezzolini: “I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi”. L’Italia va avanti portata in spalla dai “fessi” mentre tutti gli altri vivono in un culto della “furbizia” che si spinge fino al punto di provare ammirazione per chi se ne serve a suo danno. Ecco anche le spietatezza del Leopardi del Discorso sopra lo stato presente del costume degli italiani o la fenomenologia dell’ipocrita di Torquato Accetto, un trattato del Seicento rimasto sepolto fino all’inizio del Novecento e intitolato Della dissumulazione onesta. L’italiano è denigratore di se stesso: c’è l’italiano antieuropeo dell’Elogio del buon italiano di Curzio Malaparte, c’è l’Italiano qualsiasi di Ennio Flaiano, quello di Indro Montanelli, che stigmatizza la corruzione dei ministri-squillo ma è indulgente sulla frequentazione privata (solo se discreta) delle ragazze squillo da parte degli attempati e bravi padri di famiglia.</p>
<p>E poi c’è l’italiano profetizzato, descritto, creato dalla politica. È questo il punto su cui si gioca la partita di Siamo italiani, in un binomio tra una politica agonizzante e autoreferenziale a cui occorre una pulizia del sangue, e un’antipolitica di cui bisogna domandarsi portata e significato. L’italiano della politica è il Bettino Craxi del finanziamento illecito ai partiti (“Ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare od illegale. I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative […] hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale”). L’italiano della politica è l’Aldo Moro che a camere congiunte pronuncia la celebre affermazione “Non accettiamo di essere considerati dei corrotti”, e aggiunge “Non ci faremo processare”. L’italiano della politica è quello che viene fuori dalle denunce di corruzione di Enrico Berlinguer e di Leonardo Sciascia, che chiede “scandalosamente” di non cercare la mafia, il nemico, sempre e soltanto dall’altra parte: “Il controllo deve estendersi anche a noi, che sediamo su questi banchi, a coloro che siedono sui banchi del Senato, a coloro che siedono nelle assemblee regionali e nei consigli municipali, non trascurando nemmeno certi funzionari e certi ufficiali che hanno il compito di prevenire e reprimere appunto il fenomeno mafioso”. L’italiano produce profezie, imbastisce ideologie di se stesso, apparecchia definizioni buone nei secoli dei secoli. Che bisogna accettare come atti di fede, o far saltare in aria in quanto dispositivi di conservazione dello stato delle cose. Il prezzo da pagare, però, è alto, perché la conseguenza di questo sistema bloccato, difensivo, autodenigratorio non è altro che l’indifferenza. Scrive Bidussa “Noi siamo un paese che non sceglie, che posto di fronte alle scelte drammatiche rinvia, scantona, apparentemente in nome di un senso di responsabilità, in realtà perché scegliere implica credere in qualcosa, dover abbandonare qualcos’altro. In una parola: rischiare.” È qui, dice Bidussa, che nasce l’antipolitica, che “non si origina dalla delusione, ma dallo scetticismo, dal ‘non decidere’ che pure è la conseguenza di una convinzione: se costretti a scegliere, meglio seguire la corrente”.</p>
<p>Si tratta essenzialmente di una “questione morale”, come suggerisce il sottotitolo. A monte c’è una postura corrotta, che è rappresentata proprio dall’attitudine alla produzione di profezie, alla dismissione del senso critico, al cancro della semplificazione demagogica. A monte c’è una corruzione culturale. È la corruzione di un paese che mette in atto una progressiva infantilizzazione dei suoi cittadini, un’iperprotezione solo formale, che di fatto si concretizza in un abbandono. È la corruzione di un paese che demolisce l’istruzione parcellizzandola in università semplificate, che producono laureati troppo fragili per il mondo di fuori. È la corruzione di un paese che in nome della flessibilità manda allo sbaraglio giovani e vecchi in un mercato del lavoro diviso tra clientelismi ereditari e ammortizzatori familiari. È la corruzione di un paese che invita i suoi cittadini a partecipare compulsivamente a televoti televisivi, e si disinteressa di convincerli a partecipare alla politica attiva, alla gestione del bene comune. È la corruzione di un paese che lascia soli i suoi cittadini. L’antipolitica, se vogliamo usare questa parola, è la conseguenza della solitudine dei suoi cittadini, lasciati in disparte a fare esercizi di vittimismo e di cinismo, consegnati, come sottolinea Bidussa, all’ “assenza di vita interiore” al “familismo amorale in opposizione al senso civico”, al “trasformismo” inteso come “procedura tesa all’accantonamento del conflitto sociale”. È la corruzione di un paese che vuole cittadini docili.</p>
<p>Ma una risposta c’è, ed è una risposta politica e al tempo stesso culturale: è la volontà di uscire da un “modello comportamentale”. È anche la fuoriuscita dal binomio politica/antipolitica, che esattamente come il binomio fisico materia/antimateria non può che portare all’annullamento reciproco, al deserto dell’indifferenza. L’ultima sezione di Siamo italiani, prima della conclusiva Antipredica di Carlo Levi, si intitola programmaticamente Vie d’uscita. Ed è consegnata alle parole di Luigi Einaudi, Arturo Carlo Jemolo, Aldo Capitini e Ruggiero Romano. Si tratta di una via d’uscita nella misura in cui c’è l’indicazione di una non rassegnazione allo stato delle cose, di una non accettazione di un supposto destino. Non esiste soltanto un Male da cui difendersi, o a cui piegarsi con rassegnata genuflessione, ma un Bene verso cui tendere. E questa è contemporaneamente una risposta morale e una risposta politica. È chiedere una partecipazione concreta, rifiutare la logica puffistica del “siamo fatti così”, chiedere all’italiano di sbarazzarsi delle parole d’ordine, delle profezie autoavveranti. Perché gli italiani, per dirla con Salvemini, “presi uno per uno sono quelli che sono. Ma grazie al cielo, non sono tutti allo stesso modo. Ve ne sono alcuni che sono fatti… diversamente”</p>
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		<title>Stronzi di successo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea bajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Oct 2007 09:36:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bajani A un mese dalla sua uscita in libreria, Il metodo antistronzi è un successo. Il manuale di sopravvivenza aziendale firmato dal professore di Ingegneria sociale Robert L. Sutton, pare proprio vada a ruba. Questo mi sembra un dato interessante, non tanto perché certifica la sana e robusta costituzione del nuovo marchio editoriale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>A un mese dalla sua uscita in libreria, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/886192073X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=886192073X&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><i>Il metodo antistronzi</i></a> è un successo. Il manuale di sopravvivenza aziendale firmato dal professore di Ingegneria sociale Robert L. Sutton, pare proprio vada a ruba. Questo mi sembra un dato interessante, non tanto perché certifica la sana e robusta costituzione del nuovo marchio editoriale Elliot, quanto perché dice il tasso di frustrazione che alberga nel mondo. Mai come nell’ultima settimana mi è capitato di sentir fioccare tanti “stronzi” in libreria, urlati da gente che cercava il libro sui banconi. Di nuovo: più che un successo editoriale, è un allarme sociale. Si tratta di uno di quei casi in cui il tipo di ricezione di un libro è quasi più indicativa del suo contenuto. <span id="more-4572"></span>Mi spiego. Il libro di Sutton delimita il campo di applicazione del metodo, circoscrive l’habitat degli “stronzi”: l’azienda. Il sottotitolo parla chiaro: “Come creare un ambiente di lavoro più civile e produttivo o sopravvivere se il tuo non lo è”. Il destinatario esplicitato, dunque, è il manager, colui che si occupa dell’ “ambiente di lavoro”. Solo in seconda battuta (“O sopravvivere se il tuo non lo è”), il destinatario del libro viene identificato (anche) nell’impiegato. Il metodo antistronzi è dunque in qualche modo un testo di organizzazione aziendale scritto da un accademico che insegna Ingegneria sociale. Eppure viene acquistato come fosse un manuale di sopravvivenza quotidiana, di filosofia applicata. O al limite come un manuale di pratica domestica: liberarsi delle tarme, far fuori le blatte, i vermi, i topi, o per l’appunto gli “stronzi” che infestano i luoghi in cui trascorriamo le giornate. Le manifestazioni carnevalesche a cui ho assistito in libreria, il sollievo con cui ho visto chiedere il libro, sono indicative proprio di una ricerca di generica sopravvivenza quotidiana. Specchio di un’epoca in cui il problem solving ha trionfato sul pensiero: ti aiuta nella contingenza e non ti fa correre il rischio di passar per ideologico.</p>
<p>Ma <i>Il metodo antistronzi</i> è qualcosa di più e qualcosa di meno, di un trattato di saggezza per postmoderni frustrati, illivoriti dalle intemperie dei rapporti interpersonali. Il libro di Sutton offre uno spaccato del mondo del lavoro contemporaneo identificando una costante: la tendenza alla prevaricazione, alla sopraffazione, all’arroganza. Il fatto poi che prevaricazione, sopraffazione e arroganza siano diffuse anche al di fuori dei recinti lavorativi, spiega l’attesa messianica, la speranza di salvezza sulla terra che anima gli acquirenti del <i>Metodo</i>. Ma andiamo con ordine. Sutton usa gli “stronzi” come rappresentanti di un tipologia antropologica molto ben rappresentata nei luoghi di lavoro: l’arrivista a tutti i costi. Quello per intenderci che nella vulgata comune viene definito “arrogante con gli umili, zerbino coi potenti”. Gli uffici di tutto il mondo pullulano di questi personaggi. Li si riconosce dall’odore, dalla camminata e da quell’accenno di sudore che gli imperla ogni centimetro di faccia facendoli sembrare salsicce dentro una pellicola di cellophan. In realtà lo “stronzo” di Sutton è sì l’arrivista ma è anche un altro tipo d’uomo (o di donna): è anche l’arrogante perché potente. Ovvero: l’unico che fuma il sigaro dove non si può fumare, che spalanca le porte senza bussare, che dispensa commenti sgradevoli e lascivi, che parla a voce alta quando gli altri sono riuniti, che si siede sulla scrivania dei suoi sottoposti masticando panini che sembrano bucati, tante sono le briciole che precipitano giù. Più che darne una definizione vera e propria, dello “stronzo”, Sutton insegna a riconoscerlo con un atto di autoascolto, di autoconsapevolezza. Lo “stronzo” si riconosce soprattutto per l’effetto che fa: “Dopo aver parlato con il presunto stronzo, il ‘bersaglio’ si sente oppresso, umiliato, sgonfiato o sminuito. In particolare, la vittima si sente a disagio con se stessa”. Si tratta di un tipo umano &#8211; quasi di una figura professionale &#8211; che rilascia malessere dove passa, che aggredisce sempre gratuitamente, senza pentirsene mai. Parafrasando una vecchio tormentone degli anni Settanta, si potrebbe dire che essere “stronzi” significa non dover mai dire mi dispiace.</p>
<p>Ma Sutton non si limita soltanto a identificare la sua “bestia nera”. Il metodo antistronzi fornisce test pratici per riconoscere il nemico, tassonomie dettagliate di “Misfatti comuni e quotidiani commessi dagli stronzi” (tra cui gli insulti personali, le interruzioni sgarbate, le battute scarcastiche, il contatto fisico non richiesto), esempi di “stronzi” celebri o aspiranti tali (il produttore Scott Rudin, “uno dei boss più cattivi di Hollywood”, o Linda Wachner, ex amministratore delegato della Warnaco), piccoli espedienti per sopravvivere in ufficio a contatto con i cattivi, e un rapido vademecum per arginare lo “stronzo” che pascola dentro ognuno di noi ma che è bene saper tenere a bada. Ma soprattutto, Sutton parla dei danni arrecati dagli “stronzi” alle aziende. Ecco, questo mi sembra l’elemento più interessante della sua posizione. Un atteggiamento prevaricatore e arrogante nuoce, oltreché alle persone coinvolte, anche alla produttività dell’azienda. Sutton identifica persino un coefficiente, che chiama CTS (Costo Totale degli Stronzi), quantificabile in denaro speso dall’azienda per riparare ai disastri commessi dai prevaricatori. In un momento come quello attuale di ostentazione dell’arroganza, di furbismi esibiti, di aggiramento sistematico delle regole &#8211; nel mondo del lavoro e non solo &#8211; una posizione come quella di Sutton potrebbe aiutare a ridurre la barbarie. Se infatti l’unico parametro che conta, che ha diritto di parola, è quello del denaro, allora dire che un atteggiamento incivile è anche poco redditizio in termini di profitto, può aiutare se non a farlo scomparire, quantomeno a ridurlo. Che significa appunto affontare la barbarie restando nell’ambito del problem solving, più che in quello dell’esercizio del pensiero. Ma forse è meglio di niente.</p>
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		<title>Disorientamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea bajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Sep 2007 16:59:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[andrea bajani]]></category>
		<category><![CDATA[angeli]]></category>
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					<description><![CDATA[Considerazioni sul perdere la bussola di Andrea Bajani Sono affetto da una forma di inettitudine particolarmente socializzante: non ho il senso dell’orientamento. Non avere il senso dell’orientamento determina un disperante bisogno degli altri, un attaccamento istintivamente morboso nei confronti del prossimo. Soltanto gli altri, quando ci si smarrisce, sono in grado di tirarti fuori dall’impaccio, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Considerazioni sul perdere la bussola</strong><br />
di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>Sono affetto da una forma di inettitudine particolarmente socializzante: non ho il senso dell’orientamento. Non avere il senso dell’orientamento determina un disperante bisogno degli altri, un attaccamento istintivamente morboso nei confronti del prossimo. Soltanto gli altri, quando ci si smarrisce, sono in grado di tirarti fuori dall’impaccio, di fornirti un qualche elemento di concretezza sulla tua posizione nel mondo. Una persona che si perde la si riconosce immediatamente, camminando per strada. Sta ferma in un punto e si volta in tutte le direzioni, passando in rassegna i punti cardinali con un’ accentuata vacuità dello sguardo. Ogni direzione, si legge negli occhi dello smarrito, è ugualmente priva di senso, ma allo stesso tempo ogni direzione indica potenzialmente una via d’uscita, la fine di un incubo. Per una persona smarrita gli altri esseri umani diventano improvvisamente angeli custodi, mentre viceversa tutt’intorno lo spazio si trasforma in una intricatissima e scura foresta di simboli. <span id="more-4458"></span>Chi si smarrisce guarda lo spazio che lo circonda come se quello stesso spazio portasse marchiato su di sé un qualche messaggio. Si guardano i muri come se sui muri ci fosse scritto qualcosa, si guardano i semafori come fossero segnali segreti, le finestre dei palazzi come contenessero messaggi cifrati. Tutto diventa possibile, nel momento in cui lo spazio diventa un mosaico di simboli. Soprattutto, alla fine di ogni frustrante tentativo di decrittazione, lo spazio diventa il peggiore dei nemici, la causa di tutti i mali che rendono l’uomo così poco felice di essere al mondo. È così che, guardando con accentuata vacuità in ogni direzione, si comincia a maledire il giorno in cui si è usciti di casa, in cui si è deciso di venire allo scoperto in un mondo così mostruosamente e inspiegabilmente complesso.</p>
<p>Ma è proprio da quella sensazione di terrore complessivo che chi, come me, non è dotato di senso dell’orientamento comincia a desiderare con foga un contatto qualsiasi con il prossimo suo. Sono quelli i casi in cui, fallito miseramente il tentativo di dare un significato ai luoghi, si prende a puntare con supplichevole determinazione chiunque si sposti nello spazio con una disonvoltura rassicurante. Individuato l’angelo custode, di norma gli si cerca gli occhi con gli occhi e gli si indirizza in faccia un’espressione da piccola fiammiferaia a cui abbiano appena sottratto gli ultimi sette fiammiferi. Il prossimo nostro, bisogna dirlo, non sempre è bendisposto nei confronti delle fiammiferaie scippate. Sovente, anzi, porta la proprio disinvoltura ben oltre il dito alzato, con una faccia che dice di non voler acquistare nulla, di aver già elargito generosità a qualcuno dei vostri amici che come voi se ne stanno col dito alzato a ogni angolo della città. Ma per fortuna ogni tanto c’è qualcuno che di fronte al dito alzato, prima guarda il dito, poi guarda la faccia disperata di chi lo porta, e poi finalmente si ferma. In quei casi prima di tutto si prova un senso di gratitudine profonda, li si vorrebbe abbracciare, quegli angeli, li si vorrebbe portare a casa e soffocare di amore. Solo, e questo è il punto, a casa non ci si saprebbe arrivare.</p>
<p>Io sono uno di quelli che la faccia da fiammiferaia la sa fare benissimo. Grazie a questa mia virtù spiccatamente mimetica i miei tentativi di abbordaggio del prossimo sono meno difficoltosi. Questo di per sé non risolve il problema, ma in qualche modo semplifica il processo. Abbattere la barriera della diffidenza altrui resta comunque un’impresa tra le più ardue, anche per chi sa la faccia da piccola fiammiferia. A questo proposito ricordo ancora con una certa angoscia un’esperienza di un paio di anni fa. Mi avevano rubato il portafoglio, a Milano, e dovevo a tutti i costi raggiungere la stazione per tornare a Torino con l’ultimo treno della sera. Solo, ero troppo lontano dalla stazione per raggiungerla a piedi, e in più non avevo soldi neppure per il biglietto della metropolitana. Così mi ero lanciato in un accattonaggio sbrigativo. Riuscire a recuperare un euro per comprare un biglietto della metropolitana con la mia faccia rassicurante mi sembrava un’operazione tutto sommato praticabile. Eppure ogni volta che facevo il gesto di avvicinarmi a qualcuno, quel qualcuno indietreggiava, tirava dritto, voltava la faccia, diceva Lasciami in pace. Ma ci sono situazioni in cui il prossimo tuo non si fida per niente, e se possibile si fida ancora di meno di chi vuole a tutti i costi ispirare fiducia. Se arriva qualcuno vestito a modino, con la faccia a modino, i capelli a modino e ti chiede qualcosa, la prima domanda che ci si fa è Se questo è tutto così a modino c’è sicuramente sotto qualcosa. Succede a tutti, è successo anche a me. Prima di Natale camminavo per Torino con l’ipod nelle orecchie, quando un ragazzo mi si è avvicinato e mi ha detto qualcosa. Io non l’ho sentito, ma gli ho comunque fatto un cenno liquidatorio. Poi mi sono sentito un mostro, mi son tolto un auricolare, sono tornato indietro e gli ho detto “Scusa, dicevi?” Lui mi ha guardato, e poi mi ha ripetuto quello che probabilmente mi aveva già detto prima: “Tu ci credi al demonio?”</p>
<p>Ma torniamo all’orientamento e agli angeli custodi. Tutte le volte che riesco ad abbattere la barriera della diffidenza altrui e a farmi ascoltare, mi consegno ai miei benefattori con una fiducia infantile. Sorrido come un trovatello, ringrazio come un naufrago salvato per il colletto della giacca. Dopo un po’ che i miei angeli custodi fanno gesti da vigili urbani indicandomi punti lontani, prendendomi per un braccio e trascinandomi poco più in là dove il punto lontano che mi vogliono indicare si vede meglio. Io di norma mi apposto dietro di loro, cercando di mettermi il più possibile in linea col dito che indica il punto lontano. Quindi, prima di abbandonarli chiedo ai miei angeli di ascoltare il riassunto delle indicazioni che mi hanno appena dato, per fare una verifica immediata. Ripeto diligentemente, e mentre ripeto loro annuiscono con un mezzo sorriso. Poi li ringrazio molte volte, gli stringo le mani e mi allontano, calpestando i primi metri con sicurezza e girandomi ogni tanto verso di loro. Finché non hai voltato il primo angolo, un buon angelo custode non ti abbandona, con lo sguardo. Prima di scomparire alla vista dei miei salvatori, io mi sono sempre voltato. E sempre li ho trovati esattamente nel punto in cui li avevo lasciati, girati verso di me. E sempre, prima di infilare l’angolo, ho salutato i miei angeli custodi con la mano. Mi vien sempre fuori uno sguardo umido, pieno di riconoscenza, come una piccola fiammiferaia a cui qualcuno restituisca i sette fiammiferi rubati.</p>
<p>Ma i contatti più commoventi sono quelli che si instaurano quando i salvatori decidono di accompagnarti fino a destinazione. Sono i casi in cui lo smarrimento è talmente visibile sulla faccia dello smarrito da far esplodere in chiunque un irrefrenabile istinto materno. A me capita molto spesso, questa cosa. Dopo un po’ di spiegazioni cadute nel vuoto di due occhi che si perdono a metà del tragitto teorico, spesso le persone che ho fermato mi dicono Guarda, veniamo anche noi. Così mi son trovato molto spesso a girare per città più o meno sconosciute (chi non ha il senso dell’orientamento si perde anche nella propria città) facendo comitiva con gente mai vista prima. All’inizio si tende a parlare dell’orientamento, della difficoltà di spostarsi in città che ogni giorno cambiano. Poi si finisce invece a parlare d’altro, a dirsi il proprio nome, a scambiarsi i mestieri. E così improvvisamente quello spostarsi insieme verso un luogo da raggiungere si trasforma in un passeggiare ozioso, piacevole. Poi quando si arriva a destinazione qualche volta si resta ancora a chiacchierare, fermi sotto un portone o all’ingresso di un museo. Ci si dice delle cose così, come se fosse tutto molto naturale. Qualche volta prima di salutarsi ci si scambia anche i numeri di telefono, a volte ci si sente anche.</p>
<p>Ci sono infine casi in cui insieme al proprio angelo custode si vivono esperienze fondamentali, e quindi in qualche modo si rimane legati per la vita. A me è successo poco tempo fa a Parigi, dentro lo sterminato cimitero di Père Lachaise. All’ingresso del cimitero c’è una piantina, che indica con precisione dove si trovano le tombe dei personaggi famosi che vi sono seppelliti. Oltre a non avere il senso dell’orientamento, io ho poca pazienza. Per cui ho dato un’occhiata rapida alla piantina, ho visto dove si trovava all’incirca la tomba di Balzac (che era il motivo per cui mi trovavo lì) e mi sono incamminato. Dopo una cinquantina di metri ero disperatamente smarrito tra migliaia di tombe. Guardavo le lapidi come fossero cartelli stradali, e a ogni persona che incontravo chiedevo dove fosse seppellito Balzac. Guardavano sulla piantina che io mi ero rifiutato di comprare per via delle coda, e poi mi indicavano una direzione, che io seguivo per un po’ per poi riperdermi di nuovo. Quando incrociavo qualche tomba illustre, in mezzo all’esercito di morti comuni impietosamente snobbati e anche un po’ maledetti da tutti come inutili ostacoli, facevo una foto. (Ho anche fotografato l’ultima dimora di un Rossini che poi si è rivelato essere un anonimo qualunque, un’imitazione dell’originale, un tarocco, in definitiva). A furia di domandare della tomba di Balzac ho incontrato una signora, credo centenaria, minuscola, che conosceva il cimitero a menadito. Ti ci porto io, mi ha detto. E così ci siamo incamminati piano piano per le vie del Père Lachaise, in mezzo alle tombe, parlando dei morti che c’erano dentro e dei vivi che ci venivano a frotte. Poi siamo finalmente arrivati alla tomba di Balzac, e ci siamo fermati, io un metro e novanta e lei piccolina accanto a me. Mi sarebbe piaciuto indossare un cappello per potermelo togliere, in quel momento. Siamo stati zitti, insieme, a guardare il busto di Balzac, senza dirci niente. Poi mi ha guardato e mi ha detto “Era proprio un bel signore, non trova?”.</p>
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		<title>Forse si muore così</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea bajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Jul 2007 12:08:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[Un racconto di Andrea Bajani Ti hanno data per morta per cinque anni di fila, eppure io ti ho vista sempre girare per casa. Almeno una volta la settimana c’era qualcuno che diceva La nonna sta per morire, ma poi tu alla fine non morivi mai. Ti vedevo camminare in cucina, sedere in poltrona, sparire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un racconto di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>Ti hanno data per morta per cinque anni di fila, eppure io ti ho vista sempre girare per casa. Almeno una volta la settimana c’era qualcuno che diceva La nonna sta per morire, ma poi tu alla fine non morivi mai. Ti vedevo camminare in cucina, sedere in poltrona, sparire dentro la porta del bagno, accendere e spegnere la luce ogni volta che uscivi. Così avevo pensato che forse ero io che non sapevo come si muore, e che magari tu eri già morta nonostante camminassi in cucina, sparissi dentro la porta del bagno e accendessi e spegnessi la luce ogni volta che uscivi. Forse ero io che sbagliavo a darti per viva, a pensare che tra i vivi e i morti quel che cambia è l’azione. Così succedeva che ogni tanto chiedevo a qualcuno notizie di te, ti vedevo passare, aspettavo che ti allontanassi, e poi sottovoce chiedevo È già morta? Ma tutti sottovoce mi rispondevano Non ancora e poi inchinandosi verso di me aggiungevano Ma non manca poi tanto. Ma tu non morivi mai, a dispetto di tutti i pronostici, e soprattutto alla faccia di chi ti voleva già a riposare sotto le aiuole. È ostinata, avevano sempre detto tutti in famiglia ogni volta che si parlava di te. E così mi ero fatto l’idea che fosse per ostinazione, che non ti decidevi a morire. Quando non vuole fare qualcosa, dicevano, non c’è verso di fargliela fare, e tra le cose che non ti andavano a genio con ogni evidenza c’era questa di traslocare nel regno dei cieli. Io comunque per sicurezza ogni tanto chiedevo, e a domanda uguale ricevevo sempre uguale risposta. Non ancora, ma non manca poi tanto. <span id="more-4135"></span></p>
<p>Spiegarmi come si muore in ogni caso non me lo spiegava nessuno. Non c’è un modo unico per morire, mi dicevano, ognuno muore come gli pare. Il nonno, ad esempio, era morto mentre il barbiere gli faceva la barba e i capelli, issato sulla poltrona con l’asciugamano che gli copriva le spalle. Il barbiere aveva continuato a parlargli per tutta la durata del taglio, ma il nonno era uno di poche parole, e quando uno di poche parole non ti risponde non vai di certo a pensare che non ti risponde perché ha traslocato nel regno dei cieli. E invece il nonno era morto così, rasato, profumato, con ancora il segno del pettine in mezzo ai capelli. Nel giro di poche ore gli avevano tolto il lenzuolo da sopra le spalle, l’avevano messo dentro la bara, caricato su una macchina e io non ne avevo saputo più niente. Dove portano l’armadio?, avevo chiesto quando avevo visto la bara andare via dentro la macchina funebre. Lo traslocano nel regno dei cieli, mi avevi risposto. Traslocavano il nonno, quindi, e la tua casa all’improvviso diventava più vuota. Però il silenzio restava lo stesso, perché il nonno era un uomo di poche parole, sia quando era fuori di casa, sia quando era dentro. Se n’era andato via così, pettinato di fresco e chiuso dentro un armadio, e tu da quel giorno non ne avevi parlato mai più. Ti eri limitata a disporre la tua vita in un’altra maniera, come se il nonno avesse traslocato davvero, e a te fosse toccato di far sembrare piena la casa con i pochi mobili che ti aveva lasciato.</p>
<p>Da allora tutti avevano preso a darti per morta, perché senza il nonno, dicevano, tu non eri nessuno. Da quel giorno ogni volta che ti andavi a tagliare i capelli tutti si guardavano col pensiero che era venuto il momento del tuo trasloco nel regno dei cieli. Un po’ lo pensavo anch’io, a dire il vero, perché dopo la morte del nonno per me si moriva così, col lenzuolo sopra le spalle issati sul trono di qualcuno che ti taglia i capelli. Così tutte le volte che andavi dalla tua parrucchiera ti chiedevo se potevo venire, che già il nonno me l’ero perso, non volevo perdermi anche te che morivi. Ma la parrucchiera ti prendeva la testa, te la lavava, te la tagliava e tutte le volte che uscivi eri viva come quando eri entrata. Alla parrucchiera non osavo chiedere se eri ancora tra i vivi, dopo che ti aveva tolto il lenzuolo, e così mi limitavo a camminarti accanto, viva o morta che fossi. Poi ti vedevano anche gli altri, tagliata di fresco, e si vedeva che ci restavano male, che anche quella volta avevano sbagliato a fare le previsioni del tuo trasloco. Col tempo però tutti si sono dimenticati di te, nessuno più chiedeva niente a nessuno quando andavi a farti tagliare i capelli. Capitava che qualcuno dicesse Poveretta, o che qualcuno si prendesse la briga di telefonarti, o venirti a suonare per sapere se avevi bisogno di nulla. Di solito tutti usavano me, per queste incombenze, per farti sentire un po’ meno sola. Ti parlavano un po’ dal citofono, con la spalla appoggiata al portone, e poi dopo un po’ ti dicevano Bene, io vado, però adesso arriva su il tuo Lorenzo. Così mi caricavano nell’ascensore e tu mi aprivi la porta un piano più su, come mi avessi tirato su dentro un cestino calato giù dal balcone.</p>
<p>Poi all’improvviso un giorno hai smesso di tirarmi su chiuso nell’ascensore. Al citofono hai detto Ciao Lorenzo, ci sentiamo poi per telefono. Io ho guardato la mamma, che era lì con me con la spalla appoggiata al portone, ho guardato il citifono e poi ho agitato la mano in segno di saluto, come se da quei buchini tu potessi vedermi. Da quel giorno tutti hanno ripreso a darti per morta, o a dare per imminente il tuo trasloco nel regno dei cieli. Come se non bastasse tutti dicevano che al telefono sembravi una persona diversa, a qualcuno facevi addirittura paura, ti sentiva rispondere Pronto e poi buttava giù. Ogni tanto si provava con le telefonate di gruppo, ci si metteva tutti intorno a un telefono, uno faceva il numero e tutti gli altri si avvicinavano con la testa il più possibile alla cornetta. Io stavo lì sotto, abbracciato a quel mazzo di gambe, e da là non riuscivo mai a sentire che cosa succedeva dentro il telefono. Capivo che rispondevi perché le gambe a cui ero allacciato si agitavano tutte insieme, e qualcuno sopra di me diceva Ciao come va? Poi però nessuno diceva più nulla, e dopo poco rimettevano giù il telefono e si mettevano tutti seduti in salotto, due o tre su una sola poltrona, qualcuno sul divano e io che finivo sempre seduto per terra. Per un po’ si stava tutti in silenzio, finché qualcuno non diceva Ma da quand’è che ascolta la musica? Tutti si guardavano in faccia, passandosi la domanda uno per uno finché non arrivava da me, che dicevo Non lo so. Tutti insieme allora scuotevano la testa a destra e sinistra che era come dire Ci siamo, siamo vicini al trasloco nel regno dei cieli.</p>
<p>Questa cosa che ascoltavi la musica e non volevi vedere nessuno turbava gli animi di tutti quanti. A casa tua c’era sempre stato silenzio, sia quando il nonno era in vita, sia dopo che era andato a farsi tagliare i capelli per l’ultima volta. La musica che veniva fuori a tutto volume dal tuo telefono li spaventava più di qualsiasi altra cosa nel mondo. Così un giorno, dopo l’ennesima riunione in salotto, un pezzo della famiglia ha deciso di iniziare gli appostamenti e l’altro pezzo si è messo in movimento per trovarti l’armadio più consono all’imminente trasloco nel regno dei cieli. Poi la sera, quando ci si riuniva di nuovo in salotto, chi aveva fatto l’appostamento diceva che cosa aveva visto e sentito, e chi era andato a informarsi per la tua sepoltura riferiva agli altri prezzi e modalità. Così si è venuto a sapere che dalla tua casa ogni giorno verso sera usciva un signore, anziano a sufficienza da portersi dir vecchio, ma non così tanto da aver perso ogni fascino. Tutte le sere il signore usciva da lì, montava in macchina e se ne andava. Nel gruppo degli appostati c’era sempre qualcuno che stava accanto al portone, e quando il signore usciva, teneva aperta la porta e faceva entrare gli altri del gruppo. Così si saliva tutti coi piedi di velluto su per le scale e poi ci si mettava con l’orecchio incollato alla porta. E dietro la porta c’era sempre quella musica forte, che faceva guardare in faccia perplessi, e a qualcuno fare il segno della croce. Più gli appostamenti andavano avanti, più dalla porta arrivava la musica, più il signore usciva da casa, e più la sera si parlava soltanto di prezzi e modalità del tuo trasloco nel regno dei cieli. A me ormai nessuno chiedeva più niente, che non c’era più bisogno di caricarmi su un ascensore e per il resto non sapevano che farmi fare, di fronte alla tua prossima morte.</p>
<p>Poi finalmente un giorno hai chiamato che era sera tardi. Il primo che ha risposto ha spalancato gli occhi verso gli altri, gli altri hanno capito, e si sono buttati contro il telefono come giocatori di rugby. Ma tu hai detto Voglio parlare con Lorenzo, e tutti si sono allontanati delusi. Io ho detto Pronto, tu hai detto Ciao, poi hai aggiunto Devo parlarti ma vieni da solo. Così una mattina mi sono trovato sotto il tuo portone, da solo, tutti gli altri nascosti dentro le macchine coi giornali aperti davanti alla faccia. Ho suonato e dal citofono mi hai chiesto Sei solo? Io mi sono voltato, ho guardato gli altri dentro la macchina e ho detto Ma certo. Poi sono entrato nell’ascensore e tu mi hai aperto la porta un piano più su, con un sorriso che ti ingrandiva tutta la faccia. Quando mi sono trovato dentro ho trovato una casa tutta diversa, i mobili tutti spostati, e dovunque nastri colorati, tappeti. Anche tu indossavi un vestito con molti colori, e i capelli tirati su in un modo che non ti avevo mai conosciuto. Mi hai fatto sedere sul divano, e mi hai detto Senti, Lorenzo, la nonna si è innamorata di nuovo. Poi ti sei seduta accanto a me sul divano, mi hai preso la mano e non hai detto più niente. Sono rimasto accanto a te finché non è scesa la notte, gli altri che da fuori fischiavano e io che non volevo lasciarti la mano. Forse allora, mi sono detto, si muore così.</p>
<p>[ <em>Pubblicato in</em> <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8881769360/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8881769360&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Mordi &amp; Fuggi</a> <em>Manni, 2007. Ne approfitto per fare un grande in bocca al lupo all&#8217;editore Manni, che con questa antologia inaugura la collana Punto G </em> ]</p>
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		<title>Porca miseria!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea bajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Mar 2007 10:09:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bajani Chi non ha il senso dell’orientamento non riesce e mettere insieme le cose. Tende a ragionare per piccoli frammenti topografici, costruendosi delle geografie ridotte, dei piccoli spazi di manovra. È sempre alla mercé di qualcuno che, custode della visione d’insieme, si prenda carico del suo disorientamento e lo traghetti altrove, in un’altra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/03/porcamise.gif' alt='porcamise.gif' />  di <strong>Andrea Bajani</strong></p>
<p>Chi non ha il senso dell’orientamento non riesce e mettere insieme le cose. Tende a ragionare per piccoli frammenti topografici, costruendosi delle geografie ridotte, dei piccoli spazi di manovra. È sempre alla mercé di qualcuno che, custode della visione d’insieme, si prenda carico del suo disorientamento e lo traghetti altrove, in un’altra sezione topografica. Chi possiede la visione d’insieme è in una posizione di potere, nei confronti del disorientato. Mantenere il disorientato nel suo disorientamento è garanzia di predominio, di egemonia. <span id="more-3486"></span>Non a caso, il sequestratore benda il suo ostaggio per tutto il tragitto dalla zona del sequestro fino al covo in cui verrà tenuto in prigionia. Dopo di che, gli libera lo sguardo, e gli concede di costruirsi una propria ridottissima geografia, che sarà comunque troppo parziale perché l’ostaggio possa dedurne una collocazione, perché possa dire a chicchessia “Io sono qui”, e dunque essere salvato. Così, costruire micromappe del contemporaneo, suddividere il mondo in capitoli, per pagine, separare l’attualità dall’economia, la cultura dalla cronaca e dallo sport, riduce l’autonomia delle persone a poche manciate di metri, con una corda lunga quel tanto che serve a dare l’impressione di potersi muovere. </p>
<p>Così capita che si è grati a chi tenta di costruire delle mappe complessive, con gli scampoli topografici che si ritrova tra le mani. È il caso del documentario “<a href="http://www.docume.org/page/schedafilm.asp?id=141">Porca miseria</a>”, firmato dal regista torinese <a href="http://www.docume.org/page/schedautore.asp?id=19">Armando Ceste</a> e pubblicato in questi giorni dalle edizioni Ega. La mappa delle miseria diventa un cortocircuito di discorsi tenuti troppo spesso separati, costruito forzando la suddivisione per pagine. Così le riprese macchina a spalla nei dormitori pubblici di Torino, fanno da controcanto all’incursione situazionista fatta insieme ai devoti di San Precario nei locali del call center dell’892424, ai cantieri faraonici delle Olimpiadi di Torino 2006, ai cancelli della Fiat coi cassintegrati in corteo, al teatro Regio di Torino con le coriste in sciopero ai tempi dei tagli del Fondo Unico per lo Spettacolo. Così i senza tetto scomparsi dai marciapiedi del centro della capitale sabauda durante i Giochi olimpici sono l’altra faccia del trionfalistico sventolare la bandiera a cinque cerchi da parte del sindaco di Torino. Allo stesso modo la carnevalata provocatoria del “minestrone precario” non è che un altro modo per dire quel che dice un operaio di fronte alla macchina da presa: “Facciamo come l’Argentina, andiamo a occupare i grandi magazzini”. E i 500 euro al mese di Rodolfo, l’ex dipendente Fiat in cassa integrazione dal 2000 (“In sei anni avrò lavorato quattro o cinque mesi”), stanno insieme ai 500 euro degli operatori del call center delle Pagine Gialle, e ai 500 euro di pensione dell’anziano signore pizzicato a rubare mandarini al supermercato e poi umiliato dalla sorveglianza. </p>
<p>Con la macchina in spalla Armando Ceste monta una disarmante, lapalissiana messa in scena della contraddizione. Forza dall’interno, con il montaggio, i meccanismi della comunicazione, che vorrebbero nuclei di senso coerenti in se stessi, persuasivi ed evidenti. Mette le une accanto alle altre le evidenze, ma è proprio in quel faccia a faccia, che le evidenze tradiscono le gambe corte che le sorreggono. “Il futuro si realizza”, urla lo slogan olimpico che Ceste cattura in una ripresa silenziosa in alta montagna, in cui si percepisce solo il rumore del vento e quella rivendicazione quasi ottusa a guardare soltanto avanti. È proprio in quella coazione a declinare tutto al futuro, che sta acquattato il germe della contraddizione. Come se realizzare il futuro equivalesse a “salvare le modifiche”, come chiede ossessivamente il computer prima di archiviare un discorso in memoria, eliminando con un clic ogni presenza del passato, cancellando i muri vecchi con lo stucco e la vernice. Come se il futuro non potesse realizzarsi se non dopo avere messo il passato nel cestino, e averlo poi dimenticato. Perché a guardare tutti avanti, a correre pavlovianamente incontro alla campanella del futuro, si finisce per non accorgersi degli altri che corrono di fianco. </p>
<p>Di qui la sensazione di solitudine che Ceste documenta drammaticamente, l’evidente perdita del “noi”, del senso della collettività: ciascuno a gestire il proprio allarme personale, ciascuno a disinnescare l’ordigno che si è trovato tra le mani. È il montaggio delle parti, che dà il senso della contraddizione, la giustapposizione delle manifestazioni dei metalmeccanici, quella dei lavoratori delle nuove generazioni, e quella dei lavoratori dello spettacolo. Messe insieme, disegnate su un unico foglio fanno una grande mappa, che è la mappa di quella che Ceste chiama miseria, ma che altro non è che un’unica dilagante precarietà, un senso di insicurezza che travalica le generazioni. Che ha bisogno dell’imperativo euforico del futuro, per essere tollerata, e ha bisogno dell’oblio del passato, dell’istigazione a una solitudine all’ultimo sangue, per poter essere impartita. “Porca miseria” è allora un antidoto alla tendenza virale alla parcellizzazione dei discorsi, a isolare le parti dal tutto. Perché poi a metterle insieme, quelle parti, vien fuori un tutto diverso, molto meno rassicurante. Vien fuori quell’ “incubo della retrocessione” di cui parla Erri De Luca in un’intervista contenuta nel documentario, che si sta diffondendo come un virus a tutti gli strati della società, a dispetto della retorica ipocrita del “va tutto bene”. E a vederlo, “Porca miseria”, viene in mente il “Furore” di Steinbeck, sullo sfondo di una società che ha promesso di realizzare l’irrealizzabile, di dar corpo ai sogni. Vengono in mente quella paura, quell’incertezza, quelle facce in fuga: gli scarti del nuovo ordine mondiale. </p>
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