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	<title>roberto saviano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ritratti dalla città delle navi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 15:02:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Bottalico Le parole di Peppino ostentano una calma tradita a tratti dalla collera. Un vago sentimento di orgoglio attraversa il suo volto mentre divaga sui vecchi ricordi, ma cerca di reprimerlo guardando fuori alla finestra, al di là della banchina desolata. Ai suoi occhi non c&#8217;è niente di più affascinante della costruzione di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Bottalico</strong></p>
<p>Le parole di Peppino ostentano una calma tradita a tratti dalla collera. Un vago sentimento di orgoglio attraversa il suo volto mentre divaga sui vecchi ricordi, ma cerca di reprimerlo guardando fuori alla finestra, al di là della banchina desolata. Ai suoi occhi non c&#8217;è niente di più affascinante della costruzione di una nave. I nonni erano maestri d&#8217;ascia e suo padre era fabbro artigiano, artefice dei brevetti tutt&#8217;ora presenti sul veliero Amerigo Vespucci, come i maniglioni, i ganci a scotta, l&#8217;apparato veliero. Peppino è stato il penultimo della sua famiglia a entrare nei cantieri navali. Adesso ci lavora uno dei suoi figli.<br />
Il tempo in cui il cantiere navale di Castellammare era portato avanti da maestranze e galeotti è un&#8217;immagine sfocata nella memoria, eppure i vecchi operai ricordano ancora alcuni aneddoti del recente passato, non dimenticano certi episodi indelebili, come quella volta in cui Mussolini venne in città per visitare il cantiere e restò impietrito dal silenzio assordante colmo di disprezzo delle maestranze schierate ai lati lungo il suo percorso. <span id="more-39221"></span>Il ministro di Ferdinando IV di Borbone Giovanni Acton, nel 1783 trovò finalmente in questa città i requisiti migliori per far nascere un cantiere in grado di fornire la Regia flotta di nuove navi. Boschi alle pendici del monte Faito che assicuravano un ottimo legno, acque sorgive, consolidata competenza dei maestri d&#8217;ascia. La posizione era perfetta e per la costruzione del cantiere furono utilizzati i condannati ai lavori forzati. All&#8217;epoca si costruivano i vascelli, di lì a poco sarebbero uscite le prime navi a vapore e i primi scafi in ferro. Il primo varo fu quello della corvetta Stabia, chiamata così in omaggio alla città.<br />
Da allora cominciò tutta la storia.<br />
La passione per le costruzioni navali a Peppino gli è stata trasmessa sotto forma di storie uscite da quel cantiere insieme alle navi varate nel suo celebre passato. La nave per lui possiede un&#8217;idea di perfezione, è la rappresentazione galleggiante e irraggiungibile di un elemento senza eguali. Vedere una lamiera dritta e poi sagomata, con quelle forme armoniose, talmente incredulo che ti domandi com&#8217;è che il ferro sia diventato così pomposo. «E poi c&#8217;è il famoso principio di Archimede, io l&#8217;ho imparato quando entrai in cantiere. La famosa storia del guscio di noce. Ti chiedi perché la nave non affonda, sei curioso di capire com&#8217;è che il ferro galleggia. Il principio di Archimede, lo dice la storia: Un guscio di noce che cadde dall&#8217;albero e si aprì, poi venne a piovere e in un ruscello il guscio di noce cominciò a galleggiare. Quello è il principio di Archimede».<br />
Tra le tante navi costruite, una di quelle che il padre gli raccontava spesso quando aveva dieci anni era il Giovanni dalle bande nere, un incrociatore requisito durante il conflitto mondiale dall&#8217;Unione Sovietica prima di essere colpito e affondato. Quella nave era talmente lunga e pesante che al momento del varo restò incagliata nello scalo. Furono costretti a iniziare una procedura complicatissima per farlo scendere definitivamente a mare, gli operai lavorarono in acqua per parecchi giorni. «Una delle navi più armate che aveva la Marina Italiana, Giovanni dalle bande nere! Non so quanti cannoni portava e quanti armamenti. Figurati tutte quelle bocche dei cannoni!». </p>
<p>Quando a Castellammare dominava la democrazia cristiana di Antonio Gava, Peppino imparava il mestiere di artigiano tappezziere, s&#8217;incontrava insieme ai coetanei sul lungomare, andava a pescare sulla banchina, e da qualsiasi parte della città riusciva a vedere il profilo imponente del cantiere. Il suo orientamento spontaneo andava sempre a finire verso quella direzione, ne era profondamente attratto. Da quando aveva dodici anni, Peppino non si perdeva neanche un varo. «Ma vuoi sapere quand&#8217;è che rimasi veramente affascinato? Da bambino, quando entrai là dentro da solo. Ho questo ricordo che non si cancella dalla mente mia, di quando venne il presidente della Repubblica Segni a presenziare al varo della Vittorio Veneto, che è stata l&#8217;ammiraglia della Marina militare italiana prima di entrare in forza alla portaerei Garibaldi. All&#8217;ingresso principale del cantiere, ai due lati ci sono due grossi cannoni borbonici poggiati su dei basamenti. Sono enormi. Io tenevo dodici anni, mi misi a cavallo di uno di quei cannoni e vidi entrare il presidente della Repubblica, e lui con il gesto dalla macchina salutò a me che stavo a cavalcioni sui cannoni. Poi ho fatto le assemblee alzandomi là sopra, mettendomi in piedi con il megafono in mano. In tutta la vita che ho passato in cantiere, da operaio e da rappresentante sindacale, per me quei cannoni sono stati un punto di riferimento».</p>
<p>Si chiamava Italcantieri quando è entrato a diciassette anni. Peppino aveva seguito un corso di formazione di tracciatore navale e fu destinato in uno dei raparti eccellenti dell&#8217;epoca, la sala traccia, una sorta di sala parto dei cantieri navali, luogo in cui si sviluppavano i disegni delle navi da costruire in scala naturale. Era un lavoro professionale, vedevi il disegno tracciato su una pavimentazione lunga quanto tutta la nave. C&#8217;erano disegnate le parti strutturali, la poppa, la prua, la sovrastruttura, dai doppifondi fino ai ponti di comando. Prima del suo ingresso ai cantieri c&#8217;era stato un esodo di vecchi lavoratori e Peppino, insieme agli altri operai, rimpiazzò quelli andati via ereditando la loro conoscenza. Da quel reparto vedeva nascere la nave, dal disegno su carta dell&#8217;ufficio tecnico e sulla pavimentazione della sala traccia quell&#8217;idea senza eguali diventava materia a poco a poco, fino a giungere alla composizione dei blocchi, al montaggio, al varo e alla consegna. «Quando entrai in cantiere c&#8217;era in costruzione una nave tutt&#8217;ora in forza alla Marina militare, che oggi sta navigando e fra poco andrà in disarmo: l&#8217;incrociatore Ardito. Quella è stata la prima nave su cui ho lavorato. Durante la sua costruzione morirono un paio di operai, caddero giù dai ponteggi nel bacino in secca. E anche l&#8217;Ardito sta per andare in pensione, si pensa di farne un museo e forse di farla ormeggiare qui a Castellammare. Ma questo è solo un ricordo».<br />
Fu in quegli anni che l&#8217;ufficio tecnico venne trasferito nella sede centrale di Trieste. Dopo un po&#8217; di tempo fu dato in appalto anche il suo reparto e la sala traccia fu smantellata. Era la metà degli anni settanta. Peppino fu destinato in montaggio. Il trasferimento dell&#8217;ufficio tecnico fu un primo danno grave: «Era il “cervello” del cantiere, dove nasceva il disegno. Togliendocelo da Castellammare diventammo già in quell&#8217;occasione dipendenti della sede di Trieste. Ci fu una prima dispersione di tecnici e di ingegneri».<br />
Nei pressi dei cantieri navali c&#8217;era l&#8217;istituto Leonardo Fea, una scuola di formazione teorica e pratica di tecnici e operai aperta ai giovani. «Da quella scuola sono usciti i migliori tecnici. Molti direttori che hanno condotto il cantiere sono stati formati lì e sono andati a fare i dirigenti, i capi sezione. Hanno avuto la soddisfazione di formarsi e poi dirigere il cantiere, ed era un orgoglio per Castellammare. Poi si decise che quell&#8217;istituto andava soppresso poiché non era più possibile reggerlo. E perdemmo pure una fonte di conoscenza e formazione».<br />
Fu un ulteriore danno: decapitazione dell&#8217;ufficio tecnico e chiusura dell&#8217;istituto di formazione. Due fasi che hanno pregiudicato il modo di affrontare tutto ciò che è venuto in seguito, compresa la crisi armatoriale degli anni ottanta. Nel tempo si è persa anche la possibilità di avere una categoria di meccanici e motoristi all&#8217;interno del cantiere, un terzo o quarto potere della nave poiché la sua propulsione è importantissima. «Gruppi elettrogeni, motori, pompe, impianti di raffreddamento, facevamo tutto noi. Oggi ci limitiamo soltanto a vedere altri&#8230; cioè quando avevamo ancora lavoro. I nostri non ci sono più, non si sono formati più quei lavoratori. Le nuove generazioni di operai sono competenti, il cantiere è sempre stato produttivo, ma oggi è cambiata proprio la natura del lavoro. Le parti salienti, scafo, motore e arredi, erano le mansioni importanti che facevamo noi. Le abbiamo perse, non le abbiamo più. Ci siamo ridotti a fare il guscio della tinozza».<br />
Bisognava perseguire la strada dell&#8217;abbattimento dei costi e a partire dagli anni settanta si è cominciato a dare il lavoro in appalto alle ditte esterne. Allora si costruivano le cosiddette “navi dei cento giorni”, le bulk, navi di trasporto delle merci alla rinfusa. Cassoni con le stive, i portelloni, un po&#8217; di prua, la poppa, il motore propulsivo e il ponte di comando con gli alloggi dell&#8217;equipaggio. Quelle navi non richiedevano lavoro aggiunto e gli operai le costruivano in novanta giorni. I vertici dell&#8217;azienda dissero che dopo quelle costruzioni ci sarebbe stato il boom e che Castellammare avrebbe occupato un&#8217;altra volta la posizione che le spettava. Furono firmati accordi ministeriali e aziendali con tutte le parti sociali. Fincantieri s&#8217;impegnava affinché il cantiere di Castellammare diventasse il fiore all&#8217;occhiello del settore cantieristico italiano&#8230;</p>
<p>«Una nave non è fatta di cioccolato, non si tratta di una catena di montaggio di profumi. Si fanno navi? Si fanno col ferro, con i metalli pesanti. Dunque ambienti inquinati, rumorosi, polverosi. Un lavoratore quando tornava a casa per forza d&#8217;inerzia parlava in famiglia, diceva “madonna mia, non sai che giornata ho passato oggi in cantiere, sono stato nel doppiofondo!”. Il doppiofondo è una camera doppia, e per poter andare ad accoppiare i doppifondi bisognava entrare dentro a dei buchi e saldare, rendere tutt&#8217;uno i blocchi, vale a dire i pezzi di nave che venivano assemblati. Per poterci arrivare dentro spesso si moriva di esalazioni, succedevano autocombustioni, esplosioni, incendi. Quando si tornava a casa si parlava, con le mogli, i figli, al bar con gli amici, con la gente, e in città si sapeva che all&#8217;interno del cantiere era pericoloso, che era un ambiente insalubre e insicuro.<br />
«Noi abbiamo avuto a che fare con attività esposte a sostanze nocive, le navi venivano coibentate con la fibra di amianto. Fino agli anni novanta e oltre. Anzi li abbiamo tenuti illegalmente in applicazione oltre gli anni novanta. Nel novantadue fu bandito quell&#8217;uso perché risultò ufficialmente mortale, ma la Fincantieri ha continuato a utilizzare tutte le scorte che aveva a terra nonostante la legge lo vietasse. Questa è stata una delle questioni che il sindacato dovette subito affrontare. Si verificavano le famose malattie professionali, mortalità inaudite a cui nessuno sapeva dare una risposta. Il novanta per cento di quelle malattie era mesetelioma polmonare, cioè fibre di amianto, asbestosi. E ne sono morti parecchi, che poi venivano diagnosticati come un tumore ma non veniva specificata la fonte. Per questa ragione c&#8217;è stato un altro esodo. Gli operai sono andati in pensione anticipatamente, chi di cinque anni, chi di dieci anni. Io sono andato via con otto anni di anticipo nel duemila. Sono uscito dal cantiere dopo trentacinque anni a testa alta. Mi ero messo l&#8217;anima in pace perché l&#8217;avevo lasciato con dieci navi da costruire, in piene assunzioni e con un profitto enorme».</p>
<p>Lo smantellamento dell&#8217;apparato produttivo di Castellammare cominciò verso la metà degli anni ottanta. Prima di allora c&#8217;era Fincantieri, l&#8217;Avis, i cantieri metallurgici. C&#8217;era la Meridbulloni, la fabbrica della Cirio. Intorno al settore metalmeccanico ci giravano circa diecimila operai. Fincantieri ora è l&#8217;unica realtà rimasta, «e dobbiamo difenderla come Rambo. Questi devono capire che la città non può subire un tracollo del genere. Io a Castellammare ci sono nato, la amo, e non posso denigrare quello che è stato il suo passato. Ci sono stati momenti bui, gioiosi, attualmente ci sono dubbi sul futuro, però quello che grava molto è che c&#8217;è un sindaco che non conosce il mare. Non è di Castellammare, non conosce la cantieristica. Questo nientedimeno si è permesso di dire che il cantiere deve diventare un polo crocieristico, di approdo di navi da crociera. Mi auguro che non sia vero niente e che venga smentita sta cosa, ma deve essere smentita da chi l&#8217;ha annunciata. Lui vorrebbe far approdare le navi, far scendere i turisti dove adesso sta il cantiere, metterli nei pullman e portarli nelle zone di Sorrento e della costiera, ma a Castellammare quelli non spendono un euro. Facciamo qua la pezza e qua il sapone! Stiamo a due passi da Sorrento, a due passi da Positano, da Vico Equense. I turisti scendono, si mettono nei pullman e se ne vanno. E questo è venuto fuori dal sindaco di Castellammare».<br />
Peppino si sporge, mi indica la banchina e volge uno sguardo indignato verso il cantiere. La sua voce cambia improvvisamente, s&#8217;infervora. C&#8217;è un traghetto della Tirrenia ormeggiato nello specchio d&#8217;acqua, in stato di abbandono. «Sono via da dieci anni da quella realtà. Mai visto il cantiere in una condizione del genere. Vederlo così, senza stimoli, senza prospettive e senza qualcuno che dice il da fare, vedere il cantiere vuoto&#8230; Un cantiere storico, che ha quasi trecento anni di vita, che ha costruito le navi più famose e più conosciute al mondo. Dal battiscafo Trieste alle navi militari, Giovanni delle bande nere, Vittorio Veneto, Amerigo Vespucci, le navi più prestigiose! La prima nave in ferro. I vascelli, quando erano velieri. La nave Partenope, esposta al museo di Napoli… la nave Partenope! Il primo vascello fatto in legno. Le navi più sofisticate come le navi perforatrici, le navi di ricerca dei fondali marini. Abbiamo fatto navi frigorifero, abbiamo fatto bananiere, abbiamo fatto le migliori navi, le più belle navi. Per non parlare delle ultime serie di navi ad alto rendimento turistico e passeggeri. Dopo aver dato la possibilità a centinaia e centinaia di giovani di fare in modo che venissero inseriti in quel processo produttivo, portando avanti l&#8217;eredità dei loro padri, dei loro antenati. Quando li vedevo entrare nel cantiere ero fiero perché ricordavo quando ero stato assunto io. Vedere oggi un cantiere che nessuno ti sa dire quali prospettive tiene, certo che ti viene un magone! Ti viene angoscia. Ti viene collera». «Basta. Non ne voglio parlare più!». Peppino si alza con uno scatto dal divano e si allontana. Là fuori, una città è rinchiusa nella snervante attesa del silenzio pomeridiano, in quel solco di tempo in cui il futuro non è ancora arrivato e il passato non esiste più.</p>
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		<title>I veleni dell&#8217;ecomafia che investe sulla crisi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 05:52:48 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ecomafie]]></category>
		<category><![CDATA[Emergenza rifiuti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Saviano Raccontano che la crisi rifiuti è risolta. Che l&#8217;emergenza non c&#8217;è più. Gli elenchi dei soldati di camorra e &#8216;ndrangheta arrestati dovrebbero rassicurare che la battaglia è vinta. O almeno, questa è la versione. Molto distante, però, da ciò che realmente accade. Ogni anno Legambiente attraverso il suo Osservatorio ambiente e legalità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p><!-- fine FOTO1 --><!-- inizio TESTO -->Raccontano che la crisi rifiuti è risolta. Che l&#8217;emergenza non c&#8217;è più. Gli elenchi dei soldati di camorra e &#8216;ndrangheta arrestati dovrebbero rassicurare che la battaglia è vinta. O almeno, questa è la versione. Molto distante, però, da ciò che realmente accade. Ogni anno Legambiente attraverso il suo Osservatorio ambiente e legalità produce storie e numeri: &#8220;Ecomafia&#8221;.<br />
Quello dei rifiuti è uno dei business più redditizi che negli anni ha foraggiato le altre economie. Come il narcotraffico, il fare affari con i rifiuti, sotterrare scorie tossiche, devastare intere aree, ha permesso alle organizzazioni criminali e a semplici consorterie imprenditoriali di accumulare capitali poi necessari per specializzarli in altri settori. Catene di negozi, imprese di trasporti, proprietà di interi condomini, investimenti nel settore sanitario, campagne elettorali. Sono tutte economie sostenute con i rifiuti. Esempio lampante ne è l&#8217;economia campana e i suoi gangli politici che si sono strutturati intorno alla crisi rifiuti. Il mondo intero non si spiegava come fosse possibile che un territorio in Europa vivesse una piaga tanto purulenta. Come fosse possibile che le dolcissime mele annurche o le pregiate bufale campane, caratteristiche proprio di quelle zone, potessero trasformarsi improvvisamente in prodotti rischiosi per la salute. Possibile che convenga di più avvelenare che concimare e raccogliere?<br />
<span id="more-35656"></span>Evidentemente sì, basta saperne leggere i vantaggi. L&#8217;emergenza rifiuti in Campania è costata 780 milioni di euro l&#8217;anno. Questa è la cifra quantificata dalla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti nella scorsa legislatura che, moltiplicata per tre lustri (tanto è durata la crisi), equivale a un paio di leggi finanziarie. Di fronte a cifre come questa è comprensibile che nessuno avesse convenienza a porre rimedio all&#8217;emergenza. Rapporti di consulenza politica, assunzioni, e persino specializzazione delle ditte nello smaltimento; oggi le imprese campane del settore rifiuti, grazie anche ai soldi dell&#8217;emergenza e alla pubblicità &#8211; sembra assurdo parlare di pubblicità, no? &#8211; che ne hanno ricavato, sono tra le più richieste in Europa. Ma risolvere un&#8217;emergenza significa anche non averne più i benefici e gli utili. E in verità, nonostante i proclami, oggi si è risolto poco. Si è tolta la spazzatura dalle strade ma, come afferma chi lavora nel settore, è solo fumo negli occhi, perché sta per tornarci. &#8220;Se non ci saranno altri impianti entro il 2011 la Campania, come molte regioni italiane, rischia una nuova crisi rifiuti&#8221;. Sono parole dell&#8217;amministratore delegato dell&#8217;Asia (l&#8217;azienda che fornisce servizi di igiene ambientale ai napoletani.) Come un tempo, quindi, la spazzatura sta di nuovo per essere accumulata. Resta quindi il problema di scongiurare una crisi da mancanza di discariche. Una crisi che sarebbe estremamente grave anche perché purtroppo in Italia sono ancora le discariche la valvola di sicurezza del sistema rifiuti. Come risulta dal rapporto di Enea e Federambiente queste continuano a ingoiare il 51,9 per cento del totale della spazzatura del nostro Paese e il 36,5 per cento senza nessun trattamento. Nel Sud le bonifiche delle terre avvelenate da decenni di sversamenti di veleni sono rare e lente. I rifiuti tossici hanno spalmato cancro prima nei terreni, poi nei frutti della terra, nelle falde acquifere, nell&#8217;aria. Poi addosso alla gente, nelle loro ossa e nei tessuti molli. Ogni ciclo di vita è stato compromesso.<br />
La diossina, i metalli pesanti e le sostanze inquinanti vengono ingerite, respirate, assimilate come una qualunque altra sostanza. La pelle di ogni cittadino delle zone ammorbate trasuda sudore e scorie. Il cancro ha raggiunto percentuali molto più alte che negli altri Paesi europei. Gli ultimi dati pubblicati dall&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica &#8220;The Lancet Oncology&#8221;, già nel settembre 2004, parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Ma l&#8217;ecomafia non è un fenomeno che appartiene solo al Sud. Nel Sud assume caratteristiche totalizzanti e più evidenti: nelle strade si inscena il dramma dei cassonetti incendiati, il puzzo accompagna ogni movimento, e il silenzio copre ogni cava, ogni singolo luogo dove è possibile accumulare e nascondere. Ma è sempre più il nord Italia il centro del vero business. E la novità di quest&#8217;anno, al di là del noto primato di Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, è che il Lazio si posiziona al secondo posto tra le regioni con il più alto numero di reati ambientali. Tra le inchieste più rilevanti del settore, nel 2009, ce ne sono alcune con nomi fantasiosi, talvolta anche vagamente familiari. &#8220;Golden Rubbish&#8221;, &#8220;Replay&#8221;, &#8220;Matassa&#8221;, &#8220;Ecoterra&#8221;, &#8220;Serenissima&#8221;, &#8220;Laguna de Cerdos&#8221;, &#8220;Parking Waste&#8221;. Alcune, già dal nome si riescono anche a localizzare geograficamente, e tutte quelle che ho citato sono inchieste che riguardano il nord Italia. È evidente che il Nord ce la sta mettendo davvero tutta per non essere secondo al Sud in questa gara all&#8217;autodistruzione.<br />
La &#8220;Golden Rubbish&#8221; è un&#8217;inchiesta che vede coinvolta la provincia di Grosseto, ma ancora conserva legami con Napoli e la Campania perché ha preso le mosse da un&#8217;inchiesta che riguardava la movimentazione dei rifiuti prodotti dalla bonifica del sito industriale contaminato di Bagnoli. Si tratta di un traffico spaventoso: un milione di tonnellate di rifiuti e un sistema che ha coinvolto decine e decine di aziende di caratura nazionale. L&#8217;inchiesta &#8220;Replay&#8221; è tutta lombarda e l&#8217;organizzazione criminale sgominata operava tra Milano e Varese. Un affiliato al clan calabrese che fa capo a Giuseppe Onorato è finito in manette insieme a un manipolo di colletti bianchi, tra cui funzionari di banche. Lombarda è anche l&#8217;inchiesta denominata &#8220;Matassa&#8221;.<br />
È trentina, e precisamente della Valsugana, l&#8217;inchiesta &#8220;Ecoterra&#8221; che ha bloccato un traffico illecito di scorie di acciaierie che venivano riutilizzate, senza alcun trattamento, per coprire discariche o per bonifiche agrarie. Come dimenticare Porto Marghera, dove l&#8217;operazione &#8220;Serenissima&#8221; ha scoperto il traffico illecito di rifiuti diretti in Cina. Ma anche nelle Marche l'&#8221;Operazione Appennino&#8221; ha intercettato un flusso criminale di scarti derivanti dalle lavorazioni delle industrie agroalimentari e casearie.<br />
È umbra, invece, nonostante il nome spagnoleggiante l&#8217;operazione &#8220;Laguna de Cerdos&#8221; un traffico illecito di rifiuti liquidi di origine suinicola per cui la regione e i singoli comuni si sono a lungo palleggiati le responsabilità. Friulana, invece è l&#8217;inchiesta &#8220;Parking Waste&#8221; che ha smascherato lo smaltimento illecito di medicinali scaduti. In tutte queste inchieste, l&#8217;aspetto che più colpisce è il legame strettissimo che si è creato tra gestori delle ditte di smaltimento, politici locali e istituti di credito presenti sul territorio.<br />
Tra le altre cose, vale la pena ricordare che a marzo l&#8217;Italia è stata condannata dalla Corte di Giustizia dell&#8217;Unione Europea per come ha gestito l&#8217;emergenza rifiuti in Campania. È stata condannata per &#8220;non aver adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e danneggiare l&#8217;ambiente&#8221;. E nella sentenza si legge che l&#8217;Italia ha ammesso che &#8220;gli impianti esistenti e in funzione nella regione erano ben lontani dal soddisfare le sue esigenze reali&#8221;.<br />
Come non rimanere colpiti da questo dato: se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati, diverrebbero una montagna di 15.600 metri di altezza, con una base di tre ettari, quasi il doppio dell&#8217;Everest, alto 8850 metri.<br />
Se un cittadino straniero conservava l&#8217;illusione delle colline toscane e del buon vino, delle belle donne e della pizza gustata osservando il Vesuvio da lontano mentre il mare luccica cristallino, qualcosa inesorabilmente cambia. Tutto assume una dimensione meno idilliaca e più sconcertante. La domanda più semplice che viene da porsi è come può un Paese che dovrebbe tutto al suo territorio, alla salvaguardia delle sue coste, al suo cielo, ai prodotti tipici, unici nelle loro caratteristiche, permettere uno scempio simile? La risposta è nel business: più di venti miliari di euro è il profitto annuo dell&#8217;Ecomafia, circa un quarto dell&#8217;intero fatturato delle mafie. Le mafie attraverso gli affari nel settore ambientale ricavano un profitto superiore al profitto annuo della Fiat, che è di circa 200 milioni di euro, e più del profitto annuo di Benetton, che è di circa 120 milioni di euro. Quindi in realtà usare il territorio italiano come un&#8217;eterna miniera nella quale nascondere rifiuti è più redditizio che coltivare quelle stesse terre. Tumulare in ogni spazio vuoto disponibile rifiuti di ogni genere costa meno tempo, meno sforzi, meno soldi. E dà profitti decisamente più alti. Bisogna guadagnare il più possibile e subito. Ogni progetto a lungo termine, ogni ipotesi che tenga conto di una declinazione del tempo al futuro viene vista come perdente. Un euro non guadagnato oggi è un euro perso domani. Questo è l&#8217;imperativo del nostro Paese che vede coincidere mentalità dell&#8217;imprenditoria legale e criminale. Per difendere il Paese, per continuare a respirare, è necessario comprendere che in molte parti del territorio il cancro non è una sventura ma è causato da una precisa scelta decretata dall&#8217;imprenditoria criminale e che molti, troppi, hanno interesse a perpetrare.<br />
O quello delle ecomafie diventa il tema principale della gestione politica del Paese, o questo veleno ci toglierà tutto ciò che aveva permesso di riconoscere il nostro territorio. La speranza è che questo allarme venga ascoltato, e che non si aspetti di sentire la puzza che affiori dalla terra, che tutto perda di luce e bellezza, che il cancro continui a dilagare prima di decidersi a fare qualcosa. Perché a quel punto sarebbe davvero troppo tardi. E coloro che sono stati chiamati i grandi diffamatori del Paese sarebbero rimpianti come Cassandre colpevolmente inascoltate.</p>
<p><em>Prefazione al volume  &#8220;Ecomafia&#8221; di Legambiente, pubblicato su &#8220;La Repubblica&#8221;, 7 giugno 2010.</em></p>
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		<title>Non avrei mai scritto Gomorra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 May 2010 06:35:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[legge bavaglio]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Saviano Mi ha generato un senso di smarrimento e paura la dichiarazione di voler tutelare la privacy dei boss mafiosi. Molti boss è proprio quando parlano con i familiari che danno ordini di morte. Ed è proprio quando i familiari a loro volta parlano con amici e conoscenti che rendono palesi le volontà di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p><img decoding="async" title="images" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/images.jpg" alt="" width="128" height="73" /></p>
<p>Mi ha generato un senso di smarrimento e paura la dichiarazione di voler tutelare la privacy dei boss mafiosi. Molti boss è proprio quando parlano con i familiari che danno ordini di morte. Ed è proprio quando i familiari a loro volta parlano con amici e conoscenti che rendono palesi le volontà di chi è latitante e impartisce ordini. È proprio nei momenti di maggiore intimità che viene fuori la mappatura criminale di un territorio. Addirittura osservando le conversazioni dei figli dei boss sui social network si possono evincere informazioni che probabilmente seguendo altri canali potrebbero sfuggire. Famiglie potentissime che festeggiano compleanni nel chiuso di quattro mura con pochi intimi: significa che non è il momento adatto per esporsi, significa che ci sono problemi sul territorio.<span id="more-34834"></span></p>
<p>Quando si ha a che fare con le organizzazioni criminali tutto può essere utile per comprenderne i meccanismi. Per questo limitare l&#8217;utilizzo delle intercettazioni, renderne più ardua la disposizione e impedire che certe informazioni vengano pubblicate è un grave danno per il contrasto alla criminalità organizzata. Tutelando chi è vicino alle organizzazioni si tutelano indirettamente anche le organizzazioni stesse.</p>
<p>Nella maggior parte dei casi i filoni di indagine maggiori hanno preso le mosse da indagini secondarie che nulla sembravano, a primo acchito, avere a che fare con i reati commessi dalle associazioni mafiose. Quello che c&#8217;è da sperare, ora, è che chi fa queste dichiarazioni semplicemente non sappia di cosa sta parlando e non sia in malafede. Non so cosa sia meglio per il Paese, se avere a che fare con incompetenti, i dilettanti dell&#8217;antimafia, o con persone che invece agiscono consapevolmente in malafede. Non saprei decidere.</p>
<p>Il rischio che la legge sulle intercettazioni pregiudichi in maniera profonda la libertà di informazione e prima ancora la possibilità di fare indagini adeguate è troppo alto per poter lasciare il dibattito a chi, da una parte e dall&#8217;altra, ha solo interesse che la vicenda venga strumentalizzata. Contro il Ddl intercettazioni proposto dal ministro Alfano e in discussione al Senato insorgono magistrati, giornalisti, editori e l&#8217;opinione pubblica è divisa, quando non è confusa. Il governo parla di vietare la diffusione delle intercettazioni e del loro contenuto fino all&#8217;udienza preliminare, ovvero fino a quando il magistrato competente non abbia formalizzato l&#8217;accusa. E nel frattempo cosa possono scrivere i giornalisti? E cosa può sapere l&#8217;opinione pubblica? Che si stanno svolgendo indagini? A carico di chi e per che cosa?</p>
<p>La materia è assai vasta per poterne dare una valutazione complessiva, ma se prendiamo il caso del sottosegretario Nicola Cosentino, nessuno avrebbe potuto scriverne perché l&#8217;accusa è stata formalizzata solo dopo molto tempo dall&#8217;avvio delle indagini. Indagini che peraltro riguardavano illeciti commessi molti anni prima e i cui effetti erano sotto gli occhi di tutti. Poteva esser scritto che era partita una inchiesta dell&#8217;Antimafia di Napoli senza però poter indicare le ragioni, a quel punto sarebbe equivalso a non scrivere niente. A oggi non è stata ancora formalizzata una richiesta di rinvio a giudizio, il che significa che se vigesse già la legge in discussione nessuno potrebbe spiegare sui giornali, in modo chiaro, perché Cosentino dovrebbe essere arrestato. Lo stesso vale per la vicenda Bertolaso; nessuno potrebbe spiegare con elementi concreti chi sono Anemone e Balducci.</p>
<p>L&#8217;esigenza legittima di dare una misura, di porre un argine alla pubblicazione delle intercettazioni ossia di difendere la regolarità dello svolgimento delle indagini non deve in alcun modo, però, impedire la libertà di raccontare, di informare la gente su quel che sta accadendo. Perché se da un lato è necessario tutelare chi è oggetto di indagini da atteggiamenti giustizialisti o da garantismi pretestuosi, quello che non deve in alcun modo essere limitato è la possibilità di utilizzare tutte le risorse a disposizione degli inquirenti per fare chiarezza.</p>
<p>Ma in realtà questa legge è figlia diretta della logica mediatica. È una verità evidente sino a ora trascurata. Questa legge risponde al meccanismo mediatico che sa bene come funziona l&#8217;informazione e ancor più l&#8217;informazione in Italia. Pubblicare le intercettazioni soltanto quando c&#8217;è il rinvio a giudizio, se da un lato è garanzia per gli indagati, dall&#8217;altro genera un enorme vuoto che riguarda proprio quel segmento di informazioni che non possono essere rese di dominio pubblico. Questo sembra essere il vero obiettivo della legge: impedire alla stampa, nell&#8217;immediato, di usare quei dati che poi, a distanza di tempo, non avrebbe più senso pubblicare. In questo modo le informazioni veicolate rimarranno sempre monche, smozzicate, incomprensibili.</p>
<p>Quello che mi sento di dire è che governo, magistratura e stampa, in questa vicenda, dovrebbero trovare un terreno comune di discussione, perché di questo si tratta, di riappropriarsi di un codice deontologico che renda inutile il varo di leggi che limitino la libertà di stampa, di espressione e di ricerca delle informazioni. Non è limitando la libertà di stampa e minacciando l&#8217;arresto dei giornalisti che si arriva a creare una regola condivisa. E in questa discussione mi sento profondamente coinvolto perché sotto la legge che si vorrebbe far passare, il mio lavoro e quello di molti miei colleghi sarebbe stato notevolmente più arduo se non, in certe sue fasi, impossibile. Se ci fosse stata questa legge non avrei potuto scrivere intere parti di Gomorra, il cui dialogato talvolta è formato da intercettazioni che ho utilizzato molto prima del rinvio a giudizio e che avevano un valore di inchiesta ancor prima che un valore giudiziario.</p>
<p>Mostravano come in certe aree d&#8217;Italia, in quel caso a Secondigliano, un omicidio venisse definito &#8220;pezzo&#8221; i politici fossero chiamati &#8220;cavallucci&#8221; su cui puntare. Ma ancor più importante, perché come ho detto prima non si tratta solo di descrivere un contesto, quello avrei potuto farlo con parole mie, quelle intercettazioni descrivevano come un sindaco avesse partecipato direttamente a un agguato, mostrando, in questo modo, lo stato di salute di un intero Paese.<br />
Nel Ddl intercettazioni è anche inserito un emendamento, la &#8220;norma D&#8217;Addario&#8221; che regolamenta l&#8217;uso delle registrazioni. Seguendo quanto prescritto non avrei potuto registrare molte delle testimonianze che ho raccolto senza l&#8217;esplicito consenso del mio interlocutore e che ho riportato in Gomorra; testimonianze che di certo non sarebbero rientrate in quelle eccezionalmente fatte per la sicurezza dello Stato.</p>
<p>Molte vicende non sarebbero mai venute alla luce e benché spesso io abbia omesso i nomi reali e mi sia limitato a raccontare i meccanismi, credo che neppure quello sarei stato in grado di fare, rischiando pene severissime. Quando, non molto tempo fa, ho incontrato un pentito e ho registrato quello che mi ha raccontato, l&#8217;ho fatto senza sua autorizzazione e senza sapere quale sarebbe stato l&#8217;esito di quell&#8217;incontro. Di fatto, se non c&#8217;è reato in quello che viene registrato, si rischia molto e questo può pregiudicare anche la lotta alle estorsioni poiché chi ne è vittima e decide di presentarsi microfonato a un colloquio, se l&#8217;estorsione non avviene ed è scoperto a registrare, rischia fino a quattro anni di carcere. Tutto questo per dire che togliere la libertà a chi racconta, togliere gli strumenti per capire cosa sta accadendo non è un modo per difendere il diritto delle persone, non è un modo per salvaguardare la privacy.</p>
<p>L&#8217;uso delle intercettazioni deve essere regolamentato. Le regole devono essere condivise e affrontate insieme, non imposte. Questa legge rischia di essere, se non verrà profondamente modificata, solo l&#8217;affermazione che il potere non <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/images.jpg"></a>può essere raccontato, descritto, ascoltato. In una parola che tutto gli è concesso.</p>
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		<title>Per un voto onesto servirebbe l&#8217;ONU</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 13:47:06 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cretto_burri.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cretto_burri-300x267.jpg" alt="" title="cretto_burri" width="300" height="267" class="aligncenter size-medium wp-image-32065" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cretto_burri-300x267.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/cretto_burri.jpg 336w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>&#8220;LA disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo&#8221;. È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito contro, per un&#8217;affermazione del genere. Chi pensa che questa sia un&#8217;esagerazione, sappia che l&#8217;Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su 50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo ammetterebbe?<span id="more-32060"></span></p>
<p>Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c&#8217;è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L&#8217;ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l&#8217;orgoglio. Ma come è potuto accadere?<br />
Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.<br />
Il senso del &#8220;è tutto inutile&#8221; toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lontano da questa vergogna.<br />
Io non voglio arrendermi a un&#8217;Italia così, a un&#8217;Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all&#8217;Osce, all&#8217;Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe un controllo che qui non si riesce più a esercitare. </p>
<p>Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov&#8217;è. Ma non riusciamo a esercitare un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l&#8217;imputata Sandra Lonardo Mastella che dall&#8217;esilio si ricicla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del Pdl ma all&#8217;ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha accettato la candidatura nell&#8217;Udc. Così sui manifesti c&#8217;è il simbolo di un partito ma lei si candida per un altro. Ci indigniamo per la vicenda dell&#8217;ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci indigniamo perché il sottosegretario all&#8217;economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d&#8217;arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del Pdl. Ci indigniamo perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione Estero con i voti della &#8216;ndrangheta, com&#8217;è accaduto a Nicola Di Girolamo, coinvolto anche, secondo l&#8217;accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo, infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio Veneto.<br />
Ascoltiamo allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del centrosinistra. E ad oggi il centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di &#8216;ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio nell&#8217;inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e coinvolto nell&#8217;inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell&#8217;ambito delle intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito, per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista &#8220;Socialisti Uniti&#8221; della circoscrizione meridionale. Tutte le intercettazioni sono depositate nel processo &#8220;Lettera Morta&#8221; contro il clan Costa ed in quelle per l&#8217;uccisione del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta.<br />
A tutto questo non possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle valutazioni che vanno oltre il  &#8211;  o vengono prima del  &#8211;  diritto, valutazioni in merito all&#8217;opportunità politica e alla possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all&#8217;opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio posto, l&#8217;antica prassi della politica italiana non è semplicemente una aberrazione. È ormai considerata un&#8217;abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda.<br />
È un tradimento che quasi si perdona con un&#8217;alzata di spalle come quello d&#8217;un marito troppo spensierato che scivola nelle lenzuola di un&#8217;altra donna.<br />
Ma si possono barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo di qualcun altro?<br />
Oramai si parte dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere altro.<br />
Dov&#8217;è finito l&#8217;orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov&#8217;è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità. Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.<br />
Quando la politica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a dare certezze  &#8211;  certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l&#8217;obbedienza al clan. È terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce. Con chi ti paga la mesata, l&#8217;avvocato. Non è questo il tempo per moralismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.<br />
Solo quando la politica smetterà di somigliare al potere mafioso  &#8211;  meno crudele, certo, ma meno forte e solido  &#8211;  solo quando cesserà di essere identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà possibile dare un&#8217;alternativa vera e vincente.<br />
Anche nei paesi dominati dalle mafie è possibile essere un&#8217;alternativa.<br />
Lo sono già i commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.<br />
Del resto, quello che più d&#8217;ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema internazionale e internazionalmente vanno contrastate.<br />
L&#8217;Italia non può farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale. Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e ndranghetista.<br />
Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a un rallentamento della domanda e dell&#8217;offerta. Qui ancora non si è compreso davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all&#8217;economia criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.<br />
Sarebbe triste che i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all&#8217;Onu, all&#8217;Unione Europea, all&#8217;Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle elezioni.<br />
Dovrebbe essere normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un sogno da bambini ma un orizzonte di diritto.</p>
<p><em>&#8220;La Repubblica&#8221;, 20.3.2010.</em></p>
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		<title>La camorra alla conquista dei partiti in Campania</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 19:36:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Roberto Saviano Quando un&#8217;organizzazione può decidere del destino di un partito controllandone le tessere, quando può pesare sulla presidenza di una Regione, quando può infiltrarsi con assoluta dimestichezza e altrettanta noncuranza in opposizione e maggioranza, quando può decidere le sorti di quasi sei milioni di cittadini, non ci troviamo di fronte a un&#8217;emergenza, a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/stato-300x225.jpg" alt="stato" title="stato" width="300" height="225" class="aligncenter size-medium wp-image-25506" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/stato-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/stato.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Quando un&#8217;organizzazione può decidere del destino di un partito controllandone le tessere, quando può pesare sulla presidenza di una Regione, quando può infiltrarsi con assoluta dimestichezza e altrettanta noncuranza in opposizione e maggioranza, quando può decidere le sorti di quasi sei milioni di cittadini, non ci troviamo di fronte a un&#8217;emergenza, a un&#8217;anomalia, a un &#8220;caso Campania&#8221;. Ma al cospetto di una presa di potere già avvenuta della quale ora riusciamo semplicemente a mettere insieme alcuni segni e sintomi palesi<span id="more-25504"></span>.</p>
<p>Sembra persino riduttivo il ricorso alla tradizionale metafora del cancro: utile, forse, soprattutto per mostrare il meccanismo parassitario con cui avviene l&#8217;occupazione dello Stato democratico da parte di un sistema affaristico-politico-mafioso. Ora che le organizzazioni criminali decidono gli equilibri politici, è la politica ad essere chiamata a dare una risposta immediata e netta. Nicola Cosentino, attuale sottosegretario all&#8217;Economia e coordinatore del Pdl in Campania, fino a qualche giorno fa era l&#8217;indiscusso candidato alla presidenza della Regione. Nicola Cosentino, detto &#8220;o&#8217;mericano&#8221;, è stato indicato da cinque pentiti come uomo organico agli interessi dei Casalesi: tra le deposizioni figurano quelle di Carmine Schiavone, cugino di Sandokan, nonché di Dario de Simone, altro ex capo ma soprattutto uno dei pentiti che si sono rivelati fra i più affidabili al processo Spartacus.</p>
<p>Per ora non ci sono cause pendenti sulla sua testa e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sono al vaglio della magistratura. Nicola Cosentino si difende affermando di non poter essere accusato della sua nascita a Casal di Principe, né dei legami stretti anni fa da alcuni suoi familiari con esponenti del clan. Però da parte sua sono sempre mancate inequivocabili prese di distanza e questo, in un territorio come quello casertano, sarebbe già stato sufficiente per tenere sotto stretta sorveglianza la sua carriera politica. Invece l&#8217;ascesa di Cosentino non ha trovato ostacoli: da coordinatore provinciale a coordinatore regionale, da candidato alla Provincia di Caserta a sottosegretario dell&#8217;attuale governo. E solo ora che aspira alla carica di Governatore, finalmente qualcuno si sveglia e si chiede: chi è Nicola Cosentino? Perché solo ora si accorgono che non è idoneo come presidente di regione?</p>
<p>Perché si è permesso che l&#8217;unico sviluppo di questi territori fosse costruire mastodontici centri commerciali (tra cui il Centro Campania, uno dei più grandi al mondo) che sistematicamente andavano ad ingrassare gli affari dei clan. Come ha dichiarato il capo dell&#8217;antimafia di Napoli Cafiero de Raho &#8220;è stato accertato che sarebbe stato imposto non solo il pagamento di tangenti per 450 mila euro (per ogni lavoro ndr) ma anche l&#8217;affidamento di subappalti in favore di ditte segnalate da Pasquale Zagaria&#8221;. Lo stesso è accaduto con Ikea, che come denunciato al Senato nel 2004 è sorto su un terreno già confiscato al capocamorra Magliulo Vincenzo, e viene dallo Stato ceduto ad una azienda legata ai clan. Nulla può muoversi se il cemento dei clan non benedice ogni lavoro.</p>
<p>Secondo Gaetano Vassallo, il pentito dei rifiuti facente parte della fazione Bidognetti, Cosentino insieme a Luigi Cesaro, altro parlamentare Pdl assai potente, in zona controllava per il clan il consorzio Eco4, ossia la parte &#8220;semilegale&#8221; del business dell&#8217;immondizia che ha già chiesto il tributo di sangue di una vittima eccellente: Michele Orsi, uno dei fratelli che gestivano il consorzio, viene freddato a giugno dell&#8217;anno scorso in centro a Casal di Principe, poco prima che fosse chiamato a testimoniare a un processo. Il consorzio operava in tutto il basso casertano sino all&#8217;area di Mondragone dove sarebbe invece &#8211; sempre secondo il pentito Gaetano Vassallo &#8211; Cosimo Chianese, il fedelissimo di Mario Landolfi, ex uomo di An, a curare gli interessi del clan La Torre. Interessi che riguardano da un lato ciò che fa girare il danaro: tangenti e subappalti, nonché la prassi di sversare rifiuti tossici in discariche destinate a rifiuti urbani, finendo per rivestire di un osceno manto legale l&#8217;avvelenamento sistematico campano incominciato a partire dagli anni Novanta. Dall&#8217;altro lato assunzioni che garantiscono voti ossia stabilizzano il consenso e il potere politico.</p>
<p>Districare i piani è quasi impossibile, così come è impossibile trovare le differenze tra economia legale e economia criminale, distinguere il profilo di un costruttore legato ai clan ed un costruttore indipendente e pulito. Ed è impossibile distinguere fra destra e sinistra perché per i clan la sola differenza è quella che passa tra uomini avvicinabili, ovvero uomini &#8220;loro&#8221;, e i pochi, troppo pochi e sempre troppo deboli esponenti politici che non lo sono. E, infine, è pura illusione pensare che possa esistere una gestione clientelare &#8220;vecchia maniera&#8221;, ossia fondata certo su favori elargiti su larga scala, ma aliena dalla contaminazione con la camorra. Per quanto Clemente Mastella possa dichiarare: &#8220;Io non ho nessuna attinenza con i clan e vivo in una provincia dove questo fenomeno non c&#8217;è, o almeno non c&#8217;era fino a poco fa&#8221;, sta di fatto che un filone dell&#8217;inchiesta sullo scandalo che ha investito lui, la sua famiglia e il suo partito sia ora al vaglio dell&#8217;Antimafia. I pubblici ministeri starebbero indagando sul business connesso alla tutela ambientale; si ipotizza il coinvolgimento oltre che degli stessi Casalesi anche del clan Belforte di Marcianise. Il tramite di queste operazioni sarebbe Nicola Ferraro, anch&#8217;egli nativo di Casal di Principe, consigliere regionale dell&#8217;Udeur, nonché segretario del partito in Campania. Di Ferraro, imprenditore nel settore dei rifiuti, va ricordato che alla sua azienda fu negato il certificato antimafia; ciò non gli ha impedito di fare carriera in politica. E questo è un fatto.</p>
<p>Di nuovo, non è l&#8217;aspetto folkloristico, la Porsche Cayenne comprata dal figlio di Mastella Pellegrino da un concessionario marcianisano attualmente detenuto al 416-bis, a dover attirare l&#8217;attenzione. L&#8217;aspetto più importante è vedere cos&#8217;è stato il sistema Mastella &#8211; un sistema che per trent&#8217;anni ha rappresentato la continuità della politica feudale meridionale &#8211; e che cosa è divenuto. Oggi, persino se le indagini giudiziarie dovessero dare esiti diversi, non si può fingere di non vedere che Ceppaloni confina con Casal di Principe o vi si sovrappone. E il nome di Casale qui non ha valenza solo simbolica, ma è richiamo preciso alla più potente, meglio organizzata e meglio diversificata organizzazione criminale della regione.</p>
<p>Per la camorra &#8211; abbiamo detto &#8211; destra e sinistra non esistono. Il Pd dovrebbe chiedersi, ad esempio, come è possibile che in un solo pomeriggio a Napoli aderiscano in seimila. Chi sono tutti quei nuovi iscritti, chi li ha raccolti, chi li ha mandati a fare incetta di tessere? Da chi è formata la base di un partito che a Napoli e provincia conta circa 60.000 tesserati, 10.000 in provincia di Caserta, 12.000 in quella di Salerno, 6.000 ciascuno nelle restanti province di Avellino e Benevento? Chiedersi se è normale che il solo casertano abbia più iscritti dell&#8217;intera Lombardia, se non sia curioso che in alcuni comuni alle recenti elezioni provinciali, i voti effettivamente espressi in favore del partito erano inferiori al numero delle tessere. Perché la dirigenza del Pd non è intervenuta subito su questo scandalo?</p>
<p>Che razza di militanti sono quelli che non vanno a votare, o meglio: vanno a votare solo laddove il loro voto serve? E quel che serve, probabilmente, è il voto alle primarie, soprattutto nella prima ipotesi che fosse accessibile solo ai membri tesserati. Questo è il sospetto sempre più forte, mentre altri fatti sono certezza. Come la morte di Gino Tommasino, consigliere comunale Pd di Castellammare di Stabia, ucciso nel febbraio dell&#8217;anno scorso da un commando di cui faceva parte anche un suo compagno di partito. O la presenza al matrimonio della nipote del ex boss Carmine Alfieri del sindaco di Pompei Claudio d&#8217;Alessio.</p>
<p>L&#8217;unica cosa da fare è azzerare tutto. Azzerare le dirigenze, interrompere i processi di selezione in corso, sia per la candidatura alla Regione che per le primarie del Pd, all&#8217;occorrenza invalidare i risultati. Non è più pensabile lasciare la politica in mano a chi la svende a interessi criminali o feudali. Non basta più affidare il risanamento di questa situazione all&#8217;azione del potere giudiziario. Non basterebbe neppure in un Paese in cui la magistratura non fosse al centro di polemiche e i tempi della giustizia non fossero lunghi come nel nostro. È la politica, solo la politica che deve assumersi la responsabilità dei danni che ha creato. Azzerare e non ricandidare più tutti quei politici divenuti potenti non sulle idee, non su carisma, non sui progetti ma sulle clientele, sul talento di riuscire a spartire posti e quindi ricevere voti.</p>
<p>Mentre la politica si disinteressava della mafia, la mafia si è interessata alla politica cooptandola sistematicamente. Ieri a Casapesenna, il paese di Michele Zagaria, è morto un uomo, un politico, il cui nome non è mai uscito dalle cronache locali. Si chiamava Antonio Cangiano, nel 1988 era vicesindaco e si rifiutò di far vincere un appalto a un&#8217;impresa legata al clan. Per questo gli tesero un agguato. Lo colpirono alla schiena, da dietro, in quattro, in piazza: non per ucciderlo ma solo per immobilizzarlo, paralizzarlo. Tonino Cangiano ha vissuto ventun&#8217;anni su una sedia a rotelle, ma non si è mai piegato. Non si è nemmeno perso d&#8217;animo quando tre anni fa coloro che riteneva responsabili di quel supplizio sono stati assolti per insufficienza di prove.</p>
<p>Se la politica, persino la peggiore, non vuole rassegnarsi ad essere mero simulacro, semplice stampella di un&#8217;altra gestione del potere, è ora che corra drasticamente ai ripari. Per mero istinto di sopravvivenza, ancora prima che per &#8220;questione morale&#8221;. Non è impossibile. Lo testimonia l&#8217;immagine emblematica e reale di Tonino che negli anni aveva dovuto subire numerosi e dolorosi interventi terminati con l&#8217;amputazione delle gambe, un corpo dimezzato, ma il cui pensiero, la cui parola, la cui voglia di lottare continuava a prendersi ogni libertà di movimento. Un uomo senza gambe che cammina dritto e libero, questo è oggi il contrario di ciò che rappresentano il Sud e la Campania. È ciò da cui si dovrebbe finalmente ricominciare.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;La Repubblica&#8221;, 24.10.2009. Foto di Gennaro Visciano</em></p>
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		<title>Cosa vuol dire libertà di stampa</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 10:01:35 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/W-FNSIO21.jpg" alt="W-FNSIO2" title="W-FNSIO2" width="350" height="250" class="aligncenter size-full wp-image-23212" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/W-FNSIO21.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/W-FNSIO21-300x214.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Molti si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento. </p>
<p>Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un&#8217;opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all&#8217;altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo.<span id="more-23208"></span> </p>
<p>Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: &#8220;Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?&#8221;. Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati. </p>
<p>Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita. </p>
<p>In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l&#8217;incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l&#8217;informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale? </p>
<p>Chi ha votato per l&#8217;attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa?<br />
Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell&#8217;Italia? </p>
<p>Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l&#8217;Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi. </p>
<p>Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all&#8217;anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L&#8217;Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia. </p>
<p>È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall&#8217;opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l&#8217;esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto.<br />
Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva &#8220;sei alleato di una persona solo quando la ricatti&#8221;. Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell&#8217;intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto. </p>
<p>Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l&#8217;alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo? </p>
<p>Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti.<br />
Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un&#8217;informazione libera. </p>
<p>In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell&#8217;Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato. </p>
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		<title>Misha Glenny: McMafia &#8211; viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2009 06:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Federico Varese &#8211; Professore di Criminologia all&#8217;Università di Oxford e direttore dello Extra-Legal Governance Institute. È autore di The Russian Mafia. Private Protection in a New Market Economy (Oxford University Press, 2001) e di Mob and Mobility, di prossima pubblicazione in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. MISHA GLENNY, McMafia. Droga, armi, esseri umani: [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Federico Varese</strong><em> &#8211; Professore di Criminologia all&#8217;Università di Oxford e direttore dello Extra-Legal Governance Institute. È autore di </em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B002EVPOWC/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B002EVPOWC&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">The Russian Mafia. Private Protection in a New Market Economy</a><em> (Oxford University Press, 2001) e di </em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B004NNUX4I/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B004NNUX4I&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Mob and Mobility</a><em>, di prossima pubblicazione in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MISHA GLENNY</strong>, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804580127/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804580127&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>McMafia. Droga, armi, esseri umani: viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato globale</em></a>, trad. di Anna Zapparoli, Milano, Mondadori, pp. VIII-448, € 18,00</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni Novanta ho viaggiato spesso nella Russia Centrale e soprattutto nella città di Perm&#8217;, ai confini con la Siberia, per raccogliere materiale destinato a un libro sul crimine organizzato, e a ogni visita mi trovavo ad aprire un conto corrente in una banca che al viaggio successivo non esisteva più. Una volta parlai del fallimento delle banche con uno dei miei intervistati, il leader di un gruppo mafioso locale &#8211; un tipo corpulento, la cui corte si riuniva in un ristorante alla periferia della città. Indossava un completo bianco e parlava nel gergo dei criminali russi, che aveva imparato nel carcere dove era stato incoronato &#8220;boss&#8221;.<span id="more-19274"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Non posso immaginare uno scenario più improbabile per un&#8217;intervista: qualcuno cantava, e male, una celebre canzone pop russa a un volume intollerabile e il mio interlocutore doveva respingere le attenzioni di un drappello di avvenenti ballerine del ristorante. La sua organizzazione, a quanto si diceva, controllava tre delle banche cittadine, eppure anche lui aveva perso denaro nel fallimento di uno degli istituti di credito locali. Non molto tempo dopo quell&#8217;incontro, nell&#8217;agosto 1998, la Russia si trovò ad affrontare la peggiore crisi economica dalla fine del comunismo. La valuta perse il settanta per cento del suo valore e metà delle banche chiusero i battenti. Molti altri mafiosi persero denaro. Mentre me ne sto al sicuro nel mio studio in una città universitaria a diverse migliaia di chilometri e a più di dieci anni di distanza, mi chiedo quale effetto avrà la crisi attuale sui vertici del crimine organizzato di tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">In Russia ho imparato che i mafiosi non sono né più furbi, né meglio attrezzati di molti di noi quando si tratta di affrontare un&#8217;emergenza finanziaria. Più in generale, lo studio del crimine organizzato mi ha guarito dall&#8217;idea che i criminali siano altrettanti Moriarty: Napoleoni del crimine al centro di una rete con mille diramazioni, di cui (come dice Sherlock Holmes) «conoscono perfettamente ogni minimo fremito».</p>
<p style="text-align: justify;">Dal titolo, il lettore potrebbe essere tentato di immaginare che l&#8217;oggetto di <em>McMafia. Droga, armi, esseri umani: viaggio attraverso il nuovo crimine organizzato globale</em> sia appunto una malvagia società per affari senza limiti geografici, organizzata in modo impeccabile, sempre pronta a sfidare la legge, con il suo quartier generale in una qualche capitale straniera, magari Mosca, e in grado di irradiare la propria ragnatela in tutto il mondo aprendo succursali, per esempio, in Bulgaria, Israele, India, gli Emirati Arabi, oppure in Nigeria, Brasile, Colombia, Columbia Britannica e Cina (questo l&#8217;elenco dei luoghi visitati da Glenny). L&#8217;idea di una cospirazione mondiale orchestrata da un Napoleone del crimine ha spesso lasciato le pagine di Arthur Conan Doyle per approdare in quelle di studi accademici, rapporti di polizia e resoconti giornalistici. Il libro di Glenny non rientra nel filone di testi che abbracciano teorie cospirative cosmiche. <em>Mcmafia</em> è un esempio del miglior giornalismo investigativo anglosassone, un illuminante viaggio nel ventre criminale del nostro pianeta. Glenny, ex corrispondente della BBC nei Balcani e autore di una storia della fine della Jugoslavia, è guidato dalla passione per la ricerca dei fatti e per la denuncia delle sofferenze umane, senza dimenticare che molte di esse sono frutto di politiche insipienti, non di rado emanate dagli Stati Uniti e dall&#8217;Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Il termine &#8220;McMafia&#8221; è stato coniato dallo studioso inglese Mark Galeotti, una delle fonti di Glenny, per descrivere un fenomeno simile alla creazione di un marchio di fabbrica (<em>branding</em>) nell&#8217;economia legale. Nel selvaggio Est postsovietico, i criminali ceceni erano divenuti celebri per la loro violenza spietata. Ben presto il loro nome cominciò a essere assunto da gruppi diversi, privi di alcun legame (etnico o di altro genere) con la Cecenia. &#8220;Mafia cecena&#8221; divenne dunque un marchio di fabbrica, un <em>brand</em> che da solo incuteva terrore. Bastava affermare di essere parte di tale organizzazione per <strong>assicurarsi</strong><strong> </strong>l&#8217;accondiscendenza delle vittime. Aver fama di essere violenti e spietati è un bene prezioso nel mondo della malavita, perché consente di <em>risparmiare</em> sull&#8217;uso della forza. Induce le vittime alla remissività, e lo fa a costo zero.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa dinamica non è appannaggio esclusivo dei malavitosi dell&#8217;ex URSS. Glenny racconta che in Giappone, un paese in cui la mafia opera allo scoperto, si è avuta, secondo la polizia locale, «una significativa concentrazione di potere [della Yakuza] nelle mani di tre sole &#8220;famiglie&#8221;». A quanto pare, Masahisa Takenaka, boss della Yamaguchi-gumi, «alla testa di 100.000 affiliati, poteva vantare il titolo di <em>capo di tutti i capi del mondo</em>». Si sarebbe tentati di credere che Moriarty sia emigrato in Giappone e abbia costruito lì il suo impero. Solo un Napoleone del crimine potrebbe &#8220;controllare&#8221; così tante persone. Le fonti ufficiali nascondono il fatto che alcune gang indipendenti si rivolgono alla Yamaguchi-gumi chiedendo di poter affiancare al proprio appellativo il nome rispettato dell&#8217;organizzazione diretta da Takenaka. In questo modo possono fregiarsi di una temibile reputazione e in cambio pagano un onorario al boss Takenaka. Come accade con l&#8217;ammissione di un nuovo membro in un club esclusivo o quando si crea un nuovo College a Cambridge o a Oxford, i detentori del marchio devono avere la certezza che la reputazione dell'&#8221;azienda&#8221; non risulti compromessa dalle nuove reclute (non sono affatto rari i casi in cui le istituzioni sopra citate hanno commesso gravi errori). Il primo a osservare e teorizzare questo fenomeno è stato il sociologo Diego Gambetta, il quale sostiene che la mafia siciliana non è altro che un insieme di famiglie indipendenti, con in comune il marchio di Cosa nostra. L&#8217;ammissione di un nuovo membro in una delle famiglie deve essere approvata da tutte le altre, ed esiste un limite al numero di nuove reclute che possono essere affiliate. Cosa Nostra combatte con forza qualsiasi utilizzo non autorizzato del proprio nome e della propria reputazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il marchio condiviso è un bene prezioso per i gruppi criminali, allora è necessario che qualcuno si assuma il compito di proteggere quel marchio. Quando troppe persone di dubbia abilità si fregiano di una onorata reputazione, questa può risultarne danneggiata. Glenny descrive la fratellanza dei <em>vory-v-zakone </em>(letteralmente, &#8220;ladri con un codice d&#8217;onore&#8221;), un tema che mi affascina da quando cominciai a frequentare la Russia alla fine degli anni Ottanta, e che ho studiato a lungo. In tempi recenti, i <em>vory</em> sono diventati un&#8217;icona pop grazie al film di David Cronenberg <em>La promessa dell&#8217;assassino</em> (2007), in cui Viggo Mortensen impersona un aspirante adepto e i corpi degli attori sono coperti di elaborati tatuaggi. I <em>vory</em> compaiono anche nel thriller <em>The Secret Speech</em>, di Tom Rob Smith, appena pubblicato in Inghilterra, una storia ambientata nell&#8217;Unione Sovietica all&#8217;epoca di Chruščëv. Il recente romanzo italiano di Nicolai Lilin, <em>Educazione siberiana</em>, si ispira in parte alla storia vera dei <em>vory </em>per creare la comunità immaginaria degli <em>urka</em> siberiani, che non sono mai esistiti nelle forme descritte da Lilin (detto per inciso, la parola <em>urka</em> significa semplicemente &#8220;delinquente&#8221; in russo).<sup><a href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a></sup> La vera fratellanza dei <em>vory</em> emerse all&#8217;interno del sistema carcerario sovietico, dove sviluppò intricati rituali simili a quelli della chiesa ortodossa russa. Un <em>vor</em> veniva nominato capo dai suoi pari e ciò gli dava di fatto licenza di perseguitare gli altri prigionieri, politici e non. All&#8217;interno dei campi, la fratellanza era in grado di controllare i nuovi membri e punire le infrazioni alle regole. I trasferimenti da un campo all&#8217;altro assicuravano la punizione dei trasgressori. Con il crollo dell&#8217;Unione Sovietica, quando i <em>vory</em> uscirono dal sistema dei campi, molti esperti predissero che si sarebbero trasformati nella nuova forza del crimine organizzato. I <em>vory </em>avevano rituali e tatuaggi, ed erano un gruppo criminale di livello nazionale già confezionato. Una volta usciti di prigione, alcuni <em>vory</em> divennero veri e propri criminali organizzati, con un territorio di competenza e in grado di mobilitare una mano d&#8217;opera violenta, come il signore robusto che teneva banco al ristorante di Perm&#8217;, mentre altri finirono alcolizzati o drogati, incapaci di intraprendere attività criminose di qualche rilievo. Questi ultimi cominciarono a vendere il titolo di <em>vor </em>per denaro e non c&#8217;era nessuno in grado di fermarli. Il marchio era troppo difficile da proteggere e perse valore rispetto ad altri, più credibili, quali la &#8220;Solncevo&#8221; moscovita, la &#8220;Tambovskaja&#8221; di San Pietroburgo e la &#8220;Uralmaš&#8221; di Ekaterinburg. I marchi criminali tendono a essere di dimensioni ridotte e di pertinenza locale. L&#8217;unica eccezione è quella del Giappone, che si spiega col ruolo quasi legale del crimine organizzato: più la mafia può operare allo scoperto, più facilmente riesce a stabilizzare se stessa e la propria reputazione e così a limitare usi impropri del marchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se le mafie sono &#8220;aziende&#8221; desiderose di proteggere la loro reputazione, che cosa vendono? Per rispondere a questa domanda, facciamo entrare in scena Viktor Kulivar detto Karabas, freddato nel 1997 dopo un decennio di onorata carriera come boss del porto di Odessa. In assenza di uno stato capace di proteggere i cittadini e le loro transazioni economiche, Karabas garantiva ai commercianti la sicurezza totale da attacchi compiuti da racket concorrenti o da avidi funzionari ufficiali. Offriva persino un servizio di arbitrato nelle dispute commerciali, in cambio di una commissione del dieci per cento netto. I suoi ammiratori raccontano a Glenny che Karabas aveva circoscritto gli spacciatori a una sola zona del porto di Odessa e aveva impedito la penetrazione in città del traffico di esseri umani. Nel cortile del Bagno turco al numero 4 della via Astaškina di Odessa, una targa commemora le imprese di Karabas: la memoria va alle eulogie pubbliche per Don Calogero Vizzini e i suoi simili nella Sicilia degli anni Cinquanta.</p>
<p style="text-align: justify;">Il caso di Karabas suggerisce a Glenny una tesi generale sulle cause del fenomeno mafioso oggi: all&#8217;origine vi sarebbe la fine del comunismo. Eppure questa tesi non tiene del tutto conto del fatto che le mafie sono esistite anche prima della caduta del Muro di Berlino, in paesi diversi come il Giappone e la Sicilia, entrambe economie di mercato avanzate. Vale la pena di ricordare come nacque la Yakuza giapponese, un aspetto poco noto della storia di quel paese. In Giappone la transizione da una società feudale e agraria a una moderna e industriale avvenne rapidamente, durante il cosiddetto periodo Meiji (1868-1911). In questa fase, il paese vide la fine del feudalesimo, la diffusione dei diritti di proprietà (soprattutto nella sfera agraria) e la promulgazione della costituzione scritta (1889) e del codice civile (1898) accompagnati da un processo di centralizzazione del governo, a spese dei poteri feudali locali. Come effetto della diffusione della proprietà, le dispute aumentarono, sia tra individui, che tra cittadini e lo stato, soprattutto nell&#8217;ambito della tassazione. Il nuovo stato centralizzato però non fu in grado di equipaggiarsi con strumenti rapidi ed efficaci per risolvere tali conflitti. Allo stesso tempo, la transizione produsse una crisi per l&#8217;ampia e ormai inutile classe dei guerrieri al soldo dei feudatari, i famosi <em>samurai</em>. Individui in grado di usare le armi cominciarono a offrire i loro servizi di risoluzione delle dispute e di protezione extra legale al miglior offerente, dando di fatto vita alla Yakuza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Giappone moderno ha faticato a sradicare la Yakuza dai gangli vitali dell&#8217;economia di mercato. Nel 1949, ricorda Glenny, venne per esempio approvata una disposizione che limitava drasticamente il numero di laureati dalla Facoltà di Legge dell&#8217;Università di Tokyo ammessi all&#8217;esame da avvocato: questa misura non fece altro che lasciare scoperto un notevole settore per la risoluzione delle controversie. In assenza di protezione statale, la Yakuza poté continuare a offrire servizi illegali di risoluzione di conflitti patrimoniali, perizie fallimentari e persino richieste di indennizzo in caso di incidenti stradali.</p>
<p style="text-align: justify;">La tesi di Glenny può essere resa più generale e diventare molto simile a quella sostenuta da diversi studiosi, come Gambetta, Curtis Milhaupt, Mark West e il sottoscritto: quando un paese sperimenta un passaggio all&#8217;economia di mercato che si rivela rapido e imperfetto, e sono presenti individui senza padroni pronti a usare la violenza, gruppi extra legali possono emergere ed essere in grado di offrire servizi di soluzione delle dispute economiche. Tali gruppi sono gli antenati delle mafie di oggi. Eppure sarebbe sbagliato dare un&#8217;immagine troppo rosea di questi individui. È vero che il fenomeno mafioso non si può ridurre a pura estorsione e in certi casi fornisce servizi che portano un vantaggio a settori della società, ma nondimeno la &#8220;protezione&#8221; mafiosa produce un disastro collettivo. Nella sfera economica anche la mafia migliore favorisce l&#8217;inefficienza e riduce la concorrenza. Per un buon mafioso è importantissimo assicurare al proprio &#8220;cliente&#8221; il predominio del mercato. Proteggendo ladri e altri criminali, i mafiosi promuovono ulteriore crimine, poiché il ladro sa di poter vendere le merci rubate. &#8220;L&#8217;onorata società&#8221; opera senza tenere in minimo conto i princìpi della giustizia, dell&#8217;equità o del bene della società in generale. In un tale mondo non si può parlare di &#8220;diritto&#8221; alla protezione per cui si è pagato. Gli &#8220;uomini d&#8217;onore&#8221; possono esigere altri favori o altri soldi, o possono colludere con altre organizzazioni contro clienti che hanno sempre pagato regolarmente, e non c&#8217;è nessuna autorità superiore cui la vittima possa appellarsi</p>
<p style="text-align: justify;">Va aggiunto e sottolineato che le mafie non si fanno scrupoli a proteggere i commercianti di merci illegali, si tratti di sigarette di contrabbando o di droga, oppure di organi umani, di donne o di bambini. Un esempio tratto da <em>McMafia</em> è quello di una giovane donna che chiameremo (con un nome fittizio) Ludmilla Balbinova. Convinta a lasciare Chişinau, in Moldavia, venne fatta viaggiare clandestinamente da Mosca al Cairo e venduta a un gruppo di trafficanti beduini con cui attraversò il deserto in un viaggio faticoso e degradante (le ragazze furono costrette ad avere rapporti sessuali in cambio di cibo). Alla fine del viaggio Ludmilla fu comprata da un russo tenutario di un bordello a Tel Aviv e costretta a servire in media venti clienti al giorno, fino a quando riuscì a scappare e tornare a casa. Oggi lotta contro l&#8217;AIDS in un rifugio di Chişinau gestito dall&#8217;associazione non governativa La Strada. La descrizione fornita da Glenny del calvario di Ludmilla è allo stesso tempo istruttiva e memorabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ludmilla la &#8220;merce&#8221; passò dalle mani di un lungo elenco di commercianti &#8211; moldavi, ucraini, russi, egiziani, beduini e russi israeliani &#8211; sebbene non esista un&#8217;organizzazione singola che gestisca questo traffico: un gruppo diverso controlla ogni singola tratta. In effetti, molti studi mostrano come le mafie facciano fatica a migrare al di fuori del loro territorio originario e anche a controllare tutte le fasi di grandi traffici internazionali. Persino in Israele, paese di modeste dimensioni che ha visto un massiccio afflusso di immigrati dalla Russia, Glenny scopre che i mercati illegali più rilevanti, per esempio quello della prostituzione, sono controllati dal «crimine organizzato locale» più che da sussidiarie di mafie basate in Russia, come la Solncevo o la Tambovskaja. È molto difficile, per esempio, dirigere una succursale a Dubai da una base in India. Non a caso i boss della mafia italiana si nascondono nelle aree controllate dalle loro famiglie, ed è lì che vengono arrestati. Lasciare il proprio territorio equivarrebbe a mandare un segnale di debolezza. Il principe, come ci insegna Machiavelli, deve vivere tra i suoi sudditi. Sono molto più comuni alleanze strategiche tra mafie localizzate.</p>
<p style="text-align: justify;">Una volta accumulati i capitali frutto delle loro attività, i racket devono in qualche modo investirli, come farebbe qualsiasi altra impresa commerciale. E qui entrano in scena la globalizzazione e il riciclaggio di denaro sporco. Glenny dimostra come la deregolamentazione dei mercati finanziari abbia aiutato alcune mafie a reinvestire il proprio denaro all&#8217;estero. Stranamente, gli individui con questo compito tendono ad assumere nell&#8217;immaginario collettivo e tra le forze di polizia di tutto il mondo i tratti di moderni Moriarty. Uno di questi personaggi è l&#8217;uomo d&#8217;affari di origine ucraina Semën Mogilevič. Dotato di una mente di prim&#8217;ordine (come Moriarty), Mogilevič si guadagnò il soprannome di &#8220;boss cervellone&#8221; grazie alla laurea in Economia conseguita presso l&#8217;Università di Lvov. Il suo nome è stato associato al traffico di armi e droga, affari petroliferi poco chiari, prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. All&#8217;inizio degli anni Novanta si inserì nel sistema finanziario canadese acquisendo il controllo di un&#8217;azienda quotata sulla Borsa di Toronto. Nel 1996 ebbe un ruolo importante nello scandalo della Bank of New York, quando due funzionari di origine russa (uno di loro in veste di vicepresidente) movimentarono oltre sette miliardi di dollari attraverso centinaia di bonifici illegali. I funzionari citati da Glenny lo definiscono «uno degli uomini più pericolosi del mondo».</p>
<p style="text-align: justify;">Forse Semën può sembrare poco adatto a impersonare il moderno Moriarty per via del suo aspetto: calvo, pesa circa centotrenta chili ed è fumatore accanito &#8211; nessuna rassomiglianza dunque con il personaggio di Conan Doyle, descritto come un uomo alto, snello e ben sbarbato nel racconto <em>Il problema finale</em>. Ma ci sono anche ragioni analitiche per vederlo sotto una luce diversa. Nella galassia della malavita russa Mogilevič svolgeva una funzione specifica: investiva denaro per conto della Solncevo. Tra i suoi investimenti, molti furono disastrosi e qualcuno si rivelò redditizio. Di recente, pare avesse offerto i suoi servigi alla Gazprom. Più che la mente della Mafia Globale sospesa nell&#8217;iperspazio, Mogilevič è il prodotto di entità saldamente radicate in un ambiente preciso e, come molti altri loschi figuri menzionati in <em>Mcmafia</em>, non<em> </em>è una variabile indipendente: questi individui vengono assoldati con mansioni precise da stati, servizi segreti, multinazionali o gruppi mafiosi, ma senza esserne parte integrante. Quando perdono la fiducia dei loro padroni, la loro carriera giunge presto al termine.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo momento, Mogilevič è ospite di un carcere russo. Sospetto che i suoi capi, stanchi dei cattivi investimenti, lo abbiano licenziato dandogli come unica buona uscita un corredo per la prigione. Eppure i mafiosi potrebbero avere un motivo per rallegrarsi. La crisi attuale è diversa da quella di cui fui testimone nell&#8217;agosto del 1998. Le valute hanno retto e i criminali, anche se hanno subito delle perdite finanziarie, riescono ancora a riscuotere efficacemente i loro crediti e possono dunque prestare denaro alle attività commerciali di tutto il mondo affamate di contanti.<sup><a href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc"><sup>2</sup></a></sup> Nel <em>mcmondo</em> in cui viviamo, dovranno solo fare attenzione a non farsi imbrogliare da banchieri senza scrupoli.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> TOM RON SMITH, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B008RPB4SM/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B008RPB4SM&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>The Secret Speech</em></a>, Londra, Simon &amp; Schuster, pp. 464, £ 12,99. NICOLAI LILIN, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005VOFEQ0/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005VOFEQ0&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Educazione siberiana</em></a>, Torino, Einaudi, pp. 344, € 20,00.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a> . In questo momento in Inghilterra circa 165.000 famiglie sono vittime di usurai senza scrupoli, spesso legati alla prostituzione e al mercato della droga.</p>
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		<title>Verdure</title>
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		<pubDate>Thu, 21 May 2009 05:44:27 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lisa Ginzburg</strong></p>
<p><!-- 	 --></p>
<p align="justify">Aspetto una bambina, e causa valori della glicemia un poco alterati seguo una ferrea dieta a base principalmente di proteine e verdure: dal fruttivendolo vado di continuo. Il migliore, nel mio quartiere, è egiziano. Il negozio è grande, a vendere sono in diversi ma il capo è lui. Anche lui è in attesa di una figlia, la sua seconda, e ogni volta mi racconta della moglie, delle sue stanchezze o energie, dei movimenti fetali,  come questa femmina pare scalmanata a paragone del maschio che nella pancia era tranquillo &#8220;e invece adesso che ha tre anni è &#8216;na peste&#8221;. Io ascolto e a mia volta dico di me, più titubante per la nessuna esperienza, ma desiderosa come sono ormai da mesi di scambiare e carpire il maggior numero di informazioni possibile su parti, allattamenti, gestione di questa lunga fase così eccezionale per corpo e spirito che mi sta capitando di vivere.<span id="more-17872"></span></p>
<p align="justify">Conversazioni che di solito imbastisco con donne &#8211; commesse, colleghe, amiche, compagne di tragitti in autobus e metropolitane. Dopo il mio ginecologo lui, il fruttivendolo, è il solo uomo con cui parlo tanto della mia gravidanza. C&#8217;è la mediazione della moglie, sempre assente termine di complice paragone con me. Ma anche altro: una sua autentica partecipazione al mio stato, un rallegrarsi e condividere le mie giornate, quelle in cui sono più energica e sorrido tanto, quelle più faticose e lunatiche. Quando entro nel negozio (affollatissimo, la merce è ottima e i prezzi pure) ci salutiamo da lontano con un cenno contento: parleremo delle nostre bambine, che se il cielo vuole e tutto andrà bene nasceranno a poche settimane di distanza una dall&#8217;altra.</p>
<p align="justify">Il mio ginecologo, primario di rinomata competenza divenuto un amico, dice ridendo che &#8220;ormai se sei incinta pari un&#8217;extracomunitaria&#8221;. Se lui la spara come boutade, io invece la riscontro come assoluta verità, considerando le diverse reazioni al mio stato. Quel che nelle donne italiane è partecipazione felice ma subito ansiosa (&#8220;come ti stai organizzando? dove partorisci? hai già comprato xyz? hai trovato chi ti aiuterà? e il nido? e il latte artificiale?&#8221; e via così, un fiume in piena di programmi preoccupati), nelle africane, asiatiche, sudamericane che incontro è un sorriso di pura fiducia. Ciò che nella maggior parte degli uomini è affettuoso ma distante coinvolgimento, negli stranieri è vera commozione, unita a una strana forma di gratitudine che prescinde dalla realtà per rivolgersi a una forza suprema, trascendente: la forza della creazione. &#8220;Resti qui con noi, bella signora!&#8221; mi chiede l&#8217;aiutante del capo, il ragazzo egiziano che ogni volta mi aiuta a caricare i sacchetti pieni di verdure in macchina. Non è galanteria la sua, simpatia piuttosto, ma anche qualcosa di più alto. L&#8217;idea che una donna incinta è manifestazione in terra di una benedizione, una ricchezza, una luce. Qualcosa a cui stare vicino. Nella nostra cultura la gravidanza è quasi una malattia: e allora viene voglia di rivolgersi altrove, lì dove è intesa invece come salute, vita. Vita che esplode e vince.</p>
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		<title>Il coraggio dimenticato</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 05:09:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/litorale-domitio-4.jpg" alt="litorale-domitio-4" title="litorale-domitio-4" width="400" height="267" class="alignnone size-full wp-image-17677" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/litorale-domitio-4.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/litorale-domitio-4-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /><br />
foto di <strong>Luigi Caterino</strong></p>
<p>di <strong>Roberto Saviano</strong></p>
<p>Chi racconta che l&#8217;arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull&#8217;onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.<br />
 <span id="more-17675"></span></p>
<p>Manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle. Chi ha urlato: &#8220;Ora basta&#8221; ai capizona, ai clan, alle famiglie sono stati africani. A Castelvolturno, il 19 settembre 2008, dopo la strage a opera della camorra in cui vengono uccisi sei immigrati africani: Kwame Yulius Francis, Samuel Kwaku e Alaj Ababa, del Togo, Cristopher Adams e Alex Geemes della Liberia e Eric Yeboah del Ghana. Joseph Ayimbora, ghanese, viene ricoverato in condizioni gravi. Le vittime sono tutte giovanissime, il più anziano tra loro ha poco più di trent&#8217;anni, sale la rabbia e scoppia una rivolta davanti al luogo del massacro. La rivolta fa arrivare telecamere da ogni parte del mondo e le immagini che vengono trasmesse sono quelle di un intero popolo che ferma tutto per chiedere attenzione e giustizia. Nei sei mesi precedenti, la camorra aveva ucciso un numero impressionante di innocenti italiani. Il 16 maggio Domenico Noviello, un uomo che dieci anni fa aveva denunciato un&#8217;estorsione ma appena persa la scorta l&#8217;hanno massacrato. Ma nulla. Nessuna protesta. Nessuna rimostranza. Nessun italiano scende in strada. I pochi indignati, e tutti confinati sul piano locale, si sentono sempre più soli e senza forze. </p>
<p>Ma questa solitudine finalmente si rompe quando, la mattina del 19, centinaia e centinaia di donne e uomini africani occupano le strade e gridano in faccia agli italiani la loro indignazione. Succedono incidenti. Ma la cosa straordinaria è che il giorno dopo, gli africani, si faranno carico loro stessi di riparare ai danni provocati. L&#8217;obiettivo era attirare attenzione e dire: &#8220;Non osate mai più&#8221;. Contro poche persone si può ogni tipo di violenza, ma contro un intera popolazione schierata, no. E poi a Rosarno. In provincia di Reggio Calabria, uno dei tanti paesini del sud Italia a economia prevalentemente agricola che sembrano marchiati da un sottosviluppo cronico e le cui cosche, in questo caso le &#8216;ndrine, fatturano cifre paragonabili al PIL del paese. </p>
<p>La cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, come dimostra l&#8217;inchiesta del GOA della Guardia di Finanza del marzo 2004, aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell&#8217;edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamento Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. La cosca riusciva a immettere circa trenta milioni di euro a settimana in acquisto di abitazioni in Belgio. </p>
<p>L&#8217;egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri &#8211; anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi &#8211; si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 di dicembre, ovvero a due soli giorni dall&#8217;aggressione, il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della &#8216;ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti. </p>
<p>Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti, che in piazza disse: &#8220;Non ci piegheremo&#8221;, riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno. </p>
<p>E facendolo difendono la cittadinanza per tutti i calabresi, per tutti gli italiani. Difendono il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente e difendono il diritto della terra. L&#8217;agricoltura era una risorsa fondamentale che i meccanismi mafiosi hanno lentamente disgregato facendola diventare ambito di speculazioni criminali. Gli africani che si sono rivoltati erano tutti venuti in Italia su barconi. E si sono ribellati tutti, clandestini e regolari. Perche da tutti le organizzazioni succhiano risorse, sangue, danaro. </p>
<p>Sulla rivolta di Rosarno, in questi giorni, è uscito un libretto assai necessario da leggere con un titolo in cui credo molto. &#8220;Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l&#8217;Italia&#8221; di Antonello Mangano, edito da Terrelibere. La popolazione africana ha immesso nel tessuto quotidiano del sud Italia degli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia, anticorpi che agli italiani sembrano mancare. Anticorpi che nascono dall&#8217;elementare desiderio di vivere. </p>
<p>L&#8217;omertà non gli appartiene e neanche la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà. La necessità di aprirsi nuovi spazi di vita non li costringe solo alla sopravvivenza ma anche alla difesa del diritto. E questo è l&#8217;inizio per ogni vera battaglia contro le cosche. Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l&#8217;Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra, le cui organizzazioni criminali hanno insegnato al mondo come strutturare organizzazioni militari e politiche mafiose. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all&#8217;estero. </p>
<p>Oggi, come le indagini dell&#8217;FBI e della DEA dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Altro esempio eclatante è Vito Roberto Palazzolo che ha colonizzato persino il Sudafrica rendendolo per anni un posto sicuro per latitanti, come le famiglie italiane sono riuscite a trasformare paesi dell&#8217;est in loro colonie d&#8217;investimento e come dimostra l&#8217;ultimo dossier di Legambiente le mafie italiane usano le sponde africane per intombare rifiuti tossici (in una sola operazione in Costa D&#8217;Avorio, dall&#8217;Europa, furono scaricati 851 tonnellate di rifiuti tossici). </p>
<p>E questo paese dice che gli immigrati portano criminalità? Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall&#8217;Ucraina dalla Bielorussia. Gestiscono flussi di danaro che spesso reinvestono negli sportelli Money Transfer. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai. </p>
<p>Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell&#8217;eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana. Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l&#8217;alleanza delle mafie italiane. </p>
<p>Nessuna di queste organizzazioni vivrebbe una sola ora senza l&#8217;alleanza con i gruppi italiani. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l&#8217;assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle &#8220;anime belle&#8221;, come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi &#8211; insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo &#8211; è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d&#8217;Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L&#8217;Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in se la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.</p>
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		<title>Il tempo è scaduto!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 May 2009 05:16:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di  Andrea Bottalico. Fotografie di Alessandro De Filippo. Raccontare ad un casertano che sulla Domiziana ci sono le puttane è come indicare ad un mercante di pietre preziose il peso reale di un carato. E’ impossibile che lui non lo sappia. Noi sin da bambini abbiamo imparato involontariamente due cose “fondamentali”. Primo: la totale mancanza [&#8230;]]]></description>
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<p>di  <strong>Andrea Bottalico</strong>. Fotografie di <strong>Alessandro De Filippo</strong>.</p>
<p>Raccontare ad un casertano che sulla Domiziana ci sono le puttane è come indicare ad un mercante di pietre preziose il peso reale di un carato. E’ impossibile che lui non lo sappia. Noi sin da bambini abbiamo imparato involontariamente due cose “fondamentali”. Primo: la totale mancanza di fiducia verso chiunque, qualsiasi essere vivente materiale o immateriale che sia. Secondo: il luogo in cui le puttane vanno a battere. E non certo perché sognavamo di andarci, sulla Domiziana. Nel nostro immaginario erano tutte laggiù, accumulate in quel luogo indefinito e apparentemente lontano dalle nostre strade sicure, perché sin da piccoli, quando si trattava di offendere qualcuno, nei campetti di calcio del Buon Pastore o nei cortili di scuola, usciva sempre, e dico sempre, la solita ingiuria, quella che  scaldava gli animi prima delle colluttazioni, il preludio di una qualsiasi rissa, l’apice della provocazione:</p>
<p>«Che hai da guardare!? Uomo di merda! Vieni qua, vieni! Vieni che ti piscio in testa! La sai tua madre?! Tua madre fa la puttana sulla Domiziana!!..»<br />
<span id="more-17379"></span> Alla luce del mattino, sotto il sole o la pioggia, nelle notti tra i mazzoni. La faccia graffiata dal vento che leviga pelle che vende pelle minacciata. Sono ombre vive, le detenute del litorale. Le guardi ma non le vedi. Respirano! Non si tratta delle mignotte cantate dai cantori di un tempo andato. Nessuna “Bocca di rosa” o “Marinella” dagli occhi grandi quaggiù. Non ce ne sta una che lo faccia per noia o per passione. Un sentimento così umano non può avere luogo in questa arteria stradale, e laddove ci sia passione, questa non si trova di certo sotto forma di donna schiavizzata, ridotta a merce, bestia da soma, ingranaggio. Ha perfettamente ragione chi afferma che la Domiziana sia una sorta di laboratorio del futuro. Ed eccole qua, “le zoccole”: eccole qua le cavie di questo laboratorio. Ogni perimetro di quel corpo, ogni grammo di quella carne, ogni miserabile fascino la dice molto più lunga di quanto non possa sussurrarci. Quando è cominciato tutto questo? E’ una forma di schiavitù che non pone assolutamente le sue radici in un passato arcaico. Non stiamo parlando del lavoro più antico del mondo, tanto per intenderci. Le radici sono piantate qui. Inestirpabili. In questo eterno presente che scorre inesorabile lungo la Strada Statale 7 Quater (SS7/QTR), via Domitiana, a neanche trenta chilometri da Napoli. In un mondo arcaico non esistevano ancora certe forme di schiavitù razionalizzata e sistematica, organizzata nei minimi dettagli, oliata nei passaggi, disciplinata e scrupolosa, dettata da una violenza psicofisica, tecnica e gerarchizzata. Esistevano altre forme di schiavitù, beninteso. Ed allora mi ritrovo costretto anche io, lungo questa strada come sopra un filo del rasoio, in questa bella serata, a cercare qualcuno o qualcosa che possa rispondere alle mie inutili domande o forse al mio insano rancore.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-17392" title="iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450.png" alt="iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450" width="450" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450.png 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m5c4eb0bc-450-300x200.png 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>A puttane! Dopo aver percorso questa strada durante tutto l’inverno mi ero abituato ad avvertire il freddo che usciva dalla terra, pensando si trattasse di una condizione permanente, una caratteristica climatica del litorale. Invece no, la primavera non ha risparmiato nessuno. In questa serata oltre il tramonto mi accompagna un sapore che tutto avvolge, facendomi sentire meno solo per un istante. Poi mi accorgo di guidare la macchina sulla stessa strada teatro di una strage di immigrati ignari persino del significato della parola camorra. Sembra sia passata un’eternità da quella notte del 18 settembre, ma in verità non è passato neanche un giorno, perché qui il tempo è completamente fermo. Immobile. Qui il tempo è scaduto. E il futuro è già passato davanti a tutti noi e noi non ce ne siamo neppure accorti. Come potevamo, del resto? Non ne abbiamo avuto il tempo. Con gli occhi rincorro gli occhi delle puttane che in certi tratti di marciapiede non si riescono a contare. Anche loro puntano direttamente alle mie pupille dilatate, perché anche loro hanno degli occhi, a differenza di quegli schiavi dell’antichità raccontati da Erodoto, quelli a cui gli Sciiti strappavano gli occhi al fine di assoggettarli meglio alla loro funzione servile. Le puttane del litorale Domitio, almeno in questo, possono ritenersi fortunate. Hai la netta impressione che ti stiano sussurrando qualcosa, con quegli sguardi: qualcosa di incomprensibile, di veramente incomprensibile. Senti il loro alito ammalato, e le labbra carnose schioccano al tuo passaggio: lanciano baci. Hanno quasi tutte il viso brillante, imbrattato dalla cera, mentre il riflesso di questa luce si staglia sui loro volti facendole sembrare beate, iridescenti. Sono gli automobilisti il loro barlume di speranza, ma ciò che per me vuol dire speranza per le puttane vuol dire dittatura. Sarebbe stato meglio non esserci mai venuti, da queste parti. Ci sono moltissime donne che vengono iniziate proprio qui, fanno apprendistato, per così dire, “imparano l’arte”. Molte infatti non conoscono per niente l’italiano, a parte le classiche parole del mestiere che gli aguzzini le hanno insegnato. E poi non c’è bisogno di imparare nessuna lingua per fingere un orgasmo. Capita spesso di incontrarne alcune che non parlano per niente, conoscono soltanto i prezzi delle prestazioni, e per il resto del tempo manifestano il loro dissenso attraverso il lutto del silenzio. Eppure, in questo scenario, la loro presenza rimanda ad una possibile divagazione su ciò che io intendo per bellezza. Una divagazione che fallisce sul nascere, naturalmente. Perché qui la bellezza è una condanna, anzi la peggiore delle condanne. Come un castigo. E la bellezza degli oppressi ferisce, mutila. Al di fuori del loro sguardo, non ha potere la lama di nessun coltello, come disse il poeta. E mentre scruto questa condizione, senza volere mi vengono in mente tutti i paesini desolati dell’alto casertano, quelli che mio fratello mi ha iniettato attraverso le sue entusiaste descrizioni; arrampicati sulle montagne del Matese e del Taburno, imbevuti di vigneti, accanto alle sorgenti. Nascondigli di storie che la memoria non potrà mai tradire, villaggi in cui briganti leggendari trovarono rifugio, laddove gli anarchici Cafiero e Malatesta cominciarono ad appiccare il fuoco di una disperata rivolta. Luoghi ormai abbandonati, di un fascino che ammutolisce. Quei paesi in cui “si sente l’assenza di chi se n’è andato e quella di chi non è mai venuto”. Cosa c’entra con le puttane non saprei dirlo, ma Il nodo che lega il litorale Domitio a questi luoghi opposti è proprio il loro fascino sinistro, la loro tragica e quanto mai repressa bellezza, il loro triste destino, con una differenza: lungo la Domiziana si sente la presenza di chi c’è sempre stato e l’assenza di chi avrebbe dovuto esserci. E mai come in nessun luogo si vede ciò che la mano umana è stata capace di combinare. Il risultato è il peso morto della solitudine. La stessa solitudine che probabilmente intravedo negli occhi impauriti di queste puttane, lungo il litorale. Non esiste bellezza più straziante.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-17393" title="iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450.jpg" alt="iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450" width="450" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_191c5c08-450-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-17394" title="iltempoescaduto3r_html_60fd640f-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_60fd640f-450.png" alt="iltempoescaduto3r_html_60fd640f-450" width="450" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_60fd640f-450.png 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_60fd640f-450-300x200.png 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>C’è poco da fare. Ogni volta che vengo a sentire l’aria che si respira da queste parti io ricordo l’amore. Non si tratta di quel senso del piacere effimero che provi quando sei spensierato tra le braccia di una donna. E’ qualcosa di più indispensabile. E se una divagazione azzardata sulla bellezza fallisce sul nascere, una riflessione sull’amore in questo tremendo contesto sarebbe un sacrilegio. Eppure è più forte di me. Penso all’amore, e scavo nelle immagini di un passato lontano, quando avevo dei sogni che adesso non sono più. Nulla di sdolcinato, sia chiaro. L’amore di cui sto parlando racchiude in sé qualcosa di estremamente essenziale e misero, uno strumento per sopravvivere senza soccombere a questa umiliazione quotidiana. L’amore di cui sto parlando è l’unico che vale la pena di assecondare!</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-17395" title="iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450.jpg" alt="iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450" width="450" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_m1b167798-450-300x200.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>Sessanta miliardi di euro l’anno: sono queste le cifre approssimative quando si parla dei profitti della tratta di esseri umani. Un affare colossale, impossibile da circoscrivere nella sua totalità. La prostituzione da tratta produce da sola un giro di affari di sette miliardi di euro: un mercato secondo soltanto al traffico internazionale di stupefacenti. Una puttana “rende” al suo sfruttatore diecimila euro al mese, e in Italia le donne sfruttate e vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale sono circa centomila. Ma questi sono soltanto numeri. Sfuggono alla reale condizione delle donne costrette a prostituirsi lungo il litorale e altrove. Sopra la pelle delle ragazze nigeriane c’è il profumo dell’invisibile mondo dei trafficanti di esseri umani e di stupefacenti. Un mondo che non si riesce totalmente ad afferrare, perché troppo vasto. Di queste pratiche economiche sviluppate lungo il litorale si arriva a vedere soltanto il frutto marcio, il triste risultato, lo schiavo reso ormai schiavo da molto tempo. Ogni anno mezzo milione di nuove donne è immesso nei paesi dell’Europa occidentale. Il litorale Domitio è diventato uno snodo fondamentale, e chi ha consentito tutto questo era sin dal principio consapevole dei profitti ricavati senza alzare un dito. Ormai è chiaro che senza il business della prostituzione non esisterebbe alcun traffico internazionale di stupefacenti, e di conseguenza nessun tipo di spaccio al minuto lungo la Domiziana: gli investimenti del primo vanno ad irrorare il mercato del secondo. I particolari dell’operazione “Viola”, portata avanti dalla Direzione distrettuale Antimafia di Napoli, forse rendono l’idea: il 20 aprile scorso i carabinieri del Ros hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 62 indagati responsabili di associazione finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e traffico internazionale di stupefacenti. Nel corso delle indagini sono stati arrestati in flagranza 49 corrieri, con il complessivo sequestro di 60 chili di eroina e 120 chili di cocaina. I provvedimenti hanno interessato Castelvolturno, il Lazio, il Piemonte, l’Emilia Romagna, l’Umbria, La Lombardia, la Nigeria, La Turchia, la Bulgaria, l’Olanda, la Colombia e il Perù. Per la prima volta sono stati accertati i collegamenti tra i network nigeriani ed i narcotrafficanti colombiani. Si tratta di indagini avviate dai carabinieri nel febbraio 2007 in stretta cooperazione con la polizia olandese, nei confronti di un network transnazionale di matrice nigeriana, responsabile della tratta di centinaia e centinaia di donne provenienti dal paese di origine ed introdotte illegalmente negli stati dell’area Schengen per essere sfruttate sessualmente. La base operativa era Castelvolturno. Le indagini hanno anche accertato come il finanziamento della tratta avvenisse attraverso il traffico internazionale di cocaina ed eroina. La distribuzione del narcotico veniva affidata a gruppi di connazionali attivi in particolare a Torino, Brescia, Padova, Verona, Roma e Napoli. Ecco perché non bisogna guardare più soltanto il litorale, ma dentro le sue viscere, al di là della realtà visibile, oltre quei corpi seminudi, in quei dieci chilometri di pineta abbandonata e distrutta, attraverso quella strada tagliata di netto tra le campagne ed il mare, quella feccia di mare. Bisogna guardare altrove. Intanto Il 18 aprile, due giorni prima dell’operazione dei Ros, oltre diecimila persone, tra migranti e rifugiati, studenti e associazioni antirazziste, sindacati e movimenti, hanno manifestato dalla Domiziana a Castelvolturno, nell’anniversario della strage degli immigrati africani del 18 settembre scorso.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-17396" title="iltempoescaduto3r_html_14be5852-450" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_14be5852-450.png" alt="iltempoescaduto3r_html_14be5852-450" width="450" height="301" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_14be5852-450.png 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/05/iltempoescaduto3r_html_14be5852-450-300x200.png 300w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></p>
<p>Cambia la luce, cambiano le forme, cambia la geometria abusiva di questa strada statale. Il buio s’infittisce e gli spiragli si affievoliscono. E più mi inoltro verso Mondragone, più mi sento sprofondare. Una catabasi infinita: Lago Patria Ischitella Lido Castel Volturno Pescopagano Le Morelle Pineta Nuova Baia Azzurra Baia Domitia. Iniziano ad apparire puttane dalla pelle chiara. Sono dell’est. Se lo sono spartiti bene il marciapiede. Bande di albanesi violenti e “benefattrici” nigeriane dal cuore redento per grazia di pastori pentecostali con un briciolo di carisma, il giorno prima schiave, il giorno dopo carnefici unte da chissà quale mistura; hanno fatto carriera, loro. Le Madame gestiscono il ciclo della prostituzione nigeriana dal principio alla fine. Hanno il permesso di soggiorno, molto denaro per investire, corrompere, comprare e vendere ragazze, pagare estorsioni, e sono organizzate in associazioni di facciata registrate legalmente, dai nomi autorevoli: “Sweet mother”, “Supreme ladies association”, “Great Binis association”. Se una Madame tiene in pugno un’impresa composta da una ventina di donne, non è difficile calcolare i profitti settimanali. In fondo le Madame “non fanno nulla di male”, non hanno problemi con la coscienza, anzi. Questi trafficanti di marionette si sentono innocenti. Ma perché di puttane ce ne sono soltanto in questa lingua di terra e non nelle sue viscere? Le nigeriane, ad esempio, oltre al litorale Domitio sono costrette a battere pure le strade nei dintorni di Capua, Marcianise, Teverola, per poi spostarsi nelle strade periferiche dell’Italia intera. Perché non a Villa Literno, Casapesenna? Perché non a San Cipriano d’Aversa, a Villa di Briano? Frode allo stato, controllo degli apparati pubblici, gestione del ciclo del cemento, appalti, traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, traffico di rifiuti tossici: c’è chi sostiene che la camorra nostrana in passato favorì lo sviluppo dello spaccio al dettaglio e della prostituzione gestita da nigeriani ed albanesi lungo il litorale Domitio per “distrarre” le forze dell’ordine, impegnate in tal modo a reprimere queste attività illecite visibili alla luce del giorno piuttosto che indagare sui traffici miliardari delle retrovie. Come se un’attività illecita di facciata riuscisse a nascondere i veri affari dei clan che comandano il territorio. Una sorta di diversivo? Non può essere così semplice. Sta di fatto che né la polizia né i militari della Folgore hanno assolutamente represso queste attività, avallando la tesi del “male necessario”. Come se fosse cosa da poco. In fondo che cosa c’è di male? Cosa vuoi che siano delle mignotte costrette a battere lungo una strada di periferia? “Sai quanti stupri e quante violenze sessuali alle donne in più ci sarebbero se non ci fossero loro a far sfogare il branco?”</p>
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<p>Scende la sera lungo la Domiziana. L’ennesima sera. Le ragazze a tratti formano dei gruppetti numerosissimi. Si sentiranno meno sole se lavorano in gruppo. Le osservo per l’ultima volta prima di andare via. Osservo per l’ultima volta quegli occhi truccati sotto i capelli neri, quelle cosce nude ed impacciate negli stivali ed i tacchi a spillo. Le luci dei lampioni in fuga creano un’atmosfera arancione che s’infrange nel vuoto della pineta selvaggia. Ma ormai è troppo tardi, dannazione! Sarà meglio tornarsene verso casa.<br />
Castel Volturno. 23 Aprile 2009</p>
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