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	<title>inediti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Bione di Flossa di Smirne &#8211; Epitafio di Adone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 05:10:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[trad. di Daniele Ventre Ahi per Adone io grido: “È morto lo splendido Adone”. “Morto lo splendido Adone”, riecheggiano il grido gli Amori. Cipride sopra lenzuola di porpora non riposare: svegliati, misera te, con la nera veste e sul petto battiti e dillo fra tutti: “È morto lo splendido Adone”. Ahi per Adone io grido, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>trad. di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>Ahi per Adone io grido: “È morto lo splendido Adone”.<br />
“Morto lo splendido Adone”, riecheggiano il grido gli Amori.<br />
Cipride sopra lenzuola di porpora non riposare:<br />
svegliati, misera te, con la nera veste e sul petto<br />
battiti e dillo fra tutti: “È morto lo splendido Adone”.<br />
Ahi per Adone io grido, riecheggiano il grido gli Amori.<br />
Giace lo splendido Adone sui monti ferito da zanna,<br />
candida zanna nel fianco suo candido e affligge anche Cipri,<br />
tanto sottile ha il respiro: il suo nero sangue gli scorre<br />
sopra le carni di neve e sotto le ciglia i suoi occhi<br />
cedono, dalle sue labbra la rosa svanisce e su quelle<br />
viene morendo anche il bacio, che no, non avrà mai più Cipri.<br />
Anche se non è più vivo, a Cipride piace quel bacio,<br />
e però Adone non sa che lei lo baciò nella morte.<br />
Ahi per Adone io grido, riecheggiano il grido gli Amori.<br />
Una terribile piaga, terribile, Adone ha nel fianco,<br />
ma nel suo cuore la dea di Citera ha piaga più grande.<br />
Si lamentavano intorno al giovane i cani fedeli,<br />
anche le ninfe montane lo piangono: intanto Afrodite,<br />
lei che le trecce s’è sciolta, in mezzo ai cespugli s’aggira,<br />
lugubre, chiome neglette e scalza e frattanto i roveti,<br />
mentre cammina, la graffiano e spillano il sacro suo sangue;<br />
con un acuto lamento per gole profonde si inoltra,<br />
grida per lui, per lo sposo di Siria, e lo chiama il suo bimbo.<br />
Livido sangue però gli scorreva sull’ombelico,<br />
fin dalle cosce era rosso il petto, di porpora rosso<br />
era anche il petto di Adone, già candido come la neve.<br />
“Ahi per la dea di Citerea”, riecheggiano il grido gli Amori.<br />
Morto lo splendido sposo, è morta la forma divina.<br />
Chiara bellezza ebbe Cipri, fin tanto che Adone era vivo:<br />
Ma con Adone morì la bellezza. “Ahi ahi, dea di Cipro!”<br />
Dicono tutte le vette e le querce, “Ahimè per Adone!”<br />
E di Afrodite i dolori li piangono i fiumi, anche loro,<br />
lacrimano per Adone perfino le polle sui monti,<br />
per il dolore anche i fiori si arrossano; lei, Citerea,<br />
leva lamento per tutte le balze e per tutte le forre,<br />
ahi per la dea di Citera, è morto lo splendido Adone.<br />
Eco in risposta gridò: “È morto lo splendido Adone”.<br />
Chi col suo “ahi ahi” non compianse il feroce amore di Cipri?<br />
Come intuì, come vide la piaga insanata di Adone,<br />
come guardò rosso il sangue colargli alla coscia ferita,<br />
se lo cullò fra le braccia e gridò: “Ah, Adone, rimani!<br />
Misero Adone, rimani, che l’ultima volta io ti prenda,<br />
e nel mio abbraccio io ti tenga e unisca alle labbra le labbra!<br />
Svegliati, Adone, un istante, e donami l’ultimo bacio,<br />
baciami per un momento, per quanto può vivere un bacio,<br />
fino a che fra le mie labbra tu spiri e fin dentro il mio cuore<br />
il tuo respiro discenda, io succhi il tuo filtro soave,<br />
beva l’amore da te, che lo serbi io questo tuo bacio,<br />
come te stesso, te, Adone, poiché tu, infelice, vai via,<br />
tu te ne vai via lontano e discendi nell’Acheronte,<br />
presso un sovrano spietato, terribile, mentre io, l’afflitta,<br />
resto qui a vivere e sono una dea e non posso seguirti!<br />
Tu mi rapisci lo sposo, Persèfone: già, tu lo sei,<br />
molto più forte di me, ogni cosa bella a te corre:<br />
io sono misera in tutto e soffro infinito tormento,<br />
piango così per Adone che è morto e di te io ho paura.<br />
Muori, o tre volte bramato, la brama è su me come un sogno,<br />
vedova è ormai Citerea, sono soli in casa gli Amori.<br />
Muore il mio cinto con te. Perché vai a caccia, tu, audace?<br />
Tu che sei tanto gentile, hai osato affrontare una belva?”<br />
Cipri gemeva così: riecheggiano il grido gli Amori.<br />
Ahi per la dea di Citera, è morto lo splendido Adone!<br />
Tante ne versa la Pafia di lacrime, quanto il suo Adone<br />
versa di sangue e le gocce in terra diventano fiori:<br />
rosa da sangue e così da lacrime anemone nasce.<br />
Ahi per Adone io grido, è morto lo splendido Adone.<br />
No, fra i cespugli lo sposo non devi più piangerlo, Cipri.<br />
No, non è degno di Adone un solingo letto di foglie:<br />
Dea di Citera, anche adesso che è morto, abbia Adone il tuo letto!<br />
Bello è perfino da morto, un bel morto, quasi che dorma.<br />
Stendilo sulle lenzuola tue morbide, dove dormiva,<br />
dove con te nella notte in un sacro sonno giaceva,<br />
sopra quel talamo d’oro: desidera Adone anche spento.<br />
Gettagli intorno corone di fiori: e sia tutto con lui,<br />
ora che lui è finito, con lui tutti muoiano i fiori.<br />
Versagli sopra gli unguenti siriaci, versa profumi:<br />
muoiano tutti i profumi, è morto il profumo tuo Adone.<br />
Giace disteso su teli di porpora il tenero Adone<br />
e lo lamentano e in pianto si effondono intorno gli Amori<br />
e per Adone la chioma recidono: chi le sue frecce<br />
getta su lui, chi il suo arco, chi l’ala e chi poi la faretra;<br />
e chi poi libera Adone dei sandali, chi nel lebete<br />
d’oro gli viene portando dell’acqua e chi lava il suo fianco,<br />
chi nel frattempo con l’ala alle spalle ventila Adone.<br />
“Ahi per la dea di Citera”, riecheggiano il grido gli Amori.<br />
Presso gli stipiti tutte le fiaccole ha spente Imeneo,<br />
via ha gettato anche il serto nuziale e non più, non “Imene”,<br />
no, non “Imene”, il suo canto più modula, no, ma ricanta<br />
“Ahi, ahi, ahimè”, e “oh, Adone”, più ancora che non “Imeneo”.<br />
E per il figlio di Cinira effondono pianto le Grazie,<br />
“Morto lo splendido Adone”, si dicono l’una con l’altra.<br />
“Ahi”, esse gridano acuto, più ancora che non “o Peana”!<br />
E per Adone perfino le Moire cantavano: “Adone”,<br />
e riecheggiavano il canto: ed egli però non le sente;<br />
non che non voglia, non già, ma è Kore che non lo rilascia.<br />
Dea di Citera, oggi smettili i gemiti, frena i lamenti:<br />
legge è che ancora tu pianga, che lacrimi ancora un altr’anno.</p>
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		<title>Storia con il menga</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/03/16/storia-con-il-menga/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2020 06:14:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Balzo Bonoturri C&#8217;era il menga che faceva tra la la. Ma in bozze. C&#8217;era anche il corpetto della Santa Poesia. Ma in bozze. C&#8217;era anche la carne viva. Ma in bozze. Tra la la.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Balzo Bonoturri</p>
<p>C&#8217;era il menga che faceva tra la la. Ma in bozze. C&#8217;era anche il corpetto della Santa Poesia. Ma in bozze. C&#8217;era anche la carne viva. Ma in bozze. Tra la la.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>NO. 1, OP. 1</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/03/15/no-1-op-1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2020 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Zibardi]]></category>
		<category><![CDATA[raacconti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Zibardi NOTTURNO NO. 1 &#160; Notte. Una strada di provincia. Lui sta guidando sereno: è un ragazzo dal viso pulito, sincero. Ascolta musica rilassante, un adagio al pianoforte. La strada si srotola sotto la luce dei fari. Poi accade. Al lato della strada c’è una ragazza. Si sbraccia, sembra chiedere aiuto. Lui si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giacomo Zibardi</strong></p>
<p>NOTTURNO NO. 1</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Notte. Una strada di provincia. Lui sta guidando sereno: è un ragazzo dal viso pulito, sincero. Ascolta musica rilassante, un adagio al pianoforte. La strada si srotola sotto la luce dei fari.</p>
<p>Poi accade.</p>
<p>Al lato della strada c’è una ragazza. Si sbraccia, sembra chiedere aiuto. Lui si ferma, lei sale sull’auto.</p>
<p>È sconvolta, trema. Andiamo, dice la ragazza, come se si conoscessero da una vita, o avessero una meta da raggiungere. Sembra indifesa, ma nasconde un segreto. Lui è stranamente tranquillo, e sembra innocente, ma è colpevole.</p>
<p>Nel bagagliaio dell’auto c’è un corpo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTTURNO NO. 2</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ha uno sguardo rilassato, il ragazzo, e guida nella notte infinita di una provincia senza nome. L’auto è un oggetto di luce che si muove seguendo la lingua d’asfalto che taglia campi incolti, vigne, campi coltivati. Dentro l’abitacolo il tempo del mondo è dilatato dalle note leggere di un adagio per pianoforte. Dentro l’auto un tempo, fuori dal tempo dell’auto il mondo e la sua notte. Poi uno stacco netto divide prima e dopo: lei appare sulla strada. Muove le braccia come ali cercando di farsi notare nel fascio di luce dei fari. Lui rallenta, osserva, decide, si ferma. Lei sale e prende posto, sbatte la porta, andiamo dice; trema, sconvolta. Il ragazzo esegue l’ordine senza fare domande, procede sulla strada spaccando il buio, destinazione ignota. Sembrano una coppia reduce da un litigio, stanno in silenzio. La ragazza è un dolce mistero. Questo è il mondo che accade, pensa lui, guardando la strada rivelarsi insieme a un paesaggio distorto, illuminato dagli abbaglianti.</p>
<p>Il corpo chiuso nel bagagliaio sobbalza quando le ruote incontrano disconnessioni sull’asfalto. Lei sembra calmarsi. Lui la guarda. Diventeranno amici in meno di un’ora.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTTURNO NO. 3</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Io sono il mondo, ha pensato mentre la soffocava. Io sono il pianeta, io sono il cielo e la terra e il fuoco e l’aria e l’acqua, oltre lo spazio io sono il firmamento, l’evoluzione e la storia. Questo è il regno dell’uomo e l’uomo sono io, ha pensato. Il corpo si è irrigidito dopo l’ultimo respiro. Il viso del corpo ha smesso di essere un viso, trasfigurato da un pittore invisibile. È tutto finito. È un corpo, nient’altro. Ha sollevato il corpo con fatica, trasportandolo fuori casa, è inciampato crollando solo una volta, è stata dura, uno sforzo importante, ma finalmente l’ha chiuso nel baule dell’auto. Si è fermato a respirare. Profondi respiri per ristabilire un battito cardiaco accettabile. Io sono una persona, ha pensato. Si è seduto in macchina. Le note di pianoforte, un adagio sconosciuto, hanno cullato quel viaggio impulsivo. Il mondo accade, io sono il mondo, io sono una persona nel mondo, ha pensato, questo è il regno dell’uomo. La notte ha inghiottito l’auto, preservandola dagli occhi dell’universo. I fari hanno illuminato la piccola porzione di strada davanti all’auto. Poi è apparsa la ragazza. Una visione paradossale. Non sa spiegarsi perché la carica. Quella ha aperto la porta, è salita. Con un volto distrutto dalla paura. Lui è annegato in quel mistero. Dentro ha sorriso. Il corpo nel baule sarà un dettaglio inutile per la storia del loro grande amore. Il ragazzo ha guardato in alto, dove i fari non sono riusciti a illuminare la vita. Siamo due persone abbracciate dal buio, protette dalla lamiera, incastonate nel mondo come una gemma preziosa nella miniera assoluta dell’Universo, l’Universo si espande, io sono l’Universo, ha pensato voltandosi verso la ragazza, io sono l’Universo, il tuo Universo: tu il mio.</p>
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		<title>inversioni rupestri (# 2)</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/03/13/versi-rupestri-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Mar 2020 06:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[invasioni rupestri]]></category>
		<category><![CDATA[inversioni rupestri]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Val Camonica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua. Ut enim ad minim veniam, quis nostrud exercitation ullamco laboris nisi ut aliquip ex ea commodo consequat. Duis aute irure dolor in reprehenderit in voluptate velit esse cillum dolore eu fugiat nulla pariatur. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua. Ut enim ad minim veniam, quis nostrud exercitation ullamco laboris nisi ut aliquip ex ea commodo consequat. Duis aute irure dolor in reprehenderit in voluptate velit esse cillum dolore eu fugiat nulla pariatur. Excepteur sint occaecat cupidatat non proident, sunt in culpa qui officia deserunt mollit anim id est laborum.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Una meravigliosa storia d’amore</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/03/12/una-meravigliosa-storia-damore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Mar 2020 06:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[cristo]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Cristò (Chiapparino), La meravigliosa lampada di Paolo Lunare, 2019, TerraRossa Edizioni. È un libretto di un centinaio di pagine. Eppure credo uno dei più belli usciti nell’ultimo anno. Perché La meravigliosa lampada di Paolo Lunare non è solo una meravigliosa storia d’amore ma una raffinata analisi del rapporto di coppia, del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="western" align="JUSTIFY"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-83027 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/cristò.jpg" alt="" width="342" height="497" />di <b>Romano A. Fiocchi</b></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Cristò (Chiapparino)</b>, <i>La meravigliosa lampada di Paolo Lunare</i>, 2019, TerraRossa Edizioni.</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">È un libretto di un centinaio di pagine. Eppure credo uno dei più belli usciti nell’ultimo anno. Perché <i>La meravigliosa lampada di Paolo Lunare</i> non è solo una meravigliosa storia d’amore ma una raffinata analisi del rapporto di coppia, del sistema di menzogne – a fin di bene o a fini personali – su cui tale rapporto regge. Fantasioso, bizzarro, immaginifico, echeggia il celebre <i>Ghost</i> cinematografico ma se ne distacca attraverso la sua struttura letteraria, i cambi alternati di prospettiva (ora quella di Paolo, ora quella di Petra), l’approfondimento psicologico dei caratteri, l’uso di una lingua fatta nel contempo di scorrevolezza e di eleganza. Cristò – al secolo Cristò Chiapparino – deve aver sicuramente letto le <i>Lezioni americane</i>, e aver appreso i princìpi di leggerezza rapidità esattezza.</p>
<p align="JUSTIFY">Princìpi che erano già presenti, per quanto con minore evidenza, nel suo precedente romanzo, <i>Restiamo così quando ve ne andate</i> (Terrarossa, 2017). Un romanzo che con la densità delle sue duecentotrenta pagine offriva una lettura gratificante e impegnativa, fatta di intrecci e di cambi di scena, senza però raggiungere la perfezione e la bellezza che incarna la storia di Paolo e Petra. Non per nulla mi piace considerare <i>Restiamo così </i>una sorta di palestra di allenamento dell’autore. A cominciare dall’esercizio dei cambi di prospettiva della voce narrante: prima quella di Francesco, il protagonista iniziale, che gradatamente viene sovrastata da quella della casa, che poi si rivela il vero fulcro del romanzo. Perché gli uomini vanno e le case restano. I ricordi delle case sono i fantasmi degli inquilini che se ne sono andati: “Eppure certe volte ci sentite e avete paura di noi, ci chiamate fantasmi, presenze, spiriti. E invece siamo noi”. Noi, le case.</p>
<p align="JUSTIFY">Affinità nei due romanzi anche per quel che riguarda le ossessioni che tormentano i personaggi: Francesco, in <i>Restiamo così</i>, si industria nel costruire una Dream-Machine, sorta di lampada dinamica che produce stimoli visivi, per stordire il proprio disagio. Paolo, nella <i>Meravigliosa lampada</i>, cerca di costruire una lampada che produca “la luce del sole così com’è”, per farne un regalo. Ecco, questa divergenza di finalità lascia intendere l’impostazione realistico-concreta del primo libro e quella magico-poetica del secondo. Francesco porta sino in fondo la sua agonia esistenziale senza accorgersi minimamente dell’animismo della casa in cui abita. Viceversa, Petra e Paolo scoprono la magia del mondo che li circonda e la vivono (Paolo addirittura da morto) come se fosse la più normale delle cose. Normale una lampada che consente di vedere gli ologrammi dei morti. Normale Petra che scrive con la luce della lampada magica per comunicare con il fantasma di Paolo. Normale Paolo che da morto vede Petra come una lucciola. Normale, per Petra, dire ad un fantasma l’ultima menzogna a fin di bene: “Sono stata in ospedale, scrisse Petra nel buio. Come stai ora, mimò Paolo. Meglio, mentì Petra”.</p>
<p align="JUSTIFY">È un realismo magico, quello di Cristò, tutto speciale, che ti immerge in una realtà-altra con poche esatte parole: “Paolo aprì gli occhi in mezzo alla campagna nella consapevolezza precisa e inequivocabile di essere morto”. Cose banali diventano straordinarie e svelano i loro segreti. Persino lo schema di un sudoku, riprodotto fedelmente in un circuito di ottantuno lucine di nove colori diversi (da un blu quasi nero all’arancione), ti permette di generare una luce che illumina quella parte del mondo fuori di ogni dimensione, il mondo misterioso dove si muovono gli ologrammi dei morti.</p>
<p align="JUSTIFY">Magia e poesia, dicevo più sopra. Magia del mondo nascosto, che esiste ma che non vediamo se non attraverso la poesia. E attraverso l’amore. Perché è solo grazie all’amore che Paolo si inventa la sua lampada straordinaria. Emergono insomma, nella storia di Paolo e Petra, tutti i tentativi dell’uomo moderno di superare l’isolamento e comunicare all’altro/altra i propri sentimenti, nella speranza di essere corrisposto. Cosa che non accade in Francesco, che incarna invece il malessere del nostro tempo e l’impoverimento dei rapporti umani: i social network, la televisione, la precarietà del lavoro, l’individuo ridotto a un numero, abbrutito in mansioni denigranti come passare la giornata a contare le monetine del supermercato e a dividerle in sacchetti.</p>
<p align="JUSTIFY">È dunque una storia positiva, quella di Paolo e Petra, che nonostante l’amarezza (non si tratta certo di un romanzo rosa a lieto fine) lascia del dolce in bocca al lettore. Sia chiaro: non si tratta di leziosità, ma di un sentimento profondo, che va appunto oltre la morte, senza che i due protagonisti vestano i panni di eroi o figure eccezionali. Paolo e Petra sono due esseri semplici che il destino ha legato casualmente, che si sono trovati, forse proprio per condividere inconsciamente il peso dei problemi delle rispettive famiglie. E la loro solitudine di esseri umani.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutto questo è narrato con la leggerezza di un concerto strumentale a due voci, che ti prende dalla prima all’ultima pagina con la forza di un brano di Chopin (non per nulla, Cristò è anche pianista). La stessa leggerezza con cui le lapidarie parole dell’autore scandiscono la postfazione: “La letteratura è una menzogna. Ogni storia è una finzione. Niente di ciò che avete appena letto è accaduto fuori da queste pagine. I personaggi non corrispondono a persone viventi o vissute, sono spiriti erranti, esistenze potenziali, funzioni narrative. Se quindi dovesse sorgervi il sospetto di aver riconosciuto in qualche anfratto di questa novella la vostra vita, o quella di qualcun altro, siate certi che si tratta di una coincidenza”.</p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Storia con cane</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/03/04/storia-con-cane/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2020 14:03:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[animalismo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti del cane]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Entrano distruggendo cose e, sul più bello, tra la nevrastenia di tutti, vittime sdraiate e carnefici in piedi sugli sgabelli, alla fine anche il cane prende la parola, comincia il suo discorso con un tossicchiare assorto, passa in rassegna alcuni slogan introduttivi, quello dei limoni-giallo-oro commuove anche gli imprenditori edili, poi asserisce [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Entrano distruggendo cose e, sul più bello, tra la nevrastenia di tutti, vittime sdraiate e carnefici in piedi sugli sgabelli, alla fine anche il cane prende la parola, comincia il suo discorso con un tossicchiare assorto, passa in rassegna alcuni slogan introduttivi, quello dei limoni-giallo-oro commuove anche gli imprenditori edili, <span id="more-83055"></span>poi asserisce sereno: “Che sia una cosa strana, questo lo concedo, ma non è da oggi che voi uomini desiderate cani parlanti, e anche rane, se vogliamo, rane che fanno supposizioni, e ratti con il calcolatore in mano, e fagiani ammalati, che chiedono rassicurazioni a dei medici talpa, tutto questo non fa una piega, ma quando veniamo al sodo, quando poi, io come cane, in rappresentanza di molti altri cani, anche malandati, chiedo a voi delle garanzie, dei vitalizi, delle pensioni, cose insomma di economia domestica, ma che esigono rispetto e fede, certezza nella parola data, diritti universali, accoglienza del diverso, a questo punto voi vi innervosite. C’è dentro l’uomo, anche volenteroso, una orribile, nauseante, contraddizione, dico bene?” A quel punto si alzò in piedi una vittima, era una donna a cui avevano slogato un braccio, tagliuzzato l’addome, preso a calcioni il femore, sputacchiato sulla nuca, e la tiravano in mezzo alla sala per i piedi, questa stessa povera giovane, perché in fondo avrà avuto sì e no ventotto anni, ebbene questa donna disse che il cane simulava, che era un animale di tipo paranoico, che le leggi canine sono ben più involute di quelle degli esseri umani senza un’occupazione fissa, che bisognava torcergli il collo, e davvero cercava di offenderlo mortalmente, rompendogli il cuore di dolore. Se non fosse comparso il presidente dell’associazione, se non fosse salito sul palco, assieme ai suoi amici dai capoccioni rasati, se non avesse sollevato in alto il gonfalone dei morti senza ragione, dei morti inutili, dei morti obsoleti e innocenti, non vi sarebbe stata conclusione accomodante. Dopo aver distrutto le cose, e anche i corpi con le loro conformazioni muscolari, nervose, ossee, a colpi di martello, i carnefici parlarono per ore davanti alle telecamere, sbrogliando la loro difficoltosa storia di massacratori, e presero a testimone il cane, ultimo sopravvissuto, che perorava, tra un’apologia e l’altra del buon massacro o delle giuste torture praticate dagli umani, perorava sempre, anche sottovoce, quella pensioncina, quella dose di intruglio per cani, ma garantita mensilmente, che gli fosse concessa fino al giorno della sua morte. Una vera ossessione.</p>
<p>*</p>
<p>[Immagine: Charlotte Perriand, foto, 1933.]</p>
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		<title>Il buon vicinato</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/03/02/il-buon-vicinato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2020 05:30:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Il buon vicinato]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Delos]]></category>
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					<description><![CDATA[di Simone Delos Traslocare è un po’ morire. L’ho fatto sei volte. Ovunque andassimo, mia madre rimaneva stanziale per un massimo di due anni, poi via. Con Sabrina è la prima volta. In affitto per il tempo necessario, ora siamo in una casa dove poter abbattere i muri. Negli anni la mia asocialità è scesa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Simone Delos </strong></p>
<p>Traslocare è un po’ morire.<br />
L’ho fatto sei volte. Ovunque andassimo, mia madre rimaneva stanziale per un massimo di due anni, poi via.<br />
Con Sabrina è la prima volta. In affitto per il tempo necessario, ora siamo in una casa dove poter abbattere i muri.<br />
Negli anni la mia asocialità è scesa a patti con la sua, più sana, estroversione.<br />
Ora siamo una coppia di categoria riservata ma socievole all’occorrenza.<br />
Sabrina ha alle spalle due anni di sofferenza. Vera.<br />
Un dolore che non è servito a nulla, che è stato anche mio, ma suo di più, che non ha affrancato nessuno dei due.<br />
Sopravviviamo nutrendoci degli stati euforici random, l’uno dell’altra. A volte si ingoia una pasticca, altre si piange.<br />
Per il momento l’idea di poter abbattere muri ci sostiene. Ci dà una prospettiva.<br />
L’appartamento è in una palazzina in cortina. Un quartiere di parrucchieri e bar, età media tendente al basso. Coppie, come noi.<br />
Abbiamo un cane. Che è una persona. Si chiama Spritz, e ci ricorda come ci siamo conosciuti.<br />
Camera, cameretta, bagno, salone con angolo cottura è un bel balcone quadrato per Spritz. Lui ha già trovato l’angolo giusto da dove guardare il mondo. Noi ci stiamo lavorando.<br />
Oggi sono tre giorni che abbiamo finito di imbiancare e sistemare un po’. Ci suonano alla porta che è domenica pomeriggio.<br />
“Ciao, siamo i vostri vicini, quella porta lì” (indica la porta).<br />
“Io sono Laura, lui è mio marito Joseph e questo piccoletto&#8230;” (si tocca un pancione di almeno otto mesi) “&#8230; Lui si chiamerà Andrea”<br />
Metto una mano sulla spalla di Sabrina e sorrido io.<br />
Hanno la nostra stessa età, ad occhio, lui alto come un giunco di bambù, porta occhiali con montatura colorata e l’espressione di chi vuole dire cose che non riesce a mettere insieme. Lei bionda, caschetto, rotonda. Gli occhi di chi è già mamma, di chi lo è sempre stata.<br />
“È davvero un piacere ragazzi”, faccio io. “Noi siamo Marco e Sabrina e dentro c’è Spritz, ma entrate pure che vi offriamo qualcosa”.<br />
Mentre entrano mi sembra di sentire lo scricchiolio dei tendini di Sabrina, tutto il suo corpo è concentrato a mantenere ordine.<br />
Si inizia a parlare del quartiere, dei lavori di loro, dei nostri. Di viaggi e matrimoni.<br />
Forse per un momento ci era riuscita, mia moglie, forse quel provare, quello spingere in fondo erano serviti. Era una prova questa. Avrei voluto dirle: brava amore mio, brava mille volte e poi altre mille, parafrasando Catullo.<br />
Quella parte di vita ingaggiata per torturarci era però ancora in servizio.<br />
“E voi”? fa la bionda all’improvviso.<br />
“Ad Andrea&#8230;” (si tocca il pancione, lo fa continuamente, lo fa troppo)<br />
“&#8230; Servirà un amichetto o amichetta per giocare sul pianerottolo no”?<br />
Era una cosa anche carina a suo modo. Una inconsapevole promessa di un’amicizia duratura basata sulla condivisione della maternità.<br />
Non fu quella la prima volta, ma forse fu la volta in cui Sabrina riuscì a stupirmi di più.<br />
“Sai Laura, questa cosa che tu hai detto non avverrà. Perché io non posso avere figli e quindi così”.<br />
Mi alzai appena dalla sedia, Laura finse un colpo di tosse, Joseph stava per dire qualcosa.<br />
“Sì, è stato un duro colpo. Stiamo cercando un modo di superarlo, ci hanno detto che non siamo gli unici ma questo lo sapevamo già, si può convivere con questo, ci hanno anche detto”.<br />
Poi le cadde letteralmente la parola. Come una pigna che si stacca dal pino e viene giù, bam, giù secca. Le vidi inumidirsi gli occhi piano, come per pudore, come se bagnarsi troppo in fretta fosse maleducato.<br />
La vicina bionda, Laura, le si avvicinò naturalmente, una solidarietà antica, quella tra donne quando si parla di maternità.<br />
Tutta teoria. Cazzo della teoria.<br />
Joseph disse qualcosa, mi pare sul calcio, ma io non ce l’ho quel controllo. Non ci sono mai riuscito Io a spingere giù.<br />
Mi alzo.<br />
“ Toccala pure Laura, non ha la lebbra sai? Non succede niente al tuo bel pancione rotondo se tocchi una donna sterile!”. Mi guardano entrambi con pauroso stupore.<br />
Sabrina ormai piange.<br />
“Ti sembra una cosa morta? Mia moglie, dico, ti sembra una cosa morta?”. Laura aggrotta le sopracciglia e il viso muta in una grossa mela. Fa per alzarsi, Joseph pure.<br />
Vedo che prima di allontanarsi accarezza il viso di Sabrina.<br />
“Pena? Pietà? Misericordia? Noi abbiamo tutto! E lei, lei è una donna libera!”<br />
“Stai zitto per cortesia!”. Mi urla contro Sabrina, e la voce ha quelle crepe che conosco bene. Non la ascolto, anche io ho la mia ferita privata.<br />
I vicini sono alla porta.<br />
“È che ci abbiamo messo un anno! Un anno per crederci, alla vita che continua anche senza, a un amore che continua anche senza!”.<br />
Chiudono la porta.<br />
“Un anno&#8230;”. Dico a me stesso, perché Sabrina è già di là.<br />
Mi siedo sul divano, lo faccio lentamente, non voglio far rumore.<br />
I muri da abbattere ci sono ancora, Spritz gioca con una palla rossa.<br />
L’avevo letta da qualche parte, questa caratteristica del dolore.<br />
Che funziona un po’ come lo scarico di un lavandino. Le cose, i capelli, li spingi giù. Poi una mattina ti trovi in una pozza di acqua torbida.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>La polacca</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/28/la-polacca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2020 06:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Mirfet Piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[pizza]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mirfet Piccolo Le piaceva farlo così, senza guardarlo: con la gamba sottile abbracciava la coscia di lui e con il pube ancora caldo e umido si premeva e stringeva un poco; la clitoride era un bacio lieve sul fianco dell’uomo con il quale era in amore. E poi diceva: – Raccontami ancora quella storia. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="size-full wp-image-82657 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA.png" alt="" width="633" height="336" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA.png 633w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA-300x159.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA-250x133.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA-200x106.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/PIZZA-160x85.png 160w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">di <strong>Mirfet Piccolo</strong></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Le piaceva farlo così, senza guardarlo: con la gamba sottile abbracciava la coscia di lui e con il pube ancora caldo e umido si premeva e stringeva un poco; la clitoride era un bacio lieve sul fianco dell’uomo con il quale era in amore. E poi diceva:</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Raccontami ancora quella storia.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Con la testa posata sul suo petto nudo e lo sguardo lontano dal suo, Fiona aveva la libertà di vedere meglio ciò che le raccontava. La stanza dell’albergo era troppo grande per tutto lo squallore che conteneva, ma sarebbe andata bene, si era detta Fiona appena varcata la soglia, sarebbe andata bene comunque perché la voglia di stare di nuovo insieme era tanta e quella era, doveva esserlo, semplicemente la stanza che in un hotel a quattro stelle riservavano a chi richiedeva il day-stay per mezza giornata</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Quale storia?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Quella di quando eri in Polonia per lavoro e hai conosciuto quella ragazza.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">La polacca? Dici quella?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sì, lei.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">La mia </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"><i>Polish girl</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Davanti agli occhi di Fiona c’era una cassettiera fuori moda e di dubbio gusto, e che molto probabilmente era stata brutta anche quando era di moda per via della fattura fintamente pregiata; accanto, sulla sedia dall’imbottitura logora, lui aveva posato il suo giubbino. Nonostante il lieve squallore che la circondava, o forse proprio in virtù della mancanza di un contesto gradevole, Fiona riuscì ancora una volta a ricostruire l’immagine di lui da ragazzo brillante agli esordi della sua carriera di auditor in giro per il mondo: giovane e audace, i capelli in posa con il gel e la risata fragorosa con i colleghi per la strade di Varsavia dopo una giornata di lavoro. E questa volta aggiunse anche la luce gialla dei lampioni che cadeva a cascata sulla strada che li aveva poi condotti nel locale dove avevano incontrato il gruppo di ragazze.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Ma lei, non ti ricordi proprio come si chiamava?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Perso nella memoria, anche perché dopo non ci siamo più visti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E com’era? Fisicamente, dico.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Normale, una ragazza normale. Come te, come tante. Vestita normale, un po’ acqua e sapone.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Ma in che momento ti ha detto di essere una prostituta, prima o dopo?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Me lo ha detto lì, al pub. Si chiacchierava. Ma non stava mica lavorando in quel momento. Era fuori con le amiche. Una ragazza normale. Non era una vera prostituta, lo faceva solo ogni tanto, per bisogno.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E ci sei rimasto male?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">No, te l’ho già detto. Era simpatica e molto carina. Tutto qui.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E poi?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E poi abbiamo parlato di altro.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Di cosa?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Boh, e chi se lo ricorda. Però ricordo che mi piaceva il suo accento quando provava a parlare in italiano. Lì lo imparano un po’ tutte.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Questa dell’accento era un’informazione nuova. Non ne aveva mai parlato. Fiona ripensò a quando lui, emiliano, la prendeva un po’ giro sottolineando le </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"><i>e</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"> troppo aperte del suo accento milanese: chiudi quelle </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"><i>e</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">, le diceva, non sono mica le tue gambe, e la guardava con quel sorriso un po’ rapace e un po’ scherzoso.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Forse la ragazza polacca aveva imparato l’italiano dalle canzoni di Eros Ramazzotti, e allora Fiona immaginò una ragazzina magra, con i capelli lisci e lunghi sulle spalle e le cuffie alle orecchie, china sulla scrivania della sua stanza a trascrivere su un diario i testi delle canzoni. Una ragazza normale, una ragazza come tante.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Poi lui lamentò di avere il braccio addormentato. Per mettere a tacere il formicolio, nel muoversi sollevò la gamba destra e dal quel sollevamento Fiona vide emergere un piccolo buco sul lenzuolo bianco; che posto ridicolo, pensò. Quando abbassò di nuovo la gamba, il buco scomparve dalla sua vista.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">La sua stanza, ti ricordi com’era la sua stanza?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Giovane. Ragazza acqua e sapone. Ragazza come tante. Prostituta. Fiona avrebbe voluto sapere di più della stanza della ragazza polacca. Aveva anche lei poster di cantati e attori famosi, e vestiti in disordine su una sedia e scarpe sempre in giro? Ma lui si fermava sempre qui: era una stanza come tante, la stanza di una ragazza giovane.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Lo baciò sul petto, poi ripose nuovamente la testa su di lui e con il dito iniziò a disegnare una costellazione invisibile in cui i suoi nei erano i pianeti e lei con il dito li circumnavigava e poi li univa per formare animali fantastici e divinità. Fiona non aveva mai visto così tanti nei su un uomo e ormai li considerava un tratto distintivo del suo corpo.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Nelle giornate tra un incontro e l’altro, quando lui per lavoro doveva spostarsi in altre località, non vedeva l’ora che arrivasse il momento di andare a dormire così da togliere dalla sua vista la presenza astiosa della sua coinquilina e potere, finalmente, stringere il cuscino e con gli occhi chiusi richiamare alla mente tutta la costellazione del suo corpo nudo. Le sembrava di averlo al suo fianco e così si addormentava.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Ma io non ho capito la dinamica. Dopo il pub, come è successo che siete andati a casa sua? Te lo ha chiesto lei o glielo hai proposto tu?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona fu sorpresa e soddisfatta da se stessa: era la prima volta che gli faceva questa domanda eppure ora che era uscita dalla sua bocca le sembrò di grande importanza. Questa sì che è una bella domanda, si disse.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span lang="it-IT">È</span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"> venuto così, parlando.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Parlavate un po’ in inglese e un po’ in italiano, giusto?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sì.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E quindi, come è successo? Te lo ha chiesto lei o sei stato tu?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sai quel genere di sguardi, no? Quelli che vogliono dire tutto. Poi ci siamo dati qualche bacio lontano dalle amiche ed è venuto così, di andare da lei. Lì è facile, è sufficiente dire loro che le porti in Italia.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Le dita della mano di Fiona si fermarono e si rifugiarono nel palmo; la costellazione subì un piccolo, netto collasso.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Adesso però aveva fame, aggiunse, voleva uscire a mangiare qualcosa, e si divincolò dall’abbraccio immobile. Quando lei gli ricordò che avevano la stanza prenotata ancora per un’altra ora, lui le disse che non era importante, che non si preoccupava mai dei soldi che spendeva se erano stati spesi bene. </span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Stiamo stati bene anche questa volta, no?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona disse di sì, sì certo, sì. Sollevò il busto e dal letto lo seguì con lo sguardo mentre andava in bagno; lo sentì aprire la porta e poi chiuderla, sentì che girò chiave. </span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Guardò verso la finestra: la luce che filtrava era intrisa di granelli di polvere che fluttuavano vicini e non cascavano mai. Fece per alzarsi dal letto, e da un movimento distratto del piede il piccolo strappo sul lenzuolo si allargò. Fiona provò un immediato imbarazzo: guardò in direzione del bagno – lui era sotto la doccia e non sarebbe certo uscito in quel momento – e poi di nuovo il buco sul lenzuolo. Infine si alzò del tutto e con il lenzuolo superiore e poi con il copriletto coprì ogni cosa. </span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Ancora nuda, andò alla finestra. La camera si affacciava su un parcheggio che in quel momento era parzialmente deserto. Oltre la recinzione che delimitava il parcheggio notò un appezzamento di terra erbosa con delle bestie. Sembravano lama, o forse erano alpaca? Era un posto strano per tenere degli animali come quelli. Da quella distanza le era impossibile distinguerli e forse, si disse, forse non sarebbe stata in grado di farlo neppure da vicino. Sapeva che i primi sputavano e i secondi no, ma cos’altro?</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Secondo te quelli sono lama o alpaca?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Andò anche lui alla finestra. Fiona avvertì il calore della sua pelle umida e profumata, e provò il desiderio di togliergli quell’asciugamano che gli cingeva la vita e fare ancora l’amore. Non poteva dire che lui fosse, tecnicamente, un amante perfetto (per raggiungere l’orgasmo, infatti, lei sapeva come muoversi, e cioè come contrarre i muscoli del suo utero), ma era un uomo taciturno e affascinante e aperto al mondo, ed era il primo uomo della sua vita recente che non l’aveva fatta sentire miserabile per via della sua condizione di donna quarantenne affittuaria di un appartamento in condivisione con un ragazza ben più giovane di lei.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Non lo so. Penso che siano la stessa cosa, stessa sostanza. Dai, muoviti ché ho fame.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">E lui si voltò e iniziò a rivestirsi.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sono certa che non sono la stessa cosa. Però neppure io so la differenza, non me la ricordo più.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona chiuse la porta alle sue spalle e non girò la chiave. Il bagno era piccolo e i sanitari ingialliti dal tempo ma in fondo, pensò mentre faceva la pipì, non era così importante; l’importate era stare bene insieme, fare scorta di ricordi belli per i giorni a venire che non avrebbero potuto passare insieme. Si pulì, tirò lo sciacquone e andò sotto la doccia.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Quando Fiona uscì dal uscì dal bagno, lui si era già messo il giubbino.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sono davvero affamato, vestiti così andiamo a mangiare qualcosa.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">La porta principale dell’Hotel dava su di una strada stretta e molto trafficata, ma l’aria leggera e fresca della primavera arrivata in anticipo era piacevole. Lui mise le mani nelle tasche del giubbino e lei si aggrappò al suo braccio. Ripensò alla stanza dell’Hotel che si stavano lasciando alle spalle: era davvero squallida, la peggiore tra tutte quelle in cui erano stati nel corso di quelle settimane, e si disse che avrebbe fatto in modo, per la prossima volta, di mandare fuori casa per una giornata intera la sua coinquilina. Le avrebbe parlato, era disposta pure a pagarle un soggiorno presso qualche località termale. Qualsiasi cosa pur di avere uno spazio di normalità amorosa prima della partenza di lui.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Hai fame anche tu?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Adesso che mi ci hai fatto pensare, ho molta fame.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Vediamo che troviamo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Più avanti c’è la metropolitana. Posso portarti in un posto speciale.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona conosceva un buon ristornante cinese che distava solo quattro fermate di metropolitana. Poi avrebbe potuto portarlo al parco a fare una passeggiata. Era un bel parco, il più grande della città. Ma continuò a camminare appesa al suo braccio senza svelargli i suoi piani: voleva sorprenderlo, voleva condurlo verso tutto ciò che c’era di bello in città, voleva dargli in regalo dei ricordi belli.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Quando hai detto che parti?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">La settimana prossima.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E ritorni?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Ancora non lo so, non dipende da me.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Poi lui si fermò. Qui facciamo prima, disse, e la trascinò dentro a una piccola pizzeria al taglio.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Hai detto anche tu di avere molta fame, no?</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona sorrise e rispose sì, certo, sì. Pensò che sì, aveva ragione lui, anche lei aveva molta fame e in fondo ciò che contava era stare bene insieme. E per un attimo le sembrò di essere tornata una ragazzina in pausa pranzo con le compagne di università. Sentì che c’era posto per la spensieratezza.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Il locale era piccolo ma non troppo pieno. Trovarono due posti su degli sgabelli alti, in prossimità di uno specchio grande quasi quanto tutta la parete.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Tu quale vuoi?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Margherita va bene, ma con doppia mozzarella se è possibile, e con le olive.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona vide una smorfia di irritazione nel suo viso, ma le sembrò buffa e perciò la fece sorridere. Dal grande specchio, poteva vedere il riflesso delle sue spalle chiuse nel giubbino e ripensò alla costellazione di nei ed ebbe la sensazione di esclusività, di conoscere qualcosa che nessuno lì dentro poteva sapere. Decise che gli avrebbe anticipato i suoi piani – la metropolitana a pochi passi, la passeggiata nel parco tutto da scoprire – e che gli avrebbe fatto una sorpresa ben più grande. </span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Lui tornò con le pizze fumanti nei piattini di plastica; il rosso del pomodoro era vivo e luccicate del succo e dell’olio. Fiona addentò il primo boccone ma si scottò. Aprì la bocca e rise e con la mano fece il gesto di farsi aria. Nel riflesso dello specchio vide un gruppo di ragazzine divertite: erano belle, vivaci, e anche Fiona si sentì un po’ come lo loro e quasi felice.</span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Sei davvero goffa.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Senti, la metropolitana è a pochi passi da qui. In cinque fermate siamo a un parco molto bello. Te lo faccio scoprire io, è davvero bello e antico. Per fare una passeggiata, dico, poi potremmo stenderci un po’ al sole. </span></span><span lang="it-IT">È</span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT"> davvero molto bello, uno dei miei luoghi preferiti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Poi decidiamo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">E magari la prossima settimana potresti venire da me. Alla mia coinquilina antipatica dico di lasciarmi la casa libera. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Pensavo che l’Hotel andasse bene. Avevi detto anche tu che l’anonimato era meglio, così non dovevi chiedere a nessuno. Siamo più indipendenti, no?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Se lei non c’è siamo liberi. Non ti preoccupare, ci penso io. Tu non ti devi preoccupare di niente. Fidati.</span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Lui addentò un altro boccone e masticò un po’, e si portò il tovagliolo alla bocca e non aveva finito di deglutire che: </span></p>
<p align="JUSTIFY">– <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">Con te invece è difficile, sai?, rendi le cose complicate. </span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;">Fiona abbassò lo sguardo sul suo trancio, e portò la pizza alla bocca e strinse i denti e sentì il bruciore scavarle la bocca e poi la gola, lo sentì scendere; l’allegria delle ragazzine rimbombava come un’eco nella sua testa e tutt’attorno e non c’erano più altri suoni né spazi. Non esisteva nient’altro.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
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		<title>inversioni rupestri (# 1)</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/25/versi-rupestri-1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2020 06:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[invasioni rupestri]]></category>
		<category><![CDATA[inversioni rupestri]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Val Camonica]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua. Ut enim ad minim veniam, quis nostrud exercitation ullamco laboris nisi ut aliquip ex ea commodo consequat. Duis aute irure dolor in reprehenderit in voluptate velit esse cillum dolore eu fugiat nulla pariatur. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua. Ut enim ad minim veniam, quis nostrud exercitation ullamco laboris nisi ut aliquip ex ea commodo consequat. Duis aute irure dolor in reprehenderit in voluptate velit esse cillum dolore eu fugiat nulla pariatur. Excepteur sint occaecat cupidatat non proident, sunt in culpa qui officia deserunt mollit anim id est laborum.</p>
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		<title>Il dottor Willi</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/02/24/il-dottor-willi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Feb 2020 05:30:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Il Dottor Willy]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Mari]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Michele Mari Sono il padre dell&#8217;uomo con il mare dentro e, sebbene abbia fatto di tutto per evitarlo, sto per morire. Non sono spaventato, la stanchezza, la disillusione quotidiana l&#8217;ha reso accettabile: è per lui, nato dalla mia carne e che di questa ha preso solo il manto sottile necessario a rivestirlo e impedire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Michele Mari</strong></p>
<p>Sono il padre dell&#8217;uomo con il mare dentro e, sebbene abbia fatto di tutto per evitarlo, sto per morire. Non sono spaventato, la stanchezza, la disillusione quotidiana l&#8217;ha reso accettabile: è per lui, nato dalla mia carne e che di questa ha preso solo il manto sottile necessario a rivestirlo e impedire che l&#8217;acqua fuoriesca, uno strato che non posso chiamare pelle, tanto è trasparente come la superficie del mare a riva. Ributtante, aggiungo, e meraviglioso. Anche adesso, mentre lo osservo di sottecchi, sdraiati uno di fianco all&#8217;altro sui lettini di un albergo in alta montagna, i raggi del sole fuoriusciti da cime lavanda, prima di annullarsi dentro la notte estiva illuminano ora quell&#8217;agglomerato di alghe tremolanti sotto la superficie del ventre, ora la risacca che, dal petto, monta senza un rumore fino alla base del collo.<br />
Superata la prima infanzia, rassicurato sulla sua sopravvivenza –fu il dottor Willi di Innsbruck a dover ammettere il miracolo tangibile di una persona alimentata e riempita dall&#8217;acqua, e salata com&#8217;è al largo nei giorni in cui il mare si tende sotto un vento di settentrione –è a questo pensiero, alla sua esistenza dopo che la mia sarà conclusa, lui pupazzo fluido in mezzo alle asperità, che io dedicai angoscia e veglie interminabili. Sempre da solo perché, quando si trovò di fronte un neonato piegato in due come un pantalone sul braccio dell&#8217;infermiera, una zampogna cascante, braccine e gambette rugose a penzoloni, e che emanava quell&#8217;odore salmastro e corroborante oppure di alghe cotte dal sole e, occorre dirlo, nauseabonde, secondo che accostassimo il naso al viso piuttosto che alle numerose pieghe dove nei neonati si ferma il sudore, mia moglie scosse la testa senza dire una parola, si morse il labbro fino a far colare un rigo di sangue sul camicione bianco e, non appena fu in grado di andarsene dal piccolo ma attrezzato ospedale sulle pendici del monte Zirler, si dileguò, non dando più notizie di sé.<br />
Ricordo che esaminai mio figlio, mentre trascorrevo la notte con lui in quella stanzetta d&#8217;ospedale dove avrei vissuto le successive 365; non dormendo, cercando di comprendere che cosa fosse accaduto e in quale punto oscuro della genesi, perché il mio bambino avesse più in comune con un aquario che con gli altri nuovi umani tra le braccia di genitori impacciati. Presto, forse quella stessa notte, l&#8217;ira o un inderogabile senso di protezione per quella creatura più indifesa delle altre, trasformò la domanda in un&#8217;altra meno oziosa e però affacciata su risposte che niente avrebbe potuto illuminare: che cosa sarebbe successo dopo.<br />
Lo spogliai. Il sonno era pesante, l&#8217;avevano nutrito artificialmente e il latte si era fermato, creando una chiazza perlacea lì, dove un neonato avrebbe avuto il proprio stomaco minuto, per poi espandersi in bollicine pallide. Tenendolo in verticale, gli organi in miniatura si avviarono pigramente verso il basso: nuotavano dentro un liquido che opponeva una resistenza viscosa, simile –o era il primo confronto in cui incappasse la mente– alle lampade a forma di missile con le bolle di cera variopinta dei primi anni settanta, e che da ragazzino amavo tanto.<br />
In poco più di un minuto, attorno alle caviglie e da lì salendo fino sopra al ginocchio si erano accatastati senza logica i polmoni, il triangolo rosso-bruno del fegato e altri organi flosci, uniti tra loro da filamenti che avrei voluto rigidi e di cui nessuno avrebbe capito la natura, nonostante indagini e raffronti con l&#8217;anatomia di qualunque forma di vita conosciuta.<br />
Era una clessidra vivente: la giravo e il contenuto scendeva, oppure risaliva, sistemandosi con calma e senza che lui desse mostra di risentirne. Ribaltando mio figlio con delicatezza, gli organi ritrovavano il loro posto. Non erano troppo precisi nel ricollocarsi ma, anche di questo, non sembrava accorgersi. Il solo organo a non allontanarsi dalla sede era il cervello, più piccolo del normale, saldo nel cranio trasparente. Forse, pensai, non riusciva ad attraversare la strettoia della gola. E il pensiero ostruì la mia.<br />
Quella prima notte tenni una lampada dietro di lui per studiare ogni corrente e anfratto di quel mare iridato. Cercavo uno scheletro, speravo che la natura avesse fornito un sostegno, ma non c&#8217;era niente che somigliasse a un osso o non oscillasse al primo urto. Mi calmai ricordando che non esiste neonato capace di restare seduto.<br />
Arrivò l&#8217;alba; il sole, inondando il corpicino addormentato, portò alla superficie un limpido reticolo oro e turchese, per restituire poi al mio sguardo velato di lacrime, ogni sfumatura di azzurro, via via più impenetrabile in prossimità di quella che mio figlio, pur rivelandone eccezionalmente l&#8217;ideale dislocazione, non possedeva: la colonna vertebrale.<br />
Lo girai, mi ostinai: il centro restava prigioniero delle tenebre.<br />
Ora che siamo seduti a cena ancora una volta uno di fronte all&#8217;altro, alti uguali e protetti dal paravento che l&#8217;hotel è rapido a piazzare di sera in sera, estate dopo estate, devo riconoscere che, nonostante la mia dedizione più che trentennale, ben poco è cambiato. Nemmeno il silenzio tra noi. Nessun tentativo di comunicare ha avuto successo. Il suo aprire la bocca sembra rispondere a una necessità meccanica, o di incrementare la quantità d&#8217;ossigeno.<br />
Non saprò mai ciò che lui pensava e se ne era capace; peggio: temeva e desiderava, perché allora sarei stato un padre, sì, non un voyeur. Amore imponderabile di padre, passione timorosa e che parla quando si è troppo lontani, per sentire. Io ne so qualcosa. Chi sono stato per lui, contenuto dall&#8217;attività immutabile che egli stesso contiene? La mia solitudine si nutriva del convincimento della sua; poi, quando nell&#8217;espressione rivedevo la consueta serenità disinteressata, tornava a soffocarmi la mia. La solitudine è mio figlio. Ha l&#8217;età che avevo quando è nato lui.<br />
L&#8217;acqua di quel mare interiore non è più cristallina; il cibo ingerito ha posato una nebbia sbiadita, simile al plancton al microscopio o alla neve appena smossa in una palla di vetro. Il mio stupore non è però diminuito di fronte all&#8217;inusitata capacità di sciogliere i bocconi e di espellerli così da non lasciare concrezioni sul fondale, (del vetro mi verrebbe da dire accettando che l&#8217;errore riveli la mia volontà di passarci sopra uno straccio, quando si tratta del rivestimento interno della pelle); permettendomi, proprio ora, dopo che il figlio, da me accudito, ha ingerito la trota salmonata all&#8217;aneto servita il giovedì, di distinguere nei dettagli l&#8217;articolato profilo della barriera corallina principale che, negli anni dello sviluppo, prese il posto del bacino. E se un frammento di carne resta impigliato tra i denti delle madrepore, i policheti e altri organismi di cui non ho imparato i nomi si affrettano a pulire il proprio domicilio.<br />
Talvolta essere l&#8217;unico ad aver assistito a questa come a ogni procedura del suo esistere, fa sorgere il dubbio di essermi inventato tutto; perché ho fatto in modo che mio figlio non si presentasse mai a tavola o di fronte a qualcuno, se non indossando una tunica molto più ampia del necessario, un indumento che non richiedesse la spiegazione degli improvvisi rigonfiamenti e avvallamenti sotto il tessuto. Che cosa rispondere a chi già non giustificava il suo perenne procedere sulla carrozzella, un ragazzo di cui erano visibili occhi e bocca, essendo il resto del volto fasciato, il capo coperto perché il cervello non si trovasse nudo come in un barattolo di formaldeide; per poi camminare appeso al mio braccio e, pur lento, prudente, suscitando nel corpo una concatenazione di onde proporzionali alla velocità di movimento. Mi dispiace non aver mostrato a nessuno l&#8217;incantevole braccio (curiosa corrispondenza) di mare che termina in falangi verdazzurre, con miriadi di bollicine ripiene di fitoplancton cremisi.<br />
E&#8217; stata una vita tormentata e soprattutto laboriosa: lo sforzo incessante di non presentarmi sconfitto davanti a lui, mi ha probabilmente ammalato. Riconoscendomi, oltre la tovaglia sparecchiata, nei suoi occhi trasognati e della trasparenza pietosa di meduse affiorate, davanti al rosa vibrante delle nostre rocce dolomitiche, io provo però fino in fondo il piacere dell&#8217;equità. L&#8217;enigma con cui ho convissuto per trent&#8217;anni e che sto per abbandonare, insieme all&#8217;incapacità di risolverlo, ha risvegliato e stretto i nostri vincoli di sangue. Il mistero si è impadronito del mio amore e non ha ceduto spazio, ma l&#8217;ha tenuto in vita fino a qui, alla vigilia del mio e suo dissolvimento. E&#8217; stato un fatto compiuto e sono grato.<br />
Abbiamo attraversato insieme i confini della ragione, sigillata dentro un&#8217;acqua su cui non si è poggiato cielo o vento. Avrà sognato un&#8217;isola su cui posare un&#8217;impronta? Non ho invidiato un figlio normale. Ogni strada è buona se percorsa tutta, diceva mio padre.<br />
Ancora bambino mi costrinse al silenzio e alla segretezza. Poteva crescere per diventare l&#8217;incredibile e grottesco caso dell&#8217;uomo con il mare dentro. Preferii comprare il riserbo del personale di quell&#8217;ospedale tirolese, minacciando tutti, in caso avessero rivelato un dettaglio di quell&#8217;evento straordinario, delle peggiori ritorsioni. Il mio avvertimento fu una bottiglia scagliata contro il muro. Spaventati, ammutolirono, io calmo, un minuto per scegliere un destino. Decisione giusta e l&#8217;intuizione che il dottor Willi soltanto avrebbe potuto accompagnarci in una spedizione oltre il sistema solare della fisiologia, fece il resto. Il dottor Willi, mio testimone, spalla nell&#8217;incredulità, fu la coscienza critica, portatore di una conoscenza incapace a dare risposte. Almeno una, aritmetica, elementare. Perché noi siamo fatti per sette decimi d&#8217;acqua e lui dieci.<br />
Lo stetoscopio appoggiato sopra un cuore che all&#8217;improvviso, anche se mio figlio rimaneva immobile, beccheggiava come un gavitello o era nascosto da un&#8217;alga che volteggiava dopo essersi staccata dai coralli che parodiavano la gabbia toracica. Il dottor Willi rinunciò, né c&#8217;era bisogno di cure: mio figlio si era dimostrato un ecosistema autosufficiente. Tornava però a trovarci ogni settimana nel nostro chalet a metà costa, battendo con le nocche sulla vetrata intiepidita dal sole pomeridiano. Con il viso ben rasato, il capello corto, il fisico compatto, regalava ore di concretezza alla nostra fragilità, alla comune deriva.<br />
Prima di entrare, confessò il giorno in cui mio figlio festeggiò cinque anni, aveva sempre avuto paura di non trovarlo vivo. Oltre ai rischi prevedibili e che esaurivano i prontuari medici –e se una lama avesse provocato la fuoriuscita dell&#8217;acqua, sarebbe bastata una trasfusione allo stesso grado di salinità?– c&#8217;erano quelli sconosciuti. E se i molluschi che con l&#8217;adolescenza avevano colonizzato gli arti si fossero rivelati nocivi per l&#8217;organismo? Tentare con la somministrazione forzata di gamberetti famelici? Imparammo a memoria manuali di biologia marina.<br />
Il dottore è suo padre tanto quanto me; meglio, perché avrebbe saputo dargli più risposte.<br />
Il mare. Dentro. Tornava di continuo l&#8217;immagine di un nuotatore. Inutile. Lui stava diventando un uomo con il mare dentro. L&#8217;inversione diventò una sfida: assicurato il bambino a una routine efficace, trascorsi ogni giorno cercando l&#8217;origine di questo ribaltamento. Lo cercai lì, dove poteva trovarsi. Nella mia storia.</p>
<p>Gli ospiti dell&#8217;albergo si sono intanto ritirati in salotto a progettare passeggiate per l&#8217;indomani bevendo acquavite di frutta. Per noi è già l&#8217;ora della buonanotte, quando, per puro egoismo, mi dispiace abbandonarlo: al buio, appena si addormenta e le sue attività rallentano di colpo, gli organi e gli altri inquilini del mare cambiano colore, accendendosi di fluorescenze vivaci; non mi stanco di guardare l&#8217;intelligente sistema d&#8217;illuminazione d&#8217;emergenza che mio figlio attiva la notte, creando sulle pareti della stanza lo stesso sfuggente diorama di una lucetta per bambini. Esponendolo alla luna, ho visto la famosa strada d&#8217;argento attraversare il suo corpo.<br />
<span id="more-82766"></span><br />
Dorme nudo, senza tunica. Lo bacio anche questa notte sulla fronte che s&#8217;infossa un po&#8217;. Ho stabilito che lui provi qualcosa: traduco così una fugace lucentezza nello sguardo, smarrito nel mio. Mi ero illuso che la risposta fosse il sollevarsi del suo cuore quando era invece la reazione al contatto con un corpo estraneo, più caldo. Mi sdraio sul letto, nella stanza accanto alla sua, la porta comunicante spalancata, ma non ho mai ricevuto richieste. Quando sono intervenuto, lo devo al mio intuito, tardivo.<br />
Era bambino, decisi di fargli scoprire il mare. Novembre, un vento triste trascinava nuvole ancora più afflitte sopra l&#8217;oceano. Non c&#8217;era nessuno. Sempre più entusiasta man mano che mi avvicinavo alla riva trascinando il pesante passeggino sulla sabbia, mi domandavo quale sarebbe stato l&#8217;effetto. Avrebbe visto una casa? Un&#8217;affinità liquida?<br />
Per un&#8217;ora non successe niente. Restammo immobili: mio figlio appoggiato a me, le gambe tra le mie, a un passo dall&#8217;acqua verdastra di una mattinata bretone. Fu il mare a muoversi, ritirandosi da noi e facendo emergere alghe e rocce, restringendosi in pozze luccicanti risucchiate da un fondale senza vita; la marea si stava abbassando a gran velocità. Mio figlio uscì dal torpore: la faccia sembrò asciugarsi, trascolorò. Aveva cominciato a raggrinzirsi davanti a me. Erano passati dieci, venti minuti. L&#8217;acqua usciva dalla sua bocca spalancata. Non riuscii a chiuderla, era acciaio. Credetti di perderlo. Le palpebre non potevano nascondere un&#8217;onda nerastra che saliva dal profondo. Presi in braccio quel corpo risucchiato da un vortice interiore e scappai, rischiando, nella fretta, di strappare il suo involucro, maledicendomi per non aver pensato alla luna, alla marea, allo sconquasso che la gravità avrebbe provocato alla sua placida pozza. Anche in quell&#8217;occasione aveva taciuto. Avrebbe dovuto dubitare di suo padre?<br />
Ci volle una settimana, perché il corpo tornasse al normale turgore e l&#8217;omeostasi riprendesse il controllo. Mi chiusi con lui nello chalet, vivendo per lui, senza abbandonarlo un secondo, sperando che per effetto dello choc, qualcosa dentro di lui si sarebbe risvegliato: per punirmi. Urlavo contro di me, incoraggiandolo a ripetere: come hai potuto? Non mi allontanai più dalle montagne. Stabilii di non scendere sotto gli ottocento metri di quota: bastava evocare il passato distante milioni di anni e in cui un mare tropicale copriva queste vette, per sentirmi male.<br />
Fu raccontando per la centesima volta l&#8217;episodio della marea al dottor Willi, a notte fonda –fuori infuriava la prima bufera invernale– e cercando l&#8217;ennesima espiazione, che giunsi senza accorgermene a un&#8217;ipotesi del perché mio figlio fosse nato con il mare dentro e non fuori. Il dottore mi ascoltava con il bicchiere stretto in mano mentre, da una zona a lungo inesplorata della memoria, si snodava l&#8217;aneddoto contenente una richiesta disperata, una mia supplica che, al tempo dei fatti, non avevo giudicato colpevole, piuttosto l&#8217;espressione di un diritto essenziale, una liberazione.<br />
“Stavo passando le vacanze di Natale in Tailandia, con i miei genitori. Eravamo su un&#8217;isola vicina a Phuket, abitata ancora da pescatori con quelle barche tipiche dal doppio bilanciere. Allora avvampavo per ogni cambiamento: temevo la noia, la polvere sopra le giornate. Era naturale girovagare, mettermi alla prova, collezionare crepe nelle superfici lisce: avevo quindici anni.<br />
“Ero un buon nuotatore. Quattro, cinque miglia marine non rappresentavano un problema. Un pomeriggio, mentre gli altri sonnecchiavano per ripararsi dal caldo, mi diressi al largo, sicuro di raggiungere un&#8217;isoletta che avevo studiato dalla riva. Era disabitata, di notte scompariva totalmente nel mare: volevo lasciare lì un segno qualsiasi del mio passaggio, rubare un frutto esotico da un albero e tornare prima che fosse buio.<br />
“Nuotavo nell&#8217;acqua fin troppo calda, procedevo con vigore, forse troppo sicuro delle mie possibilità e l&#8217;isola non si avvicinava; restava un barbaglio all&#8217;orizzonte, ma il mare era così docile da farmi sentire un suo eletto. Avevo quindici anni. Arrivato quasi a metà, l&#8217;isola non solo non si avvicinava, aveva cominciato a spostarsi; nonostante cercassi di mantenere una direzione costante, continuava a ripresentarsi a sinistra. Mi giravo, raddoppiavo l&#8217;energia delle bracciate, ma l&#8217;isola non era più davanti. Mi trovavo nel bel mezzo di una corrente che, per quanto forte, dalla riva non aveva dato segni di presenza; ero nelle sue mani segrete, la vista appannata dallo sforzo, mentre tentavo di soppesare distanze e opportunità, sollevando di qualche centimetro la testa sopra la sterminata spianata blu. Ciò che non avevo mai conosciuto attraversò il mio corpo come una fune di ghiaccio tirata fuori dalla bocca. La paura. La paura dei cento metri vuoti su cui ero sospeso, non più solido di una lettera caduta da una nave. Il terrore di non tornare, di essere perduto, parola su cui fantasticavo e dava dipendenza a quell&#8217;età, e che ora toglieva il fiato. Alzai di più la testa, per vedere una barca, una scalfittura qualsiasi in quell&#8217;orizzonte di un&#8217;indifferenza terrificante; ma i pescatori erano rincasati e i turisti non si avventuravano senza di loro. M&#8217;immaginai dall&#8217;alto: intento a spostare una massa che non aveva fine. Un chiodo dentro una parete blu”.<br />
Mentre parlavo, alla base della finestra la neve aveva formato uno zoccolo spesso e duro che contrastava con la vaghezza della notte. Nonostante il camino e l&#8217;isolamento perfetto delle case montane, stavo rabbrividendo. Guardai il dottor Willi. Lui annuì, io non capii a cosa, teneva alle labbra il bicchiere di whisky vuoto da mezz&#8217;ora.<br />
“Mi arrestai lì, facendomi trasportare dalla corrente verso il mare aperto. Guardavo il cielo sopra di me quasi non l&#8217;avessi notato prima, preoccupato di quell&#8217;arrossamento ai bordi che indicava il rapido passare del tempo. Lottavo contro il panico e vincere era forse possibile, ma non capivo cosa fare della vittoria e iniziavo a sentire i crampi e il freddo; non riuscivo a impormi di ragionare per lanciare un&#8217;ultima scommessa. E il panico irruppe tranciando i pensieri, lasciando balbettii. L&#8217;acqua m&#8217;invitava con lusinghe fatali: abbracciandomi, voleva che io entrassi di più in lei, così che potesse entrare in me. Diventare una cosa sola. Ricominciai ad aggredire la corrente&#8230;”.<br />
“E poi”? Vedendomi impallidire, il dottor Willi mi aveva versato da bere.<br />
“Poi mi fermai in quella che a me sembrò una trasparente oasi di pace. Non era vero, ma la paura era stanca. Il corpo stremato, il passato concluso e il futuro vuoto, o meglio viveva lì, piccolo come me, su un&#8217;inesistente terra d&#8217;acqua che il mio terrore aveva inventato perché non me ne andassi da lui.<br />
“Fu allora che pregai il mare di restare fuori da me, di lasciarmi in pace e non avvicinarsi più di così. Mi rivolsi a lui come se fosse disposto ad ascoltarmi, supplicai le onde di non trasformarmi in un uomo con il mare dentro, promettendo qualsiasi cosa, mettendo in gioco il futuro mio e di ogni essere vivente, con una bocca bruciata dal sale. Non posso ricordare l&#8217;istante perché fu astratto e grandioso, mi schiacciava e sollevava: il motore del piccolo fuoribordo dell&#8217;hotel gettava la sua celestiale musica d&#8217;ingranaggi oltre le pulsazioni della testa e lo sciabordio dei flutti. Più forte ancora, mio padre gridava il mio nome&#8230;“.<br />
Ecco arrivata la mia sera. Il solstizio d&#8217;estate è passato da poco e la temperatura è così mite d&#8217;averci permesso di cenare all&#8217;aperto, grati alla persistenza della luce in cielo, seduti all&#8217;ultimo tavolo della terrazza su cui i vacanzieri si dimostrano rapiti dalla bellezza. Mio figlio è di fronte a me. Immobile e ormai addormentato. La luna ha trascinato sopra di noi la sua calma sovrana. L&#8217;odore di fieno ci fa visita; inebria, tanto è giovane. Rido pensando alla recita del plancton luminescente che sta per iniziare.<br />
Non intendo svegliare chi ha vissuto in un sogno per salutarlo proprio ora: sono sicuro che mio figlio mi perdonerà, da qualche parte, tra le sue sabbie e i coralli dalle ridicole corna colorate.<br />
Ho capito che quando la natura esaudisce una tua richiesta eccessiva, il resto della vita non basterà a subire le conseguenze di quella generosità smisurata.<br />
Il dottor Willi sta salendo con la sua vecchia Volvo da cui ha tolto i pacchi di libri comprati e non letti per accogliere mio figlio. Dopo il mio racconto, aveva provato a consolarmi, quel caro dottore. “La sua è immaginazione, pensiero magico”, non capendo che, senza quel senso di colpa, niente, per me, avrebbe avuto senso.<br />
L&#8217;acqua del mare è tornata. Anzi, non si era allontanata da me ma sto per incontrarla per la prima volta. Non è mai stata così vicina, è ovunque e mi arrendo senza resisterle, conto le stelle e riprovo: non riesco a parlare. E come potrei. Nel momento in cui finalmente prendo il largo, vengo a conoscere tutto di lui.</p>
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