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	<title>piero sorrentino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il bisogno di verità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 10:26:34 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>Giuliana è medico. Venerdì scorso – l’ultimo venerdì di luglio – si è specializzata, ha sostenuto l’ultimo esame ed è diventata specialista in anestesia e rianimazione. Quattro giorni dopo, martedì, le condizioni di salute di suo padre si sono di colpo aggravate, il tumore al fegato che si portava dentro da almeno sei mesi lo ha messo al tappeto – <em>letteralmente</em>, è svenuto, una emorragia interna ha preso ad allagargli le cavità, a inzuppargli i muscoli prostrati dai mesi lunghi della malattia -, lo hanno portato nella clinica di Aversa dove Giuliana lavora, nella sala di rianimazione, un edema polmonare gli impedisce di respirare, ha il cuore in profonda sofferenza, non si sa nemmeno in che punto preciso sia il sanguinamento.<br />
<span id="more-39743"></span></p>
<p>Al telefono con Giuliana, D. – medico pure lei, una delle sue amiche più strette &#8211; ascolta.<br />
Quando attacca, la prima cosa che dice è: “Non l’hanno nemmeno intubato. Sta in reparto, e aspettano che muoia”.<br />
“Nemmeno un po’ di morfina?”, chiedo.<br />
“Non è cosciente, non servirebbe a niente. Non capisci? Ha l’emoglobina a 5, del tutto incompatibile con la vita”. Quasi vorrei essere laureato in medicina, solo per comprendere lo strazio –  incomprensibile – che si annida dietro quel valore per me del tutto inoffensivo.<br />
Giuliana si è specializzata qualche giorno prima dell’aggravamento improvviso e inarrestabile di suo padre. Quattro anni di studio – a essere precisi, <em>dieci  </em>anni di studio –, centinaia di pazienti sedati, monitorati, risvegliati, e poi finisci col non poter nemmeno fare una iniezione di oppio pietoso a tuo padre morente. Te ne stai a fare capolino sulla soglia, o accanto al letto, il tubicino della flebo che ti scivola sopra la spalla, il fonendoscopio che batte sul petto – quella campana gelida di metallo su cui da bambini i dottori alitavano sopra per tranquillizzarti, fingendo di riscaldarla, prima di auscultarti le spalle -, osservi gli infermieri sollevare le lenzuola, anche se sei un medico muovi gli occhi lontano dalla nudità di tuo padre – i pazienti dei reparti di terapia intensiva sono nudi, coperti solo dal velo sottile di cotone di lenzuola -, li guardi muovere gli arti del suo corpo, le mani coperte dal lattice bianco opaco dei guanti che si incrociano sul suo corpo, ogni singolo arto separato dagli altri e incapace di ritrovare la sintonia necessaria per ridare un senso e una direzione al movimento, le gambe inerti come due tubi di vetro vuoti.<br />
Giuliana conosceva da tempo la situazione. Non lasciava affiorare tracce evidenti di quello che provava, si limitava ad agire come più conveniva a suo padre, tra qualche sottinteso gentile nei confronti del paziente e, nello stesso momento, un mare di dichiarazioni, frasi, parole, l’esperienza incalcolabile di un intero reparto messa al servizio della salute di suo padre, decine di professori, medici strutturati, chirurghi, colleghi specializzandi, infermieri, tutti parlavano, annuivano, tra di loro niente mistificazioni o fandonie, tutti perfettamente imprigionati in un proliferare di somiglianze, uniti dal piacere di catalogare, casi simili, studi, articoli scientifici, letteratura. </p>
<p>“Almeno in questo il tumore è dolce, ti dà il tempo di fartene una ragione”.<br />
Distesi sul letto, l’uno accanto all’altra, D. parla. È notte. Con la punta di un alluce sfioro le sue dita. Mi risponde, o forse è solo un piccolo movimento di assestamento delle gambe sul materasso.<br />
“Sai che il papà di Giuliana lo abbiamo ucciso noi?”, chiede, serena.<br />
Sollevo la nuca dal cuscino e ruoto il perno del collo verso la sua faccia.<br />
“Noi medici, intendo”.<br />
Il grande specchio rettangolare appoggiato al muro riflette uno spigolo del letto, l’angolo arrotondato di legno chiaro, la forma morbida della stoffa del copriletto afflosciato e un po’ sgualcito.<br />
“Era perfettamente in salute. Poi a Roma, molti anni fa, gli hanno diagnosticato un timoma, un cancro al timo, una patologia abbastanza rara. Non si trattava di un caso grave, il suo era operabile e pure benigno, in sala è stata una cosa quasi di routine, l’intervento è perfettamente riuscito. Solo che durante l’operazione gli hanno trasfuso una sacca infetta, e s’è beccato l’epatite C”.<br />
Sul comodino, sotto la luce cruda e vivida della lampadina per la notte, ci sono i libri che D. sta leggendo: due romanzi, <em>Il giorno dell’indipendenza</em> di Letizia Muratori e <em>Chesil Beach</em> di Ian Mc Ewan,  e un saggio, <em>Come pensano i dottori </em>di Jerome Groopman, un professore di medicina di Harvard che scrive sul “New Yorker”. Sulla copertina del libro c’è il tizio dell’<em>Allegro chirurgo</em>, l’omino col naso rosso da pagliaccio che assomiglia vagamente a Hitler (senza i baffetti), il corpo bucato dagli alloggiamenti dove inserire le ossa e gli organi che, in un secondo momento, il giocatore dovrà estrarre con le pinzette, badando a non sfiorare la placca metallica che corre sul bordo dei fori e che attiva un segnale sonoro che decreta la morte del paziente e il fallimento dell’operazione.<br />
A ogni cavità corrisponde una specie di legenda. Alcune didascalie sono comprensibili, corrette, assolutamente giustificate in un contesto medico (“Pomo d’Adamo”, “Caviglia slogata”, “Osso della caviglia collegato al ginocchio”); altre più spiazzanti, gravate da quella sensazione di sconcerto che si portano appresso le metafore quando ti concentri sul loro reale significato, quando tenti di prenderle <em>alla lettera</em> (“Cuore infranto”, accanto al muscolo cardiaco percorso da una frattura a forma di fulmine, oppure, per mezzo della freccetta che indica una brutta farfalla verdastra che assomiglia a un tatuaggio mal riuscito, “Farfalle nello stomaco”); altre ancora del tutto inesplicabili (come quella, per me veramente angosciante, che alloggia poco più su del sesso inodore e secco del paziente Adolf, sopra la sua pancia rosea e glabra: “Cesta per il pane”, con le fette dell’alimento visto di traverso, tagliato a cassetta, interamente contenuto in un cestino di vimini intrecciato, di quelli per il pic-nic). “Un libro fondamentale per ogni paziente che voglia ottenere le cure migliori dai propri medici” è lo strillo di TIME stampato sulla copertina.<br />
“L’epatite C non è mortale, ma predispone all’epatocarcinoma. E infatti.” dice D.<br />
Non capisco se le mie palpebre siano chiuse o no. Seguendo l’ombra di tutti gli oggetti nella stanza, enumero le conferme alla normalità del mio stato di veglia. Conto. La lampada al neon sopra le nostre teste, la scrivania, la sedia, il mazzetto dei pass plastificati raccolti in anni di concerti, festival, manifestazioni, che scende a grappolo da una mensola, i nastri di raso colorato avvolti attorno al bicchiere portapenne.<br />
“A Napoli, quando gli hanno fatto gli esami, nessuno ha capito che si trattava dello stadio iniziale, e probabilmente curabile, di un tumore al fegato. Lo hanno scambiato per un angioma. Lo hanno guardato sorridenti negli occhi e gli hanno detto: “Lei ha un innocuo angioma epatico, veramente una sciocchezza, non c’è nemmeno bisogno di terapia, basta tenerlo sotto controllo con una ecografia all’anno, arrivederci”.<br />
Io non so se Giuliana all’epoca era già laureata, o se addirittura avesse cominciato anche la scuola di specializzazione. Vorrei chiederlo a D., ma non ho il coraggio di farlo. Dovrei domandarle se già allora Giuliana era iscritta allo stesso ordine professionale di quelli che stavano mandando suo padre a morte; se già, parlando tra loro, si chiamavano col nome di battesimo; se, mentre dicevano “Collega, vieni, ti offro il caffè al bar”, le cellule impazzite del fegato di suo padre  &#8211; innescate da una trasfusione sbagliata a Roma, non riconosciute da un esame diagnostico superficiale a Napoli &#8211; si agitavano da qualche parte nel corpo, lavoravano alla distruzione della sua esistenza.<br />
Ho allungato il braccio verso il comodino e ho spento la luce, la stanza è piombata in un buio profondo, D. è rimasta a pensare chissà a cosa, ha pianto un poco, si è addormentata.</p>
<p>Il padre di Giuliana l’ho visto per la prima – e a questo punto, mentre scrivo, posso solo dire: <em>prima, e ultima volta</em> – la mattina in cui sua figlia si è specializzata, qualche giorno fa. Non lo conoscevo, ma riconoscerlo è stato un attimo. Era una mattina luminosa, la luce quasi fluorescente del sole sopra le carrozzerie delle automobili parcheggiate nel grande piazzale dell’ospedale. Due studentesse sono uscite da un padiglione mangiando un gelato, una di loro impugnava il cono con la sinistra e cercava comicamente e con mille contorcimenti di riporre il portafoglio nella borsa con l’altra mano. Siamo saliti al primo piano, il corridoio era pieno di gente in ghingheri, giravano bicchieri di carta con lo spumante e vassoi di paste al cioccolato o con le crostatine di frutta immerse nella gelatina brillante.<br />
D. si è diretta verso un capannello d’angolo, ha salutato tutti, ha abbracciato Giuliana, le ha consegnato un mazzo di fiori. Suo padre sorrideva, la faccia scavata, gli occhi sporgenti, i capelli radi sulla testa. Indossava un paio di Hogan blu sotto il vestito, ho pensato che le portasse non per moda o eleganza, ma perché le Hogan hanno una suola alta e piatta e morbida, e ci si cammina bene, ci si sta bene, con quella suola gommosa puoi stare in piedi e comodo anche se stai per morire, ecco quello che ho pensato.<br />
Io un po’ lo fissavo, guardavo lui e guardavo quelle decine di medici che lo attorniavano, era letteralmente circondato da medici o da futuri medici, specializzandi o specializzati, medici strutturati e pure qualche professore, a un certo punto è pure passato un primario di non so che, tutti gli hanno detto deferenti “Buongiorno professore”, qualcuno gli ha allungato le paste, lui ha fatto un gesto gentile di rifiuto e ha tirato dritto, si muoveva come se fosse indaffaratissimo.<br />
Io mi vergogno molto e chiedo scusa a chi leggerà questo testo e sa di chi sto parlando, chiedo scusa a chi conosce le persone di cui racconto o si riconosce, ma non riesco a trovare un altro modo di dire che non sia questo: era come se quell’uomo fosse <em>un topo in mezzo ai gatti</em>, mi chiedevo ossessivamente come doveva sentirsi a stare così immerso tra medici, quei medici che rappresentavano con indiscutibile precisione la categoria professionale che lo aveva ucciso; certo, non i responsabili <em>diretti </em>della sua morte, ma qualcosa che a quello molto, moltissimo si avvicinava. E mi chiedo, adesso, se avrà detto qualcosa a sua figlia. Quando l’ha abbracciata, e stretta forte – forte per quel che poteva -, quando l’ha baciata con gli occhi tutti pieni di felicità – ché io in quegli occhi, mentre in quel corridoio un poco lo scrutavo, non vedevo altro che la felicità &#8211;  le ha detto qualcosa riguardo alla sua condizione? Qualcosa come “Sono contento, perché da oggi, con te, quello che è successo a me non potrà più succedere a nessun altro”? Oppure non c’era proprio niente da dire, visto che tutto stava già nei fatti, nei corpi, negli occhi, non c’erano più furie da placare, non c’erano offese da vendicare, ma solo la pressione della felicità a cui, per un lunghissimo minuto d’amore tra un padre morente e una figlia, asservirsi?</p>
<p>Quando ci siamo congedati ci siamo sorrisi, io gli ho fatto i complimenti per Giuliana, lui continuava a mangiarsi la figlia con gli occhi; gli ho stretto la mano e ho detto “Piacere di averla conosciuta”, prima che quella coniugazione all’infinito passato, di cui mi sono reso conto con un atroce secondo di ritardo, mi azzannasse in un punto imprecisato dietro la nuca.</p>
<p>(Sono a casa. D. ha raggiunto Giuliana in clinica, ora è con lei. Tentiamo di comunicare coi telefonini, ma la linea è disturbatissima, non c’è campo. D. riesce a mandarmi un sms: “Sono contenta di essere qui, è ancora vivo e solo questo conta”.<br />
In questi giorni sto leggendo Piovene. <em>Le Furie</em>: “<em>Ci dicono che i romanzieri hanno sempre inventato, trasferito, innestato, mescolato, impastato, essendo piccoli demiurghi. Ma forse romanzieri di quella specie non sono possibili oggi, e non credo che verranno più. Con la mia ostinazione, col mio amore per gli accadimenti sordi in cui ciò che nasce da noi diventa un fatto naturale che si subisce, sono sempre stato una cavia, ho sempre sperimentato in me i limiti del possibile e quello che è diventato impossibile. E so che ormai il bisogno di verità brucia tutto, e fa parere un’impostura anche la finzione che un tempo pareva innocente e incantevole (…). Il bisogno di verità, quando si insedia in noi, somiglia al fuoco ma anche al cancro (…) La bugia è insopportabile, la verità non meno; la nostra sorte, a differenza di tanti uomini di ieri, è tentare di sostenerla senza morire</em>”).</p>
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		<title>&#8220;Un perfetto Cavaliere combatte perfino dall’aldilà&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Jul 2011 13:49:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[allenamento]]></category>
		<category><![CDATA[Anders Breivik]]></category>
		<category><![CDATA[memoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Norvegia]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli uomini che si fanno carini/ per venire a ammazzarti Aldo Nove di Anders Behring Breivik Prima di prendere parte alla resistenza armata contro l’establishment culturale marxista-multiculturalista, devi dedicarti a un periodo di vera e propria evoluzione fisica per diventare un Cavaliere Supremo. In quanto tale, la battaglia richiede determinazione, coraggio e una condizione fisica [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/beach_jogging.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/beach_jogging-300x190.jpg" alt="" title="beach_jogging" width="300" height="190" class="alignleft size-medium wp-image-39639" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/beach_jogging-300x190.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/07/beach_jogging.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><em></p>
<p>Gli uomini che si fanno carini/ per venire a ammazzarti</p>
<p>                                                            <strong>Aldo Nove</strong></em></p>
<p>di <strong>Anders Behring Breivik</strong></p>
<p>Prima di prendere parte alla resistenza armata contro l’establishment culturale marxista-multiculturalista, devi dedicarti a un periodo di vera e propria evoluzione fisica per diventare un Cavaliere Supremo. In quanto tale, la battaglia richiede determinazione, coraggio e una condizione fisica ottimale. A qualcuno potrà sembrare trascurabile, ma per altri potrebbe invece rivelarsi una sfida quasi insormontabile.<br />
Per quel che mi riguarda, ho dovuto superare molti ostacoli dovuti al fatto che il mio corpo era a un livello veramente preoccupante, dopo più di dieci anni di completa inattività fisica  passati a lavorare in ufficio. Tuttavia, un intenso programma di allenamento combinato con l’utilizzo di integratori proteici, Winstrol e Stack mi hanno consentito di raggiungere una condizione superba in meno di quattro mesi.<br />
<span id="more-39638"></span></p>
<p>Ecco come puoi superare gli ostacoli:</p>
<p>Inizia a allenarti almeno quattro mesi prima della missione. Il modo più logico è di iscriverti in palestra. Devi raggiungere il tuo peso forma (se necessario dimagrendo), tenendo conto del fatto che ti toccherà trasportare più di 40 kg di equipaggiamento (corazza, armi ecc.). Predisponi una scheda d’allenamento: 2 o 3 giorni di allenamento coi pesi e 2 o 3 giorni di corsa o spinning. Iscriversi a un corso di spinning di 40 minuti è una soluzione eccellente, considerata la carica che ti darà l’allenatore di sala. Puoi anche pensare a un po’ di jogging con una zavorra di 40 kg. Puoi costruirti una tuta zavorrata imbottendo un giubbino con i pesi (o con degli oggetti pesanti nelle tasche e un tubo di metallo – dello stesso peso di un fucile d’assalto – tra le mani). Avrai un aspetto veramente ridicolo, ma è una eccellente simulazione.</p>
<p>Un buon programma di allenamento abbinato a una dieta è la ricetta per raggiungere i risultati sperati. Dovrai prendere seriamente in considerazione la possibilità di usare degli steroidi. C’è molta ignoranza legata all’uso degli steroidi, ma si tratta nei fatti del miglior modo di affrontare la questione. Non tutti sono così motivati da seguire un faticoso programma di allenamento. L’uso di stimolanti può aumentare non solo la tua motivazione, ma anche agilità, forza, resistenza e durata del 200% (dipende dal tuo attuale stato). </p>
<p>[<a href="http://media2.corriere.it/corriere/content/2011/pdf/2083-Declaration-Independence.pdf">Qui </a>il documento completo]</p>
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		<title>Per chi svuota la campana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 07:40:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Marcello Anselmo]]></category>
		<category><![CDATA[Napoli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marcello Anselmo I blattoidei sono un ordine di insetti comunemente noti come blatte, scarafaggi o faluche. L’ordine comprende oltre quattromila specie, divise in sei famiglie. Si annidano nella notte, in posti umidi, si cibano di sostanze derivate dai nostri alimenti, generalmente quelli scartati che vanno a comporre l’umido, qualità della mondezza al centro di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Rifiuti-Napoli.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Rifiuti-Napoli-300x200.jpg" alt="" title="Rifiuti Napoli" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-39350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Rifiuti-Napoli-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/Rifiuti-Napoli.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Marcello Anselmo</strong></p>
<p>I blattoidei sono un ordine di insetti comunemente noti come blatte, scarafaggi o faluche. L’ordine comprende oltre quattromila specie, divise in sei famiglie. Si annidano nella notte, in posti umidi, si cibano di sostanze derivate dai nostri alimenti, generalmente quelli scartati che vanno a comporre l’umido, qualità della mondezza al centro di recenti attenzioni.<br />
Sono due notti che gruppi guardinghi di questi insetti corazzati convergono nel vico d’Afflitto, una delle “microarterie” che dai Quartieri Spagnoli sfociano in via Toledo, il salotto buono della città.<br />
<span id="more-39349"></span></p>
<p> L’eco della musica tecno che ha accompagnato l’inaugurazione del nuovo megastore Alcott, si è appena spenta quando un brontolio metallico si appropria della quiete della notte. Figure scure con mascherine sul viso e tute bianche a protezione degli indumenti trascinano dai vicoli cassonetti, carriole, teloni pieni di sacchetti, materiale edilizio, scarti, mondezza. La riversano all’incrocio tra via Santa Brigida e via Toledo, formano una collinetta di detriti della società dei consumi. L’odore è nauseabondo, il timore è che tutta quest’empietà stipata da giorni nei vicoli stretti, diventi un rogo carico di incognite.<br />
I ratti sopraggiungono eccitati, squittiscono aspettando che il trambusto si plachi pregustando un fiero pasto alla luce dei lampioni. Nel cielo opaco di nuvole afose i gabbiani girano in tondo: finalmente non hanno più bisogno di spingersi nell’entroterra per trovare cibo ammonticchiato a buon mercato, possono rimanere nei pressi dei loro nidi del molo San Vincenzo o sulla scogliera del Beverello e poi allontanarsi di poco per beccare i residui di una civiltà che non capiscono. Ghignano con il becco diventato meno acuminato a furia di lacerare plastica.<br />
Sono giorni che i Quartieri Spagnoli sono ammorbati da miasmi provenienti dal percolato di tonnellate di immondizia non raccolta. Cumuli ostruiscono le strade, rendono impossibile la quotidianità di un popolo neanche più offeso ma assuefatto alla subalternità. Un agglomerato sociale immobile incapace di affermare istanze, appagato dal flusso irregolare di denaro che caratterizza l’economia informale e paracriminale della zona, pronto a seguire, per pochi spiccioli, il capopopolo di turno. Sono parte di quella metà di Napoli che non ha votato per LDM, anzi non ha votato per niente. Eppure ora, da due notti, trasportano mondezza, sudano spingendo carichi immondi, maneggiano pale, accatastano rifiuti tra la sede centrale del Banco di Napoli e il teatro San Carlo. Non è una rivolta, è una forma di esasperazione ben temperata da chi questo gioco lo conosce davvero. Mariano ha esperienza, dirige la raccolta della rivolta, indirizza gli adolescenti eccitati nel formare la barricata di mondezza. Valuta il peso dei carichi, distribuisce i ruoli: chi raccoglie, chi sposta e così via. È stato netturbino per ben due società che hanno lavorato per anni con l’Asia (la società comunale che gestisce la raccolta dei rifiuti a Napoli) in seguito allontanate perché prive di certificato antimafia. Adesso è arrabbiato, incazzato nero perché “per lo meno prima i Quartieri restavano puliti”. Erano gli altri a subire le conseguenze di un sistema malato, inefficace. Adesso è il momento di far sentire la propria voce, di far rimuovere quei cumuli che per anni si sono visti solo in televisione, ci pensavano loro (chi?) a tener puliti i vicoli.<br />
Questa crisi del giugno 2011 è una crisi di tipo nuovo, colpisce indiscriminatamente centro e periferia, nessuno ha garanzie, nessuno ha progetti, l’elastico è slabbrato: chi contestava ora è al potere e scopre che arginare una metastasi è compito di Sisifo mentre vaiasse e scugnizzi da operetta diventano i paladini di una rivolta che non c’è. Trasportare l’immondizia dai vicoli al centro seppellisce la contraddizione, il centro è già saturo, ora il problema è dell’intera città, e forse proprio perché l’amministrazione appena eletta ha azzerato le mediazioni prima di aver stretto nuovi sodalizi. Nelle fogne l’immondizia è sopravvivenza, crea reddito, consenso, clientele. La Saittella porta finalmente la propria escrescenza alla suppurazione.<br />
Il rumore dei cassonetti rimbomba tra gli edifici mentre scivolano veloci lanciati dai vicoli alti dei Quartieri, inciampano e si rovesciano sul corso principale di questo paese metropolitano che è diventata la città. All’arrivo di un paio di volanti, le squadrette organizzate si dileguano rinunziando a uno scontro che le stesse guardie temono. La rivolta non è rivolta. La polizia arriva con i militari, dà un’occhiata e scompare. Dai balconi la gente esulta coprendosi la bocca con fazzoletti incapaci di trattenere il fetore. «Abbiamo liberato i Quartieri!», «Venitevi a prendere la monnezza», sono le frasi smozzicate che si sentono tra i tonfi e i rumori sordi. Gli scooter non smettono di circolare, dall’alto sembrano blatte impazzite da tanta abbondanza, è un sogno di motocross metropolitano in cui si corre su un fango artificiale, si schizza percolato, qualcuno – temerario – inizia a lanciare bottiglie di vetro contro i negozi. Ma si ferma subito, la gente censura: perché attaccare la proprietà? Qui non è in gioco un territorio, qui non ci sarà mai una discarica. Qui domina un tipo di esasperazione controllata, sterile, se non per pochi metri quadri di metropoli.<br />
La seconda notte di rivolta inesistente vede già gli sciacalli dello spettacolo piombare con macchine fotografiche, cineprese, cronisti solerti che domani saranno altrove. Chi prende in cura le anime corrose che producono quest’immondizia indifferenziata senza domandarsi perché accade tutto ciò? Chi avrà cura di quegli edili che lavorano a nero in appartamenti abbarbicati in edifici secolari privi di ogni garanzia, che a fine giornata abbandonano scarti di lavorazione accanto a verdura avariata e scatoloni di cartone? Chi proteggerà la salute di giovani donne che per otto ore l’indomani lavoreranno in una conceria improvvisata ospitata da un sottoscala insalubre? Chi potrà offrire risposte a giovani uomini che per poche ore della notte scateneranno la propria rabbia contro i rifiuti da loro stessi creati?<br />
Infine, pigri, arrivano i mezzi dell’Asia, bobcat, autocompattatori, si affrettano a liberare la carreggiata dai rifiuti, magari spostandoli un po’ più in là. All’emergenza si risponde con l’emergenza: niente da dire. Vince sempre chi alza più la voce. Adesso la merda diventa competenza della Provincia, la Celere sarà spedita altrove, in quei luoghi dove l’immondizia è destinata a riposare e putrefare. All’alba i gabbiani calano in picchiata, lottano con i ratti che danno vita una danza fatta di scatti, quasi immobile. Quel ronzio che si sente in sottofondo è il frinire delle blatte che rosicchiano felici ciò che resta della dignità. La luna opaca di mezza estate riflette sui ghigni dei gabbiani sempre più lontani dal mare del golfo. <em>Suerte</em>.</p>
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		<title>Un&#8217;altra Galassia &#8211; Festa del libro e degli scrittori a Napoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 May 2011 09:25:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[“Un’Altra Galassia – Napoli Sotterranea” nasce dalla volontà di un collettivo di scrittori e giornalisti, supportati da un imprenditore locale, per ridare alla città di Napoli una festa del libro. Una festa della città per restituire la letteratura alla città. Assolutamente indipendente: organizzata senza alcun tipo di patrocinio e finanziamento pubblico. Quattro scrittori (Rossella Milone, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/galassia-1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/galassia-1-300x220.jpg" alt="" title="galassia 1" width="300" height="220" class="alignleft size-medium wp-image-39043" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/galassia-1-300x220.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/galassia-1-1024x752.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/galassia-1.jpg 1570w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>“Un’Altra Galassia – Napoli Sotterranea” nasce dalla volontà di un collettivo di scrittori e giornalisti, supportati da un imprenditore locale, per ridare alla città di Napoli una festa del libro. </p>
<p>Una festa della città per restituire la letteratura alla città. Assolutamente indipendente: organizzata senza alcun tipo di patrocinio e finanziamento pubblico. </p>
<p>Quattro scrittori (Rossella Milone, Valeria Parrella, Piero Sorrentino e Massimiliano Virgilio), due giornalisti (Pier Luigi Razzano e Francesco Raiola) e il presidente di <em>Napoli Sotterranea</em> (lo speleologo Enzo Albertini) hanno pensato a una festa di tre giorni che si svilupperà nel centro di Napoli, lungo il Decumano superiore: da Port’Alba a Piazza San Gaetano, con la collaborazione delle librerie napoletane. <span id="more-39042"></span></p>
<p>“Un’Altra Galassia – Napoli Sotterranea” vuole restituire alla città, e ai suoi luoghi, la sua vocazione culturale. Gli incontri con gli autori si terranno in luoghi speciali del centro storico, tra cui il sagrato e il chiostro della chiesa di san Paolo Maggiore e gli spazi della Napoli Sotterranea. </p>
<p>I tre giorni di festa si terranno dal 3 al 5 giugno 2011: un <em>week end</em> dedicato alla letteratura con scrittori stranieri e italiani.</p>
<p>Caratteristica fondamentale di “Un’Altra Galassia” è la totale gratuità degli eventi e dei laboratori, prevedendo tra l&#8217;altro sconti per l’acquisto di libri presso le libreria convenzionate che espongono il logo della manifestazione.</p>
<p>Il logo di &#8220;Un&#8217;altra Galassia&#8221; è di Anna e Rosaria Corcione.</p>
<p>Tutte le informazioni sono su <a href="http://www.unaltragalassia.it">www.unaltragalassia.it</a></p>
<p><strong>PROGRAMMA<br />
</strong></p>
<p><em>Venerdì 3 giugno 2011</em></p>
<p>ore 17  Sagrato di San Paolo Maggiore</p>
<p>Reading di scrittori da <strong>Tommaso Landolfi </strong>(leggono: Diego De Silva, Rossella Milone,Valeria Parrella, Piero Sorrentino, Massimiliano Virgilio) </p>
<p>Ore 18, 30 Chiostro Grande di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Incontro con <strong>Letizia Muratori </strong>(modera Rossella Milone)</p>
<p>Ore 21  Sagrato di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Concerto “Ballads”, un concerto di <strong>Francesco Di Bella</strong> (24 Grana) e <strong>Alfonso ‘Fofò’ Bruno</strong></p>
<p><em>Sabato 4 giugno 2011</em></p>
<p>Ore 11  Antico Refettorio di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Lezione di poesia di <strong>Valerio Magrelli</strong> </p>
<p>Ore 16,45 Sagrato di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Reading di <strong>Ascanio Celestini</strong></p>
<p>Ore 18,45 Chiostro Grande di San Paolo Maggiore</p>
<p>•	Incontro con <strong>Ricardo Menéndez Salmòn</strong> (modera Maurizio Braucci)</p>
<p>Ore 21 Napoli Sotterranea</p>
<p>•	Seduta Spiritica. <strong>Giuseppe Montesano</strong> evoca <strong>Charles Baudelaire</strong>: l&#8217;autorevole studioso del grande autore farà da <em>medium </em>rispondendo per lui alle domande dei lettori.</p>
<p>Ore 22,30 Napoli Sotterranea</p>
<p>•	Seduta Spiritica. <strong>Matteo Codignola</strong> evoca <strong>Mordecai Richler:</strong> il traduttore &#8211; nonché amico personale &#8211; dell’ autore canadese farà da <em>medium </em>rispondendo per lui alle domande dei lettori.</p>
<p><em>Domenica 5 giugno 2011</em></p>
<p>Ore 12,30 Antico Refettorio</p>
<p>•	Incontro con <strong>Mauro Covacich </strong>(modera Lorenzo Pavolini)</p>
<p>Ore 17 Chiostro Grande</p>
<p>•	50 anni di <em>Ferito a morte:</em> incontro con <strong>Raffaele La Capria</strong> (modera Silvio Perrella)</p>
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		<title>Il Cavaliere e la morte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 10:15:59 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Arminio]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Arminio Berlusconi ha paura di morire. Questa paura è comune a tutti gli uomini, ma in Italia, cuore del cattolicesimo, che ha alimentato la sua potenza giocando tutto sul memento mori, il timore della morte è assai più potente. Accumulare potere e ricchezze è un tentativo come un altro di esorcizzare la morte. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/cavallo-scacchi.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/cavallo-scacchi-233x300.jpg" alt="" title="cavallo scacchi" width="233" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-37880" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/cavallo-scacchi-233x300.jpg 233w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/cavallo-scacchi.jpg 311w" sizes="auto, (max-width: 233px) 100vw, 233px" /></a></p>
<p>di <strong>Franco Arminio</strong></p>
<p><strong>Berlusconi </strong>ha paura di morire. Questa paura è comune a tutti gli uomini, ma in Italia, cuore del cattolicesimo, che ha alimentato la sua potenza giocando tutto sul memento mori, il timore della morte è assai più potente.<br />
Accumulare potere e ricchezze è un tentativo come un altro di esorcizzare la morte. Un tentativo penoso e vano, mano a mano che si invecchia, che ci si avvicina al traguardo finale L’accumulare ricchezza e potere altro non è se non un segno di questo pensiero costante che accompagna Berlusconi.<br />
<span id="more-37879"></span><br />
Le pantomime oscene sulla sessualità del Cavaliere che riempiono le prime pagine dei quotidiani non sono altro che il tentativo di un uomo ormai vecchio di distrarsi dall’idea della morte. La sua è una sessualità a cartoni animati, è una proliferazione di figure disegnate dalla matita della fine.<br />
L’ironia e l’indignazione sulle depravazioni del capo indicano anche il rapporto irrisolto che gran parte degli italiani hanno con il sesso. Si può dire che il sesso e la morte sono due grandi questioni irrisolte dell’italietta laida e fascista di cui il Cavaliere è l’ultima metamorfosi.<br />
La vicenda di questi mesi non è solo materia per magistrati e neppure per beghe politiche. Il teorema è questo: Berlusconi è governato dalla morte, Berlusconi governa l’Italia, l’Italia è governata dalla morte.<br />
Se vogliamo che nella nostra nazione torni a spirare qualche vento di lietezza, dobbiamo deciderci a sgombrare questo enorme cadavere che tutti insieme formiamo e di cui il Cavaliere è il cuore. Non si può pensare che siamo di fronte a un depravato da rieducare. Non siamo al collasso morale di una sola persona, ma a quello di gran parte della nazione.<br />
Il problema della morte non è solo il problema del Cavaliere. In questo senso lui non è nostro nemico, ma nostro fratello. Bisogna bonificare lo spirito nazionale da queste pozze putride prodotte dal secolare potere di una chiesa che ha messo nella nostra testa l’idea che ci aspetta l’inferno se non diventiamo suoi seguaci.<br />
Berlusconi non lo si sconfigge con la conta in Parlamento ma con una spietata radiografia del nostro spirito, una radiografia che sappia individuare la metastasi narcisistica prodotta proprio da una crescente paura della morte, che può essere considerata come paura della vita, una vita sempre più sigillata in piccole confezioni usa e getta.<br />
Da tempo credo che la morte non sia più un evento, una cosa che tocca gli animi. C’è stato un momento in cui era qualcosa che veniva nella vita come una faina arrivava nel pollaio. Si può pensare che questa faina abbia stampato la sua zampa su ogni tipo di religione. Adesso la morte ha cambiato faccia, è diventata l’aria che si respira, la scena madre della vita, il riassunto delle nostre giornate. È sempre bene in vista, è sempre ben esposta contro l’amore, contro la politica vera, contro i nostri slanci più sinceri. È usata come deterrente per non vivere, per dire di no a ciò di cui potremmo gioire e da cui, invece, ci nascondiamo. Si mette in mezzo tra l’anima e il corpo e ci scinde. Si mette in mezzo tra noi e gli altri e ci divide.<br />
Non è facile dire come e quando sia avvenuta questa mutazione della morte da evento che irrompe a realtà che ristagna. Pensate a una nebbiolina che avvolge la nostra società, pensate a una nebulizzazione dell’evento traumatico e unico della fine in vapore sospeso intorno ad ogni minuto della nostra vita: tutta la rete di comunicazione di cui siamo poveri tralicci sembra che agisca solo per diffondere il senso della fine. La morte non viene dopo l’ultimo respiro, ma sembra essere il legame tra un respiro e l’altro. Non viene pavesianamente a prendere i nostri occhi, ma da tempo li apre e li chiude a suo piacimento ogni giorno. Sempre più spesso guardiamo dal balcone della morte, vediamo il mondo come se già fossimo fuori di esso. È una situazione profondamente nuova. È una condizione che dovrebbe farci leggere l’esperienza di ognuno e di tutti come un’esperienza straordinaria. E invece ragioniamo come se fossimo sempre nello stesso mondo, nella stessa psiche, nello stesso corpo. In un certo senso e per la prima volta non siamo nella vita come un’esperienza continua interrotta dalla morte, ma siamo nella morte come un’esperienza continua interrotta raramente dalla vita.</p>
<p>(pubblicato su <em>Il Manifesto</em>)</p>
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		<title>Nuovo cinema paraculo/Hereafter</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Jan 2011 10:42:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Clint Eastwood]]></category>
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					<description><![CDATA[di Piero Sorrentino Va bene, la scena di apertura è bella. Il risveglio nella stanza d’albergo, il sole, le biciclette per le strade, la passeggiata indolente per il mercatino, i mucchietti di collanine e pietre colorate esposte sui banchi. E poi, di colpo, incomprensibile, immotivata, la Tragedia, lo tsunami, l’acqua risucchiata da una forza invisibile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/hereafter-movie.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/hereafter-movie-300x221.jpg" alt="" title="hereafter movie" width="300" height="221" class="alignleft size-medium wp-image-37753" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/hereafter-movie-300x221.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/hereafter-movie.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>Va bene, la scena di apertura è bella. Il risveglio nella stanza d’albergo, il sole, le biciclette per le strade, la passeggiata indolente per il mercatino,  i mucchietti di collanine e pietre colorate esposte sui banchi. E poi, di colpo, incomprensibile, immotivata, la Tragedia, lo tsunami, l’acqua risucchiata da una forza invisibile e poi scagliata contro i palazzi, le persone travolte e annegate, le macchine che si trasformano in proiettili impazziti, la distruzione, la morte. Ma, insomma, per il nuovo film di <strong>Clint Eastwood</strong> ci dobbiamo stracciare le vesti – ancora una volta – soltanto per <em>questo</em>?<br />
<span id="more-37752"></span></p>
<p>Tutti quelli che applaudono Eastwood per <em>Hereafter </em>– e, prima, lo hanno applaudito per <em>Invictus </em>– per una gran parte, danno l’impressione di quelli che fanno qualcosa perché pensano che si debba  farla. Nessuno sembra capire che per preservare la bellezza di un film come <em>Gran Torino</em> si dovrebbe invece iniziare a dire che gli ultimi lavori del regista americano sono abbastanza penosi, anche se questa pacata proposta può facilmente provocare reazioni violente perché al dogma <em>Clint Eastwood Fa Capolavori (A Prescindere)</em> molti sono pateticamente incollati. A parlare male di Eastwood c’è tutto questo immediato inarcare di sopracciglia dell’interlocutore, questo incremento di espressioni offese, queste serate-con-birra- tra- amici che si trasformano in psicodrammi galoppanti nutriti da una cordiale solidarietà nella voglia di buttare all’aria il tavolo e far scattare la rissa. Eastwood è un intoccabile, anche se realizza filmetti noiosi come <em>Hereafter</em>, dove dopo un’ora e cinque già cominci a illuminare il display del cellulare (in modalità silenzioso, ovviamente) per vedere che ore sono; in cui le tre linee narrative – quella dei gemelli, della giornalista francese e dell’ex medium Matt Damon – partono magari pure bene, ma poi si agitano penosamente senza costrutto, senza un filo capace di renderle parte di un contesto che non si risolva nella ridicola trovatina della fiera del libro; dove compare il personaggio di un cuoco italiano, naturalmente coi baffi, che sembra ritagliato paro paro dallo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=HsHs_U9zcik">chef Luigi</a> dei Simpson,  e schiaffato in una sequenza rubata all’indimenticato <em>Lezioni di cioccolato</em> con <strong>Luca Argentero</strong> e <strong>Violante Placido</strong>; in cui i Gemellini Sfortunati E Teneri, parlando della loro mamma, manifestamente zoccola, alcolizzata e strafatta, passano le informazioni allo spettatore con dialoghi del tipo: “Ce la farà la mamma, stavolta, a uscire dal terribile tunnel dell’alcol?” “Non lo so, sono tre anni che prova a disintossicarsi senza successo, ma noi dobbiamo starle vicino e aiutarla nel suo processo, in fondo è buona e ci vuole tanto bene” (e dire che c’è stato pure qualcuno che s’è commosso, in sala, quando Quello Col Cappellino è stato messo sotto dal furgoncino); dove <strong>Matt Damon</strong> – che ovviamente s’è beccato i superpoteri da medium dopo un’operazione complicata che lo ha quasi accoppato – in una scena dell’agognato finale sta facendo una cosa manifestamente stupida e, mentre cammina, a un certo punto si ferma, quasi guarda dritto in macchina e, giuro, dice: “Devo essere proprio impazzito, sto facendo una cosa molto stupida!” (e prima aveva ovviamente fatto al fratello arraffone il discorsetto “Questo Del Parlare Coi Morti Non È Un Dono Ma Una Maledizione”) ; un film in cui – vado a memoria, magari qualche altra disgrazia me la scordo – capitano, nell’ordine: lo tsunami in Asia, un investimento mortale di un pedone minorenne, gli attentati con morti e feriti nella metropolitana di Londra, una bambina violentata da suo papà, una encefalomielite quasi mortale; in cui a farla drammaturgicamente da padrona per TUTTO il film è quella trovatina da ultimissima spiaggia narrativa che gli sceneggiatori chiamano il “Guardacaso”; e dove, alla miliardesima scena in cui sei costretto a guardare le ombre scure dei morti che si agitano nell’aldilà, hai un profondo desiderio di stare pure tu da quella parte, finalmente in pace, lontano da Clint. </p>
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		<title>L&#8217;ultimo viaggio di Seneca</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 17:04:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[De Ira viaggio all'Averno]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Saponaro]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Anneo Seneca]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Saponaro (da Lucio Anneo Seneca) Ho conosciuto uomini potenti, ricchi, molto influenti e fortunati. Ho visto oppressori di deboli, rapitori, calunniatori, scacciare dalle loro case i vicini, altri sconfinare violentemente dai loro confini. A volte mi chiedo se anche Dio vede tutto questo. Tutti questi uomini si circondano di beni illusori, ingannando i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/DSC_0074.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/DSC_0074-300x200.jpg" alt="" title="DSC_0074" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-37528" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/DSC_0074-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/DSC_0074.jpg 495w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Francesco Saponaro</strong> (da Lucio Anneo Seneca)</p>
<p>Ho conosciuto uomini potenti, ricchi, molto influenti e fortunati. Ho visto oppressori di deboli, rapitori, calunniatori, scacciare dalle loro case i vicini, altri sconfinare violentemente dai loro confini. A volte mi chiedo se anche Dio vede tutto questo.<br />
Tutti questi uomini si circondano di beni illusori, ingannando i loro spiriti vuoti con la promessa di un lungo sogno; si coprono d’oro, d’argento, d’avorio e brillano impettiti, come fiaccole al vento, a far mostra di sé. Bevono in coppe gemmate e vomitano tutto quanto hanno bevuto, ruminando tristi la propria bile. Sono ben curati in superficie, come le pareti delle loro case; ma è solo apparenza, una patina esterna, e per di più sottile. Sembrano felici, ma se si guardano più da vicino sono meschini, volgari, turpi; dentro non hanno nulla di buono.<br />
S’ingozzano di ogni ben di Dio. Posseduti dalla follia impazzano fra le risate. Rallegrano le orecchie con feste e baccanali, gli occhi con spettacoli, il palato con buoni sapori. Le loro belle case li rendono arroganti. Lodano l’eloquenza, si inchinano davanti all’autorità, esaltano il potere. Giocano, oziosi, senza prevedere i rischi incombenti del destino. Vivono sotto la minaccia del rimorso e marciscono in mezzo ai beni materiali senza pensare a quanti accidenti pendono loro sul capo.<br />
<span id="more-37526"></span><br />
Dissipano patrimoni, rovinano gli amori nei postriboli, perdono il Senato, il Foro e tutti i luoghi dedicati alla pratica pubblica; occultano i registri dove la loro cupidigia, illusa, aveva vergato una falsa fonte di ricchezza; piangono, si lamentano.<br />
Impostori, percuotono cembali, gridano menzogne su ordinazione e venerano il vizio come una divinità e coloro che la professano come sacerdoti. Cambiano continuamente direzione; si fanno tormentare la coscienza dalla mutevolezza e dalla vanità dei desideri. Ondeggiano, scegliendo ora un oggetto ora un altro, lasciano ciò che hanno cercato, cercano di nuovo ciò che hanno appena abbandonato e in loro si alternano continuamente desiderio e rimpianto. Sono schiavi del giudizio altrui e apprezzano soltanto ciò che gode il favore della folla. Corrono, come le formiche, che vanno su e giù per gli alberi e salgono e poi discendono, senza motivo e senza una meta.<br />
Questi stolti, questi inquieti, ignorano il sommo bene, la fermezza di un animo nobile che non si spezza, che è insieme previdenza, grandezza, salute morale, libertà, armonia, bellezza.<br />
Davanti a questi conquistatori di città, le mura crollano, le torri sprofondano d’un tratto nei cunicoli e nelle gallerie sotterranee; ai loro ordini si alzano bastioni d’assedio per raggiungere i più alti baluardi; ma tutti questi uomini non hanno ancora trovato una macchina da guerra capace di scuotere un animo forte.<br />
Tra le spade scintillanti, in mezzo al tumulto dei soldati scatenati al saccheggio, tra le fiamme, il sangue e le macerie delle città distrutte, mentre i templi crollano con fragore sui loro dei, una via d’uscita da ogni dolore è sempre aperta.<br />
E allora cada pure ogni cosa sotto il potere di un despota, e le terre siano dominate dalle sue legioni e i mari dalle sue navi; vengano pure i soldati di Cesare ad assediare le mie porte; io so come uscirne: so aprirmi una strada verso la libertà.<br />
Non intendo più accettare alcuna costrizione. M’innalzerò al di sopra del tragico quotidiano, a guardare serenamente i dolori, le sventure, le ferite, le perdite e i grandi sconvolgimenti che mi circondano. Voglio arrivare là dove il sole risplende, è il destino a condurmi.<br />
L’armonioso movimento delle stelle, questo inalterabile moto dell’universo, della terra e dei mari; e gli astri, splendenti di luce propria, le piogge, le nuvole, lo scoppio violento dei fulmini, le fiamme lanciate dalle cime dei vulcani, le sorgenti di acqua calda in mezzo al mare, le nuove isole che spuntano nell’immenso oceano, i terremoti e tutti gli altri sconvolgimenti della terra, ebbene, tutti questi fenomeni, per quanto improvvisi, hanno tutti le loro cause, come le hanno quelli che, mostrandosi dove non ce li aspettiamo, sembrano un miracolo.<br />
Le cose umane non vanno più per il verso giusto. Sono vecchio, abbandonato; vedo attorno a me solo cose nemiche; eppure posso ben dire che tutti i miei beni sono salvi e senza danno; sono protetti da difese solide e inattaccabili, resistenti al fuoco e agli assalti, altissime, inespugnabili, elevate quanto le dimore degli dei e io conservo tutto, integro e intatto. La mia casa è piccola, silenziosa e modesta; e tuttavia, per questa soglia spalancata e libera, la sorte non passa: non c’è più posto per lei dove non c’è nulla di suo. Le sventure, i dolori, le umiliazioni, gli esili, i lutti, le separazioni, tutte queste cose – le ingiurie della sorte – non possono più travolgermi.<br />
Che la mia anima non si lasci più corrompere né dominare dalle cose terrene, ma ammiri solo se stessa, fidandosi solo del suo coraggio, artefice dell’unica via. Che la mia anima sieda giudice del lusso e delle vanità, perché non resti più nulla di turpe, nulla di equivoco, nulla in cui io possa urtare o cadere; sazia di tutto quello che suole dilettare i sensi si volga al passato e, ricordando i piaceri goduti, gioisca di quanto ha avuto e si avvii, al più presto, verso quello che sta per venire.<br />
Che la mia soluzione sia stabile, rapida, efficace e il mio principio incrollabile. Accetto la prova finale contro cui nulla possono nemmeno le leggi più dure e i tiranni più feroci. Accetto la prova finale e resto fermo, sicuro, come uno scoglio solitario di fronte al mare, che le onde flagellano da ogni parte senza riuscire a smuoverlo nonostante l’assalto dei secoli. Il mio spirito è pronto, mi lascio alle spalle la vita!<br />
E come in mare si allontanano i paesi e le città, così in questa corsa rapidissima del tempo mi lascio dietro la prima fanciullezza, l&#8217;adolescenza e poi tra giovinezza e vecchiaia quell&#8217;età che confina con entrambe e dopo, ancora, gli anni migliori dell’età senile; e ora, in ultimo, ecco l’approdo, il porto sicuro. Così come scelsi le navi quando mi toccò di andare per mare, e le case in cui vivere, ora scelgo la morte.<br />
Contro il mal di testa ricorrevo spesso a un salasso: aprivo una vena per diminuire la pressione del sangue. Non era necessario che io mi squarciassi il petto con una vasta ferita: era sufficiente un bisturi ad aprire la via: in fondo la mia serenità dipendeva da un piccolo taglio.<br />
Esca dunque la mia anima per quella strada che ha preso di slancio, avanzi decisa e spezzi le catene della sua schiavitù. Non importa morire presto o tardi, ma morire bene o male; perché morire bene significa sfuggire al pericolo di vivere male. È vergognoso vivere di rapina, morire di rapina, invece, è bellissimo. </p>
<p>(<em>dallo spettacolo De Ira, viaggio all’Averno. Versi Igor Esposito, ideazione e regia Francesco Saponaro, con Giovanni Ludeno (Nerone), Toni Servillo (voce di Seneca), Licia Maglietta (Sibilla), Peppino Mazzotta (Tenente). Produzione Teatri Uniti, Laila 2006. La foto è di Fabio Esposito</em>)</p>
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		<title>La letteratura sperata</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Nov 2010 09:30:32 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8864111476/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8864111476&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-37176" title="famedirealtà" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/famedirealtà-188x300.jpg" width="188" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/famedirealtà-188x300.jpg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/11/famedirealtà.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 188px) 100vw, 188px" /></a></p>
<p>di <strong>Emanuele Trevi</strong></p>
<p>Già il fatto che David Shields definisca «un manifesto» il suo <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8864111476/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8864111476&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Fame di realtà</em></a> (Fazi, prefazione di Stefano Salis, trad.di Marco Rossari, pp.264, euro 18,50) ci parla di uno stile di pensiero decisamente inconsueto, per non dire inattuale. A chi può mai rivolgersi, nel 2010, un manifesto? Il fatto è che la teoria letteraria di Shields chiama in causa i suoi lettori, li seleziona mentre procede. Dai manifesti delle vecchie avanguardie lo scrittore californiano, nato nel 1956, ha imparato a rivolgersi a una minoranza <em>come se</em> si trattasse, contro tutte le apparenze, di una moltitudine. Spazzando via d’un colpo, grazie alla sola energia del desiderio, il più triste dei prodotti dell’industria culturale: la rigida separazione dei ruoli, il Muro di Berlino che separa i produttori dai consumatori. «Non credo di essere l’unico», si legge per esempio a un certo punto, «che trova sempre più difficile leggere o scrivere romanzi».<br />
<span id="more-37175"></span><br />
Proprio questo è il punto: bisogna restituire al «leggere» e allo «scrivere» la loro salutare circolarità. Gli stessi disagi, e le stesse ambizioni. Shields non ha dubbi sul suo bersaglio: nell’Epoca dell’Egemonia del Romanzo, entrambe le funzioni perdono di senso, sono solo dei feticci rinsecchiti. Della perduta ricchezza, rimangono solo due prestazioni, asservite e speculari: la produzione di trame, e il loro consumo. I cosiddetti scrittori, nel clima asfittico e segretamente autoritario della <em>fiction</em>, muovono i loro pupazzi, più o meno abilmente. Ai cosidetti lettori, dall’altra parte del muro, non rimangono che le squallide prerogative dell’identificazione e il desiderio, ottuso e identico a se stesso come una coazione a ripetere, di vedere come andrà a finire. E la critica ? Basta aprire un giornale qualunque: la critica produce riassunti. Il suo massimo sforzo cognitivo consiste nel non rivelare qualcosa del finale, <em>guastando il piacere</em>. Al massimo grado del suo prestigio, il critico di oggi è il servo così sciocco e zelante da non avere mai bisogno dell’imbeccata del padrone. Facilmente gli verrà concesso di scriverlo anche lui, il suo romanzo.<br />
In questa terra desolata, di fronte allo spettacolo di una letteratura ridotta al fanalino di coda dei saperi umani, <em>Fame di realtà</em> è un bellissimo anticorpo, un dono inaspettato. Fatto più unico che raro, anche fra coloro che si ostinano a pensare con la propria testa, la sua forma non è inferiore all’ambizione delle idee. Il fatto è che Shields, teorico del collage e dell’appropriazione indebita di materiali eterogenei, non commette l’ingenuità di predicare cose che la sua lingua non potrebbe sostenere. I 618 paragrafi di cui si compone sono in massima parte delle citazioni, estrapolate da una selva di materiali eterogenei e, se occorre, opportunamente modificate. Solo le comprensibili preoccupazioni dell’ufficio legale della Random House hanno imposto a Shields di pubblicare in coda al libro un elenco dettagliato delle sue fonti. Così, per fare un esempio tra mille, quando leggiamo affermazioni come «il mio mezzo è la prosa, non il romanzo», il fatto che queste parole provengano da un’intervista a W.G.Sebald non dovrebbe possedere, nelle intenzioni dell’autore, la minima importanza. E’ vero anche il contrario: quando Shields esprime il suo punto di vista senza ricorrere a parole altrui, potremmo considerare ciò che leggiamo una specie di furto da se stesso, abilmente intarsiato con il resto. Se i procedimenti letterari si devono giudicare in base ai loro risultati, bisogna ammettere che Shields ha vinto la sua scommessa, e che è difficile, una volta accettate le regole del gioco, rimanere indifferenti a <em>Fame di realtà</em>, anche quando ci si trova in disaccordo su questo o quel punto. Ma non si comprenderebbe bene l’energia di persuasione di questo libro limitandosi a constatare che si tratta di un collage, o di un mosaico, di citazioni. L’altro fattore importante da considerare è che la scrittura critica di Shields è fortemente, contagiosamente <em>orientata</em>: se parte da un’insoddisfazione («la trama è roba per gente morta») è verso un futuro possibile che punta la bussola, senza indulgere (fatto molto meritorio) a nessuna elegia dei bei tempi andati. E con questo entriamo nel territorio più spinoso della proposta di Shields. Se «il genere è un carcere di massima sicurezza», infatti, esso possiede almeno il vantaggio d’essere definibile, di godere di regole tutto sommato stabili. Basta leggere il recente e fortunato libro di James Wood, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804605375/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804605375&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Come funzionano i romanzi</em></a>, e confrontarlo a <em>Fame di realtà</em> per capire, fin dai soli titoli, quanto sia difficile costruire una teoria senza potersi avvalere di un affidabile repertorio di esempi – ovvero di un’idea molto pragmatica ma efficace di tradizione. Wood pesca i suoi precetti da un numero nutrito di grandi capolavori, che sono ovviamente diversi l’uno dall’altro, ma che contengono suggerimenti validi per tutti. Shields, dal canto suo, elenca dei libri che gli piacciono, ma che incarnano un’idea della letteratura sostanzialmente irripetibile. Gli stessi concetti di <em>memoir</em> e <em>non-fiction</em>, con il loro implicito principio di indeterminazione, più che creare dei criteri di leggibilità, intorbidano ancora di più le acque. Rimane il fatto che la lettura di Wood è deprimente, come in genere lo sono i programmi dei corsi di scrittura, mentre quella di Shields è elettrizzante. Ciò che vale davvero la pena di desiderare, è sempre ciò di cui non riusciamo a nutrire un’idea ben precisa. Come principio generale, può anche valere che «l’assenza della trama lascia al lettore l’agio per pensare ad altro». Ma bisogna subito aggiungere che lo stesso titolo scelto da Shields per il suo libro potrebbe essere foriero di equivoci. <em>Reality Hunger</em> non vuole affatto tessere l’apologia del <em>memoir </em>spacciato per verità oggettiva in forma di scrittura. Intanto, bisogna sempre ricordare che la memoria non è più affidabile di un autore di <em>fiction </em>esperto delle più sottili tecniche di mistificazione. La cosiddetta autenticità dell’esperienza è una merce, o ancora peggio, come sa chi ricorda l’indegno caso di J.T.Leroy, un valore aggiunto che rende appetibile una merce scadente. A Shields interessa tutto il contrario: una relazione fra il vero e il falso che non sia reciprocamente esclusiva, e che permetta al narratore di destreggiarsi come meglio sa all’interno di questi due poli. Figlia illegittima della confessione e della menzogna, la «rappresentazione del reale» è una cosa ben diversa dall’inafferrabile realtà. Appartiene di diritto alla letteratura, perché implica una soggettività integrale che non nasconde il suo lavoro e nemmeno i suoi fallimenti in nome del prodotto finito. E’ un’esplorazione di sé e del mondo, tipica del saggista e del poeta, che non ricava nessuna utilità dall’«impalcatura fittizia» della trama, del luogo, della scena e dei personaggi. Con tutta la passione di un artista che preferisce mille fallimenti a una strada già battuta («il solito monnezzone da quattrocento pagine») Shields punta tutte le carte sulla possibilità di «trascendere l’artificio». L’opera che ha in mente non ha nome (si potrà solo parlare, come il Pasolini di <em>Petrolio</em>, di «qualcosa di scritto») e la sua forma coincide con il suo divenire, è un sentiero che si percorre camminando nel buio. Come un tempo certe opere di Barthes, <em>Fame di realtà</em> è un libro di critica che si legge con emozione, che costringe a rimettersi in gioco. Il suo vero oggetto non è né un genere di scrittura né un certo numero di libri esemplari. E’ soprattutto una letteratura <em>sperata</em>, quella di Shields: ancora da leggere, ancora da scrivere.</p>
<p>(<em>Pubblicato su Alias-Latalpalibri</em>)</p>
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		<title>La risposta? Non è nei buchi</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 06:52:25 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Anna Fava</strong></p>
<p>Terzigno, Serre, Giugliano. E&#8217; nei buchi che si continua a cercare una via d&#8217;uscita. In modo del tutto irrazionale: già nel 2005 la Corte dei Conti criticò aspramente la struttura commissariale, gestita per anni in simbiosi con la Protezione civile, per non aver incentivato in alcun modo la raccolta differenziata, stabilendo arbitrariamente che la risoluzione dell&#8217;emergenza rifiuti dovesse limitarsi alla realizzazione e alla gestione dell&#8217;impiantistica finale e non nella riduzione a monte del flusso di rifiuti da trattare attraverso la raccolta differenziata. Se infatti la raccolta differenziata fosse potenziata ed estesa in modo sistematico a tutti i Comuni, organizzando una raccolta differenziata porta a porta per tutti i cittadini, con una accurata separazione dei materiali da avviare alla filiera del riciclo e del recupero della materia, in breve tempo non solo la Campania riemergerebbe dallo stato di degrado attuale ma si animerebbe un&#8217;economia sana, compatibile con la vocazione agricola del territorio e con l&#8217;elevata densità abitativa di molti Comuni.<br />
<span id="more-37048"></span><br />
 Ci sono fondate ragioni per affermare che la scelta &#8211; arbitraria e priva di alcun fondamento tecnico-scientifico &#8211; di ostinarsi a risolvere l&#8217;emergenza con le discariche e con la costruzione di costosi impianti di incenerimento, recentemente condannati dall&#8217;oncologo francese <strong>Dominique Bellpome</strong> come &#8220;crimine contro l&#8217;umanità&#8221; a causa dell&#8217;inquinamento chimico da essi provocato, sia in realtà orientata da interessi economici da parte delle imprese private che spingono la classe politica a scelte orientate verso l&#8217;incenerimento dei rifiuti a causa dei contributi pubblici stanziati per la gestione di questi impianti.<br />
Come ha dimostrato anche l&#8217;indagine della Procura di Pescara nei confronti di politici corrotti dall&#8217;imprenditore <strong>Rodolfo Di Zio</strong> perché impedissero la raccolta differenziata e favorissero la costruzione di discariche ed inceneritori, la classe politica concede favori ai gruppi imprenditoriali sacrificando gli interessi della popolazione, che viene privata del territorio, della salute, della dignità, della partecipazione democratica e della possibilità di una sana economia. Queste scelte politiche dissennate scatenano nei cittadini una forte sfiducia nelle amministrazioni locali, che svendono il proprio territorio, e nelle istituzioni che emanano leggi criminali come la legge 123 del 2008, che il giurista <strong>Stefano Rodotà</strong> ha commentato il 27 maggio 2008 parlando della nascita di «un diritto &#8220;speciale&#8221;, fondato su una sostanziale sospensione di garanzie fondamentali. Ormai in Campania vige un diritto diverso da quello di altre regioni. L&#8217;insieme delle nuove regole fa nascere un modello che produce una &#8220;eccedenza&#8221; autoritaria inaccettabile».<br />
Una via d&#8217;uscita da questa situazione c&#8217;è ed è immediatamente praticabile: se i 150 milioni di euro promessi come compensazione ambientale ai comuni vesuviani e i 350 milioni di euro stanziati per acquistare dalla <em>Fibe &#8211; Impregilo</em> l&#8217;inceneritore di Acerra fossero impiegati per attivare la raccolta differenziata finalizzata al recupero della materia, se gli impianti di compostaggio già esistenti fossero attivati per trattare la frazione organica proveniente dalla raccolta differenziata, se per la frazione secca venisse attivata la filiera del riciclo utilizzando le migliori tecnologie presenti in Italia (Vedelago <em>in primis</em>) per adeguare gli impianti già esistenti in modo da recuperare totalmente la materia, non solo la Campania uscirebbe in tempi brevi dall&#8217;emergenza ma potrebbe diventare il modello di un&#8217;economia virtuosa per il resto d&#8217;Italia.</p>
<p>(la fotografia è di Salvatore Laporta per <em>AP</em>)</p>
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		<title>Sakineh?</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Sep 2010 16:50:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE-300x225.jpg" alt="" title="PIETRE" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-36707" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/PIETRE.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Piero Sorrentino</strong></p>
<p>La prima cosa che hanno detto di lei è che era sorella di un collaboratore di giustizia: e non era vero. I primi magistrati che si sono occupati del caso appartengono alla Direzione distrettuale antimafia, ma nel giro di poche ore hanno passato il fascicolo alla sezione “Criminalità comune” della procura di Napoli. <strong>Teresa Buonocore</strong> aveva 41 anni e 3 figli. È stata uccisa mentre guidava la sua Hyundai grigia per andare al lavoro, con quattro colpi di pistola calibro 9, la mattina del 20 settembre, a Napoli, sotto il ponte dei Francesi, lungo una via di accesso che da Portici, dove la donna abitava, conduce direttamente all’interno del porto di Napoli.  Le piaceva Will Smith, il sito Amalficoast.net, Radio Kiss Kiss, la nutella, i Simpson, il dj David Morales, la cappella Sansevero, Richard Gere. Aveva scaricato su Facebook un’applicazione chiamata “Come sarai tra dieci anni (solo per donne)”. L’ultimo link che aveva condiviso sul social network era dedicato a <strong>Sakineh</strong>. Si intitola: “Dite a tutto il mondo che ho paura di morire”. Il penultimo – con la foto in primo piano di un cucciolo di cane – si chiama “A chi condivide, domani accadrà qualcosa di bello”.<br />
<span id="more-36706"></span></p>
<p>Nel 2008 Teresa Buonocore aveva testimoniato nel processo per le molestie subite da sua figlia da un vicino di casa, <strong>Enrico Perillo</strong>, un geometra – o, anche, stando a quanto poco chiaramente raccontano i giornali, un “imprenditore di Torre Annunziata”- di 57 anni. Il 9 giugno 2010 l’uomo è stato condannato in primo grado a 15 anni di reclusione per violenza sessuale, ed è tuttora detenuto nel carcere di Modena. Secondo l’accusa, aveva abusato di due minori &#8211; una delle quali era appunto la bambina di Teresa Buonocore &#8211; che frequentavano la sua abitazione perché amiche delle sue figlie gemelle. In precedenza, Perillo era stato condannato – patteggiando la pena – a 3 anni di carcere per detenzione di armi e materiale esplosivo. Durante le indagini, la polizia aveva ritrovato in un garage una pistola calibro 9 con matricola cancellata; una Colt 45; un fucile calibro 12; due coltelli da lancio con lame di circa 25 centimetri, due coltelli a serramanico della lunghezza rispettivamente di circa 10 e 30 centimetri; una pistola d’epoca artigianale; 400 proiettili di vario calibro, 38 &#8211; 45 magnum &#8211; 7,65; 3.000 bossoli, inneschi e ogive di vario calibro; in più, varie attrezzature necessarie al confezionamento dei bossoli.<br />
Stando a quello che riportano le ultime notizie, in Questura sarebbero sotto interrogatorio in queste ore tre persone: il fratello e la moglie di Enrico Perillo, assieme al presunto esecutore materiale dell’omicidio.<br />
In un’intervista a Repubblica, <strong>Elena Coccia</strong>, l’avvocato che aveva assistito Teresa Buonocore durante le denunce e il processo, e che in passato aveva difeso <strong>Matilde Sorrentino</strong>, 49 anni, la donna di Torre Annunziata che aveva denunciato, e fatto arrestare, un giro di pedofili che avevano violentato anche suo figlio, e che per questo nel 2004 era stata sparata in pieno volto e uccisa da un killer che aveva bussato alla porta di casa, ha detto: “<em>Teresa era una madre che nella sua vita aveva sofferto e lottato tanto. Che differenza c’è, mi chiedo, fra la lapidazione e quello che accade qui da noi? Davanti a un omicidio come questo, davvero, si perde davvero ogni speranza per il futuro di questa città</em>”.</p>
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