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	<title>15 ottobre &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Diversamente epici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 07:30:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Filippo La Porta Ricordo spesso l’ironica frase di Orwell durante la guerra, a proposito del fascino di certi simboli e di certe parole d’ordine del fascismo: provate a far giocare i vostri bambini non più con i soldatini ma con i pacifisti di stagno… beh, certo non si divertirebbero. Potrebbe essere un buon punto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/diciotto.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/diciotto.jpg" alt="" title="diciotto" width="432" height="227" class="alignnone size-full wp-image-40597" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/diciotto.jpg 432w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/diciotto-300x157.jpg 300w" sizes="(max-width: 432px) 100vw, 432px" /></a></p>
<p>di <strong>Filippo La Porta</strong></p>
<p>Ricordo spesso l’ironica frase di Orwell durante la guerra, a proposito del fascino di certi simboli e di certe parole d’ordine del fascismo: provate a far giocare i vostri bambini non  più con i soldatini ma con i pacifisti di stagno… beh, certo non si divertirebbero. Potrebbe essere un buon punto di partenza per una riflessione, a distanza, sui fatti (e sulle immagini) del 15 ottobre. Mi sembra di poter dire che la battaglia vera è proprio sull’immaginario, o soprattutto sull’immaginario. In che senso? <span id="more-40596"></span><br />
 Proviamo a partire dalla famigerata immagine del furgone dei carabinieri, “conquistato” dai manifestanti, che si incendiava nella notte romana, e dalla sua “tremenda bellezza”, come una volta si sarebbe detto (citando Rilke). Una visione corrusca e  minacciosa, una  cosa a metà tra i <em>Guerrieri della notte</em>, grandiosa epopea metropolitana (rilettura degli <em>Argonauti</em>), e l’avvincente  gioco alla  guerra dei <em>Ragazzi della via Paal </em>(un gioco che, in verità, eccita sempre tantissimo i maschietti, e forse non solo i maschietti visto che a partecipare agli scontri c’erano anche molte donne). Non  coltivo alcun estetismo della violenza, e anzi sono convinto che  una lotta condotta con mezzi violenti “inquina” qualsiasi cosa si intenda dopo costruire (non solo il fine non giustifica i mezzi ma in un certo senso esistono solo i mezzi: sono questi a “educarci” qui ed ora). Sono ben consapevole che quelle fiamme gettano sull’intero corteo una  pericolosa (e fuorviante) luce guerresca, un alone vagamente insurrezionale, del tutto irreale e anacronistico. Condivido inoltre la lettura di chi vede nella violenza una pericolosa “droga”, che esalta e illude chi non ha più futuro. Ma cosa ci dice  anzitutto quella scena?<br />
Anzitutto rispetto alla guerriglia e agli episodi di violenza del 15 ottobre occorrerebbe comunque evitare prediche, tipo: “Ragazzi, la prossima volta dovete munirvi di servizio d’ordine”, come se poi questo fosse la soluzione, e anzi sapendo che i servizi d’ordine degli anni ’70 furono quasi l’anticamera del terrorismo (e comunque quella “specializzazione”dava allo scontro fisico un peso sproporzionato). O anche, con tono compunto e “responsabile”: “Voglio piattaforme e contenuti più chiari, mi raccomando”, come se il movimento dovesse presentarsi alle elezioni, etc..  E soprattutto: evitare di metterla sul piano riflessività contro emotività, altrimenti la partita è persa dall’inizio. Nel ’77, lo ricordo, quelli riflessivi e inclini alle prediche, benché interni al Movimento, furono spazzati via. Lo scontro fisico rappresentava una comunicazione assai più immediata, persuasiva di ogni  pensoso dibattito. Uno con la spranga (o con la molotov) in mano rappresentava comunque qualcosa di più “reale”.  Il che era ingannevole ma fatale. Credo che per  un ventenne, e ancor più per un quindicenne, quella immagine del furgone possa essere ambiguamente  esaltante, possa dare una ebbrezza (tutta illusoria) di vittoria, oltre ad avere un valore simbolico di parziale  ma dovuto risarcimento delle scuole  Diaz, delle caserme Bolzaneto, dei Giuliani e dei Cucchi, etc. Hai voglia a dire &#8211; anche giustamente &#8211; che fa il gioco del nemico, che ti si ritorce contro, che ti aliena le simpatie del ceto riflessivo (tendenzialmente non ostile) e dell’opinione pubblica.<br />
Dunque: partiamo da lì. Siamo in grado di contrapporre non tanto una “politica” diversa, ma  in primo luogo un <strong>immaginario diverso</strong>, voglio dire egualmente forte, suggestivo, potente (tutto ciò  potrebbe essere letto come un cedimento alla  presente società-spettacolo, ma da sempre la politica si nutre, legittimamente, di emotività e immaginario: Kennedy dovette “spettacolarizzare” la cosa più noiosa del mondo, la democrazia, e infatti  si inventò la Nuova Frontiera). Forme di lotta più  immaginative e imprevedibili, tecniche di guerriglia non violente, provocazioni creative e sperimentali, etc. Che so, anche giocando un po’ su certe accuse, aprire il prossimo corteo con 50  pecore (e ovviamente un pastore rumeno o albanese in testa), organizzare blitz ovunque, in bar e luoghi pubblici,  diffondendo false notizie e, come faceva il “Male”, stampando false prime pagine di quotidiani (tipo l’Italia uscita dall’euro, con tutte le conseguenze), o sdraiarsi a oltranza paralizzando la città, come facevano Bertrand Russell e Aldo Capitini negli anni ’50, all’epoca molto più estremisti di qualsiasi militante comunista. Insomma: un riformismo  non-violento che esibisca per intero  la sua  anima radicale.<br />
Ecco, anche riallacciandomi al commento di Orwell, dobbiamo riuscire a immaginare un pacifismo “epico”, fatto di  eroici pacifisti di stagno,  che sostituisca al furgone incendiato qualcosa di sorprendente, di  vitale, di poetico, di  altrettanto eclatante…</p>
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		<title>Hessel non abita in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 06:30:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[15 ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[black bloc]]></category>
		<category><![CDATA[indignati]]></category>
		<category><![CDATA[movimenti di protesta]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento]]></category>
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		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[[Recupero questo articolo da senzasoste.it: mi sembra un contributo interessante per un ragionamento sulla manifestazione del 15 ottobre scorso. L&#8217;autore si firma con uno pseudonimo e dal sito non sono riuscito a recuperare un modo per contattarlo. Se capita qui su NI e ha voglia di approfondire ulteriormente la sua tesi, è il benvenuto.]  Hessel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #888888;">[Recupero questo articolo da <a title="senza soste" href="http://www.senzasoste.it/speciali/hessel-non-abita-in-italia-la-crisi-permanente-della-forma-movimento-basata-sul-primato-dell-opinione-pubblica" target="_blank">senzasoste.it</a>: mi sembra un contributo interessante per un ragionamento sulla manifestazione del 15 ottobre scorso. L&#8217;autore si firma con uno pseudonimo e dal sito non sono riuscito a recuperare un modo per contattarlo. Se capita qui su NI e ha voglia di approfondire ulteriormente la sua tesi, è il benvenuto.]</span></p>
<h3 style="text-align: center;"> Hessel non abita in Italia<br />
La crisi permanente della forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica</h3>
<p style="text-align: right; padding-left: 30px;"><em>Colui che finalmente si accorge quanto e quanto a lungo fu preso in giro, abbraccia per dispetto anche la più odiosa delle realtà; cosicché, considerando il corso del mondo nel suo complesso, la realtà ebbe sempre in sorte gli amanti migliori, poiché i migliori furono sempre e più a lungo burlati<br />
(Nietzsche)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una analisi di quanto accaduto a Roma impone considerazioni cliniche e quindi sgradevoli. Perché un’analisi della dinamica delle differenti forze sul terreno, che si sovrappongono ormai regolarmente ad ogni grande evento di piazza, prescinde da considerazioni di valore. Non assegna meriti ad un comportamento piuttosto che ad un altro, d’altronde la politica non è un concorso a premi ma un fenomeno che produce risultati a seconda degli equilibri tra le forze in campo, né si pone il problema di riparare torti attraverso un uso emotivo, terapeutico dell’analisi. Per tutto questo ci sono la letteratura, il giornalismo, Twitter, i post su Facebook e tutta una miriade di scambi microfisici di impressioni tra persone coinvolte, o che si sentono tali, su quanto accaduto.<span id="more-40444"></span></p>
<p>La prima considerazione clinica che si impone, dopo la giornata del 15 ottobre, è che la forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica è in crisi permanente e non sarà in grado di incidere, né tantomeno risolvere, nessuno dei problemi che evoca. Dalla questione del debito, al precariato. Si tratta di un tema ineludibile già emerso con forza a Genova 2001 e con le manifestazioni globali contro la guerra in Iraq nel 2003 (dove la seconda superpotenza mondiale dei movimenti, come la definì il mainstream americano, evaporò prima che la superpotenza Usa si impantanasse tra Falluja e Ramadi). Sappiamo benissimo che la forma movimento che si basa sul primato dell’opinione pubblica nasce, in Italia come altrove in occidente (nei paesi extraoccidentali è questione differente), come tentativo di risoluzione della crisi del modello di movimento basato sulle pratiche antagoniste fuoriuscite dal ’68. Di questo modello ne ha denunciato a lungo l’obsolescenza, sia sul piano della funzionalità che su quello della differente sensibilità etica raggiunta dalle società successive agli anni ’70, imponendo mutazioni significative di linguaggi, pratiche, obiettivi all’intera sinistra di movimento in differenti paesi. L’idea di fondo, qui semplifichiamo un  posizioni anche differenti tra loro, era che abbandonando la simbolica dello scontro frontale, neutralizzando le pratiche sul terreno si sarebbe potuto incontrare ed egemonizzare le dinamiche di pressione dell’opinione pubblica verso il sistema politico e istituzionale. Nella versione più conflittuale di questo modello anche pratiche sindacali, tradizionali e innovative, come solidaristiche e persino culturali avrebbero tratto benefici concreti da questa forma movimento. Dopo quindici-vent’anni di riproposizione di questo modello si tratta di capire che è obsoleto, passato, inefficace perlomeno quanto i modelli che pretende di denunciare. Genova 2001 aveva fatto capire come la piazza (e non solo) potesse esplodere di fronte alla complessità sociale prodotta dagli eventi organizzati da questo genere di forma movimento. Il 2003 aveva fatto comprendere che, una volta sconfitto un movimento quando è stata usata la capacità massima di pressione del format opinione pubblica mondiale, non c’era un problema di masse, numeri e capacità di rappresentazione simbolica ma uno di efficacia del tipo di movimento messo in campo. Insistere sulle clonazioni di questo modello, legittimandole con le giaculatorie sulle “nostalgie del ‘900” che apparterrebbero a chiunque ne vede le evidenti crepature, ha portato a cronicizzare due evidenti patologie politiche. La prima legata ad un distacco reale dalla situazione sociale, persino dall’immaginario, di questo paese (ovvero il vasto mondo che vive fuori dal perimetro di realtà che si creano necessariamente i movimenti) la seconda da una serie di valutazioni ingenue su come si forma l’opinione pubblica in un mondo attraversato da una pluralità di piattaforme mediali.  Analizziamole entrambe partendo da quest’ultimo problema.</p>
<h4>MUSSOLINI, GRAMSCI E NOI</h4>
<p>La constatazione della fine dell’epoca liberale, alla quale segue una necessaria critica del fenomeno dell’opinione pubblica, non è di questi giorni ma degli anni ’20. Quando la finanza della prima globalizzazione, quella nata nella seconda metà dell’800 mise in crisi, assieme al protagonismo delle masse uscite dalla guerra ’14-’18,  la democrazia liberale. Uno dei padri fondatori della sociologia contemporanea, Ferdinand Toennies, legò la crisi della democrazia liberale al problema della critica dell’opinione pubblica, elemento regolativo della vita politica ufficiale, strumento di selezione delle istanze politiche di quel mondo. Senza entrare, anche se farebbe bene, nelle questioni teoriche poste da Toennies riportiamo una discussione nelle aule parlamentari del Regno d’Italia utile a focalizzare un problema del presente: il rapporto tra opinione pubblica e politica. Siamo nella primavera del ’25, Mussolini ha già fatto il primo atto del suo colpo di stato il 3 gennaio di quell’anno e si appresta a concludere la struttura politica e statale di una dittatura che durerà fino al 25 luglio del 1943. Alla Camera si confrontano Gramsci e Mussolini, il primo oramai messo all’angolo politicamente mentre il secondo risplende di boria essendo ormai il vincitore di fatto dello scontro politico, tra destra e sinistra, apertosi con la fine della guerra. Gramsci, per trovare un argomento che condizionasse il vincente Mussolini, comincia a parlare delle critiche che il Corriere della Sera aveva mosso al comportamento del fascismo. Mussolini non fa una piega: dice chiaramente che il potere dell’opinione pubblica, composta da centinaia di migliaia di lettori, è ormai stato travolto da quello di un partito organizzato, il suo. Di lì a poco tempo Mussolini, oltre a sciogliere il parlamento e a far arrestare Gramsci, si impadronirà anche del Corriere della Sera. Trasformandolo nella voce più prestigiosa del regime fino alla sua caduta. Dopo la fine del fordismo il rapporto tra opinione pubblica e politica organizzata si è rovesciato rispetto a quel dibattito della primavera del ’25. Per cui la capacità di esercitare pressione politica, dopo innumerevoli ristrutturazioni tecnologiche e mutazioni sociali, è tutta a favore dell’opinione pubblica rispetto ad una politica disorganizzata, succube e senza idee. Non  a caso le nostre società hanno tornato a definirsi liberali in un rapporto strutturato con temi e dibattiti politici definiti dal fenomeno dell’opinione pubblica. Egemonizzato da media verticali, di mercato, pronti a celebrare precise gerarchie di potere e di comportamento. L’architettonica del potere nelle società neoliberali, insomma. Gli stessi movimenti hanno istintivamente seguito questo rovesciamento di rapporto tra opinione pubblica e politica organizzata. Mentre i movimenti antagonisti degli anni ’70, in modalità molto diverse tra loro, cercavano di condizionare i partiti o costruire una forma dell’organizzazione tutta propria quelli delle ultime due decadi, non a caso, si sono strutturati nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica o di costruirne una propria. Il mitico spartiacque della nonviolenza altro non è, prima di tutto, che il tentativo di entrare pienamente sul terreno dell’opinione pubblica. Per il terreno del politico forza e diplomazia sono strumenti intercambiabili mentre in quello dell’opinione pubblica, che si struttura attorno allo schema antropologico che supporta la discussione razionale infinita attorno ai problemi, riduce la forza a mera violenza. E a questo schema i movimenti si sono adattati per un ventennio nella speranza di suscitare una massa critica tale da condizionare la politica istituzionale. E qui sono sorti tre problemi, mai analizzati, che hanno pesato in questi vent’anni: il primo è che le istituzioni vivono ormai in autonomia dall’opinione pubblica (Iraq del 2003 e referendum del 2011 dovrebbero insegnare qualcosa); il secondo è che l’opinione pubblica è, in ultima istanza (internet compresa), è governata da un intreccio tra media e politica istituzionale che è costituito efficacemente contro le istanze dal basso; il terzo è che questo intreccio non è mai stato destrutturato e messo a conflitto, nei temi che propone e nella sua struttura sociale interna. Eppure il potere di connessione generale nelle società contemporanee risiede lì. E non solo quello ma anche correnti consistenti di quello biopolitico. Occupy Wall Street ha chiesto l’abolizione della pubblicità televisiva per i prodotti per bambini. Perché questa è una società che addestra, nei termini del dressage foucaultiano, dei consumatori prima ancora di qualsiasi altro genere di figura sociale. Invece del politicismo della dissociazione dai “violenti” i movimenti potrebbero occuparsi di temi come questi, indubitabilmente con maggior efficacia.</p>
<p>I movimenti basati sul primato dell’opinione pubblica si sono così trovati a subire questo potere. Le istanze di contenuto e i temi sono dettati da chi la governa non dal suo segmento dal basso. Oltretutto è notevolmente mutato lo schema sociologico che legittimava questo genere di movimenti. Nel profondo degli anni ’80, quando si incubavano queste concezioni, una società postmateriale, sostanzialmente garantita poteva costruirsi uno dispositivo di selezione del contenuti politici basato sulla circolazione di opinioni espresse razionalmente. C’era una base materiale per tutto questo. Trent’anni dopo, larghi strati di società sono precipitati in drammi che, per quanto emersi a livello di opinione, non trovano ascolto in un sistema politico che dell’autonomia da tutto questo ha fatto ragione di sopravvivenza. Inoltre i movimenti basati sul primato dell’opinione pubblica si sono ritirati, nel loro complesso, dal quotidiano ritmo sociale della vita sui territori. Che è fatto di un intreccio di comportamenti sul terreno, piattaforme di comunicazione innestate su questi comportamenti, e linguaggi mediali che i movimenti non conoscono e ai quali non sanno parlare. Non resta quindi, come dalla fine degli anni ’90, che organizzare grandi eventi di piazza. Che dovrebbero parlare all’opinione pubblica. E che finiscono invece per essere travolti dalla complessità sociale attirata dal grande evento e fatti a tranci dai media che governano l’opinione pubblica. Questo modello di movimento ha quindi storicamente fallito: non ha rappresentanza mediale, non riesce ad autorappresentarsi, evapora sempre velocemente e non ha inciso su nessuno dei nessi di potere strategici nelle società contemporanee. Nei prossimi tempi non ne mancheranno gli epigoni, che si faranno forza a colpi di “siamo oltre il ‘900”, ma l’esito negativo dei loro sforzi sembra scontato. Come lo sarebbe stato quello di un ipotetica rifondazione di Lotta Continua all’inizio degli anni ’80. Le forze del politico stanno andando altrove.</p>
<h4>-CUCCHI + RACITI</h4>
<p>Questa scritta “- Cucchi + Raciti” campeggiava in bella mostra durante gli scontri del 15 ottobre. Spiega più la distanza tra i movimenti pacifici e radicali di quanto si possa immaginare. Perché, mentre sulle banche e il precariato il linguaggio può anche trovare punti in comune tra diverse esperienze di movimento, da parte dai movimenti che si vogliono maturi non c’è mai stata attenzione su questi temi. Dei diritti civili in ambiti tipicamente giovanili. Non solo ma tra i manifestanti “maturi”, nella piazza del 15, c’erano esponenti di partiti che le leggi militari del dopo Raciti le hanno velocemente approvate. Accentuando distanza e incomprensibilità tra culture di movimento. E’ evidente poi che la dinamica di scatenamento dei riot è quella del rovesciamento simbolico del’ordine del potere vigente. Per cui torna trasfigurata la figura dell’ispettore Raciti, si devastano banche, si distruggono madonne, si bruciano tricolori. Più che alla dinamica dello scontro di piazza è a questo rovesciamento simbolico che bisogna guardare per capire il significato del comportamento di questo tipo di movimenti. Si interviene direttamente per rovesciare nell’immediato un ordine simbolico ritenuto, non a torto, insopportabile. E si parla, sempre direttamente, all’immaginario profondo della società. In questo senso possiamo definire questo tipo di comportamenti come una radicalizzazione del modello di movimento basato sul primato dell’opinione pubblica. E’ frutto della sua crisi come lo era lo Schwarze Bloc tedesco rispetto al modello di partecipazione civica nella Germania dei primi anni ’80. Si parla al resto della società, evocandone la sollevazione, direttamente con il linguaggio del suo sostrato simbolico profondo piuttosto che con quello dei linguaggi mediati dai comportamenti ritenuti ragionevoli, creativi e politicamente razionali. In questo modo si scatena, come sempre in questo genere di riot, un’enorme energia sociale sollevata. I simboli del potere sono archetipici, si innestano profondamente nel corpo sociale ed è infatti forte la reazione all’operazione del loro rovesciamento e della loro trasfigurazione. Non a caso i media sono avidi di questo: condannano e trasmettono allo stesso tempo. La diretta Sky degli scontri a piazza San Giovanni si è rivelata un prodotto adrenalinico perfetto, specie nel tardo pomeriggio, tra uno stacco pubblicitario e un posticipo e l’altro della serie A. Il potere dell’immaginario del rovesciamento dei simboli immesso nel palinsensto, in una società mediale, non va trascurato. Ma va anche capito che la maggior parte di questo genere di comportamenti non ha ancora fatto il salto di complessità che va dai comportamenti radicali alla strutturazione politica, al radicamento nel territorio, alla capacità di governo delle stesse proprie immagini proposte. Si parla, e con forza, alla società ma non si è complessivamente in grado di connettersi complessivamente con il corpo sociale scosso dalla crisi.</p>
<p>La giornata del 15 è stata quindi caratterizzata, anche nello specifico dei comportamenti di piazza, da movimenti in crisi di complessità che si riproducono secondo schemi declinanti del primato dell’opinione pubblica e da movimenti che o si fermano sul piano del rovesciamento simbolico degli archetipi del potere o sono ancora embrionali rispetto al salto di complessità necessario per fare politica, per rovesciare l’asse del potere in questa società. E qui chi dice che in Italia accadono cose che non accadono altrove deve aver ben in testa che in altri paesi, UK e Usa per dirne due, tutto è filato via pacificamente perché questo tipo di piazza è stata in mano solo alla middle class impoverita. La Londra dei riot ha passato il testimone a quella degli indignati. In Italia c’è stata sovrapposizione, mescolanza che ha generato una complessità sociale insostenibile. Se si vogliono movimenti estesi lungo interi assi di società è la capacità di governare questa complessità che ci vuole.</p>
<h4>IL FUTURO DELLA POLITICA DI MOVIMENTO</h4>
<p>L’Italia non ha bisogno degli Hessel, figure paternali, la cui indignazione è uno strumento di una politica costruita su un dispositivo che non funziona. Garantisce sempre dignità morale, spesso incolumità fisica ma non funziona più, non ottiene risultati. Come in Spagna o in Israele. Perché basa la propria energia morale entro uno schema di regole del gioco che tende a far pressione su un’opinione pubblica che è strutturata per rendere inefficaci i movimenti. Si tratta invece di costruire movimenti che passano dal primato della sfera dell&#8217; opinione pubblica a quello dell&#8217;occupazione del territorio. E qualsiasi campagna globale che incontra questo genere di radicamento non ne può che essere beneficata dall&#8217;incontro di pratiche reali, coestensive con la vita sociale.</p>
<p>Questa non è una situazione in cui l’energia sociale, come emerge dai movimenti più radicali, deve essere esorcizzata. Al contrario i cambiamenti necessari per garantire diritti universali in questa società necessitano di una lunga stagione di energetica sociale. Ma questa energetica sociale  deve entrare su un piano di microfisica dei territori che permette un un governo politico delle spinte radicali verso la mutazione reale della morfologia microfisica della società, dei rapporti di forza territoriali , stutturando forza per l&#8217; ottenimento dei diritti universali concreti. E qui bisogna considerare che i territori non sono più quelli degli anni ’60 e ’70 e nemmeno quelli degli anni ’80. Il territorio, come dicevamo, è regolato da un intreccio di comportamenti sul terreno, piattaforme di comunicazione innestate su questi comportamenti, e linguaggi mediali che ne costituiscono la sostanza attuale. E non c’è solo bisogno di energetica sociale, necessaria, per plasmarlo. Ma anche di intelligenza strutturata. E qui i movimenti che vivono la crisi della concezione del primato dell’opinione pubblica possono trovare un loro ruolo.  Ristrutturandosi completamente, per trovare anche il modo di costruire campagne nazionali e globali efficaci, radicate, permanenti che non fluttuano al primo accidente. Dopo il 15 ottobre una certa tipologia di movimento, che oggi ha trovato collocazione nella forma indignata, rischia di essere in  mano ai media che oggi la preservano dai “violenti”. Per finire nel binario della più conclamata inefficacia. Allo stesso tempo la potente simbolica del riot può risultare inefficace nel momento in cui si ferma alla soglia dell’emergenza sociale evocata. Se la sollevazione può dare respiro ad ampi strati sociali oggi sottomessi dalla crisi, senza politica e senza strategia si rischia anche qui l’inefficacia.</p>
<p>Mentre, per la gravissima situazione sociale che viviamo, è di efficacia che abbiamo tremendamente bisogno.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Per Senza Soste, nique la police</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il telefono dell&#8217;incendiario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Oct 2011 15:10:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Oggi su Repubblica è riportata l’intercettazione di una comunicazione di un “globetrotter della violenza” (così il titolo) presente in Piazza San Giovanni, intercettazione nella quale il giovane chiama l’amico rimasto al paesello (nel corso dei fatti stessi, e quindi più che a caldo), per metterlo al corrente delle prodezze alle quali sta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Oggi su <em>Repubblica</em> è riportata l’intercettazione di una comunicazione di un “globetrotter della violenza” (così il titolo) presente in Piazza San Giovanni, intercettazione nella quale il giovane chiama l’amico rimasto al paesello (nel corso dei fatti stessi, e quindi più che a caldo), per metterlo al corrente delle prodezze alle quali sta partecipando. “Ma come, era già sotto ascolto, prima ancora di commettere il fatto?” si chiede il lettore. Poi arriva la spiegazione, anche se pochissimo convincente: essendo il ragazzo consumatore di spinelli, è incappato in una normale indagine per droga. “Che colpo di fortuna hanno avuto!”, pensa il lettore. Al giornalista non sembra passare per il capo un’altra ben più verosimile ipotesi, e che cioè che il ragazzo fosse già tenuto sott’occhio. Nel qual caso ci sarebbero <span id="more-40467"></span>delle responsabilità per quanto è successo a Roma: se queste persone erano ascoltate, sembra difficile pensare che non si conoscessero nei dettagli le loro intenzioni e le loro strategie, il che avrebbe permesso di reagire, se ci fosse stata la volontà, in modo efficace. Pensandoci a mente fredda, sembra anzi molto probabile, che fossero controllati: in molti casi sono gli stessi soggetti che hanno commesso anche molti altri atti (lo vedo qui in provincia di Trento), e sono conosciutissimi dalle forze dell’ordine e talvolta dagli stessi media. Io non so se questa intercettazione sia veritiera o meno e se sia stata riportata fedelmente (il dubbio in questi casi resta sempre), e non posso certo escludere che non si tratti davvero di una normale inchiesta per droga (mi sembra però pochissimo probabile, visti i milioni di consumatori), e certo non voglio lanciarmi in azzardate dietrologie, dico solo che questo modo acritico di trattare la notizia mi ha fatto venire in mente come venivano riferiti e commentati i fatti violenti sui quotidiani degli anni ’70, quasi che la logica e il buon senso non fossero più di casa. La violenza non solo chiama violenza (e contrazione di democrazia), ma si accompagna sempre a un’involuzione dell’informazione (nel nostro caso non potrebbe essere che ulteriore). È anche per questo che non la vogliamo. Tutto qui.</p>
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		<title>La violenza che è in noi</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 06:00:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[15 ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p>Ci risiamo. Purtroppo ci risiamo. Di nuovo la violenza. Di nuovo la prospettiva di una spirale di violenza. C’erano segnali da diverso tempo, per chi avesse le orecchie fini, per chi abbia vissuto gli anni settanta e ricordi molti episodi artigianali e per certi versi patetici, a volte anche buffi, che hanno inaugurato la stagione del terrorismo. Ripeto, anche nella nostra regione. Sì, anche nella nostra regione. Allora come adesso. Ma adesso la cosa è sotto gli occhi di tutti.</p>
<p>Alla violenza si intende rispondere con la violenza. Inasprendo le leggi. Fingendo che i fatti di Roma non si sarebbero potuti evitare con le leggi attuali (sono anni, faccio un esempio, che le manifestazioni a Parigi sono protette dalla polizia, strada per strada, minuto per minuto, dalle frange violente, nel loro caso per lo più apolitiche). Mettendo in prigione, punendo con pene esemplari. È una risposta molto facile, e sciocca. Non ha funzionato allora, non funzionerà adesso. Provocherà anzi un’ulteriore radicalizzazione dei gruppi che adesso sono attratti dalla violenza (ripeto, ancora in maniera germinale e tutto sommato<span id="more-40402"></span> non grave). La crisi economica, la terribile crisi che incombe e che colpirà in primo luogo proprio i giovani, farà il resto.</p>
<p>L’Italia ha un irrisolto problema con la violenza. Negli ultimi cento anni ha vissuto le ecatombi della prima guerra mondiale, con gli ammutinamenti e le fucilazioni delle classi popolari inviate al macello, la ventennale violenta dittatura (lasciamo stare per piacere le visioni edulcorate che vanno per la maggiore) che ne è seguita, la guerra civile che l’ha conclusa, le violente diatribe riguardo alla sua interpretazione che tuttora imperversano, con l’imperante e inaccettabile equiparazione di chi ha lottato per o contro la democrazia, la riattivazione negli anni settanta delle lacerazioni di questa stessa lotta fratricida, le cui ferite non siamo ancora riusciti a curare completamente. Non nascondiamoci questa realtà. Noi italiani abbiamo la violenza nella nostra storia, non abbiamo fatto quello che occorreva per separarcene. Tutti noi. Lo si vede nello svolgersi quotidiano della politica, nel tono di qualsiasi dibattito politico televisivo.</p>
<p>La destra, questa destra corrotta e amorale e molto poco democratica e intollerante, ha delle enormi responsabilità. Per anni ha soffiato sulle ceneri con la sua violenza verbale e la sua grettezza, negando all’avversario qualsiasi dignità, trascinando il paese in un baratro sociale e di idee. Ma anche la sinistra ha le sue colpe. Questa sinistra che non ha saputo creare alternative, che non ha pensato a mandare in pensione i suoi incapaci e vetusti notabili, che s’è separata completamente dalla società civile.</p>
<p>Questi che chiamate delinquenti per me sono ragazzi. Certo incendiare una camionetta e tirare sassi ai poliziotti non è un fatto banale, ma non hanno ancora ammazzato nessuno. Non ancora. Ascoltiamoli. Cerchiamo di capire cosa dicono. Non prendiamoli in giro perché non sanno parlare bene (non dimentichiamo che anche le basi teoriche dei brigatisti erano molto povere). Parliamogli. Diciamogli le cose che la destra retriva degli anni settanta non ha saputo dire ai ragazzi che erano sedotti dalla violenza, macchiandosi a mio parere di un’oggettiva responsabilità. Riconosciamo, come l’hanno fatto gli abitanti della Val di Susa, sindaci in testa, che per certi versi e su certi temi possono avere anche ragione. Proponiamogli delle soluzioni. Costringiamogli a parlare, a usare le armi delle parole. Oppure metteteli in prigione. Demonizzateli. Fatene dei capri espiatori per le vostre irresponsabili strategie politiche e delinquenziali, o per l’incapacità a proporre un’alternativa. Risponderanno alla violenza con una violenza maggiore. Causeranno morte.</p>
<p>Provo tristezza e senso di impotenza.</p>
<p><em>[questo pezzo apparirà sul quotidiano &#8220;Trentino&#8221; del 21.10.11]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il film già visto</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 08:48:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[15 ottobre]]></category>
		<category><![CDATA[anni di piombo]]></category>
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		<category><![CDATA[Legge Reale]]></category>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek “È un film già visto”. Sarà perché pochi giorni prima avevo invocato la fine della fiction, che questo commento, uno dei più ricorrenti sui fatti di Roma, mi è parso tra più insidiosi. Gli infiltrati, i black-bloc, i “nuovi brigatisti” – dopo gli scontri del 15 ottobre è partito un rewind dove [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>“È un film già visto”. Sarà perché pochi giorni prima avevo invocato la <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/10/14/fine-della-fiction/">fine della fiction</a>, che questo commento, uno dei più ricorrenti sui fatti di Roma, mi è parso tra più insidiosi. Gli infiltrati, i black-bloc, i “nuovi brigatisti” – dopo gli scontri del 15 ottobre è partito un rewind dove lessico e immaginario si sono proiettati indietro di dieci anni o di oltre trenta. Il pericolo non è solo acquisire come note di cronaca che i ragazzi coinvolti nella guerriglia sono quasi tutti troppo giovani per ricordare il G8, e in molta parte sembrano essersi formati negli stadi. La trappola mentale è proprio quella di vedere un film già visto.Non è solo il ministro Sacconi a voler scorgere negli indignati futuri banchieri e finanzieri, falsificando la realtà di una crisi che si abbatte su chi protesta pacificamente e su chi brucia le auto, su chi guarda il tg, perfino su chi plaude alle leggi speciali. E’ per cercare di rispondere globalmente a un processo che colpisce in modo senza precedenti le vite di chi abita anche nel cosiddetto mondo avanzato, che i movimenti sparsi per il pianeta hanno voluto darsi un appuntamento concertato. Solo in Italia, però, sembra essere andato in onda “il film già visto.” <span id="more-40380"></span>La differenza dovrebbe essere politico-culturale visto che non è il versante socio-economico a distinguerci dalla Spagna. Solo in Italia esiste la costante di un potere così opaco e di una politica così scollata e screditata da propagare un senso diffuso di impotenza, alimentando una passività che blocca la consapevolezza critica dal tradursi in impegno condiviso. Chi inscena guerra, vorrebbe di nuovo strappare la maschera a quel palinsesto impermeabile. Non ha alcuna fiducia che altre forme di lotta possano diventare non solo forti e partecipate, ma <em>reali</em>. Sembrano esserlo inconfutabilmente le vetrine infrante, le carcasse d’auto, i volti – anche i propri – insanguinati o tumefatti. Eppure, al tempo stesso, la scena viene rubata ad altri, i corpi e i luoghi fisici trasformati in scenografie e comparse. Si ripropone una logica opposta e speculare dello spettacolo, dove nel ripetersi del “teatro di guerra” va letteralmente in fumo la percezione delle varianti. E’ anche questa la trappola che rende tutto più facile ai padroni del palinsesto.</p>
<p><em>pubblicato in versione più breve su</em> L&#8217;Unità<em>, 18 ottobre 2011.</em></p>
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		<title>Pomeriggio del 15 ottobre &#8211; Una lettura dei fatti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 11:39:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Leogrande La prima cosa che mi viene da dire contro i fascisti, gli infiltrati, il blocco nero, cioè tutti coloro che hanno rovinato la manifestazione del 15 ottobre a Roma, è che avete profanato Piazza San Giovanni, un luogo cardine della storia del movimento operaio italiano. Lo avete fatto pensando che l’unica manifestazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandro Leogrande</strong></p>
<p>La prima cosa che mi viene da dire contro i fascisti, gli infiltrati, il blocco nero, cioè tutti coloro che hanno rovinato la manifestazione del 15 ottobre a Roma, è che avete profanato Piazza San Giovanni, un luogo cardine della storia del movimento operaio italiano.</p>
<p>Lo avete fatto pensando che l’unica manifestazione buona è quella violenta, che l’unica cosa che conta non sia affermare quello in cui si crede, elaborare una strategia matura di lungo periodo, ma scontrarsi con violenza contro la polizia. E non capite che, così facendo, avete distrutto tutto. Non solo una manifestazione che poteva essere bella e invece è stata brutta, ma soprattutto la possibilità che un movimento al pari di quello spagnolo o americano potesse pacificamente sorgere in Italia.</p>
<p><em>continua </em> <a href="http://www.minimaetmoralia.it/?p=5401">qui</a></p>
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		<title>Fine della fiction</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 08:22:46 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th.jpg" alt="" title="204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th" width="200" height="200" class="alignnone size-full wp-image-40368" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/204159824-90f5835f-1fc8-4ac5-8bc7-8176756008f3-th-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></p>
<p>In piazza stavano girando un film con Fabio Volo. Hanno aggiunto una pista di bocce, hanno piazzato una finta panchina davanti a quelle vere. I pensionati che di solito vi siedono, si erano appostati dall’altro lato per vedere cosa avrebbero fatto i due attori che impersonavano il loro ruolo. In abito nero, capelli impomatati e baffetti, il protagonista sarebbe stato quasi irriconoscibile, se uno della troupe non lo avesse seguito con un ombrello rosso per impedire che il trucco si sciogliesse al sole anomalo. Al ciak, Volo si siede sulla panchina, apre un vassoio di paste e ne offre ai due vecchietti con la coppola. Una ragazza elegante si affaccia per un tiro di bocce. Applausi. Fine della scena. Fine della metamorfosi della piazza di Gallarate in piazza da fiction italiana. Smontato il set, restano la chiesetta, i bar con i tavoli all’aperto, i pensionati tornati a occupare le loro postazioni. Tutto sembra quasi uguale, anche se dalla Sicilia da cartolina si è rientrati nel centro di una città lombarda. Però a pochi passi cominciano i vetri imbrattati dei palazzi appena costruiti, le agenzie interinali, i “tutto a un euro”. Segni di un cedimento progressivo che imparenta ogni città italiana a Venezia con le sue fondamenta erose. <span id="more-40367"></span>Non regge più la nostra fiction quotidiana &#8211; e lo sappiamo. Eppure abbiamo cominciato tardi a reagire come in Spagna o in Israele o come stanno facendo persino a Wall Street. Non abbiamo occupato le nostre piazze grandi o piccole per strappare il nostro spazio, prima di tutto, alla menzogna. Siamo restati passivi come un pubblico, medusizzati da una sfiducia senza limiti in quelli che pensano agli affari propri e ci consegnano alla crisi. Protestare in Italia è più difficile: vuoi perché ci portiamo in spalla anni e anni di stanchezze e incazzature (anche la rabbia repressa logora), vuoi perché si è dimostrato più rischioso. Il movimento nato a Seattle è morto a Genova.  E’ trascorso un decennio in cui tutto è rimasto uguale, ma peggiorando a dismisura. I ragazzi che stanno incassando le prime manganellate davanti alle sedi della Banca d’Italia, allora erano alle elementari o all’asilo. Non dovremmo solamente stare a guardare anche loro con un residuo di speranza data in delega, non dovremmo consegnarli al rischio di essere isolati dalla radicalizzazione dello scontro alla quale questo governo morente sembra intenzionato consegnarli, forse capace, almeno in questo, di riuscirci. Ci vuole poco a essere messi meglio di un ragazzo italiano di vent’anni. Però in gioco non è solo il loro presente e futuro. Non per <em>tornare protagonisti</em>, ma cittadini, dovremmo essere in molti a cercare un modo per esprimere che il tempo della finzione è finito. </p>
<p><em>pubblicato in una versione precedente su</em>L&#8217;Unità<em>, 12 ottobre 2011.</em></p>
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