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	<title>evelina santangelo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Paradossi di Sicilia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 May 2013 07:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo; Palermo; rom; posteggiatori abusivi;; Bellolampo; aperitivo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Evelina Santangelo Un furgone carico di persone e cose si ferma nel cuore della città, in un parcheggio alberato a ridosso del salotto buono. Sulla piazza si riversa un numero indefinito di rom, uomini, donne, bambini armati di bombola a gas, griglia per arrostire la carne, bidoni d’acqua per lavarsi, sedie, mentre uno di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_45613" aria-describedby="caption-attachment-45613" style="width: 225px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/barbiere.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-45613" alt="da Ferdinando Milone «Sicilia, la natura e l’uomo»  Paolo Boringhieri 1960" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/barbiere-225x300.jpg" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/barbiere-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/barbiere.jpg 600w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45613" class="wp-caption-text">da Ferdinando Milone «Sicilia, la natura e l’uomo» Paolo Boringhieri 1960di <b>Evelina Santangelo</b></figcaption></figure>
<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Un furgone carico di persone e cose si ferma nel cuore della città, in un parcheggio alberato a ridosso del salotto buono.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla piazza si riversa un numero indefinito di rom, uomini, donne, bambini armati di bombola a gas, griglia per arrostire la carne, bidoni d’acqua per lavarsi, sedie, mentre uno di loro estrae una lama di rasoio e si mette a rasare i capelli di un ragazzino a mo’ di barbiere, di quei barbieri che a volte si vedono in certe foto antiche che sembrano ancora più antiche dei loro 50 anni, con quei clienti seduti su sedie di paglia o di legno in qualche slargo a ridosso di un muro di pietra.</p>
<p><span id="more-45612"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Una posteggiatrice abusiva, emancipata in quel suo ruolo tipicamente maschile, si avvicina per capire, la visiera del suo cappellino da baseball calata sugli occhi, il marsupio stretto sotto la pancia, il fischietto in bocca.</p>
<p style="text-align: justify;">«Perché non possiamo stare», dice uno dei rom prima ancora che lei dica qualcosa. La posteggiatrice abusiva guarda per un attimo la scena, non pronuncia verbo, ma si vede che è orgogliosa di essere stata scambiata per un vigile. Quindi li lascia lì, a trafficare con le loro carabattole, le loro bombole a gas sotto il sole, i loro bidoni d’acqua, i loro rasoi antidiluviani. Torna alla sua postazione fischiando a un Suv in cerca di un posteggio all’ombra.</p>
<p style="text-align: justify;">«Fino a che ora volete stare?» chiede in perfetto italiano un altro posteggiatore abusivo, come se stesse parlando con dei «clienti abituali» del parcheggio, che sarebbe un parcheggio a ore, se non fosse che la durata delle «ore» la decidono i parcheggiatori che si alternano sulla piazza in base a una turnazione rigorosa, da fabbrica.</p>
<p style="text-align: justify;">«Fino a stasera, o a domani», risponde il più anziano dei rom.</p>
<p style="text-align: justify;">«Allora, ascolta quello che ti dico io. Ti spiego dove ti devi mettere. Così potete stare tranquilli», indica un posto lungo una siepe. «Là è perfetto», dice con aria professionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto arrivano macchine, scendono signore addobbate per un qualche matrimonio o comunione: capelli cotonati, vestiti cotonati, borsette cotonate. Abitanti del quartiere passeggiano placidi i loro cani sotto il sole, raccogliendo le cacche con sacchettini di plastica e palette. I primi avventori s’avviano in camice leggere e jeans o vestitini attillati verso i bar della movida per un aperitivo precoce che fa tanto chic, tanto Palermo-da-bere, mentre in lontananza si scorgono nugoli di bianchi di gabbiani che scendono in città dalla discarica di Bellolampo seguendo una scia di rifiuti che vegetano da giorni lungo i bordi delle strade.</p>
<p align="right"><i>(Palermo 11 maggio 2013)</i></p>
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		<title>1° Maggio &#8211; «Festa del lavoro»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 21:45:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo; 1° Maggio 2013; Festa del Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[morti bianche]]></category>
		<category><![CDATA[Suicidi imprenditori; Osservatorio indipendente di Bologna; Claudia Maina; «Corpi docili»]]></category>
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					<description><![CDATA[Dal gennaio 2008  al 30 aprile 2013 sono morti per infortunio sul lavoro oltre 5000 lavoratori di cui 2553 sui luoghi di lavoro e gli altri sulle strade e in itinere. (Osservatorio indipendente di Bologna) Dall&#8217;inizio dell&#8217;anno sono documentati 145 lavoratori morti per infortuni sui luoghi di lavoro. (Osservatorio indipendente di Bologna) «Molte vittime non hanno nessuna assicurazione, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_45516" aria-describedby="caption-attachment-45516" style="width: 198px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Claudia-Maina-«Corpi-docili».jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-45516" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Claudia-Maina-«Corpi-docili»-198x300.jpg" alt="Claudia Maina «Corpi docili»" width="198" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Claudia-Maina-«Corpi-docili»-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Claudia-Maina-«Corpi-docili»-676x1024.jpg 676w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/04/Claudia-Maina-«Corpi-docili».jpg 1322w" sizes="(max-width: 198px) 100vw, 198px" /></a><figcaption id="caption-attachment-45516" class="wp-caption-text">Claudia Maina «Corpi docili»</figcaption></figure>
<p>Dal gennaio 2008  al 30 aprile 2013 sono morti per infortunio sul lavoro oltre <strong>5000</strong> lavoratori di cui <strong>2553</strong> sui luoghi di lavoro e gli altri sulle strade e in itinere. (<a href="http://cadutisullavoro.blogspot.it">Osservatorio indipendente di Bologn</a>a)</p>
<p>Dall&#8217;inizio dell&#8217;anno sono documentati <b>145</b><b> </b>lavoratori morti per infortuni sui<b> luoghi di lavoro</b>. (<a href="http://cadutisullavoro.blogspot.it">Osservatorio indipendente di Bologna</a>)</p>
<p>«Molte vittime non hanno nessuna assicurazione, – si legge nel blog dell&#8217;Osservatorio indipendente di Bologna, – e muoiono lavorando in &#8220;nero&#8221;ed intere categorie non sono considerate morti sul lavoro. Praticamente sono morti sul lavoro invisibili»</p>
<p>Nel 2012 sono morti <strong>1180</strong> lavoratori, di cui <strong>625</strong> sul luogo di lavoro (<a href="http://cadutisullavoro.blogspot.it">Osservatorio indipendente di Bologna</a>)</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #993300;"><strong><em>Bollettino dei suicidi nel solo mese di aprile. Le morti della «crisi»</em></strong>:</span></p>
<p><span id="more-45509"></span><br />
«<strong>Villanovaforru</strong>, nel Medio Campidano, a una cinquantina di chilometri da Cagliari. Massimiliano Cilloco, disoccupato di <strong>45 anni</strong>, si è tolto  la vita sparandosi un colpo di fucile nella sua abitazione . È l&#8217;ennesima tragedia legata alla crisi economica, la quarta in meno di un mese in Sardegna» (<strong>23 aprile 2013</strong>);</p>
<p>«<strong>Milano.</strong> Due uomini sono stati trovati senza vita in un appartamento in zona Porta Magenta. I due, G.S. e F. B., entrambi di <strong>33 anni</strong> sarebbero uccisi con un sacchetto di plastica, e forse con l&#8217;ausilio del gas. In due lettere si faceva riferimento alla &#8220;mancanza di lavoro&#8221; e a &#8220;relazioni familiari&#8221; che non funzionavano“» (<strong>22 aprile 2013)</strong>;</p>
<p>«<strong>Bitonto</strong> (Bari) Un imprenditore del settore del marmo, Carmine Mancazzo, si è suicidato impiccandosi nel capannone della sua azienda. Aveva <strong>60 anni. </strong>La polizia ha trovato addosso all&#8217;uomo un biglietto d&#8217;addio, straziante: &#8220;Nel momento del bisogno tutti mi hanno abbandonato&#8221;» (<strong>16 aprile 2013</strong>);</p>
<p>«<strong>Torino</strong>. Luigi Melillo, grossista di ortofrutta di <strong>62 anni</strong>, si è ucciso sparandosi un colpo di fucile alla gola» (<strong>13 aprile 2013</strong>);</p>
<p><strong>«Pesaro. </strong>Una donna di <strong>55 anni</strong>, di Bologna, si è suicidata gettandosi in mare nel Pesarese. La donna ha lasciato delle lettera di addio nell&#8217;auto, parcheggiata vicino alla spiaggia di Vallugola, a Gabicce Mare, in cui chiede scusa per il suo gesto disperandosi per la mancanza di lavoro». (<strong>13 aprile 2013</strong>)</p>
<p>«Ad <strong>Isola del Liri</strong>, nel <strong>Frusinate</strong>, è stato trovato impiccato un uomo di <strong>38 anni</strong>, disoccupato da tre mesi con moglie e figlio di pochi mesi a carico. Le ragioni del suicidio sono state spiegate in un biglietto». (<strong>13 aprile 2013</strong>)</p>
<p>«<b>Siracusa. </b>Un commerciante di Siracusa, Francesco Barcio di <strong>62 anni</strong>, si è impiccato con un filo di nylon nella sua abitazione. Sembra che alla base del gesto ci sia il suo tracollo economico, culminato nella chiusura della sua attività, un negozio di abbigliamento in corso Umberto, alle porte del centro storico di Ortigia» (<strong>9 aprile</strong>)</p>
<p><b>«Macomer (Nuoro)</b>. Un imprenditore in gravi difficoltà economiche si è tolto la vita. Carlo Cossu, <strong>54 anni</strong>, si è impiccato nella sua segheria della zona industriale di Bonu Trau. (<strong>9 aprile 2013</strong>)</p>
<p>«<b>Ortelli </b><strong>(Nuoro)</strong>  Gonario Piroddi, <strong>47 anni</strong>, impresario edile in difficoltà economiche, si è suicidato sparandosi un colpo di fucile. Il corpo privo di vita è stato ritrovato in una casetta disabitata di proprietà di un parente» (<strong>9 aprile 2013</strong>)</p>
<p>«Tentato suicidio<b> </b>ad <strong>Ancona. </strong>Da mesi senza lavoro, aveva perso la speranza nel futuro. E così D.P., <strong>46 anni</strong>, ha deciso di farla finita: si è tagliato le vene di entrambi i polsi. Salvato in extremis dalla moglie» (<strong>8 aprile 2013)</strong></p>
<p>«<strong>Civitanova Marche (Macerata)</strong>  Lui, Romeo Dionisi di <strong>62 anni</strong>, era un esodato, lei, Anna Maria Sopranzi di <strong>68 anni</strong>,  aveva una modestissima pensione di 400-500 euro. Hanno deciso di farla finita impiccandosi, forse proprio per l&#8217;impossibilità di far fronte alle difficoltà economiche. I due hanno lasciato un biglietto in cui chiedono perdono per il loro gesto e indicano il luogo, uno stanzino sul retro del palazzo, in cui trovare i loro corpi.Quando il fratello della donna ha scoperto i cadaveri dei due coniugi si è diretto al porto di Civitanova Marche e si è ucciso buttandosi in mare». (<strong>4 aprile 2013</strong>)</p>
<p><b><i>«</i>Lipari<i>. </i></b>Dopo l&#8217;annuncio della chiusura di due alberghi nell&#8217;isola di Vulcano, segno della crisi che ha colpito le Eolie, il proprietario dell&#8217;hotel &#8220;Oriente&#8221; di Lipari si è suicidato. Edoardo Bongiorno, <strong>61 anni</strong>, uno dei più noti operatori turistici delle Eolie, si è chiuso dentro un furgone dell&#8217;albergo e si è sparato un colpo di pistola» (<strong>2 aprile 2013</strong>).</p>
<p><span style="color: #800000;">Dopo la morte di Gonario Piroddi (9 aprile), i suoi amici hanno lanciato un&#8217;accusa durissima nei confronti delle istituzioni in un manifesto dal titolo <strong><em>Domani chi e dove?</em></strong></span></p>
<p><span style="color: #800000;">In quel manifesto si indicavano quali «veri mandanti degli omicidi: banche, Equitalia e anche la pubblica amministrazione», sempre più «insensibili e lontani dalla gente». «Gridiamo con forza basta, – diceva infine quell&#8217;appello, – e ribelliamoci uniti tutti insieme e riprendiamoci la nostra dignità».</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Parole durissime, esasperate, spropositate, sconcertanti, spaventose nel loro atto di accusa, anche perché pronunciate da gente comune, non da facinorosi o da folli&#8230; parole che, insieme a tutti quei morti sul lavoro e a tutti quei suicidi per disperazione, dicono di uno sconquasso e di un malessere acutissimo che investe proprio quel mondo del lavoro che è poi il fulcro in cui ognuno cerca di tessere il senso della propria vita, del proprio ruolo sociale, della propria dignità.</span></p>
<p><span style="color: #800000;">Il sonno della ragione genera mostri, certo, ma anche il sonno della politica (come progetto e amministrazione della cosa pubblica per lo sviluppo sociale, economico, culturale di un&#8217;intera società), genera una società mostruosa, e mostruosamente disgregata o disperatamente fragile.</span></p>
<p><span style="color: #800000;">In un tempo di cambiamenti epocali (di cui la crisi probabilmente è solo la punta dell&#8217;iceberg) si dovrebbero compiere scelte politiche, imprenditoriali, sindacali, culturali epocali e lungimiranti, no? Forse dovremmo cominciare da qui, da questa comune consapevolezza. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Chiusa nella mia stanza in un&#8217;abissale solitudine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2012 13:30:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[150 ore]]></category>
		<category><![CDATA[CGIL]]></category>
		<category><![CDATA[Diario immaginario]]></category>
		<category><![CDATA[Diritto al lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[diritto allo studio]]></category>
		<category><![CDATA[discorso di Taranto]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Ilva]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero europeo]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di Barbiana]]></category>
		<category><![CDATA[Susanna Camusso]]></category>
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					<description><![CDATA[«il Fatto Quotidiano» 10/12/2012 diario immaginario di Susanna Camusso di Evelina Santangelo &#160; Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando. Per questo di tanto in tanto la sera, scrivo. Conosco il mare aperto, non lo temo. So orientare la mia rotta, con vele e timoni. Conosco i venti e li so dominare e anche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«il Fatto Quotidiano» 10/12/2012</p>
<p><span style="color: #008080;">diario immaginario di Susanna Camusso</span></p>
<p>di <strong><span style="color: #000000;">Evelina Santangelo</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_44335" aria-describedby="caption-attachment-44335" style="width: 275px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/?attachment_id=44335" rel="attachment wp-att-44335"><img decoding="async" class="size-full wp-image-44335" title="Susanna Camusso" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images.jpeg" alt="" width="275" height="183" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images.jpeg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images-96x63.jpeg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images-38x25.jpeg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images-128x85.jpeg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/images-120x80.jpeg 120w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44335" class="wp-caption-text">Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando&#8230;</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Scrivere aiuta a capire chi siamo, dove stiamo andando. Per questo di tanto in tanto la sera, scrivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Conosco il mare aperto, non lo temo. So orientare la mia rotta, con vele e timoni. Conosco i venti e li so dominare e anche le correnti. L’ho imparato e praticato… come ogni bravo velista, d’altro canto, che sa quel che bisogna fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Posso ritenermi una donna dotata di un certo coraggio, dunque, che sa affrontare il mare aperto e che ha partecipato a battaglie sociali e civili coraggiose. E il coraggio, in battaglie del genere, è una qualità che si nutre anche di contagio. Ho contagiato coraggio e ne sono stata contagiata.</p>
<p><span id="more-44332"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ora, il coraggio di cui vado più orgogliosa ha a che vedere con la capacità di immaginare quel che non esiste ancora. Ho fatto la mia parte nell’immaginare ad esempio una formazione collettiva in nome di un’azione collettiva. Era l’autunno caldo del ’73 e io, ancora studentessa – in quel tempo glorioso delle lotte operaie – ho lottato per il riconoscimento delle 150 ore di permesso retribuito, per il riconoscimento di un diritto permanente allo studio di tutti i lavoratori, per la diffusione di un sapere critico, di una cultura con dimensioni di massa capace di intrecciare sapere e lavoro, scienza, sviluppo tecnologico e critica al sistema di produzione, all’organizzazione stessa del lavoro… Ho partecipato con passione a quella battaglia in cui operai metalmeccanici, sindacalisti, intellettuali, studenti, insegnanti stavano reinventando la scuola, stavano progettando, ecco, una scuola che non c’era. Erano gli anni delle scuole popolari, ispirate a Don Milani e alla scuola di Barbiana degli anni ‘50. Erano gli anni delle 150 ore delle donne, con i corsi di formazione sulla condizione di lavoro, di vita, sulla sessualità delle donne… Erano gli anni in cui si immaginavano diritti che non c’erano.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho cominciato così. Di slancio. Ho ricoperto incarichi impensabili per una donna, conquistando terreno giorno dopo giorno, per arrivare fin qui: prima donna segretario generale della CGIL… E da qui, dall’alto di questa mia posizione, l’altro giorno a Taranto, nella città delle acciaierie dell’Ilva dove si muore di lavoro e dove il lavoro è morto… perché non può avere futuro un lavoro così in un paese civile… nel giorno dello sciopero europeo… davanti a lavoratori in mobilità, precari, giovani disoccupati, insegnanti mal retribuiti, studenti defraudati… dinanzi a tutte queste solitudini… mi è successa una cosa assurda… Dicevo: «un paese che si frantuma…». Dicevo: «Bisogna ridare reddito al lavoro… gli esodati partecipano di una lotteria… l’iva incide sui consumi obbligati, mangiare, vestirsi, andare a scuola…il welfare non è un costo, quando sono le pensioni, i lavoratori, quando bisogna pulire una scuola o dare assistenza a una persona … siamo tornati nel mondo in cui per andare a studiare bisogna essere dottori… senza diritto alla mobilità sociale…» e intanto pensavo: «Stiamo mendicando, stiamo mendicando… stiamo qui a seppellirci in rivendicazioni misere, a porre argini dinanzi a un fallimento». E, mentre tenevo quel mio discorso, mi sono girata idealmente verso quel passato remoto e… in quella capacità di immaginare le cose che non c’erano, che non esistevano ancora, ho visto il futuro. Così, beh, mi è venuta paura al pensiero che il futuro lo abbiamo lasciato lì, in quel passato remoto.</p>
<p style="text-align: justify;">«Abissale solitudine», mi viene da scrivere, chiusa nella mia stanza, mentre dalla strada mi arrivano le note del «Nowhere Man» dei Beatles. «He&#8217;s a real nowhere Man/Sitting in his nowhere Land/Making all his nowhere plans for nobody…»</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Quello che siamo&#8230; Quello che vogliamo&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Aug 2012 11:47:16 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[palermo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Evelina Santangelo Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Evelina Santangelo</p>
<p style="text-align: center;">Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;Quello che siamo&#8230;Quello che vogliamo&#8230;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/08/20/quello-che-siamo-quello-che-vogliamo/quello-che-siamojpg/" rel="attachment wp-att-43286"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter  wp-image-43286" title="quello che siamojpeg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/quello-che-siamojpg-1024x782.jpg" alt="" width="490" height="374" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/quello-che-siamojpg-1024x782.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/08/quello-che-siamojpg-300x229.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 490px) 100vw, 490px" /></a></p>
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		<title>Menomale che ho un tumore.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Jun 2012 07:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Carmen Abbazia]]></category>
		<category><![CDATA[cassintegrati Fiat]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Maione]]></category>
		<category><![CDATA[Pomigliano]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Maione (un cronista napoletano). La seguente è una storia liberamente ispirata a quella di Carmen Abbazia. Cassintegrata Fiat da tre anni a questa parte, separata, tre figli a carico (di cui due costretti a lasciare gli studi), è una tesserata Fiom e pertanto non è stata ancora reintegrata nell&#8217;opificio automobilistico di Pomigliano. I [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di<strong> Domenico Maione</strong> (un cronista napoletano).</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La seguente è una storia liberamente ispirata a quella di Carmen Abbazia. Cassintegrata Fiat da tre anni a questa parte, separata, tre figli a carico (di cui due costretti a lasciare gli studi), è una tesserata Fiom e pertanto non è stata ancora reintegrata nell&#8217;opificio</em> <em>automobilistico di Pomigliano. I luoghi, i fatti e alcuni dei personaggi sono grossomodo corrispondenti alla realtà. Il finale è (paradossalmente) lieto, ergo inventato.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Celerità ed ordine. Misura e cadenza. Un pezzo qui, uno là, ognuno combacia con l’altro. Uno dopo l’altro, uno sull’altro, uno nell’altro, uno dietro l’altro, uno più un altro. Un’auto. Eppoi un’altra. E un’altra ancora. E ancora, e ancora. Decine, centinaia, migliaia. E ancora, e ancora. Sempre gli stessi movimenti. Reiterati, meccanici, inconsulti, involontari. “Pure gli amanti più affamati, a forza di baciarsi sulle labbra in eterno, si frantumerebbero gli zebedei”. Una risata, fugace. E poi ancora… reiterati, meccanici, inconsulti, involontari. Uno dopo l’altro, uno sull’altro, uno nell’altro, uno dietro l’altro, uno più un altro. Un altro e un altro ancora. I non rumori, i non colori, i non pensieri. Il non. Lo snervamento, la fatica. L’eden.</p>
<p><span id="more-42777"></span></p>
<p style="text-align: justify;">“Driiiiiiiiiiiiin!!!” La sveglia segnava la morte nel ritorno alla vita. Carmen si ridestò oziosamente dal sonno. D’altronde, il momento più bello delle sue giornate era rappresentato proprio da quella manciata di minuti di dormiveglia mattutino. Quando, ancora immersa nei sogni, non aveva ancora formulato una seria ipotesi su chi fosse veramente. Non aveva ancora una vivida cognizione della realtà. Poi la quotidiana fitta al petto: 900 euro di cassa integrazione e 550 di affitto. Alzarsi e chiedersi “perché farlo?”. Detergersi il volto e chiedersi “perché?”. Urinare e chiedersi “perché?”. “Mamma, ti sbrighi? Il bagno serve pure a me!”, si palesa – senza risparmio di decibel – il primo “perché”, il primo motivo. Maria aveva fretta, doveva montare al bar. Ma il tempo per un bacetto al secondo “perché”, la sorellina Lucia, che alle 5:30 ancora dormiva, lo trovava sempre. Di tutto quel rossetto ne rimaneva sempre un po’ sulle gote di Lucia, la quale, meticolosa, prima di fare colazione, se lo spalmava con le dita sulle labbra. Quindi prendeva il latte solo previa minaccia di un ceffone “a mana smerza”, che di gran lunga superava il timore di cancellare l’artefatta somiglianza con l’idolatrata sorella maggiore. Alle 7:45, puntuale, Lucia era pronta ad imboccare la strada per la scuola, senza le manfrine cui danno luogo i suoi coetanei. Solo una volta aveva fatto storie. In prima elementare, per il suo compleanno, chiese in dono alla madre il grembiulino delle Winx e, per tutta risposta, si vide recapitare quello di “Teddy Pooh”, sfigato quanto illegittimo parente commerciale del popolare Winnie, che – a onor del vero – sulle bancarelle del mercato di via C. Miccoli, prima che questo diventasse l’anticamera di una discarica abusiva, forte del costo contenuto, era più venduto della maglia di Lavezzi (quella ufficiale, ovviamente…). A quel punto, per mettere fine ai piagnistei, Maria costruì una realtà parallela in cui il pezzottato “Teddy Pooh” era un vendicatore che si batteva in difesa degli indigenti, “cazzuto e fiero”. “Con quella specie di pigiama a pois?”. A Lucia non c’era verso di fregarla. Era meno bambina di quanto dovesse essere. Non perché avesse qualcosa in più degli altri, quanto perché aveva qualcosa in meno. Nella fattispecie un padre.</p>
<p style="text-align: justify;">“Anna, sono proprio contenta che non ti facciano lavorare più”. Collega di Carmen, Anna era anzitutto una sua grandissima amica. Anzi, una compagna. Perché erano comuniste, loro. Anna, detta “Albachiava” per antinomia, era stata marchiata a fuoco da una canzone degli Squallor (“Albachiava e tu non me la dai. / Ce l’hai nuova, che cazzo te ne fai?”), poiché femminista di ferro al punto da non essersi mai concessa ad un uomo. Era così di sinistra che: “La mano destra? Nemmeno per scaccolarsi”. Addirittura, un inverno lo passò indossando un solo guanto. Poi si rese conto di quanto fosse ridicola e allora… tolse anche l’altro. Inutile dire che si tingeva i capelli di rosso, quantunque stesse malissimo. A ben vedere, era così comunista che ci credeva veramente. Non abbisognava di nessun Dio e nessun uomo. Le bastavano le letture di Marx e un vibratore. Più che femminista, era il femminismo in persona: un valore più che una corruttibile pensatrice. Perfettamente consapevole, si avviò a un’infelice esistenza di solitudine sentimentale perché voleva essere vera, sincera con se stessa. “L’amore si fonda su variabili insulse. Una su tutte, la bellezza. Prerogativa certamente non meritocratica, cazzarola! Solo per questo, la bellezza è una cosa brutta. Ma, voglio dire, di che cosa stiamo parlando? La bellezza è fatua, senza poesia. Sì, senza poesia: non mi abbasso nemmeno a riflettere circa la sua aberrante valenza in ambito politico, lavorativo, sociale etc. e non voglio altresì soffermarmi sulla sua fallace ed effimera natura. Sarò leale. Gli occhi degli stilnovisti. Allora, gli occhi degli stilnovisti e stomachevoli trovate di simile tenore altro non sono che topos letterari sottoposti a una trasposizione: la fregna diventa occhi, capelli, labbra. La donna è una fregna. E l’angelica Beatrice di Dante era una fregna con le ali. Io non voglio essere una fregna! E spiegatemi un po’ perché i più grandi poeti della storia sono maschi! Ve lo dico io: perché sono stati ispirati da una donna. Cioè da una fregna. La fregna (altro che posizione sociale!) ha fatto sì che tutti i poeti greci dell’antichità fossero solo ed esclusivamente uomini, eccetto Saffo. E, guarda caso, coincidenza delle coincidenze, Saffo era lesbica. Ma come si fa? Che schifo, quanta ipocrisia, che falsità! Copernico aveva torto: il mondo gira intorno alla patata! L’amore? L’amore è merda che si atteggia a Nutella: ammantato, ma fottuto egoismo. Perché non posso essere felice quando amo e non vengo ricambiata? Elementare, Watson! Io, quando m’innamoro di un qualsiasi tizio sulla faccia della terra, in realtà amo il mio riflesso in lui. Amo sentirmi importante per qualcuno. Amo ricevere attenzione. Amo la pipì che un emerito idiota fa fuori dalla tazza poiché, pulendola dopo aver prolissamente imprecato, acquisisco una funzione nell’universo. Allora sai che c’è di nuovo? Puliscitela da solo, coglione!”, ragionamenti impostati su questo refrain di stoicismo zenoniano animavano le notti di Anna, sola e risolutamente infelice in quel suo letto che l’inconscio, tradendola, desiderò acquistare a due piazze.</p>
<p style="text-align: justify;">“E perché mai?”. “Perché così mi accompagni a scuola, mi piace stare con te”, fu la risposta naif di Lucia, che, per quanto sveglia, era pura. E la purezza certe cose non le concepisce affatto. “Dobbiamo continuare a lottare. Anche quando le avversità si annunciano insuperabili. Anche se consci che non ce la faremo. In caso contrario, dovremmo ammettere di essere nati solo per morire”. Anna non era nata per morire ed era orgogliosissima di quel discorso tenuto davanti ai cancelli dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco, il “Giambattista Vico”. Da lì era uscita la mitica Alfasud del ’73, la vettura guidata da Pasquale Ametrano in “Bianco, rosso e Verdone”. Lì venne prodotta la meccanica dell’Alfa Romeo Arna, berlina che fu a suo tempo ripudiata dagli alfisti per le sue linee orientali nonché apostrofata dall’establishment del biscione come la peggior operazione commerciale e industriale dell’azienda; ma che – di contro – può vantare un gettonatissimo post su “autodimerda.blogspot.com”, nei cui commenti qualche nostalgico, sebbene ne deprechi l’estetica, loda la comodità e la spaziosità dell’orrore postmoderno, “ideale per andare in ‘camporella’ a vent’anni”, laddove qualchedun altro amarcord addiviene alla paradossale conclusione che, come macchina, “faceva così schifo che era quasi bella”. Sempre al Giambattista Vico furono in ultimo assemblate le fiammanti 33, 155, 145, 146, 147, 156, 159 e GT (appartenenti alla gamma sportiva della casa, apprezzatissima al di là – in questo caso – dei sedili reclinabili). E sempre lì sarebbe stata presto avviata la produzione della nuova Panda nell’ambito del modello Pomigliano, “l’omaggio a Dickens da parte dell’amministratore delegato Marchionne”, così come lo definì Anna. “I turni di lavoro restano di 8 ore, ma i tempi di pausa si riducono del 25% rispetto a un incremento salariale medio pari a 30 euro lordi mensili. Vi rendete conto? Ci vogliono alienare fino alla vescica, vogliono comprare pure le nostre pisciate. Pesano sulla produzione, dicono. Inoltre, Fiat potrà ricorrere per due anni alla cassa integrazione straordinaria e, su decisione dell’azienda, ogni dipendente potrà essere chiamato a 120 ore di straordinario che possono diventare in taluni casi anche 200. Come se non bastasse, si riservano di non retribuire i primi tre giorni di malattia qualora si sospetti la malafede del lavoratore. Si sospetti, non si accerti. E, dulcis in fundo, tutte le controversie che potessero sorgere sul luogo di lavoro saranno giudicate da una commissione paritetica, ma l’ultima parola spetterà comunque all’azienda. Siamo alla follia. Saremo l’imputato in causa con lo stesso giudice. Ci concedono il diritto di avere torto”. Anna aveva votato “No” al referendum per l’attuazione del piano prospettato dai vertici del Lingotto, come il 36% degli aventi diritto, ma molti più di un 36% erano stati i plausi ricevuti, sentore che “la sedicente scelta democratica era stata – in effetti – percepita dai più come un ricatto: o accettate oppure ce ne andiamo all’estero”. Si era chiamati a scegliere tra le idee e il pane. Si scelse l’unica opzione tra le due che riempisse lo stomaco. Ma la maggior parte dei lavoratori non festeggiò. Fu la vittoria della sconfitta. “Per produrre un’Alfa 147 serviva il doppio del lavoro utile a realizzare una Panda: mai e poi mai verrà saturata l’occupazione. Ragionate! Nello stabilimento di Pomigliano, a un anno dallo startup del nuovo modello, si produrranno 900 vetture al giorno, con il tetto della produzione fissato da Marchionne stesso a 1050 al giorno. Lavorerebbero alla Panda 1800 operai e in cassa integrazione ce ne sarebbero ben 2400. Giacché mancherebbero 150 vetture alla massima produttività giornaliera, se per 900 vetture occorrono 1800 operai, risulta inverosimile che per le restanti 150 riassumano gli altri 2400. In compenso, parte di questi sarà coinvolta in singolari ‘corsi di formazione’: si lavorerà al fianco dei reintegrati, sulle stesse auto dei reintegrati, svolgendo le medesime mansioni dei reintegrati; ma non si verrà retribuiti. Lavoro in nero? Giammai! Qua non ci rimborseranno neanche le spese, a nero si viene pagati. È illegalmente più dignitoso!”</p>
<p style="text-align: justify;">«Signurì, – proruppe un uomo nella folla in visibilio per le parole di Anna, – Marchionne, in questo periodo di vacche magre, ha promesso degli investimenti a Pomigliano. ’E chiacchièr vostrè, invece, nun song buone nimmanco ppe carnevàl». Gennaro Terracciano, quasi trent’anni in tuta blu, come Fabio Capello, era uno che il rispetto non lo chiedeva né tantomeno lo pretendeva: se lo prendeva e basta. «Aveva ragione la buonanima di mio padre, – soggiunse il vegliardo dopo una grassa risata, – ’e femmene song bon sul ppe cucenà e chiavà». «Chesta ca&#8217; nemmeno ppe chiavà», puntualizzò un suo fido accolito. Anna, viso in fiamme e giugulare in predicato di esplosione, eruttò la sua replica: «Ma lei lo sa che, dalla sua nascita al 2009, la Fiat si è avvalsa di 7,3 miliardi di finanziamenti pubblici? Adesso, figlia ingrata, minaccia di andare via di casa. È diventata grande. Tre anni fa, The Economist ha rilevato che la produttività annuale degli impianti italiani è di circa 29,5 auto per ogni lavoratore, contro le 79,7 delle fabbriche brasiliane e le oltre 98 degli impianti polacchi. Mamma Italia è vecchia. Troppo riguardo sindacale, troppe spese, troppi “fannulloni”. La relega a un putrescente ospizio è dietro l’angolo. Lei, alla Fiat, ha fatto da madre: le ha dato di cui tirare avanti, le ha ‘‘cucinato”; adesso vuole anche farla “chiavare”, vuole anche essere la sua puttanella?»<br />
Qualche mese dopo il referendum, persino Marchionne, un maschio, ammise che, se tutto non sarebbe andato come doveva, l’azienda automobilistica italiana per eccellenza si sarebbe «ritirata da 2 siti dei 5 in attività» sul suolo nostrano. Parallelamente, la mattina in cui quell’asserzione fu pubblicata in esclusiva su Il Corriere della Sera, un rispettabile e orgoglioso padre di famiglia, anzi un rispettabile e orgoglioso padre di famiglia del sud, nonostante la veneranda età, nonostante la secolare esperienza, nonostante la riverenza che gli si doveva semplicemente perché gliela si doveva, non fu esentato dalla pena che superiori buontemponi solevano comminare simpaticamente a chi tra i lavoratori non avesse sostenuto i ritmi infernali della catena di montaggio. Anche lui, lo stimato Gennaro Terracciano, dovette pagare l’umiliante dazio. Dovette dirlo davanti a tutti: «Song &#8216;nu omm ’e merda». Sono un uomo di merda.<br />
«Mi spiace! Signora, lei ha la tessera della Fiom e questo rappresenta un problema». C’era anche Anna la sera in cui l’assistente sociale dell’opificio automobilistico di Pomigliano proferì quella frase a Carmen, allorché ella sottopose il suo caso di vicissitudini economiche all’azienda in vista di un ritorno all’attività lavorativa che non aveva ostacoli formali. Oltre duemila reintegri, zero tesserati Fiom. Due possibilità: discriminazione o attentato alla teoria della probabilità. Alla stregua del tasso di uomini che porta la colazione a letto alla moglie dopo 40 anni di matrimonio, quando il movente sessuale è oramai sopito. «Mi sono sentita offesa come persona», dichiarò – in tema – il Ministro del Welfare Fornero quello stesso giorno. Ma si riferiva all’ostentazione di un tatuaggio «intimo» da parte di una starlette televisiva. «Manco fosse il Ministro dello stato inguinale», commentò sarcasticamente Anna per sdrammatizzare la situazione. Ma Carmen, dopo quella stangata, non riusciva a fare satira sul menefreghismo delle istituzioni e non ebbe a proferire verbo per tutto il tragitto che l’avrebbe condotta a casa, eccetto che per una breve pausa concessa a quel silenzio più fastidioso di qualsivoglia rumore: «Non servi più a niente. Quando ti tolgono il lavoro, non servi più a niente. Le macchine… quella laggiù forse l’ho assemblata io. C’è il mio segno. Quella macchina ero io. Adesso cosa sono? Dimmi cosa sono! Te ne prego, dimmelo!»</p>
<p style="text-align: justify;">Quella sera Anna pensò che «non siamo nati solo per morire» fosse soltanto una cosa bella da dire. Abbracciò Carmen, e piansero. Assieme al cielo. Pioveva.<br />
«Albachià, ma che ci fai, bambina alla mano, in assetto madre sulla rotta di scuola in barba alla tua conclamata verginità?» Era la voce di Mimmo che, come al solito, giungeva inopportuna ad interrompere una riflessione. Mimmo era anch’egli un cassintegrato Fiat. Campione regionale di omofobia, in città divenne celeberrimo per aver coniato cotanto adagio: «Secondo me, dovrebbero uccidere tutti i gay. Perché so&#8217; ricchiun!» (Dovrebbero uccidere tutti i gay perché sono ricchioni). Una prosa che avrebbe fatto accapponare la pelle al miglior Giovanardi. Era l’essenza che giustificava l’azione. Una spiegazione prenatale. Il frutto di un’innovativa e ardita esegesi della dottrina della predestinazione. La causa che incarnava nel contempo il motivo. Finalismo finalistico. Teleologia kantiana sine causa. Demenza.<br />
«Dove dovresti andare pure tu. A scuola!» «Maronn&#8217;, e comm staje! E se stasera ce jamm a piglià ’na pizza insieme?» «Piuttosto preferisco patire la fame». «Fai semp ’a difficil. E se, puta caso, io fossi diventato miliardario?» «Buon per te!»</p>
<p style="text-align: justify;">Erano anni che Mimmo, appostato sul ciglio di un marciapiede, ordiva incursioni a scopo di possesso carnale ai danni di qualsivoglia essere vivente munito di vagina che, di passaggio, gli si appropinquava incautamente. Le sue «retate» si concretizzavano con un’invidiabile percentuale del 100% lungo la strada provinciale Pomigliano-Acerra. Dietro lo stabilimento in cui lavorava. Dietro una siepe. E dietro pagamento. Era un fedele cliente di Patrizia e «Sara con l’acca» (Sarah), un tempo Mario e Pasquale: del fatto che fossero transgender venne opportunamente informato, ma non sapeva (e si guardò bene dall’apprendere) il significato di quell’astrusa ed ermetica parola che sospettava indicasse la nazionalità delle suddette. Era un personaggio. Uno di quelli che uno scrittore inserirebbe certamente in un racconto, anche se non c’entra un granché ai fini dello svolgimento della trama. Vantava altresì la nomea dello sbafatore. A Pomigliano e nei paesi limitrofi non c’era inaugurazione con annesso rinfresco alla quale non presenziasse. Non c’era battesimo o matrimonio rientrante nella «mimmiana» circoscrizione che non avesse ricevuto la sua personalissima benedizione. Nel bar dove lavorava Maria si tramandava una leggenda secondo la quale ogni singolo pezzo della sua 146 fosse stato depredato all’azienda d’appartenenza e assemblato autonomamente dal re degli scrocconi. Per quanto il buon Mimmo avesse sviluppato l’inusitata capacità di reggere sette piatti contemporaneamente, prerogativa che lo rendeva un fuoriclasse del buffet e gli valse il nomignolo «Vishnu» (la divinità vidica con quattro braccia), il compimento di un’impresa quale quella di cui sopra pareva comunque arduo. Ma Maria non guardava tanto alla veridicità. Le piaceva ascoltare quelle storie strampalate e farne racconti. Voleva fare la scrittrice. Era affamata e folle; beninteso, non perché gliel’avesse suggerito Steve Jobs, ma nel senso letterale dell’espressione: «Marì, tu nun tien ’e renari ppe magnà e vuò fa’ a scrittrice? Ma sì pazz!», sfottevano le amiche. D’altro canto, a Maria era rimasto solo il suo sogno. La Fiat le aveva portato via la cosa più bella che un’adolescente potesse avere: l’amore. Ogniqualvolta s’accorgeva che sua madre era andata a piangere di nascosto nel bagno, la propria cotta adolescenziale le sembrava una grandissima «stronzata». Ai tempi che furono, lo incrociava la mattina per strada, quand’ancora frequentava il liceo. Davanti alla bottega di un barbiere che, sulla soglia d’ingresso, con una mano brandiva Il Mattino e con l’altra era intento ad una censurabile pulizia manuale degli orifizi nasali. Forte della scenografia di un certo spessore, aveva scritto pure una poesia da consegnargli. Finiva così: «Un uomo senza amore è come un uomo senza amore. / Non esiste metafora per esprimere questo dolore». Maria era brava a scrivere, ma non era brava a consegnare bigliettini. Brutto affare: la poesia si poteva pure copiare, però il coraggio o ce l’hai o non lo puoi avere. Col coraggio non s’imbroglia. Così, Maria era costretta a vivere venti metri al giorno, poi, capo chino a consegna omessa, faceva rotta ad Auschwitz…</p>
<p style="text-align: justify;">Al liceo Salvatore Cantone di Pomigliano d’Arco manca una sola cosa: la scritta «lo studio rende liberi». Fino a qualche tempo fa c’era persino il filo spinato. Le palestre dell’edificio scolastico erano state concepite per essere garage e le aule erano cucine, camere da letto e bagni strappati al loro destino: in poche parole, hanno appioppato un condominio a malcapitati alunni che, stona a sentirsi, vagheggiano di generazione in generazione una scuola. Tra pilastri «egocentrici» (nel senso che si stagliano nel bel mezzo delle aule), imperiture infiltrazioni (che si sospetta celino improbabili falde acquifere), termosifoni «ambientalisti» (ostinati a non funzionare per patrocinare il mondo dall’effetto serra) e chi più ne ha più ne metta, – per il tetro scenario – verrebbe quasi da gettarsi da uno dei tanti balconi pericolanti (solo due anni fa messi a norma); ma non si può: ci sono le cancellate, vezzeggiativo di grate.</p>
<p style="text-align: justify;">«Il problema di fondo risiede nella struttura, che è semplicemente adibita ad uso scolastico: al fine di rendere l’idea, è come se, essendo a secco di preservativi, per sopperire, si faccia ricorso a un palloncino. Magari è a questa brillante intuizione che alcuni alunni dell’istituto devono la vita; ciononostante, il piano di evacuazione, scaturito dal medesimo principio, – in caso di eventi funesti – pone seri dubbi sulla prosecuzione della stessa», arringò il rappresentante d’istituto ad un tavolo con l’assessore all’edilizia scolastica della Provincia, ottenendo come risposta che tutto era bloccato per il mancato placet del sindaco della «sua città». Quindi ripeté l’istanza al sindaco della «sua città», che gli rivelò che era tutta colpa dell’ostracismo degli assessori della «sua provincia». Nel frattempo, come una decina dei suoi predecessori, si diplomò. E tutto rimase com’era. E non restò proprio niente di «suo». Restò e resta la signora Giovanna, una bidella che surclassa a pieno merito il Don Ferdinando di Così parlò Bellavista (il mitologico portiere metà sedia e metà uomo), sminuendo il personaggio di De Crescenzo in qualità di sedia dalle sembianze antropomorfe.</p>
<p style="text-align: justify;">«Signora, le faccio presente che ieri non ha pulito la nostra classe». «Ma perché, l’ho sporcata io?!» A parità di funzionalità, potrebbe essere sostituita da una pianta a fronte della garanzia di un ricambio d’ossigeno. Ma il caso narrativo più eclatante è senza dubbio rappresentato dall’ex insegnante di Lettere di Maria. Sedicente salvatrice di un all’epoca «biondo» (sic!) Pierò Pelù, in preda a uno shock anafilattico non prima di aver broccolato con lei, in base al lunatico umore divideva gli alunni in «Stumpo» e «Iannone». Se appartenevi alla prima categoria, potevi vederti recapitato un otto vago e retroattivo: «Iannone, ma tu il diciassette novembre non facesti quell’intervento su Pirandello?» «Ma chi, io?» «Sì, adesso ti metto un bel voto». «Ok!» Oppure un otto inconsapevole, alla Scajola: «Professoressa, posso essere interrogato?» domandò l’alunno alle idi di maggio, allorquando, non avendo mai aperto un libro dall’inizio dell’anno, ancora non annoverava una singola valutazione valevole per il secondo quadrimestre. «Macché, io già ti ho messo otto. Sappi che io i nove non li metto!» replicò l’alquanto stizzita professoressa che disdegnava l’etichetta di docente dalla «manica larga». Se invece appartenevi alla seconda categoria, persino una tua non azione era passibile di richiamo: «Stumpo, oggi piove… (pausa teatrale)… È colpa tua!» Per non parlare dell’accanimento a posteriori: «Stumpo, dove vai?» «All’università». «Ah, ti sei iscritto anche tu…»<br />
Finito il liceo, Maria avrebbe voluto iscriversi alla facoltà di Filosofia, ma tacque la cosa alla madre. Non voleva farla sentire impotente. Allora cominciò a ripetersi una bislacca massima: «La filosofia è quella scienza che, con la quale o senza la quale, tutto resta tale e quale». Tante volte. Se ne voleva convincere. Prese la preclusione per diritto di nascita con… filosofia! In seguito, per rimpinguare di qualche centinaio di euro le esigue casse domestiche, andò a lavorare al bar della signora Caterina. Quest’ultima, quando le era possibile, elargiva sempre un extra «fuori mano», in nero: era una brava donna, nei fatti di una bontà fiscalmente perseguibile. Conosceva Carmen da una vita. Sapeva del marito. Sapeva dei tre anni di cassa integrazione. Sapeva della discriminazione cui era stata soggetta. E sapeva del suo tumore.</p>
<p style="text-align: justify;">Quella mattina l’acqua veniva giù dal cielo a catinelle. Lo squallido treno della Circumvesuviana era in ordinario ritardo. Il giorno prima fu malauguratamente puntuale, appiedando non pochi pendolari abituati ad aggiungere minimo un quarto d’ora all’orario prestabilito. Eccolo! Finalmente ma purtroppo: come da fedele tradizione, sarebbe stata più una deportazione che un viaggio. Una volta salita a bordo, Carmen chiuse il suo ombrello. Un attimo dopo lo riaprì: grondava pioggia dal tetto. Corpi accatastati, un tempo nemici intenti a contendersi ossigeno, confabulano timidamente di un’alleanza. Tra poco c’è la fermata di Salice. A pochi passi da lì si staglia un campo rom. Si decide di non confidare nella regolarità dell’altrui igiene personale. Per caricare la truppa, un italiota calciofilo s’improvvisa nazionalista e cita Caressa: «In questi momenti, ’essere italiani conta di più». In sottofondo, i congiuranti immaginano all’unisono di udire We Will Rock You dei Queen. Il blocco all’entrata del vagone è massiccio, il coro riscalda la voce con qualche improperio xenofobo. Le porte si spalancano. «È pienoooooooooooo! È pienooooooooooo!» Tre clochard, in cerca di una barriera più abbordabile, battono frettolosamente in ritirata; una zingara tenta di farsi largo col carrozzino, poi, rassegnata, si aggrega ai compagni. L’attacco è sventato. Una vecchina di razza ariana domanda cortesemente di unirsi alla compagnia. Il misericordioso frangiflutti umano accoglie l’istanza. Autogol! La tenera anziana è Rosa Gargiulo, meglio nota come «Rosetta ’a fetosa». Il razzismo non ha pagato. Illuminante, una verità precipita dall’Iperuranio. Gli uomini sono uguali. La prova ontologica è presto detta: tutto il mondo «fete». Puzza.<br />
Fine dell’odissea. «Uà, oggi stavamo così stretti che ho messo incinte tre persone. E una era maschio!» Così esordisce un simpatico millantatore al capolinea: la stazione di Porta Nolana, meglio conosciuta come «Itaca».<br />
Uno spazio decisamente meno angusto, maleodorante e sessualmente attivo del treno era lo studio del Dott. Cerbone. «Si sente al tatto, ma come ha fatto a non accorgersene? E pensare che noi organizziamo visite di prevenzione su visite di prevenzione!» sbottò l’imbufalito oncologo. «Mah! – non si capacitava l’imbufalito oncologo. – Suo marito non gliele tocca le tette?» seguitò a domandare sfrontato l’imbufalito oncologo. «Mio marito è andato via di casa 10 anni fa. Sono sola». Tacque l’imbufalito oncologo.<br />
Carcinoma lobulare infiltrante. L’operazione e poi il calvario dei cicli chemioterapici. Diventa come un rituale. Un giorno a settimana da santificare a un Dio ateo. Sembra un comune lavaggio, ma ti prende per il culo… La vanità che vien giù un capello alla volta. Lo specchio puntato a salve. La fatica senza lavoro.<br />
«Ciao, come stai?» «Bene, e tu?» «Bene». Miliardi di conversazioni iniziano così, e spesso finiscono pure lì. Quel «bene» è assodato. Un formalismo. Stanno tutti bene. Sempre. «Bene, però… anche se ce l’ho fatta il giorno prima, il giorno dopo ricomincia tutto daccapo. Il tempo si divide in spazi infiniti. Non ho appiglio alcuno, non mi posso aggrappare. Forse cado, e se non cado ho comunque paura di cadere. Non vedo mai il traguardo. Corro e basta. Davanti, l’orizzonte si perde all’occhio. Sono in mezzo all’oceano. Devo resistere e nel contempo resistere alla resistenza. Devo sopportare il male e nel contempo la cura. Ero sull’orlo di un baratro: per farmi scansare il mortal proiettile, mi hanno spinta dentro. Sopravvivo in quanto madre, per responsabilità, a fin d’amore. Esisto male… E tu? Tu, invece, come stai?» Cinque densissimi secondi di silenzio rasentarono l’ora. «Bene, ma sempre Fiom. Sempre in cassa integrazione. Ho saputo della tua pensione d’invalidità e dell’indennità d’accompagnamento… ’Stu tumor è stato proprij ’nu tern al lotto». Fu questo il venale commento di Mimmo alla vicenda. Carmen sorrise. Era vero.</p>
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		<title>Un pezzo del nostro paese.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 May 2012 17:16:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[capannoni crollati]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto Emilia Romagna]]></category>
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					<description><![CDATA[di Evelina Santangelo Voglio ricordarmi: delle parole di Nadia (operaia dell&#8217;Eurostets): «in una tenda puoi andare a dormire ma mica a lavorare&#8230; Ma si lavora per vivere, mica per morire&#8230;» delle parole del cugino di un operaio rimasto sotto le macerie di un capannone della Haemotronic di Medolla): «Biagio non era per niente convinto di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/30/un-pezzo-del-nostro-paese/images-16/" rel="attachment wp-att-42609"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42609" title="images" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/images2.jpeg" alt="" width="240" height="180" /></a>Voglio ricordarmi:</p>
<p style="text-align: justify;">delle parole di Nadia (operaia dell&#8217;Eurostets): «in una tenda puoi andare a dormire ma mica a lavorare&#8230; Ma si lavora per vivere, mica per morire&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">delle parole del cugino di un operaio rimasto sotto le macerie di un capannone della Haemotronic di Medolla): «Biagio non era per niente convinto di tornare al lavoro, ma non voleva perdere il posto&#8230;»</p>
<p style="text-align: justify;">delle parole di due operai meridionali della Haemotronic di Medolla: «i soldi, tutto per il soldi&#8230; lavorare come cani e morire come cani».</p>
<p> <span id="more-42607"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Voglio ricordarmi delle parole di Michail, un operaio polacco che si è salvato dal crollo di un capannone della Bbg di Mirandola: «Avevo trovato casa e lavoro e ho perso tutti e due, non c&#8217;è più futuro in Italia per me e mia moglie».</p>
<p style="text-align: justify;">Voglio ricordarmi dei musulmani che pregano per Mohamed, operaio della Meta di San Felice, «che non voleva tornare a lavorare, lo hanno obbligato».</p>
<p style="text-align: justify;">E ricordarmi di Kumar che, come ripete il rappresentante della comunità dei sikh, «è dovuto andare a lavorare perché non poteva perdere il posto».</p>
<p style="text-align: justify;">E ricordarmi di Pavel, romeno, che si è salvato dal crollo del capannone della Meta, e dice: «Non mi hanno obbligato, ma come fai a dire di no quando anche il padrone va dentro?»</p>
<p style="text-align: justify;">Perché in queste parole, in questi brandelli di storie e spaccati di esistenze c&#8217;è in nuce un pezzo di biografia del nostro paese, del paese reale.</p>
<p style="text-align: justify;">ps. <em>Vorrei che queste testimonianze prese dai giornali e qui pubblicate fossero intese come un modo di custodire una memoria ancora viva che ci riguarda tutti, perché domani probabilmente non se ne ricorderà più nessuno.</em></p>
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		<title>Il pomeriggio del 23 maggio 1992.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 May 2012 15:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Montinaro]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Morvillo]]></category>
		<category><![CDATA[Giudice Giovanni Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[Rocco Dicillo]]></category>
		<category><![CDATA[Strage di Capaci]]></category>
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					<description><![CDATA[Evelina Santangelo Il pomeriggio del 23 maggio 1992, ero su quell&#8217;autostrada in cui sarebbe scoppiata la bomba che avrebbe ucciso il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, insieme ai tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Elicotteri e polizia ovunque, il traffico interrotto. L&#8217;impressione era quella di trovarsi in un paese in cui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il pomeriggio del 23 maggio 1992, ero su quell&#8217;autostrada in cui sarebbe scoppiata la bomba che avrebbe ucciso il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, insieme ai tre agenti della scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.<a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/23/il-pomeriggio-del-23-maggio-1992/images-14/" rel="attachment wp-att-42550"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42550" title="Strage di Capaci" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/images.jpeg" alt="" width="277" height="182" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/images.jpeg 277w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/images-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 277px) 100vw, 277px" /></a><br />
Elicotteri e polizia ovunque, il traffico interrotto.<br />
L&#8217;impressione era quella di trovarsi in un paese in cui fosse in corso qualcosa che nella mia immaginazione si delineava come un colpo di stato.<br />
Non pensavo che pochi metri più avanti fosse scoppiata una bomba che avrebbe finito per uccidere, insieme al giudice Falcone, alla moglie e alla sua scorta, le speranze che tutti noi allora nutrivamo di un riscatto definitivo dal potere mafioso e dalle sue collusioni politiche e affaristiche.<br />
Quel che era successo l&#8217;ho saputo solo a notte fonda, una volta arrivata in città, dopo ore di tensione cieca (anche le linee telefoniche erano saltate).<br />
Fu in quel preciso momento che il giudice Falcone divenne per molti di noi non solo un uomo delle istituzioni ucciso per aver fatto con rigore e serietà il proprio lavoro, ma qualcosa di più intimo: l&#8217;incarnazione stessa del nostro desiderio viscerale di riscatto, individuale e collettivo, l&#8217;incarnazione di quella che definirei l&#8217;unica vera resistenza che ha conosciuto la Sicilia, e che ha lasciato un segno profondo nelle coscienze di molti siciliani.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pomeriggio del 23 maggio 1992 ero dunque su quell&#8217;autostrada in macchina con mio padre, che da tempo pronunciava (in pubblico e in privato) parole che suonavano così: «La forza della mafia è in rapporto alla nostra debolezza e la sua durata dipende da disinteresse della coscienza che dovrebbe sentirsi offesa ed è invece paga di non aver ricevuto un torto diretto&#8230; Con freddezza la mafia uccide e con freddezza sia la nostra duratura risposta».<br />
«Il nostro dovere: l&#8217;estirpazione della sub cultura mafiosa che sfida la vera cultura dovunque le si oppone».</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Tutti arancioni per mandare a casa questo governo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 14:05:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Appello Arancione]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<category><![CDATA[dimissioni presidente del consiglio Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[dissenso]]></category>
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		<category><![CDATA[governo berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[nastri arancioni]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Vecchioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Un nastrino  arancione per far sapere che «non condividiamo la politica del governo», e che «desideriamo che Berlusconi rimetta il mandato nelle mani del capo dello stato». L&#8217;iniziativa  è stata lanciata da 100 cittadini italiani su proposta di Daria Colombo e Roberto Vecchioni.  Sarebbe bello nei prossimi giorni vedere qualsiasi luogo reale o virtuale colorarsi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/nastro-arancione1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-39542" title="nastro arancione" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/nastro-arancione1-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/nastro-arancione1-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/nastro-arancione1.jpg 200w" sizes="auto, (max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a><br />
<em>Un  nastrino  arancione per far sapere che «non condividiamo la  politica del governo», e che «desideriamo che Berlusconi rimetta il  mandato nelle mani del capo dello stato». <span style="color: #000000;">L&#8217;</span>iniziativa  è stata lanciata da 100 cittadini italiani su proposta di Daria Colombo e Roberto Vecchioni.  Sarebbe bello nei prossimi giorni vedere qualsiasi luogo reale o virtuale colorarsi di arancione (tutte le città  d&#8217;Italia, i siti  internet, i profili di facebook&#8230;) Almeno si potrà constatare quanto sia diffuso il dissenso in questo paese.</em></p>
<p style="text-align: right;">Evelina Santangelo<em><span id="more-39539"></span><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">.</p>
<p style="text-align: justify;">APPELLO</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff6600;">NOI, COME SEMPLICI CITTADINI ITALIANI CONSAPEVOLI E RESPONSABILI, SIAMO CONVINTI, A PRESCINDERE DAI NOSTRI ORIENTAMENTI POLITICI, CHE L&#8217;ATTUALE GOVERNO NON CORRISPONDA PIU&#8217; ALLA MAGGIORANZA DEGLI ELETTORI DEL NOSTRO PAESE. PER QUESTO RITENIAMO CHE ESSO DEBBA RIMETTERE QUANTO PRIMA IL SUO MANDATO NELLE MANI DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. PER QUESTO, UNENDOCI ALLE VOCI UFFICIALI DELLE OPPOSIZIONI, CHIEDIAMO A TUTTI I NOSTRI CONCITTADINI CHE LA PENSANO COME NOI DI ESPRIMERSI ATTRAVERSO UN PICCOLO GESTO SIMBOLICO MA ELOQUENTE. BASTER¿ INDOSSARE UN NASTRINO ARANCIONE PER SIGNIFICARE: «IO DESIDERO CHE IL GOVERNO SI DIMETTA» O ANCHE SOLO «NON CONDIVIDO LA POLITICA DEL GOVERNO BERLUSCONI». UN PICCOLO SEGNALE ALLEGRO E DEMOCRATICO PER CONTINUARE A COLORARE L&#8217;ITALIA DI ARANCIONE E DI SPERANZA.</span></p>
<p>Abdu Wahid  (gelataio)<br />
Alberti  Barbara  (scrittrice)<br />
Archinto Rosellina  ( editrice )<br />
Azzoni Giampaolo  (docente universitario )<br />
Bacinelli Elena  (albergatrice )<br />
Baldi Marco   (imprenditore )<br />
Belli Silvana  (stilista a riposo )<br />
Bevilacqua Maria Grazia  (insegnante elementare)<br />
Bomprezzi Franco  (consulente per la disabilita)<br />
Bonfanti Sandra  ( giornalista )<br />
Bramani Lidia  (musicologa )<br />
Breccia Alessandro  (ricercatore precario )<br />
Bucco Giovanna  (artigiana commerciante )<br />
Campi Piero  (operaio )<br />
Canali Edda  (casalinga )<br />
Canali Nevio  (primario ospedaliero )<br />
Cantarella Eva  (grecista )<br />
Carlotto Massimo  (scrittore)<br />
Castelbarco Francesca  (restauratrice )<br />
Catarazzuolo Nicola  (dirigente cooperativa )<br />
Cavagnini Ezio  (artigiano)<br />
Cavestri Roberto  (medico)<br />
Celli Brunella  (editore )<br />
Chiomma Dorina  (ristoratrice )<br />
Colombo Daria  (scrittrice )<br />
Consoli Alfio  (pensionato )<br />
Corradino Stefano  (giornalista)<br />
De Sio Giuliana  (attrice)<br />
De Sio Teresa  (cantante folk )<br />
Fabbri Lucio  (musicista )<br />
Ferrari Alessandra  (ufficio stampa onlus )<br />
Finardi Eugenio  (cantautore )<br />
Finocchiaro Angela  (attrice)<br />
Fo Dario  (attore e drammaturgo)<br />
Gallo Virgilio   (conducente autobus )<br />
Gaslini Giorgio  ( pianista compositore )<br />
Ghini Massimo  ( attore )<br />
Giorello Giulio  (filosofo )<br />
Guidoni Umberto  (astronauta )<br />
Haber Alessandro  (attore )<br />
Hack Margherita  (astrofisica )<br />
La rosa Angela  (pittrice )<br />
Lecavillo Olga  (salumiera )<br />
Lerner Gad  (giornalista)<br />
Loda Carla  (avvocato)<br />
Lombardo Pijola Marida  (scrittrice)<br />
Lucarelli Carlo  (scrittore )<br />
Lucchetta Daniela  (insegnante scuola media )<br />
Magris Claudio  (scrittore )<br />
Mancuso Aurelio  (pubblicista)<br />
Mannino Franz  ( architetto)<br />
Mannoia Fiorella  (cantante )<br />
Mantegazza Tinin  (pittore )<br />
Mantegazza Velia  ( regista )<br />
Marai Evaristo  (pensionato )<br />
Maraini Dacia  (scrittrice )<br />
MarcorË Neri  (attore )<br />
Martino Edda  (archeologa )<br />
Mascia Gianfranco  (blogger viola )<br />
Montaldo Giuliano  (regista )<br />
Mosca Alessandra   (liceale )<br />
Muccino Silvio  (attore )<br />
Natoli Salvatore  (filosofo )<br />
Neri Gabriele  (architetto )<br />
NosË Flavio  (psichiatra )<br />
Oggero Dalia  (editor )<br />
Orlando Mauro  (insegnante pensionato )<br />
Pagliara Cinzia  (insegnante scuola media )<br />
Pascale Antonio  (scrittore )<br />
Pennacchi Antonio  (scrittore )<br />
Pescarolo Vera  (produttrice cinematografica )<br />
Picardi Daria  (servizio civile )<br />
Pistillo Daniela  (biologa )<br />
Pontini Massimo  (imprenditore )<br />
Rajneri Gaia   (scrittrice )<br />
Rame Franca   (attrice )<br />
Rigoldi Don Gino (prete)<br />
Riondino David  (attore )<br />
Rizzo Alfredo   (consulente finanziario )<br />
Rossi Paolo   (attore )<br />
Roveredo Pino  (scrittore )<br />
Rutigliano Mauro  (digital P.R. )<br />
Sacco  Giusi   (infermiera )<br />
Salvadori Mino  (insegnante liceo )<br />
Sandrelli Amanda  (attrice )<br />
Santangelo Evelina   (scrittrice )<br />
Scarpati Giulio   (attore )<br />
Silvestri Daniele   (cantautore )<br />
Sintoni Ruggero   (operatore teatrale )<br />
Soddu Chiara   (pensionata )<br />
Sortani  Fiorenzo  (gestore di bar )<br />
Tripodi Franco   (presidente coop. Edilizie )<br />
Vacchi Fabio   (musicista compositore )<br />
Vangelista Carla   (sceneggiatrice )<br />
Vasini Lucia   (attrice )<br />
Veca Salvatore   (filosofo )<br />
Vecchioni Roberto   (cantautore )<br />
Venditti Antonello   (cantautore )<br />
Ziarati Hamid   (scrittore )<br />
Zingone  Silvia   (laureata disoccupata )<!--more--></p>
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		<title>La Generazione TQ e il verduraio di Havel</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jun 2011 07:30:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
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		<category><![CDATA[antonio scurati]]></category>
		<category><![CDATA[Evelina Santangelo]]></category>
		<category><![CDATA[Generazione TQ]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
		<category><![CDATA[I Quaderno de L'Ora]]></category>
		<category><![CDATA[il potere dei senza potere]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuali e società]]></category>
		<category><![CDATA[TQ]]></category>
		<category><![CDATA[Vaclav Havel]]></category>
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					<description><![CDATA[Questo articolo l’ho scritto all’indomani dell’incontro romano del 29 aprile. Ho atteso finora per pubblicarlo perché volevo proprio che questa riflessione su intellettuali e società arrivasse dal Sud, e più specificatamente, dalle colonne di un mensile come «i Quaderni de L’Ora», erede di una grande tradizione di impegno culturale e civile. da i Quaderni de [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copertina.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-39335" title="n°5 i Quaderno de L'Ora (giugno 2011)" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copertina-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copertina-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/copertina.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a>Questo articolo l’ho scritto all’indomani dell’incontro romano del 29 aprile. Ho atteso finora per pubblicarlo perché volevo proprio che questa riflessione su intellettuali e società arrivasse dal Sud, e più specificatamente, dalle colonne di un mensile come «i Quaderni de L’Ora», erede di una grande tradizione di impegno culturale e civile.</em></p>
<p style="text-align: justify;">da <a href="http://www.iquadernidelora.it/digitale.php"><em>i Quaderni de L’Ora</em></a> (anno 1, n°5 &#8211; giugno 2011)</p>
<p style="text-align: justify;">di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quanti della generazione TQ si sono trovati a Roma il 29 aprile scorso ospiti della casa editrice Laterza a confrontarsi sui modi di acquistare credibilità sociale o rilevanza culturale – scrittori, critici, editor tra i trenta e i quaranta – hanno prima di tutto fatto i conti con la definizione che da tempo Antonio Scurati dà di questa generazione: una generazione figlia «dell’inesperienza», una generazione, come ha scritto Giorgio Vasta, «in attesa di un Godot epocale che li riscatti (consapevoli del fatto che se Godot non arriva è meglio)». Ed è proprio da qui che vorrei cominciare questa mia riflessione.<span id="more-39334"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Forse perché vivo in una terra dove l’esperienza dell’arroganza mafiosa, da tempo, chiama a scelte di campo ineludibili. Forse perché oggi al Sud (a quanto pare, più che al Nord) si fatica a non ritenere parte della propria esperienza l’irrompere (fisico, traumatico) di tutta un’umanità in fuga da terre così vicine, un’umanità che sempre più ci interroga, scardinando certezze che credevamo acquisite&#8230; mi risulta davvero difficile non pensare al contesto e al tempo in cui un tale dibattito «generazionale» è stato avviato. E cioè in un’Europa sempre più tenuta sotto scacco da movimenti nazionalistici e populisti. In un’Italia dove si è radicata una cultura politica che ha reso prima culturalmente, poi legalmente irrilevanti valori fondativi che riguardano il nostro stato di diritto, la nostra comune idea di libertà (e che oggi rischia di renderli irrilevanti persino sul piano costituzionale).  E questo, mentre nel vicino mondo arabo uomini e donne più o meno della nostra stessa generazione, o molto più giovani, hanno avviato una sfida impensabile in nome di diritti civili e umani che abbiamo sempre ritenuto nostra indiscutibile e indiscussa conquista di civiltà, anche mentre ne perdevamo il senso e il valore.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questa ragione ritengo che stia proprio in quella premessa di «inesperienza» così insistita al punto da suonare come un alibi generazionale il germe stesso del nostro fallimento. A meno che non ci si ponga senza ipocrisia alcune domande.</p>
<p style="text-align: justify;">Come pensiamo di godere di una qualche <em>autorevolezza</em>, se propendiamo a vivere (e a riconoscerci, addirittura) in una bolla di irresponsabilità culturale e civile, in cui spesso non ci si sente chiamati a rendere conto, se non in termini quantitativi, dei libri che si scrivono, si editano, si pubblicano, si recensiscono, si propongono ai premi letterari, si votano a quegli stessi premi, e del modo anche in cui tutto ciò troppo spesso si fa – distrattamente. Come se queste scelte e il modo in cui si compiono non contribuissero a creare anch’esse la biografia culturale del nostro tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Come pensiamo di essere considerati un <em>avamposto culturale</em>, se non riusciamo a far nostro quel principio di «radicale corresponsabilità» su cui si è cercato di fondare una nuova frontiera di civiltà contro un’idea del diritto e della libertà intesi come privilegio di alcuni e non di tutti. Forse che tutto ciò non appartiene alle urgenze del nostro tempo? Forse che la nostra generazione di scrittori, editor, critici non è anch’essa opinione pubblica? forse che molti di noi non godono di spazi e strumenti per poterlo fare o almeno provarci? Penso a come ci siamo stracciati le vesti, superando una volta tanto le divergenze di visione, dinanzi alle gravi ritorsioni di amministratori leghisti contro i libri di quanti avevano firmato l’appello in difesa di Battisti. Non abbiamo fatto altrettanto – tutti insieme, con una pluralità di interventi e riflessioni (non solo con appelli generici) – però, quando gli attacchi virulenti si sono rivolti verso altri ambiti, altre figure, altre violazioni di diritti civili e umani, dove era ugualmente in gioco «la vera essenza della libertà e dell’umana integrità&#8230;» per dirla con Havel.</p>
<p style="text-align: justify;">E allora mi viene in mente quel che accadde nella Cecoslovacchia della «normalizzazione», mi viene in mente lo spirito di un documento come Charta 77 in cui alcuni intellettuali (tra cui appunto Václav Havel) chiamarono altri intellettuali ad andare ben oltre i loro «orizzonti particolari» in difesa di ciò che sembrava irrilevante, insignificante, quanto di più lontano dalle loro anime belle: quei Plastic People che la propaganda aveva presentato come un gruppo di rockettari drogati, un gruppo di teppisti e criminali, solo perché intendeva cantare a suo modo al di là persino del dissenso.</p>
<p style="text-align: justify;">Come pensiamo di essere considerati <em>rilevanti</em>, dotati di una qualche credibilità sociale, se di fatto aspiriamo non tanto a immaginare una nuova società letteraria (nuova più che in termini generazionali, nello spirito), ma cerchiamo di ricalcare le orme di una società letteraria <em>a statuto speciale</em>, rispetto al resto della società, ai suoi avamposti civili, al resto della vita pubblica. Una società letteraria che non riesce nemmeno a far arrivare quell’idea che sola potrebbe avvicinare più gente alla letteratura, e cioè che la letteratura ha profondamente a che vedere con la «capacità di intelligere il proprio tempo», per dirla con la Bachmann, ha a che vedere con un interrogare irrequieto tutto ciò che, nel bene e nel male, appartiene all’umano, e dunque a tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Come pensiamo di superare la nostra fragilità e vulnerabilità (anche rispetto all’amor proprio così imperante), se perseguiamo uno splendido isolamento, indifferenti persino alla consapevolezza che solo la pluralità e la sinergia degli sguardi, delle poetiche, delle visioni, degli immaginari più disparati può essere misura di un tempo complesso, franto, interconnesso. Tanto più che la pluralità è uno dei tratti distintivi appunto e specifici del fare letterario, è il sale della nostra libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non cominciamo intanto a capire <em>se</em> e <em>come</em> è possibile ritrovarci almeno su domande del genere, quali risposte comuni dovremmo trovare per non rimanere in ostaggio del mercato o della nostra irrilevanza?</p>
<p style="text-align: justify;">Havel si prese persino l’accusa di «esibizionismo morale» quando intuì quale colossale menzogna investisse una società in cui le intenzioni di un sistema (di qualsiasi natura) vengano spacciate come bisogni dei cittadini, come la ragion d’essere stessa della vita – per quanto plausibili quei bisogni possano sembrare. Per questo nel <em>Potere dei senza potere</em> concepì quella figura di verduraio che si rifiuta di esporre un cartello gradito al regime, non perché non sia plausibile quel che c’è scritto, ma perché espressione manifesta di una menzogna corroborata appunto dalla connivenza di tutti in ogni loro atto quotidiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Beh, forse dovremmo cominciare a fare come quel verduraio che, con un solo gesto, si assume la responsabilità di spezzare il circolo vizioso della menzogna, cadendo per ciò stesso nel «dissenso». «Un uomo non diventa dissidente, – dice infatti Havel, – perché un bel giorno decide di intraprendere questa stravagante carriera, ma perché la responsabilità interiore combinata con tutto il complesso delle circostanze esterne finisce per inchiodarlo a questa posizione: viene sbattuto fuori dalle strutture esistenti e chiamato a un confronto con esse». Quel confronto vorrei sottolineare cui, a gran voce, ci hanno per esempio chiamato i lavoratori di Rosarno vessati dalla ’ndrangheta o i tunisini arrivati a Lampedusa, quando hanno chiesto prima di tutto alla nostra generazione che razza di «civiltà dei diritti», che razza di libertà è la nostra.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ci ponessimo il problema di rispondere, in tutti i modi che ci sono propri, a domande del genere – che riguardano così da vicino ormai ogni ambito della nostra esistenza, dalla scuola al lavoro all’esercizio dei diritti e doveri civili –, forse cominceremmo anche a riappropriarci di un destino comune, e dunque anche del nostro, in quanto scrittori, critici, editor&#8230; e più in generale in quanto uomini e donne che dovrebbero contribuire allo sviluppo culturale del proprio paese.</p>
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		<title>Il Dio impassibile di Malick</title>
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		<dc:creator><![CDATA[evelina santangelo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jun 2011 11:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[da «Il Fatto Quotidiano», mercoledì 1 giugno 2011 La famiglia di The Tree of Life deve fare i conti con un creatore che esige sacrifici e non conosce pietà. Ma questa mirabile avventura non è un modo mirabile per mettere a posto le coscienze? di Evelina Santangelo Basterebbe leggere le recensioni uscite sulle testate più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">da «Il Fatto Quotidiano», mercoledì 1 giugno 2011<br />
<span style="color: #800000;"><em> </em></span></p>
<figure id="attachment_39200" aria-describedby="caption-attachment-39200" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><em> </em><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Tree-of-Life52.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-39200" title="Tree-of-Life52" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Tree-of-Life52-300x153.png" alt="" width="300" height="153" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Tree-of-Life52-300x153.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Tree-of-Life52-1024x524.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Tree-of-Life52.png 1280w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></em><figcaption id="caption-attachment-39200" class="wp-caption-text">The Tree of Life</figcaption></figure>
<p><span style="color: #800000;"><em>La famiglia di The Tree of Life deve fare i conti con un creatore che esige sacrifici e non conosce pietà. Ma questa mirabile avventura non è un modo mirabile per mettere a posto le coscienze?</em></span></p>
<p><span style="color: #800000;"><em><br />
</em></span></p>
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<p style="text-align: left;">di <strong>Evelina Santangelo</strong></p>
<p style="text-align: left;">Basterebbe leggere le recensioni uscite sulle testate più varie, italiane ed estere, per avere una qualche misura di quanto siano variegati, spesso inconciliabili, i giudizi sull’ultimo film di Terrence Malick, <em>The Tree of Life</em>, Palma D’oro al Festival di Cannes. «Un capolavoro contenuto e quasi imprigionato in una crisi mistica di arduo fascino» (Curzio Maltese, La Repubblica). «Affascinante, ambiziosissimo, irrisolto» (Federico Pontiggia Il Fatto Quotidiano). «Un film che rischia d’entrare di slancio nella disagiata categoria dei capolavori mancati» (Valerio Caprara Il Mattino). «Film folle e magnifico&#8230; grandissimo cinema» (Peter Bradshaw, The Guardian). «Una parodia di Malick fatta da uno che lo detesta» (Sukhdev Sandhu, The Telegraph). Giusto per citarne solo una piccolissima parte.<br />
Giudizi così divisi esigono, se non altro, un atteggiamento aperto, affatto liquidatorio. Con quest’animo dunque sono andata a vedere <em>The Tree of Life</em>.</p>
<p><span id="more-39199"></span></p>
<p style="text-align: left;">Meraviglia e stupore, e anche un senso sconcertante di inadeguatezza dinanzi all’immensità e alla potenza delle immagini, sono i sentimenti immediati che si provano alle prime sequenze.<br />
Il nocciolo umano del film – la vicenda di una famiglia texana degli anni ’50 colpita da un lutto inaccettabile e insensato come la morte di un figlio – è infatti calato, (e reso più vero, direi) in una visione cosmica e panica dove tutto ha un che di abissale: abissi microbiologici, abissi marini, abissi galattici, abissi temporali, dalla notte dei tempi a una modernità vertiginosa e arrogante che compete con la vertigine della natura o è forse – come suggerisce il protagonista, Jack (Sean Penn) – la più proterva manifestazione di un inappagato desiderio di dominio, di quella hybris insomma (superbia, prevaricazione) che è la peggiore delle colpe dell’uomo al cospetto di qualsiasi dio.<br />
Ammirazione è poi il sentimento che meglio esprime quel che si prova dinanzi ai movimenti imprevedibili della macchia da presa, che riesce a fissare i sentimenti più intimi nelle velature di un viso o a suggerire lo slancio del desiderio d’assoluto in scalate verso il cielo tra chiostri di tronchi. Un cinema veggente, l’ha definito qualche critico. Un cinema visionario, sicuramente, e onirico, che non narra, ma preferisce suggerire piuttosto, attraverso analogie, assonanze, richiami emotivi, complice una musica «portentosa», ora solenne come un requiem ora impalpabile come un richiamo fatto di puro spirito.<br />
Ed è proprio su quel che questo film suggerisce che vorrei soffermarmi, partendo da quel nocciolo umano, appunto, in cui è messo in scena un microcosmo familiare in un tempo preciso: l’America della middle class degli anni ’50 – con le sue grettezze, il suo pragmatismo omocentrico, il suo culto del focolare domestico. In questo microcosmo cresce Jack, diviso dolorosamente tra gli insegnamenti di un padre duro (Brad Pitt), o meglio indurito e frustrato, che pronuncia frasi come questa: «Ci vuole una volontà di ferro per farsi avanti in questo mondo», e una madre che: «se non ami, – dice, – la tua vita passerà in un lampo». E, quando questa stessa madre (Jessica Chastain) suggerisce come affrontare l’esistenza, non contempla che due precise possibilità: «Ci sono due vie per affrontare la vita. La via della natura e la via della grazia. Sta a te scegliere quale delle due seguire».</p>
<p style="text-align: left;">Sarebbe un errore pensare che la «via della natura» coincida in tutto e per tutto con la via proposta dal padre, che è semmai la via più modesta di un piccolo uomo inchiodato al suo mediocre destino. La via della natura è piuttosto quella dell’infanzia che Jack vive insieme ai fratelli in un intreccio di conflitti interiori, frustrazioni, rancori inespressi, desideri indicibili, piccole vendette cui fa da contraltare la mitezza angelica del fratello destinato al sacrificio inesplicabile della sua morte precoce. Un personaggio, quest’ultimo, che nei tratti fisici così come nei tratti umani è la quintessenza della grazia. La grazia di una creatura bambina, resa ancora più innocente dal sacrificio che l’attende. Quella stessa grazia di cui la madre è la manifestazione più sensuale ma non meno pura, di quella purezza e bellezza disadorna, spirituale, che ricorda la Venere del Botticelli.</p>
<p style="text-align: left;">Né sembra ci possano essere dubbi che queste due figure così fortemente idealizzate, così estranee alle dinamiche dell’esistenza quotidiana (a ogni forma di miseria o mediocrità), perché non corrotte dalla vita, siano le creature che più si avvicinano a quell’integrità ideale cui non può che volgersi il desiderio dell’uomo nella ricerca di senso. «Un giorno cadremo e verseremo lacrime&#8230; E capiremo tutto. Ogni cosa». «Guidaci sino alla fine del tempo». Questo dice la voce fuori campo, mentre Jack (ormai adulto) affronta il labirinto che lo porterà alla spiaggia dei giusti. E infatti il Dio cui si rivolge l’uomo di Malick è proprio il Dio del Libro di Giobbe, il Dio abissale, dalla volontà insondabile, del Vecchio Testamento, che esige sacrifici umani e non conosce pietà, né ha mai sperimentato d’altro canto la miseria dell’essere uomo.<br />
È proprio questo il punto, per chi abbia voglia di chiedersi quale orizzonte umano, spirituale, quale orizzonte culturale si profili nel «capolavoro» di Malick. Non è semplicemente  una questione di fede. E meno che mai di ateismo. Quel che lascia davvero ammutoliti è proprio l’idea che il «senso» dell’umano si possa manifestare in creature angeliche o angelicate, in bambini efebici e donne «non con uman volto»; che il «senso» della vita si debba tornare a cercalo in quell’Entità lì impenetrabile e distante, o ancora nell’espiazione di un sacrificio di cui non è dato chiedere conto&#8230; e non piuttosto nel cuore stesso dell’esistenza dove, proprio in quegli stessi anni ’50, una donna, un’afro-americana (Rosa Parks), si rifiutava di cedere il posto a un bianco in un autobus e un reverendo di nome Martin Luther King predicava la giustizia terrena pronunciando parole come queste: «Se avremo aiutato una sola persona a sperare, non saremo vissuti invano», «la legge e l&#8217;ordine saranno rispettati solo <span style="color: #000000;">quando si concederà la giustizia a tutti indistintamente».<br />
È davvero quella proposta da Malick l’«avventura impervia e radicale» di questo nostro tempo? È davvero quell’Entità il Dio cui rivolgere le nostre domande di uomini che, credenti e non credenti o diversamente credenti, hanno conosciuto anche un altro Dio capace di farsi uomo tra gli uomini&#8230; O non è forse, quell’avventura spirituale mirabile, un modo altrettanto mirabile per mettere a posto le nostre coscienze?</span></p>
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