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	<title>aborto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Ancora nessun tweet? Da Verona all’Alabama: geografia della disumanizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 May 2019 05:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Micol Bez 1. Tu credi alle mappe? &#160; Guardo con fiducia la mappa sullo schermo, la fissità della storia che racconta. Una, sempre. Vorrei affidarmi a lei. Un silenzio imposto ne soffoca le linee multiple, il troppo delle cose, il tempo. Si passa il bianco su ogni eccesso. Per fare una carta geografica è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-79374" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/bez.png" alt="" width="1024" height="768" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/bez.png 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/bez-300x225.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/bez-768x576.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/bez-250x188.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/bez-200x150.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/bez-160x120.png 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/bez-400x300.png 400w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" />di <strong>Micol Bez</strong></p>
<p>1.</p>
<p>Tu credi alle mappe?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Guardo con fiducia la mappa sullo schermo, la fissità della storia che racconta. Una, sempre. Vorrei affidarmi a lei. Un silenzio imposto ne soffoca le linee multiple, il troppo delle cose, il tempo. Si passa il bianco su ogni eccesso. Per fare una carta geografica è necessario un sfondo muto, una storia ripudiata.</p>
<p>«Comment faire avancer le récit quand la structure, elle, est ellipsoïdale?» chiedeva venerdì scorso Wajdi Mouawad in un blu siderale. Come procedere, a passo cauto, nella frammentazione. È forse una sincronia quella di cui ho bisogno. Un venire al mondo insieme di archeologia e costruzione, attraversare e essere attraversati.</p>
<p>Non bisogna cedere al fascino della tassonomia. Rifiutare di obbedire all’ordine. Questo mi sussurra la china di William Kentridge, bisogna disegnare sulle carte geografiche, vedere nella geografia l’arte, il vacillare della linea incerta, il suo poter essere altrimenti. Lo vedo muoversi e danzare sulla storia, riscattare il disegno e la sua apertura. Partire, ogni giorno, in missione di salvataggio, per sottrarre le nostre rappresentazioni alla presenza. All’identità.</p>
<p>Io credo alle tracce, a quei tratti senza origine. Anzi, ancor più, mi fido di quelli che hanno un’origine, ma non la concedono. Mi fido di chi combatte ogni fissità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2.</p>
<p>Pochi giorni fa in Alabama, alcuni mesi fa a Verona, prima ancora a Buenos Aires, giorno dopo giorno nell’amministrazione Trump.</p>
<p>Pochi giorni fa, in Alabama, è passato un divieto quasi totale dell’aborto. Nessuna eccezione per stupro o incesto. L’interruzione è permessa solo nei casi in cui ci sia un «serio pericolo» per la vita della madre. Non staremo qui a definire “vita”. Fino a 99 anni di carcere il prezzo della resistenza.</p>
<p>Qualcuno ha iniziato a condividere una storia, seguita dall’hashtag #YouKnowMe, per rendere visibile quello su cui da sempre si passa una mano di bianco. Per ricordarci una familiarità lancinante, o meglio, il lancinare improvviso del bisogno di familiarità per riconosce l’altro umano. Tu mi conosci. Tu, che pensi di non amare una persona che ha abortito, tu ami me. Tu che pensi di non condividere nulla con chi terminerebbe una gravidanza, tu sei mio alunno, mio paziente. Sei mio marito e mio figlio. Le storie si sono fatte mille. D’un tratto, come in autunno, la mappa è cambiata.</p>
<p>Un’economia necessaria: empatia in cambio di rispetto, <em>e se fosse tua sorella o tua madre?</em> Aspetto il giorno in cui questa domanda non sarà utile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3.</p>
<p><strong>#YouKnowMe</strong> <em>Ero al Victoria and Albert Museum quando ho ritrovato la voce, gli abiti d’epoca e i polsi di Rodin così fraterni. La materia di tutto quello che restava.  </em></p>
<p><strong>#YouKnowMe </strong><em>Ero sola in autunno. In una clinica privata da qualche parte a Washington, forse Bathesda o Arlington. Non so quando. Ricordo la fermata dell’autobus, il pannolone geriatrico e l’attesa di un’ora dopo la procedura, per sicurezza. Ci hanno messo poco e non me ne sono pentita. Ho chiesto la foto però. La firma ancor prima di sapere per certo, e in qualche modo anche l’atto. Sicuramente è stato tutto troppo rapido, mi ha tolto la parola. Poi la foto è bruciata, un anno dopo, per sbaglio in un incidente domestico, lasciando un quadrato bianco nella cenere. Non sarei chi sono senza quel vuoto bianco.</em> -334</p>
<p><strong>#YouKnowMe</strong> <em>È</em><em> stato semplice e sicuro. Perché porto un privilegio, perché ero in una città progressista e avevo 525 dollari in tasca. </em></p>
<p><strong>#YouKnowMe</strong> <em>I must have phoned, can’t find anything in my inbox. I command-F termination, D&amp;C, TOP or STOP, (I just searched these terms online, still don’t know the details of the procedure today. Do you know the details of an appendectomy?) The email search returns blank. I must have called them, then probably taken a bus. It’s strange, I remember the bus on the way back, no idea how I got there. It was maybe near a park, naked threes left the window as I felt lighter, exhausted. I stare at the green spots on the map, must be near one of those. I must have slept in my college twin bed after. </em>-320</p>
<p><strong>#YouKnowMe</strong> <em>In preda ad un empirismo ossessivo. Trovare il luogo, l’ora, l’ecografia bruciata insieme all’oro. Non c’è storiografia per queste spoglie.</em></p>
<p><strong>#YouKnowMe</strong> <em>È un imperativo politico. Si tessono mappe come la storia, falsando trama e ordito. </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>4.</p>
<p>Ha provato tante volte, in varie lingue, non ha una storia da raccontare, né ragioni da condividere. Non sa neanche trovare la data o il posto. In un certo senso, non ha avuto luogo. <em>#You know me ?</em></p>
<p>Basterebbero 280 caratteri. Ha appena aperto twitter, oggi, forse anche per questo. Vuole partecipare, vuole essere solidale, coraggiosa. Eppure non trova una lingua da abitare, dove poter tessere questi legami di solidarietà basati sulla testimonianza collettiva, sulla condivisione online. Una lingua per scrivere una lettera d’amore all’Alabama, un gesto di supporto che le permetta di esprimere l’enorme privilegio che indossa ogni giorno e mettere la sua storia al servizio delle donne che ne sono spoglie. Ma non ha una storia da dare in pasto a twitter, non riesce a ricostruirne il tratto. Vorrebbe riscrivere l’hashtag, <em>#How do you know me when I don’t?</em> Ma non avrebbe, pensa,  nessuna utilità politica, nessuna forza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>5.</p>
<p>Forse la poesia, come la resistenza, nasce da un fallimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>6.</p>
<p>Prova a partire dal luogo di ciò che per anni non ha avuto luogo. Immagina un punto su una carta geografica, delle foto su Google Maps che le offrano riparo e conferma. Cerca le cliniche di “family planning” intorno a Washington DC, le rispondono facce sorridenti di donne eleganti appese ai muri delle sale d’attesa. Nessuna assomiglia alla sua, le pareti marroni e la sala con il lettino in fondo a destra. Capital Women’s Services, Carafem Health Center, Silver Spring Family Planning. Niente. Possibile che non si ricordi neanche quanto è durato il viaggio per arrivarci? Niente. Trova solo frammenti, il sapore dell’autonomia e la solitudine.</p>
<p>Cerca ancora nelle mail, sicuramente le avranno mandato un messaggio per una visita di controllo, di certo non ti lasciano andare così, dopo un’ora, per sicurezza. Cerca, in inglese, <em>D&amp;C</em> e <em>voluntary interruption</em>. La sua casella mail è pulita, nessuna traccia di questa vicenda che oggi vorrebbe ferocemente raccontare. Ne vede solo i risultati, le cose che sono succedute a quella scelta, una vita di conseguenze. Uno spazio aperto di possibilità che non sa e non vuole articolare in banali scenari controfattuali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>7.</p>
<p><strong>#YouKnowMe </strong><em>Non c’è sulla mappa il punto</em><br />
<em>perdo il luogo e il segno </em><br />
<em>il quadrato senza cenere sul muretto</em><br />
<em> </em><br />
<em>nessuna immagine mi offre il braccio</em><br />
<em>davanti allo scarto di quell’incendio </em><br />
<em>alla neve più grande di una vita</em><br />
<em> </em><br />
<em>non so ora trovare il resoconto da darvi</em><br />
<em>i fatti, la fermata dell’autobus, il pannolone</em><br />
<em>le poltrone dove aspettare un’ora, per sicurezza</em><br />
<em> </em><br />
<em>la decisione prima ancora di conoscere </em><br />
<em>la possibilità che portavo nel sonno</em><br />
<em>e quella che è venuta dopo</em><br />
<em> </em><br />
<em>forse Bathesda o Arlington </em><br />
<em>provo su Google Maps </em><br />
<em>a trovare una materia alla memoria</em><br />
<em> </em><br />
<em>certo non quello su Wisconsin ave</em><br />
<em>con le donne felici e per bene ai muri</em><br />
<em>sorrisi da tardo capitalismo</em><br />
<em> </em><br />
<em>vedo drittissima una fila di crocette</em><br />
<em>un modulo, tre o quattro pareti marroni </em><br />
<em>tracce venute alla neve</em><br />
<em> </em><br />
<em>l’algoritmo non lavora come la memoria</em><br />
<em>provo nella posta elettronica </em><br />
<em>cerco IVG, no, D&amp;C, follow-up appointment</em><br />
<em> </em><br />
<em>non ci sono mai andata </em><br />
<em>(ho cercato queste parole online) </em><br />
<em>il computer risponde </em><br />
<em> </em><br />
<em>Follow-up on your readings for next week</em><br />
<em>Your contribution to the journal. Votre traduction du texte</em><br />
<em>We are pleased to inform you that your application</em><br />
<em> </em><br />
<em>restano solo le tracce </em><br />
<em>la possibilità che è venuta dopo</em><br />
<em>lo strappo che ha aperto </em><br />
<em> </em><br />
<em>non c’è sulla mappa il punto</em><br />
<em>nessun resoconto da darvi</em><br />
<em>o linea nella polvere</em><br />
<em> </em><br />
<em>so di certo che non ve lo devo</em><br />
<em>non vi devo la perdita e il dono </em><br />
<em>delle parole di cui porto il lutto</em> -1076</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>8.</p>
<p>Non vi devo niente di così commercialmente univoco. Né vi devo questo esercizio di costruzione identitaria. Né questo assemblaggio di frammenti. Non vi devo di scegliere tra il felice e il tragico. La domanda è cosa ci dovete voi. Voi che ci imponete di popolare twitter di storie, di spiegarvi le nostre ragioni e le situazioni in cui ci siamo trovate, affinché possiate pensarci come esseri senzienti, capaci di decidere. Perché è così, lo facciamo nella speranza che riconosciate la nostra umanità. Da Birmingham a Verona, si sta disegnando una nuova (e antichissima) geografia della disumanizzazione. Uno spazio epistemico in cui, ancora una volta, è necessario raccontarvi favole o esibire rigorose giustificazioni, per ricordarvi che abbiamo diritto a disporre del nostro corpo. La verità invece è che non siamo tenute a darvi nessuna spiegazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>9.</p>
<p><strong>#YouKnowMe </strong>We don’t owe you anything.</p>
<p>You owe us — all of us (of any gender, orientation, race, class and ability) in need of an abortion — respect and legal recognition.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Parigi, 19 maggio 2019</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Nell&#8217;immagine: Maria Lai, Telaio del meriggio, 1970)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Piccola storia di Dio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[daniele ventre]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2015 06:00:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Daniele Ventre C&#8217;era una volta il cielo, con i suoi pianeti e il suo calendario prima lunare e poi solare. Insomma, la dea bianca sacerdotessa e poi l&#8217;eroe. O anche tutti e due, madre e pàredro, madre e pargolo, in varie forme. Servivano per varie cose: dal controllo delle nascite presso i cacciatori raccoglitori, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>C&#8217;era una volta il cielo, con i suoi pianeti e il suo calendario prima lunare e poi solare. Insomma, la dea bianca sacerdotessa e poi l&#8217;eroe. O anche tutti e due, madre e pàredro, madre e pargolo, in varie forme. Servivano per varie cose: dal controllo delle nascite presso i cacciatori raccoglitori, alla misura dei cicli stagionali nel neolitico tardo e nell&#8217;età dei metalli, giù giù fino al tardo rinascimento. Più del sole e della luna, vicini all&#8217;uomo e alla terra e perciò umanizzabili o semidivini o dèi variamente incarnati sacrificati morenti e risorgenti, contavano i pianeti. I loro cicli e le loro orbite regolari li fecero apparire come dèi. Poi c&#8217;era anche tutto un corteggio di costellazioni di riferimento, da puntare con orologi di pietra sempre più imponenti e complessi: menhir, cromlech, piramidi, templi, tombe, cattedrali. Il tutto si inseriva in un sistema di atti psicomagici vòlti a costruire una tecnica del tempo e del controllo del tempo, in collegamento con la produzione e l&#8217;orientamento sul territorio (vie di canti, per mare e per terra, racconti degli aborigeni e odissee), o semplicemente con i tempi di attuazione delle tecniche elementari. Una rete di senso fatta di poesia, architettura, tecnologia, memoria, mappe del cielo e della terra, imperi universali (imperi di mezzo come la Cina) strutturati a volte su quattro direttrici e su quattro regioni (come l&#8217;impero tahuantisuyu degli Inca: &#8220;il regno delle quattro regioni prese insieme&#8221;, il dominio cosmico). La ierofania uranica declinata nelle sue varie forme, tende infine alla <em>reductio ad unum</em>. Gli dei sono ridotti ad angeli, il Dio degli dei (Elohim, Aton, Vishvadeva) ne assorbe le prerogative, in tutto o in parte. Anche quando il dio è plurale (Brahma Shiva Vishnu; Zeus Poseidon Hades, Tien, Tengri etc. etc.), le cose non sono mai così disseminate come sembra. Ovunque si impone, con diversi dialetti culturali locali, una forma di panteismo/pancosmismo, in cui si oppongono semplicemente il cielo &#8220;chiaro&#8221; (El) e la terra. Poi vengono le evoluzioni storiche: maestri ora mitologici ora reali, ma trasfigurati nel mito, da Mosè l&#8217;ariete a Cristo il pesce. Il dio è sempre lo stesso, le funzioni del suo mito cambiano nel tempo, ma i sacerdoti (non il dio), sono gelosi e non ammettono le vecchie versioni. Si mettono in politica, pretendono che il passato muoia d&#8217;autorità e se no gli si dà una mano ammazzando i fedeli del vecchio sistema di segni. L&#8217;universo/dio continua imperterrito a procedere sulle sciagure umane, sciagure umane rigorosamente autoprodotte dagli interessati. &#8220;Nate da noi le sciagure proclamano, mentre da soli,/ contro il destino, per loro follie, si procurano affanni&#8221;. L&#8217;universo/dio, ma potremmo ben parlare di natura/dea. La trinità alla fin dei conti (o meglio, all&#8217;inizio dei computi) è un&#8217;invenzione lunare. Forse è il caso di riflettere meglio sugli archetipi. Dopo aver fatto sparire dalla faccia della terra quelli troppo ignoranti per fermarsi a pensare un attimo, prima di premere il grilletto o lanciare scomuniche.</p>
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		<title>Una di noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2013 14:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Eleonora Tamburrini Qualche giorno fa in un giornale locale, un titolo che si sforzava di mantenersi anodino (“Una gravidanza a 15 anni”) annunciava nel dettato spicciolo della cronaca la storia di una ragazzina che rimasta incinta senza volerlo di un suo quasi coetaneo, dopo aver programmato l’aborto decideva invece di diventare madre. Il fatto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Eleonora Tamburrini</strong></p>
<p>Qualche giorno fa in un giornale locale, un titolo che si sforzava di mantenersi anodino (“Una gravidanza a 15 anni”) annunciava nel dettato spicciolo della cronaca la storia di una ragazzina che rimasta incinta senza volerlo di un suo quasi coetaneo, dopo aver programmato l’aborto decideva invece di diventare madre. Il fatto si trovava in cronaca perché a distanza di tre anni la ragazza, che frequenta una scuola maceratese, ha vinto un premio scolastico con un tema sulla sua esperienza. A presa diretta e con apparente indifferenza di fronte ai contenuti della storia, il giornale derubricava la notizia in quello che poteva essere lo spazio delle eccellenze del territorio: una pagella d’oro, un campione di atletica giovanile sarebbero stati probabilmente presentati allo stesso modo, con la stessa felpata, apparente noncuranza. Coscienziosamente e integralmente seguiva il tema vincitore, e con esso la ressa dei commenti virtuali, per lo più elogi alla vita e all’amore che trionfano. Chi vuole, può farsene un’idea <a href="http://www.cronachemaceratesi.it/2013/11/05/una-gravidanza-a-15-anni/395628/" target="_blank">qui</a>.<span id="more-46915"></span></p>
<p>La storia intenerisce, preoccupa, impressiona; e come ogni storia conta per quello che può dire a tutti, oltre il vissuto individuale della protagonista, che andrebbe trattato con delicatezza, e rispettato. Per questo non mi soffermerò su nessun passaggio specifico del tema premiato. Mi sembra però necessario e urgente porsi qualche domanda in più, superare l’impatto meramente emotivo, elaborare le reazioni epidermiche che una lettura come questa può far scattare.</p>
<p>Anzitutto il premio in questione, che a quanto leggo, ha coinvolto studenti di varie scuole italiane. Si tratta di un concorso europeo, indetto dal Movimento per la Vita e intitolato “Uno di noi”, proprio come l’iniziativa che lo stesso Movimento ha promosso con forza in rete e nelle piazze d’Italia e degli stati membri dell’Ue. Con la ratifica del Trattato di Lisbona infatti è entrata in vigore anche l’Ice, Iniziativa dei cittadini europei: se un qualsiasi comitato raccoglie attorno a una proposta almeno un milione di firme, la Commissione europea è chiamata a esaminarla e spiegare perché intenda rifiutarla o darle seguito. Cosa invocano dunque i Pro Life, visto che non possono chiedere l’abolizione delle leggi che garantiscono l’aborto (“garantiscono”, non “sostengono”) su cui soltanto gli Stati membri hanno possibilità di esprimersi e intervenire? È piuttosto semplice: chiedono di estendere “la protezione giuridica della dignità, del diritto alla vita e dell’integrità di ogni essere umano fin dal concepimento in tutte le aree di competenza della Ue”, attraverso il divieto all’utilizzo di embrioni in ricerca e lo stop allo stanziamento dei fondi destinati anche indirettamente alle pratiche abortive, quindi consultori, corsi di educazione sessuale, ong che si occupano di informazione sui diritti riproduttivi e quant’altro. La chiamano la “cultura della morte”, a volte anche con la lettera maiuscola. E d’altronde loro sono per la Vita, e la distinguono da chissà quale altra concezione -sicuramente minuscola – dell’esistenza.<br />
Francesca Spinelli si è recentemente occupata della questione su <a href="http://www.internazionale.it/superblog/francesca-spinelli/2013/10/31/un-embrione-tra-noi/" target="_blank">Internazionale</a>, per cui non mi dilungo oltre e ritorno alla storia da cui sono partita, certa che offra una delle molte angolazioni da cui è possibile guardare al problema. Mi chiedo cioè se sia giusto che un movimento di questo tipo bandisca, in una fase di autopromozione e conseguente raccolta firme, un concorso rivolto alle scuole (il concorso esiste, sempre su temi analoghi, ormai dal 1986, ma questa volta il periodo è cruciale). Mi chiedo soprattutto a che pro e in che misura le scuole pubbliche aderiscano a un premio che non verifica talenti e abilità perché non è un concorso di idee, ma verte piuttosto su un’idea unica e stabilita a monte: una scrittura a tesi data la tesi, aprioristica e calata dall’alto. Per intenderci, se una studentessa o uno studente avessero disquisito sul tema raccontando una situazione analoga terminata con la scelta convinta dell’aborto, credo che al di là della qualità dell’elaborato, questo non avrebbe ricevuto alcun premio. Se la didattica fosse un talk show a questo punto invocherebbe il contraddittorio.<br />
Più ampiamente: può la Presidenza della Repubblica di uno Stato laico concedere l’Alto Patronato a un concorso di questo tipo, dati gli obiettivi dell’iniziativa “Uno di noi”? Può continuare, a trentacinque anni dalla sua approvazione, l’assedio più o meno subdolo alla legge 194? È corretto farlo mettendo in palio premi e viaggi a Strasburgo per studenti, e dunque attraverso la scuola pubblica italiana?</p>
<p>Mi colpisce fino alla rabbia e allo sconforto la recrudescenza (italiana e non solo) dei toni e dei termini del discorso attorno ai diritti riproduttivi. Basta scorrere le pagine e i profili social del sopra citato Movimento per cogliere la pericolosità di una retorica che tenta in ogni modo di porre il discorso in chiave antitetica e manichea. Mi sento veramente anacronistica nel dover sottolineare (ancora!) che non si tratta di una lotta tra fazioni, perché chi continua a sostenere e difendere la legge 194 da questi assalti deprecabili semplicemente abbraccia tutte le scelte possibili e intende garantirle.<br />
Tuttavia la soluzione normativa non basta mai se non le corrisponde un progresso culturale capace di riempirne le maglie larghe. Grazie a questi vistosi interstizi lasciati all’ignoranza e alla vergogna, negli ospedali italiani siamo giunti a una percentuale di obiettori di coscienza che sfiora la media del 70%, fino al 100% di strutture totalmente sguarnite (si veda il recente caso dell’ospedale di Jesi). Sono poi all’ordine del giorno le storie di donne che presa la decisione dell’aborto sono costrette ad affrontare attese, ritardi, trattamenti e approcci giudicanti da parte del personale medico e paramedico, in sfregio della loro condizione di pazienti e di esseri umani; intanto l’Istat testimonia, pur nel brusco calo seguito all’entrata in vigore della 194, un recente rialzo degli aborti clandestini; e vale solo per i dati noti, perché la situazione delle donne immigrate è spesso avvolta nel silenzio più totale.</p>
<p>D’altra parte le alternative alla riprovazione sociale sono spesso il paternalismo e la pietà, cioè cose di cui non ha affatto bisogno un soggetto debole, posto di fronte a una vicenda umana complessa e magari alla ridefinizione della propria identità. Il soggetto in questione e parte lesa è la donna, ça va sans dire, spesso esposta in solitudine al circo mediatico del dolore vuoto di padri e di compagni, o viceversa espunta con tratto fermo dalla questione. Chi è infatti quest’ “uno di noi”? Sicuramente non la donna, che esce di scena di colpo, contenitore muto. E se la donna ha quindici anni, se la donna è una bambina? Forse la Vita da tutelare è solo quella che va dal concepimento alla nascita.<br />
Indigna quindi la doppia morale che si abbatte sulla condizione femminile e in particolare sulle maternità precoci: serpeggia costante il giudizio che le adolescenti sessualmente attive covino in sé una spregiudicatezza che è poi la loro colpa; allora tuonano i benpensanti contro la decadenza sociale, i genitori separati, i vestiti succinti, le nuove lolite. Sotto sotto il concepimento è lo strale e la maternità la fulminea espiazione. Evitata la tentazione dell’aborto, la giovane è madre, dunque improvvisamente santificata assieme al frutto del suo grembo. Uguale e contraria sarà l’accoglienza sociale per una scelta di segno opposto.<br />
La contraddizione è evidente: chi predica la pericolosità di una vita sessuale precoce, firma perché vengano eliminati i fondi, già scandalosamente minimi, destinati a diffondere l’educazione sessuale nelle scuole, l’assistenza psicologica negli ospedali, l’informazione sui diritti riproduttivi nei consultori e nelle strade. Che poi sarebbero anche le uniche pratiche veramente efficaci per ridurre a monte il ricorso all’aborto.</p>
<p>La banalizzazione dei diritti coincide con la loro derubricazione a questione politica secondaria (ai tempi della crisi!) e con una dolosa sciatteria comunicativa. Per questo l’informazione mainstream ne scrive in rubriche separate, riserve indiane rispetto alla nera, quasi sull’orlo della rosa; in tv diventano materia da reality o da sonnolento pomeriggio domenicale. Qui le narrazioni vengono piegate a un’esigenza di consumo: l’esperienza di una donna che ha sofferto diventa l’autopsia di un caso umano e le teen moms personaggi destinati a un pubblico di coetanei (ma temo che il target sia ancora una volta quasi solo femminile). Personaggi, va detto, sradicati come sempre da qualsiasi contesto critico, che da una parte mostrano la durezza del disagio (mentre i giovani padri continuano a vivere da adolescenti, le madri mostrate crescono i figli per lo più da sole con la loro famiglia, tra enormi difficoltà per lo studio e il lavoro); dall’altra neutralizzano gli snodi critici con un concentrato di vecchissima cultura catto-conservatrice per cui un’idea astratta di famiglia stempera ogni frustrazione, lava il peccato e lo stende al sole per tutti noi, a esempio e monito. Non un accenno, ovviamente, alla possibilità della contraccezione, nessun tentativo di fare informazione.</p>
<p>Prima di emettere inutili sentenze, prima di strattonare il singolo caso a bandiera, occorrerebbe chiedersi se ai più giovani (e non solo) sono stati dati gli strumenti per conoscere e se il contorno culturale permette loro di scegliere davvero liberamente; se l’apparato legislativo sta funzionando o se viene vanificato da spinte reazionarie e tentazioni da “pensiero unico”. Questa forma di violenza è molto sobria, ha l’aria perbene di un gazebo per la raccolta firme fuori dalla chiesa la domenica, o di un concorso scolastico con ricchi premi; eppure cova tutti i peggiori germi dell’intolleranza e di quella cultura della colpa che si è abbattuta da sempre soprattutto sulle donne e sulle bambine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>[Questo articolo è apparso su <a href="http://adamomagazine.wordpress.com/2013/11/09/ancora-e-ancora-dalla-parte-delle-bambine/" target="_blank">adamomagazine.wordpress.com</a> il 9 novembre 2013)</p>
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		<title>I desideri e le masse. Una riflessione sul presente</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/09/16/i-desideri-e-le-masse-una-riflessione-sul-presente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Sep 2013 12:30:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Invito alla lettura di un saggio importante di Guido Mazzoni, che è apparso oggi sul sito &#8220;Le parole e le cose&#8221;.] I desideri e le masse. *]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Invito alla lettura di un saggio importante di <strong>Guido Mazzoni</strong>, che è apparso oggi sul sito &#8220;Le parole e le cose&#8221;.]</em></p>
<p><a href="http://www.leparoleelecose.it/?p=12011">I desideri e le masse</a>.</p>
<p>*<span id="more-46388"></span></p>
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		<title>Uno nove quattro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jun 2013 05:50:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alessandra Carnaroli (da Cangura, raccolta inedita di racconti) Secondo stime recenti nel mondo ci sono ogni anno 26 milioni di aborti legali. Sebbene sia quindi un’esperienza frequente, è ancora oggetto di diatriba.* Oggi è la giornata della vita, facciamo in modo che la vita sia sempre rispettata in qualunque modo si manifesti, la vita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alessandra Carnaroli</strong></p>
<p>(da <em>Cangura</em>, raccolta inedita di racconti)</p>
<p>Secondo stime recenti nel mondo<br />
ci sono ogni anno 26 milioni<br />
di aborti legali.<br />
Sebbene sia<br />
quindi<br />
un’esperienza frequente,<br />
è ancora oggetto di diatriba.*<br />
<span id="more-45757"></span><br />
Oggi è la giornata della vita, facciamo in modo che la vita sia sempre rispettata in qualunque modo si manifesti, la vita è un dono e come tale va accolto e rispettato al di là dei nostri egoismi. La chiesa ha sempre sostenuto che dall’amore responsabile di due persone può nascere una vita. Sono convinta che si debba fare educazione alla vita alla sua bellezza pur nella difficoltà.<br />
Sei sicura di voler abortire in questa giornata? È il 3 febbraio oggi, non sei arrivata qui in un giorno qualunque, magari è un segno di gesù che ha altri progetti per te. Vuoi essere nei suoi progetti oppure no? Bisogna che ci pensi bene, è una scelta importante o dentro o fuori, lo sai cosa c’è fuori?</p>
<p>Sei venuta da sola?<br />
Ce l’hai un fidanzato? Ce l’ha un padre questo bambino? Uno non fa mica i figli da sola, ci vuole un partner, giusto? Se sei qui ci sarà pure un maschio che ti ci ha messa incinta, magari non lo vuole ti ci ha mandato lui con la forza? A volte gli uomini sono un po’ bestie non si rendono conto dei nostri sentimenti di noi donne che essendo femmine siamo naturalmente pronte all’accoglienza dalla vita, siamo come la vergine maria, accettiamo supinamente quello che ci arriva tra le gambe, </p>
<p>scusami se sono un po’ diretta un po’ cruda ma qui ne vedo di tutti i colori ci passano molte disgraziate, capiscimi.</p>
<p>Te lo hanno mai raccontato da piccola i tuoi genitori di gesù, il presepe la capanna, maria che era vergine e non conosceva uomo eppure ha accettato? Ricordi questa bellissima storia di amore e accettazione? È un esempio di virtù importante per ogni donna, lei che non sapeva era comunque pronta, anche se non era fidanzata niente, mai una volta, per questo dio l’ha scelta e l’ha riempita di grazia che poi era gesù, una vita un bambino, come il tuo anche se diverso: il tuo è venuto dal sesso, quindi è diverso. Non è mica gesù. Ma è vita comunque, non ha colpe, forse è nato dalla colpa, ti hanno stuprato?</p>
<p>Per esempio il nostro papa ti sarà capitato una volta di vederlo alla televisione, di ascoltare l’angelus, lui cosa dice? Per mezzo di lui parla il signore e lui vuole la famiglia naturale, uomo donna sposati e niente aborto, niente eutanasia, tu vorresti l’eutanasia, uccidere tuo nonno magari malato? Uccidere un figlio è uguale. Se cominciamo ad ammazzarci tutti cosa diventa il mondo? Niente più bambini, niente più anziani, niente più malati e handicappati o down: siamo razziasti allora, un popolo di biondi con gli occhi azzurri, come voleva hitler, diventiamo nazisti.</p>
<p>Oggi è il 3 febbraio la giornata per la vita noi come CAV, cioè centro di aiuto alla vita ti possiamo aiutare, ti diamo dei soldini, i vestiti, la carrozzina. Sono cose un po’ usate ma mica devi farci chissà cosa, ci devi mettere un bambino, il tuo bambino: quando nascerà vedrai cambierà tutto. Sarai piena di grazia, di istinto materno, si chiama apposta materno perché gli uomini non ce l’hanno, neanche i froci, gli vuoi dare in braccio un bambino ai froci? Ti credi che lo sanno accudire meglio di te? Di una donna? Da millenni è così e ora perché si vuole cambiare la natura si vuole stravolgere l’ordine delle cose, la naturalità del mondo, vogliamo creare mostri? Vogliamo generare mostri? Abortiamo i bambini e generiamo i mostri? Capisci che così non funziona, non è nomale.</p>
<p>Hai problemi economici? Noi ti possiamo aiutare per un anno come se ti adottiamo questo figlio col progetto Gemma, come se è nostro è uscito da noi &#8211; no da te, dalle mie gambe per intenderci. Lo sai come nascono i figli? Se sei arrivata fino a qui devi saperlo, non eri cosciente? Eri drogata? Non eri in te quando hai scopato? Ci si deve astenere da queste cose che sono i misteri dell’amore, se non si vogliono figli ci si deve astenere se no te lo tieni, perché sono figli subito. Purtroppo c’è molta disinformazione a riguardo. Soprattutto tra gli adolescenti mettono i distributori di preservativi a scuola per invogliargli. Tutti questi nelle feste poi li usano male perché sono ubriachi e restano incinta.<br />
Poi abortite.<br />
Secondo te è giusto che tu per una tua disattenzione, perché volevi farlo prima di tutte, volevi provare il cazzo adesso l’hai provato e cosa hai ottenuto? Che sei incinta e vuoi diventare assassina. Sono parole forti però qualcuno le deve usare sennò non ci capiamo, giusto?</p>
<p>Se uno abortisce è un assassino, come se uno uccide un bambino, allora ci strappiamo i capelli e piangiamo ma se aspetti un altro mese questo feto comincia a succhiare il dito, comincia a tirarti i calci va bene? È vivo giusto? Se tiri i calci sei vivo, le cellule non scalciano.</p>
<p>Un figlio non si può chiamare feto, lo sminuisci, perde senso. Un figlio è figlio subito dal concepimento. Mica è un insieme di cellule, se lo lasci crescere quell’insieme è un figlio, siamo d’accordo? Tu non eri forse un insieme di cellule? Se tua madre non ti teneva a quest’ora non eravamo qui tu ed io a parlare della vita che verrà, a quest’ora eri in un tubo: per capirci questa è la fine che fanno i bambini abortiti, li buttano nel cesso. Volevi essere in un cesso insieme ai ratti? I ratti mangiano di tutto, pure i bimbi morti: queste cose la 194 non le dice, non dice che questi figli finiscono tra i denti dei topi nelle fogne, i topi cagano feti, pensi che qualcuno abortisce se sa la verità? Dio dice la verità fino alla fine, fino alla croce, dice che gli abortiti li mettono nella spazzatura o nelle bottiglie con la naftalina per conservarli, farci gli esperimenti, le cellule staminali.  Per questo li vogliamo seppellire, gli vogliamo fare il funerale. Per non farli masticare dai sorci.</p>
<p>Sono vita, fin qui ci siamo, siamo d’accordo?</p>
<p>Lo conosci Nek? Lui ha cantato per noi</p>
<p>Lo terrai in braccio, lo coccolerai “risalirò col suo peso nel petto come una carpa il fiume” te lo ricordi San Remo? Nek diceva quello: è in te, respira in te con mani cucciole. Ti piacciono i cagnolini? Scommetto che un cagnolino non lo butti via. Gli dai le crocchette migliori, il latte in polvere col biberon. Lo porti dal veterinario se gli viene la diarrea. Con un figlio è uguale ma in più è una persona: penderà il latte da te e non ci credere a quelle storie che ti si rovina il seno, io ne ho allattati quattro e ancora ce l’ho, non l’ho mica perso! Il seno è fatto per allattare no per tenerlo di fuori, farlo baciare dal partner, farlo vedere al papa per finire sui giornali. E poi cosa è un seno che cede rispetto a un bambino, una vita che cresce per mezzo del tuo latte, vedrai.</p>
<p>Hai qualcosa da vendere? Se è un problema economico puoi vendere lo scooter.</p>
<p>La gravidanza è un momento speciale nella vita di una donna.<br />
Aspettare un bambino comporta un grande cambiamento.<br />
Maturi e ti senti realizzata come donna, le donne che non possono avere figli poi piangono, si inseminano, fanno pazzie, vanno all’estero, adottano i bambini bulgari, ci pensi? Sono disposte a adottare uno zingarello magari con l’epatite o peggio con l’aids pur di averci un figlio e tu che ce l’hai lo vuoi buttare? Un bulgaro con la madre magari prostituta e drogata, immagini i figli come vengono? Eppure li adottano uguale pure se gli daranno i problemi a scuola e a casa, nell’adolescenza soprattutto. Capisci che non sono cose queste, capisci che disgrazia, che torto nei confronti di quelle che sono sterili, non sono state baciate da dio, ricorrono alla scienza superando ogni limite anche quello dello sperma di un altro, dell’utero in affitto. Questi sono gli eccessi, pure gli omosessuali vogliono, i figli pure la nannini a sessant’anni e te che sei giovane e sana lo vuoi buttare via? I conti non tornano, viviamo in una società malata senza più valori: io te ne voglio dare uno, il valore della vita. La vita è sacra, ci sei? Da qui puoi ricostruire la tua esistenza. Hai commesso un errore sciocco adesso per favore fai qualche sacrificio e ti rimetti sulla strada giusta. Mi fai un favore, va bene?</p>
<p>Devi cominciare ad accudirlo questo feto, l’istinto materno comincia subito lo dicono gli scienziati, mica tutta la scienza è a favore dell’aborto, anche gli scienziati sono ideologizzati: ci sono gli psichiatri che dicono che la vita comincia subito dal concepimento, però li fanno tacere, gli mettono il bavaglio. Devi essere sincera con me, ti senti già un po’ mamma? Prima ad esempio ti ho visto che accarezzavi il pancino, questo è un istinto, una cosa naturale. Gli hai dato già un nome? Secondo te è un maschio o una femminina?</p>
<p>Ci pensi che tra un anno gli puoi fare i codini? Se è femminina intendo dire.</p>
<p>Abortire è innaturale quando lo fai con la forza, se ti capita da solo è diverso, è una disgrazia, ci stai male ma poi ti riprendi, puoi farne un altro. Dio magari ti assiste ti fa incontrare un bravo ginecologo, se vuoi ti do il numero. Ce ne sono tanti in contatto con noi che ci chiedono i consigli che ci mandano le donne in difficoltà, nel dubbio.</p>
<p><em>L’aborto procurato prevede la responsabilità cosciente della madre.<br />
L’aborto procurato nell’ordinamento italiano deve avvenire prima dei tre mesi dal presunto concepimento e può essere attuato se sussiste pericolo fisico o psichico per la salute della madre.<br />
L’I.V.G., dopo i primi 90 giorni, può essere praticata quando:<br />
a. la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;<br />
b. quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinano un grave pericolo  per la salute fisica o psichica della donna.<br />
La legge 194/78 all’art.6 prevede che, oltre il 90º giorno, non sono le accertate “rilevanti<br />
anomalie o malformazioni del nascituro” a legittimare di per sé l’ I.V.G., ma solo il “grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna” che tali accertate anomalie determinano.(…)<br />
Uno studio svolto su donne che avevano abortito volontariamente 8 settimane prima ha rilevato che il 44% presentava disturbi mentali, il 36% disturbi del sonno, il 31% si era pentito e l’11% si era fatto prescrivere psicofarmaci dal proprio medico di famiglia. Un altro studio ha rilevato che il 25% delle donne che abortiscono esegue visite psichiatriche, in confronto al 3% del gruppo di controllo, e che le donne che abortiscono hanno una probabilità molto più alta, rispetto alle altre, di essere ricoverate successivamente in un reparto psichiatrico*</em></p>
<p>Vuoi finire in un reparto psichiatrico, tra le matte incatenate ai letti, i vomiti, le pasticche i roipnol? E allora.<br />
Le devi sapere queste cose prima di abortire, se sei grande per abortire devi essere grande anche per sapere queste cose, le sa tua madre queste cose? Le sa il tuo fidanzato? Ti ha spinto lui a venire qui oggi? Certo che lui non si fa i problemi, mica glielo tolgono a lui il figlio, mica deve fa un operazione con l’anestesia totale, ci sono i rischi, mica è lui che impazzisce dopo, perché s’impazzisce dal dolore dal rimorso, non si campa più. Si sogna di notte che te lo strappano, che te lo togli da sola dalla pancia, un orrore di sangue. Ci sono casi di suicidio perché si erano fissate a pensare sempre lì, si sentivano assassine, vuoi vivere col rimorso? Vuoi che ti viene la depressione? Ti vuoi buttare un giorno dal balcone o tagliarti le vene? Vuoi sognare che te lo strappi col sangue?</p>
<p>Te lo dicono le femministe questo? No, chi è più amica per te: le femministe che non ti dicono che si sta male o io che te lo dico?</p>
<p>Non è togliersi un brufolo o un’unghia incarnita, dobbiamo capirci.</p>
<p>Di solito sono le madri che non vogliono guai, non vogliono diventare nonne vogliono essere giovani per sempre divertirsi come quando avevano vent’anni, tu non devi essere irresponsabile come tua madre, hai scopato, hai voluto la bicicletta? Prendi le tue responsabilità, se eri grande per prenderti il cazzo sei grande per tenerti un figlio.<br />
Le due cose vanno a braccetto.</p>
<p>Ci sono anche donne che si suicidano dopo, o si drogano. Vuoi questo per te? I figli poi piano, piano crescono e vanno per la loro strada, sono pochi anni di sacrificio per te, c’è tua madre che ti aiuta? O è una di quelle che a un certo punto vogliono tornare giovani, fare le ragazzine in discoteca. È divorziata per caso? Questo può essere un trauma che ti ha portato qui, ci devi lavorare sopra. Gli aborti non vengono dal niente, vengono dalle famiglie disgraziate, senza luce, senza verità, se non credi cosa sei? Sei un niente in balia dell’ignoranza e della violenza.</p>
<p>Mica la vita è solo discoteca e bar, ci sono anche gli impegni. Questo figlio è il tuo impegno. Sei una madre, le madri lo sanno cosa serve ai loro figli per crescere sani. Vedrai anche per te sarà così nonostante l’inizio difficile.</p>
<p>Non tutte partono bene, io ti capisco. Ma puoi migliorare, sarai una brava mamma, dio ti ha voluto mettere alla prova, fallo contento.</p>
<p>Sei una madre in difficoltà, sei tentata di non accogliere il tuo bambino. Tu porti nel tuo grembo una gemma, come maria, se maria abortiva a gesù a quest’ora come stavamo? Stavamo messi male, sei d’accordo? Non c’era più nulla per credere, tu porti nel grembo una gemma, la fai sopravvivere nonostante le difficoltà, sei una grande donna, cosa vuoi fare? Vuoi abortire il dono, la gemma, l’albero? Ci pensi a un mondo senza alberi, se tutti abortiamo come va avanti la specie umana, ci estinguiamo, rimangono solo i neri e i cinesi. Non può essere. Noi ti diamo un aiuto concreto per 18 mesi, ti diamo coraggio: 160 euro al mese ti sembrano pochi a te, che neanche lavori? Sono un aiuto grandissimo. Poi quando cresce lo mandi all’asilo nido e ti trovi un’occupazione per bene, fai la cassiera, la barista, ti piace fare i coktails?. </p>
<p>Spesso noi donne non riflettiamo abbastanza sulla nostra condizione, non capiamo il dono di diventare madri lo diamo come una cosa acquisita.</p>
<p>Dal 1994 al 2011, i bambini nati grazie a Progetto Gemma sono stati circa 15.000 e solo per l&#8217;anno 2011 le mamme aiutate sono state più di 1000. Che gioia sapere che un bambino è nato e una madre non ha abortito grazie alla tua solidarietà: sentirsi non solo genitori di un bambino, ma anche fratello o sorella di una mamma che finalmente sorride.</p>
<p>È sempre bello diventare mamma ma alle volte ci sono dei problemi economici, hai dei problemi economici? Lo stress?</p>
<p>Io sono motivata a darti ascolto, incoraggiamento, amicizia. </p>
<p>E se un domani vuoi restare incinta e non ce la fai più? Succede, ci sono donne che sono diventate sterili e secondo me gli sta pure bene, se lo sono meritate, dio a volte punisce. C’è un disegno divino e in quel disegno tu adesso sei incinta, che vuoi fare? Stai con dio o contro di dio?</p>
<p>Mica lo vuoi buttare in un cassonetto? Guarda che dopo muore.<br />
E una cosa di disprezzo per la vita, di disperazione e spesso di solitudine. Tu devi accogliere la vita capisci? È una cosa vitale, ci vuole la cultura dell’accoglienza e del rispetto della vita che è la stessa oggi come ieri. Oggi manca questa cultura purtroppo e tutto va a rotoli.</p>
<p>Ti piace la musica? Sei giovane ti piace cantare sono sicura, ascoltare per esempio Povia<br />
Alexia, Ron, Nek, Branduardi, Meneguzzi, loro hanno cantato per noi, hanno cantato per difendere la più microscopica delle creature.<br />
<em><br />
&#8220;Cantiamo la vita” è il nostro San Remo, è la festa della gioia: non si parla di leggi, non si fanno polemiche. Si propone invece uno stile che &#8220;dica&#8221; il lavoro straordinario dei nostri volontari che tutti gli anni, in Italia, accolgono migliaia di madri in difficoltà, aiutandole a far nascere i loro bambini.**</em><br />
Io sono una di quelle volontarie straordinarie.<br />
Ti ho convinto?</p>
<p>Secondo stime recenti<br />
in Italia<br />
l’80% dei ginecologi<br />
è obiettore di coscienza.<br />
Obiettano pure<br />
infermieri e<br />
portantini:<br />
succede in qualche ospedale<br />
di restare a guardare<br />
la fica che perde, tipo partita<br />
di calcio.<br />
“Un analgesico per dio”<br />
neanche, perché il dolore serve.<br />
Un idraulico forse<br />
avrebbe<br />
più a cuore l’efficienza<br />
dello scarico.</p>
<p>* Interruzione Volontaria di Gravidanza: quali effetti sulla psiche della donna? (T. Cantelmi e C. Cacace &#8211; 2006) <a href="http://www.mpv.org/home_page/documentazione/00011616_Sindrome_Post_Aborto.html">www.mpv.org/home_page/documentazione/00011616_Sindrome_Post_Aborto.html</a></p>
<p>**G. Mussino <a href="http://www.mpv.org/home_page/concorsi/00005931_Cantiamo_la_vita.html">www.mpv.org/home_page/concorsi/00005931_Cantiamo_la_vita.html</a></p>
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		<title>baby boom</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Apr 2011 08:30:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
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<p>di <strong>Maria Angela Spitella</strong></p>
<p>Davanti alle entrate dei licei gli adolescenti di oggi sembrano tutti uguali. Soprattutto le ragazze, stesso modo di vestire, molte con la sigaretta in bocca o tra le dita, con il braccio lungo il fianco come per nascondere un gesto che sanno essere un azzardo. Scarpe basse senza calze anche d’inverno, ballerine o All-star, giubbini corti che lasciano scoperta la schiena anche quando il freddo morde, pantaloni a vita bassa, collo coperto da grandi sciarpe; ma davanti a quest’apparente omologazione che cosa attraversa le vite delle ragazzine in bilico sull’adolescenza? Corrono in due su motorini tutti uguali le une strette alle altre, hanno sogni e aspettative, ma vivono il qui e ora.Smalti appariscenti, pensieri stretti in corpi a volte più stretti ancora, amori che viaggiano veloci e veloci si consumano.<br />
<span id="more-38682"></span><br />
M. frequenta un liceo romano, la incontriamo fuori scuola, è insieme ad amiche della sua classe. Ha gli occhi nocciola i capelli castani lunghi. Esce da una storia faticosa, con un suo coetaneo. M. a novembre compirà 18 anni. Ha deciso di raccontare la sua storia, ha voglia di parlare.</p>
<p>“Ho scoperto di essere incinta a gennaio” racconta, confortata dallo sguardo e dalla presenza delle sue amiche, “all’inizio è stato uno smarrimento totale, non sapevo cosa fare, ero nel panico, poi ho fatto il test, quello comprato in farmacia, che mi ha dato la conferma, ero proprio incinta”. Dei loro rapporti sessuali gli adolescenti non parlano volentieri, né con i genitori né con gli insegnanti, d’altronde per molti adulti è ancora un argomento tabù.</p>
<p>Subito per M. si è attivata la rete delle amiche. Una solidarietà spontanea che l’ha sostenuta sin dal primo momento. Dopo il panico, e lo smarrimento, dopo notti e giorni passati ad analizzare il problema è subentrato il terrore perché,  preso atto del “casino nel quale ero finita, ho anche capito che senza l’aiuto dei miei genitori non avrei potuto fare nulla, ma dirlo a loro per me era come morire, ero convinta che mi avrebbero uccisa”.</p>
<p>M. guarda le amiche che ascoltano attente. A guardarle, è come se continuassero a proteggerla anche ora che il peggio è passato. Prima di parlare con mamma e papà M. è andata al Consultorio per gli adolescenti, nella zona di Prati, a Roma. Sono andata a visitarlo anche io, dopo la sua storia, e ho scoperto che ci sono strutture che funzionano con personale che lavora per stare vicino ai giovani in difficoltà. La signora che ci accoglie e con la quale parliamo è un’assistente sociale, ne ha viste tante di ragazze arrivare in preda alla disperazione perché un rapporto sessuale si era trasformato in un incubo.</p>
<p>“Le ragazze che arrivano da noi, sono per lo più spaventate, non sanno cosa fare, dove andare, arrivano da noi prima di aver parlato con i genitori, alcune di loro non hanno mai fatto una visita ginecologica, non sanno cosa sia la contraccezione, e non sono a conoscenza dei rischi che si corrono non usando il preservativo durante il rapporto”.</p>
<p>Nella stanza che fa da sala d’aspetto ci sono opuscoli sulla contraccezione, un grande manifesto sul quale sono descritte le fasi del ciclo mestruale e un foglio dove si raccolgono le firme per salvare i Consultori del Lazio dalla proposta di legge Tarzia, (Olimpia Tarzia consigliere regionale Pdl) che prevede un totale stravolgimento delle strutture pubbliche. I punti che stanno a cuore a chi da anni lavora nei Consultori, come spiega l’assistente sociale, sono la salvaguardia di un patrimonio pubblico di grande valore, che è il frutto di lotte e di conquiste sociali e civili delle donne.</p>
<p>La preoccupazione è che, con la legge Tarzia, si voglia sovvertire l’attuale modello dei servizi offerti dai consultori, ovvero una maternità libera e consapevole, e, altro punto assai delicato, che, attraverso la legge Tarzia, si vogliano spostare ingenti somme a favore di strutture private gestite da gruppi cattolici.</p>
<p>“Strutture, che saranno per lo più date in mano a chi tende a indirizzare verso una strada ben precisa  le persone che ne usufruiranno”.<br />
“Ora le cose sono diverse – continua – noi non siamo qui ne per dare giudizi, ne indicazioni”. È  così da quando sono nati i Consultori nel 1975, strutture nelle quali le donne si sono sentite protette e ascoltate, in particolare dopo l’entrata in vigore nel 1978 della legge 194, che permette di scegliere liberamente se ricorrere all’aborto.</p>
<p>Probabilmente M. con l’entrata in vigore della legge Tarzia, avrebbe trovato non poche resistenze nell’andare fino in fondo alla sua decisione.  L’assistente sociale spiega che il 90 per cento delle ragazze che nel territorio di Roma decide di non abortire è straniero. Loro hanno una famiglia patriarcale alle spalle, vivono in case con le madri e le nonne, come da noi negli anni ’50.</p>
<p>“Dopo aver parlato con l’assistente sociale – racconta ancora M.– mi sono sentita più rassicurata, la paura comunque mi è rimasta addosso, ma ho capito che avrei potuto trovare una soluzione e che c’erano altre ragazze nella mia stessa situazione”. Tra lei e le sue amiche scatta uno sguardo complice. La rete di solidarietà è andata avanti, e così loro, a turno, l’hanno accompagnata al Consultorio, a fare la visita ginecologica, poi a parlare con la psicologa e di nuovo con l’assistente sociale. Ma a parlare con la madre è dovuta andare sola.</p>
<p>“Quello è stato il momento più difficile – racconta con un po’ di pudore – sia per il terrore puro che avevo nel raccontarle quello che avevo combinato e poi perché implicava tutta una serie di cose svelate che fino ad allora non avevamo mai affrontato”.</p>
<p>“Mia madre è giovane, a me sembra vecchia – ci confessa ridendo – ma ha 43 anni, e qualche volta mi aveva parlato di preservativi e pillola, ma non avevamo mai approfondito l’argomento. Mi ricordo che una volta era tornata a casa con un preservativo tra le mani, che le avevano dato a una manifestazione a Campo de’ fiori e mi aveva detto appoggiandolo sulla scrivania: usalo”.</p>
<p>Scavando più affondo scopro che la madre di M. con i figli parla di sesso, ha spiegato loro quali sono i pericoli che si corrono non usando precauzioni, le malattie che si possono prendere, Aids, epatite e anche semplici infezioni, ma scopro che a scuola di questi argomenti non si parla affatto. L’educazione sessuale non è contemplata. Dunque agli adolescenti non rimane che il passaparola e uno strano fai da te. Mettono insieme esperienze personali, cose sentite dire, cose viste e informazioni rubate in rete. Qualche Dirigente scolastico illuminato, ha da anni delle collaborazioni con i consultori che mandano i loro assistenti sociali a spiegare ai ragazzi un sesso protetto e sicuro. In alcune scuole come raccontano M. e i suoi compagni, c’è lo sportello con lo psicologo (CIC centri di informazioni e consulenza): due ore a settimana, e in una scuola con 900 alunni, come la loro, anche se non è sufficiente, è già qualcosa.</p>
<p>Quando chiedo quanti di loro vanno a parlare con lui sorridono maliziosamente e dicono quasi in coro: nessuno.</p>
<p>I ragazzi preferiscono affrontare da soli e di volta in volta i problemi che si presentano. M. ritorna sulla sua vicenda. Il confronto con la madre è stato tutto sommato meno spaventoso del previsto. Una volta pronunciata la frase fatidica “sono incinta”, si è accorta di essersi liberata di un macigno e che la madre aveva accusato il colpo senza ucciderla.<br />
“Avrei preferito non dirle niente – confessa – ma avevo bisogno del suo consenso per abortire”. La trafila che i minorenni devono affrontare è rapida, anche perché ci sono tempi oltre i quali non si può andare. L’assistente sociale dopo aver parlato più volte con la ragazza interessata, stila una relazione da presentare al giudice che deve autorizzare. È inoltre necessaria anche l’autorizzazione di entrambi i genitori.</p>
<p>M. è più rilassata e racconta come un fiume in piena, anche di quando è arrivato il momento più doloroso, quando il coraggio degli amici non basta più. All’Ospedale, ad affrontare l’aborto, in quella sala operatoria, ci è andata sola.</p>
<p>M. si emoziona mentre racconta. Per la prima volta da quando sono con lei mi accorgo che la voce le si incrina. Cala un lungo silenzio e M. prende fiato. C. che è vicino a lei le stringe la mano. Ha vissuto la stessa esperienza lo scorso anno: aveva 15 anni. “Dal giudice tutelare, donna, mi ha accompagnato lei, mi ha fatto delle domande generiche, ha voluto sapere perché non l’ho detto a mio padre, e poi mi ha chiesto se il mio ragazzo era straniero”, M. lo sottolinea perché ha trovato la domanda fuori luogo”. Ed è dopo questo atto formale che compare il suo ragazzo/ padre, assente per tutta la vicenda. È stata lei ad averlo estromesso, ma lui si è imposto.  “L’ho trovato sotto casa alle 7 di mattina quando sono andata all’Ospedale. Non potevo mandarlo via. È stata mia madre la sera prima a prepararmi la borsa che avrei dovuto portare in Ospedale”. “Avevo paura, ero emozionata, confusa e anche arrabbiata. Non sapevo cosa mi aspettasse. L’attesa è stata lunga. Ci hanno messe tutte in una stanza, dove abbiamo aspettato il nostro turno”. Tre donne adulte e due ragazzine, una delle quali appena diciottenne era alla sua seconda interruzione di gravidanza in otto mesi. Anestesia totale e alle 15 fuori dall’Ospedale, dopo il controllo del chirurgo. Davanti al reparto di ginecologia, insieme alle donne che hanno abortito c’è la sala parto. Il contrasto è stridente. Cerco di capire come mai M. ha optato per una scelta del genere, e mi spiega che non se la sentiva, che 17 anni sono pochi per avere un bambino, che vuole portare a termine gli studi.  “Mia madre – confessa – me lo aveva pure detto, fai una cosa diversa dalle altre ragazze, tieni il bambino, lei mi dava tutto il suo aiuto, ma io non me la sono sentita”. Guardiamo M. negli occhi, lo sguardo ancora di una ragazzina, e forse, nonostante questa storia, i sogni tutti intatti. Si fa avanti un ragazzo, ha 19 anni e la sua ragazza è incinta, lei come M. ha 17 anni. Noi abbiamo pensato di tenero, abbiamo fatto tutta la trafila per Ivg (interruzione volontaria di gravidanza) ma non siamo sicuri di volerla fare”. Sapete che significa avere un figlio, obietto, ma lui senza stupirsi ci fredda con una frase: “è  nostro figlio”.</p>
<p><a href="http://consultaconsultoriroma.blogspot.com">Per saperne di più sulla legge Tarzia e sui consultori </a></p>
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		<title>Morfologia della fiaba degli dèi</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jan 2009 09:00:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Il filologo classico traccia una breve storia del sacro fra ambiguità di termini e di ideali. D. P.] di Daniele Ventre C&#8217;è stato un tempo, remoto, quasi coevo delle stagioni circolari del mito, in cui dietro la fiaba degli dèi, protagonisti delle enigmatiche e spesso disinterpretate leggende al centro delle diverse tradizioni fondative, si celavano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Il filologo classico traccia una breve storia del sacro fra ambiguità di termini e di ideali. D. P.]</em></p>
<p>di <strong>Daniele Ventre</strong></p>
<p>C&#8217;è stato un tempo, remoto, quasi coevo delle <strong>stagioni circolari del mito</strong>, in cui dietro la fiaba degli dèi, protagonisti delle enigmatiche e spesso disinterpretate leggende al centro delle diverse tradizioni fondative, si celavano in realtà forze naturali e sociali che esulavano dal controllo &#8220;tecnico&#8221; dell&#8217;uomo, dal campo del fungibile, e si imponevano agli occhi dell&#8217;uomo stesso come manifestazioni della potenza della natura e della storia (<strong>cratofanie</strong>, per usare un termine caro a <strong>Mircea Eliade</strong>), e perciò venivano percepite, sul piano culturale, come espressioni fenomeniche di una realtà retrostante e numinosa, sacra (<strong>ierofanie</strong>). Entità dal recondito potere, dotate di intenzionalità, dunque vive, dunque dèi, erano i pianeti, che segnavano il passo alle stagioni, agli anni, ai secoli, alle ere (<strong>De Santillana</strong>); il divino agiva in ogni angolo dell&#8217;universo, a sancire e legittimare rapporti sociali e politici, rapporti di forza strutturanti la concreta realtà socioeconomica (<strong>Sebag</strong>, sulla scorta dell&#8217;antropologia marxiana); il linguaggio del mito, proprio di una <strong>cultura orale-aurale</strong>, formalizzava leggi cosmiche (come la precessione degli equinozi, ipostatizzata nella fiaba della ciclica, cataclismica distruzione del mondo per diluvio o conflagrazione) e interazioni politiche di vario genere (i rapporti fra gli ordinamenti delle città-stato e degli imperi, e la loro fondazione eroica), nell&#8217;unica maniera che in una cultura orale-aurale è possibile recepire: quella del racconto.<span id="more-13034"></span></p>
<p>Il linguaggio del mito, della parola primordiale che è narrazione orale (<strong><em>mythos</em></strong>, appunto), ma nello stesso tempo forza magica (<strong><em>Vāk</em></strong>), e potere creatore archetipico (<strong><em>Lógos</em></strong>), è la fiaba facile da memorizzare nella cui trama l&#8217;uomo arcaico, non inteso come primitivo, ma come vicino ai fondamenti della socialità e della culturalità umane, inscrive l&#8217;universo, in cui tutto è pieno di dèi, e in cui dio può perfino, all&#8217;occasione, circoscriversi nell&#8217;idolo senza esserne circoscritto, come ammonivano i mistici hinduisti, o può tranquillamente, a suo libito, assumere forma d&#8217;uomo o d&#8217;asse lignea, scriveva <strong>Guglielmo da Occam</strong>, e in cui il sacro, la cratofania-ierofania, si configura in ultima analisi come una categoria cognitivo-pratica onnipervasiva e onnipresente, come conclude, ancora con Mircea Eliade, l&#8217;antropologia culturale moderna, con il suo frasario specialistico astrattificante. <strong>Il mito era, in definitiva, il linguaggio con cui una cognizione scientifica o una norma giuridica potevano essere tramandati</strong>, e si imponevano come autorevoli, cioè legittimi e nel contempo capaci di <em>augere</em>, favorire la crescita, delle realizzazioni umane. Esso veicolava una cognizione &#8220;tecnico-scientifica&#8221; concreta, dalla formula-placebo alla <em>Phol ende Uuodan</em> per ammansire le fitte di una frattura, al serpe di <strong>Gilgamesh</strong>, simbolo della ciclicità del cosmo che, agli occhi di una civiltà agricola tesa alla sua materiale sopravvivenza, invecchia e si rinnova perpetuamente, preparando i semi della vita già nel momento in cui sembra spegnerli.</p>
<p>Esso imponeva altresì, in un mondo nato senza parola scritta, un atteggiamento di rispetto verso il <strong>numinoso drammatizzato</strong>, in una modalità talmente sistematica che per l&#8217;uomo antico non esiste pratica quotidiana, o tecnologia, che non sia accompagnata dal mito, perché né tecnica, né norma potevano essere trasmesse e ricordate altrimenti che in forma di racconto, poiché, per chi non ha scrittura e matematica avanzata, è più facile rammentare-tramandare una fiaba contesta di moduli formulari, piuttosto che un teorema tramato di idee-forme intellegibili astratte (<strong>Havelock</strong>). Ne discende in generale che il mito, come linguaggio, <em>anche se lo consideriamo al di là della condizione di &#8220;primitività&#8221; orale-aurale che lo inventa</em>, va di per sé concepito come una forma comunicativa efficace nel trasmettere una <em>Weltanschauung</em> olistica: il referente &#8220;duro&#8221; poeticizzato (norma giuridica, cognizione scientifica), si trasforma in messaggio dotato di forza pragmatica, che &#8220;colpisce basso&#8221; l&#8217;animo dell&#8217;uditore, lasciandovi un&#8217;impronta perpetua.</p>
<p><strong>Come protagonista del mito, il dio, o l&#8217;eroe</strong> (che poi, come personalità ierofanica, dio umanizzato o uomo divinizzato, fa lo stesso), <strong>è categoria cognitivo-pragmatica olistica per eccellenza</strong>: la sua presenza al centro del racconto di fondazione del cosmo naturale e umano è la forma con cui l&#8217;uomo percepisce-comunica l&#8217;estraneità del nucleo profondo del reale rispetto a quel campo del fungibile, tecnologico o normativo che sia, che egli direttamente controlla, e non importa quanto vasti siano i termini del campo del fungibile in una data epoca storica. Ciò che importa è che l&#8217;uomo, nel momento in cui parla di dio, definisce un rapporto rispetto a quel nucleo profondo del reale che in buona sostanza egli non controlla. Dio &#8220;regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come signore dell&#8217;universo. E a causa del suo dominio suole essere chiamato Signore-Dio, <strong><em>pantokratōr</em></strong>. Dio infatti è una parola relativa e si riferisce ai servi: e la divinità è la signoria di Dio, non sul proprio corpo, come vien ritenuto da coloro per i quali Dio è l&#8217;anima del mondo, ma sui servi&#8230;&#8221;. Non è un passo, questo, del retrivo <em>Syllabus errorum</em> di <strong>Pio IX</strong>, né un <em>magnificat</em> pastorale wojtiłano di maniera, né tampoco uno dei troppi pistolotti ratzingeriani che i media ammanniscono alle nostre lasse orecchie in questi tempi di feste e di mercanti nel tempio: sono invece parole dello <em>Scholium generale</em>, che nel 1713 fu aggiunto da sir <strong>Isaac Newton</strong> alla seconda edizione dei suoi <em>Philosophiae naturalis principia mathematica</em>.</p>
<p>Se abbiamo presente che lo <em>Scholium generale</em> è la sede in cui Newton pronuncia il suo celeberrimo <strong><em>hypotheses non fingo</em></strong>, &#8220;ipotesi non ne invento&#8221;, alfa e òmega di ogni forma di ricerca di una conoscenza controllabile, trasparente ed obbiettiva, <strong>non possiamo liquidare questa dichiarazione come la semplice testimonianza di un&#8217;inerzia culturale</strong> di uno degli eroi dell&#8217;alba della scienza occidentale moderna, di uno scenziato in cui fideismo e sperimentazione si mescolano, e che nella seconda parte della sua vita si dette a chiosare l&#8217;<em>Apocalisse</em> di <strong>Giovanni</strong>. Nelle parole di Newton si riflette piuttosto l&#8217;idea (già tardo-platonica), che il nucleo dell&#8217;essere, coerenza ordinata, sottratta al controllo dell&#8217;uomo, si manifesta, in rapporto all&#8217;uomo, col volto del divino. Storicamente, nell&#8217;ambito delle culture antiche e medievali, quello della religiosità abramica, nel suo &#8220;dialetto&#8221; giudaico-cristiano, che condiziona culturalmente <strong>Copernico</strong>, <strong>Keplero</strong>, <strong>Galileo</strong> e Newton, è un caso particolare, estremo, di <em>reductio ad unum</em>. Nelle cosiddette religioni politeistiche, ogni forza naturale, entità astrale, o forza storico-sociale (e spesso le tre cose coincidono), è identificata come cratofania e ierofania, percepita come potere intenzionale e intelligente, e dunque come dio. <strong>Alla base del monoteismo giudaico-cristiano c&#8217;è essenzialmente una virata prospettica</strong>, in base alla quale tutte le cratofanie-ierofanie (segni miracoli presenze) del cosmo sono percepite e comunicate come riflessi riconducibili ad un unico, coerente, ordine fondativo, cratofania originaria, ierofania del fondamento, che nella sua profondità abissale trascende infinitamente l&#8217;universo fungibile che l&#8217;uomo può fruire sul piano del sensorio, controllare a livello tecnico.</p>
<p>Non è dunque un caso se due pensatori come <strong>Max Scheler </strong>e<strong> Max Weber</strong> instaurano l&#8217;<strong>equivalenza fra concezione giudaico-cristiana e fondazione della scienza occidentale</strong>. In questo senso, il concetto di dio come rapporto, e in seconda battuta il mito fondativo del monoteismo (si intenda qui mito nell&#8217;accezione forte del termine), sono orizzonti e categorie olistiche intrascendibili. Ciò è vero sia sul piano antropologico, in quanto <strong>l&#8217;uomo è permantentemente in rapporto con l&#8217;intrinseca alterità del reale</strong>, sempre in agguato al di là della pur munita e tecnologica cittadella del fungibile, sia sul piano epistemologico, in quanto l&#8217;aspettativa che alla molteplicità delle manifestazioni della natura soggiaccia un ordine unitario e coerente costituisce la metafisica (nel senso popperiano del termine) alla base di ogni forma di cosmologia scientifica.</p>
<p><strong>Non si vuole però affermare che Dio è una semplice finzione teorico-pratica, un <em>als ob</em>, un &#8220;come se&#8221; kantiano</strong>: Dio è in primo luogo l&#8217;espressione antropologica di un rapporto che si viene progressivamente chiarendo nella storia, fra ogni essere cosciente e gli aspetti escatologici del reale, dell&#8217;esistente (la rischiosità strutturale dell&#8217;esperienza di esistere, di conoscere, di agire); in particolare, Dio, si presenta, nel suo senso originario, come il volto che l&#8217;ordine coerente del cosmo assume spontaneamente agli occhi dell&#8217;uomo e insieme come il modo in cui l&#8217;uomo si rapporta a quest&#8217;ordine coerente del cosmo, nella sua trascendenza, nel suo essere estraneo alla dimensione del fungibile. Ciò implica anche una conseguenza poco lusinghiera, per una certa forma che la cultura laica assume, quando, nell&#8217;opposizione polemica ai cleri storicamente determinati, indossa la maschera dell&#8217;oltranzismo.</p>
<p>Per rimanere alla &#8220;provincia&#8221; cristiana del linguaggio mitico-religioso abramico, sottolineare ed evidenziare i rapporti di derivazione fra la narrazione evangelica della verginità di Maria o della resurrezione di Cristo con analoghi miti di altre religioni mediterranee, semitiche o pre-semitiche, o rilevare la coincidenza fra il Natale e la festa del solstizio d&#8217;inverno, o i rapporti fra la Pasqua e il momento del risorgere della vita della terra alla fine del tempo invernale, ha una fortissima importanza sul piano antropologico. È del tutto illuminante, ed è un momento di maturazione culturale imprescindibile, constatare che <strong>il cristianesimo cattolico-romano, affermatosi in opposizione al pensiero delle varie correnti della gnosi tardo-antica, è in realtà esso stesso una particolare forma di gnosi, amalgama peculiare di religiosità semitica rinnovata e substrato precristiano</strong>. Allo stesso modo è essenziale sottolineare che la Bibbia, fra Antico e Nuovo Testamento, riflette una processualità storica del precisarsi del concetto di dio, dal plurale politeistico arcaico <em>Elohim</em> all&#8217;<em>Ego sum</em> singolare monoteistico della religiosità mosaica del Dio geloso, e allo stessa maniera dal Gesù dei protovangeli, che si schermisce e non vuole essere chiamato &#8220;buono&#8221;, attributo degno solo di Dio, e così afferma la propria natura di profeta squisitamente umano (e da principio squisitamente israelita), alla sistemazione del metafisico Vangelo di Giovanni, che fa di Gesù il Logos incarnato, non meno di quanto il buddhismo ipostatizzi la figura di <strong>Siddharta</strong> in una dimensione trascendente, al di là delle sue determinazioni storiche.</p>
<p>Questo percorso di disamina antropologica ci permette, sul piano filosofico, di leggere i testi sacri come totalità in fase di accrezione e sviluppo, sia nelle forme sia nei contenuti, in un cammino che in prima battuta, dal politeismo originario, giunge all&#8217;idea di un ordine cosmico unitario, adombrato dal monoteismo; in un secondo momento, dal monoteismo, dalla scoperta della ierofania del fondamento, giunge ad assumere la prospettiva della <strong>coessenzialità dell&#8217;uomo con il divino</strong>: una cratofania dell&#8217;essere cosciente, una ierofania della coscienza, che pur soverchiata dalla potenza dell&#8217;universo, è in grado di porsi in rapporto con essa e in definitiva di comprenderla, ed è, in ultima analisi, la <strong>fonte del sacro</strong>, l&#8217;essere che heideggerianamente si interroga sul senso dell&#8217;essere.</p>
<p>La consacrazione dell&#8217;essere cosciente avviene, nel Mediterraneo antico d&#8217;età imperiale, con la particolare figura mitico-storica di Gesù, re sacro universalizzato latore di un messaggio etico al di là degli interessi politici di parte e delle differenze culturali, per seguire la prospettiva accennata da <strong>R. B. Onians</strong> nel suo <em>Le origini del pensiero europeo</em>. Ma analoghe situazioni si rinvengono tranquillamente in altre realtà religiose e spirituali: abbiamo già parlato dell&#8217;ipostatizazzione del Buddha, che nella sua dimensione storica è addirittura un filosofo promulgatore di una dottrina che il pensiero braminico definisce <em>nastika</em>, cioè non ortodossa, ostile alla religiosità superstiziosa tradizionale. Potremmo allo stesso modo ricordare, nella religione hinduista, la figura di <strong>Sri Krshna</strong>, la conclusione sarebbe invariata: nella prospettiva basilare di questa, certo prolissa, abbozzata <strong>morfologia della fiaba degli dèi</strong>, al centro delle più avanzate forme della religiosità umana, al di là delle differenze locali, si pone un mito di fondazione di cui sono protagonisti la ierofania del fondamento e la ierofania della coscienza.</p>
<p align="center">***</p>
<p>Esiste tuttavia un altro aspetto del problema, non meno articolato. Finora abbiamo cercato di delineare l&#8217;idea del <strong>Dio come rapporto</strong>, in relazione al racconto originario della ierofania del fondamento e della ierofania della coscienza. Da un punto di vista strettamente ontologico, <strong>il conflitto fra la modernità e la sua scienza da un lato, e la concezione di Dio propria dei cleri storicamente determinati dall&#8217;altro, insorge non tanto dall&#8217;intrinseca insufficienza cognitiva e pragmatica del mito stesso; nemmeno la volontà di potenza dei vertici delle gerarchie ecclesiastiche basta a spiegarla <em>in toto</em></strong>. La colpa storica delle gerarchie religiose, nella contemporaneità, è frutto dell&#8217;intersezione fra la volontà di potenza che le anima e le asservisce, e l&#8217;inadeguatezza rispetto al cambiamento culturale. È dunque una colpa tanto più grave, nella misura in cui si ingenera dal misconoscimento dello spirito del messaggio dei fondatori, e dall&#8217;<strong>idolatria della lettera</strong>.</p>
<p>Il tema dell&#8217;ateismo, o delle &#8220;<strong>false luci del mondo</strong>&#8220;, secondo una formula ipocrita cara, fra noi, ai vertici della chiesa cattolica, non è semplicemente una questione di negazione del fondamento, o di ricorso a forme di pensiero debole, in opposizione a un pensiero che si presume forte e capace di indicare all&#8217;uomo la via; non è nemmeno un problema di acquisizione di una visione matura e libera, in opposizione all&#8217;oscurantismo, secondo il grido di una laicità che in Italia appare irreversibilmente assediata e in crisi, anche per la definitiva defezione politica di coloro che dovrebbero farsene assertori e difensori, ed esprimono spesso solo una residuale forma di generico, e gerioneo, salutismo sociale, sposato all&#8217;obliqua prassi egemonica delle reti di comando dell&#8217;alta burocrazia e della tecnostruttura bancaria.</p>
<p>L&#8217;inerzia della chiesa nei confronti di Galileo (tardivamente riabilitato in una ridicola e falsa ostentazione di modernità) e di <strong>Darwin</strong> (a cui si sostituisce la <strong>putida teoria del disegno intelligente</strong>), ci pongono di fronte alla sfrontata negazione del mito originario, sostituito con un <strong>surrogato monco e penoso di dio</strong>. L&#8217;ateismo di coloro che non ritengono esista un dio fondamento dell&#8217;universo, è al massimo un <strong>ateismo teoretico</strong>, o se si vuole epistemologico e ontologico. Ma fin troppo banale è la stigmatizzazione dell&#8217;ateismo pratico di coloro che, pur dichiarando a gola spiegata la propria <em>intemerata fides</em> nel Dio cristiano, ne contraddicono <em>matter-of-factly</em> gli insegnamenti etici: che dire dei sacerdoti pedofili, che la gerarchia promuove-rimuove a più alte cariche, preoccupata solo del proprio buon nome, o dell&#8217;affarismo del clero in fatto di immobili non tassati, finite locazioni e otto per mille trafugato di soppiatto col silenzio-assenso, in uno Stato che già è in travaglio per il degrado della sua classe politica e imprenditoriale? Di recriminazioni analoghe sono pieni i media e la rete.</p>
<p>Quello che resta, nella gerarchia cattolica che nega diritti a <strong>coppie di fatto</strong>, <strong>divorziati</strong> e <strong>omosessuali</strong>, nei vertici aggressivi e ademocratici di certo protestantesimo fondamentalista, nell&#8217;estremismo di certi coloni ebraici, nell&#8217;estremismo degli hinduisti che bruciano sul rogo del marito morto una vedova di sedici anni, nell&#8217;integralismo wahhabita, nel radicalismo becero dei profeti del conflitto fra le civiltà, è in definitiva soltanto un&#8217;idolatria del segno. <strong>Una volta che ha perso contatto col mito originario che consacra l&#8217;universo e la coscienza dell&#8217;uomo in una grande narrazione cosmico-storica che li vede coessenziali, ogni singola casta sacerdotale storicamente determinata non vede altro che la propria, particolaristica, lettera morta</strong>, <strong>impressa sul suo proprio, particolaristico, libro sacro, ingiallito dalla forza corrosiva della storia</strong>. Sul piano filosofico accusano la modernità di relativismo; ma che dire del loro <strong>isolazionismo antropologico</strong>? Sul piano della morale sessuale, accusano di materialismo edonista il mondo secolarizzato: ma si ricordi che il precetto della castità, nel mondo antico, nasce da una visione arcaica, estremamente materiale e organicistica, del rapporto anima-corpo, per cui &#8220;non disperdere il seme&#8221;, dalla Bibbia al sesso tantrico, significa risparmiare la propria <em>psyché</em> per consacrarla al divino; ma anche la maniera  più ludica e irresponsabile di vivere la sessualità appare essere meno materiale ed esteriorizzata di norme che nascono da errori prospettici di una psicofisiologia arcaica, incrociati con le determinazioni socioeconomiche delle società preindustriali in cui le antiche religioni nacquero.</p>
<p>Problematiche come l&#8217;<strong>eutanasia</strong> o l&#8217;<strong>aborto</strong> sono affrontate con prese di posizione equivoche e ambivalenti: si dichiara di voler difendere la vita, ma si definisce vita la semplice, elementare attività biochimica di qualche gruppo tessutale, in un organismo che per il resto ha cessato di essere supporto di quella vita relazionale che è l&#8217;essenza della persona o che non può ancora avere nemmeno un embrione di vita relazionale. Sul piano <em>stricto sensu </em>filosofico, il &#8220;Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e non dei filosofi e dei sapienti&#8221;, di cui si fa apologia e che funge da supporto alla primazia delle cosiddette religioni positive, appare gravato, nelle sue caratteristiche essenziali, di una <strong>selva di contraddizioni <em>in adiecto</em></strong>. La definizione coerente di un fondamento infinito in potenza e in atto è in sé e per sé <strong>incompatibile con il concetto di persona</strong>, inteso nel senso ordinario del termine.</p>
<p>Se la personalità può essere coessenziale con il divino sul piano del rapporto storico fra l&#8217;essere cosciente e l&#8217;ordine coerente dell&#8217;universo, centrando il problema sul fondamento per come esso è, per quel poco che possiamo affermarne, le cose prendono un&#8217;altra veste. In presenza di un fondamento infinito in potenza e in atto, <strong>espressioni del linguaggio religioso come &#8220;progetto, piano di dio&#8221; (che hanno un senso nel linguaggio figurale del mito), o teorie pseudoscientifiche come l&#8217;<em>intelligent design</em>, suonano obbrobriose</strong>. Veramente c&#8217;è da ridar voce al disprezzo ironico di <strong>Voltaire</strong>: è come attribuire al divino una dimensione di volubilità e impotenza assolutamente inammissibili,<strong> fare di Dio, per citare Bonhoeffer, un volgare tappabuchi</strong>: un tappabuchi del campo del fungibile, a cui l&#8217;infinita maestosità dell&#8217;universo è implicitamente ridotta.</p>
<p>Il fondamento, se coerentemente concepito come infinito in potenza e atto, si esprime, sul piano ontologico, con un atto di creazione infinita. La difficoltà di certi ambienti religiosi ad accettare il <strong><em>Big Bang</em></strong>, e ad ammettere la possibilità che il nostro universo sia solo una regione locale dell&#8217;infinito <strong>multi-verso delle cosmologie contemporanee</strong>, cade automaticamente, di fronte all&#8217;idea che l&#8217;ordinamento fondamentale delle leggi fisiche esprima strutturalmente una creazione sempre in atto dall&#8217;eternità e per l&#8217;eternità, come accade ad esempio negli scenari descritti dall&#8217;inflazione infinita di <strong>Andrej Linde</strong>, nella teoria degli universi neonati formulata da <strong>Stephen Hawking</strong>, dal concetto di paesaggio cosmico che anima le teorie di <strong>Lee Smolin</strong>. La stessa radicalità del concetto di creazione, come posizione di qualcosa di totalmente altro e autonomo rispetto al fondamento, implica poi strutturalmente l&#8217;idea di evoluzione: una creazione totalmente autonoma sarà infatti destinata a compiere il suo cammino con le proprie gambe, dalle strutture più semplici all&#8217;emersione auto-organizzata della complessità, dal caos all&#8217;ordine, secondo le dinamiche illustrate da scienziati come <strong>Paul Davies</strong> e <strong>Ilya Prigogine</strong>.</p>
<p>Per tornare al racconto fondativo originario, e alla drammatizzazione di quel numinoso che è a fondamento dell&#8217;ordine coerente dell&#8217;universo, l&#8217;idea di concepire l&#8217;atto creativo di Dio come dono radicale, incondizionato, infinito di essere, implica strutturalmente l&#8217;alterità totale della creazione, la sua positività pur nel condizionamento e nella finitudine; implica, inoltre, la necessità di un cammino evolutivo irto di errori e di drammi, di vicoli ciechi, di deviazioni e di scoperte casuali, di svantaggi e opportunità nascenti da dinamiche accidentali, feroce di ingiustizie e di sofferenze, ma proprio perciò tanto più vero e bello e ontologicamente &#8220;forte&#8221; e coeso.</p>
<p><strong>Il problema, in definitiva, non è dunque l&#8217;opposizione banale fra teismo e ateismo</strong>, che in realtà sussiste solo su un piano superficiale ed esteriore, fatto di equivoci e travisamenti. Il problema reale è, per dirla con <strong>Levinas</strong>, nella <strong>lotta fra totalità e infinito</strong>, cioè nell&#8217;opposizione fra l&#8217;idea di una realtà che si appiattisca nella dimensione totalmente fungibile della tecnica e della ragione amministrata dalle <strong>burocrazie del trascendente e dell&#8217;umano</strong>, <em>routine</em> della pura e semplice fatticità anonima, e la reale accettazione che l&#8217;esistente appare gravido di rischi e opportunità imprevedibili, al di là della tracotanza degli apparati burocratici, della aridità della scienza normale cristallizzata nell&#8217;accademismo retrivo, al di là dell&#8217;amministrazione dell&#8217;archivio dello spirito che con ingiustificabile arbitri i cleri storicamente determinati si arrogano il diritto di esercitare.</p>
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		<title>194: dall&#8217;interno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jan 2008 07:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[194]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Matteoni Per le donne l’aborto è soprattutto silenzio. Leggendo in questi giorni i vari dibattiti nati nella rete attorno alla legge 194, non ho potuto fare a meno di rilevare tra idee, teorie, condanne e vagheggiamenti disparati la mancanza di un resoconto diretto su cosa è l&#8217;aborto dall&#8217;interno. Mi ero detta per questo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Matteoni</strong></p>
<p><em>Per le donne l’aborto è soprattutto silenzio.</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/mare_di_hrissi.jpg" title="mare di hrissi"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman'"><span></span></span><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/01/mare_di_hrissi.thumbnail.jpg" alt="mare di hrissi" align="left" /></a></p>
<p>Leggendo in questi giorni i vari <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/01/07/sulla-194/">dibattiti nati nella rete</a> attorno alla legge 194, non ho potuto fare a meno di rilevare tra idee, teorie, condanne e vagheggiamenti disparati la mancanza di un resoconto diretto su cosa è l&#8217;aborto dall&#8217;interno. Mi ero detta per questo stesso <em>taboo</em> implicito di tacere su questo argomento, di astenermi da questo tipo di discorso così esposto alla forza macellante sia di chi lancia anatemi, sia di chi sfrutta anche quest&#8217;occasione per far sfoggio di scienza. Ma poi mi tormentano gli spettri: il corpo della donna, il corpo del feto, il corpo indesiderato della libertà di scelta,  il  corpo della parola doppiamente diretto contro se stessi e il mondo.<span id="more-5160"></span> Quindi tanto vale prendere coraggio – come donna che ha qualcosa in merito da dire. In alcuni commenti sul <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/01/08/il-corpo-di-antigone-e-la-194-3/">post della 194 su Nazione Indiana</a> leggevo della differenza tra uomini e donne nel rapportarsi al problema: i primi teorizzano, dove le seconde argomentano, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/01/07/sulla-194/#comment-85199">suggeriva una donna firmandosi Alcor</a>. È vero, la donna non riesce a staccarsi dal concreto dell’esperienza, per motivi che spesso più che contingenti alla sua natura hanno una matrice storico-culturale. Non è facile prima di tutto teorizzare su qualcosa che si vive nella carne, la quale non è esattamente una proprietà: si può possedere ciò che ci sfugge e ci tradisce continuamente come il corpo? Stabilire un possesso diventa ancora più difficile parlando di donne – creature che per secoli, fermandoci al solo Occidente, sono state determinate quasi esclusivamente dalle caratteristiche e potenzialità del loro corpo, posto quale simbolo esclusivo del valore di una donna nella comunità. L’essere femminile, le superfici lisce, curvilinee, chiuse, che nascondono il portento della vita e della morte. Noi non siamo abituate a pensare “fuori da noi stesse”.</p>
<p>Il cammino per l’uguaglianza non passa solo per le vie legali, ma per la strada assai più tortuosa della propria identità.</p>
<p>Leggevo poco tempo fa un misconosciuto mito in una delle Genesi Apocrife, secondo il quale tra Lilith (la donna demoniaca) ed Eva, era esistita una prima Eva, del tutto simile alla progenitrice che conosciamo. Sfortunatamente Adamo assisté alla sua creazione. E Dio la creò seguendo l’ordine del corpo, assemblando muscolatura, organi, vasi sanguigni, ossame. Adamo fu disgustato dalla scoperta delle interiora, come dal presentimento dei suoi propri limiti e non riuscì ad accettarla come compagna. Così la prima Eva se ne andò dal Paradiso Terrestre – non morì, non si trasformò in spirito, semplicemente scomparve nel nulla. Questa storia mi è sembrata celare un altro significato dietro l’orrore della vista: il riconoscimento di un simile, un’uguaglianza. Ad esclusione degli organi riproduttivi la donna mostrava il solito meccanismo dell’uomo, con le stesse possibilità. Rifiutandola, è questa uguaglianza identitaria che andava perduta, almeno finché qualcuno, magari un’altra donna, non fosse andata a ricercare quella silenziosa antenata. Tolta la prima Eva, resta la madre, il mistero del grembo, in cui sommergere l’altro, viziando la sua e la propria percezione dei diritti, delle emozioni, delle aspettative di un soggetto. Nel passato la donna è stata per lo più solo questo, l’emblema della maternità o nel peggiore dei casi l’antimadre, lo stereotipo della strega, la sua assoluta negazione, segnando la via personale e sociale non solo di un pensiero, ma di un intero mondo emotivo. Se conoscenza e consapevolezza ci fanno sperare in una libertà da un ruolo consolidato nelle epoche, i nostri sentimenti più intimi ci àncorano a colpe, sensi di inadeguatezza, responsabilità non pienamente risolte.</p>
<p>Nel linguaggio di una donna il feto è già “questo bambino” anche se ha deciso di abortire. Oppure non viene nominata quella vita in potenza per evitare altra pena, perché non tutte hanno la forza o l’incoscienza di registrare lucidamente ciò che stanno facendo. L’aborto è un trauma incondivisibile e feroce. Non parliamo di “una cosa” che ci viene impiantata dentro, come una bambola in una valigia, ma di qualcosa che cresce con noi, che trasforma il nostro corpo e poi se ne stacca per uscire nel mondo. Un bravo compagno può stare accanto a chi decida di abortire, ma non può arrogarsi nessun altro diritto, nella stessa misura in cui la sua perdita non sarà mai equiparabile a quella della donna. Non esiste nessuno, se non qualcuno completamente pazzo o ignorante, che possa dirsi a favore dell’aborto in sé come atto, così come si è favorevoli all’abbraccio dei propri cari quale manifestazione d’affetto. Questa cosa proprio non ha senso &#8211; sarebbe come dire sono a favore del suicidio. Gli abortisti non sono dei fanatici promulgatori della morte, ma individui favorevoli alla libertà di una scelta, che tentano di comprenderla, uomini o altre donne che siano, in nome di rispetto e responsabilità. Ho letto, nelle varie discussioni, tante parole, ma non mi pare di aver trovato “compassione”. Compassione intesa quale tentativo di sentire ciò che l’altro sperimenta o almeno provarci, senza l’aspettativa di un tornaconto, trovando perfino la decenza ed il pudore di fermarsi dove non si riesce a capire o immaginare. È questo credo, che come esseri umani dovremmo sforzarci di fare &#8211; a prescindere dalla legge. Ricordarci che non è il proliferare di bambini come in un formicaio a far crescere un paese e una coscienza, ma il modo di rapportarsi a loro, che passa prima di tutto per come ci rapportiamo a noi stessi. L’amore che diamo è la misura di quello che siamo. Se non si adempie all’essere,  con tutto il dolore, il sacrificio, la severità che comporta, come sarà la qualità del nostro amore?</p>
<p>È nell’eredità di domande simili, più che negli accadimenti del corpo, che appare, come un dovere ed un fastidio, il sintomo dell’esistenza umana. E non esiste una risposta univoca, imponibile.</p>
<p>La nostra storia moderna ci insegna che anche in campo medico era difficile distinguere tra la materia fetale e la materia materna. In Europa come in alcune culture primitive contemporanee, il feto non solo era nutrito dalla madre, ma la sua sete aveva tratti inquietanti, vampiristici. Non c’era nulla di più indifeso e al tempo stesso di più difficile da comprendere come la vita in divenire dentro un’altra vita &#8211; i due corpi diventavano quasi lo stesso: meraviglioso e spaventoso. I miti di demoni bambini, o addirittura demoni “feto”, che tornano a tormentare la madre e la famiglia che li ha esclusi, sono sempre proliferati. Le madri eschimesi, in un passato recente tra le più grandi praticatrici di aborto, hanno una parola “angiaq” per indicare il feto abortito che torna assetato di sangue e vita. Da un punto di vista emotivo questo si spiega con lo shock e con il senso di colpa di cui una donna in qualsiasi tempo o cultura difficilmente si libera – anche in una cultura, come quella Inuit, che riconosceva l’aborto come metodo per il controllo delle nascite.</p>
<p>Una donna che oggi decide di abortire nella nostra società, in Italia, se vuole ha la possibilità di vedere su vari siti internet cosa è un feto di un mese, di vedere le sue parti formate e di decidere ugualmente di gettarlo nella spazzatura. Oppure può negarsi questa consapevolezza, fare finta che non esista, almeno fino alla fine dell’attesa, fino al giorno dopo il day-hospital. Io non mi sentirei di biasimarla.</p>
<p>Si dovrebbe invece ricordare che la vita è qualcosa di più di una massa pulsante, biologicamente “viva”, soggetta a piacere e dolore fisico &#8211; la vita sta in cose come riconoscimento, identità, la cura che una madre può dare al proprio figlio. Se questo, per un qualsiasi motivo, vacilla, subentra l’aborto. Perché i figli non sono solo quella bella creatura che esce da noi &#8211; sono esseri che crescono, che andranno accuditi, seguiti, amati. Supporre che una donna possa non abortire (nonostante questa sia la sua decisione)  perché il marito non vuole, come da alcuni è stato suggerito, mi dà i brividi, perché è negare con la forza dell’ignoranza estrema il significato della gravidanza: un’irripetibile unità in cui non vale parlare di contenitore e contenuto. O forse qualcuno crede che una donna possa portare dentro di sé per nove mesi un figlio, come i barboni si portano dietro il sacco malandato delle loro proprietà, e poi scaricarlo al marito, al compagno, ad ignoti, come se nulla fosse? C’è davvero qualcuno, mi chiedo, che non si interroga se per caso dietro una gravidanza negata non si nasconda in modo ancora più crudele l’immagine dell’amore, esattamente come dietro la vita che nasce? In quanti si chiedono cosa succede in un caso d’aborto? Senza speculazioni, senza filosofia, la brutalità conclusiva di poche ore d’ospedale? Spesso una donna che decide per l’aborto non riuscirà mai ad assolversi, si sentirà schiacciata tra due diverse meschinità: quella del gesto che sta per compiere e quella dell’amore ad un possibile figlio, che non può o non vuole dare.</p>
<p>Quando ti sottoponi ad aborto fai tutti gli esami. Compresa l’ecografia dove c’è il cuore del feto che batte sullo schermo e sai che quel cuore è parte di te. Non ancora persona, eppure nutrito da te. I dottori sono educati, ma non puoi evitare di sentirti guardata come un mostro. Magari non sono loro a farlo. Magari è qualcosa, un pensiero occhiuto, attaccato come una zecca, dentro di te. Il giorno dell’ospedalizzazione non si vede l’ora che finisca. Dura molto poco il raschiamento: ti raschiano via ciò che stai generando, hai le gambe sollevate e poiché l’anestesia è leggera il sonno non è così profondo. Al risveglio puoi chiedere, impastando le parole per effetto dell’anestetico, se potrai avere ancora figli. Dopo torni nel letto &#8211; perdi il sangue rosso di una strana mestruazione. Hai un senso di vuoto, non come l’inizio o la fine – non una mancanza, un dolore, un desiderio, un pentimento – ma la forma del niente che d’improvviso abiti. Certo queste cose non sono una novità. Non pretendo di portare nessuna illuminante verità. Ma provate a sentirle, ad esercitare la compassione se ne siete in grado. Una donna che abortisce può trovare difficoltà a confidarsi perfino con chi le è vicino oppure può scendere una densa omertà sull’argomento “per il suo stesso bene”. L’aborto è un’atroce, duratura, incomunicabile solitudine. Questo sceglie una donna. Che almeno sia libera di farlo.</p>
<p>Su questo <a href="http://www.svss-uspda.ch/it/testimoni/testimoni.htm">sito</a> si possono almeno trovare delle testimonianze.</p>
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		<title>Il corpo di Antigone e la 194</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jan 2008 23:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[194]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
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		<category><![CDATA[potere]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli  Al tempo del referendum sulla procreazione assistita, Enzo Mazzi scrisse un bell’articolo sulla dialettica insuperabile tra etica e potere. Mostrando, insieme, come nel corpo della chiesa vi fossero differenze che l’unanimismo mediatico in mortem wojtyla tendeva a occultare. Ne risultava che, sui referendum a venire sulla procreazione assistita, era palese come non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">di <strong>Marco Rovelli</strong> </p>
<p align="justify">Al tempo del referendum sulla procreazione assistita, Enzo Mazzi scrisse un bell’articolo sulla dialettica <em>insuperabile</em> tra etica e potere. Mostrando, insieme, come nel corpo della chiesa vi fossero differenze che l’unanimismo mediatico <em>in mortem wojtyla</em> tendeva a occultare. Ne risultava che, sui referendum a venire sulla procreazione assistita, era palese come non fosse <em>scritto</em> da nessuna parte che un cattolico era tenuto a votare in <em>quel</em> certo modo (che era poi, furbescamente, il non voto).</p>
<p>Mazzi affrontava la questione, decisiva, del rapporto tra potere e etica in modo (paradossale, per un prete) foucaultiano: rappresentandola attraverso le figure di Creonte e Antigone. Una messa in figura estremamente fertile, che vale tutt&#8217;oggi, quando ci dobbiamo apprestare ad affrontare una battaglia decisiva, quella per la difesa della 194. Ciò che, ovviamente, Ratzinger/Creonte non può accettare, laddove egli non può far altro che tentare di imporre <em>con forza</em> il diritto (la forza del diritto, il diritto della forza) sopra il corpo fluido di Antigone.<span id="more-5139"></span></p>
<p>La battaglia è decisiva, perchè la questione dell&#8217;aborto non è semplicemente una questione di diritti civili, di laicità, e quant&#8217;altro. E&#8217; una questione che riguarda la natura stessa del potere, e del suo stabilimento. Antigone – l’etica, insomma &#8211; non è che l’indefinizione che oltrepassa ogni <em>stabilimento</em> del potere. Essa è il <em>fuori</em>-legge – ma un fuori che è definito, recintato, conchiuso, dal potere. Antigone è la <em>forma fluens</em> che il potere, come lo sguardo di Medusa, vuole fissare – la <em>chora</em> – la materia informe – su cui il potere si esercita. Esercitandosi, il potere produce verità: verità che potrebbe essere raffigurata come i solchi prodotti dal potere sulla materia. (Ma la materia resiste. E reagisce).</p>
<p><strong>Il potere produce verità – e la produce <em>sul</em> corpo di Antigone. E Antigone è una donna.</strong></p>
<p>Questo conflitto tra potere/verità e corpo/amore, questo irriducibile attrito &#8211; ma anche, per allargare la <em>famiglia</em>, tra Ragione e Violenza, nei termini hegeliani di E. Weil (e di Bataille), o di Sacro e Violenza, in quelli di Girard &#8211; è la sfuggente, dileguante, inafferrabile sostanza ontologica dell’animale umano: e forse, la differenza specifica del suo genere.</p>
<p>E&#8217; a mio parere necessario avere chiara la portata dello scontro che si sta giocando oggi. Se è vero che la questione dell&#8217;aborto è una questione che riguarda la natura stessa del potere, e del suo stabilimento, allora il tentativo dei clericali insieme agli atei devoti è il culmine di un&#8217;offensiva che negli ultimi trent&#8217;anni ha segnato l&#8217;arretramento dei diritti conquistati nel secolo ancora precedente. Il potere che definisce il vero, stavolta, vuole far presa <em>dentro</em> il corpo di Antigone, rastrellare ogni residuo di resistenza, imprimere il suo marchio su ogni resto. Per questo, oggi ancor più di due anni fa, è necessario produrre resistenza. La resistenza del corpo di Antigone alla Parola di Creonte.</p>
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		<title>Quattro volte sì</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Apr 2005 10:29:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
		<category><![CDATA[aids]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano parente]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca scientifica]]></category>
		<category><![CDATA[wojtyla]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimiliano Parente Io sì. Contro non soltanto la restaurazione letteraria dei dorrichi capocultura della cultura che non c’è, ma anche contro l’illuminismo negato dalla revanche clericale, ora con un papa ancora più consono e scattante (abituati alla stop motion deambulatoria di Karol sembra di avere un pontefice perennemente in avanti veloce), il quale ucciderà [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimiliano Parente</strong></p>
<p><a href="http://www.eyestorm.com/events/apocalypse/wrkcattelan.html"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/papa_cattelan.jpg" alt="papa_cattelan.jpg" align="left" border="0" height="113" hspace="4" vspace="2" width="160" /></a>Io sì. Contro non soltanto la restaurazione letteraria dei dorrichi capocultura della cultura che non c’è, ma anche contro l’illuminismo negato dalla revanche clericale, ora con un papa ancora più consono e scattante (abituati alla stop motion deambulatoria di Karol sembra di avere un pontefice perennemente in avanti veloce), il quale ucciderà gli stessi esseri umani uccisi da Wojtyla in nome della morte, dell’Aids e del profilattico proibito (e da leggersi il suo ultimo bestseller filosofico, dove l’aborto è paragonato all’olocausto, né più né meno); e contro i trasformismi e i ferrarismi foglieschi degli “atei devoti” contro la destra e la sinistra metafisiche preoccupate dei diritti dell’embrione elevato a “persona” (non potendolo scegliere un bambino quando il bambino non è altro una cosa che, ingrandita cento volte, è grande quanto una capocchia di spillo, e potendolo invece abortire al terzo mese per ragioni proprie, e al quinto se la malattia è diagnosticata dall’amniocentesi, e quindi, in questo, o sono cretini o vogliono arrivare a vietare nuovamente l’aborto, e nel caso lo dicano); contro i neocon che parlano dell’America, e non sanno che negli Stati Uniti, per volontà di George W. Bush, la ricerca scientifica, che potrebbe portare un giorno a guarire persone in carne e ossa come Luca Coscioni e milioni di altre, è addirittura finanziata dallo Stato per gli embrioni soprannumerari, e libera per la libera ricerca cui è consentito produrli appositamente; e contro i trasvalutatori celentaneschi e i propagandisti teologici e antilluministi, quelli che parlano di “eugenetica nazista”, contro tutti questi legislatori preteschi che, fossero almeno cattolici, si preoccuperebbero, da “cristiani” (oh, i cristiani cattolici di Buttiglione, i quali fanno benissimo a definire l’omosessualità un peccato, malissimo a non dire che, per la Chiesa Cattolica, è peccato tanto quanto l’eterosessualità non “unitiva e procreativa”, come dice a chiare lettere anche il diritto canonico e se non quello anche le tavole veterotestamentarie per le quali “non uccidere” o “non fornicare” sempre di comandamenti e di peccati mortali si tratta) dei bambini che ogni giorno muoiono di fame con la stessa passione con cui si preoccupano degli aggregati cellulari congelando le loro piccole ossessioni e i loro cervelli mistici dentro un microscopio elettronico del platonismo più cialtrone, e amando più l’embrione dell’uomo malato o del bambino già nato, perché tanto non costa nulla; e contro le teologie di ogni genere, siano essere cattoliche o islamiche, doloriste o kamikaze, e contro chi lapida le adultere e chi clitoridectomizza le donne e contro i nuovi relativismi, di destra e di sinistra, immemori che la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è appunto universale, e quindi, ora, cominciando da chi piega l’idea di libertà e di ricerca scientifica alle fazioni del momento, dai neoguelfi che  vieterebbero a Fleming di scoprire la penicillina se all’epoca avessero concepito una analoga metafisica sull’intangibilità della muffa; e dunque io sì, e sperando ci si ritrovi in tanti a dire no, il prossimo 12 giugno, dicendo quattro volte sì.</p>
<p>[Se avete qualcosa da dire o da ridire, dìtelo <a href="https://www.nazioneindiana.com/cgi-bin/mt/mt-comments.cgi?entry_id=1235"><u>qui</u></a>. gm]</p>
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