<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>davide orecchio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/author/davide-orecchio/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 27 Jan 2021 16:26:27 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Giovani al comando, rivoluzionari</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/27/giovani-al-comando-rivoluzionari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Feb 2020 07:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Gioventù rivoluzionaria]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Gorgolini]]></category>
		<category><![CDATA[partito comunista italiano]]></category>
		<category><![CDATA[partito socialista italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Salerno editrice]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[storia contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=82829</guid>

					<description><![CDATA[di Luca Gorgolini (Pubblichiamo un estratto da Gioventù rivoluzionaria. Bordiga, Gramsci, Mussolini e i giovani socialisti nell’Italia liberale, di Luca Gorgolini. Salerno Editrice, pp. 296. In libreria dal 30 gennaio 2020) Nel corso del biennio «multiforme e multicolore», in cui si sovrapposero «spinte democratiche, rivoluzionarie e autoritarie», che precedette i due appuntamenti congressuali del gennaio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Gorgolini</strong></p>
<p><em>(Pubblichiamo un estratto da </em><a href="https://www.salernoeditrice.it/prodotto/gioventu-rivoluzionaria/" target="_blank" rel="noopener">Gioventù rivoluzionaria. Bordiga, Gramsci, Mussolini e i giovani socialisti nell’Italia liberale</a><em>, di Luca Gorgolini. Salerno Editrice, pp. 296. In libreria dal 30 gennaio 2020)</em></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-82831" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-219x300.jpg" alt="" width="219" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-219x300.jpg 219w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-768x1051.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-748x1024.jpg 748w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-250x342.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-200x274.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini-160x219.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cover-gorgolini.jpg 935w" sizes="(max-width: 219px) 100vw, 219px" /></p>
<p>Nel corso del biennio «multiforme e multicolore», in cui si sovrapposero «spinte democratiche, rivoluzionarie e autoritarie», che precedette i due appuntamenti congressuali del gennaio 1921, durante i quali vennero sancite la fondazione del Partito Comunista d’Italia e la trasformazione della Federazione giovanile socialista nella Federazione giovanile comunista, non prese forma alcuna rivoluzione e la stagione di lotte animata dalle classi popolari terminò con la sconfitta del movimento operaio e l’affermazione delle forze reazionarie.</p>
<p>Il Partito Socialista che nel marzo 1919 aveva approvato la propria adesione all’Internazionale comunista si trovò paralizzato, costretto tra gli attendismi dei riformisti, che continuavano a credere nella necessità di ottenere in Parlamento l’approvazione di un programma di riforme parziali che consentisse la trasformazione dell’Italia in una moderna democrazia, e i massimalisti che credevano nella possibilità di innescare un moto rivoluzionario ma non fornivano indicazioni chiare sui modi e sui tempi di attuazione dello stesso.</p>
<p>Per quel che riguarda la Federazione giovanile, con la conclusione del conflitto, essa si dimostrò capace di assumere un ruolo di guida nel processo di ricostruzione degli organismi del movimento internazionale, fortemente indebolito dalla stretta repressiva messa in atto dai governi nell’ultimo anno di guerra al fine di arginare le proteste che stavano minacciando ovunque la tenuta dei fronti interni: nel maggio del 1919 i dirigenti italiani rivolsero un appello ai giovani socialisti e proletari di tutti i paesi in cui si parlava di «armamento del popolo», «sciopero generale rivoluzionario», «dittatura proletaria»; a settembre Luigi Polano, segretario della Federazione italiana, venne nominato fiduciario dell’Internazionale per molti paesi, tra i quali la Francia, gli Stati uniti e la Spagna; a novembre egli partecipò al congresso di fondazione dell’Internazionale giovanile comunista che si tenne a Berlino, entrando a far parte del Comitato esecutivo. A quell’appuntamento il dirigente italiano si presentò forte di un’organizzazione che contava ormai 35.000 iscritti, seconda, tra le 14 federazioni nazionali rappresentate, solamente alla potente compagine russa e ai suoi 80.000 aderenti.</p>
<p>Sul versante delle dinamiche interne, le posizioni si cristallizzarono attorno a tre gruppi che si confrontarono per tutto il 1919: il gruppo astensionista (guidato dal bordighiano Giuseppe Berti), il gruppo ordinovista (rappresentato da Umberto Terracini) e il gruppo massimalista del segretario Polano che nella primavera del 1920 prese però le distanze da Serrati, leader dei massimalisti del PSI, il quale si era dichiarato convinto che in quel momento storico fossero venute meno in Italia le condizioni per portare a termine un moto rivoluzionario e che fosse necessario salvaguardare l’unità del partito, allontanando in questo modo la minaccia dell’espulsione dei riformisti. Al contrario, il Comitato centrale della Federazione credeva che fosse venuto il tempo di operare attivamente alla costruzione di un partito nuovo, rivoluzionario e su base comunista. Un percorso che subì un’accelerazione sotto la spinta delle decisioni assunte nel corso del II congresso dell’Internazionale comunista che si tenne a Mosca nel luglio agosto del 1920, durante il quale vennero approvate le 21 condizioni poste da Lenin e che i partiti socialisti avrebbero dovuto accogliere per aderire al Komintern. Il 20 ottobre a Milano il gruppo dei “comunisti puri” sottoscrisse il manifesto programma della propria frazione che prevedeva l’espulsione dei riformisti e l’«azione insurrezionale del proletariato» sia con mezzi legali che con mezzi illegali. A firmarlo furono Bombacci, Bordiga, Fortichiari, Gramsci, Misiano, Polano e Terracini.</p>
<p>Le indicazioni di Lenin avevano dunque favorito il superamento delle divisioni e tracciato un percorso comune su cui tutti si ritrovarono. Seguirono l’incontro di Imola (28-29 novembre 1920) e la riunione del Consiglio nazionale della FGSI (Genzano, 5 dicembre 1920) con cui il movimento giovanile dichiarava di aderire «incondizionatamente alla frazione comunista». Così a Livorno, nella seduta inaugurale (15 gennaio) del XVII Congresso nazionale del PSI, Secondino Tranquilli (alias Ignazio Silone), direttore dell’«Avanguardia», nel portare il saluto dei giovani invitò i congressisti «a bruciare il fantoccio dell’unità»; a seguire, il 21 gennaio, resi noti i dati della votazione delle mozioni che assegnarono la maggioranza ai comunisti unitari di Serrati, Luigi Polano prese la parola per comunicare che da quel momento la Federazione giovanile socialista dichiarava sciolto il proprio impegno di adesione al Partito Socialista siglato tredici anni prima, nel 1907.</p>
<p>Il passo decisivo era ormai compiuto. Nella stessa giornata la frazione comunista riunitasi al teatro San Marco diede vita al Partito Comunista d’Italia, il cui gruppo dirigente risultava composto quasi per intero dalla generazione di militanti che aveva svolto la prima parte del proprio tirocinio politico negli anni che andavano dalla guerra di Libia allo scoppio della Grande Guerra e che avevano spinto la Federazione giovanile lungo la strada del massimalismo rivoluzionario: tra gli altri Bordiga, Gramsci, Fortichiari, Grieco, Terracini. Il Partito Comunista Italiano nasceva presentando il profilo di un «partito di giovani»: l’età media dei componenti il Comitato centrale era di soli 36 anni.</p>
<p>Alcuni giorni più tardi, a Firenze (nella città dove nel 1903 si era costituita la Federazione nazionale giovanile socialista), i congressisti intervenuti all’VIII congresso della FIGS approvarono a larghissima maggioranza l’adesione al neonato PCd’I e la nuova denominazione del movimento che diventava: “Federazione giovanile comunista”. Nel suo gruppo dirigente, composto da giovani formatisi negli anni della guerra, comparivano alcune personalità destinate ad assumere un ruolo di primo piano nella storia del PCI, come nel caso di Luigi Longo e Pietro Secchia.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">82829</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Paesino</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/17/paesino/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/17/paesino/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Feb 2020 07:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Maddalena Fingerle]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=82382</guid>

					<description><![CDATA[di Maddalena Fingerle Anche se ci sono cresciuto, questo non è il mio mondo. Mia madre è uguale a mia sorella che è uguale a mia cugina che è uguale a mia zia che è uguale all’altra mia zia che è uguale all’altra mia cugina che è uguale alla cugina di mia cugina che è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-82383" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640.jpg" alt="" width="800" height="531" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640-250x166.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/dorf-3766232_640-160x106.jpg 160w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p>di <strong>Maddalena Fingerle</strong></p>
<h3>Anche se ci sono cresciuto, questo non è il mio mondo. Mia madre è uguale a mia sorella che è uguale a mia cugina che è uguale a mia zia che è uguale all’altra mia zia che è uguale all’altra mia cugina che è uguale alla cugina di mia cugina che è uguale a mia madre e quindi a mia sorella, a mia cugina, a mia zia e all’altra mia zia e all’altra mia cugina. È che qui si tromba tra cugini. Non che ci sia niente di sbagliato, eh, se non fosse che io di cugine ne ho soltanto due, se non si contano le cugine delle cugine e no: quelle non contano. Una è molto bella e l’altra è molto brutta. Quella molto bella, Bertrud, sa di esserlo e ha la fortuna di avere molti cugini tra cui scegliere. Quella brutta, Heidrun, sceglierà ciò che le lascerà Bertud e io dentro di me fantastico che Bertud scelga me, anche se so che non sarà così: tra i cugini io sono quello strano. Sono l’unico che non sa il dialetto e mio fratello, Bert, è davvero bello e anche mio cugino Bertfried, quello biondo, è davvero bello. In realtà siamo tutti biondi, ma di un biondo tendente al castano, mentre lui è biondo biondo. Le donne invece sarebbero come noi, ma si tingono di un colore finto ed ecco: sono tutte uguali. Berthold invece è meno bello di me, ma ci sa fare e quando si vanta delle mucche che ha né io né Bert né Bertfried né gli altri cugini abbiamo la minima chance di gareggiare contro di lui. Berti invece è timidissimo e forse ci gioca su; mia cugina infatti si intenerisce quando lui diventa tutto rosso. Lo fa anche quando Berto balbetta e allora non so mica se ho qualche chance: io non sono né davvero bello né davvero misero.</h3>
<h3>Qui ci sono torte e rinfreschi, sedute infinite, discussioni su chi è morto, su chi è cresciuto, sui divorzi, e io non so proprio che dire. Finisce l’elenco dei vivi e dei morti, ed ecco il discorso sulle mucche, di cui scopro con sgomento il prezzo; un breve conto ed è ovvio che non posso competere con Berthold. Bertrud vuole Berthold, si vede, penso: che le posso offrirle io? Ho libri, sì, però qui se leggi sei solo un eccentrico con sogni eccentrici che vuole cose eccentriche, teoriche, inesistenti; un inetto che non vive nel mondo vero. Poi? Delle penne, sì, però Bertrud delle penne se ne fotte. Sì, ho pure CD e libricini pieni di scritte, però sono tutte cose che non servono. Sono invidioso di mio cugino Berthold e rifletto: forse non mi recherò lì, resterò qui e gli ruberò tutte le mucche oppure gliele ucciderò, eh, che scene! Così sì che si discuterebbe di me. Non più il cugino mediocre né scemo né sveglio. O forse no.</h3>
<h3>Quando finiamo, facciamo il solito giro, poi puliamo la tomba di famiglia. «Quando morirò voglio un’urna, non una tomba» dico io, provocando imbarazzo tra i cugini, zii, mamma, papà; tutti rossi di rabbia. «Dai, non si fa: occuparsi di una tomba, di fiori, di annaffiatoi, di un corpo morto: una cosa idiota!» Papà mi tira uno schiaffo. L’altro idiota schizza acqua santa con un ramo di ulivo: un dio. Sicuro, lui sa comportarsi. Poi mi si avvicina, mi sussurra: la nostra tomba – guarda, io una toccatina, quasi quasi – bisogna sia la più curata; sono uno stupido, non capisco la dinamica, quindi sto zitto con il capo chino.</h3>
<h3>Quando torniamo dai miei, mia cugina Bertrud, quella bella, viene con me in cameretta e mi dice che anche lei è per cremare i morti, ma qui mica lo puoi dire. È vero, ha ragione: perché l’ho detto? Il mio letto è perfetto perché mia madre l’ha fatto poco fa; mia cugina cade indietro, le coperte ripiene di penne d’oca, dice che non è vero quello che dicono gli altri: mi vede bello e intelligente e lei mi appoggia per la città e per la carriera. Dice proprio: io ti appoggio. Mi avvicino e cado anche io accanto a lei e le chiedo «Rimani qui?», lei mi guarda con l’aria dolce e quell’aria dolce mi fa finire il liceo e partire. Non mi guardo più indietro, non mi vergogno più perché quando vedo un vitello venire al mondo mi viene da vomitare e perché ho, a differenza loro, la vergogna del corpo nudo, perché utilizzo il congiuntivo quando va utilizzato e non me ne frega niente che non ho i piedi per terra, non faccio il miele e non mungo le mucche.</h3>
<h3>Qua però passo per strano uguale. Saluto la gente per strada. Che gay! Ok va bene; sono gay e arretrato, secondo loro, ok, va bene. Frequento un corso ed è un vero bordello, la gente parla strano; e sono ancora gay e arretrato. Ok, va bene: accetto e resto muto. La gente scopre però da dove vengo e ora non sono solo gay e arretrato: sono quello che deve farcela, deve assolutamente farcela perché sono qua da solo, e ora sono pure poveretto, oltre che gay e arretrato. L’esame va bene e sono contento quando prendo un bel voto, ma non lo racconto a nessuno perché va bene passare per gay e arretrato e poveretto, ma ora basta.</h3>
<h3>Al paese oggi al circolo del caffè siamo solo mio padre, mia madre, Bert e io. Deve essere successo qualcosa, credo, ma cerco di stare calmo. Mi siedo, bevo caffè e butto giù qualche morso della torta burrosa. A parlare è mio padre. Dice che Bertrud ha deciso: si sposerà. Lui lo sa dallo zio. Resta zitto, guarda mio fratello, poi me, scuote la testa e tace. Mi ricordo che Bertrud mi appoggia e sorrido, mio padre si alza, si risiede, sta per parlare, ma poi resta zitto. Mia madre gli tocca la spalla e lo guarda, lui le sorride e dice che Bertrud ha scelto me, dice che Bertrud sposerà me, ma lui come fa a dire di sì? Bert ha qualcosa da offrire, ha le idee chiare, lui sì che sa che cosa vuole, e poi si sa comportare, il dio. Io sto zitto. Pure mio fratello-dio tace, poi dice che, se voglio, posso lavorare da lui. Scuoto la testa e mia madre mi dice di essere saggio, ormai sei adulto, le dico che voglio studiare e lei mi dice basta, sempre queste cazzate, si tratta di cose serie e allora le dico che porterò Bertrud fuori di qui, la libererò, mio padre ride. La città posso scordarmela e allora dico che lei potrà scordarsi di me. Lo dico e vedo subito il terrore sui volti di mamma e papà.</h3>
<h3>«Guardate che anche lei preferisce essere bruciata.» La mamma dice un’Ave Maria e un’altra e un’altra e un’altra, sistema la cucina, mentre papà esce dalla stanza. Mi viene da ridere, Bert impallidisce. «Mi sembra che si è già bruciata» dice. Si sia, deficiente: si sia.</h3>
<p>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/LudmilaUjezd-8000249/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3766232">Ludmila Mottlova</a> da <a href="https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=3766232">Pixabay</a></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/17/paesino/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>8</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">82382</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Jacopo sul palco</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/10/jacopo-sul-palco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2020 07:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[umberto piersanti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=82379</guid>

					<description><![CDATA[di Umberto Piersanti Jacopo, tu non conosci palchi, non conosci balconi o luoghi che sopra gli altri per la gioia s’alzano o la rabbia di chi ascolta, tutto per te si svolge a rasoterra, neppure sai che ogni corpo vive nei suoi confini, che sfiorarlo o urtarlo non è permesso, è solo nella terra il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Umberto Piersanti</strong></p>
<p>Jacopo, tu non conosci<br />
palchi,<br />
non conosci<br />
balconi o luoghi<br />
che sopra gli altri<br />
per la gioia s’alzano<br />
o la rabbia<br />
di chi ascolta,<br />
tutto per te si svolge<br />
a rasoterra,<span id="more-82379"></span><br />
neppure sai<br />
che ogni corpo<br />
vive nei suoi confini,<br />
che sfiorarlo<br />
o urtarlo<br />
non è permesso,<br />
è solo nella terra<br />
il tuo cammino,<br />
a cerchi e svolte<br />
che tregua<br />
non danno</p>
<p>nella vecchia canonica<br />
gelata<br />
un giorno sopra il palco<br />
sei salito,<br />
aperto e sconfinato<br />
più della Scala,<br />
tu dei compagni<br />
il più alto e luminoso,<br />
quell’istante bocconi<br />
sopra il legno<br />
per un istante spezza<br />
il sortilegio<br />
che il tuo giorno assedia<br />
e ossessiona</p>
<p>ora sei tu<br />
nel palco,<br />
io di sotto,<br />
tra gli altri,<br />
che ti guardo</p>
<p><em>Febbraio 2019</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">82379</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Deepfake</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/01/deepfake/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/01/deepfake/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Feb 2020 08:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Canneva]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=82374</guid>

					<description><![CDATA[di Marco Canneva Una voce distante mi telefonò quella mattina in clinica per chiedermi di restarci fino al primo pomeriggio. Richiesta superflua, poiché io ci lavoravo in quel posto e ci stavo volentieri anche dodici ore al giorno. Continuò elencando stancamente le mie doti di medico che mi facevano, a detta sua, uno fra i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-82376 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/vhs-1322179_640.png" alt="" width="640" height="428" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/vhs-1322179_640.png 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/vhs-1322179_640-300x201.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/vhs-1322179_640-250x167.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/vhs-1322179_640-200x134.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/vhs-1322179_640-160x107.png 160w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><br />
di <strong>Marco Canneva</strong></p>
<h3>Una voce distante mi telefonò quella mattina in clinica per chiedermi di restarci fino al primo pomeriggio. Richiesta superflua, poiché io ci lavoravo in quel posto e ci stavo volentieri anche dodici ore al giorno. Continuò elencando stancamente le mie doti di medico che mi facevano, a detta sua, uno fra i migliori chirurghi del paese. Immaginai che parlasse per altri perché gli incensi lasciavano pensare a una rassegnazione che aveva me come oggetto, come se la voce si rivolgesse a qualcuno di morente o vissuto nel passato. Scacciai queste impressioni e mi accomodai nei cerimoniali. Mi piaceva infatti essere considerato solo un chirurgo. Forse perché da bambino pensavo che chi portasse un camice, o una qualsiasi uniforme, lo portasse ininterrottamente: che dormisse, amasse, facesse la spesa, persino la doccia, sempre indossandolo. Ho sempre creduto che fosse un buon contrappeso per l’anima.</h3>
<h3>Dopo pranzo raggiunsi la stanza che mi era stata indicata, al cui interno non c’era nessuno. Al centro una sedia sotto a un tavolo di legno su cui erano posati una videocassetta e una pesante cartella da cui spuntavano fogli sparsi, come fette di prosciutto da un panino. Appoggiato a una parete un mobiletto su cui stava un televisore, fra di essi un videoregistratore. Mi sedetti al tavolo, aprii a caso il faldone più o meno alla sua metà, e iniziai a leggere qualche riga: all’imperativo c’era scritto che al paziente occorreva un taglio d’occhi ben preciso; il colore di questi era invece solo un dettaglio perché le giuste lenti a contatto avrebbero sopperito alla differenza cromatica. Più sotto si sottolineava invece l’esigenza di un labbro inferiore carnoso e di gote asciutte, senza tracce di grasso. Di certo in altre pagine avrei trovato delle foto che mi avrebbero detto di più, ma all’improvviso mi scoprii annoiato, cosa non molto abituale in me. Uscii dalla stanza e feci due passi nel corridoio deserto fino al tavolino basso su cui era appoggiato il telefono di servizio. Vicino a questo un distributore automatico di bibite. Curiosai distratto al suo interno, poi notai la piccola finestra aperta sopra di esso, di cui non mi ero mai accorto. Oltre questa gli ultimi due piani di un palazzo. Oltre ancora, un cielo sporco, come se si trattasse di un vetro impolverato in qualche salotto o studio.</h3>
<h3>Ritornai lentamente nella stanza senza che il desiderio di studiare le carte si fosse fatto più vivo. Visionai allora il filmato. Si apriva con alcune scritte, avvertimenti legali che ignorai. Mandai avanti il nastro fino al volto di un uomo che parlava. Un uomo conosciuto, intendo conosciuto non solo da me, ma da molti, quasi tutti, un politico famoso. Nella prima sequenza il suo labbro scimmiesco oscillava con aria enfatica su un microfono. In un’altra, seduto su una poltrona, dialogava, più rilassato, con un presentatore televisivo. Mandai ancora avanti fino a trovarlo con aria decisa, a monologare, scarno, davanti a un parlamento silenzioso, quasi intimorito. Spensi il televisore. A quel punto mi accomodai sulla sedia, aprii il faldone e lo lessi dall’inizio.</h3>
<h3>Dopo un po’ che leggevo avvertii dei passi di più persone nel corridoio, il cui rumore crebbe fino ad arrestarsi. Poi la porta davanti a me si aprì ed entrò un uomo non molto alto, col viso increspato dall’insonnia e seminato da una barba irregolare. Portava la mano sinistra nella tasca dei pantaloni, ma nulla faceva pensare a un gesto disinvolto quanto al goffo tentativo di proteggere qualcosa. Mentre i passi fuori si allontanavano, l’uomo mi salutò. Pensai fissandolo: si assomigliano molto, chi lo ha scovato è stato bravo. Pensai: adesso lo saluto, ancora un attimo. Poi pensai con sollievo che era troppo tardi per farlo e che di grasso sulle guance non ce n’era, e che era una cosa in meno di cui preoccuparsi. Il labbro era invece troppo sottile, ma non importava perché il collagene che avrei iniettato l’avrebbe trasformato in una piccola salsiccia. Poi disse di chiamarsi Amadeo, ma a me interessava solo quanta carne avrei dovuto tagliare e cucire. Lui se ne accorse e i suoi occhi si abbassarono, lontani sulla tasca sinistra all’interno della quale intuivo il muoversi nervoso delle dita. Persi altra umanità quando mi alzai dalla sedia, mi avvicinai e feci due passi intorno a lui per analizzare profilo e nuca, le spalle ossute e le scapole distanti su cui era appesa una maglietta grigia. Nonostante le carte non lo richiedessero, forse per eccesso di zelo, mi soffermai sullo scheletro ben definito e lo immaginai come pasta molle da modellare. Poi, forse fraintendendo la mia indagine a tergo, si sentì in dovere di assicurarmi che non gli era stata fatta violenza, non molta. A quel punto volli indagare l’immobilità del braccio sinistro, ma non appena lo toccai l’improvviso sospiro, feroce e trattenuto di Amadeo mi fece desistere. Tornai allora sul suo viso, sugli occhi che mi facevano preoccupare: intendiamoci: né ernie di grasso né palpebre ipertrofiche lo differenziavano dall’originale, dal politico, l’anatomia era pressappoco identica. Ma il groviglio di muscoli che circondava il bulbo aveva una mobilità unica che di certo affondava nel carattere di Amadeo.</h3>
<h3>Conoscevo la chirurgia necessaria in questi casi, sapevo che portava a una cicatrizzazione lunga, ignoravo invece il tempo che avevo a disposizione. Andai al tavolo e sfogliai il faldone in cerca di tempistiche e, in loro assenza, di un contatto, magari un numero telefonico. Quando ormai fui certo che non ci fosse nulla che potesse servirmi, il telefono nel corridoio squillò. Mi sentii in dovere di rispondere: lasciai la stanza con al centro Amadeo, dritto nella sua posizione contorta. Raggiunsi spedito la cornetta per poi stupirmi di trovarci dall’altro capo la voce distante. Mi aveva anticipato come se mi avesse seguito attraverso i muri o attraverso il cielo tinto di un blu innaturale, che ora stavo un’altra volta guardando attraverso la finestra.</h3>
<h3>Chiesi e la voce mi intimò di fare presto perché c’era poco tempo. Quanto tempo, chiesi. Dapprima fu riluttante, poi, come se poco importasse se sapessi o non sapessi, mi disse di più. Scoprii che entro un mese il tipo della videocassetta, il politico, avrebbe dovuto tenere un discorso a reti unificate. Un messaggio che i suoi oppositori e i suoi compagni di partito non si aspettavano. O che invece attendevano, ma evitavano di parlarne con un pudore venato di paura e di fede. Aggiunse però che alcuni di loro si erano spogliati della fede, non della paura, come di una maglietta sporca, e reclamavano segretamente più candore. La voce aggiunse che, al suo posto, Amadeo avrebbe dovuto recitare altre parole davanti alle telecamere, e che no, non conosceva il testo, il copione, e che non gli interessava, ma di certo sarebbe stato un discorso solido perché non era il tempo di idee e di princìpi. Poi mi uscì una sciocchezza: cosa ne pensasse il politico di tutto questo. Al mio orecchio, prima che la voce riagganciasse, giunse un qualcosa fra il silenzio e un verso soffocato da una lastra di plexiglas.</h3>
<h3>Nello stesso momento in cui posai la cornetta, avvertii un respiro sopra la mia spalla sinistra. Mi voltai e Amadeo era lì, non so da quanto tempo, con un sorriso abbozzato. Nella mano destra, la sola libera, aveva due monete che infilò nella fessura del distributore causando l’uscita di un paio di lattine di cola. Le aprì entrambe e una me la porse. Pensai che un paziente non avrebbe dovuto offrire da bere al suo chirurgo, che sono cose che si fanno solo fra esistenze che scalpitano per diffondersi. Dopo mi chiese se mi sentivo utile. Tirai giù un sorso di cola e orrendamente risposi che tutti serviamo a qualcosa. Fece finta di niente e volle sapere del mio lavoro. Da quanto tempo operavo. Che ne facevo della carne in eccesso. Su cosa stessi lavorando in quel periodo. Gli raccontai che stavo mettendo giù qualcosa di sperimentale che agiva sul profondo, dalla pelle al sistema nervoso, da fuori per il dentro. Amadeo sorrise. Un procedimento, continuai, che modificava il volto per cambiare i pensieri del paziente, anche il suo carattere, anche la personalità, la persona. Sciorinai dati e risultati e di tanto in tanto Amadeo mi diceva distratto: è molto bravo in quello che fa. E io continuavo, anche se la conversazione iniziava a languire, cercando di allontanare quell’attimo che chiamiamo “senza speranze”. Arrivò comunque e ci ritrovammo entrambi, silenziosi, a osservare attraverso la finestra l’imbrunire. Poi Amadeo disse che finalmente non c’era più nessuno dall’altra parte, e continuava a guardare in alto. Gli chiesi cosa intendesse. Credo che fra qualche anno, disse, non ci sarà più bisogno di noi. Qualcuno, o qualcosa per quel qualcuno, osserverà la persona che non gli piace, che dice cose che non vanno bene. Magari attraverso uno schermo, come quello della televisione, magari attraverso il cielo, come adesso. E un attimo dopo, grazie a qualche magia o a calcolatori che ora ignoriamo, il politico, il giornalista o il magistrato, il non gradito insomma, dirà cose che non avrebbe mai affermato. Non potrà farci nulla, come preso da altre volontà. Arrivati a quel punto…</h3>
<h3>Poi Amadeo si interruppe e perse il tono sognante. Neanche per un attimo pensai che fosse pazzo tanto che rimasi lì, fermo, aspettando che continuasse. Ma lei è un bravo chirurgo, riprese portando lo sguardo sulla mia figura, quando quel momento arriverà qualcosa troverà di certo da fare. Anch’io mi osservai, posai gli occhi sul mio camice e provai una leggerezza torbida. Gli chiesi allora che ne sarebbe stato di lui. Sarò sempre io anche con un’altra faccia, rispose quasi di buon’umore. Poi tirò finalmente fuori dalla tasca la mano sinistra e l’aprì. E ogni secondo che mi separa da quel momento, continuò con lo sguardo sull’orecchino a goccia d’ambra posato al centro del palmo, è un secondo in più per un’altra persona.</h3>
<p><em>Foto di <a href="https://pixabay.com/it/users/Joshua_Willson-876211/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1322179">Joshua_Willson</a> da <a href="https://pixabay.com/it/?utm_source=link-attribution&amp;utm_medium=referral&amp;utm_campaign=image&amp;utm_content=1322179">Pixabay</a></em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/01/deepfake/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">82374</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Tempimorti #2</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/27/tempimorti-2/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/27/tempimorti-2/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2020 07:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Biancalani]]></category>
		<category><![CDATA[Filippo Polenchi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=82190</guid>

					<description><![CDATA[di Filippo Polenchi (testo) e Andrea Biancalani (foto) (#In ufficio) Sono nel dominio vacuo e inospitale del post-insonnia. Un luogo nient’affatto gradevole. Penso a Kafka, Beckett: se la fine è la fine di tutto, allora lo è anche della fine stessa: quindi la fine uccide se stessa e si condanna a non finire. La fine non finisce. È quello [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-82192 size-full aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-1-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>di <strong>Filippo Polenchi </strong>(testo) e <strong>Andrea Biancalani </strong>(foto)</p>
<p>(#In ufficio) Sono nel dominio vacuo e inospitale del post-insonnia. Un luogo nient’affatto gradevole. Penso a Kafka, Beckett: se la fine <em>è </em>la fine di tutto, allora lo è anche della fine stessa: quindi la fine uccide se stessa e si condanna a non finire. La fine non finisce. È quello che viviamo tutti. Giorni di ossessione: i cinesi. Ormai sono notti intere che non dormo completamente: mai del tutto insonne, mai del tutto riposato. Penso ai cinesi, ai cambiamenti, alle urgenze del clima, al neoliberismo, alla tenaglia, all’oblio, al limbo, all’impotenza. Vorrei fare qualcosa ma non so cosa e tutto mi pare oltre le mie forze. Descrivere. Bisogna continuare a de-scrivere. È l’unica. E lamentarsi, vedi alla voce <em>cahiers de doléances</em> (cfr. Bruno Latour).</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82193" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-2-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#Lavanderia a gettoni). Questo odore di disinfettante che rinchiude l’aria in un guscio detergente. Una cappa plumbea di odore caldo, una specie di panificio del sapone, la traccia indiana sul confine tra un profumante che dovrebbe coprire un odoraccio ma è esso stesso un odoraccio remixato. Sono le 7 del mattino, sono qui soltanto per usare l’asciugatrice. Mi sono sempre piaciute le lavanderie, la loro esperienza urbana, intrinsecamente provvisoria, da studentato perpetuo, luogo di socializzazione tra gente in calzoncini e ciabatte che non ha più niente di pulito se non pochi stracci addosso. Invece qui, a Pae, la lavanderia a gettoni è una stanzetta piccola, dipinta di giallo, con alle vetrate decalcomanie di bolle di sapone. Tre lavatrici (due da 9 kg, delle quali una ha un cartello «Guasta», una da 16 kg – per un piumone matrimoniale: è quella l’unità di misura) e due asciugatrici. Cartelli con le istruzioni sul muro. Telecamere a circuito chiuso, una tinozza di plastica azzurra, quel ceruleo standardizzato per queste tinozze da Interstock, un carrellino di metallo bianco e un po’ rugginoso, nessuna sedia comoda ma panche di legno con la seduta scomoda attaccate al muro e un tavolo centrale per piegare i panni asciutti. Ci vogliono 24 minuti per asciugare il mio carico di panni. Cerco più volte di aprire la porta, ma il gancio di ottone che serviva per l’operazione è stato strappato dalla porta stessa, così come l’asola di ferro, sul muro, che serviva per ricevere l’uncino. Con la porta chiusa l’effluvio ambiguo è ancor più insopportabile. C’è un mucchio di riviste sulle panca: due pile più o meno identiche di settimanali, mensili scandalistici, <em>tabloid</em>, «Chi», «Gente», «Grand Hotel», «Panorama» e così via. Accanto, una più misera pila di <em>dépliant</em> illustrativi di pizza-a-taglio, <em>mindfulness</em>, corsi di Yoga, corsi di nuoto e giocoleria per bambini. Prendo un blocchetto di quei volantini e tento di bloccare la porta, ma non funziona: non funziona neanche con tutto il mazzo, quindi rimango con l’odore soffice di muffa e deodorante.</p>
<p>(#In ufficio). In attesa si apra Photoshop. Storicamente le mie percezioni si sono rivelate errate. Statisticamente quello che vedo, il ragionamento che ci faccio dietro per spiegarmi cos’ho visto, è sbagliato.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82194" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-3-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#In auto). Credo di essere dalle parti di Monteroni d’Arbia, zona Buonconvento, Cassia. Poco avanti Siena, verso l’Amiata. Sono uscito dal raccordino, ho imboccato una strada piovosa piena di capannoni ai lati, imboccato una di queste viuzze liminari ad uno dei capannoni. Sono officine, argenterie, mobilifici, <em>showroom</em> con sanitari domestici, magazzini all’ingrosso di stoffe, un’insegna dice «TOYS» con <em>font </em>puerile, tutto nebuloso, ogni lettera ha un colore diverso e una forma lievemente obliqua, divergente, come se le lettere della scritta T O Y S fossero state ritagliate ciascuna da una rivista diversa e incollate sullo sfondo dell’insegna da un maniaco. Ho accostato e spento il motore. Siamo qui, tutti e tre. Le ragazze già dormono. È per questo che ci siamo fermati: il postprandiale. Mando indietro il sedile, stendo le gambe sopra il volante. I muscoli si liberano dalla prigionia della posizione seduta. L’anidride carbonica delle giunture scoppietta. Sul tettuccio cade una pioggia continua, fragrante, catatonica. Sento che qui il tempo, tutt’altro che morire, rinasce. È tempovivo, appena rigenerato. Qui dentro posso contemplare le pozzanghere trafitte dalle stilettate fittizie delle gocce d’acqua, gli aghi di pino caduti più avanti, ridotti quasi a poltiglia, il grigio cementizio che non stritola, perché siamo protetti nel guscio di madreperla dell’automobile. Il suono attutito dall’esterno è anch’esso protettivo. La quasi totale assenza di umanità in transito o, semplicemente, in attività, è protettiva. La dismissione è protettiva. La dissipazione senza angoscia, l’osservazione di questa dispersione di minuti è protettiva, di più: è desiderio realizzato, fa godere. Insieme al tempo che scorre scemano anche le ansie, le emergenze, i doveri. Persino la desertificazione d’intorno, questa piana pre-montuosa plumbea, sottratta alla sua storia rurale e al suo destino industriale, povera, incarognita, depressa, ora come ora, è ansiolitica, è geo-Xanax urbano.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82196" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-5-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#Q8). In attesa che la pompa mi riempia il serbatoio di GPL. Dal vetro opacizzato per la condensa, punteggiato dall’acne della pioggia, s’intravedono due macchie più luminose, rifrazioni dell’insegna. Scatto una foto col telefonino. La foto è bella, mi soddisfa: due aloni pallidi in un cosmo nero, palpitante di formazioni d’acquerugiola stellare. Il benzinaio è un po’ tocco, però: borbotta tra sé e sé, non gli s’attacca mai l’augello al dispositivo del gas delle vetture; attacca briga con molti clienti. Da un po’ di tempo non vedo Mustafà: spero non lo abbiano barattato con questa specie di naziskin che, oltretutto, mi dava l’impressione di prendersi gioco di Mustafà stesso. Non mi sorprenderebbe, tuttavia. Il tempo di oggi è il tempo della Belva.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82197" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-6-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#In cucina). Attendendo che il lavello si colmi di acqua e sapone. Schiuma e bolle iridate. <em>Shining</em> libro (più del film): è evidente che i fantasmi siano poco più che dispositivo drammaturgico. Nel film, invece, il Male è Totale: è storico, metastorico, è cosmogonia malvagia, è fondazione nazionale al nero, è oscura teologia, è mito perpetuo saturnino e rete neurale di HAL 9000 trasferita nel corridoio con tappeti e arazzi arabescati con fantasie <em>sioux</em> o <em>comanche</em> (lo scrive Ghezzi: <em>Shining </em>è lo stesso film di <em>2001: Odissea nello spazio</em>). Il che rende ovviamente il film molto più grande del libro. Ma non m’interessa, mentre il lavello si riempie e penso a quest’oggi, alla pausa pranzo trascorsa in auto, chiuso nell’abitacolo con l’alito tiepido del riscaldamento e la pasta fredda trangugiata diaccia tutta sullo stomaco, ma, curiosamente, senza abbiocco post-prandiale, mentre, appunto chiuso in auto, scrivevo e godevo, autentica ‘gioia di vivere’, mi viene in mente che Jack Torrance è sì un alcolizzato, padre violento figlio di un padre a sua volta violento, ma soprattutto Jack Torrance è un tizio che non scrive più. E allora lo assalgono gli spettri. Come dire: finché scrivi sei salvo. Il che fa di <em>Shining</em> libro una variante di Sherazade. E questo è tutto.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82198" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-7-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#In cucina). A e C giocano con la zia. A tenerissima stende la pasta per le tagliatelle che mangeremo a pranzo. C le scatta una foto anch’essa tenera: la piccola ha due treccine ai lati, corte come i suoi capelli che ora hanno una tonalità giallo limone. È una scena di quiete domenicale, in questa bella cucina dove, da fuori, arriva una luce pallida. Il grande vento di scirocco scuote le fronde dei castagni perché si facciano male: ma qui dentro non entra alcun dolore. È il tempo della festa: non posso fare a meno di pensare a domani, agli impegni di frustrante quotidianità salariata che mi attendono. Scrivo a F, dicendogli che la domenica il realismo capitalista si realizza con tutta evidenza nelle oscillazioni tra «peggio» (il lavoro che c’è là fuori, fatto di gretto sfruttamento, di selvaggio liberismo da <em>caballeros</em>) e «meno peggio» (il mio lavoro, noioso e stolido, che disattiva ogni acume, ma almeno con stipendio regolare e diritti lavorativi garantiti: una pacchia per qualcuno, la morte per altri, ma pur sempre quintessenza di un /ufficio/). F risponde che è per via della «festa» (ponte lungo dei Morti): dopo ogni festa ci fanno sentire in colpa per esserci divertiti, per non essere stati connessi al lavoro. La festa è un lemma interessante, viene dalla Comune di Parigi, da Rimbaud e poi Marx e infine Furio Jesi (bibliografia da rinvenire in rete: del resto ogni giorno, un poco alla volta, cerco ‘bibliografie’ in rete, qualcosa per fuggire, derive, piani di uscita o, come dice F, «se il foglio è occupato dal salario scrivi sui margini»: è quello che faccio – o cerco di fare ogni giorno un poco – scrivere sui bordi): le cannonate di Mac Mahon hanno cancellato la festa, il trionfo dell’alternativa, la vendemmia degli entusiasti, degli insorti, del popolo: non gli avevano perdonato la sconfitta di Sedan, ma non era neanche questo: era la possibilità, la liberazione del desiderio, una mesata di democrazia. Niente, via, tutto finito, spazzato via, piombeggiato. Ci fanno provare vergogna, durante la festa, dal 1871 fino a ora: non c’eri, i doveri ti aspettano, il bromuro del capitalismo è un farmaco da banco del supermercato – e se non è vergogna è ansia e se non è ansia è depressione e se non è depressione è bipolarismo e se non è bipolarismo è disturbo narcisistico di personalità: e su tutto è teologia del capitalismo (Benjamin).</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-82195" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4.jpg" alt="" width="900" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/TempiMorti-4-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></p>
<p>(#Pausa pranzo) A vederlo da fuori, cioè passandoci accanto con l’auto, l’ex-bar Luisa (ex Arcangeli pure), appare sempre più in disfacimento, in dis-aggregazione. Cataste di sedie irrimediabilmente sciupate, slabbrature di forassiti, calcinacci. Ma dopo, con l’intenzione di fermarmi lì davanti per consumare il mio pranzo nel Tupperware, vedo che ci sono due muratori che stanno portando via dall’interno secchi di detriti e disgrazia. Stavolta, immagino, qualcuno avrà già pensato a un piano di ristrutturazione per trasformare il vecchio bar in una tavola calda alla moda. O magari, invece, diventerà qualcos’altro; il terzo concessionario, dopo gli altri due che occupano i cubi in quest’area di cemento posta accanto al cimitero (che in definitiva non è che un arcipelago di pompe di benzina/autolavaggi/neon/cubi concessionari/parcheggi privati con pilomat delimitante/aiuole sfibrate). Un salone come gli altri, con le auto parcheggiate dentro, il baule aperto, lucidate, su un tappeto lindo di moquette, tanto da chiedersi come le abbiamo materializzate lì. E accanto alle auto le scrivanie in compensato Ikea, il porta ombrelli ai piedi del tavolo, una coppa smaltata in ottone (qualche premio aziendale? Il miglior venditore del trimestre?); la tristezza di questi uffici, la loro squallida referenza gestionale, da foglio Excel, ma anche, al tempo stesso, una sorta di sedazione cartesiana, qualcosa di ordinato, un effetto placebo del settore terziario o, più probabilmente, un’illusione per chi guarda da fuori, attraverso la protezione dello schermo di vetro, fuggevolmente, una cosa estranea tra tante cose estranee, ma solo più pulita. Ineccepibile lo sgomento metafisico, poi, che offre, a tal proposito, la visione della saletta contrassegnata come «Area di consegna»: uno spazio di circa 10&#215;5 m, praticamente sgombro di tutto: ogni oggetto disposto ai lati: macchinetta del caffè con cialde, uno schedario, due pile di sedie (plastica+seduta di tessuto sintetico ceruleo), alcuni birilli arancioni stradali, come quelli che vengono utilizzati nelle scuole guida, per gli esami della patente A; un aspirapolvere, anch’esso accanto alle sedie. Due piante (a me la specie è ignota), dal fusto lungo, magro, le foglie esanimi e lanceolate, senza più grazia, solo ciuffi da appartamento, da perimetro disinfettato.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/27/tempimorti-2/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">82190</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il romanzo della pluralità</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/20/il-romanzo-della-pluralita/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/20/il-romanzo-della-pluralita/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jan 2020 07:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[La casa mangia le parole]]></category>
		<category><![CDATA[Leonardo Luccone]]></category>
		<category><![CDATA[monica pezzella]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo italiano]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=82038</guid>

					<description><![CDATA[di Monica Pezzella Proprio di recente un’inchiesta di Vanni Santoni per L’Indiscreto ha affrontato un quesito che divide da anni i critici letterari: è possibile scrivere oggi un romanzo dei nostri tempi e del nostro Paese che, al pari del grande romanzo americano, potrebbe imporsi come “il grande romanzo italiano”? Leggendo Leonardo Luccone e il suo La casa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Monica Pezzella</strong></p>
<p>Proprio di recente un’inchiesta di Vanni Santoni per <em>L’Indiscreto</em> ha affrontato un quesito che divide da anni i critici letterari: è possibile scrivere oggi un romanzo dei nostri tempi e del nostro Paese che, al pari del grande romanzo americano, potrebbe imporsi come “il grande romanzo italiano”?</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-82039" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/luccone-203x300.jpg" alt="" width="300" height="442" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/luccone-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/luccone-250x369.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/luccone-200x295.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/luccone-160x236.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/luccone.jpg 339w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />Leggendo Leonardo Luccone e il suo <em>La casa mangia le parole</em> (Ponte alle Grazie) mi sono detta che forse eccola qui, una possibile risposta, che si rivela però più enigmatica e trasversale di quanto ci si sarebbe potuti aspettare. Il grande romanzo italiano parrebbe essere in realtà un grande romanzo americano; un romanzo che rompe gli argini dell’italianità tradizionalmente intesa.</p>
<p>A dispetto di una cocciuta resistenza contro le americanate e il traduttorese – avversione ottusa perché non sta al passo coi tempi e non prende atto di una oggettiva contaminazione ostinandosi a scambiarla per copia – l’architettura di <em>La casa mangia le parole</em> si pone al di là e al di sopra della tipicità della letteratura italiana perché supera quello che ne è, più che una caratteristica, un limite – poiché caratteristica etichettabile.</p>
<p>Il romanzo italiano medio – lasciamo fuori i capolavori della letteratura, che in quanto tali godono di unicità – è quasi sempre orgogliosamente piccolo. Piccolo non per le dimensioni, ma per l’inquadratura, la portata della realtà in esso contenuta, per il focus ristretto e lineare, semplice e premuroso di non chiedere al lettore troppo sforzo e pertanto concentrato sul mondo singolare di uno o più personaggi. Una o più persone, ma un mondo singolare, un mondo soltanto.</p>
<p>La storia narrata è quasi sempre una miniatura semplificata delle realtà plurime e caotiche che riempiono di senso il singolo e in cui il singolo è inevitabilmente invischiato.</p>
<p>Prendiamo a esempio il caso più banale: la storia di un uomo. L’inquadratura segue un uomo in campo ristretto, tagliando fuori tutto ciò che non lo riguarda o lo riguarda solo marginalmente, mantenendo la sequenza di immagini il meno inquinata possibile, affinché lui – l’uomo – sia il più a fuoco possibile: non una sbavata sagoma di colori misti, ma un pantone ben definito, un figurino dai contorni ininterrotti di cui tutto ciò che sappiamo lo sappiamo per somministrazione diretta.</p>
<p>Eppure la realtà procede diversamente; o meglio, l’uomo procede diversamente nella realtà. Quell’inquadratura ristretta è un artificio, non esiste e non è autodefinita; essa esiste piuttosto unicamente in relazione e in contrasto con le altre realtà che interseca, e sono proprio queste a definirla nel momento in cui reagisce alla loro intromissione. La definizione di un personaggio o di una storia non è molto diversa da una relazione sentimentale: quest’ultima è tanto più forte e tanto più resiste al tempo quanto più in essa entrano in gioco elementi esterni che la identificano per contrasto e l’alimentano di novità contro la routine. Una relazione che non funziona è una relazione che si è chiusa tra quattro mura e due singolarità. Il romanzo italiano che non può aspirare a essere il grande romanzo italiano è un romanzo incanalato in una narrazione singola.</p>
<p>Luccone sposta, allarga e stringe l’inquadratura nella pluralità.</p>
<p>La farsa di una coppia che finge di stare ancora insieme; un’azienda che entra a pieno titolo tra i protagonisti del romanzo; gli appunti scritti da un italoamericano ambientalista; la pulsazione della città sotto il cielo cangiante e della terra sotto il cemento, che sia quello di Roma o quello di Boston; l’ardita carrellata di vite di ogni singolo membro della suddetta azienda; la riscoperta di un altro tempo mentre si guarda un albero; la dislessia vista dall’interno; la richiesta di un rapporto a tre confessata su un blog; la disanima di un odore del bosco. Non si tratta, no, di coraggiose digressioni. È semmai il coraggio di usare tutto lo sguardo di cui un uomo – in questo caso Leonardo Luccone – dispone per abbracciare e restituire l’idea del fermento del mondo. In una sequenza temporale frammentaria e una lingua che cambia di continuo e resta impeccabile.</p>
<p>Nessuno aveva mai avuto il coraggio di farlo: valicare apertamente, platealmente il confine dell’italianità formato famiglia; nessuno lo fa per timore, certo, di essere tacciato di aver scritto la temuta “americanata”.</p>
<p>Qualcuno lo ha già detto, di Luccone e de <em>La casa mangia le parole</em>: qualcuno lo ha già tacciato di prolissità, formalità, americanità. Ben vengano gli altri che verranno: quelli che non si sono ancora accorti che se un romanzo italiano oggi assomiglia a un romanzo americano è proprio perché – diamo credito alla realtà – l’Italia oggi assomiglia all’America.</p>
<p>Non c’è bisogno di aver visto letto ascoltato e scopiazzato film libri musica in traduzione. Non abbiamo più bisogno di copiare. L’originale da cui copiavamo – se mai abbiamo copiato, perché in arte raramente si copia, più verosimilmente si trae ispirazione – ci appartiene. Si chiama contaminazione.</p>
<p>Qualche anno fa lo stesso Luccone, che ha scritto un grande romanzo, non sarebbe stato d’accordo. Adesso chissà.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/20/il-romanzo-della-pluralita/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">82038</post-id>	</item>
		<item>
		<title>circolare circolare</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/15/circolare-circolare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 07:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[antonio iannone]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=81810</guid>

					<description><![CDATA[di Antonio Iannone gocitati dalla folla. chi avrà faticato abbastanza (perché c’è lavoro e lavoro) sopravvivrà nella tradizione: i pigri e i deboli diverranno la portata principale del banchetto di Chronos. ancora le ruote batteranno chilometri d’asfalto, deborderà il corpo oltre la cabina: un paio di brande, pochi metri quadri di frigo incastonato in una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Iannone</strong></p>
<h3>gocitati dalla folla. chi avrà faticato abbastanza (perché c’è lavoro e lavoro) sopravvivrà nella tradizione: i pigri e i deboli diverranno la portata principale del banchetto di Chronos. ancora le ruote batteranno chilometri d’asfalto, deborderà il corpo oltre la cabina: un paio di brande, pochi metri quadri di frigo incastonato in una crepa all’ombra del cambio, il profilo di un passeggero, di fianco, a chiacchierare – bisognerebbe essere in due, sostare per scambiarsi di posto e mescolarsi nell’illusione del gioco, pur quando si dorme: mai il vento o la pioggia o il cielo sono stati così vicini. la parodia di un soffitto: che accade, sotto? sotto-sotto: sotto la terra, dove riposano i padri di tutti. il volante ripiegato in insegna di riposo, la marcia disinnescata: persino il passeggero sonnecchia dalla solita regione d’esistenza: minuta, certo: eppure qualcuno giurerebbe di aver sentito russare. il dialogo non viene che nell’accidente di una voce dall’abitacolo: strada chiusa, dice – oppure, tamponamento: nient’altro; solita compassione. preferisce il silenzio: soffia un gorgoglìo. persino il gusto della noia bisogna strappare, il disturbo di un grattacapo – faticare senza preoccupazioni: la strada, soltanto la strada. non che costringa, segnala-ostenta l’esistenza dritta, le curve della Legge, le scorciatoie persino: i più abili si affidano alla memoria, almeno: magari confondersi, condursi su una cattiva strada: memoria da leone, dice. non che del leone sia la virtù più evocata, ma tutto quanto è del leone (brutalità, astuzia, volizione, persino la criniera resa lucente dall’aurora) dev’essere eccellente – maschio, lui: ruggisce alle femmine, procaccia la selvaggina, difende il branco; starci, nella giungla: altro che la strada. a posta di tanto in tanto tirerebbe il volante a destra, insinuando il guardrail, tanto per saggiare la facoltà di sgrovigliarsi da un cumulo di lamiere: lo ammonisce una piccola calamita di fronte: la moglie che tiene in braccio il figlio, una preghiera: non correre, pensa a noi. per voi corro, pensa; e svolta.</h3>
<h3>metà per il cuore, metà per il fegato, un quarto contro il colesterolo (polistirolo<em>, </em>dice: ma scherza); un’intera razione in granuli per tutti gli altri mali (mal di testa, mal di schiena, etc.), ma a stomaco pieno, altrimenti una contro il reflusso; anche solo dieci anni prima… incombe ormai l’età adulta: non conosce altra stagione se non quella rigogliosa dell’adolescenza; era allora nient’altro che aneddoto, fugace rivelazione di un quotidiano senza prologo né epilogo, il sonno congedava il grumo di avvenimenti di cui il giorno era stato investito: le discussioni oziose sul bagagliaio dell’auto, una ragazza dalle gambe in bellavista, la mano ai fratelli per lo scarico merci, le coccole femminee e sororali; poi il sonno. a passeggio per i vicoli, le straducole, gli archi di mattoni, sempre a casa si tornava; pareva fatta apposta la città per radicarvisi; incidente, dice la voce, comprì, risponde reggendo col pollice l’illusione dell’alterità. dello scontro non scorge che il profilo di un coagulo, pare che un camion abbia insinuato l’abitacolo di un’auto: sul manto della strada, lievi chiaroscuri; l’ambulanza divora i corpi, esibisce la sirena, scompare: dal loggione con vetro lo spettatore sostituisce il proprio volto a quello di uno dei disgraziati; il telo lo acceca: non è vero che il buio somiglia al nulla, da vivo potrebbe sfiorare il rovescio delle palpebre: è morto, invece; che ne sarà della moglie, del figlio?</h3>
<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-81819" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/camion2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/camion2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/camion2-250x166.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/camion2-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/camion2-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/camion2.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></h3>
<h3>meglio a loro…</h3>
<h3>senso di dio è un flusso circolatorio: del sangue che si diffonde per il corpo permettendo l’esistenza biologica; del turbinio autostradale che trasporta le merci oltrefrontiera: frammenti del vitto, anzitutto; corredo della neo-imprenditoria globale. mai che si possa starsene da soli, senza costrizione della prigionia – facile saccheggiare, assassinare, frodare, soltanto per la quiete della cella, le cure dell’istituzione; c’è pure chi aspira alla follia, propria o dei cari, senza distribuzione del ciclo sonno-veglia (si propende per la seconda), senza le preci che ammoniscono: “non correre, pensa a noi”, il cagnolino in plastica che scuote il musetto al sobbalzare di un dosso, il ritratto del Cristo posato al fondo del palchetto: soltanto altre targhe, si scorgono: distese di targhe fin quando può l’occhio. poi sopraggiunge la miopia. di fianco, superfici di Autogrill nel solido abbaglio della civiltà: si tirano le tende, la marcia, il volante; si dorme.</h3>
<h3>bussano a notti alterne, ticchettano sulla portiera, con le dita a volte, per non disturbare troppo, in elemosina dell’argià: tendono la mano, si distinguono in chi si contenta di pochi centesimi lasciati cascare da una fenditura, chi invece desidera uno scambio legittimo, una prestazione. bruciano tutti, solleticano: lontano da casa?, dicono – si affacciano accenti sdentati, tu? lontano da casa?, tenendo annodati i muscoli, schiacciano il naso al piccolo vetro dal lato-passeggero (passeggeri: conducenti in attesa) e battono, lontano da casa? lontano da casa? – esibiscono la merce alludendo con la mano inoperosa, l’altra conserva l’equilibrio: schiudono le labbra nella forma del cerchio, stringono le dita e muovono il braccio insieme con la lingua, a formare nella bocca un gonfiore a tempo: pantomima e simulazione dell’osceno. dall’occhio aperto, poiché si vanta di tenerne uno in allerta persino quando dorme, scopre il volto appiccicato alla cabina: è appena un tratteggio, mantiene incastonata nel mezzo del collo la colpa della virilità. una donna l’avrebbe ignorata, un maschio è un affronto. quando raggiunge il suolo per affrontare l’attentato più nessuno disturba l’ordine della notte: una fantasia? un fantasma.</h3>
<h3>addio sonno.</h3>
<h3>tra la branda e il soffitto c’è meno di un braccio; gli pare si accorci ogni settimana di un paio di millimetri, quanto basterebbe a schiacciarlo prima di un anno; deve pisciare. si nasconde all’ombra della quinta ruota, licenzia le asole dai bottoni e brandisce il grumo di carne con entrambe le mani; l’urina fluisce tra l’autoarticolato e l’asfalto. lo sorvegliano? gli sembra che un volto erompa dalla notte; se lo scovasse adesso, il mendicante (preferisce assimilarlo alla classe dei mendicanti che a quella delle puttane), mentre l’arma gli si ritrae dalla superficie delle mani…</h3>
<h3>sovrastare dall’alto il sesso ormai turgido gli restituisce la memoria della giovinezza: quante volte ha scorto quella geometria? nessuna per cui gli riesca l’arte della reminiscenza. Seduto su una poltrona dell’abitacolo lascia colare sulle mani dell’acqua da una bottiglia. il sesso è imprigionato dalla stoffa dei boxer, eppure la sollecitazione affiora; gli pare che i colleghi (concorrenti, li chiamano dall’ufficio) dormano tutti. non una tenda socchiusa, qualcuno a spiare; ha serrato pure le sue. la biografia gli si restituisce nella forma dell’aneddoto: tutto sommato, un’opera lineare.</h3>
<h3>la figlia di … è distesa sul letto a cosce allargate, esibisce la natura senza imbarazzo, a dire: eccola; lui tiene in mano un pezzo di legno: la figlia di … è ninfomane<em>, </em>gli pare. pronuncia il termine con un gusto particolare, un’inclinazione della voce fin troppo compiaciuta, a dire: è ammalata, che possiamo farci, noialtri? ce l’ha nel sangue. non è che un buco, poi. poiché la ricorda nella sola prospettiva dell’osservatore, il viso è sostituito da chissà quale altra reminiscenza: solo il grumo lacera di tanto in tanto la soglia del tempo. il grumo e l’impresa: l’ha raccontata tante di quelle volte, nell’ecolalia di chi ricordi non ne possiede abbastanza da dispensarne senza esserne rapinato, che risale ormai dalla narrazione all’immagine. istante per istante avvicina al buco il rametto sino a ricolmarlo: simulazione del pene, sonda: ci entra giusto-giusto. Lo insinua nel corpo governando il piacere con le mostruosità della Cosa; lo spaventa sostituirlo con il pene: preferisce reiterare la parodia. finché un grido più acuto non è preludio di un afflusso di sangue: allora strappa l’oggetto – è peggio. il boschetto è adesso non già occultamento, ma segnale.</h3>
<h3>dal mezzo-patria attraversa un paio di corridoi, una rampa; le targhette alle porte segnalano gli impieghi più singolari di un organismo enorme, capace di respiro: se un ufficio si arresta, tutti gli altri soccombono; BOLLE SCARICO MERCI, dice uno, BOLLE CARICO MERCI, un altro, seguono DIRETTORE, RECLAMI, COLLOQUI. la ragazza del secondo ufficio è bruna, di una straordinaria giovinezza, il solito rimpianto di non aver trent’anni di meno – non gli è bastato che l’adolescenza sembra non esserglisi mai esaurita, ma trent’anni di meno…, bellissima, sono l’autista di…, dice il cognome del padrone costringendo in esso l’intera genealogia imprenditoriale, stanno caricando in magazzino, ho portato il documento. l’esordio è pronunciato con la disperazione di chi prova a intervenire su una realtà cui non partecipa: se la ragazza non commetterà errori sarà per non tradire le aspettative dell’uomo che le ha detto: bellissima. sorride appena, batte sulla tastiera, osserva, stampa, domanda una firma, lo congeda.</h3>
<h3>vuoi campare o vuoi morire?,  il medico si serve di una brutalità sagace, come dire: la vita è tutto; se vuoi morire, continua, continua a fumarti quaranta sigarette al giorno, in un anno al massimo avrai raggiunto il proposito, si compiace dell’arguzia, se vuoi campare, devi smettere non oggi, conclude, ma <em>ieri</em>. due anni prima gli è morto un cugino di tumore allo stomaco, un pezzo d’uomo di un metro e novanta, neppure di fargli visita prima che si spegnesse del tutto se l’è sentita. prima o poi Si muore nell’indifferenza.</h3>
<h3>l’ultimo dei fratelli, il favorito della sorte: avevano già fatto tutto gli altri, gli fu concessa un’adolescenza tranquilla: il maggiore patisce l’intervento della sclerosi, un altro si dispera per una malattia di cuore; delle femmine conosce poco.</h3>
<h3>il vino lo abbruttisce; appena la testa gli si posa sul cuscino della branda comincia la ruminazione; la mente che prima gli era riuscito di concentrare sul solo orizzonte della strada sin quasi a lambirlo proietta sul soffitto (sempre più basso) ambizioni di pensiero: brani, nient’altro che brani: propositi, residui di memorie, lampi discorsivi. finché il sonno che viene è un sonno esausto, cattivo. non dirò dei sogni poiché non si può conoscerli, tuttavia qualcuno lo racconta. il padre il padre…, se di giorno lo opprime soltanto negli abiti a lutto con cui si obbliga a ricordarlo, nel sonno si personifica in coscienza: allora parla, valuta, interdice. fa il suo mestiere di padre.</h3>
<h3>la madre in vent’anni non l’ha mai sognata.</h3>
<h3>lo accoglie da sveglio lo stesso orizzonte, un accenno di crepuscolo, unica promessa nella fluttuazione: l’orizzonte, come la strada nelle line continue e tratteggiate, nelle strisce pedonali, nei pedoni inaccorti, è stabile; gli sembra a volte di partecipare a quella stabilità; basta che qualcuno gli si affianchi perché il gioco riprenda. la radio trasmette del progetto ONE+, da giorni non si discute d’altro; comunica un paio di incidenti: un’ambulanza ha tamponato un’auto; un autoarticolato, di che azienda? un rumeno ubriaco…, è scivolato fuori dalla strada: nessun morto. non correre, pensa a noi, e accelera. dovunque, musica leggera.</h3>
<h3>si crede di non raggiungere il traguardo dell’età adulta, poi si comincia a lavorare: prima i cocomeri venduti in cambio di patate, mele, lattuga, infine la strada: per il latte in polvere del figlio. quanto ne beve, l’ingordo; latte di farmacia perché cresca sano e forte, com’è cresciuto lui a carne di cavallo. non gli è più consentita possibilità d’errore, è un padre ormai, deve starsene per strada lucido e sano. con un ago intriso d’inchiostro si era bucherellato l’apice della spalla sinistra sino a raggiungere una forma di cuore tutta storta: senza ragione; diceva soltanto che se l’era fatto in carcere, non era vero.</h3>
<h3>la strada si dirama, sono stanco, pensa, stanco. sei anni prima il padrone gli aveva detto: scènditene, avrebbe potuto occuparsi delle relazioni con i nuovi assunti: certo nessuno straordinario lo avrebbe mai distinto da un impiegato d’ufficio; la strada gli restituiva nelle privazioni un’ombra di libertà. un lupo solitario, così dice. sta bene, sta bene dice alla moglie al cellulare, sto per fermarmi, adesso mangio qualcosa: sanno parlare solo di cibo, quegli altri. una cassiera gli sorride, avrà neppure vent’anni: trent’anni di meno</h3>
<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/circolare-circolare-di-Antonio-Iannone.pdf" target="_blank" rel="noopener">PROSEGUE QUI: IL RACCONTO COMPLETO (.PDF)</a></strong></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">81810</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La generosità del revisore</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/07/la-generosita-del-revisore/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/07/la-generosita-del-revisore/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2020 07:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Denis Johnson]]></category>
		<category><![CDATA[silvia pareschi]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=82004</guid>

					<description><![CDATA[di Silvia Pareschi Quando compriamo un libro, di solito non pensiamo a tutto il lavoro che c’è dietro, a quante figure professionali hanno lavorato su quelle pagine dopo che l’autore ha scritto la parola Fine e ha spedito il manoscritto al suo agente. E perché dovremmo pensarci? Al cinema restiamo seduti davanti ai titoli di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Silvia Pareschi</strong></p>
<p>Quando compriamo un libro, di solito non pensiamo a tutto il lavoro che c’è dietro, a quante figure professionali hanno lavorato su quelle pagine dopo che l’autore ha scritto la parola Fine e ha spedito il manoscritto al suo agente. E perché dovremmo pensarci? Al cinema restiamo seduti davanti ai titoli di coda perché siamo cinefili o educati, ma nei libri i titoli di coda non ci sono (con la meritoria eccezione dei libri pubblicati da minimum fax), e questo un po’ ci esime dal riflettere su quanto lavoro abbia richiesto la confezione del libro che abbiamo fra le mani.</p>
<p>Si dice spesso che i traduttori sono invisibili. Qualcuno sostiene anche che questa invisibilità derivi sostanzialmente da un rifiuto inconscio, da parte del lettore, di ammettere che non stanno leggendo direttamente il loro autore preferito, bensì la voce di quell’autore passata attraverso il filtro di un’altra voce, quella del traduttore. È un’ipotesi suggestiva, e probabilmente veritiera. Ma tutto sommato oggi noi traduttori siamo un po’ meno invisibili che in passato. Ci sono molti corsi di formazione dedicati al nostro mestiere, articoli che parlano di noi, premi che ci vengono attribuiti. Sappiamo che ci sono tanti ragazzi che vorrebbero fare i traduttori, anche se non capiamo perché (o meglio, lo capiamo perché eravamo così anche noi, solo che oggi noi sappiamo tante cose che loro ancora non sanno, tipo che quello del traduttore non è proprio un mestiere lautamente retribuito, per usare un eufemismo).</p>
<p>Così, se a volte oggi il traduttore esce un po’ dall’ombra e riesce ad acquisire un po’ di visibilità, alle sue spalle rimangono nascoste le altre figure della filiera editoriale, quelle che lavorano sulla traduzione e la limano, la perfezionano, a volte decisamente la rimettono in piedi quando non riesce a camminare con le sue gambe.</p>
<p>È un lavoro preciso, delicato e intriso di umiltà. Come quello del traduttore, e anche di più, perché non viene riconosciuto. Io per esempio non sono brava a rivedere le traduzioni altrui. Perché sono possessiva con i testi e con gli autori, entro con loro in un rapporto che diventa subito duale, e se rivedo una traduzione finisco per volerla rifare. Ma non è così che funziona una revisione. Come il traduttore si mette al servizio del testo che sta traducendo, così il revisore deve mettersi al servizio della traduzione, saper intervenire con intelligenza ma anche con garbo, migliorando la traduzione senza stravolgerla (a parte certi casi in cui non si può fare altro, e allora è una fatica immane), aggiustandola con tocchi sapienti che smussano gli angoli e lustrano le opacità e restituiscono alla fine un testo pulito e levigato, oltre che rispettoso dell’originale.</p>
<p>Per quanto un traduttore possa essere bravo, il passaggio della revisione è sempre indispensabile. E i traduttori lo sanno. Sanno quanto sia prezioso l’aiuto di un bravo revisore, quanto possa essere fecondo di consigli, soluzioni e dialoghi costruttivi. Sanno che avere a che fare con un bravo revisore è una fortuna di cui occorre sempre essere grati. Perché dopo mesi passati sopra, anzi, dentro un testo, anche il più bravo dei traduttori a volte può perdere la lucidità, può smarrirsi, può prendere lucciole per lanterne, cedere a vezzi, a calchi, può leggere cose che in realtà non ci sono, e più rilegge e più si convince che sia così, e allora solo un occhio esterno può vedere le cose come stanno davvero, togliere le incrostazioni e restituire le parole a quello che era il loro vero significato.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-82033 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/denis-johnson.jpg" alt="" width="315" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/denis-johnson.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/denis-johnson-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/denis-johnson-250x397.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/denis-johnson-200x317.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/denis-johnson-160x254.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 315px) 100vw, 315px" /></p>
<p>Questa storia dell’imprescindibilità di un occhio esterno la racconto sempre ai corsi di traduzione, ma non c’è niente meglio di un esempio pratico per capire cosa vuol dire. Prendiamo il libro di Denis Johnson <em>La generosità della sirena </em>(Einaudi). A questo libro hanno lavorato insieme a me Grazia Giua in qualità di editor e Norman Gobetti (traduttore di Philip Roth e altri grandi scrittori) come revisore. A un certo punto in uno dei racconti compare un <em>pun</em>, cioè uno di quei giochi di parole che sono la bestia nera di ogni traduttore. Nel paragrafo si parla di mistero, e la scrittura di Johnson abbonda di misteri. Il gioco di parole si riferisce all’insegna di un negozio:</p>
<p><em>I wonder if you’re like me, if you collect and squirrel away in your soul certain odd moments when the Mystery winks at you, when you walk in your bathrobe and tasseled loafers, for instance, well out of your neighborhood and among a lot of closed shops, and you approach your very faint reflection in a window with words above it. The sign said “Sky and Celery.”</em></p>
<p><em>Closer, it read: “Ski and Cyclery.”<br />
</em><em style="letter-spacing: 0.05em;">I headed home.</em></p>
<p>La traduzione finale è questa:</p>
<p><em>Mi domando se siete come me, se raccogliete e conservate nella vostra anima certi strani momenti in cui il Mistero vi fa l’occhiolino, in cui, per esempio, uscite in accappatoio e mocassini e camminate ben oltre il vostro quartiere, in mezzo a tanti negozi chiusi, e vi avvicinate al vostro vago riflesso in una vetrina con delle parole scritte sopra. L’insegna dice: «Carta e festa».</em></p>
<p><em>Guardando più da vicino, ho letto: «Caccia e pesca».<br />
</em><em>Sono tornato a casa</em>.</p>
<p>Il lettore se la godrà senza conoscerne il retroscena, cioè proprio il fondamentale apporto del revisore. Infatti la traduttrice (cioè io), momentaneamente smarrita nel Mistero di Johnson, aveva in prima battuta preso fischi per fiaschi, o meglio sci per cieli, e aveva ostinatamente continuato a leggere le due frasi come “sky and celery” (“cielo e sedano”, la frase distorta dalla mente del protagonista) e “sky and cyclery” (“cielo e biciclette”, ossia un’altra frase distorta al posto della più normale “<strong>ski</strong> and cyclery” che voleva dire semplicemente “sci e biciclette”). La mia mente si era incagliata nel Mistero e leggeva tutto in quella luce, e così aveva partorito la seguente versione:</p>
<p><em>L’insegna dice: «Cielo e cinismo».<br />
</em><em>Guardando più da vicino, ho letto «Cielo e ciclismo»</em></p>
<p>Una resa niente male del gioco di parole, se effettivamente ci fosse stato scritto “sky and cyclery” anziché “ski and cyclery”, cioè sci e non cielo. Ma io, a ogni successiva rilettura del testo, quella <em>i</em> al posto della <em>y</em> mi ostinavo a non vederla. Non c’era niente da fare: un po’ come in quei disegni con le illusioni ottiche, se qualcuno non me l’avesse mostrata non l’avrei mai vista. E quel qualcuno è stata Grazia Giua, che si è subito accorta dell’errore e ha trovato la brillante soluzione che ora tutti possono leggere: &#8220;Carta e festa&#8221; come distorsione di &#8220;Caccia e pesca&#8221;.</p>
<p>E allora, quando chiudiamo un libro, proviamo a ricordare che se nei titoli di testa c’è solo il nome dell’autore (e volte anche quello del traduttore), i titoli di coda sono lunghi e articolati, e che se quello dello scrittore (e del traduttore) è un lavoro solitario, il libro finito può essere solo il prodotto di un sapiente lavoro di squadra.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/07/la-generosita-del-revisore/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>9</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">82004</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Iosif Brodskij tra le rovine della città di K.</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/02/iosif-brodskij-tra-le-rovine-della-citta-di-k/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/02/iosif-brodskij-tra-le-rovine-della-citta-di-k/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jan 2020 07:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Iosif Brodskij]]></category>
		<category><![CDATA[Kaliningrad]]></category>
		<category><![CDATA[Königsberg]]></category>
		<category><![CDATA[Tomas Venclova]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Parisi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=81880</guid>

					<description><![CDATA[di Valentina Parisi (Pubblichiamo un estratto da Valentina Parisi, Una mappa per Kaliningrad. La città bifronte. Prefazione di Francesco M. Cataluccio, Edizioni Exòrma, 2019. Il libro racconta un viaggio verso due città che convivono in una. Entrambe fantasmatiche, vive e morte nello stesso tempo. La Königsberg di Immanuel Kant e la Kaliningrad dell’impero sovietico deflagrato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Valentina Parisi</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-81885 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia.jpg" alt="" width="800" height="593" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia-768x569.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia-250x185.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia-200x148.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/Kaliningrad19660005-copia-160x119.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
<p><em>(Pubblichiamo un estratto da Valentina Parisi, </em><strong><a href="http://www.exormaedizioni.com/catalogo/una-mappa-per-kaliningrad/" target="_blank" rel="noopener">Una mappa per Kaliningrad. La città bifronte</a></strong><em>. Prefazione di Francesco M. Cataluccio, Edizioni Exòrma, 2019. Il libro racconta un viaggio verso due città che convivono in una. Entrambe fantasmatiche, vive e morte nello stesso tempo. La Königsberg di Immanuel Kant e la Kaliningrad dell’impero sovietico deflagrato da quasi trent’anni. Quello che più colpisce nella scrittura di Valentina Parisi è il suo spessore, dovuto alla sapienza dell&#8217;autrice, un dominio di più lingue e culture che le consente di creare connessioni che arricchiscono il testo di densità e strati. Ogni luogo sfiorato e raccontato accende collegamenti storici, letterari, autobiografici. Dunque per viaggiare bene bisogna prima sapere; eppure senza viaggiare non si sa nulla.)</em></p>
<h3>È identica, pensò il poeta, rigirando distrattamente la bottiglia vuota tra le mani. Identica al faro che, fuori dalla finestra, ammiccava col suo unico occhio nell’oscurità.</h3>
<h3>Il faro – un’enorme bottiglia di vino da dessert, scintillando nel buio, indicava la via ai naviganti, soprattutto a quelli persi e solitari come lui.</h3>
<h3>Perché la somiglianza fosse perfetta, provò a farla girare come una trottola, tenendola per il collo. Il collo di lei.</h3>
<h3>Rivedeva la macchia di tempera verde acqua, sotto l’orecchio. Chissà come se l’era fatta. L’aveva presa per i capelli, torcendoli con forza, per costringerla a voltarsi e a distogliersi dal quadro che stava dipingendo. La risposta fu il solito sorriso, artificiale e sfrontato, e lo sguardo assente, sotto le palpebre pesanti.</h3>
<h3>“Parti?”</h3>
<h3>A Baltijsk, la città più a ovest di tutta l’Unione Sovietica, era giunto qualche giorno dopo, ovviamente non in veste di poeta, bensì di giornalista. La locale squadra giovanile di nuoto era stata defraudata di una medaglia durante la Spartachiade dei pionieri e la rivista Koster lo aveva mandato in missione per far luce sulla vicenda. Altrimenti non avrebbe mai potuto metter piede in quella base militare irraggiungibile per i comuni mortali privi di lasciapassare. Ma si sarebbe davvero perso molto se non fosse mai stato in quel porto sul Mar Baltico che non ghiacciava mai, neppure nel cuore dell’inverno? Cosa aveva di così particolare, a parte il fascino decadente dell’albergo d’anteguerra “L’Ancora d’oro”, quelle danze goffe e allusive tra marinai e l’alcol di contrabbando che vi scorreva a fiumi? Eppure quello era l’Occidente, rispetto a Leningrado…</h3>
<h3>Abbiamo vinto.<br />
Abbiamo vinto noi.</h3>
<h3><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-81886" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/COP_KALININGRAD-226x300.jpg" alt="" width="300" height="398" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/COP_KALININGRAD-226x300.jpg 226w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/COP_KALININGRAD-250x332.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/COP_KALININGRAD-200x265.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/COP_KALININGRAD-160x212.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/COP_KALININGRAD.jpg 510w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></h3>
<h3>Gliel’avevano ripetuto i responsabili della squadra di nuoto dei pionieri. E poi i pionieri stessi, adolescenti dalle spalle sproporzionatamente larghe e dagli occhi vacui. Come no, bastava vedere Kaliningrad per capirlo. Una città di vincitori, a soli cinquanta chilometri da Baltijsk. Una città ridotta a un cumulo di macerie, che sul mito della Vittoria sui nazifascisti aveva costruito tutta la sua precaria esistenza…</h3>
<h3>I capelli, avrei dovuto tirarglieli più forte. E la macchia sul collo, perché non l’ho leccata via con la lingua? Almeno mi sarebbe rimasto il suo sapore e non solo il volto…</h3>
<p>Nascosto sotto le palpebre, come oppio,<br />
Dai nostri stagni baltici, d’un soffio<br />
Nella Prussia orientale entrando,<br />
Il volto tuo introdussi, di contrabbando.</p>
<h3>“Ah-ah-ah, un’altra poesiola!” avrebbe sicuramente esclamato beffarda al suo ritorno.</h3>
<h3>Il poeta non poteva saperlo, ma da lì a pochi mesi avrebbe scoperto con stupore di non essere affatto un poeta, bensì un perdigiorno, un parassita e un mangiaufo che viveva perfidamente alle spalle dello Stato sovietico. E questo malgrado le spedizioni al seguito dei geologi, gli articoletti, le traduzioni e gli innumerevoli tentativi di vendere ai giornali le sue foto scattate ai quattro angoli dell’Urss!</h3>
<h3>In tribunale, dinanzi a un’accigliata giudice, il ventiduenne dai capelli rossi, accusato di scarsa dedizione alla causa dell’edificazione del socialismo, avrebbe difeso il proprio diritto a definirsi poeta, pur non avendo mai frequentato alcuna apposita scuola. Alla domanda: “E allora, come si fa a diventare poeti?” risponderà con aria smarrita: “Credo che venga da Dio”.</h3>
<h3>“Iosif Brodskij ha sempre guardato al suo paese tenendosi un po’ in disparte, autoconfinandosi in uno spazio che appartiene soltanto alla storia e alla poesia. ‘Lascia che l’artista, parassita / a un altro paesaggio dia vita’. Non scriveva forse così?” sorride Tomas Venclova, poeta lituano e slavista, amico di Brodskij fin dalla seconda metà degli anni Sessanta. Secondo alcuni fu proprio lui a contagiarlo con la sua bizzarra passione per la città di K. “Per Iosif”, continua, “era importante vivere alla periferia dell’impero, dove le usanze, l’aria, malgrado tutto, sono un pochino diverse”.</h3>
<h3>Di margini e di periferie Venclova se ne intende. Non per nulla è nato nel 1937 a Klaipėda, là dove la terra lituana con le sue dune sabbiose digrada e scompare nel Mar Baltico. Gli anni dell’occupazione nazista li trascorse leggermente più a est, a Kaunas, la città che nel ventennio interbellico era stata la capitale della Lituania indipendente. In seguito, al termine del secondo conflitto mondiale, si trasferì con la sua famiglia ancora più a est, a Vilnius. Le autorità della neonata repubblica sovietica di Lituania avevano assegnato a suo padre Antanas, poeta ed esponente di spicco dell’intelligencija filocomunista, un bell’appartamento in una villa al numero 34 di via Pamėnkalnio, oggi trasformata in un museo a lui dedicato. L’occhiuto vicino della porta accanto, al soldo della polizia politica, ogni tanto faceva capolino sulla soglia, per sorvegliarlo. Vilnius era tornata da pochissimo alla Lituania – la Polonia se l’era annessa nel 1922 – e uno dei primi ricordi di Venclova è un pomeriggio trascorso a vagare per il centro città, allora completamente distrutto. Al ritorno da scuola si era perso in mezzo alle rovine del ghetto ebraico e dei pochi passanti incontrati per strada nessuno era in grado di fornirgli indicazioni, perché nessuno parlava lituano. Sballottato di qua e di là per tutta l’infanzia, Tomas aveva appena trovato una città che avrebbe potuto diventare sua – peccato fosse ridotta a un ammasso muto di macerie.</h3>
<h3 style="text-align: center;">(&#8230;)</h3>
<figure id="attachment_81888" aria-describedby="caption-attachment-81888" style="width: 491px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-81888" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/2-Ausiliaria-dell’Armata-Rossa-copia.jpg" alt="" width="491" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/2-Ausiliaria-dell’Armata-Rossa-copia.jpg 491w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/2-Ausiliaria-dell’Armata-Rossa-copia-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/2-Ausiliaria-dell’Armata-Rossa-copia-250x391.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/2-Ausiliaria-dell’Armata-Rossa-copia-200x313.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/2-Ausiliaria-dell’Armata-Rossa-copia-160x250.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 491px) 100vw, 491px" /><figcaption id="caption-attachment-81888" class="wp-caption-text">Ausiliaria dell’Armata Rossa</figcaption></figure>
<h3>E Brodskij? Anche lui, come i suoi amici lituani, aveva la sensazione di andare comunque in Europa, partendo per Kaliningrad: “Anche se praticamente distrutta, era comunque l’unica grande città europea depositaria del ricordo della tradizione culturale occidentale che potessimo vedere coi nostri occhi”, spiega Venclova. Calcando le orme di Karamzin e recandosi non più in Prussia, bensì ai margini estremi dell’impero sovietico, Brodskij si ritrovò in un’Europa di macerie. Mentre a ovest le città tedesche erano state ricostruite con aggressiva alacrità in tempi record, l’ex Königsberg serbava intatto il vuoto spaventoso delle distruzioni belliche. In alcuni luoghi le lancette dell’orologio segnavano ancora un’ora qualsiasi della seconda metà del 1945, anzi: l’incuria sovietica, il famigerato immobilismo russo, forse anche una punta di cinico voyeurismo alimentato dalla vista dai resti materiali della disfatta inferta al nemico, avevano fatto sì che a Kaliningrad la polvere si depositasse sulla polvere delle macerie, che l’inesorabile azione del tempo erodesse quelle che, ormai, erano rovine di rovine.</h3>
<h3>Il castello dell’Ordine Teutonico si ergeva in mezzo alla città con la sua torre arsa e perforata dal tiro di artiglieria, simile a un enorme dente cariato. Tutt’intorno le facciate vuote delle poche case rimaste in piedi, puntellate da pali, sembravano archi di trionfo o ruderi di età romana, o ancora quinte teatrali di chissà quale opera fantastica. Il Duomo, privo di tetto, si levava in una fuga di archi tra cespugli e pozzanghere, e a un improbabile viaggiatore italiano di passaggio avrebbe certamente richiamato alla mente l’abbazia di S. Galgano. A differenza di quanto riferisce Alexander Kluge ne <em>L’incursione aerea su Halberstadt</em>, qui nessuna signora Schrader, nessuna impiegata di cinema, aveva imbracciato la pala della protezione antiaerea poche ore dopo il bombardamento, nella speranza di riuscire a sgomberare le macerie in tempo per lo spettacolo delle due del pomeriggio. Se per la Germania la precipitosa rimozione dei detriti e l’immediata ricostruzione sarebbero equivalse, dopo le devastazioni subite durante la guerra, “a una seconda liquidazione del suo passato” (W.G. Sebald), a Kaliningrad il passato in forma di rovina era ancora presente. I sovietici parevano averlo conservato come monito nel cuore stesso della città, perché fosse visibile. Certo non a tutti, data l’irraggiungibilità della zona – ma che almeno qualcuno vedesse. E Brodskij vide:</h3>
<blockquote><p>Se mi guardo alle spalle, posso ancora dire che siamo partiti da un luogo vuoto, no, meglio, da un luogo spaventosamente svuotato, e che intuitivamente ancor prima che consciamente, aspiravamo per l’appunto a ricreare l’effetto di una continuità della cultura, a ripristinare le sue forme e i suoi tropi, a colmare le sue poche parvenze superstiti, spesso totalmente compromesse, di contenuti nuovi, contemporanei, o che almeno ci sembravano tali.</p></blockquote>
<figure id="attachment_81887" aria-describedby="caption-attachment-81887" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-81887" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia.jpg" alt="" width="800" height="933" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia-257x300.jpg 257w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia-768x896.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia-250x292.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia-200x233.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/16-Palazzo-dei-Soviet-copia-160x187.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-81887" class="wp-caption-text">Il Palazzo dei Soviet di Kaliningrad</figcaption></figure>
<h3>Nel discorso di accettazione del premio Nobel che il poeta pronuncerà a Stoccolma nemmeno vent’anni più tardi riaffiora l’immagine lontana di Kaliningrad, “luogo svuotato” e perturbante per un’intera generazione. Per quanto inquietanti a vedersi, le rovine della città tedesca erano la testimonianza che, un tempo, era esistito anche altro rispetto all’ordine soffocante della società socialista. Rammentando la caducità di tutte le cose, esse costituivano paradossalmente uno spazio di libertà, poiché smentivano l’ottimismo forzato della narrazione utopista. E, al contempo, nell’immaginazione dell’intellettuale ribelle, prefiguravano il momento futuro – in realtà, neppure tanto distante – in cui anche della civiltà sovietica non sarebbero rimaste che rovine. D’altronde, l’aveva già detto Diderot: “posiamo lo sguardo sui ruderi di un arco di trionfo, di un portico, di una piramide, di un tempio e riveniamo su noi stessi. Anticipiamo le devastazioni del tempo e la nostra fantasia abbatte gli stessi edifici che abitiamo”.</h3>
<h3>Alla fine degli anni Cinquanta Venclova è di leva a Černogorsk, l’ex Insternburg. Presta servizio per un mese, poi scappa e s’imbosca a Kaliningrad tra le macerie.</h3>
<h3>Da lì nel 1968 Brodskij invia una <em>Cartolina</em> all’amico. In questi versi non esistono più né Königsberg né Kaliningrad: la città distrutta è ridotta alla sua sola iniziale e si staglia all’orizzonte, agitando le braccia di una lettera K:</h3>
<p><em>Cartolina dalla citt</em><em>à </em><em>di K. </em></p>
<p style="text-align: right;">A Tomas Venclova</p>
<p>Rovine: trionfo dell’ossigeno<br />
e del tempo. Un novissimo Archimede<br />
potrebbe aggiungere all’antica legge<br />
che un corpo, piantato nello spazio,<br />
dallo spazio è soppiantato.</p>
<p>L’acqua<br />
frantuma in uno specchio nuvoloso<br />
i ruderi del Castello; ora quello dovrebbe<br />
udire le profezie del fiume, meglio<br />
che nei giorni arroganti<br />
in cui il Maestro lo edificava.</p>
<p>Qualcuno<br />
vaga tra le rovine, rivanga<br />
il fogliame dell’anno scorso. Il vento,<br />
figliol prodigo, è tornato alla casa paterna<br />
e di colpo riceve tutte le lettere.</p>
<h3>Con il riferimento inequivocabile al Castello – che, per di più, pochissimi mesi dopo verrà abbattuto per far posto al Palazzo dei Soviet – la <em>Cartolina</em> dedicata a Venclova inserisce K. (Königsberg + Kaliningrad) in una linea nobile della poesia europea: quella degli epitaffi a Roma. Elemento comune a tutti questi componimenti è la contrapposizione tra le vestigia del passato illustre di Roma e l’unico dato che permane intatto nel presente, sebbene a prima vista possa sembrare il più effimero e transeunte di tutti: le acque del Tevere.</h3>
<h3>Sostituendo a quest’ultimo il fiume Pregel, Brodskij fa della città di K. un simbolo universale e sovratemporale dell’inconsistenza delle ambizioni umane. Riflettendosi nelle onde del Pregel – ovvero nello specchio del tempo, poiché per Brodskij l’acqua è “forma condensata del Tempo” – i ruderi del Castello cessano di essere soltanto macerie e si trasformano in rovine. Non sono più la testimonianza di una distruzione recente – il segno tangibile della “follia della Storia”, come dirà Marc Augé – ma esperienza del tempo puro, estrapolato dagli eventi storici. Una forza che erode e consuma qualsiasi manufatto umano, rendendolo sempre più indistinguibile dalla Natura. Per cui chiedersi di che cosa le rovine di K. siano i resti è del tutto irrilevante: Brodskij non è più in grado di estrarle dallo stratificarsi di immagini e di riferimenti culturali che hanno evocato in lui. (&#8230;) Come per tutti i poeti, il reale in sé per lui non conta nulla. Proprio per questo la sua città di K. emerge dalla superficie cangiante dell’acqua con sembianze sempre nuove: ora le onde lasciano affiorare il volto della donna amata e, insieme, i contorni della città natale, Leningrado, anch’essa edificata in riva al Baltico; ora il Pregel riflette un paesaggio di rovine, richiamando alla mente nientemeno che la Città eterna.</h3>
<h3>Prima che in <em>Cartolina</em>, la sovrapposizione con Roma si era già delineata in <em>Einem alten Architekten in Rom</em>, una lunga poesia composta in esilio nel 1964 e ribattezzata dagli amici del poeta semplicemente <em>Königsberg</em>. Qui i contorni reali di Kaliningrad sfumano per lasciar spazio all’immagine puramente mentale di Roma caduta in mano ai barbari. Brodskij sogna di percorrere in carrozza le vie semidistrutte della città fino a raggiungere un luogo assai vago, ma identificabile con le rovine della cattedrale e la tomba di Kant. Quella che emerge però è una veduta da capriccio settecentesco, ideata accostando elementi reali ad altri fantastici, arcaici, schierati esclusivamente in virtù della loro eufonia:</h3>
<p>Acanti, nimbi, colombi e colombe,<br />
atlanti, ninfe, cupidi e leoni<br />
pudichi celano dietro la schiena i moncherini.</p>
<h3>A completare il quadro non manca neppure una capra, intenta a fissare la vegetazione che divora le macerie, mentre un “archeologo in erba” raccoglie cocci nel cappuccio della giubba – forse un riflesso dei tanti bambini reali che a Kaliningrad giocavano per strada con i vecchi mattoni tedeschi? I confini tra città e campagna si stemperano, la natura si appropria delle architetture cadute in rovina, e non è un caso che la presenza di Königsberg persista unicamente nel cinguettio degli uccelli o nel fruscio delle foglie, ovvero in quegli elementi naturali sempre uguali a sé stessi che trascendono le alterne vicende umane. A Kaliningrad solo gli alberi sussurrano qualcosa in tedesco:</h3>
<p>Cik. <em>Ich liebe dich</em>.<br />
Cik, cik, cirip. Cik-cik. Tu guarderai in alto,<br />
e in forza della tristezza o, meglio, dell’abitudine,<br />
in mezzo ai rami sottili vedrai Königsberg.</p>
<h3>La percezione uditiva istiga la visione, la realtà si rivela allo sguardo solo dopo essersi manifestata come suono, sentire è indispensabile per vedere. Il mondo è una trama fittissima di assonanze e il compito del poeta consiste nell’udire giustamente, scriveva Marina Cvetaeva. Forse era a lei che pensava Brodskij, quando si chiedeva: “Perché un uccellino non dovrebbe chiamarsi Caucaso, Roma, Königsberg, eh? / Quando tutt’intorno ci sono solamente mattoni e ghiaia, /gli oggetti non esistono più, ma solo le parole. / Ma non ci sono labbra. E risuona il cinguettio”.</h3>
<h3>Malgrado la cacciata di coloro per cui il tedesco era la lingua madre, Brodskij vuole vedere a tutti i costi gli ex abitanti di Königsberg a Kaliningrad. E alla fine ci riesce, grazie al canto di un uccellino.</h3>
<h3>A sua volta Venclova risponderà all’amico, con un’altra <em>Cartolina da K</em>., inviata esattamente agli albori del nuovo millennio, nel 2000. Brodskij è morto da quattro anni e nella Kaliningrad post-sovietica ogni traccia del passato tedesco sembra essersi dileguata per sempre tra il gas di scappamento delle Toyota e il monossido di un quartiere biancastro, fitto di caseggiati tutti uguali. “I caratteri gotici / son rimasti solo nel fogliame”; più in basso soltanto il tracciato di alcune vie e le rotaie del tram parlano di Königsberg:</h3>
<p><em>Nuova cartolina dalla citt</em><em>à </em><em>di K. </em></p>
<p>Tu dici: se gli uomini reclamano vendetta,<br />
per le città assassinate diventa subito amaro,<br />
si ripaga con stizza e alterchi melmosi.<br />
Esse tutto perdonano. I tramvai tintinnano<br />
nel corso dove soltanto rotaie e fondamenta<br />
ricordano un cielo che piove a schegge.</p>
<p>Persino allorché il mondo si fa polvere,<br />
non mutano le rotte dei vagoni né i dettagli<br />
minuti della rete viaria. Ma dietro l’angolo<br />
sbiancano lastre di cemento e il parco<br />
s’arrende all’asfalto. Le volte della cattedrale<br />
pregano Iddio per una morte lieve.</p>
<p>Uno stelo d’artemisia spunta dal cemento.<br />
Muri graffiati occultano il giallo<br />
soprabito dell’estraneo e qualche ruvida<br />
folata incontra un ostacolo insignificante:<br />
quel corpo mortale, cui capitò d’essere<br />
in questo giorno piovoso in un paese straniero.</p>
<p>[…]</p>
<p>Non nasce la parola (forse sono solo brandelli).<br />
Finché presso a parallelepipedi agglutinati<br />
apparirà l’alba appiccicosa del continente,<br />
il sogno, avvolti i corpi come il vento,<br />
rotolerà per la città dove il tempo ha vinto<br />
e perfino perdita più non v’è.</p>
<p>Notte fonda. Scheggia, era, costellazione<br />
inarcano la latta. Nel feroce presente<br />
sull’orlo di lande ormai senza nome<br />
come in un nascondiglio attendiamo il mattino,<br />
senza più vederci l’un l’altro,<br />
senza intendere se siamo noi o altri.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><em>Le traduzioni dal russo delle poesie di Iosif Brodskij sono dell’autrice, mentre quella dal lituano della poesia Naujas atvirukas iš K. miesto (Nuova cartolina dalla città di K.) di Tomas Venclova è di Pietro U. Dini. L’autrice ringrazia sentitamente Tomas Venclova per l’incontro a Vilnius e la conversazione su Iosif Brodskij.</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/02/iosif-brodskij-tra-le-rovine-della-citta-di-k/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">81880</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Inviti a cena nel mondo antico, da Epicuro a Marziale</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/12/23/inviti-a-cena-nel-mondo-classico-da-epicuro-a-marziale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2019 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antica Roma]]></category>
		<category><![CDATA[cibo]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[maria pellegrini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=81643</guid>

					<description><![CDATA[di Maria Pellegrini (Pubblichiamo un estratto dal volume di Maria Pellegrini, Antica gara tra un cuoco e un fornaio, Giuliano Ladolfi editore, 2019. «Con la stessa competenza, destrezza e puntualità con cui un maître di vasta esperienza alberghiera organizza il servizio di sala nel ristorante di un grand hotel, Maria Pellegrini dispone all’interno di questo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maria Pellegrini</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-81645 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/coppe-e-anfore.jpg" alt="" width="760" height="407" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/coppe-e-anfore.jpg 760w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/coppe-e-anfore-300x161.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/coppe-e-anfore-250x134.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/coppe-e-anfore-200x107.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/coppe-e-anfore-160x86.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 760px) 100vw, 760px" /></p>
<p><em>(Pubblichiamo un estratto dal volume di Maria Pellegrini, </em><a href="http://www.ladolfieditore.it/index.php/it/diamante/antica-gara-tra-un-cuoco-e-un-fornaio.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Antica gara tra un cuoco e un fornaio</strong></a><em>, Giuliano Ladolfi editore, 2019. «Con la stessa competenza, destrezza e puntualità con cui un maître di vasta esperienza alberghiera organizza il servizio di sala nel ristorante di un grand hotel, Maria Pellegrini dispone all’interno di questo suo fragrante volume due lunghe tavolate virtuali, l’una riservata alle specialità culinarie più o meno “esotiche” tramandate da autori greci, l’altra contrassegnata dai cibi (di volta in volta semplici, rustici e salubri o, al contrario, sovrabbondanti, cervellotici e nocivi) caratteristici della cucina e del gusto romani.[…] Può un pranzo o una cena signorile cominciare senza l’offerta di un antipasto di speciale, insolita, stuzzicante squisitezza? Quello “cucinato” da Maria Pellegrini consiste in una sorprendente prelibatezza, a tal punto sfiziosa da meritare di essere scelta come “piatto” eponimo su cui modellare il titolo dell’intero volume. Una “chicca”, così viene spontaneo definire […] il poemetto, finora noto solo a un manipolo di addetti ai lavori, </em><strong>Iudicium coci et pistoris iudice Vulcano</strong><em>, cioè </em><strong>Contrasto fra il cuoco e il fornaio: giudice Vulcano</strong><em>. Si tratta di un testo alquanto bizzarro, che consta di 99 esametri non tutti di impeccabile fattura, di epoca ipoteticamente oscillante fra il II e il V secolo d.C., la cui composizione è rivendicata in prima persona da un fantomatico Vespa» &#8211; dalla </em>Prefazione<em> di Marco Beck).</em></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>Farai una bella cenetta, Giulio Ceriale, a casa mia:<br />
</em><em>se non hai nessun invito migliore, vieni. </em>(Marziale)</p>
<p>Si attribuisce a <strong>Epicuro un’affermazione sull’importanza della condivisione dei pasti</strong> che per la civiltà greca ha una grande importanza:</p>
<p style="margin-left: 35.4pt;">«Prima di cercare qualcosa da mangiare e da bere, dobbiamo trovare qualcuno con cui condividere i nostri cibi, perché mangiare da solo significa fare la vita di un leone o di un lupo.»</p>
<p>La dimensione conviviale di un pasto ricopre un ruolo fondamentale, <strong>consumare il cibo in compagnia</strong> e conversare aumenta il piacere della tavola sin dai tempi dell’antichità greca. Nei banchetti omerici accanto al padrone di casa c’è un’altra figura rilevante: l’<a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/aedo_(Enciclopedia-Italiana)/">aedo</a>. Il suo compito è allietare i convitati con il suono della cetra o della lira o con il canto che a volte egli crea in modo estemporaneo. Ricordiamo, <strong>nell’</strong><em><strong>Odissea</strong>,</em> il cantore Demodoco alla corte di Alcinoo, re dei Feaci, quando durante il banchetto in onore di Odisseo, accolto alla reggia pur essendo ignota la sua vera identità, canta le vicende della guerra di Troia già diventate storia e leggenda. Si commuove il naufrago lontano dalla sua terra, <strong>Alcinoo</strong> se ne accorge e rivolge ai presenti parole che dimostrano il suo rispetto per l’ospite anche se straniero:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Ascoltatemi, guide e capi dei Feaci,<br />
Demodoco lasci ora la sua cetra armoniosa<br />
perché non piace a tutti che lui canti queste cose.<br />
Da quando siamo a cena<br />
e si è alzato a cantare il meraviglioso cantore,<br />
per tutto questo tempo, l’ospite non ha mai smesso<br />
il suo triste pianto: certo una gran pena gli opprime il cuore.<br />
Dunque, si fermi,<br />
perché possiamo godere tutti: l’ospite e noi che lo ospitiamo.<br />
Sarà meglio così, perché proprio per un ospite così degno<br />
di rispetto si fanno queste cose,<br />
come l’aiuto per il viaggio e i doni che gli offriamo<br />
in segno di amicizia: lo straniero, il supplice, è come un fratello<br />
per ogni uomo che abbia un po’ di cuore.»<a title="" href="#_ftn1" name="_ftnref1"><sup>[1]</sup></a></p>
<p>Per accogliere <strong>Odisseo</strong>:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Alcinoo sacrificò dodici pecore,<br />
otto maiali dalle zanne bianche<br />
e due buoi dalle zampe ricurve:<br />
li scuoiarono, li tagliarono, li arrostirono<br />
e prepararono un ricco banchetto.<br />
L’araldo tornò accompagnando il fedele cantore,<br />
che la musa amava molto»<a title="" href="#_ftn2" name="_ftnref2"><sup>[2]</sup></a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-81647 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/pellegrini-1.jpg" alt="" width="386" height="600" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/pellegrini-1.jpg 386w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/pellegrini-1-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/pellegrini-1-250x389.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/pellegrini-1-200x311.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/pellegrini-1-160x249.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 386px) 100vw, 386px" /></p>
<p><strong>Nei banchetti omerici</strong> la posizione dei partecipanti è quella seduta, a partire dal VII secolo a. C. si assume quella reclinata che poi fu seguita anche dai romani dopo il loro contatto con la Grecia.</p>
<p>La letteratura antica ci dà testimonianza di grandi banchetti con numerosi partecipanti e ricco elenco di portate, ma anche di cene tra amici dove regna armonia, semplicità e moderazione. <strong>È stabilito anche il numero ideale di partecipanti</strong>. Perché una cena sia ben riuscita Archestrato, l’autore dell’<em>Hedyphagetica,</em> consiglia di riunire tre o quattro persone scelte, al massimo cinque, per evitare di trasformare il banchetto «in una tenda di mercenari che vivono predando», come ricorda Ateneo nei <em>Deipnosofisti</em> (1, 4e).</p>
<p><strong>Plutarco</strong>, noto per le sue <em>Storie parallele</em>, sostiene nel <em>Simposio dei sette sapienti</em>:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«L’uomo avveduto non si presenta a banchetto come un vaso vuoto, ma viene con il proposito di fare ed ascoltare discorsi seri o divertenti, per intrattenersi su argomenti che di volta in volta l’occasione suggerisce ai convitati, se questi intendono trascorrere il tempo godendo della reciproca compagnia».</p>
<p>Inoltre afferma &#8211; attraverso la voce di un convitato, Nilosseno &#8211; che il padrone di casa debba <strong>comunicare in precedenza il tema della conversazione e l’elenco dei convitati</strong>, in modo che si sappia chi si troverà come compagno di tavola e di cosa si parlerà durante il banchetto:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«<strong>Se un piatto non è buono, lo si può rifiutare; se un vino è di cattiva qualità, si può sempre ripiegare sull’acqua; ma un convitato pesante e triviale che vi dà il mal di testa, annulla e guasta il piacere di qualsiasi vino, di qualsiasi cibo, la grazia di qualunque musico</strong>, né ci si può in questo caso avvalere di quell’espediente che consiste nel vomitare ciò che provoca tanto disgusto. A volte, anzi, perdura anche tutta la vita, come perdura in bocca un cattivo sapore, un’antipatia reciproca sorta a banchetto a causa di offese che, per un moto d’ira, sono state scambiate tra i fumi dell’ubriachezza.[&#8230;] Perciò fece benissimo Chilone, quando fu invitato, a pretendere di sapere chi fossero gli altri commensali sostenendo che quando si sale su una nave o si prende parte a una spedizione militare si è costretti a sopportare uno sciocco come compagno di traversata o di tenda, diversa faccenda è partecipare a un banchetto al quale si può evitare di partecipare. Se sei una persona assennata non vorrai unirti a sconosciuti.»<a title="" href="#_ftn3" name="_ftnref3"><sup>[3]</sup></a></p>
<p><strong>Anche in età romana Varrone</strong>, l’erudito scrittore latino la cui copiosa opera fu dominata dal proposito di recuperare il passato, difenderne la tradizione e i valori, consiglia quale sia il numero degli invitati, al massimo nove, e ritiene necessario stabilire l’argomento della conversazione:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«È bene che <strong>il numero dei convitati</strong> cominci dal numero delle Grazie e arrivi a quello delle Muse, ossia che <strong>parta da tre e si fermi a nove</strong> […] Quanto poi al convito in sé, sono quattro i suoi requisiti: si può dire che sia perfettamente riuscito quando sia stata procurata una combriccola elegante, accurata la scelta del luogo, curata l’ora e non trascurata la preparazione. È bene scegliere convitati che non siano né chiacchieroni né muti perché l’eloquenza sta bene nel foro e in tribunale, ma il silenzio s’addice alla camera da letto, non al convito. Sono da scansare gli argomenti angosciosi e intricati, e si deve parlare di cose divertenti, gradevoli, che all’utilità uniscano un certo grado di attrattiva e di piacevolezza, così che la nostra mente ne esca illeggiadrita e ricreata.»<a title="" href="#_ftn4" name="_ftnref4"><sup>[4]</sup></a></p>
<p>Lo stesso <strong>Orazio</strong> d’età augustea, considera ideale una cena modesta, e ne <strong>indica gli argomenti sui quali intrattenersi</strong>:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«S’intavola il discorso non su ville e su palazzi altrui,<br />
non su Lepore (se balla male o no). Ciò che discutiamo è qualcosa<br />
che ci tocca più da vicino, e che sarebbe deprecabile ignorare:<br />
sono le ricchezze o la virtù a rendere gli uomini felici?<br />
Che cosa c’induca alle amicizie: l’interesse o un principio morale?<br />
Qual è la natura del bene, e quale la sua massima espressione?»<a title="" href="#_ftn5" name="_ftnref5"><sup>[5]</sup></a>.</p>
<p>Con una rapida scorsa tra autori greci e latini di diverse età, <strong>segnaliamo alcuni epigrammi o carmi ispirati all’invito a cena</strong>. Con il termine <em>vocatio ad cenam</em> si è soliti definire un componimento letterario in cui l’autore si rivolge direttamente a qualche conoscente o amico per invitarlo a una cena, pasto principale dei romani, che avviene nelle prime ore del pomeriggio. All’apostrofe diretta all’invitato segue l’elenco delle vivande che saranno servite, la precisazione del luogo d’incontro e l’assicurazione che tutto sarà improntato a semplicità del pasto in un’atmosfera gioiosa e spensierata.</p>
<p>Di <strong>Posidippo</strong> uno dei maggiori rappresentanti dell’epigrammistica del III secolo a.C., <em>l’Antologia Palatina</em> ci ha conservato soli sedici epigrammi. Fra questi ne ricordiamo uno che non è proprio un invito, ma <strong>l’organizzazione fra amici per una bevuta di buon vino di Chio</strong> proveniente dall’isola omonima:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Quattro bevitori; e venga la ragazza di ciascuno.<br />
Per noi otto una sola bottiglia di Chio non è sufficiente.<br />
Ragazzino, va’ da Ariste e digli di mandarci<br />
quanto prima mezzo fiasco perché due congi li faremo fuori<br />
sicuramente, ma penso anche di più. Su spicciati,<br />
alle cinque abbiamo il nostro appuntamento. »<a title="" href="#_ftn6" name="_ftnref6"><sup>[6]</sup></a></p>
<p>Un epigramma molto simili a questo di Posidippo appartiene ad <strong>Asclepiade</strong>, nativo di Samo (ca. 320 a. C.) uno dei primi autori greci di epigrammi letterari dell’età ellenistica:</p>
<p>«Corri al mercato, Demetrio, cammina! Al negozio d’Aminta<br />
<strong>chiedi tre maccarelli, dieci muggini,</strong><br />
<strong>di gamberetti gibbosi (ma contali tu, di persona)</strong><br />
prendine ventiquattro e torna qua.<br />
Va’ da Taubòrio: una giunta di sei coroncine di rose.<br />
e a Trifera di’, passando, che si sbrighi».<a title="" href="#_ftn7" name="_ftnref7"><sup>[7]</sup></a></p>
<p>Parodia del codice di comportamento di chi rivolga un invito a cena è <strong>un carme di Catullo</strong> (siamo in età cesariana) &#8211; con un <strong>curioso invito</strong> rivolto all’amico Fabullo:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«<strong>Bene cenerai da me</strong>, o mio Fabullo,<br />
tra pochi giorni, se gli dei ti assistono,<br />
<strong>se porterai con te una buona cena</strong><br />
abbondante, non senza una fanciulla<br />
splendida, e vino e sale, e tante risa.<br />
Bellezza mia, se porti ciò che dico,<br />
potrai cenare bene: il borsellino<br />
del tuo Catullo infatti abbonda solo<br />
di ragnatele. Avrai in cambio sincero<br />
affetto, e quanto c’è di più dolce<br />
e raffinato. Ti darò infatti un profumo,<br />
dono di Venere e degli Amorini alla mia bella.<br />
Quando lo odorerai, Fabullo, pregherai<br />
gli dei di farti diventare tutto naso.»<a title="" href="#_ftn8" name="_ftnref8"><sup>[8]</sup></a></p>
<p><strong>Catullo capovolge il modello dell’invito a cena</strong>, ribaltando il rapporto tra invitante e invitato. Prega infatti l’amico Fabullo di portare <em>bonam atque magnam cenam,</em> non <em>sine candida puella et vino et sale</em> in compenso riceverà amore sincero ed un profumo che, al solo sentire l’odore, Fabullo vorrà diventare tutto naso. <strong>Catullo sembra essere ispirato dall’epigramma di Filodemo, filosofo e poeta greco</strong>, venuto a Roma intorno al 75 a.C. Protetto dalla famiglia dei Pisoni, dirige la scuola epicurea a Napoli ed è maestro di Virgilio. Nell’<em>Antologia Palatina</em> sono raccolti alcuni suoi epigrammi. In questo che citiamo, egli invita Pisone per la festa degli epicurei che si celebra il venti di ogni mese anche se qui si allude alla festa annuale più solenne (“annuale vigesima”) in ricordo della nascita di Epicuro:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Al suo minuscolo nido ti vuole, mio dolce Pisone,<br />
domani all’ore nove, l’amico tuo poeta,<br />
per festeggiar l’annuale vigesima. È vero che porti<br />
ben più laute vivande e brindisi di Chio,<br />
ma troverai qui gli amici più schietti, e qui sentirai<br />
colloqui più gustosi che in terra dei Feaci.<br />
Dunque se a me tu vuoi rivolgere gli occhi, o Pisone,<br />
con poco passeremo la festa allegramente.»<a title="" href="#_ftn9" name="_ftnref9"><sup>[9]</sup></a></p>
<p>In età augustea, il tema dell’invito a cena rallegrato da semplice vino, lo troviamo anche in <strong>un carme di Orazio</strong> che vuol porre in rilievo soprattutto la modestia e la semplicità con le quali egli vive. I vini cui è abituato Mecenate invece sono fra i migliori:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«In modesti bicchieri t’offrirò<br />
<strong>un comune vinello di Sabina</strong><br />
<strong>che io stesso ho chiuso e sigillato in greca</strong><br />
<strong>anfora</strong>, o Mecenate<em>».</em> […]<br />
Tu bevi cecubo e vini<br />
premuti dai torchi di Cale,<br />
ma alle mie tazze non arridono<br />
colli formiani o viti del Falerno.»<a title="" href="#_ftn10" name="_ftnref10"><sup>[10]</sup></a></p>
<p><strong>In una epistola Orazio invita a cena Torquato</strong> di cui sappiamo soltanto che è di famiglia nobile e avvocato, ma il tono confidenziale fa pensare a un amico, e la cura con cui si appresta ai preparativi suppone si tratti di persona importante e raffinata. Il motivo dell’invito a cena è un topos della poesia lirica, in questa epistola sono presenti le molteplici tematiche oraziane collegate al banchetto, al bere, al benefico influsso del vino capace di procurare il controllato piacere dell’ebbrezza, e all’amicizia che si manifesta nel desiderio di avere alla propria tavola amici veri, e il disprezzo della ricchezza con l’affermazione di preferire una cena modesta a una lussuosa:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Se come invitato sei disposto a sdraiarti su un triclinio d’Archia,<br />
<strong>se ti adatti a mangiare misto di verdura in una ciotola modesta,</strong><br />
<strong>t’attendo a casa mia</strong>, Torquato, in sul calar del sole.<br />
Berrai vino travasato al tempo del secondo consolato di Tauro,<br />
tra Minturno paludosa e Petrino in territorio di Sinuessa.<br />
Se ne hai di migliore, portalo; altrimenti accetta la mia offerta.<br />
Già da un po’ sfavilla il focolare, in tuo onore sono lucidi gli arredi.<br />
<span style="letter-spacing: 0.05em;">Accantona le fallaci speranze, le rivalità nell’accaparrare ricchezze,<br />
</span>il processo di Mosco: domani si festeggia il compleanno<br />
d’Augusto e potremo dormire a sazietà, non avremo alcun problema<br />
a prolungare la notte d’estate intrecciando cordiali discorsi.<br />
Che senso ha il benessere, se non è consentito di goderne?<br />
Chi pensando all’erede fa risparmi e conduce vita troppo austera,<br />
va a braccetto con un pazzo: ma io, a bere e spargere fiori<br />
voglio essere il primo, anche se qualcuno mi darà dell’incosciente.<br />
Quali sigilli non sa sciogliere l’ebbrezza? Mette a nudo i segreti,<br />
alle speranze dà parvenza di realtà, fa del codardo un combattivo,<br />
toglie dalle spalle il fardello dell’angoscia, dona ispirazione.<br />
Chi c’è che non abbia attinto da calici fecondi l’eloquenza,<br />
che non sia stato liberato dalla morsa della povertà?»</p>
<p><strong>Il poeta assicura che ci sarà una mutua affinità tra i commensali</strong>, che tutto sarà pulito, in ordine e infine conclude:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Sappimi dire che posto gradiresti; poi da’ un taglio al tuo lavoro.<br />
Se nell’atrio vedi dei clienti, esci dalla porta di servizio.»<a title="" href="#_ftn11" name="_ftnref11">[11]</a></p>
<p><strong>Un’evoluzione dell’invito a cena la troviamo in Giovenale</strong>. Nella satira XI il poeta si rivolge all’amico Persico affinché si rechi nella sua casa di campagna per mangiare insieme, ma i suoi versi sono un’occasione per lamentare il vizio della gola che rovina tanti personaggi; la sua è rude invettiva contro i nobili romani e le loro abitudini alimentari; i ricchi hanno ormai perduto, per eccesso di raffinatezza, anche il gusto di mangiare ed anche i profumi e gli ornamenti floreali sono diventati nauseabondi per la profusione che genera nausea. Giovenale intende in modo diverso il senso di un convito che deve essere un incontro di spiriti congeniali, con vivande semplici che non escludono il piacere della buona tavola. Ha nostalgia dell’equilibrio, la modestia degli antichi e il suo menu è un manifesto etico-gastronomico che riprende termini e movenze del <em>Moretum</em> pseudovirgiliano e del mito ovidiano di Filemone e Bauci. Egli si guarda dall’invitare un convitato superbo, perché non solo i cibi sono semplici e buoni, ma nessuno dei suoi oggetti è prezioso e anche il servizio da tavola è semplice. A portare a tavola le pietanze non ci sono raffinati schiavi greci ma rozzi servitori che tuttavia svolgono il lavoro con gentilezza:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Per questo motivo, mi guardo dall’invitare un convitato superbo,<br />
che mi confronta con sé, e quindi guarda dall’alto in basso<br />
le cose mie modeste. Tanto è vero che io non ho un’oncia<br />
di avorio, né i miei dadi e le pedine della dama sono fatti<br />
di questo materiale, anzi anche i manici dei coltelli sono d’osso.<br />
[…] Non ci sarà un Frigio oppure un Licio, nessuno ce ne sarà<br />
che sia stato cercato presso il mercante straniero di schiavi:<br />
quando tu chiederai da bere in un grosso calice<br />
chiedilo pure in latino! Questo schiavo è figlio di un duro<br />
pastore, quell’altro di un guardiano di buoi.»<sup> <a title="" href="#_ftn12" name="_ftnref12"><sup>[12]</sup></a></sup></p>
<p>In <strong>un epigramma di Marziale</strong> c’è una rielaborazione parodica dell’invito di Catullo vissuto un secolo prima: è un certo Fabullo che con un rovescio delle parti ha dispensato ai suoi ospiti soltanto profumo senza offrire alcun cibo:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Ieri ai commensali hai donato un buon profumo, lo confesso,<br />
ma nulla sulla mensa hai poi tagliato. È da ridere l&#8217;esser profumati<br />
e stare a pancia vuota. Chi non mangia e viene profumato, questi,<br />
veramente, o mio Fabullo, a me sembra un morto imbalsamato.»<a title="" href="#_ftn13" name="_ftnref13"><sup>[13]</sup></a></p>
<p>«Giura Filone che non ha mai mangiato a casa sua.<br />
È pura verità: se nessuno l&#8217;invita, egli non mangia.»<a title="" href="#_ftn14" name="_ftnref14">[14]</a></p>
<p><strong>All’amico Giulio Ceriale, promette una buona cena</strong> e ne anticipa le varie portate:</p>
<p>«Farai una bella cenetta, Giulio Ceriale, a casa mia:<br />
se non hai nessun invito migliore, vieni.<br />
Potrai rispettare l’ora ottava; faremo il bagno insieme:<br />
sai quanto i bagni di Stefano siano vicini a casa mia.<br />
Per prima cosa, per stuzzicare lo stomaco, ti sarà servita la <strong>lattuga</strong>,<br />
insieme ai <strong>filetti tagliati di porro</strong>;<br />
poi un <strong>tonno conservato</strong>, più grande di uno sgombro,<br />
ricoperto da uova accompagnate da foglie di ruta;<br />
non mancheranno <strong>uova cotte sotto uno strato di cenere</strong>,<br />
né il <strong>formaggio rappreso nei forni del Velabro</strong>,<br />
né le <strong>olive</strong> <strong>che hanno conosciuto il freddo del Piceno</strong>.<br />
Basta per l’antipasto. Vuoi sapere il resto?<br />
Mentirò per farti venire: <strong>pesci, molluschi,</strong><br />
<strong>tette di scrofa, uccelli grassi di cortile e di palude</strong>,<br />
che Stella serve soltanto nelle occasioni particolari.<br />
Ti prometto di più: non ti reciterò nessuna poesia,<br />
neanche se tu volessi leggermi ancora la storia dei Giganti,<br />
le tue Georgiche pari a quelle dell’eterno Virgilio.»<a title="" href="#_ftn15" name="_ftnref15"><sup>[15]</sup></a></p>
<p>Altri epigrammi di Marziale hanno come tema invitati a una cena di cui si elencano con ironia le scarse portate:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Fummo in sessanta ad essere invitati ieri da te, Mancino,<br />
e nulla ci fu a tavola imbandito, tranne un cinghiale: non le uve<br />
che vengono lasciate sulle viti tardive o le mele cotogne<br />
che gareggiano coi dolci favi, non le pere che pendono legate<br />
con lunghi filamenti di ginestra oppur le melegrana di Fenicia<br />
dal colore simile alle rose di breve vita, né la rustica Sarsina<br />
mandò coni di cacio di latte ancor stillanti, né venne dagli orci<br />
del Piceno la verde oliva, ma un nudo cinghiale e questo addirittura<br />
piccolino, quale può essere abbattuto da un nanetto<br />
con le mani inermi. Nulla, dopo di questo, fu servito»<a title="" href="#_ftn16" name="_ftnref16"><sup>[16]</sup></a>.</p>
<p>In un altro componimento nell’invito vi è un elenco puntigliosamente dettagliato delle portate, e costituiscono piuttosto <strong>l’antefatto del moderno menu</strong>:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«La mia tavola semicircolare ha posto per sette, siamo sei,<br />
ci aggiungeremo Lupo. La contadina mi ha portato <strong>malve</strong>,<br />
che il ventre faranno alleggerire, e <strong>verdure</strong> varie del mio orto.<br />
Fra queste è la lattuga a cesto largo e un porro da tagliare,<br />
non manca la <strong>menta</strong> <strong>ruttatrice</strong>, né la<strong> ruchetta che eccita all’amore</strong>.<br />
Fettine d’uova sode guarniranno acciughine su un fondo di ruta<br />
e vi saran di scrofa le tettine con salsa di tonno inumidite.<br />
Questo per antipasto. Sulla mensa avrete solo un’unica pietanza:<br />
un <strong>capretto</strong> strappato dalla bocca di un lupo disumano, <strong>costolette</strong>,<br />
che non han bisogno d’un maestro di mensa per tagliarle,<br />
e quelle fave che mangiano gli artigiani e <strong>freschi broccoletti</strong>.<br />
Avrete un <strong>pollo</strong> e del prosciutto, avanzo di tre cene precedenti.<br />
Quando sarete sazi, frutta matura avrete a piacimento<br />
ed <strong>un limpido vino di una bottiglia di Nomento</strong>, invecchiato<br />
sino al sesto anno sotto il console Frontino. Seguiranno scherzi<br />
benevoli, franche parole che non vi faran temere o che vorreste<br />
aver taciute. I miei convitati parleranno dei Verdi e degli Azzurri,<br />
né i bicchieri ch’io farò riempire vi faranno finire in tribunale.»<a title="" href="#_ftn17" name="_ftnref17"><sup>[17]</sup></a></p>
<p><strong>Gli epigrammi di Marziale sono spesso caratterizzati da un’aggressione verbale caustica e mordace</strong>. Ne ricordiamo alcuni:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Ora che mi inviti a cena senza dovermi pagare come prima,<br />
perché non mi viene servita la stessa cena che mangi tu?<br />
Tu prendi le ostriche ingrassate dal lago Lucrino,<br />
io succhio una cozza dopo averne rotto il guscio.<br />
Tu mangi i porcini, io funghi buoni per i maiali,<br />
tu ti dai da fare con un rombo io con un pesciolino.<br />
Una tortora dorata ti sazia con le sue cosce gigantesche,<br />
a me viene servita una gazza morta nella gabbia.<br />
Perché, pur cenando da te, Pontico, non ceno con te?<br />
Abolire la sportula? Bene, ma che almeno ci sia un vantaggio.<br />
Cerchiamo se non altro di mangiare le stesse cose.»<a title="" href="#_ftn18" name="_ftnref18"><sup>[18]</sup></a></p>
<p>«Dimmi un po’, Ceciliano, sei matto? Inviti tutto il mondo<br />
a cena, e poi i porcini li mangi solo tu. Lo vuoi sapere<br />
un augurio degno della tua pancia e della tua gola?<br />
Mangia un porcino come quello di Claudio imperatore.»<a title="" href="#_ftn19" name="_ftnref19"><sup>[19]</sup></a></p>
<p>«Non inviti nessuno a cena, o Cotta,<br />
se non quelli coi quali hai fatto il bagno;<br />
soltanto i bagni pubblici ti danno<br />
ospiti. Ed io che mi meravigliavo<br />
che tu non mi invitassi: ora capisco,<br />
<span style="letter-spacing: 0.05em;">non ti sono piaciuto proprio, nudo.»</span><a style="letter-spacing: 0.05em;" title="" href="#_ftn20" name="_ftnref20"><sup>[20]</sup></a></p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Io non lo so se Febo sia fuggito<br />
dal pranzo e dalla mensa di Tieste,<br />
noi fuggiamo il tuo pranzo, Ligurino.<br />
E sì che la tua tavola è imbandita<br />
superbamente, ma se leggi tu<br />
non mi piace un bel niente. <strong>Non servirmi</strong><br />
<strong>rombi stupendi, o triglie da due libbre,</strong><br />
<strong>non voglio le ostriche né i funghi: taci</strong>.»<a title="" href="#_ftn21" name="_ftnref21"><sup>[21]</sup></a></p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Inviti a cena trecento persone,<br />
che non conosco e ti stupisci se<br />
invitato non vengo, ti lamenti,<br />
vorresti litigare. Ma Fabullo,<br />
io da solo non ceno volentieri.»<a title="" href="#_ftn22" name="_ftnref22"><sup>[22]</sup></a></p>
<p>Ci sono anche i <strong>taccagni</strong>, come quello descritto con ironia da Marziale: l’avaro padrone di casa impone al cuoco di preparare per i suoi convitati <strong>interi pranzi a base di economica zucca per tutte le portate, dall’antipasto al dolce</strong>:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Cecilio è proprio l’Atreo delle zucche:<br />
quasi fossero i figli di Tieste,<br />
le taglia e le divide in mille pezzi.<br />
Prima le mangerai per antipasto,<br />
quindi per primo piatto, per secondo<br />
e per terzo t’arriveranno infine<br />
come dessert. Di zucca il pasticcere<br />
fa torte insipide, sempre di zucca.</p>
<p>Continua l’elenco e l<strong>’estroso cuoco</strong> mette alla prova la sua abilità e riempie scodelle e piatti, vassoi e fondine, tutto a base di zucca, ma il poeta infine esclama:</p>
<p style="margin-left: 1.0cm;">«Gli sembra fine, gli sembra magnifico<br />
riempire tanti piatti con pochi soldi.»<a title="" href="#_ftn23" name="_ftnref23"><sup>[23]</sup></a></p>
<p><strong>Immagine in copertina</strong><br />
The Miriam and Ira D. Wallach Division of Art, Prints and Photographs: Picture Collection, The New York Public Library. &#8220;Black figured Attic cylix, Athena between two warriors.&#8221; <em>The New York Public Library Digital Collections</em>. 1883. <a href="http://digitalcollections.nypl.org/items/510d47e4-644b-a3d9-e040-e00a18064a99." target="_blank" rel="noopener">http://digitalcollections.nypl.org/items/510d47e4-644b-a3d9-e040-e00a18064a99.</a></p>
<div>
<hr />
<div id="ftn1">
<p><a title="" href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <em>Odissea</em>, VIII, vv. 536, sgg., trad, D. Marinari</p>
</div>
<div id="ftn2">
<p><a title="" href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <em>Odissea,</em> VIII, vv. 59 sgg., trad. R. Calzecchi Onesti</p>
</div>
<div id="ftn3">
<p><a title="" href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Plutarco, <em>Simposio dei sette saggi</em></p>
</div>
<div id="ftn4">
<p><a title="" href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> La citazione è riportata da Gellio in <em>Notti attiche</em>, XIII, 11</p>
</div>
<div id="ftn5">
<p><a title="" href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a>  Orazio, <em>Satire</em>, II, 6, 71-76</p>
</div>
<div id="ftn6">
<p><a title="" href="#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> <em>Antologia Palatina</em>, V, 183.  Due congi corrispondente a sette litri circa.</p>
</div>
<div id="ftn7">
<p><a title="" href="#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a><em> Ibidem</em> V, 185. Trifera è evidentemente una etera che deve partecipare al banchetto. Nei banchetti si usava porre sul capo corone di fiori.</p>
</div>
<div id="ftn8">
<p><a title="" href="#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Catullo, <em>Carmi</em>, XIII</p>
</div>
<div id="ftn9">
<p><a title="" href="#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> <em>Antologia Platina</em>, XI, 44</p>
</div>
<div id="ftn10">
<p><a title="" href="#_ftnref10" name="_ftn10">[10]</a> Orazio, <em>Odi, </em>I, 20, 1-4; 9-12</p>
</div>
<div id="ftn11">
<p><a title="" href="#_ftnref11" name="_ftn11">[11]</a> Orazio, <em>Epistole</em>, I, 5, vv. 1-20; 30-31</p>
</div>
<div id="ftn12">
<p><a title="" href="#_ftnref12" name="_ftn12">[12]</a> Giovenale, <em>Satire</em>, XI, 130 sgg.,147, sgg.</p>
</div>
<div id="ftn13">
<p><a title="" href="#_ftnref13" name="_ftn13">[13]</a> Marziale, <em>Epigrammi</em>, III, 12, trad. G. Norcio</p>
</div>
<div id="ftn14">
<p><a title="" href="#_ftnref14" name="_ftn14">[14]</a> <em>Ibidem,</em> V, 47</p>
</div>
<div id="ftn15">
<p><a title="" href="#_ftnref15" name="_ftn15">[15]</a>  Marziale<em>, Epigrammi</em>, XI,  52,  trad. S. Beta,</p>
</div>
<div id="ftn16">
<p><a title="" href="#_ftnref16" name="_ftn16">[16]</a> <em>Ibidem</em>, I, 43</p>
</div>
<div id="ftn17">
<p><a title="" href="#_ftnref17" name="_ftn17">[17]</a> <em>Ibidem</em>, X, 48</p>
</div>
<div id="ftn18">
<p><a title="" href="#_ftnref18" name="_ftn18">[18]</a> <em>Ibidem</em>, III, 60. Marziale ha accettato una cena gratuita da parte di un suo protettore che lo sovvenzionava, in cambio della <em>sportula</em>, cioè una somma in denaro:</p>
</div>
<div id="ftn19">
<p><a title="" href="#_ftnref19" name="_ftn19">[19]</a><em> Ibidem,</em> I, 20. Il riferimento è all’imperatore Claudio morto dopo aver mangiato funghi velenosi dietro macchinaz<em>i</em>one della moglie Agrippina. A proposito di funghi velenosi scrive Plinio: «Tra le piante che è rischioso mangiare, mi sembra giusto mettere anche i boleti: essi costituiscono innegabilmente un alimento squisito, ma li ha posti sotto accusa un fatto enorme nella sua esemplarità: l’avvelenamento, compiuto per loro tramite, dell&#8217;imperatore Tiberio Claudio da parte della moglie Agrippina, che con tale atto diede al mondo, e innanzitutto a se stessa, un altro veleno, il proprio figlio Nerone.»</p>
</div>
<div id="ftn20">
<p><a title="" href="#_ftnref20" name="_ftn20">[20]</a><em> Epigrammi, </em>I, 23, trad. C. Vitali</p>
</div>
<div id="ftn21">
<p><a title="" href="#_ftnref21" name="_ftn21">[21]</a><em> Ibidem, </em>III, 45</p>
</div>
<div id="ftn22">
<p><a title="" href="#_ftnref22" name="_ftn22">[22]</a> <em>Ibidem,</em> XI, 35</p>
</div>
<div id="ftn23">
<p><a title="" href="#_ftnref23" name="_ftn23">[23]</a> <em>Ibidem,</em> XI, 31</p>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">81643</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-04-17 07:56:39 by W3 Total Cache
-->