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	<title>dario voltolini &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Arteallarte 2004</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Sep 2004 21:40:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Volpato]]></category>
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					<description><![CDATA[di Elena Volpato Anche quest’anno a riaprire le danze delle esposizioni autunnali d’arte contemporanea è stata Arteallarte, una manifestazione giunta alla sua nona edizione, che chiede di volta in volta a nuovi curatori e nuovi artisti di misurarsi con i luoghi canonici della bellezza artistica. Le opere vengono infatti pensate come interventi site-specific in cittadine [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elena Volpato</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/chiostrosanfrancesco.jpg" alt="chiostrosanfrancesco.jpg" align="left" border="0" height="270" hspace="4" vspace="2" width="200" />Anche quest’anno a riaprire le danze delle esposizioni autunnali d’arte contemporanea è stata Arteallarte, una manifestazione giunta alla sua nona edizione, che chiede di volta in volta a nuovi curatori e nuovi artisti di misurarsi con i luoghi canonici della bellezza artistica. Le opere vengono infatti pensate come interventi site-specific in cittadine e spazi storici della Toscana.</p>
<p>Quest’anno tra i curatori spiccava la presenza di Achille Bonito Oliva a cui si deve riconoscere la capacità di sollevare con la propria presenza scenica una manifestazione sottotono per qualità delle opere. Visto il dispendio di energie che la manifestazione richiede al visitatore, invitato a spostarsi da Siena a Montalcino, da San Giminiano a Poggibonsi, da Colle Val d’Elsa a Buonconvento, bisognerà avere l’onestà di dire che i lavori esposti non sono certo esaltanti, e se lo scopo iniziale della meritoria manifestazione prevedeva anche di proporre un dignitoso livello di dialogo tra la bellezza antica e l’arte contemporanea, allora le scelte di quest’anno rischiano di rivelarsi a doppio taglio. Forse solo due opere valgono il viaggio: l’istallazione di Per Barckley nella Chiesa di San Francesco a Montalcino e il lavoro di Massimo Bartolini a San Giminiano.<br />
<span id="more-586"></span><br />
La prima opera possiede una forza visiva inconsueta: un grosso tubo di plastica trasparente si snoda nell’intero spazio della chiesa abbandonata attorcigliandosi su se stesso e ridisegnando archi architettonici ormai distrutti dal tempo. Il moto statico delle spire del tubo su moltiplica per il movimento costante di un liquido rosso al suo interno che sembra accelerare e decelerare con il variare del percorso curvilineo. La forza dell’impatto visivo però viene smorzata dalla spiegazione del progetto: il liquido rosso, ahimè, è proprio vino, non è nulla di meno banale di quel sangue e quel vino che uniscono la fama di Montalcino alla ritualità cattolica del luogo in cui l’opera è ospitata; e non può che scapparci una smorfia quando vicino all’altare scopriamo che l’innesto del circolo etilico è stato collocato dall’artista in una sorta di fonte battesimale che ha la spudorata forma di una botte. E allora dell’effetto visivo non sappiamo quasi più che farcene, perché da solo, e sarà bene che gli artisti che si vorrebbero più concettuali dell’attuale generazione se lo mettano bene in testa, non basta. Si salva poi l’opera di Bartolini, una piscina con all’interno delle onde artificiali che smuovono un’acqua  sporca da alluvione in cui è immerso un povero albero superstite.</p>
<p>L’opera prosegue un filone di ricerca che ha visto opere molto simili dell’artista installate all’estero e in Italia nell’ambito di un continuo sondaggio della percezione e dispercezione dei piani dello spazio. A pavimenti sollevati, si sono alternate finestre distese al suolo, pavimenti posti su materassi. Ma il pubblico di San Giminiano non ha compreso l’opera e il pubblico specialistico era sorpreso di vedere la medesima opera in un’ulteriore versione con però  l’aggiunta di questo doloroso riferimento all’attualità delle alluvioni. Basterà?</p>
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		<title>Lavori in corso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Sep 2004 00:16:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dario voltolini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Dario Voltolini Un&#8217;immagine. Io ho un&#8217;immagine che ritorna ciclicamente, ogni volta leggermente modificata e da qualche tempo con maggiore frequenza. So, da qualche anno, che questa immagine andrà a finire in un romanzo che sto scrivendo: infine arriverà a galleggiare in superficie, vale a dire che diventerà un brano di scrittura. Per ora non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dario Voltolini</strong></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/abisso.jpg" alt="abisso.jpg" align="left" border="0" height="252" hspace="4" vspace="2" width="200" /> <em>Un&#8217;immagine.</em></p>
<p>Io ho un&#8217;immagine che ritorna ciclicamente, ogni volta leggermente modificata e da qualche tempo con maggiore frequenza.</p>
<p>So, da qualche anno, che questa immagine andrà a finire in un romanzo che sto scrivendo: infine arriverà a galleggiare in superficie, vale a dire che diventerà un brano di scrittura. Per ora non lo è. E non lo sarà nemmeno dopo che l&#8217;avrò prefigurata, qui, scrivendone ora.</p>
<p>È l&#8217;immagine di un lastricato di pietre larghe, piuttosto ampio, che viene sommerso dalle onde del mare. Le onde corrono veloci sulle pietre (ora sembra trattarsi di una piazza) facendo quel movimento a falce prima di rifluire. La quantità di mare aumenta e aumentando ribolle, la schiuma cresce e invade tutto. Tutto cosa? Per ora direi: il quadro in cui la scena si svolge.</p>
<p>L&#8217;immagine a questo punto è già diventata dinamica. C&#8217;è una scena, c&#8217;è un movimento, cambiamenti. Si è già sviluppata in una sua larvale dimensione temporale. Lo ha fatto ora, che ne sto scrivendo. Quando va e viene nei suoi ciclici ritorni, l&#8217;immagine non ha questo sviluppo temporale: l&#8217;ordine l&#8217;ho stabilito adesso, qui.</p>
<p>Proseguo. La schiuma ha in sé una violenza, non è una soffice copertura, tutt&#8217;altro. La visibilità stessa dell&#8217;immagine viene distrutta. Nel caos totale della schiuma le forme dell&#8217;onda e del selciato sono scomparse. Altre forme si presentano, ma sono geometriche, astratte: bolle, turbini, spostamenti, porosità. Dentro la schiuma che ribolle.</p>
<p>Questi sono gli elementi dell&#8217;immagine più stabili, quelli che permanentemente tornano quando mi si presenta.<br />
<span id="more-585"></span><br />
Questo nucleo va però ibridandosi con sempre maggior frequenza (e chiarezza da parte mia) con un&#8217;immagine che forse ha un&#8217;origine diversa, forse identica, forse entrambe le cose (spesso pensiamo all&#8217;origine come a un tronco da cui si diramano i rami: in questo senso l&#8217;origine è singolare, le sue &#8220;conseguenze&#8221; plurali; ma l&#8217;origine può invece essere pensata come le radici, e il tronco come &#8220;conseguenza&#8221;: in questo caso le origini sono plurali, la conseguenza singolare). Una finestra spalancata da cui si vede un sagrato. Il sagrato è quel lastricato, è quella piazza. La finestra, che talvolta si presenta come bifora, talaltra no, è <em>quindi </em>la finestra di una chiesa. Il sagrato è visto dall&#8217;interno della chiesa, attraverso l&#8217;apertura della finestra. Il sagrato, spazzato ancora dalle onde, è nella luce, l&#8217;interno della chiesa è buio.</p>
<p>Da qui in poi l&#8217;immagine si sfalda, e io non so come <em>continua</em>. Lo saprò quando la scriverò. Lo deciderò quando la scriverò. &#8220;Lo saprò&#8221; significa che avrò preso atto della sua strutturazione ulteriore e ne terrò conto, passivamente, nella scrittura (l&#8217;immagine mi costringerà a scrivere certe cose). &#8220;Lo deciderò&#8221; significa che nell&#8217;atto libero della scrittura inventerò le frasi in cui questa immagine diventerà leggibile (io la costringerò a essere scritta). Sì, è una lotta.</p>
<p>Ho sottolineato la parola &#8220;quindi&#8221; perché è importante vedere che l&#8217;immagine, dopo essersi presentata già disposta nel tempo, reca in sé alcuni basilari dispositivi logici. La chiesa non si presenta, nell&#8217;immagine, come immagine fra le altre (il sagrato, le onde). Si presenta come dedotta dal fatto che il sagrato è un sagrato. E che il sagrato sia un sagrato significa solo che si presenta nell&#8217;immagine come tale (come già interpretato). Il lastricato, la piazza, il sagrato: non si tratta di immagini diverse, ma di interpretazioni diverse, che arrivano insieme alle immagini. Già, si può dire, incorporate.</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/trani.jpg" alt="trani.jpg" border="0" height="100" width="600" /></p>
<p>Molti anni fa, a Trani, ero rimasto colpito (e chi non lo è?) dalla Cattedrale in riva al mare. Una cattedrale al varo, ecco cos&#8217;è. La Cattedrale di Trani è archeologicamente presente nell&#8217;immagine che torna e ritorna e finirà per cadere nella rete delle parole (tenderà quella rete, se ne avrà la forza; o, se la rete sarà in certi nodi debole, la smaglierà). Ma la dinamica della Cattedrale di Trani è quella di un corpo in tensione verso il mare. Sta per staccarsi da terra (il varo) e prendere il largo (in una luce persino dolorosa, con spostamenti di masse, con invincibilità). Invece la dinamica contraria, quella del mare che sale e si espande a coprire le lastre di pietra e infine tutto, assai probabilmente ha alle spalle, archeologicamente, Piazza dell&#8217;Unità d&#8217;Italia, a Trieste. Quello è il luogo da cui temo e spero che arrivi il mare a coprire tutto, con terrore e meravigliosa gloria.</p>
<p>Ho capito solo molto recentemente, e con notevole sorpresa, che la mutua ibridazione di questi luoghi, del loro ricordo, del timore e del desiderio, della schiuma e <em>soprattutto </em>della finestra, è conculcata nell&#8217;immagine da un ulteriore elemento di cui avevo perso ogni traccia e che probabilmente non avrei mai recuperato se non avessi per caso letto durante la scorsa estate un articolo su un giornale.</p>
<p>La scrittrice inglese Antonia Susan Byatt interveniva a proposito dei libri di Joanne Kathleen Rowling, infinitamente fortunati presso il pubblico, e del suo personaggio: Harry Potter (curioso, anche la protagonista della grande tetralogia scritta da Antonia Byatt si chiama Potter: Frederica Potter). Il suo articolo si concludeva con una citazione da Keats: &#8220;&#8230;magiche finestre aperte sulle schiume / Di mari pericolosi in incantate terre deserte.&#8221; (&#8220;&#8230;<em>magic casements, opening on the foam/Of perilous seas, in faery lands forlorn</em>&#8220;).<br />
<img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/thumy2l.gif" alt="thumy2l.gif" border="0" height="45" width="51" /><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/thumy2r.gif" alt="thumy2r.gif" border="0" height="45" width="51" />Dell&#8217;<em>Ode a un Usignolo</em>, letta molti anni fa, io ero certo di ricordarmi solo quattro parole, e solamente in virtù del fatto che Francis Scott Fitzgerald le avesse scelte come titolo: &#8220;Tender is the night&#8221;.</p>
<p>Invece in qualche luogo lavoravano da anni quelle altre parole, che avevo letto e completamente dimenticato. Ora lo so (l&#8217;ho <em>scoperto</em>), grazie alla lettura casuale di un giornale. Ho scoperto per caso una cosa che riguarda me. Una cosa <em>di me</em>.</p>
<p><em>Sospetto e conseguenze.</em></p>
<p>Ho il fondato sospetto che, se non avessi letto l&#8217;articolo di Antonia Byatt, non avrei scoperto che c&#8217;era Keats al lavoro nel luogo dove si formano le immagini. Magari l&#8217;avrei scoperto per altre vie, chissà quando. Ma è altrettanto probabile che non l&#8217;avrei scoperto mai. L&#8217;importanza di questa constatazione sarebbe minima, se non fosse per le automatiche conseguenze – o almeno associazioni &#8211; che comporta. La prima: io non sono in grado di stabilire se ci siano altri elementi in gioco che determinano la costruzione di quell&#8217;immagine. Potrei scoprirne altri casualmente, come è successo per Keats. Potrei non scoprirne altri, ma in questo caso non potrei concludere che non ce ne sono, ma semplicemente che non ne ho consapevolezza. La seconda: se ce ne sono, quanti ce ne sono? Un piccolo numero? Un grande numero? Infiniti? In quest&#8217;ultimo caso, sarebbe per me <em>impossibile </em>venirne a conoscenza, nemmeno contando su una serie fittissima di casi fortunati. La terza: molti elementi sono importanti nella formazione di un&#8217;immagine, e altri sono accessori. Alcuni operano come principi ordinatori, altri come materiale da organizzare. E io non conosco né tutti i primi, né tutti i secondi, e magari esistono altre gerarchie funzionali, oltre all&#8217;ordinatore e all&#8217;ordinato, che io non conosco. La quarta: ciascun elemento di cui vengo a conoscenza è collegato in qualche modo con altri elementi, di cui sono a conoscenza oppure no, quindi non posso sapere se tutti gli elementi sono collegati fra loro oppure no; nel caso lo fossero, non potrei che ipotizzarlo. La quinta: c&#8217;è un luogo di me, in cui le immagini si formano, che non conosco se non parzialmente – e di cui mi sfuggono necessariamente molte coordinate. La sesta: questo luogo ha a che fare con il tempo, perché ne escono delle immagini fluendo e modificandosi continuamente. La settima: questo luogo ha a che fare con il corpo, perché gli elementi che ne emergono sono perlopiù connessi (come minimo) con il piacere, con il dolore, con una mescolanza dei due. L&#8217;ottava: quindi questo luogo è presente in ciascuno di noi, e negli altri animali, non si sa fino a quale (o a partire da quale) livello di complessità somatica, dal momento che non si tratta della <em>coscienza</em>. La nona: ho notizie di questi luoghi presenti in altri, perché me li comunicano. La decima: siccome ci sono forme di comunicazione che durano a lungo nel tempo, ho notizie anche di questi luoghi presenti in altri che non ci sono più, perché la loro comunicazione dura ancora – per esempio ne ho notizia da Keats; per esempio ne ho notizia da chi ha immaginato la cattedrale di Trani, da chi l&#8217;ha disegnata, da chi l&#8217;ha costruita, in una lunga catena complessa di persone presenti a vario titolo (perché magari l&#8217;assenza di un particolare anche minimo nella struttura della cattedrale avrebbe fatto in modo che non mi colpisse così, e ora non sarei qui a parlarne). E così via.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/romaconcerto0102.JPG" alt="romaconcerto0102.JPG" align="left" border="0" height="96" hspace="4" vspace="2" width="128" /> <em>La metafora del mare.</em></p>
<p>Un giorno ho visto quella che in origine era una sfera di ferro. Era tutta ammaccata, come in seguito a molti urti casuali. L&#8217;aveva ridotta così la semplice pressione dell&#8217;acqua: l&#8217;avevano inabissata nell&#8217;oceano, giù dove non c&#8217;è luce esterna. Quando l&#8217;avevano ripescata, era così.</p>
<p>Senza pretendere di dare definizioni, ma semplicemente volendo suggerire una relazione: l&#8217;immagine che si presenta a noi, e che arriva accanto a quella superficie che ne consente la &#8220;cattura&#8221; &#8211; per esempio nella scrittura – è il risultato di un lavoro fatto su un materiale, come la sfera ammaccata è il risultato dell&#8217;oceano sulla sfera liscia.</p>
<p>Il lavoro può essere di varia natura, e soprattutto di varia intensità. Può essere anche formidabilmente violento, può essere lieve ma infinitamente insistente. Il materiale può essere ogni cosa. Quando viene a galla, noi indoviniamo all&#8217;incirca cosa è successo là in fondo. Ipotizziamo indirettamente quale tipo di forza ha operato e in quale modo e misura. Quello che possediamo è un oggetto trasformato.</p>
<p>A me sembra che ciò che in prima approssimazione intendiamo quando diciamo &#8220;io&#8221;, sia una cosa, o meglio un ambiente, simile al mare di questa metafora. Tutta la nostra esperienza è simile a quella sfera. Ciò che riusciamo a pescare – per esempio con la scrittura – è simile all&#8217;oggetto ammaccato che emerge.</p>
<p>In questa metafora non c&#8217;è altro che &#8220;io&#8221;, mi si potrebbe contestare. Il mare è l&#8217;io, gli oggetti sono l&#8217;esperienza dell&#8217;io, i relitti affioranti sono il risultato del lavoro dell&#8217;io sulle proprie esperienze, la scrittura è scrittura dell&#8217;io su questi relitti affioranti. Non c&#8217;è altro.</p>
<p>Invece c&#8217;è altro, e cioè il linguaggio. È nella sua natura unicamente sociale che si inscrive l&#8217;opportunità di afferrare qualcosa da quel moto ondoso, da quella congerie di cose che affiorano e sprofondano, che si dislocano, si incrostano, si sciolgono. Nella sua scrivibilità troviamo la possibilità di esporre i risultati agli altri, e a noi stessi.</p>
<p>Lo spazio dell&#8217;io e quello del linguaggio non sono lo stesso spazio. Come dicevo, è una lotta.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/nataleparigi20020010.JPG" alt="nataleparigi20020010.JPG" align="left" border="0" height="96" hspace="4" vspace="2" width="128" /> <em>La metafora del cielo</em>.</p>
<p>Se è vero che la materia organica (per esempio noi) è stata prodotta nelle combustioni stellari, non è poi così strano che alle profondità del cielo noi abbiamo dedicato tanta attenzione, producendo miti, religioni, cosmogonie, cosmologie, soprattutto nostalgie. D&#8217;altra parte non c&#8217;è nulla, per noi, di così <em>lontano </em>come il cielo. E se la nostalgia è desiderio del ritorno, la lontananza fra noi e la nostra origine è tale che non possiamo realmente farci una ragione del nostro essere qui, e nemmeno un&#8217;idea di come si possa tornare là. L&#8217;infinita lontananza del cielo è forse l&#8217;immagine meno inadeguata di quell&#8217;alterità, per definizione inattingibile, verso la quale (e dalla quale), nonostante ogni passo valga zero in termini di avvicinamento (e quindi di allontanamento), ci sentiamo contemporaneamente attratti e respinti. La metafora per questa tensione è quella magnetica: noi, come l&#8217;ago, abbiamo un estremo che propende e un altro che rifugge, in questo modo troviamo la nostra posizione lungo la linea del campo magnetico.</p>
<p>Di cosa sto parlando? È difficile dirlo, perché non è una &#8220;cosa&#8221; e perché quindi non se ne può parlare. Fittiziamente la chiamo &#8220;alterità&#8221;, ma è come se oltre al suono questa parola non avesse molto altro. In particolare, non ha una cosa che ne sia il <em>significato</em>.<br />
Philippe Forest, nel suo <em>Le roman, le je</em>, usa l&#8217;espressione &#8220;<em>impossible réel</em>&#8221; per riferirsi a qualcosa che a me sembra simile a ciò che vorrei esprimere con &#8220;alterità&#8221;.</p>
<p><em>Alterità. </em></p>
<p>Essere orientati, disposti cioè lungo una linea di un campo magnetico, o nella direzione di un astro, o cose simili, non è uno stato o una condizione: è un lavoro perennemente in corso.</p>
<p>Ciascuno di noi è perennemente dedito a questo lavoro. Il richiamo e il rigetto dell&#8217;alterità riguardano tutti. In questo senso sì che è una condizione: la condizione umana. Voglio dire che non è una cosa da artisti, da scrittori, da filosofi, da scienziati, da religiosi, da mistici.</p>
<p>Ma scrivere è un modo molto particolare di orientarsi su questa linea di richiamo e rigetto. È usare un dispositivo collettivo per tagliare la strada ai processi che si sviluppano in me (te, lui, lei), ed è contemporaneamente un modo per esporre a tutti la sezione che ne risulta. La chiamo sezione parandomi dietro la geometria, ma ferita, ustione, strappo, taglio sono forse termini più adeguati. Poiché è una lotta.</p>
<p>Io penso che sia fondamentale il fatto che scrivendo si usi un dispositivo collettivo, anzi il dispositivo collettivo per eccellenza, vale a dire il linguaggio. Non si tratta di un fatto come un altro. Il linguaggio è unicamente sociale nel senso che solo nell&#8217;esistenza di &#8220;simili a me&#8221; esiste. I miei simili, i miei prossimi: parole che andrebbero valutate sullo sfondo e in contrasto con quell&#8217;alterità, quella lontananza.</p>
<p><em>Sotto gli occhi. La metafora del viaggiatore.</em></p>
<p>Uno di noi è partito. Dopo lunghi anni ritorna. Ci racconta cosa ha visto. Dove è stato. Cosa ha fatto. Questo è un modello abbastanza valido, credo, per ciò che intendiamo come racconto. Uno dei tanti modelli, certo. Ma di sicuro un modello importante. Valido, in quando modello geografico, anche per viaggi che non siano meramente geografici. Il narratore ritorna dal passato, dal futuro, dal coma, dal regno dei morti, dal sogno, dallo spazio, dal centro della Terra, dal paradiso, dalla caccia, dalla guerra, dalla pazzia, dall&#8217;amore, dall&#8217;altra stanza. Il narratore ritorna nella comunità in cui ha appreso il linguaggio e lo usa per comunicare agli altri ciò di cui lui solo ha fatto esperienza. Da questo punto di vista il narratore è andato verso un&#8217;alterità per estendere la rete del linguaggio su una parte di quell&#8217;alterità, facendone esperienza personale e riducendola a esposizione collettiva, una volta ritornato.</p>
<p>Ma qui vorrei dire due cose sul quadretto che viene dipinto in questo modello. La prima è che anche al narratore verranno raccontate le cose che sono accadute lì, nella sua comunità, mentre lui non c&#8217;era. Alla fine tutti sapranno le stesse cose, anche se non tutti avranno fatto le medesime esperienze. Si metteranno in pari. Si orienteranno come comunità, con maggiore precisione, magari. La seconda è che questa storiella-modello si fonda sulla possibilità che al parlante è data, dal linguaggio, <em>di mentire</em>.</p>
<p>Se infatti tutta la nostra competenza linguistica e narrativa risultasse unicamente dall&#8217;apprendimento di proposizioni corrispondenti solo a ciò che abbiamo sotto gli occhi mentre impariamo a parlare, allora il nostro viaggiatore, al suo ritorno, non direbbe nulla. Se al contrario noi fossimo solo in grado di enunciare proposizioni vere, il nostro viaggiatore potrebbe risparmiarsi la fatica del viaggio, e mettersi in un angolo a parlare indefinitamente: tra le cose che direbbe sarebbe compreso anche il racconto delle terre che avrebbe visitato, se ci fosse andato.</p>
<p>Terrorizzati e affascinati dai territori sconosciuti dell&#8217;alterità, mandiamo in giro il nostro viaggiatore affinché faccia esperienza e ci racconti. Non lo mandiamo in giro unicamente perché faccia esperienza. E neppure unicamente perché ci racconti.</p>
<p>Va da sé che di gente che fa ogni tipo di esperienza senza raccontarci nulla è giustamente pieno il mondo. E anche di gente che racconta, senza fare alcuna esperienza. Noi però – in relazione al nostro stesso orientarci magneticamente rispetto all&#8217;alterità che ci affascina e terrorizza – vogliamo mandare in giro uno che faccia entrambe le cose. Anzi, che ci racconti <em>quella </em>esperienza.</p>
<p>La sua.</p>
<p><em>Sotto gli occhi. Il racconto perenne.</em></p>
<p>Quando qualcuno ci racconta qualcosa che ci &#8220;sta sotto gli occhi&#8221;, riusciamo a prestargli attenzione solo se con il suo racconto ci fa vedere aspetti nuovi o nascosti di ciò che già possiamo osservare per conto nostro. Ma se questo racconto si espande infinitamente, diventa quotidiano, non ha mai momenti di assenza e finisce per sostituirsi a ciò che abbiamo sotto gli occhi, perché occupa l&#8217;intero nostro campo visivo, allora siamo di fronte a un problema nuovo. Chi mandiamo in esplorazione, e dove, se non c&#8217;è altro che non sia già sotto i nostri occhi?</p>
<p>Forest ha una bella espressione per chiamare questa scena che abbiamo di fronte: &#8220;<em>un trompe-l&#8217;oeil aux dimensions du monde</em>&#8220;. A questo racconto perenne (a questa neoideologia dell&#8217;informazione totale in tempo reale) contribuisce anche la scrittura ed è inutile illuderci che <em>per il semplice fatto di essere scrittura</em>, possa tirarsene fuori.</p>
<p>Va anche detto che non è ripristinando qualche mito dell&#8217;autenticità che si riesce a fuggire (e meno ancora a scalfire, a sabotare) il racconto perenne. Infatti è <em>insieme </em>alla possibilità di mentire che il linguaggio dà, al parlante, la possibilità di <em>dire il vero</em>.</p>
<p>Forest chiama &#8220;romanzo dell&#8217;io&#8221; la scrittura che porta alla comunicazione l&#8217;esperienza, nello spazio del linguaggio che è l&#8217;unico in cui possa essere ascoltato, dall&#8217;io, il richiamo dell&#8217;<em>impossible réel</em>. La via aperta allo scrittore è forse ormai stretta, ma l&#8217;apertura che gli si para di fronte è in realtà straordinaria. Riaprire e non chiudere, fare e non rifare, avanzare e non ripiegare: per quanto poca e contraria sia la doxa in merito, è sentire comune presso molti scrittori che questa sia la nostra situazione oggi.</p>
<p>Ma il &#8220;romanzo dell&#8217;io&#8221; in che senso è <em>dell</em>&#8216;io?</p>
<p><em>Nel senso che appartiene all&#8217;io.</em></p>
<p>Certo la demolizione dell&#8217;Autore non ha lasciato le cose come stavano. Ma nemmeno ha abolito questa figura strana: di colui che firma, che scrive il libro. La demolizione dell&#8217;Autore è stata condotta da diverse ideologie. L&#8217;odio comunista per l&#8217;individuo non va dimenticato. L&#8217;avvento sulla scena dell&#8217;inconscio dovuto alla psicanalisi non va dimenticato. Quello, poi, della psi<em>lacan</em>isi men che meno. L&#8217;autostabilitasi priorità dell&#8217;ultima parola (del critico) sulla prima (dell&#8217;autore) rispetto ai testi non va dimenticata. La dimensione orizzontale e numerica della visione sociologica non va dimenticata. L&#8217;invenzione editoriale e metafisica del pubblico della letteratura non va dimenticata. Che bella compagnia teorica!</p>
<p>Ma il fatto è che l&#8217;autore non è mica necessariamente interessato a essere Autore. Tutta la violenza (e l&#8217;accondiscendenza teorica) del Novecento, alla fine ha cercato di abbattere una maiuscola.</p>
<p>Ma a nessuno ormai importava più, e da un pezzo, di quella maiuscola. A nessun autore. Il fatto è che i lavori in corso di cui il linguaggio – sezionandone il flusso &#8211;  dà notizia e comunicazione agli altri, avvengono nello spazio dell&#8217;esperienza del singolo individuo. Essere un singolo individuo è una cosa dolorosa. Qualcuno avrà anche creduto di alleviarne il peso mettendo una maiuscola, ma era un&#8217;illusione. Così tutta la violenza teorica del Novecento alla fine ha cercato di abbattere un&#8217;illusione.</p>
<p>Dunque il romanzo dell&#8217;io (che preferisco scrivere minuscolo a differenza di molti Teorici) appartiene all&#8217;io, nel senso che ha un autore. Ma questo fatto non è così importante.</p>
<p><em>Nel senso che racconta l&#8217;io.</em></p>
<p>In questa accezione del genitivo le cose cambiano un po&#8217;. Il tema del romanzo dell&#8217;io è dunque l&#8217;io? Si stabilisce che un romanzo è romanzo dell&#8217;io perché parla di un io? Perché un io si racconta?</p>
<p>Può darsi. Questo caso non è da escludersi. Ma vale come caso particolare. Forest ha ragione quando mette in sequenza l&#8217;autobiografia, l&#8217;<em>autofiction </em>e il romanzo dell&#8217;io. A distinguere la seconda dalla prima è la caduta di certi equivoci relativi a questioni di poetica realista.</p>
<p>Ma quella veramente importante è la differenza fra il terzo e le prime due. Il romanzo dell&#8217;io non è la fase più matura dello sviluppo che, partendo dall&#8217;autobiografia, si è poi emancipato nell&#8217;<em>autofiction</em>. Il romanzo dell&#8217;io, in quanto categoria critica, permette di valutare come appartenenti allo stesso piano opere molto differenti fra loro e soprattutto svincolate da una cronologia: se in sede teorica ragionare di autobiografia prima, di <em>autofiction </em>poi e infine di romanzo dell&#8217;io ha senso, in sede &#8220;creativa&#8221; la questione si pone in altri termini (come Forest, in qualità di autore di romanzi, ovviamente sa). La categoria &#8220;romanzo dell&#8217;io&#8221; getta luce su un insieme di opere altrimenti non equiparabili. Possono cadere nel suo ambito certe autobiografie e certe no, certe opere di <em>autofiction </em>e certe no, per esempio. E soprattutto possono cadervi opere che non hanno niente a che vedere né con l&#8217;autobiografia, né con l&#8217;<em>autofiction</em>. Opere in cui cosa sarà mai l&#8217;io?</p>
<p><em>Nel senso che è scritto alla prima persona singolare.</em></p>
<p>I più importanti &#8220;romanzi dell&#8217;io&#8221; non sono affatto scritti necessariamente alla prima persona singolare. Nelle loro pagine non si trova un narratore che dica &#8220;io&#8221; e che mantenga rapporti complessi ma descrivibili con l&#8217;autore. La questione della persona grammaticale è completamente sganciata da ciò che fa, di un dato romanzo, un romanzo dell&#8217;io. Non solo nel senso che un narratore può dire &#8220;egli&#8221; intendendo ogni volta &#8220;io&#8221;, non è così semplice. Il fatto è che la categoria &#8220;romanzo dell&#8217;io&#8221; seleziona opere scritte da autori che intendono la scrittura in un certo modo. Il romanzo dell&#8217;io è tale per la sua qualità, per la sua non integrabilità nell&#8217;orizzonte medio letterario, per il rapporto che il suo autore ha con la propria esperienza, per la normatività che l&#8217;appello dell&#8217;<em>impossible réel </em>impone all&#8217;attività dello scrittore, alla sua scrittura.</p>
<p>Se nel passaggio dall&#8217;autobiografia all&#8217;<em>autofiction </em>c&#8217;è uno slittamento su di un medesimo piano, la categoria &#8220;romanzo dell&#8217;io&#8221; pone tutta la questione su un <em>altro piano</em>.</p>
<p>Un piano che non è più solamente letterario.</p>
<p><em>Scendere a patti.</em></p>
<p>Il cosiddetto patto con il lettore fa sì che se io uso la parola &#8220;io&#8221; nel mio romanzo, si concorda che ciò che dirò appartiene ai fatti della mia vita. Il lettore accetta questo postulato, stipula un patto con me, e io con lui.</p>
<p>Ma un&#8217;opera che sia la comunicazione tramite mezzo condiviso socialmente dell&#8217;esito di una lotta fra il linguaggio e i flussi di modificazione di tutto ciò che può essere esperienza a cui l&#8217;unità psicofisica dello scrittore offre l&#8217;ambiente di sviluppo e disgregazione orientata in questo lavoro da un sentimento della profonda alterità che resta per noi inattingibile e tuttavia normativa in un senso assai complesso, bene, un&#8217;opera che tenda a essere questo (accettando un rischio di fallimento molto maggiore rispetto alla letteratura di consumo), che patto vogliamo che stipuli con un lettore? Un patto grammaticale? Io dico &#8220;io&#8221; e tu fingi che si parli realmente di me? Oppure io dico &#8220;io&#8221; ma tu sei scaltrito e sai che posso inventare delle cose, o più sottilmente tacerne altre? Che giochini sono mai questi? Se dev&#8217;esserci un patto, allora sia questo: tu scrittore vai nei territori dell&#8217;alterità mandato da me lettore e da altri come me, poi, se sei in grado di farlo, torni e ci racconti cosa hai visto: questo è l&#8217;unico vincolo, per il resto sei completamente, crudamente, orribilmente libero.</p>
<p>C&#8217;è un solo patto fra chi scrive e chi legge: che nessuno dei due scenda a patti con l&#8217;altro. Il resto è analisi positiva di laboratorio.</p>
<p><em>Io.</em></p>
<p>Io scriverò quella scena in cui prenderà forma l&#8217;immagine del sagrato e del mare e così via. Io vorrò, scrivendola, esporre a chi condivide la mia lingua una specie di relitto, tutto ammaccato, scassato, ricompattato, fatto di cose che ciascuno conosce, ma che tutte insieme, in quella complessione e modificate in quel modo, sono peculiarmente miei. Anzi, la forma che avrà questo relitto, se il mio lavoro <em>di scrittore </em>(la lotta) avrà saputo conferirgliela, sarà tale da identificare me come luogo in cui si è formata. Non è una questione di stile, anche se ha a che fare con questioni di stile. Il relitto che io porgerò all&#8217;altrui attenzione, combinato così come sarà dalle pressioni, dalle spinte, dai movimenti, dalle fratture che avranno avuto luogo in me sui materiali a cui tali modificazioni si saranno applicate, sarà una prova di me. Sarà una traccia, un indizio. Sarà la prova che qualcosa ha operato. Sarà la prova, l&#8217;indizio, che un io si è rotto i denti su quel materiale. Sarà il reperto che permetterebbe a una mente brillantissima, intelligentissima, logicissima e infinitamente intuitiva e con risorse illimitate di tempo, di risalire a me, per descrivermi come sono veramente. Ma io non sono quella mente, per cui non sarò certo io a sapere tutto di me. Io so che una spina può penetrare un corpo in un punto e uscirne molti anni dopo da un altro punto, modificata dalla permanenza in quel corpo. Io so che scrivere è qualcosa di simile. Il romanzo che eventualmente ne esce è dell&#8217;io in un quarto senso: è <em>un po&#8217; di io </em>(uso qui il &#8220;del&#8221; come partitivo, in modo abbastanza sgrammaticato). Il mio è un romanzo dell&#8217;io come una duna è &#8220;della sabbia&#8221; (un po&#8217; di sabbia), come una bistecca è &#8220;della carne&#8221; (un po&#8217; di carne), come un&#8217;ora è &#8220;del tempo&#8221; (un po&#8217; di tempo).</p>
<p>Nel migliore dei casi, questa parte di me (del me?) sta a dimostrare che un lavoro è stato fatto, e quindi che sono ancora possibili lavori in corso. E il lavoro trae la sua forza dall&#8217;orientamento di chi lo fa nei confronti dell&#8217;alterità. Più o meno direttamente, sta quindi a significare che un&#8217;alterità c&#8217;è.</p>
<p>Tutto questo ha meno a che vedere con la qualità letteraria che con il modo in cui uno scrittore si pone di fronte alla scrittura.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>Pubblicato in <a href="http://www.almanaccoportofranco.net/"> <strong>L&#8217;Almanacco 2003 &#8211; <em>Il romanzo dell&#8217;io</em></strong></a></p>
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		<title>I morti dimenticati [3]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Sep 2004 16:51:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Aliprandini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Aliprandini Una volta Franz li aveva anche visti in faccia i partigiani. Tre uomini e due donne che erano stati arrestati e condotti nella caserma di Feltre. Tre uomini e due donne che a lui erano sembrati normali. Gli erano sembrati uguali agli uomini e alle donne di Algund, del suo paese. Nei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Aliprandini</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/allarivoira0045.JPG" alt="allarivoira0045.JPG" border="0" height="100" width="600" /></p>
<p>Una volta Franz li aveva anche visti in faccia i partigiani. Tre uomini e due donne che erano stati arrestati e condotti nella caserma di Feltre. Tre uomini e due donne che a lui erano sembrati normali. Gli erano sembrati uguali agli uomini e alle donne di Algund, del suo paese. Nei pochi istanti in cui Franz gli era stato di fronte non aveva visto nei loro gesti, nei loro sguardi la crudeltà, la ferocia che si sarebbe aspettato. A dire il vero in quel momento qualcosa di molto simile al dubbio gli aveva attraversato i pensieri, ma lui a quel dubbio non aveva voluto dare peso. Forse i suoi occhi erano ancora troppo ingenui per la guerra, aveva pensato, o forse la vera ferocia di quei cinque era proprio quella di essere celata sotto un aria semplice, dignitosa, un’aria così simile a quella di molti contadini che Franz aveva visto fin da bambino.<br />
<span id="more-581"></span><br />
Il mese di ottobre era trascorso quasi tutto di un fiato. Nella caserma di Feltre c’erano stati momenti di tensione solo all’arrivo dei cinque partigiani e il giorno in cui era rientrata una pattuglia con tre camerati gravemente feriti in un imboscata. Uno di loro, Thomas Gerstgrasser, originario di Burgeis-Burgusio, era morto alcune ore dopo, sputando sangue da tutte le parti. Franz non aveva mai visto morire nessuno in quel modo. Un odore di carne bruciata gli aveva inondato le narici quando era entrato nell’infermeria e in quel momento non c’era stato spazio, dentro di lui, per nessun altro sentimento se non un misto di paura e di odio. Anche nei mesi successivi, quando iniziarono ad  arrivare molti altri feriti, Franz si accorse che il suo odio lentamente era diventato una pianta rampicante, un’edera enorme che alle volte lo lasciava quasi senza respiro. Si accorse  con sorpresa quanto odio lui riuscisse a contenere senza venirne sommerso.</p>
<p>Il 20 dicembre 1944 Lisl guardava la stradina, leggermente innevata, dalla grande finestra che dava sul cortile del maso. Sapeva che proprio su quella stradina presto avrebbe rivisto Franz, a cui era stata concessa una breve licenza per il Natale. Erano passati mesi dalla sua partenza e una volta che Franz fu di fronte alla madre, lei li vide tutti, i mesi trascorsi, sul viso più adulto del figlio. I suoi occhi, gli occhi di Franz, avevano assunto una luce incolore di determinazione e concretezza. Erano diventati distanti da ciò che guardavano. Forse più attenti di prima, più fissi quasi più rigidi. Lisl, registrando queste sensazioni, non aveva avuto il coraggio di abbracciare suo figlio e nel loro dialetto ruvido si erano scambiati solo alcune parole. Poi, improvvisamente, si era aperto uno squarcio ed era stato proprio Franz a stringere a sé la madre. Per una attimo tutto era tornato alla vita lineare di prima  e Lisl, per assaporare meglio quella sensazione, aveva chiuso gli occhi. Poi era arrivata Helga e anche lei, forse intimorita dalla divisa, aveva avuto un momento di esitazione nel saltare al collo del fratello.</p>
<p>Quel giorno Alois prima del pranzo aveva come al solito pregato con le mani giunte sul tavolo. Aveva sempre fatto così e negli ultimi tempi aveva pregato il suo Dio anche per i <em>Kriegsopfer</em>, per le vittime di quella guerra infinita. Franz, anche lui con le mani giunte, non aveva cambiato espressione, come se la preghiera di suo padre non lo riguardasse minimamente e non riguardasse nemmeno i suoi camerati. Non riguardasse Thomas Gerstgrasser, o Peter Windegger o Joseph Unterhlzner. Era un Dio più giovane, più forte quello che li aveva chiamati. Dopo pranzo Alois si era sdraiato sulla panca di legno della stube. Come sempre avrebbe riposato mezz’ora, ma quel giorno non riusciva a smettere di pensare a tutti i cambiamenti a cui si era dovuto adattare.</p>
<p>In Südtirol-Alto Adige si andava acutizzando una ferita profonda. I molti simpatizzanti del nazionalsocialismo guardavano con diffidenza chi in qualche modo cercava di tenersene fuori. Intere famiglie, nello stesso paese, erano quasi messe al bando. Alois, dal canto suo,  sapeva di poter stare tranquillo. Aveva optato per la Germania nel 1939 e ora, suo malgrado, aveva anche una giovane divisa della <em>Wehrmacht </em>in casa. La sensazione che però non gli dava pace era che ormai da diversi mesi non riusciva più a sentire la voce dei suoi alberi. Una voce senza parole che lo aveva accompagnato da sempre.</p>
<p>Il Natale del 1944 fu un Natale diverso, un Natale ancora più silenzioso del solito. Lisl con l’aiuto di Helga si era sforzata a dare alla casa un’aria di festa. I loro sforzi però erano passati inosservati sia a Franz che a Alois. Per molti ad Algund quel Natale scivolò via senza lasciare la minima traccia. Il parroco durante la celebrazione della messa natalizia era sembrato impacciato. Aveva farfugliato qualcosa sulla nascita e la rinascita, sulla salvezza e la fede, <em>der Glaube</em>, ma era difficile anche per lui riconoscere la tessitura, il disegno delle continue, ripetute miserie che in molti erano costretti a subire.</p>
<p>Franz il 26 dicembre era tornato nella caserma di Feltre. Come l’altra volta aveva trovato la madre in cucina e l’aveva poi abbracciata proprio sulla porta del maso. Come l’altra volta lei gli aveva messo nello zaino un bel pezzo di Speck e dello <em>Schüttelbrot</em>, pane lasciato seccare che non teme il tempo e la muffa. Anche il padre e la sorella erano lì sulla porta e Franz, guardandoli, aveva avuto la sensazione sgradevole di non appartenere più a quella casa, a quelle persone. Lui ormai era diventato diverso. Quei mesi di guerra lo avevano allontanato da tutto ciò che era prima. E quella mattina Franz aveva avuto quasi la certezza di essersi spinto troppo in là per riuscire un giorno a tornare.</p>
<p>Il 26 dicembre 1944 fu l’ultima volta che Lisl vide suo figlio. Lei non lo poteva sapere, o forse lo aveva sentito già molto tempo prima nella gracilità infantile di quel bambino che ora era diventato un soldato. Di certo però era stato più che un presagio il sogno che Helga aveva fatto alcuni giorni prima della partenza del fratello. Helga aveva sognato di vedere Franz nel cortile del maso sotto una pioggia battente. Nel sogno il fratello aveva il viso immobile come quello di una statua e, nonostante le gocce di pioggia, non sbatteva le palpebre tenendo lo sguardo fisso sulla porta di casa. Lei aveva cercato di chiamarlo, ma non era riuscita a emettere suono. Le sue labbra erano rimaste incollate da un angoscia crescente che alla fine l’aveva fatta svegliare di soprassalto.</p>
<p>Due mesi dopo a Franz, insieme a un gruppo di suoi camerati, era stato dato l’ordine di recarsi a Vicenza. Non era stato un ordine diverso dagli altri. Spesso, infatti, il <em>Polizeiregiment </em>Schlanders era stato utilizzato in diverse missioni lungo le principali arterie stradali del Veneto. Quel 28 febbraio era quindi iniziato come tutti gli altri giorni. Franz seduto a fianco dell’autista del camion aveva anche scherzato. Insieme avevano riso di Georg Tappeiner che nei momenti di tensione sembrava confondere dialetto sudtirolese e <em>Hochsprache</em>, lingua standard tedesca, e in questo pasticcio linguistico dimenticava intere parti di ciò che voleva dire. I suoi discorsi diventavano quindi come dei rebus da interpretare, fatti di nomi, date, bestemmie e imprecazioni anche in italiano.</p>
<p>Verso le 14 e 30 il camion di Franz, il terzo dell’intero convoglio, era svoltato in una strada secondaria a una trentina di chilometri da Vicenza e d’improvviso era stato raggiunto da alcune raffiche di mitragliatrice provenienti dal lato destro della carreggiata. Tutti i soldati erano scesi a terra e dopo un breve conflitto a fuoco era tornata la calma. Non c’erano vittime sull’asfalto e nonostante la zona fosse stata perlustrata, subito dopo la sparatoria, non era stato avvistato nessun partigiano. Sembrava fosse stata un imboscata del tutto fallita. E in parte lo era stata veramente. Ma quando l’autista del terzo camion era rimontato in cabina aveva trovato Franz accasciato sul sedile, aggrappato a un rantolo di respiro. Un proiettile aveva trapassato la portiera e con un traiettoria assurda gli aveva perforato un polmone.</p>
<p>Solo alcuni giorni dopo, cioè agli inizi del marzo 1945, la famiglia di Franz era stata messa al corrente di quanto era accaduto. Alois, in principio, non ci aveva creduto. Tanto più che era stato un ragazzo in divisa del paese a raccontargli cosa era successo. Poi quella strana traiettoria del proiettile. Dal basso verso l’alto, o qualcosa di simile, come se il proiettile stesso fosse stato deviato per conficcarsi proprio nel torace di Franz. Così gli aveva riferito il ragazzo aggiungendo però che anche a lui era stato raccontato. Comunque, qualsiasi cosa fosse realmente successa,  suo figlio era morto. Con il passare dei giorni questo dato di fatto, dapprima negato, si era cristallizzato in una consapevolezza scura e dolorosa. Alois che era riuscito ad accettare la grandine anche nel periodo del raccolto, che aveva, in qualche modo, imparato, lavorando la terra, ad aggirare e non ad affrontare di petto certe situazioni, adesso, pensando a quel proiettile, sentiva crescere dentro di sé solo rabbia.<br />
Rabbia anche contro i suoi alberi che ora gli parevano del tutto indifferenti al suo dolore. Rabbia contro le pallottole, le loro traiettorie, contro chi aveva imbracciato quel fucile o quel mitragliatore o comunque contro chi aveva premuto il grilletto. Rabbia contro Dio, il Dio che lui aveva pregato ogni giorno, come aveva fatto suo padre e il padre di suo padre. Ad Alois  non interessavano terre da liberare, imperi da difendere  e nemmeno del suo Südtirol, della sua storia, gli importava più niente. Anzi pensando a queste cose avvertiva come un brivido vuoto percorrergli tutto il corpo. Un brivido che poi gli si conficcava negli occhi facendogli vedere tutto come una mostruosa inutilità. Suo figlio, infatti, nei suoi diciotto anni, aveva sempre camminato su un terreno traballante. Era nato  in una terra occupata e incredibilmente  era andato a morire in un esercito di occupazione.</p>
<p>I pensieri di Lisl non erano diversi da quelli di suo marito. Anche lei provava una rabbia quasi più intensa dello stesso dolore. Rabbia che non era diminuita nemmeno nei mesi seguenti. La guerra era finita,  a Franz sarebbe bastato resistere solo ancora per poco. Avrebbe potuto sposarsi, avere dei figli, toccare gli alberi di mele che per più di cinquant’anni suo padre aveva toccato. E per questo sarebbero bastati solo un paio di mesi. Mesi in cui di nuovo tutto era cambiato per l’Alto Adige-Südtirol. Finito il Fascismo, finito il Nazismo si apriva  per i sudtirolesi una nuova stagione che culminava il 5 settembre 1945 con l’Accordo De Gasperi-Gruber, per poi procedere con la grande manifestazione di Castel Firmiano-<em>Sigmundskron</em>, il 17 novembre 1957,  con la sempre maggiore influenza della <em>Südtiroler Volkspartei</em> e con il Nuovo Statuto di Autonomia, entrato in vigore il 20 gennaio 1972.</p>
<p>La Storia andava comunque avanti, ma Alois, seppellito il figlio e alcuni anni dopo anche la moglie, di tanto in tanto usciva claudicando tra gli alberi intorno al suo maso, ora affidato al marito di Helga. Lì in mezzo alla terra che avrebbe dovuto lavorare suo figlio, sentiva dentro di sé le radici profonde dei ricordi, sentiva le ferite causate dal movimento improvviso dei loro rami.</p>
<p>Della morte di molti ragazzi sudtirolesi arruolati nell’esercito nazista non si parlava. Era il passato. Un passato arido da cui non era germogliato nessun presente. Erano morti inutili, scomodi che bisognava dimenticare. Ma Alois, che solo molto tempo dopo si era riconciliato con i suoi alberi, non poteva dimenticare nessuno di quei morti. Anzi in dei giorni si sforzava di ricordarne i nomi. I nomi dei giovani del paese che lui aveva conosciuto. Il nome di suo figlio Franz. E ripetendo tutti quei nomi gli sembrava di richiamarli al presente, uno a uno, di rispondere alle loro domande, di liberarli. Alois sapeva che sarebbe stato giusto parlarne. Sarebbe stato giusto risolvere, chiarire in modo che anche quelle morti, la morte di suo figlio, venissero in parte giustificate da un barlume di senso.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>3 fine</p>
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		<title>I morti dimenticati [2]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Sep 2004 21:10:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Aliprandini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Aliprandini Dopo il 25 luglio 1943 molte cose erano cambiate. Deposto Mussolini, il governo italiano è affidato al maresciallo Badoglio che da subito cerca di rassicurare gli alleati nazisti, annunciando a gran voce che niente, in politica estera, sarebbe cambiato. A Berlino però queste parole vengono lette come una grossolana manovra diversiva e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Aliprandini</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/algund.jpg" alt="algund.jpg" align="left" border="0" height="265" hspace="4" vspace="2" width="340" />Dopo il 25 luglio 1943 molte cose erano cambiate. Deposto Mussolini, il governo italiano è affidato al maresciallo Badoglio che da subito cerca di rassicurare gli alleati nazisti, annunciando a gran voce che niente, in politica estera, sarebbe cambiato. A Berlino però queste parole vengono lette come una grossolana manovra diversiva e alla guida del generale Valentin Feuerstein, le truppe tedesche attraversano il confine. Il 9 settembre alle due di mattina occupano la città di Bolzano. Il <em>Gauleiter</em>, commissario supremo del Tirolo, Franz Hofer, a Innsbruck, ha intanto già chiesto l’unificazione del Tirolo e l’italianizzazione forzata di oltre vent’anni sembra essere definitivamente sconfitta. Dopo l’armistizio dell’8 settembre Hitler, infatti, crea la Zona Operativa Prealpi, <em>Alpenvorland</em>, formata da tre province, Bolzano, Trento e Belluno. Nel municipio di Bozen-Bolzano viene nuovamente insediato  un <em>Bürgermeister</em>, sindaco tedesco, la  stessa cosa avviene in tutti gli altri comuni. Riappare  dovunque la vecchia toponomastica. Riaprono le scuole di un tempo e così anche i giornali  e le trasmissioni radio tornano a essere in lingua tedesca. Solo alcuni anni prima la velocità di questo improvviso cambiamento sarebbe stata impensabile. Nessuno avrebbe creduto nel 1939, quando i sudtirolesi erano stati costretti a optare per il <em>Reich</em>, che la loro scelta sarebbe stata azzerata da una accelerazione della Storia. A Lagundo, tornato a essere Algund, il podestà era fuggito e al suo posto si era reinsediato il vecchio <em>Bürgermeister</em>.<br />
<span id="more-580"></span><br />
Lisl non aveva avuto nemmeno il tempo di salutare Valeria. Tutta la famiglia del podestà aveva lasciato il paese senza farne parola a nessuno e a  Lisl questo fatto era dispiaciuto. Certo lei conosceva sulla sua stessa pelle che cosa erano stati quegli anni. Anche i suoi figli avevano frequentato segretamente le <em>Katakombenschulen</em>, molti in paese erano stati costretti con la forza a tacere e a lei stessa erano mancate le vecchie tradizioni. La <em>Musikkapelle</em>, la banda paesana, le feste tipiche sudtirolesi come quella dell’<em>Herz Jesu</em>, la terza domenica di giugno, quando sulle montagne vengono accesi degli enormi falò a forma di cuore. Lisl era consapevole della sensazione di inadeguatezza provata da molti sudtirolesi costretti a sbrigare ogni pratica, dalla più semplice come spedire un pacchetto, alla più complessa, come seguire un aggrovigliato percorso legale, in una lingua diversa dalla propria. Tutto questo però non le faceva dimenticare la vicinanza che in quegli anni aveva avvertito con Valeria. Una delle poche donne con cui si era sentita a suo agio, semplicemente nel salutarla o nello scambiare due chiacchiere veloci su quei due figli, persi chissà dove a giocare. Lisl non aveva potuto nemmeno salutarla. Non aveva potuto dirle che loro erano sempre state diverse, ma che, in qualche modo, erano anche riuscite a capirsi, a condividere le acrobazie che un comune destino le aveva costrette a subire.</p>
<p>Alois percepiva la tristezza di Lisl ma non ne faceva parola. Sarebbe stato troppo complesso spiegare le contraddizioni di quei sentimenti. In apparenza il Male era finito. Dopo vent’anni il vento gelido dell’inverno pareva aver lasciato spazio a un’aria primaverile carica di rinascita. Il Male era stato tutto l’odio che quei vent’anni erano riusciti a generare. Il Male, per Alois, era stata la sensazione di non avere più fiducia nella voce sottile dei suoi alberi. Di pensare che il  loro continuo ritornare a fiorire non avesse nessun vero significato. Spiegare tutte queste cose sarebbe stato molto difficile, per questo a casa regnava in quel periodo un silenzio ancora più denso del solito. A pranzo, seduti a tavola, non si parlava nemmeno delle voci, sempre più insistenti, sulla imminente chiamata alle armi dei giovani del paese. Nell’intera zona dell’<em>Alpenvorland </em>erano stati infatti costituiti quattro <em>Polizeiregimenter</em>, reggimenti di polizia militare, inviati in Italia con il compito di controllare l’ordine e soprattutto di fronteggiare le attività partigiane. Alois sapeva che alle volte il Male lascia spazio a un Male ancora peggiore, come quei parassiti che per essere debellati costringono i contadini a sradicare intere file di alberi.</p>
<p>Con l’intensificarsi della guerra intanto si irrigidisce sempre di più la politica nazista in Südtirol. Molti giovani uomini, tra i primi i figli dei non optanti,  vengono costretti al servizio militare. Il <em>Gauleiter </em>Franz Hofer ordina il cosiddetto <em>Sippenhaft </em>che prevedeva gravi ritorsioni sulle famiglie dei disertori. Vengono arrestati centinaia di sudtirolesi, uccisi o deportati nei campi di concentramento. Il canonico Gamper, dichiarato nemico numero uno, è costretto a fuggire a Firenze. I <em>Dableiber</em>, quelli che non avevano optato per la Germania nel 1939, subiscono ritorsioni di ogni genere. Cadono le prime bombe alleate su Bozen-Bolzano e successivamente anche su altre località sudtirolesi.</p>
<p>Di nuovo uno scossone e nel giro di pochi mesi la vita ad Algund cambia completamente. Alcune giovani donne vengono mandate negli  alberghi della vicina Meran-Merano, trasformati in lazzaretti. A ragazzi sempre più giovani viene consegnata una divisa e un fucile. Il <em>Polizeiregiment </em>Bozen è di stanza  a Roma e il 23 marzo 1944 cade in una imboscata partigiana in via Rasella. Più di trenta uomini, per lo più provenienti dalla zona dell’<em>Überetsch</em>, intorno Bozen-Bolzano, rimangono uccisi. Il tenente colonnello Kappler ordina una rappresaglia agghiacciante. Il Male sembra aver ingoiato tutto ciò che gli si muove intorno. Il suo peso specifico lo rende una massa densa capace di ingoiare ogni pensiero, ogni azione. <em>Schrecklich</em>, terribile, era la parola che più di ogni altra ritornava sulle labbra di Alois. Nemmeno il ritmo sempre uguale della sua vita pareva riuscire a strappargli quella parola di dosso. Gli si era incollata tra i denti come una malattia. Prima il Fascismo, poi la guerra, il Nazismo, a cui pareva ancora più difficile resistere. <em>Schrecklich </em>aveva pensato la mattina del 12 luglio 1944, dopo aver sistemato lo zaino sulle spalle di Franz. Suo figlio, poco più che un ragazzo, ora arruolato nel <em>Polizeiregiment </em>Schlanders, la Compagnia di Polizia tedesca del Battaglione Silandro.</p>
<p>L’aria era già calda quella mattina. Il cielo era di un azzurro acquoso. Intorno al maso <em>Oberhebsacher </em>regnava una calma insolita, o forse era l’immobilità del dolore a rendere i sensi di Lisl quasi ovattati. Le pareva di non sentire rumori né nel cortile, né nei campi. Vedeva e sentiva un vuoto azzurro rotto dal verde intenso delle foglie. Un verde più intenso del solito. Lisl si era alzata alle prime luci dell’alba. Aveva aperto la finestra della stube e inspirando l’aria ancora fresca del mattino si era sentita come mancare le forze. Si era dovuta sedere a tavola e Alois, alzatosi mezzora dopo, l’aveva trovata ancora lì, quel 12 luglio 1944, con la testa appoggiata sui palmi delle mani. Lui sapeva cosa la opprimeva, ma sapeva anche che sarebbe stata ancora una volta inutile ogni parola. Così aveva iniziato ad apparecchiare la tavola per la colazione. Lisl allora aveva cominciato ad aiutare il marito, quasi che nel loro sfiorarsi, tra il tavolo e la credenza di legno chiaro, avvenisse un travaso di informazioni, di parole cucite a domande a cui entrambi non avrebbero di certo trovato risposta. Poi si era svegliata Helga, la figlia minore, e con lei anche Franz. Insieme avevano iniziato ad affondare i cucchiai nel <em>Mus</em>, latte farina e semolino, rimasto dalla sera precedente. Franz nella sua ingenuità era tranquillo e quasi lo infastidiva quell’aria strana che si respirava intorno al tavolo. Lui si era subito accorto del pallore della madre e soprattutto si era accorto del suo rimanere seduta mentre di solito, durante la colazione, si spostava da una parte all’altra della stube.</p>
<p>Verso le 7 e 30 era arrivato Anton, il figlio diciottenne dei Mairhofer, anche lui assegnato al Battaglione Silandro. Anton non aveva voluto salire e Franz, sulla porta di casa, aveva abbracciato frettolosamente la madre e la sorella. Aveva preso lo zaino con le sue cose e si era stupito nel sentire la mano del padre appoggiarsi per un istante sulla sua spalla. La leggera pressione di quella mano era stata come una scossa. Nonostante ormai da tempo lavorassero assieme, infatti, tra lui e suo padre non c’erano masi stati contatti se non casuali. A Franz, incamminandosi sulla strada verso Meran-Merano, parve di non ricordare nemmeno da bambino una carezza del padre. Certo quella leggera pressione non era stata una carezza. Forse era stato lui a viverla come tale. Forse la mano di suo padre era semplicemente scivolata dalla bretellina di cuoio dello zaino sulla sua spalla solo per caso. Senza nessuna intenzione. Arrivato all’incrocio con la strada principale per Meran-Merano, Franz, con altri suoi coetanei, era salito su un camion militare che subito dopo era partito in direzione Vinschgau, Val Venosta.</p>
<p>Alois quella mattina era andato nei campi. Aveva molto lavoro da fare. Presto avrebbe dovuto <em>auszwicken</em>, che significava salire su ogni albero e con occhio esperto buttare a terra le mele di troppo. L’albero altrimenti non sarebbe riuscito a nutrire a sufficienza tutti i suoi frutti. Doveva essere alleggerito e anche Alois, se avesse potuto, avrebbe alleggerito la tristezza di Lisl, la propria stanchezza e soprattutto lo sguardo ormai adulto di Helga che da poco aveva compiuto quindici anni.</p>
<p>Dopo l’8 settembre piccole frange della popolazione sudtirolese cercarono di contrastare il potere nazista e principalmente tale opposizione si coagulò intorno all’organizzazione chiamata <em>Andreas Hofer Bund</em>, che si era formata già nel 1939 ad opera, tra gli altri, del commerciante bolzanino Erich Amonn. Figura a parte ma emblematica di questa opposizione fu Joseph Mayr-Nusser. Il trentacinquenne bolzanino, padre di un bambino di un anno, il 4 ottobre 1944, rifiutò di giurare fedeltà al Führer, come ogni recluta dell’esercito nazista era costretta a fare. Mayr-Nusser, semplice impiegato in una ditta commerciale, dirigente dei Giovani dell’Azione Cattolica in lingua tedesca, chiamato a forza alle armi, non aveva voluto ripetere le frasi scandite da un sottoufficiale. “<em>Giuro a te, Adolf Hitler, Führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te, l’obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista</em>.” Al diniego del giovane lo stesso maresciallo maggiore si era talmente stupito da prendere inizialmente un tono quasi paterno. Non ci fu però niente da fare. Così Mayr-Nusser venne portato al carcere preventivo di Danzica, condannato a morte e destinato al campo di concentramento di Dachau. Solo una decina di persone, in tutto il <em>Reich</em>, avevano avuto una simile determinazione che il 24 febbraio 1945 portò Mayr-Nusser alla morte di stenti durante il trasporto, in un vagone bestiame, verso Dachau.</p>
<p>Anche Franz aveva dovuto prestare giuramento al Führer e anche lui, sugli attenti, insieme a una lunga fila di suoi coetanei, aveva pronunciato le parole di rito. ”<em>Giuro a te Adolf Hitler </em>“ lo aveva quasi urlato con un unico respiro. Poi, come srotolando una serie di espirazioni e inspirazioni, era arrivato all’ultima frase “<em>Che Dio mi assista</em>.” Nel cortile della caserma era rimasta un’impercettibile eco di quel Dio che li avrebbe assistiti. Un Dio diverso da quello che erano stati abituati a pregare nelle chiese dei loro paesi.<br />
Un ufficiale aveva dato poi l’ordine di rompere le righe. Tutto si era svolto in una decina di minuti e, nonostante fosse stata solo una serie di respiri, una serie di emissione di suoni, a cui molti non avevano nemmeno prestato tanta attenzione, in quel cortile, si era creata un’identità vuota ma condivisa, un unione sotterranea che si era ulteriormente cementata durante il breve periodo dell’addestramento.</p>
<p>A fine settembre il <em>Polizeiregiment </em>Schlanders era stato poi inviato a Feltre. Franz adesso si sentiva un soldato nella sua divisa tanto diversa dai suoi abituali abiti da lavoro. In qualche modo si sentiva più uomo in quegli stivali di pelle scura che lucidava ogni sera. Più uomo nel senso che gli pareva di avere una missione da svolgere. Questa sensazione di utilità era qualcosa di indistinto dentro di lui. Non si era infatti mai chiesto cosa volesse dire essere un soldato della <em>Wehrmacht </em>e nemmeno cosa significasse il braccio destro teso in avanti con cui salutava i superiori. Prima Franz seguiva le indicazioni del padre nei campi. Posizionava scale, saliva e scendeva dagli alberi, li spruzzava di antiparassitari con scadenze regolari. Ora invece eseguiva gli ordini del capitano. Ordini precisi e perentori. Appostamenti in piccoli paesi, trasporti di materiale da una città all’altra, perlustrazioni delle montagne vicine. Nel primo mese non aveva mai sentito il sibilo di una pallottola nemica e solo una parola, gridata di continuo dal capitano, lo aveva quasi impaurito: <em>Die Partisanen</em>. I partigiani. Erano questi i suoi nemici invisibili. Lui a forza di sentire quella parola, aveva iniziato a odiarli i <em>Partisanen</em>. Loro erano il nemico che tutti sembravano temere di più. Non erano i ripetuti attacchi aerei degli alleati. Le loro bombe o le loro raffiche di mitragliatrice che dall’alto sembravano seguire gli spostamenti di interi convogli, a spaventare lui e i suoi camerati. Erano uomini e donne che all’improvviso spuntavano armati sulle strade, nei boschi, tra le case dei paesi. I partigiani erano come fantasmi che potevano colpire ovunque, in qualsiasi momento. E questo loro essere una presenza indecifrabile li rendeva simili a feroci animali sempre in agguato.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p>2 continua</p>
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		<title>I morti dimenticati [1]</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/09/20/i-morti-dimenticati-1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Sep 2004 23:11:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Aliprandini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Aliprandini a J.P. che con pazienza mi ha raccontato la storia di un suo zio mai conosciuto Alois, riguardando la sua vita con gli occhi lenti della vecchiaia, spesso pensava che tutto ciò che gli era successo, tutti gli avvenimenti piccoli o grandi che lo avevano attraversato, potevano essere visti come alberi, come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Aliprandini</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/magritte.jpg" alt="magritte.jpg" align="left" border="0" height="180" hspace="4" vspace="2" width="240" /></p>
<p><em>a  J.P.  che con pazienza mi ha raccontato la storia di un suo zio mai conosciuto</em></p>
<p>Alois, riguardando la sua vita con gli occhi lenti della vecchiaia, spesso pensava che tutto ciò che gli era successo, tutti gli avvenimenti piccoli o grandi che lo avevano attraversato, potevano essere visti come alberi, come gli alberi di mele a cui aveva lavorato fin da bambino. Ogni storia ha radici, diceva, tante radici, un tronco e rami sparpagliati qua e là come le radici. Radici aggrappate alla terra e rami allungati nell’aria alla ricerca di un appiglio. Anche i ricordi erano per lui come alberi e anche loro, i ricordi, avevano radici immobili e tanti rami che, nei giorni di vento, potevano perfino ferire.<br />
<span id="more-576"></span><br />
Alois, fin da giovane, era stato un uomo di poche parole e nemmeno l’occupazione fascista, uno di quei rami che per lungo tempo lo avevano ferito, sembrava dapprima essere riuscita a scalfire il ritmo sempre uguale della sua vita. Un ritmo legato al maso della famiglia, l`<em>Oberhebsacker-Hof</em>, un po’ fuori da Algund, a pochi chilometri da Meran. Un ritmo legato ai meli che in inverno bisognava potare e che in primavera bisognava proteggere dalle ghiacciate improvvise. Alois sapeva che comunque d’estate avrebbe raccolto il suo lavoro. Come sempre. Come ogni anno, prima le <em>Grafensteiner </em>con la loro polpa gustosa, poi le <em>Kanada </em>e infine le <em>Morgenduft </em>mele dalla buccia forte e dal sapore dolciastro.</p>
<p>A 32 anni aveva sposato Lisl, una giovane di Antholz che però aveva passato gran parte della sua vita in città a Bozen, dove aveva lavorato presso una famiglia come domestica. Lisl aveva uno sguardo melanconico appesantito dalle privazioni patite da bambina. Uno sguardo che pareva perdersi nei piccoli dettagli: i dadini di pane di Speck appena tagliati per i <em>Knödel</em>, lo sciogliersi del burro fuso sul piatto fumante degli  <em>Schlutzkrapfen </em>o il susseguirsi di bianchi e di rossi sulle piccole tende della stube. Lisl amava questo suo perdersi negli oggetti. Inconsciamente amava il loro linguaggio silenzioso e forse per questo, appena poteva, si sedeva sul legno della panca a leggere qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani.</p>
<p>Negli anni `30 ad Algund quasi tutti erano occupati nell’agricoltura. Le donne curavano le faccende domestiche, preparavano, durante il periodo del raccolto, un mangiare sostanzioso per i mariti e i loro aiutanti e di solito si incontravano la domenica mattina prima della messa. Lì, nella <em>Hauptplatz</em>, la piazza centrale del paese, si veniva a sapere quasi tutto delle persone ed era proprio lì che si consolidavano amicizie e inimicizie, indifferenze ed esclusioni.</p>
<p>Lisl non era nata contadina, non era di Algund e, anche se aveva dato due figli ad Alois, non era mai stata del tutto accettata dalle altre donne. Le maternità comunque avevano riempito di nuova energia le giornate di Lisl, e soprattutto il primo figlio Franz, nato nel giugno del 1926, era riuscito in parte a liberarla dalla solitudine in cui sembrava dovesse consumarsi la sua vita.</p>
<p>Franz era nato con fatica. Due giorni di doglie e dolori che la levatrice aveva imputato al bacino stretto di Lisl. Un bacino che aveva poco a che vedere con quello largo e robusto di una contadina. Anche l’allattamento  era stato difficile. I seni acerbi di una donna nata in città parevano non riuscire a nutrire a sufficienza il neonato che, anche da ragazzo era rimasto più gracile rispetto ai suoi coetanei. Forse era stata questa fragilità, che Lisl dapprima aveva vissuto come una colpa, a legarla ancora di più al primo figlio. Alle volte lo guardava di nascosto. Guardava Franz giocare nell’<em>Hof</em>, il cortile, e si scopriva a leggere un futuro di dolore in quel corpo secco che pareva allungarsi senza la forza di radici profonde.</p>
<p>Nell’ottobre del 1923 era intanto entrata in vigore la riforma Gentile, che con il suo articolo 17 intendeva cancellare progressivamente le scuole in lingua tedesca in tutto il territorio sudtirolese. La politica fascista aveva già iniziato a italianizzare i nomi di paesi e città, e il nome Südtirol era stato trasformato in Alto Adige. Nello stesso modo Meran era diventato Merano, Antholz  Anterselva e Algund Lagundo e proprio a Lagundo, nel <em>Plantascher-Hof</em>, il maso poco distante da quello di Alois e di Lisl, si era stabilito il nuovo podestà. Un uomo di Reggio Emilia che per far carriera aveva accettato di trasferirsi con l’intera famiglia in quella “terra di barbari da italianizzare”.</p>
<p>Alois incontrava il podestà quasi ogni mattina mentre tornava dal campo al di là della strada. All’inizio ne aveva avuto paura. Tutti avevano avuto paura dei <em>Walschen</em>, gli italiani. Dei loro modi diversi, della loro lingua musicale, quasi cantata. Ma lui, Alois, guardando di sfuggita i baffetti fini di quel suo nuovo vicino, sapeva che per vivere a lungo tra i masi, in mezzo ai campi ci voleva un&#8217; andatura diversa, meno saltellante e frettolosa.</p>
<p>La moglie del podestà si chiamava Valeria, una donna gentile che fin da principio era riuscita a superare la diffidenza di Lisl, una delle poche in paese ad averle risposto al saluto. Valeria aveva due figli maschi che certamente non sarebbero diventati contadini. Franz, che aveva circa la stessa età di Saverio, il figlio minore del podestà, invece avrebbe lavorato nei campi come suo padre e i suoi nonni. Avrebbe cercato anche lui di capire il tempo giusto della potatura, dell’irrorazione e del raccolto. Questa certezza però non gli impediva di correre a testa bassa tra gli alberi e le case con il suo giovane amico. Tra loro non c’erano parole, Franz, infatti, non conosceva l’italiano se non quel poco che era stato costretto a imparare a scuola, dove ormai da alcuni anni il tedesco era stato completamente bandito. I due ragazzi, nonostante l’odio che una occupazione porta con sé, correvano dietro agli animali, correvano e si nascondevano tra le cataste di legno per l’inverno, nella stalla e nei cortili dei masi vicini. Le prime parole italiane che Franz aveva veramente sentite come sue erano state “tutti matti”. Una specie di grido di battaglia che con Saverio avevano urlato per un intera estate arrivando ansimanti al piccolo stagno. “Tutti matti” era un’esclamazione, una serie di suoni che non avevano niente a che fare con l’italiano o il tedesco, con la scuola o con il Fascismo. “Tutti matti” era un grimaldello che apriva un mondo di giochi e di amicizia. Certe sere d’estate, quando l´aria rimaneva chiara più a lungo, Lisl e Valeria si ritrovavano insieme a cercare i loro bambini per le strade di Lagundo-Algund. E questo ritrovarsi nella stessa leggera preoccupazione le aveva in qualche modo unite. I primi saluti un po’ stentati si erano così lentamente aperti in timidi sorrisi, in alcune veloci parole, nonostante l’italiano traballante di Lisl.</p>
<p>In quegli anni nei vari paesi del Alto Adige-Südtirol si era organizzata una vera e propria resistenza alla politica fascista. Erano nate le <em>Katakombenschulen</em>, una fitta rete di scuole in lingua tedesca che, richiamando nel nome le persecuzioni dei primi cristiani, cercavano di opporsi almeno alla perdita dell’identità linguistica. C’erano state anche molte tensioni tra le squadre fasciste e alcuni sudtirolesi. Tensioni che avevano portato all’ omicidio del maestro Joseph Innerhofer di Marlengo-Marling, avvenuto a Bolzano-Bozen. L’idea alla base dell’ideologia fascista era quella di snaturalizzare un intero territorio con le intimidazioni, il confino, la prigionia e con una massiccia immigrazione italiana che si radicò soprattutto nei centri più grossi: Bolzano, Merano, Bressanone e nei valichi di frontiera.</p>
<p>Il Fascismo era per Alois  il vento cattivo, era la grandine e le gelate improvvise. Era il Male, <em>das Böse</em>, che però, in qualche modo avrebbe lasciato di nuovo spazio al raccolto, alle giornate tiepide di fine agosto dove si inizia a vedere il colore vivo delle mele sugli alberi. Al Fascismo bisognava resistere come a una malattia. Bisognava riuscire ad assecondarlo nello stesso modo in cui gli alberi perdono in inverno le foglie per poi farle rispuntare più vive di prima in primavera. Alois aveva imparato a osservare i cambiamenti, anche quelli più dolorosi, attraverso uno sguardo stagionale e sapeva che nel mezzo di una grandinata era inutile correre nei campi in preda alla disperazione. Sapeva che l’unica risposta possibile era quella di riprendere la mattina seguente il lavoro e proprio questo lui cercava di fare. A tavola nella preghiera prima del pranzo, quando tutta la famiglia era riunita, lui, ogni giorno, affidava la sua <em>Heimat</em>, la sua patria, al cuore di Gesù, <em>Herz Jesu</em>, nello stesso modo in cui i sudtirolesi lo avevano affidato contro l’esercito invasore di Napoleone. Nella stube, vicino alla stufa di maiolica,  aveva lasciato appeso il ritratto di Andreas Hofer, con tutto ciò che per ogni sudtirolese quel ritratto significava. Ma allo stesso tempo quando incontrava il podestà lo vedeva come un semplice uomo, neanche tanto diverso, se non per quell’andatura arrogante e boriosa. Non gli era nemmeno mai venuto in mente di proibire al suo Franz di frequentare Saverio, anche se un po’ lo disturbavano quelle improvvise esclamazioni in italiano che, di tanto in tanto, sentiva nella bocca del figlio.</p>
<p>Con lo scoppio della guerra nel 1939 a Lagundo-Algund  le tensioni erano diventate più forti. Il terzo <em>Reich</em>, a cui molti sudtirolesi avevano guardato con speranza, si era stretto in un patto d’acciaio con Mussolini e l’idea della riunificazione delle terre tedesche, quindi anche del Tirolo, si era dissolta come neve primaverile. Ai sudtirolesi anzi veniva proposta l’eventualità di espatriare, di optare per il <em>Reich</em>, abbandonando la propria terra o, nel caso in cui fossero rimasti, di accettare l’inaccettabile. Di sottostare a una lenta e progressiva scarnificazione della propria identità. Più dell’80% dei sudtirolesi optarono per l’espatrio, ma pochi espatriarono realmente. Anche Alois, come quasi tutti i contadini, optò per il <em>Reich</em>, pur avendo poche intenzioni di abbandonare il suo maso e i suoi campi. Il canonico Michael Gamper, figura centrale dell’opposizione sudtirolese, aveva più volte esortato la popolazione locale  a non abbandonare le proprie terre, a resistere all’occupazione fascista o nazista che fosse. Dall’altra parte però la propaganda nazionalsocialista era riuscita a far breccia in vari strati della popolazione e quindi in molti avevano cominciato a considerare i <em>Dableiber</em>, i non optanti per il <em>Reich</em>, come dei traditori. In un clima di delazioni e minacce l’inverno, il vento freddo dell’inverno sembrava questa volta aver vinto le altre stagioni. Il podestà ora girava per i paesi limitrofi con una macchina e l’autista. Alcuni paesani erano stati chiamati alle armi nella <em>Wehrmacht </em>e la guerra, che doveva essere una <em>Blitzkrieg</em>, si era allargata come una macchia d’olio in tutta l`Europa.</p>
<p>In questo aggrovigliato succedersi di avvenimenti Alois, quando a mezzogiorno davanti a un piatto di <em>Gulasch </em>o alla <em>Gerstsuppe</em>, zuppa d`orzo, congiungeva le mani in preghiera, aveva cominciato a vacillare. Aveva pensato che la guerra è orribile, che l’uomo fa cose orribili e che forse nemmeno i suoi alberi questa volta sarebbero riusciti a far ritornare la stagione del raccolto. Anche gli alberi sarebbero rimasti sterili e muti dopo la guerra,  che già aveva segnato le prime croci in paese. Hans Kerschbaumer, Andreas Winterholer e due dei fratelli Höllrigl del <em>Pflanzer-Hof </em>erano caduti o erano stati fatti prigionieri e improvvisamente ogni semplice certezza di prima pareva franare, lasciandosi alle spalle solo un enorme  sentimento di paura e di vuoto.</p>
<p>Lisl, nonostante le difficoltà di esprimersi in una lingua non sua, scambiava quasi giornalmente alcune parole con Valeria. Le due donne alle volte parlavano dei loro figli, Franz e Saverio, che erano diventati ragazzi. Ormai non li si poteva più incontrare a correre nelle strade del paese, o non li si sentiva più urlare “tutti matti” nei campi. Franz, che si era irrobustito, aiutava gran parte del giorno suo padre. Saverio, invece, rincorreva già il sogno di una brillante carriera militare come ufficiale. <em>Der Krieg ist schrecklich</em>. La guerra è orribile, borbottava di tanto in tanto  Alois, pensando a quanti padri ormai rimpiangevano la partenza dei figli. La guerra è orribile, ripeteva, guardando gli alberi non più curati come prima di alcuni contadini del paese.</p>
<p>Alois non era partito soldato per la sua gamba destra, più corta di alcuni centimetri di quella sinistra. Un difetto che si era portato dietro dalla nascita e che lo costringeva, per riuscire a mantenere l’equilibrio, a una camminata ondulatoria, a un leggero continuo sobbalzo che aveva rallentato il suo incedere senza, tuttavia, togliergli forza. Alois saliva e scendeva dalle scale a pioli, spostava grandi ceppi e cassette, e con le sue mani forti riusciva a tranciare di netto anche i rami più resistenti. Ogni tanto al tramonto si guardava le mani la cui pelle invecchiando assomigliava sempre di più a una corteccia rugosa. Con quelle mani lui aveva affrontato e lavorato la sua vita. Con quelle mani aveva accarezzato al buio il corpo di Lisl. Con quelle mani aveva toccato i sui alberi quasi giornalmente, ne aveva colto i segreti. E con quelle stesse mani aveva aiutato Franz una mattina del luglio 1944 ad issarsi sulle spalle un piccolo zaino con indumenti e alcune provviste per il viaggio. In giugno Franz aveva compiuto 18 anni  e solo un mese dopo aveva ricevuto l’avviso di presentarsi alla caserma della <em>Wehrmacht </em>di Schlanders-Silandro.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<p>1 continua</p>
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		<title>Omosessualità e identità italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Sep 2004 00:28:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Giartosio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Tommaso Giartosio [Le pagine seguenti sono tratte dal cap. 8 del mio Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo, pubblicato a giugno da Feltrinelli. Ringrazio l’editore per avere autorizzato la pubblicazione in rete.] [&#8230;] Hai parlato del Risorgimento come di un momento importante di elaborazione dell’identità maschile, omosessualità inclusa. Ma questa è un’affermazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Tommaso Giartosio</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" alt="Enea-Turno.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/Enea-Turno.jpg" width="263" height="200" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /></p>
<p><em>[Le pagine seguenti sono tratte dal cap. 8 del mio <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807103680/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8807103680&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><strong>Perché non possiamo non dirci. Letteratura, omosessualità, mondo</strong></a>, pubblicato a giugno da Feltrinelli. Ringrazio l’editore per avere autorizzato la pubblicazione in rete.]</em></p>
<p><strong>[&#8230;] Hai parlato del Risorgimento come di un momento importante di elaborazione dell’identità maschile, omosessualità inclusa. Ma questa è un’affermazione gravida di conseguenze. Non significa, in ultima analisi, che l’omosessualità svolge un ruolo particolare in quella che potremmo chiamare “l’identità italiana”?</strong></p>
<p>Fai bene a esprimerti con cautela. I teoremi sull’identità nazionale hanno un valore limitato. Non li si può considerare né “veri” né “falsi”; non li si può mai applicare a tutti i cittadini; descrivono sempre un passato che è in parte sconfessato dal presente; disegnano come un singolo, autonomo identikit quella che forse è solo l’area di sovrapposizione di insiemi diversi; e puzzano di nazionalismo e razzismo. Con tutto ciò, “cosa significa essere italiano?” non è una domanda priva di senso.</p>
<p><strong>Una domanda “debole ma non insensata”?</strong></p>
<p>Esatto. E poi della dimensione sessuale, in questi anni di rinnovate riflessioni sull’”identità italiana”, non si è parlato molto (con una eccezione che poi ti dirò). Possiamo provare a farlo noi, anche se temo che come al solito avrò più da dire sul lato maschile della questione.</p>
<p><strong>Io so solo che non ho mai parlato tanto di nazione e di tradizione. Mi sembra di essere uno di questi Rosmini Papini Prezzolini Mussolini Follini Frattini Fini…</strong></p>
<p>Io mi terrei a Mazzini, Pertini, soprattutto Zavattini. E magari Pasolini. Ma hai ragione, è davvero poco più che un gioco.</p>
<p><strong>E proviamo a giocare!</strong><br />
<span id="more-570"></span><br />
Allora per rispondere alla tua domanda devo partire da un’osservazione. Tra gli aspetti della nostra identità – o fascio di identità, o groviglio di appartenenze – ce n’è uno cruciale. E’ frutto di componenti antiche: il familismo, il cattolicesimo, il campanilismo, la tradizione mediterranea; componenti diffuse appunto in tutte le culture del Mediterraneo, ma attenuate, negli altri paesi, da diversi fattori – qui una religione iconoclasta, lì una unificazione precoce, altrove un urbanesimo più deciso o una cultura più aperta all’influsso razionalista – e solo da noi intrecciate in modo compatto a formare l’elemento di cui parlo. E’ un elemento presente in Petrarca e Boccaccio come in Gadda e Calvino, come anche nella nostra esperienza quotidiana. E’ il <em>senso della forma</em>.</p>
<p><strong>Puoi definirlo meglio?</strong></p>
<p>Diciamo: il senso dell’opposizione, spesso dolorosa, tra sostanza e apparenza. E dei privilegi dell’apparenza, che impone una forma addirittura al dolore di doversi piegare a essa. Tutta la novella di Federigo degli Alberighi nel <em>Decameron </em>è la prova di come la cortesia, quando strazia, diventa più bella.</p>
<p><strong>Un buon esempio. Però è abbastanza universale, il senso della forma. </strong></p>
<p>Eppure è anche qualcosa di molto italiano – tanto italiano che nel parlarne rischio, lo so, di ricadere nei luoghi comuni. Ma credo davvero che la storia del nostro paese stia anche in una catenella di parole (in buona parte tanto italiane da essere difficili da tradurre): cortesia, sprezzatura, maniera, bella figura, affettazione, rispetti umani, garbo, riguardo, urbanità, perbenismo, omertà, formalità, conformismo, consociativismo… E poi pensa a ciò che abbiamo detto sulla lingua italiana “spettrale”, sulla tensione tra il linguaggio formale e quello parlato… In conclusione: mi sembra che l’italiano e l’italiana abbiano sempre situato la propria vita nello spazio tra apparenza e sostanza, entrambe necessarie e inevitabili.</p>
<p><strong>Mi fai tornare in mente il tuo ritrattino di Brunetto come “sodomita rispettabile”.</strong></p>
<p>Sì, quello è un modo di caratterizzare la polarità di cui parlo, ma ce ne sono tanti altri. “Forma” può essere un compromesso rassicurante, ma anche una convenzione di cui beffarsi, o ancora un archetipo amoroso seducente e pietrificante; “sostanza” può essere la verità scandalosa affermata da Machiavelli o Galilei o Leopardi, ma anche il senso di colpa di Petrarca, o l’”anello che non tiene” di Montale… Un comun denominatore però c’è: l’organizzazione della propria realtà mentale attorno a questi due poli ontologicamente distinti, <em>che non possono in nessun caso venire saldati</em>.</p>
<p><strong>Sì, questo è un grande tema della cultura italiana. Ma la lista di termini che hai snocciolato prima suggerisce che questa dialettica (una dialettica priva di sintesi, da quel che dici) si collochi prima di tutto a livello sociale e antropologico.</strong></p>
<p>E’ vero: è su questo piano che l’opposizione di cui parlo si mostra chiaramente radicata nel nostro paese. Gli italiani spesso non hanno creduto nella possibilità che la dimensione collettiva (la famiglia, la società, lo stato, la religione, la rivoluzione?) li rappresentasse in modo davvero adeguato; hanno sentito con estrema acutezza l’oggettiva difficoltà di essere semplicemente se stessi in uno spazio pubblico (quando lo sono stati, non lo sono stati <em>semplicemente</em>); si sono mossi tra il polo del “profeta” e dell’”apostolo” e quello dell’osservatore disincantato, diffidente, fatalista, individualista; sono stati soprattutto, sia nella retorica patriottarda che nella vergogna delle patrie cose, incapaci di <em>presentarsi </em>– e dal fascismo in poi l’Italia è senz’altro un “paese che non osa dire il suo nome”.</p>
<p><strong>Questo mi ricorda qualcosa…</strong></p>
<p>L’”amore che non osa dire il suo nome”: l’omosessualità. Se rifletti su ciò che abbiamo detto fin qui, ti renderai conto che noi italiani siamo vissuti per secoli in un regime semiotico <em>che ha la stessa struttura del segreto omosessuale</em>. Non sarebbe poi strano se l’omosessualità avesse davvero un particolare radicamento nel nostro paese, come per secoli hanno sostenuto (limitandosi a quella maschile) i viaggiatori stranieri.</p>
<p><strong>Hai tentazioni egemoniche, vedo!</strong></p>
<p>Non dico che questa dimensione sia in assoluto quella predominante: dico che <em>c’è</em>. E che conta. In effetti: dov’è che, nella nostra cultura, l’antitesi tra forma e sostanza risulta più radicale? In alcune figure e situazioni mitiche dell’immaginario italiano: tra le principali, il tradimento, la beffa, il carnevale, la chiacchiera di paese, e il frocio. Per secoli hanno costituito dei momenti di prova dell’equilibrio tra l’apparire e l’essere, hanno fornito occasioni in cui autodefinirsi personalmente e socialmente, e hanno anche vegliato sulla creazione di testi archetipici: non si può pensare il tradimento senza Dante, la beffa senza Boccaccio, il carnevale senza Goldoni, la diceria senza Pirandello. Quanto alla pederastia, sembra quasi che non sia stata raccontata: invece è sorprendente come quasi tutti i classici ne scrivano prima o poi, in un modo o nell’altro.</p>
<p><strong>Davvero? Chi?</strong></p>
<p>Be’, è un po’ stupido fare una lista di nomi invece di analizzare i testi. Ma se ne vuoi qualcuno, così a memoria, e con tutti i limiti di un lettore non sistematico: mi è capitato di trovare il tema in Dante, Boccaccio, Ficino, Poliziano, Machiavelli, Ariosto, Castiglione, Aretino, Berni, Marino, Parini, Beccaria, Alfieri, Belli, Leopardi, D’Annunzio… e tralascio autori come Michelangelo o Tasso, che ne parlano in modo meno diretto.</p>
<p><strong>Interessante. Però mi ha stupito poco fa sentirti usare la parola “pederastia”: è così violenta.</strong></p>
<p>Ma in questo caso è appropriata. La storia delle diverse forme di omosessualità maschile praticate in Italia è ancora largamente congetturale, e quanto sto per dirti costituisce una rozza semplificazione: anche perché le persone, per fortuna, spesso non rientrano perfettamente in un astratto modello di relazione. Di fatto però alcuni di questi modelli si sono avvicendati, e in parte sono coesistiti (come accade tuttora). Ora, l’ipotesi che si va facendo strada tra alcuni studiosi è che da noi abbia resistito ben più a lungo che nell’Europa centro–settentrionale il modello pederastico, basato in primo luogo sulla differenza d’età (maschi adulti che hanno rapporti con maschi adolescenti) e praticato su larga scala (ricordi i dati su Firenze nel Quattrocento?). Proprio per questo il ben diverso modello dell’”omosessuale moderno” – che ha rapporti solo con altri gay, senza particolari barriere di età – da noi si sarebbe radicato tardi.</p>
<p><strong>Hmm… Se questa ipotesi è vera, perché nessuno parla della centralità della pederastia nella nostra cultura, e quindi di un suo rapporto forte con l’identità nazionale?</strong></p>
<p>Qualche accenno in questa direzione mi è capitato sotto gli occhi. Accenni frammentari, certamente molto discutibili, ma interessanti.</p>
<p>* * *</p>
<p>Si potrebbe partire da un dato. La penisola è stata a lungo sottomessa a popoli stranieri, e la nostra cultura ha spesso trattato questo tema attraverso metafore sessuali – pensa all’Italia “non donna di provincie, ma bordello” del <em>Purgatorio</em>. Nulla di sorprendente. Tuttavia, colpisce la frequenza con cui si è ricorsi a immagini di sottomissione <em>omosessuale</em>. Nel Risorgimento, per esempio, gli italiani sottomessi all’Austria sono descritti come “snervati” (Alfieri), “eunuchi” (Giusti), “bardassa” (Porta), e così via. Più di recente, Cesare Garboli…</p>
<p><strong>Ancora Garboli! Certo che per essere uno che di omosessualità “non se ne intende”, ne parla di continuo.</strong></p>
<p>Ma la sua posizione è di grande interesse. In un’intervista del 1997 (ora in <em>Ricordi tristi e civili</em>) parte proprio da <em>Purgatorio </em>VI, per declinarlo in senso pederastico: “Noi siamo stati il giardino dell’Impero, come diceva Dante. Siamo simili a un Efebo dentro al quale tutti gli altri Stati hanno desiderato stare, ammirati della sua bellezza. Quando abbiamo smesso di essere un bel ragazzo che l’ha preso nel sedere, abbiamo fatto la faccia feroce, per poi sbagliare tutto… La vocazione del nostro paese è una vocazione servile, nel bene e nel male.” Subito dopo ricollega questa ipotesi a un’idea che nello stesso anno – credo sia solo una coincidenza – è citata anche in un libro di Franco Cordelli,<em> La democrazia magica</em>, e che però ha le sue radici (come scrive Cordelli) addirittura in Manzoni: l’idea di Enea come “primo italiano”.</p>
<p><strong>E rieccoci al Risorgimento. Ma in che senso Enea sarebbe un modello dell’identità italiana?</strong></p>
<p>“Modello” è dire troppo. Si tratta di un fascio di spunti, di suggerimenti, che fanno perno sulla caratterizzazione di Enea come “eroe passivo”. Io li classificherei sotto l’etichetta della <em>ricettività </em>culturale, politica, sessuale. “Ricettività” qui è un termine–ombrello che adotto in mancanza di meglio. Comprende la passività, ma anche l’accoglienza, l’ecumenismo. Il provvidenzialismo, ma anche lo scetticismo e perfino il cinismo. L’apertura al nuovo, ma non la rivoluzione; l’indifferenza, ma anche la <em>pietas</em>, il senso del passato e dei valori depositati; e, direi, anche il “senso della forma” di cui parlavo prima. Infine la “passività” sessuale. Cordelli, ricordando come nell’<em>Eneide </em>il nemico di Enea, Turno, accusi l’eroe di essere un <em>semivir</em>, parla di “effeminatezza” – pensando però alla plasticità versatile del seduttore (che può anche sfociare nell’uccisione dei rivali) più che al ruolo del sodomita passivo. Garboli invece, come abbiamo visto, fa senz’altro riferimento alla pederastia.</p>
<p><strong>Non sono molto convinto. Comunque c’è perlomeno una contraddizione nella tesi di Garboli. Se fossimo un popolo di efebi, chi sarebbero i nostri sodomizzatori?</strong></p>
<p>Per risponderti bisogna andare a un terzo autore che ha affrontato questi temi, ma cinquant’anni prima: Umberto Saba. In uno dei primi appunti delle <em>Scorciatoie</em>, Saba scrive (riscrivendo, in realtà, <em>Totem e tabù </em>di Freud) che gli italiani non hanno mai fatto vere rivoluzioni, perché non vogliono abbattere il vecchio bensì il rivale: “Non sono parricidi; sono fratricidi… Vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.” E’ una diagnosi che si applica bene a Enea: l’eroe che per raccogliere l’eredità paterna scatena una guerra fratricida. Ma Saba riporta un orizzonte culturale e politico – il familismo patriarcale, la gerontocrazia, la faida, il lato oscuro del tradizionalismo italiano – entro la dimensione psicoanalitica, costruendo un romanzo famigliare. Così questa versione della metafora pederastica risolve il dubbio che mi ponevi. I “sodomizzatori” per Saba sono gli italiani stessi. Obbedendo al maschio anziano autorevole – cioè al “padre” – imparano la reciproca vergogna del potere. Compiono un’esperienza di sodomizzato–che–sarà–sodomizzatore, la raccolgono da un sodomizzatore–che–è–stato–sodomizzato. Sono testimoni e complici della debolezza e resistenza del corpo maschile.</p>
<p><strong>Questa specie di orgia, però, nell’<em>Eneide </em>non c’è!</strong></p>
<p>Credevo fosse chiaro: il discorso che risulta da questo montaggio di testi “usa” Enea semplicemente come simbolo identitario. Detto questo, se nell’<em>Eneide </em>non è rappresentata la sodomia, c’è però la sottomissione maschile, c’è questo rapporto circolare ma fortemente ruolizzato con il potere. Anzi, nella scena finale del poema – il duello tra Enea e Turno, re dei Rutuli – questa esperienza ci viene mostrata nel suo momento di crisi.</p>
<p><strong>Parlamene in breve: poi voglio tornare alla “ricettività”, e capire cosa ne pensi.</strong></p>
<p>Certo. Ricordi? Alla fine Turno, sconfitto, chiede pietà, si sottomette. Enea sta per risparmiarlo, quando gli vede addosso il balteo che Turno ha strappato al cadavere di Pallante: allora lo uccide.</p>
<p><strong>Mi sembra semplicemente una vendetta.</strong></p>
<p>Ma non è una vendetta semplice. Pensa a Pallante. E’ il figlio del re italico Evandro, ma incarna anche un tipo letterario: l’efebo guerriero fedelmente legato a un combattente più anziano (Enea). La versione esemplare di questa stessa coppia è, sempre nell’<em>Eneide</em>, Eurialo e Niso, mentre il modello originale, benché lievemente diverso, è quello di Achille e Patroclo…</p>
<p><strong>Un momento: sono coppie di guerrieri o di amanti?</strong></p>
<p>Questo sarebbe un discorso lungo; diciamo che la componente erotica nel testo epico resta implicita, ma era ben presente già agli occhi degli antichi – e di qualsiasi lettore avvertito. Attorno a Pallante, però, ruotano diverse autorità amorevoli e patriarcali. Enea: che seppellirà il ragazzo avvolto in uno dei due drappi avuti da Didone (l’altro, Enea sembra tenerlo per sé – in queste esequie agisce una vera e propria mistica nuziale). Il padre Evandro: che ha <em>adiunctus</em>, “dato come compagno”, Pallante a Enea. E altri ancora: quando Ercole è afflitto per l’imminente morte del giovane (che secondo una leggenda è <em>suo </em>figlio), suo padre Giove gli ricorda di aver perso lui stesso un figlio a Troia, Sarpedone. Come vedi, è tutta una girandola di padri reali o figurati, comunque tenerissimi e potentissimi. Tra di loro però c’è anche un “padre” nero, re Turno, il lato oscuro dell’autorità militare–patriarcale–erotica, che ucciderà Pallante.</p>
<p><strong>Ho capito: Enea punisce Turno perché ha ucciso un guerriero giovane, metaforicamente “figlio” di entrambi. Ma per spiegare l’uccisione di Turno non basta il fatto che Enea fosse legato a Pallante?</strong></p>
<p>Però ragionare sui ruoli – sui “padri” e sui “figli” – permette di cogliere nella morte di Turno, nel suo come e nel suo perché, qualcosa di più profondo dei rapporti spiccioli tra i singoli personaggi. Vedi, la colpa di Turno non è solo l’aver ucciso un “figlio”, per giunta prediletto da Enea. Turno fa di peggio: incrina le gerarchie, intorbida le acque. Elimina il ragazzo dicendo: “A me solamente spetta Pallante; vorrei che vi fosse suo padre ad assistere.” Attraverso il figlio, colpisce un altro padre. Poi, una volta sconfitto da Enea, chiede pietà: e la chiede in nome della sofferenza che la sua morte darebbe al padre Dauno. Insomma, abdica, si dichiara figlio; e ricorda a Enea che anche lui è un figlio. Enea sul momento è confuso, esita. Poi gli balza agli occhi il segno tangibile, osceno, delle trasgressioni di Turno: il balteo – su cui è inciso un altro mostruoso rovesciamento, il mito delle Danaidi che uccidono i mariti. Il balteo di Pallante. Turno si è<em> travestito da figlio</em>. Al rivelarsi di questo paradosso Enea risponde con una mossa altrettanto paradossale: diventa, per un istante, anche lui figlio – proprio come voleva Turno, in fondo. Affondando la spada esclama: “Con questa ferita, Pallante t’immola.” Il verbo non è scelto a caso: si tratta propriamente di un momento rituale. Il sovrapporsi di padri e figli, l’avvicendarsi di potere e sottomissione negli stessi corpi, è un mistero sacro – un tabù.</p>
<p><strong>Tutto questo, però, ha a che fare con la cultura latina più che con quella italiana.</strong></p>
<p>Sì, è la cultura del maschio adulto onnipotente su donne e maschi giovani: ciò che la storica Eva Cantarella, seguendo Paul Veyne, ha chiamato una sessualità “di stupro”, che pure in Virgilio e negli augustei acquista nuove sfumature sentimentali. Ma la coppia Enea–Pallante, o se vuoi Niso–Eurialo, è stata ripresa spessissimo nella letteratura italiana. Pensa a Cloridano e Medoro nell’<em>Orlando Furioso</em>, Solimano e Lesbino nella <em>Gerusalemme liberata</em>, addirittura il Tapiro amato dall’Elefante negli <em>Animali parlanti </em>di Casti…</p>
<p><strong>D’accordo. Ma in conclusione, sii onesto: il paradigma pederastico dell’identità italiana, così come si profila nelle pagine di Saba e Garboli, ti sembra credibile?</strong></p>
<p>Per definizione, un’identità nazionale non è qualcosa in cui “credere”, ma qualcosa che va cambiato: chi non vuole farlo è un fascista, proprio in senso tecnico. Sul sito web “Nazione indiana”, nei giorni della strage di Nassiriya, Antonio Piotti si chiedeva quale immagine dell’identità nazionale si esprimesse nella presenza italiana in Iraq (e la sua risposta, interessante ma piuttosto lunga da riferire, aveva diversi punti di contatto con le tesi di Garboli). Andrea Inglese ha commentato: “Ma io mi interrogherei su questo immaginario. Esso è inattaccabile, fatale, rimarrà eternamente radicato in noi come una maledizione (o una benedizione)? Dobbiamo confermarlo questo immaginario ancora una volta? Anche dopo averlo smontato? O possiamo provare ad immaginarci diversamente?”</p>
<p><strong>D’accordo, d’accordo&#8230; Però non mi hai risposto.</strong></p>
<p>Io direi che il mosaico che ti ho assemblato compone un ritratto… alla Dorian Gray: per certi versi molto acuto e rivelatore, per altri del tutto falso e irreale (benché irreale in modo significativo). Forse il motivo è che mette in gioco, sia pure in forma sofisticata, degli stereotipi.</p>
<p><strong>Quali sono, per cominciare, gli aspetti che ti convincono?</strong></p>
<p>Te ne dirò solo uno. Credo che un fattore importante – tutt’altro che esclusivo, ma importante – nella psicologia italiana, soprattutto considerata come palinsesto storico, sia l’esperienza della sottomissione al potere. Potere politico, patriarcale, e sessuale. Una dimensione psicologica “pederastica” esiste davvero, e non è priva di peso – anche se non vorrei certo farne “l’identità italiana” <em>tout court</em>.</p>
<p><strong>Anche perché questa dimensione, se c’è stata, appartiene al passato…</strong></p>
<p>In parte sì. E in parte perdura in forma simbolica. Del resto, è proprio nei rapporti di potere che la forma è importante: il giovane lupo deve esporre la gola alle zanne del capobranco – non occorre che si faccia sbranare. E poi il patriarcato non è certo scomparso, e se sta scomparendo lo fa alla velocità di un ghiacciaio: vedrai, sputerà i nostri corpi tra quarant’anni.</p>
<p><strong>E gli aspetti che invece non ti convincono?</strong></p>
<p>In primo luogo due. Il primo è quello che ti accennavo un attimo fa: entro questa visione la sottomissione al potere diventa il denominatore unico. E’ una prospettiva tutta verticale, claustrofobica. E’ vero che la nostra identità storica si fonda più sulle associazioni coatte (la famiglia d’origine, l’ufficio) che su quelle elettive (partiti, sindacati): l’epica USA del comitato civico non ha mai preso molto piede in Italia. Però è anche vero che una certa capacità associativa e rivendicativa l’abbiamo dimostrata. Alla fin fine, abbiamo avuto partiti e sindacati tra i più grandi dell’Occidente. Oppure pensa alla Resistenza, che è stata per un verso l’occasione di una lotta fratricida come quella evocata da Saba, ma per un altro verso è nata dall’alleanza tra fratelli anche politicamente molto distanti, uniti nel CLN – e in questo modo ha fatto molto per inaugurare una diversa immagine dell’Italia… Il secondo aspetto che non condivido, poi, è che questa concezione, pur dissacrando qualcuno dei miti della virilità, in realtà mostra chiaramente il suo taglio misogino. Ignora in modo totale e brutale la dimensione femminile e quella materna: si parla solo di maschi e padri. E ciò falsa gravamente i conti.</p>
<p><strong>Questa poi! Senti chi parla! Se fin dal discorso su Dante e Brunetto non hai fatto altro che parlare di padri, padri, padri, metaforici o reali – e non hai citato una sola madre…</strong></p>
<p>Ma stavano nelle pagine che abbiamo discusso! Non è colpa mia se i libri che ho preso in esame con te parlano di padri!</p>
<p><strong>Li hai scelti tu i libri! Se ti soffermavi di più su Saba, in <em>Ernesto </em>trovavi una madre grande così!</strong></p>
<p>Hmm… Ci dai giù duro. Be’, d’accordo, diciamo che sono stato complice di un silenzio. Tutti i discorsi sulla tradizione e sull’identità rischiano queste ellissi. Quindi accetto la tua critica, ma continuo a pensare che discorsi di questo tipo non possano venire semplicemente elusi.</p>
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		<title>W</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Sep 2004 12:18:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Dario Voltolini Causa vinta per Carla Benedetti. Il Giudice respinge la richiesta di Pedullà.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Dario Voltolini</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/david_goliath2.jpg" alt="david_goliath2.jpg" border="0" height="276" width="325" /></p>
<p>Causa vinta per Carla Benedetti. Il Giudice respinge la richiesta di Pedullà.</p>
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		<title>Ballarò o della Sindrome di Stoccolma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2004 20:53:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Simone Ciaruffoli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Simone Ciaruffoli La politica corre dietro ai suoi tempi, dimostrando che se esiste un concetto primario di identificazione tra messaggio e ricezione dello stesso, quello risiede nella priorità dell’immagine. L’identità politica dunque è oggi un complesso mostro sociale che prende forma dallo “stimolo” televisivo promosso dalle nostre trasmissioni. Il mezzo televisivo acquisisce la sua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Simone Ciaruffoli</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/floris.jpg" alt="floris.jpg" align="left" border="0" height="158" hspace="4" vspace="2" width="143" />La politica corre dietro ai suoi tempi, dimostrando che se esiste un concetto primario di identificazione tra messaggio e ricezione dello stesso, quello risiede nella priorità dell’immagine. L’identità politica dunque è oggi un complesso mostro sociale che prende forma dallo “stimolo” televisivo promosso dalle nostre trasmissioni. Il mezzo televisivo acquisisce la sua caratteristica e soggettività, come pure l’idea di società e di politica che proietta, non (solo) attraverso il suo palinsesto, per via delle sue trasmissioni, ma (anche) grazie al rapporto economico dettato dalla compagnia proprietaria dell’emittente televisiva stessa.<br />
<span id="more-535"></span><br />
L’immagine (della) politica che ne viene fuori è dunque un contorto agglomerato di gestione mercantile e, solo successivamente, di faziosità propagandistica. Come a voler dire che la satira di sinistra trova alloggio nelle tele-camere di Mediaset non in onore al pluralismo, ma a quello ben più remunerativo dell’audience. Ciò detto, il fatturato diventa oggi il presupposto e l’ipotesi della Televisione politica, della propaganda di un pensiero ideologico a stretto contatto con le logiche di potere, foss’anche di ideologia opposta. E’ il Potere, insieme all’Istituzione che lo legittima, a detenere i diritti dell’informazione ideologica, non le trasmissioni televisive con i loro ospiti di eterogenea estrazione politica.</p>
<p>Fin qui il presupposto grazie al quale prendere atto su quanto e come la strategia della Televisione berlusconiana (Rai e Mediaset) sia anteposta a tutto ciò che la stessa manda in onda, irrigidita nei suoi compartimenti stagni più riversi nella logica del Capitale che in quella politica; d&#8217;altronde, questo assunto, non si differenzia dal comportamento Pubblico del Berlusconi premier. <em>Porta a Porta, Excalibur – Lunedìtalia</em> e <em>Ballarò </em>dunque rispondono agli stessi intenti, con differenti modalità certo, ma pur sempre bypassando un <em>politichese </em>che li anticipa, li sovrasta rendendoli merce alle dipendenze di una strategia comunicativa non aliena ad una cultura concentrazionaria.</p>
<p>E’ il fatturato a condizionare l’apparato televisivo e, in perfetta coesione, è il Potere ad aumentare esponenzialmente la sua attitudine ad inquinare, anche sotto “mentite spoglie”, la capacità di ricezione delle informazioni. E Ballarò (le “mentite spoglie”), con il volto pulito sorridente e candido di Floris, non è altro che la possibilità di un regime di pilotare i suoi sudditi “contro”, e non “verso”, una deflorata occasione di democrazia culturale. Se Vespa e Socci costituiscono un’estasi godereccia per l’esponente politico o culturale inviso alla sinistra, la professionalità, la delicata e femminea parzialità di Floris concorrono a creare un universo “genuino” entro cui sobillare ancora (ma più artatamente) quella deflorata occasione di democrazia culturale di cui sopra. Floris, e le strategie comunicative lo insegnano, <strong>è più vicino a confermare il volto democratico dell’Istituzione che gli premette di andare in onda (lo Stato), piuttosto che rendere giustizia alla sua presunta pluralità di vedute o, tutt’al più, “leggera” tendenza anti-governativa</strong>. Non è un caso che lo stesso piaccia indistintamente ai politici di centrodestra quanto a quelli di centrosinistra.</p>
<p>Se per molti il mondo di <em>Porta a Porta </em>è uno spazio falso, costruito a regola d’arte al fine di supportare determinate dialettiche governative, allora è evidente di come il possibile rappresentate della Casa delle Libertà traduca la sua immagine in maniera positiva di fronte alle nivee telecamere di Ballarò piuttosto che a quelle del Vespa, appunto, nazionale.<br />
E’ questione di semplice e fittizia retorica.<strong> E’ il contenitore a vagliare e a sottoscrivere, a dare credito alle questioni politiche</strong>. Ed è un bravo e “indefesso” conduttore a stuzzicare le capacità retoriche di un politico, producendo non raramente effetti di seduzione nella parte dialettica avversa alla nostra, quasi fossimo di fronte ad una sorta di sindrome di Stoccolma.<br />
In questo senso l’unico modo per contrastare questo Governo sarebbe quello di non impedirgli ogni malfatta e stomachevole trasmissione. Ballarò e poche altre sono l’esempio di come lo zuccherino serva ad ingoiare la tremenda pillola.</p>
<p>In attesa che il potere dell’immagine si separi da quello del Capitale, stomachiamoci di Vespa, d’altronde è con il veleno che si combatte il veleno.</p>
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		<title>THE RAY AND MARIA STATA CENTER DI FRANK O. GEHRY</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jul 2004 20:34:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[frank owen gehry]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Non è difficile voler bene alle architetture di Frank Owen Gehry. Non ostante lo stile “terremotato”, l&#8217;accartocciarsi e il frantumarsi dei suoi volumi edilizi, non ostante l&#8217;insistente sensazione di perdita dell&#8217;equilibrio, il disprezzo per le regole base della statica e della “buona educazione” urbana, le opere di Gehry, canadese di nascita ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong><br />
<img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/stata.bmp" alt="stata.bmp" align="left" border="0" height="175" hspace="4" vspace="2" width="250" />Non è difficile voler bene alle architetture di Frank Owen Gehry. Non ostante lo stile “terremotato”, l&#8217;accartocciarsi e il frantumarsi dei suoi volumi edilizi, non ostante l&#8217;insistente sensazione di perdita dell&#8217;equilibrio, il disprezzo per le regole base della statica e della “buona educazione” urbana, le opere di Gehry, canadese di nascita ma statunitense d&#8217;adozione, sono per loro natura amichevoli. Lo sono per l&#8217;insita spettacolarità barocca, certo, ma questo non basterebbe, lo sono perché hanno, caso non unico ma di certo raro in tutta la storia dell&#8217;architettura, un gran senso dell&#8217;umorismo.<br />
<span id="more-534"></span><br />
Nessuno, attraversandole, sente che il piegarsi innaturale delle pareti, il deformarsi dei serramenti, l&#8217;accartocciarsi delle coperture, sia l&#8217;annuncio di una catastrofe imminente; nessuno vive gli spazi gehryani con la stessa critica drammaticità che tanti altri grandi architetti contemporanei esprimono nelle loro realizzazioni. In qualche modo le opere di questo architetto sono come la concretizzazione tridimensionale del senso di meraviglia tipico della cultura hollywoodiana (e non è un caso che proprio in California Gehry è cresciuto professionalmente).</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/statacenter3.jpg" alt="statacenter3.jpg" align="left" border="0" height="135" hspace="4" vspace="2" width="200" /></p>
<p>Insomma, al suo lavoro ci si affeziona subito. C&#8217;è anche chi lo detesta, intendiamoci. Spesso sono quegli intellettuali barbosi e snob che per partito preso al cinema guardano solo film iraniani, ma più frequentemente chi proprio non sopporta Gehry è il professionista privo di talento, o il politico dalla vista opaca. Queste persone non accettano l&#8217;idea che si possano rendere concreti, e con prassi da consumato manager, anche i sogni più infantili. E che con un intero universo onirico si possa rivitalizzare una città che stava morendo, come è il caso eclatante del Guggenheim di Bilbao, trasformandola nella seconda città più visitata della Spagna. Bisognerebbe scommettere con artisti geniali quali Gehry  perché tanto poi si vince sempre; ma, si sa, nel nostro paese questa lungimiranza etica e politica manca.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/stata3.jpg" alt="stata3.jpg" align="left" border="0" height="240" hspace="4" vspace="2" width="320" />Non manca negli Stati Uniti, però. E lo conferma, se ce n’era bisogno, quest’ultima opera inaugurata da pochi giorni, il <em>Ray and Maria Stata Center,</em> nuova addizione al campus del glorioso MIT. Con la folle spesa di 300 milioni di dollari sono stati accorpati in un unico complesso edilizio gli istituti, le aule, i laboratori e i servizi dei dipartimenti di Scienze informatiche, Intelligenza Artificiale, Linguistica e Filosofia, nell&#8217;espresso desiderio di creare una solida interazione fra le varie discipline che si interessano di linguaggio, che sia esso artificiale o umano (se ne può approfondire la conoscenza sul sito ufficiale: <a href="http://web.mit.edu/buildings/statacenter">http://web.mit.edu/buildings/statacenter</a>).</p>
<p>Già questo, a pensarci, odora di utopia. Credere convintamente che discipline di orientamento diverso, dalle più tecnico scientifiche alle più strettamente umanistiche, possano convivere sotto lo stesso tetto (anche se squinternato da un architetto folle), che questi saperi possano interagire moltiplicando il loro potenziale, sa di incredibile. Ma gli americani sono pragmatici; quando pensano una cosa la realizzano non si limitano a sognarla.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/stata.jpg" alt="stata.jpg" align="left" border="0" height="166" hspace="4" vspace="2" width="129" />Anche qui Gehry insiste con tutto il suo tellurico armamentario stilistico. Lui che per poter rendere costruibili le sue opere ha dovuto nel decennio scorso (mentre da noi ancora si disegnava sui tecnigrafi) utilizzare un programma informatico (CATIA) che era usato nell&#8217;ambito dell&#8217;ingegneria aerospaziale, sembra divertirsi ora a distruggere, piuttosto che costruire, l&#8217;edificio, anzi il frammento di città perché tale sembra, che dovrebbe accogliere le migliori menti logiche e informatiche degli Stati Uniti (e anche i loro soldi: Bill Gates, con la ragguardevole somma di 20 milioni di dollari, è fra i donatori più facoltosi).</p>
<p>E’ evidente, però, che è una distruzione per modo di dire, che è un gioco il suo. Il terremoto non avverrà mai, l&#8217;edificio, il scenografico lacerto di città, non cadrà mai su se stesso. Siamo nell&#8217;ambito di una dinamica spettacolare che già conosciamo. Nessuno, al cinema, veramente pensa che James Bond sia in reale pericolo; anche nella situazione più assurda, anche nella più inverosimile, sappiamo che troverà sicuramente il modo di uscirne vincitore.</p>
<p>Tutto a posto, allora, tutti soddisfatti, no? Sì, anzi, no! Perché, oltre a chi lo ama e chi lo detesta, c&#8217;è una terza categoria di persone che si approccia all’opera di Gehry. Ed è quella che, come chi scrive, a suo tempo è andata a Bilbao come in pellegrinaggio, che si è commossa davanti alle sue opere come ci si commuove leggendo la Divina Commedia o ascoltando la Nona di Beethoven e che ora sente la fatica, la farragine, delle sue nuove realizzazioni.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/stata2.jpg" alt="stata2.jpg" align="left" border="0" height="120" hspace="4" vspace="2" width="160" />Intendiamoci: cose così in Italia ce le sogniamo. Se servisse a qualcosa sarei in prima fila a combattere affinché un artista come Gehry (o come tanti altri come lui, italiani compresi, che riescono ad esprimersi spesso solo al di fuori del territorio patrio) riuscisse a lasciare un suo segno nel nostro asfittico panorama contemporaneo.</p>
<p>Però è sempre più evidente, nel corso degli anni, che Gehry sembra diventato il miglior imitatore di se stesso. Come se dovesse, insistentemente, spettacolarizzare la sua opera per nascondere una evidente carenza di autentica, nuova, ricerca formale. Quasi che la sua architettura anarchica si sia ormai addomesticata alle buone maniere. Da lui ci si aspetta astrusità e lui, consolatorio, ce le dona, a piene mani.</p>
<p>Gehry è a tutti gli effetti nella storia della cultura occidentale; quello che ha fatto ha cambiato le sorti dell&#8217;architettura della fine del secolo. Ma non si può pensare di scrivere sempre la stessa opera, lo stesso poema; si diventa manieristi di se stessi. Ed è quello che gli sta accadendo. Sembra un po&#8217; il nostro Tasso che, mai contento della sua <em>Gerusalemme Liberata</em>, l&#8217;ha riscritta per anni trasformandola nella <em>Gerusalemme Conquistata</em>. Fatica inutile, ché tanto nessuno la legge, noi restiamo affezionati alla prima versione.</p>
<p>A questo punto c&#8217;è da chiedersi: quali nuovi percorsi, quali nuove vere opere d&#8217;ingegno Gehry potrebbe regalarci se la smettesse di guardarsi, ripetutamente e narcisisticamente, allo specchio?</p>
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		<title>Rabelais, illustratore del nuovo mondo</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/07/13/rabelais-illustratore-del-nuovo-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jul 2004 22:47:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Volpato]]></category>
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					<description><![CDATA[Giuliano Della Casa illustratore di Rabelais di Elena Volpato Sguazzavano nel sangue fino alle ginocchia, i cavalli nel Tempio. Anche questa era stata un’immagine di Medioevo, quello europeo, delle croci infuocate sui manti bianchi, resi immacolati dalla benedizione del Papa, partiti per sollevar polvere a Gerusalemme. Quel Medioevo, però, lucidato e rimpennacchiato, giungeva nei lieti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Giuliano Della Casa illustratore di Rabelais<br />
di <strong>Elena Volpato</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/giuliano.jpg" alt="giuliano.jpg" align="left" border="0" height="227" hspace="4" vspace="2" width="170" />Sguazzavano nel sangue fino alle ginocchia, i cavalli nel Tempio. Anche questa era stata un’<em>immagine </em>di Medioevo, quello europeo, delle croci infuocate sui manti bianchi, resi immacolati dalla benedizione del Papa, partiti per sollevar polvere a Gerusalemme. Quel Medioevo, però, lucidato e rimpennacchiato, giungeva nei lieti palazzi in scrigni di libri, illuminati e ingentiliti da cornici, come i chiostri da ombrose e istoriate fontanelle. Quei libri portavano immagini d’amore e galanteria, nelle ore pomeridiane, con misurata grazia, e Orlando, e Artù, e il più romantico tra loro, Lancillotto, tracciarono con le loro lance, quasi fossero i lunghi pennelli del vecchio elegante Degas, merletti, e vesti di vaghi colori per le dame, perché potessero sorridere un po’,  e un po’ potessero piangere delle scure trine purpuree con cui la morte, talvolta vincitrice, miniava i fregi gotici delle loro corazze.<br />
<span id="more-533"></span><br />
Gargantua e Pantagruele per troppa vita, per incontenibile gioia, per sentore di Rinascimento – direbbero gli storici &#8211; irruppero nel mezzo della scena, e corsero oltre, lasciando a terra solo poche schegge di quel fiorito portagioie. Rabelais li precedeva divertito, dando in pasto alla loro foga nuove immagini di mondo.</p>
<p>Strano che pochi illustratori oltre a Doré siano stati attratti dall’impresa di fare eco ad una così vivida distruzione e ricostruzione di immagini. Ma non dobbiamo neppure stupirci troppo, considerata l’incerta fortuna del testo, se solo pochi non se ne siano sentiti sopraffatti. Le incisioni di Doré con la loro forza seppero seguire nella profondità del segno nero la grande architettura dantesca, e proprio per questo non ci si può aspettare una uguale e contraria fedeltà all’irrefrenabile caos del racconto rablesiano. La vignetta, il primo strumento della grande stagione dell’illustrazione ottocentesca, non aiutava certo con la sua pretesa di separazione per scene. La vignetta, anche nel respiro vasto di Doré è ancora troppo cornice per contenere giganti. Doré scelse di rendere il caos con la quantità disordinata, in scene traboccanti, e certo la quantità è innegabilmente uno degli aspetti del nuovo disordine rablesiano, ma &#8211; cosa difficile da andare a raccontare ad uno che di mestiere fa l’illustratore – tutta quella quantità, quella nettezza di visione, è tutt’altro che descrittiva. A buona ragione Bachtin si sentì di paragonare il corpo descritto da Rabelais a un nordico come Bosch, e altrettanto giustamente le sue visioni furono accostate scelte come commento visivo alla precedente edizione di quest’opera. Ma nel leggere e nel guardare la distanza è sensibile. Troppo sottili sono le terminazioni nervose delle visioni di Bosch, troppo appuntite, terminate, affusolate e complete per il corpo in incontrollata crescita di Rabelais. Le nuove illustarzioni di Giuliano Della Casa abbandonano definitivamente la cornice e la scena. Insegue il paradosso del dettaglio volatile e quello, ancor più difficile, dell’immensa schiera di qualità molteplici che nella pagina formano un fiume in piena restando distinte.</p>
<p>Se i cavalli dei templari sguazzavano nel sangue, con Rabelais nel rosso dobbiamo tornare a sguazzare, nel rosso denso e scuro. Non a cavallo. Senza mantello. A piedi. Ci tireremo su le tonache, faremo coppe dei nostri cappucci per raccogliere quel flusso di rosso vivo che nessuna biblioteca medievale conobbe fra le sue miniature, che nessun laboratorio d’oriente seppe sfornare in porcellane. “À boyre! À boyre! À boyre!” Scendiamo tutti a bere perché così ha urlato il piccolo gigante Gargantua appena nato, sorprendendo il padre con la sua immensa bocca già piena di sete, già piena di fame, piena del desiderio di trangugiar quel vuoto ordine che il medioevo aveva sin lì posto tra una cosa e l’altra, per distinguere, separare, identificare, per scalare gerarchie, per discendere nel male, per approfondir pertugi, per nominare secondo specie, per scartabellare in cassetti e  per fermare, fermare tutto se possibile, congelare, tutto lì dov’era. Un gran movimento per stabilire che si sapeva già tutto.</p>
<p>Prima di Rabelais, dopo Rabelais, gli scrittori illustravano il mondo come architetti, i poeti erano versificatori petrosi di guglie, raggelati vetrai di rosoni, equestri edificatori di contrafforti. Il Medioevo era tutto in una <em>illustrazione</em>: una cattedrale. <em>Immagini </em>di scale, alberi, labirinti, mappe in cui il cosmo era stato congelato. Ma la teogonia di Rabelais già guidava il fiume Oceano &#8211;  che quelle vecchie illustrazioni cingeva &#8211;  a sommergere tutto come in un secondo diluvio, l’inizio dell’era nuova: il Rinascimento. Non d’azzurro si sarebbe tinto l’orizzonte sotto lo sferzare di quelle onde, ma di rosso, di sangue sì, ma disinfettato dal vino delle botti che più non reggevano i cerchi. Tutte le loro scale, i loro Libres de Ascensus, avrebbero portato ad enormi allagate cantine, gli alberi, i loro Arbores Principiorum et Graduum Medicinae li avrebbe divelti Pantagruele, figlio di Gargantua, per farne bastoni in battaglia.</p>
<p>Come stupirsi allora che la prosa a briglia sciolta di Rabelais si trovi a far eco a quella di un altro distruttore di antichi mondi, di quel Leonardo inventore e osservatore delle acque di cui Cesare Segre così ci distilla le ‘rablesiane’ iterazioni: <em>percuotere percussione: percussioni, percossi, percotano, percussioni; percuotino, percussione, percossa, percote; percotitrice, percussioni, percussione percossa, percussione</em> – dove troviamo proprio quell’etimo che Michail Bachtin riconobbe come prima unione delle nozze tra lotta ed eros, le stesse percosse contro il Medioevo, presenti nei trionfi  di trippe nei banchetti, e in quelli di carne nel letto, in un unico flusso “leonardesco” che percuote e “rintrona”  &#8211;<em> Bevo per la sete a venire, bevo eternamente, eternità di bevute, una bevuta d’eternità, io m’inzuppo, mi bagno, mi bevo…</em></p>
<p>Folle illustratore Rabelais, di folli immagini del mondo. Caotiche, strambe, in sussulto, in vibrazione, a testa in giù. Ma ruzzolando, sapeva bene dove andare, Rabelais, non lontano da Pico, quel nuovo ordine che andava costruito lo vedeva nascere dall’unità piena, e complessa, e densa di umori, di muscoli, di nervi, di dure ossa. Lo vedeva in un corpo. Più d’uno scorgeva allora il nuovo ordine, la nuova immagine, in un macrocosmo riprodotto ed illustrato nel microcosmo del corpicino umano. Ma Rabelais, membro dell’ordine dei medici, partorì un corpo gigantesco, grande e grosso e ancora non se ne accontentò, perché di ben due generazioni di giganti volle seguire le gesta, le pulsazioni, le febbri, gli sfoghi, i desideri, le vibrazioni, gli spurghi. Sì, gli spurghi perché da lì incomincia la rinascita, Gli omini nati da una poderosa scoreggia di Pantagruele potrebbero narrarcene l’evoluzione. Rabelais voleva che il suo corpo d’illustrazione universale fosse di una materia incontenibile, di una macroscopia fagocitante, per guardarci bene dentro quel nuovo cosmo, per ficcarci le sue grassocce dita di medico cinquecentesco, pronto a tirar fuori catini per salassi  come un contadino di Bruegel avrebbe passato un piatto di minestra.</p>
<p>È chiaro che il suo cosmo non gli serviva solo grande e grosso, gli serviva bimbo, perché quella rivoluzione che tanto bene ci è raccontata da Bachtin doveva iniziare con capriole e ruzzoli e saltelli. Doveva meditare la vecchia filosofia succhiandosi attentamente l’alluce a capo in giù. E da nulla doveva principiare se non dall’apprendimento del gioco, quello del bimbo eracliteo che lascia cadere dalle manine il nostro destino sulle facce di due dadi. Insieme ai dadi, mille altri giochi Rabelais ci elenca e mille altri cibi con cui nutrire il pargolo, mille altri libri da scoprire, mille altri viaggi di formazione da intraprendere, mille dispute da vincere. Nell’arte dell’elenco, Rabelais fa della pagina un disegno di continuità e disordine dove le parole rotolano le une sulle altre e nel cozzare creano, procreano, muoiono e ricreano. Il nuovo mondo rinascimentale di Rabelais è fatto di <em>immagini </em>in volo, in travaglio, in decomposizione, è fatto di immagini che strisciano, che si arrampicano, scivolano, si spezzano, si piegano, si compongono e si ricompongono, si succhiano la coda e la rigettano. Le sue <em>immagini</em> sono <em>parole </em>perché si mostrano veloci e poi scappano via a travestirsi per un nuovo carnevale. Le sue <em>parole </em>sono <em>note</em>, perché vogliono risuonare, scoprirsi alte e basse nel timbro come bambine davanti a un gioco di specchi, ridendo per <em>simpatia </em>quando le altre ridono. Se le parole si fermano è solo per un incantesimo. Pantagruele ne vide alcune gelate, nel cielo, durante il suo viaggio per mare verso l’ultimo oracolo, quello della divina bottiglia, ma raccogliendole nelle mani, sciolse anche quelle col suo calore, gettandole sul ponte della nave. Le trasformò in confetti colorati che risuonano, e il loro risuonare è un risuonar nel gusto e non nell’orecchio, sono parole caramelle che vanno assaporate come i primi fiocchi di neve che i bambini aspettano a bocca aperta per farli sciogliere tra lingua e palato. Ed è solo lì tra lingua e palato che possiamo assaporare le immagini di Giuliano Della Casa, che ha prestato i suoi colori a Rabelais e con cura ha imbandito la tavola delle sue folli sinestesie. Tra lingua e palato scopriremo il gusto del rosso leggero e frizzante dell’incarnato delle dame di Thelème dove improvvise affocature svelano la grazia, e veli leggeri ci invitano a scoprirla. Tra lingua e palato lasceremo sciogliere le sottili scaglie d’oro che illuminano la regina dell’oracolo.</p>
<p>Nel mondo di Rabelais dove non si conosce riposo, Della Casa ha riconosciuto il paradosso dell’assenza del tempo, e ha saputo astrarne i suoi acquerelli, facendo dei viaggi apparizioni improvvise, degli interminabili banchetti quinte di parole, del linguaggio gestuale fregi e decorazioni, delle odiate decretali maschere friabili come ostie.</p>
<p>Ma il grande illustratore francese ha trasformato il finale della sua opera nell’ultima sfida per i nostri occhi. Ha fatto della parola oracolare un calligramma e del calligramma un sinonimo dell’oracolo. Quel TRINK, letto in una bottiglia, sentito in un gorgoglio di vino appena stappato, visto in un collo di vetro, ci svela l’uguaglianza tra la sapienza ultima e il primo vagito: “À boyre! À boyre! À boyre!”</p>
<p>Della Casa, raccoglie la sfida, “illustra” il calligramma, rende flessuoso il collo arrossato della bottiglia e con lettere d’oro ci svela che la cabala, in Rabelais, non è che l’arabesco di una fola.</p>
<p>Ma attenti, perché la verità contenuta nell’illustrazione rablesiana, l’innegabile verità della scoperta cosmica del nuovo continua a riaffiorare come un mito nell’immaginario contemporaneo. Chi ha avuto la fortuna di imbattersi nel Giudice, l’enorme uomo bambino dell’epopea del nuovo mondo americano di Cormack McCarthy, sa che altri fiumi rossi di sangue e vino sono stati guadati.</p>
<p>E che fino a ieri sempre nuovi giganti si sono scossi di dosso vecchie cornici e affamati di conoscenza non hanno voluto conoscere distinzioni tra la foga del proprio nutrirsi e lo sgomento della lacerazione, dello squarcio, della dissezione che ogni nuovo cosmo chiede.</p>
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