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	<title>Adelelmo Ruggieri &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>una rete di storie STORIE DEL TRAUMA DEL TERREMOTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Oct 2017 05:00:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<br /><b>Storie del trauma del terremoto</b><br />
di <b>Renata Morresi</b><br />
La catastrofe ha questo potere: di mostrare come la questione non è tanto quella della lotta ‘contro la natura’, ma della costituzione di una comunità consapevole. Quella, insieme alle case, da ricostruire. Ci siamo rimessi a pensare, a litigare, a discutere, ma con tutte le facoltà politiche atrofizzate, con tutte le decisioni affidate altrove. Abbiamo scoperto persino di amarli i posti, solo ora, dopo averli usati fino all’estenuazione. E che sia nessuna regola che la pletora di regole a poco valgono senza la fiducia. Che persino ad amarlo un posto dobbiamo reimparare.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png" alt="" width="156" height="156" class="alignleft size-full wp-image-70478" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px.png 156w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/fano-widget-156px-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 156px) 100vw, 156px" /></a><br />
⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/07/rete-storie-festa-nazione-indiana-2017/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>una rete di storie</strong></a><br />
STORIE DEL TRAUMA DEL TERREMOTO<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong><br />
<em>Sala Ipogea</em><br />
⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Mediateca Montanari di Fano [PU]</strong></a><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 170px;">di <strong>Renata Morresi</strong><br />
Venerdì non è successo niente. Eravamo in classe, parlavamo di come si fanno le domande in inglese. C’erano le finestre aperte, si sentivano le ruspe e i camion lavorare lì accanto, dove sorgeranno le ‘casette’ per chi è sgombrato da Camerino quasi un anno fa. I ragazzi del quarto durante la prima ora scherzavano sul compito di filosofia, compito scritto, proprio come l’anno scorso nel giorno della scossa grossa – non sarà mica la prof che ce la tira, ecc.  Scherzavano un po’ per scaramanzia, un po’ per nervosismo. Un anno è lungo, e l’allerta dei primi tempi, quella che ci teneva pronti, mobilitati, solidali, si è trasformata in una specie di abitudine, una tensione cronica sempre sull’orlo del cortocircuito. Quasi nessuno di chi ha perso tutto l’ha ritrovato. Ma tutto è tanto da ritrovare, e nel frattempo siamo cambiati, è cambiata la nostra vita, siamo andati altrove, fatti altri progetti, e via così. Abbiamo scoperto delle cose: che una terra che si abita non è solo un luogo neutro, vuoto, e poi pieno e poi svuotato e poi riempito. Un luogo non è una scatola. E che persino uno dei luoghi più antropizzati d’Italia com’è questo si può rivelare poco pensato, vissuto acriticamente. La catastrofe ha questo potere: di mostrare come la questione non è tanto quella della lotta ‘contro la natura’, ma della costituzione di una comunità consapevole. Quella, insieme alle case, da ricostruire. Ci siamo rimessi a pensare, a litigare, a discutere, ma con tutte le facoltà politiche atrofizzate, con tutte le decisioni affidate altrove. Abbiamo scoperto persino di amarli i posti, solo ora, dopo averli usati fino all’estenuazione. E che sia nessuna regola che la pletora di regole a poco valgono senza la fiducia. Che persino ad amarlo un posto dobbiamo reimparare.<br />
&nbsp;<br />
Un anno è lungo a vedere i militari che presidiano la zona rossa, le macerie e i detriti ancora sparsi sui sampietrini. Un anno è breve: venerdì non è successo niente di importante, ma a un tremolare dei vetri, a un sussulto fioco, i ragazzi si erano già infilati sotto i banchi, qualcuno di quelli rimasti sulla sedia era sbiancato, un altro si sentiva svenire. In brevi attimi siamo scivolati fuori, in silenzio, per lo più in fila indiana, qualcuno si teneva per mano. Poi fuori, al sole, dopo le telefonate di rito, hanno cominciato a cantare.<br />
&nbsp;<br />
Domenica 29 ottobre, alle dieci e trenta alle mediateca di Fano ci ritroviamo a parlare con artiste, autrici, attivisti, poeti, di terremoto, dei suoi traumi, e dei nostri compiti.</p>
<p>&nbsp;<br />
Con<strong> Emanuela Baldi, Lidia Massari, Renata Morresi, Adelelmo Ruggieri, Anna Tellini</strong><br />
&nbsp;<br />
*<br />
&nbsp;<br />
<strong>Emanuela Baldi </strong>è un&#8217;artista che considera l’arte come uno strumento per promuovere lo sviluppo e la trasformazione sociale, valorizza le differenze e facilita lo scambio cross-culturale.  Esperta di dialogo interculturale, networking e dinamiche di gruppo nel settore pubblico e privato, idea progetti artistici per il dialogo tra le culture, conduce laboratori sulla condivisione di processi collettivi e iniziative “making together”. Utilizza la creatività manuale come mezzo di dialogo ed espressione collettiva, coinvolgendo persone di ogni età ed origine, accorciando le distanze tra i vari target sociali e  valorizzando l’espressione del singolo nel collettivo. Viaggiatrice e sperimentatrice ricerca continuamente nove collaborazioni e scambi con artisti e professionisti di altre discipline, poiché crede nella ricchezza delle differenze e della molteplicità di sguardi.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Lidia Massari</strong>, nata nel paese leopardiano circa mezzo secolo fa, si laurea con una tesi sperimentale sulla malattia d&#8217;amore nella poesia latina. Da allora vive tentando di insegnare lingue morte a giovani teste vive ideando curiosi esperimenti didattici, con risultati alterni. Accanita lettrice, fece voto di non tediare gli altri con i propri scritti, ma negli ultimi tempi sta venendo meno alla promessa. Fra le altre cose, collabora saltuariamente alla rivista &#8220;Artapartofcul(ure)&#8221; e gestisce due pagine Facebook che usa a mo&#8217; di blog, “Diverso viaggiare” e “Cronache mesopotamiche”, quest&#8217;ultima dedicata al territorio maceratese duramente colpito dal recente terremoto.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Renata Morresi</strong> vive e lavora nel maceratese, si occupa di poesia, traduzione e letteratura anglo-americana. Sue poesie sono apparse in rivista (<em>Poesia</em>, <em>Semicerchio,</em> <em>Il Caffè illustrato</em>, <em>Alfabeta2, Il nostro Lunedì, </em>ecc.) e<em> </em>nelle raccolte <em>Cuore comune</em> (peQuod 2010), <em>Bagnanti</em> (Perrone 2013), <em>La signora W</em>. (Camera verde 2013). Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (<em>Dieci bozze</em>, Vydia 2012); nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Quest’anno ha scritto una serie di poesie, ancora inedite, che ha chiamato “anti-smismiche”, ispirate alle retoriche aberranti del post(?)-terremoto.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Adelelmo Ruggieri</strong> (1954) abita a Fermo, nelle Marche. Per peQuod ha pubblicato le raccolte di poesia: <em>La Città lontana</em>, 2003; <em>Vieni presto domani</em>, 2006; <em>Semprevivi</em>, 2009 e 2010. Del 2016 è il fascicolo <em>Habitat</em>. Le sue prose sparse sono raccolte nei libri <em>Porta Marina &#8211; Il Poggio</em> (peQuod, 2008); <em>I tetti sono semplici a Sali</em> (Capodarco Fermano Edizioni, 2012); <em>Subito o domani. Non è la stessa cosa</em> (Italic, 2013). Dal 2011 collabora al sito letterario “Le parole e le cose”.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Anna Tellini </strong>ha insegnato letteratura russa presso l&#8217;Università de L&#8217;Aquila, e considera sua somma fortuna l&#8217;essere stata allieva di Angelo Maria Ripellino. Si è occupata prevalentemente del Novecento, con una particolare predilezione per la tragica figura di Vs. E. Mejerchol&#8217;d, di cui ha curato l&#8217;edizione italiana de <em>Il Revisore </em>(Monteleone, 1997) e de <em>Il ballo in maschera </em>(Bulzoni, 2003). Dopo la distruzione della sua Facoltà ad opera del terremoto ha continuato l&#8217;insegnamento in posti di fortuna. Fa parte del Centro Antiviolenza per le donne de L&#8217;Aquila, che quest&#8217;anno festeggerà il suo decennale, e che, insieme alla rivista “Leggendaria” e altre associazioni della sua città nell&#8217;ottobre 2010 ha costituito il Comitato TerreMutate (<a href="http://www.laquiladonne.com/">www.laquiladonne.com</a>), che ha organizzato nel maggio 2011 un grande incontro nazionale di variegate realtà femminili &#8220;perchè potessero vedere L&#8217;Aquila con uno sguardo diverso – lo sguardo delle donne, appunto -, creare una rete solidale e recare semi di ricostruzione e di rinascita, da gettare nella terra tutte insieme&#8221;.<br />
*<br />
&nbsp;</p>
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		<title>una rete di storie festa di Nazione Indiana 2017</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2017 05:00:42 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png" alt="" width="351" height="501" class="alignleft size-full wp-image-70247" style="float: left; margin: 10px;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie.png 351w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/una-rete-di-storie-210x300.png 210w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></a> Nella sua storia lunga ormai ben 14 anni <strong>Nazione Indiana</strong> ha pubblicato più di 10.000 articoli di critica, racconti, poesia, traduzione di inediti e saggistica con quasi 150.000 commenti dei lettori, spesso in appassionate e agguerrite discussioni. La <strong>Redazione</strong>, composta attualmente da 25 membri, vivendo in uno spazio virtuale fra Italia, Francia, Inghilterra e America, dal 2010 ogni anno sente il bisogno di organizzare un evento festa-convegno, per calarsi nella realtà, guardarsi in faccia, sentire le voci, suscitare dibattiti dal vivo. Quest&#8217;anno ha scelto la moderna cornice della ⇨ <a href="http://www.sistemabibliotecariofano.it/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Mediateca Montanari di Fano</strong></a>, che <strong>sabato 28</strong> e <strong>domenica 29 ottobre 2017</strong> le ha aperto i suoi spazi con grande disponibilità. L&#8217;evento <strong>UNA RETE DI STORIE</strong>, realizzato grazie alla collaborazione dell&#8217;<strong>Assessorato alla Biblioteche del Comune di Fano</strong> e della <strong>Mediateca Montanari-Memo</strong>, storie raccontate in rete, che “fanno rete” tra di loro e con il mondo, si articotla fra appuntamenti più specificamente letterari e temi di attualità. Dei numerosi redattori parteciperanno <strong>Gianni Biondillo, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Renata Morresi, Orsola Puecher, Jan Reister, Giacomo Sartori, Antonio Sparzani, Maria Luisa Venuta.</strong><span id="more-70180"></span><br />
&nbsp;<br />
<strong>Sabato 28 ottobre</strong> alle <strong>ore 16</strong> in<strong> RACCONTARE LA STORIA</strong> si discuterà dei rapporti fra letteratura e Storia con letture, performance e interventi multimediali e, dopo un <strong>Buffet</strong> per gli intervenuti, alle <strong>ore 21</strong> in <strong>CALUMET VOLTAIRE cabaret letterario</strong> si avvicenderanno letture e performance, con accompagnamento e improvvisazioni musicali di <strong>Ettore Mazzoli </strong>e <strong>Fabio Strinati</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Domenica 29 ottobre</strong> alle <strong>ore 10.30</strong> si parlerà de <strong>IL TRAUMA DEL TERREMOTO</strong>, un tema anche geograficamente molto vicino, dal punto di vista della storie e delle esperienze individuali, con <strong>Emanuela Baldi, Lidia Massari, Adelelmo Ruggieri e Anna Tellini</strong>.<br />
&nbsp;<br />
Al pomeriggio alle <strong>ore 15</strong> in <strong>STORIE DI EMIGRAZIONE</strong>, sul tema dei <strong>minori migranti non accompagnati</strong>, l&#8217;anello piu&#8217; debole e indifeso della attuale crisi, dopo la proiezione del Documentario UNICEF, <strong>“Invisibili. Non è un viaggio, è una fuga”</strong>, ci sarà un dibattito. Il giornalista <strong>Giuseppe Acconcia</strong>, esperto di Islam e Medio oriente e il giornalista francese <strong>Olivier Favier</strong>, che racconterà della sua pluriennale esperienza accanto ai migranti e della situazione in Francia riguardo all’affido di questi bambini e ragazzi, si confronteranno  con <strong>Andrea Nobili</strong>, <strong>Garante per i diritti dei minori delle Marche</strong>, regione che ha avviato da poco un progetto sull’affido.<br />
&nbsp;<br />
In contemporanea. sempre alle <strong>ore 15</strong>, ci sarà <strong>STORIA DI UN SOGNO</strong> un evento gioioso e divertente con l’attore clown giocoliere <strong>Filippo Brunetti</strong>, dedicato ai bambini dai 3 anni in su.<br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70316" aria-describedby="caption-attachment-70316" style="width: 688px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg" alt="" width="688" height="983" class="size-full wp-image-70316" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale.jpg 688w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/medio-manifesto-rete-laterale-210x300.jpg 210w" sizes="(max-width: 688px) 100vw, 688px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70316" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<figure id="attachment_70189" aria-describedby="caption-attachment-70189" style="width: 635px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png" alt="" width="635" height="907" class="size-full wp-image-70189" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer.png 635w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/small-programma-Flyer-210x300.png 210w" sizes="auto, (max-width: 635px) 100vw, 635px" /></a><figcaption id="caption-attachment-70189" class="wp-caption-text">Progetto grafico di Orsola Puecher</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<center><big><strong>CONFERMATE LA VOSTRA PRESENZA!<br />
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&nbsp;<br />
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&nbsp;</p>
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&nbsp;<br />
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&nbsp;</p>
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		<title>I tetti sono semplici a Sali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2013 23:01:50 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Adelelmo Ruggieri   Agosto. Se digiti solitudine nella rete, alla data di oggi, i link sono 2.880.000. Una piccola nazione di solitudini. Il primo si chiama Risultati illustrati per solitudine. Ce ne sono 119.000. Il decimo è l&#8217;immaginetta elettronica di una canzone di Laura Pausini che si chiamerà, evidentemente, Solitudine. Ora vedo. No, si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></p>
<p> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/pile-of-old-computers.png"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-46134" alt="pile-of-old-computers" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/pile-of-old-computers.png" width="640" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/pile-of-old-computers.png 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/pile-of-old-computers-300x93.png 300w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></p>
<p style="text-align: justify">Agosto. Se digiti solitudine nella rete, alla data di oggi, i link sono 2.880.000. Una piccola nazione di solitudini. Il primo si chiama <i>Risultati illustrati per solitudine</i>. Ce ne sono 119.000. Il decimo è l&#8217;immaginetta elettronica di una canzone di Laura Pausini che si chiamerà, evidentemente, <i>Solitudine</i>. Ora vedo. No, si chiama <i>La solitudine</i>. In pratica racconta di un ragazzo che se n&#8217;è andato e non ritornerà più: <i>Il treno delle 7:30 senza lui / è un cuore freddo di metallo / senza l&#8217;anima</i>. La citazione appare lampante. Il treno di Battisti partiva alle 7:40. Dieci minuti prima parte Pausini, e in breve arriva al cuore della faccenda: <i>La solitudine fra noi / questo silenzio dentro me / è l&#8217;inquietudine di vivere / la vita senza te</i>. C&#8217;è anche il video. Pausini canta in coppia con Fabian a Trinità dei Monti, con il pubblico che fa la ola, ma senza le candeline. Ora la regia stringe. Lì, sul lato destro, dove stavano di casa Keats e Shelley. Poco fa aveva stretto sulla <i>Barcaccia </i>di Pietro Bernini. Pare che gli diede quella forma perché in quel punto vi era <i>un acquitrino insanabile</i>, e allora pensò di fare la sua fontana con la forma di una barca che affonda e <i>fa acqua da tutte le parti</i>. <span id="more-46119"></span>Da un&#8217;altra parte ho letto che lo scultore ideò quella forma di barca <i>semisommersa posta leggermente al di sotto del piano stradale</i> perché la pressione dell&#8217;acquedotto dell&#8217;Acqua Vergine era troppo bassa e non permetteva <i>zampilli o cascatelle</i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><b>Era, aveva</b></p>
<p style="text-align: justify">Sono parecchi anni che veniamo per Ferragosto nel Sannio Matese, ospiti con mio figlio di una piccola brigata di amici. Quando era più piccolo andavamo più vicino, a Santa Vittoria in Matenano. Da che si viene mi sono assegnato il compito di uscire la mattina di Ferragosto per prendere le paste. La pasticceria è sulla provinciale 158, al bivio per Prata Sannita. Accanto c&#8217;è un giardinetto che occupa uno spicchio di terra. È completamente arido e se non fosse per i buffi torciglioni che lo arredano uno non capirebbe che è un giardino. I torciglioni sono fatti con dei vasetti in cotto, disposti uno sopra l&#8217;altro ed empiti di cemento. Il migliore, così mi è parso, è fatto di sei vasetti sovrapposti con le concavità rivolte tutte verso l&#8217;alto. Qualcuno ha costruito questi arredi dimessi con intenzione e passione. Era un anziano che aveva molto tempo, mi ha detto la signora della pasticceria. C&#8217;era una grande amarezza in quei due imperfetti accostati: era, aveva.</p>
<p style="text-align: justify">Ho preso le paste: brioches e sfogliatelle e anche babà napoletani. Napoli non è lontana. Ho letto che la sfogliatella l&#8217;inventò Pasquale Pintauro nel 1818. È la versione povera della sontuosa Santa Rosa, ma più adatta, la sfogliatella, per le passeggiate domenicali. Per quanto al babà pare che unisca insieme culture profondamente dissimili: la Polonia del primo settecento, le brume della Lorena, il rhum delle Antille, Parigi e i monsù, gli chef delle aristocratiche famiglie partenopee.</p>
<p style="text-align: justify">Fatto. Eccomi di ritorno. La piccola brigata è in terrazzo che aspetta, o meglio: che aspetta brioches, sfogliatelle e babà. Sono le nove passate da poco. Ci siamo messi a parlare dei fuochi di stamattina. Erano più fragorosi del solito. L&#8217;apertura della festa, è così che li chiamano i fuochi mattinieri di Ferragosto. A un certo punto si forma un gran silenzio. Verboso come non poche volte mi accade di essere, purtroppo, anziché starmene zitto anche io, chiedo se c&#8217;è qualcuno che sa dirmi di questa festa di oggi. E allora Antonella prende a dire: <i>Oggi è l&#8217;assunzione in cielo di Maria&#8230; Maria non è morta&#8230; Maria non ha peccato originale&#8230; Il fatto che Giuseppe&#8230;</i> e intanto che lei dice di Maria inizio a pensare a qualcosa di molto lontano ma per niente astratto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><b>La nuvola ci renderà felici</b></p>
<p style="text-align: justify">Ho appena letto su Repubblica.it un articolo di Jaime D&#8217;Alessandro, s&#8217;intitola: “La nuova ci renderà felici”. Pare che stiamo per entrare in “un avvenire luminoso che non ha precedenti”, ma “velato appena da qualche ombra”. Pare che “In due o tre anni sarà impossibile dimenticare, perdersi, annoiarsi, restare soli. Vivremo in un mondo più felice, più trasparente, conosceremo persone nuove e avremo più tempo da dedicare a noi stessi.”, e tutto questo grazie agli smartphone e ai super computer e a quanto altro, le quali cose, tutte insieme, fanno il “cloud” &#8211; “ la nuvola digitale”. Pare che (con il nostro permesso) ci saranno date informazioni così dettagliate da lasciarci stupefatti sempre. Sono perplesso, quasi spaventato in verità, eppure sono un ingegnere, non dovrei. Mi è venuta nostalgia del paleolitico – delle pitture rupestri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><b>Sogno</b></p>
<p style="text-align: justify">Capì che aveva perso la cognizione dello spazio. E l&#8217;aveva persa in un attimo, come in un attimo si può perdere la vita. E ora camminava, totalmente dimentico, in una città a dir poco sconcertante. Una specie di consuntivo di molte città e innumerevoli vedute. Ma il piano della visione non era lo stesso piano dei pensieri, né, tanto meno, dei gesti. Non capiva questa cosa, ma la cosa era questa. Portava una giacca blu di rovescio. Aveva un sorriso leggero. Si toccò le tasche. C&#8217;era tutto. Anche il telefonino. Lesse l&#8217;ultimo messaggio: <i>Dormi?</i> Dalla città affastellata raggiunse un lungomare. Era stipato di persone. A un tavolo qualsiasi – in primissimo piano – c&#8217;era una donna molto bella. Alzò lo sguardo. Le domandò che città fosse quella. Lei biascicò piano qualcosa, ma il coperchio del sogno non si aprì. Tutto era fatto da un tutto sconcertante. Era questo che contava capire. Le chiese se poteva aiutarlo a uscire da lì. Lei non poteva. Lei stava lì. Sarebbe rimasta a quel tavolo, priva di corrispondenza. Allora lui prese ad allontanarsi con un fiume di persone che si allontanavano. C&#8217;era il buio dei lungomare. Nessuna consolazione. C&#8217;era una doppia fila di tribune. I tribuni arringavano. <i>Andate di là. Venite di qua. Andate su. Scendete sotto. Dunque! Dunque! Dunque!</i> La donna al tavolo teneva il volto basso. C&#8217;era un monitor. Stava guardando un video da una esposizione che si chiamava Karma. Karma: gesto, atto. Ma non voleva che quel video fosse nella trascrizione del sogno. Ma era necessario che ci fosse. Copiò e incollò il video nella trascrizione del sogno. Cliccò per guardarlo di nuovo. Non si era incollato nulla sul monitor. È che stava sognando. Rispose il messaggio: <i>Sto sognando</i>. C&#8217;erano dodici riquadri. Poi ne sarebbero apparsi altri dodici. E altri dodici. Doveva scegliere l&#8217;ultimo senza passare per le scelte precedenti. Iniziarono a dispiegarsi panorami ancestrali di rocce e rocce. Poi tutto prese a schiarire. Il tessuto del sogno era il tessuto di una disillusione. Azzurro pallido. Verde acqua. Fece il gesto del pittore nel video. Spinse con forza il primo riquadro e tutti gli altri caddero ordinatamente, in cerchio. Tutto era chiaro, ora. Stavano in tre amici. Si fermano un attimo per un saluto. Le parole che dicono si assomigliano. Si sentiva aprile che stava passando il testimone a maggio. La bacchetta era il sentore delle colline. Era l&#8217;ora in cui si distinguono le risposte elusive da quelle trasparenti e affidabili. Fra meno di quattro ore cominceranno i rumori. La sveglia la darà il carro compattatore. Le parole erano prodigi che ci plasmavano. C&#8217;era un pioppeto. Le cortecce lisce. Le foglie alterne. <i>Gli speculatori! Gli speculatori!</i> si udì a un tratto per le sale. La folla dai lungomare si riversò fra gli alberi. Fece chiaro. Da quel chiaro si aprì una salita che a metà teneva un luogo raccolto. Di forma pressoché circolare due anelli concentrici di tronchi in pietra forte dividevano la parte centrale da un deambulatorio periferico, oltre il quale i pioppi crescevano fitti. I tronchi legati a due a due dagli architravi in sommità reggevano le arcate che limitavano l&#8217;ambulacro e avevano sicuramente sostenuto il tamburo di base di una cupola. Era stato manipolato tutto. Tutto, tranne il senso letterale delle costruzioni. Tentò in ogni modo di svegliarsi. Stava correndo un pericolo reale. Soffiava freddo nel pioppeto. C&#8217;era il silenzio delle ore lontane. Il futuro era del tutto privo di ogni fondamento. Il sole prese a fiammeggiare tra le colonne binate. Era una luce momentanea, effimera. C&#8217;era uno striscione. C&#8217;era un altro striscione: Ogni frase è un&#8217;equazione che cerca in chi legge le soluzioni mentali che la verificano. Erano le quattro del mattino. Era il sei di maggio. Si sentiva il respiro notturno della città. Le flebili scie. Avrebbe aspettato che facesse giorno. Era il giorno del voto in Francia e delle Amministrative in Italia, del voto in Grecia e in Serbia e nel Land tedesco dello Schleswig-Holstein. L&#8217;Europa si risveglia a un altro maggio. Rivide nella mente la costruzione del pioppeto. A pancia in già, il braccio fuori penzoloni, guarda nel monitor il finale del Fantasma della libertà. Lo struzzo che si guarda intorno. Appena prima i due questori che conversano: Vuole sedersi là. <i>No, qui va bene. </i>Bene, lei lì, io qui. <i>È ingrassato un pochino.</i> Anche lei. <i>Tutti quei pranzi ufficiali, poterne fare a meno. </i>Sì, sempre bere, sempre mangiare, bisogna negarsi. <i>È difficile.</i> Che cosa fa stamani? <i>Stamani, come lei sa. </i>Ah, sì, lo zoo, all&#8217;una. <i>Temo i tafferugli ma mi sono cautelato.</i> Ho fatto piazzare dieci pullman di uomini, Ma non tutti insieme, sparsi, a ogni modo l&#8217;essenziale è impedire ai giovani di arrivare alle gabbie. Le serrature sono state scrupolosamente controllate. Dopotutto, se qualche animale viene abbattuto, pazienza. La vita di un nostro uomo vale più di quella di una zebra. <i>Alla salute. </i>È buio. Si sente un piccolo gufo che sta dicendo qualcosa: uh – uh – uh. Tutta la complessità del mondo in tre uh in fila indiana. Rivide le rocce nel sogno di alcune settimane prima. I lungomare stipati. Le tribune rovesciate per terra. Gli venne incontro la donna dal volto chino: <i>Che succede?</i> Ho fatto troppo tardi; mi sono perso; mi può aiutare? <i>Resti qui; non darò fastidio. </i>La ringrazio, non è il caso. <i>E perché non è il caso? Non darà fastidio; abbiamo molte camere vuote-, domani mattina apre la porta, e se ne va via. </i>Non è così semplice. C&#8217;erano due assi ad angolo retto. Cercò l&#8217;interruttore. Vide le luci dei lampioni che si spegnevano. Era il farsi del mattino. Si accese la luce – la luce che si accende.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify">Da Adelelmo Ruggieri, <em>I tetti sono semplici a Sali</em>, con la postfazione di Edoardo Albinati, Capodarco Fermano Edizioni, Fermo, 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Per Luigi Di Ruscio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Mar 2011 10:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Di Ruscio]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Adelelmo Ruggieri tutto questo fuori è anche dentro Cristi polverizzati pag 68; Le Lettere, Firenze, 2009 Venne stampata nel mese di giugno 1953 dalla Maestri Arti Grafiche per conto di Schwarz Editore, Via San Martino 9, Milano. L’edizione originale era composta di cinquecento esemplari numerati da uno a cinquecento su carta uso mano; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/dr-small.jpg" alt="" /></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></span></p>
<p style="text-align: center;"><span style="font-size: 13.8pt; font-family: Garamond;">tutto questo fuori è anche dentro</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: 6.8pt; font-family: Lucida Sans Unicode;"><em>Cristi polverizzati</em> pag 68;<br />
Le Lettere, Firenze, 2009</span></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">Venne stampata nel mese di giugno 1953 dalla Maestri Arti Grafiche per conto di Schwarz Editore, Via San Martino 9, Milano. L’edizione originale era composta di <em>cinquecento esemplari numerati da uno a cinquecento su carta uso mano</em>; quello da cui ho appena trascritto queste parole appena sopra è l’Esemplare Numero 64. Apparteneva “All’amico Alvaro Valentini/  alla nostra amicizia/ alla sua poesia”. Ora è custodito presso la Biblioteca Civica Romolo Spezioli, Piazza del Popolo n. 63, Fermo, Fondo Valentini, INV 4297. <span id="more-38388"></span>È fatto di 32 pagine, le prime quattro non numerate, le altre sì. Il titolo della raccolta è “Non possiamo abituarci a morire”. Sulla prima facciata il titolo sta da solo. Sulla terza viene ripetuto con in alto il nome dell’autore: Luigi Di Ruscio. Da pagina 5 a pagina 7 c’è la “Prefazione” di Franco Fortini con una premessa contro “l’effusione generica ed informe”, ma non è certamente il caso dei versi del “giovane operaio” e non lo è, scrive Fortini, per due motivi: il “Primo, perché questi versi sono un documento umano delle aree depresse, di quella parte di noi stessi depressa che chiede, da generazioni, il riconoscimento iniziale del volto umano […]”; il “Secondo, perché la forma di queste poesie si inserisce nelle ricerche della nostra poesia contemporanea in una misura che dà buona testimonianza della autenticità loro […]”. È parecchio che non venivo in Biblioteca. Volevo vedere i libri che ci sono di Luigi, ne mancano solo alcuni. Fra di loro uno piccolo ma cruciale, le <em>15 Epigrafi con dedica</em> edite da “Battello stampatore” nel 2007; la dedicataria è l’amatissima nonna Cristina Nardinocchi, nata a Castignano nel 1878. Più avanti la ritroveremo Cristina. Le <em>15 Epigrafi</em> sono <em>a loro modo</em> il complementare della raccolta di esordio. Non manca invece l’ultimo libro dato alle stampe dall’editore Ediesse per la cura di Angelo Ferracuti, che fortissimamente ha voluto che ci fosse “il romanzo norvegese” di Luigi; si chiama “La neve nera di Oslo”, inventariato al N. 34773 C; porta in copertina un’immagine bellissima: Luigi con il primo figlio in una foto degli anni ‘sessanta. Dalla data di edizione di “Non possiamo abituarci a morire”, il 1953, l’anno della “legge truffa”, sono trascorsi cinquantotto anni. Adesso è il 2011, il tasso dei giovani senza lavoro è di 1 su 3. Sto guardando questi due libri. Ad essi appartengono le prime parole di Luigi rese pubbliche e le ultime sue pubblicate in vita. Ripenso a poco fa, quando ho preso la macchina c’era un foglietto piegato in due con la massima cura, riposto dove sta la chiave della portiera. C’era scritto “Io cerco un lavoro serio”, poi c’era il numero di cellulare. Da generazioni e generazioni e generazioni viene chiesto <em> il riconoscimento iniziale del volto umano</em>, ma la domanda resta sempiternamente inevasa. In una conversazione dell’anno scorso con Luigi, pubblicata su<em> Smerilliana</em> n. 11, in coda alla stessa,  gli chiesi: “Parlaci un po’ di Poesie operaie, la raccolta antologica del 2007; nella sua postfazione Massimo Raffaeli ricorda la povertà del Vicolo Borgia, a Fermo. Sai, ci passo delle volte. Di lì a trecento metri esatti iniziava la campagna. Ora non si capisce bene che cosa inizia: una sorta di immane falansterio impazzito che parte da lì per arrivare al polo nord e poi a quello sud e, visto che ci si trova, fa anche il giro degli oceani.” Luigi mi rispose: “Poesie operaio, certo. Ho lavorato in fabbrica dal 1957 al 1994 e questo lavoro mi ha dato la possibilità di mantenere una famiglia di figli quattro e mi ha dato la possibilità di scrivere […] posso assicurare che io non sono emigrato per vedere il mondo, se mi avessero dato lavoro a Fermo magari come scopino o guardiano delle latrine pubbliche sarei rimasto a Fermo per sempre, sono partito solo per trovare un lavoro che mi facesse scrivere in pace e questo lavoro l’ho trovato in una fabbrica di Oslo e devo essere grato alla socialdemocrazia norvegese che mi ha dato la possibilità di fare una vita dignitosa.” “La neve nera di Oslo” è fatta di 164 pagine fitte fitte e l’ultimo paragrafo comincia così: “È necessaria la massima resistenza quando le forze vengono meno. Ho sentito alla radio il più vecchio dei poeti scandinavi leggere le sue ultime poesie, un sussurro, una voce ridotta al minimo.” La prima poesia di “Non possiamo abituarci a morire è invece questa, la trascrivo esattamente come sta nella raccolta:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 80px;"><span style="font-size: 13.8pt; font-family: Garamond;">Avevo cinque anni<br />
una vecchia mi fece capire<br />
perché nessuno mi teneva sui ginocchi<br />
mia nonna che mi teneva per mano non mi<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;difese<br />
né per consolarmi mi strinse la mano<br />
per questo sono andato solo sui fiumi<br />
l’acqua non mi è servita per specchiarmi<br />
ritornavo a casa per non dormire sul greto<br />
a quell’età la fame fa essere pazzi<br />
fa divenire presto adulti<br />
e tutte le erbe che le capre hanno brucato<br />
ho imparato a cogliere<br />
ho preso il gusto del sapore amaro<br />
questo è stato il mio latte<br />
e perché rubavo con calma<br />
avevo i frutti più belli<br />
andavo solo per non essere scoperto<br />
al mio odore i cani non hanno abbaiato<br />
e nessuno può condannarmi<br />
se presto mi sono adoperato a negare iddio<br />
sulle mura che l’acqua gonfiava<br />
avevo visto solo le immagini di carta<br />
ho scoperto i libri nel mucchio dello<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;stracciaio<br />
ancora oggi mi incanto a guardarli<br />
cercavo tra le carte la pagina scritta<br />
ho gridato e mi hanno guardato come essere<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;vivo<br />
come qualcosa di più di un viaggiatore<br />
sono entrato nelle strade<br />
quale bambino non sogna di vestire da uomo<br />
io lo sono stato presto<br />
ho trovato ancora con i pantaloncini corti<br />
una donna che è rimasta contenta<br />
perché gli uomini le facevano male<br />
ho volato sui pensieri<br />
sognando per ogni foglia che ho<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;visto cadere<br />
erano le ore senza riposo<br />
le chiese servivano per rinfrescarmi<br />
giravo assetato delle donne<br />
che presto con soldi rubati ho pagato.<br />
Ora sento l’amore delle donne che sfiora il<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;viso di fiati<br />
stringo i capelli grassi<br />
e le mie labbra da negro mi portano fortuna<br />
gli occhi che non sanno riposare.</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">La locuzione che dà il titolo alla raccolta di esordio di Luigi Di Ruscio, “non possiamo abituarci a morire” appare in coda all’ultima poesia. Tre versi prima la stessa locuzione si presenta al modo che era ed è dei poveri cristi, dei “cristi polverizzati”:</span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 80px;"><span style="font-size: 13.8pt; font-family: Garamond;">Non possiamo abituarci a crepare<br />
neppure un asino che da noi si racconta l’ha<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;potuto<br />
siamo gente paziente<br />
ma non possiamo abituarci a morire<br />
noi vogliamo vivere<br />
perché la vita ci piace<br />
abbiamo il gusto della vita<br />
con le mani che hanno tirato su tutto.</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">Il titolo della raccolta fu scelto dallo stesso Franco Fortini. In origine questa raccolta si chiamava “Poesie per un vicolo”.</span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="font-size: 10pt; font-family: Lucida Sans Unicode;">Fermo, marzo 2011</span></p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;<br />
[ si ringrazia <a href="http://www.ediesseonline.it/" target="_blank"><strong>EDIESSE</strong></a> per l&#8217;immagine tratta dalla copertina de <a href="http://www.ediesseonline.it/files/libri/1445-9%20La%20neve%20nera%20di%20Oslo.jpg" target="_blank"><strong>La neve nera di Oslo</strong></a> ]</p>
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		<title>LA NATURA DEI POETI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Mar 2011 15:46:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mazzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Italianostra]]></category>
		<category><![CDATA[mariagrazia calandrone]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Gezzi]]></category>
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					<description><![CDATA[Italia Nostra &#8211; sezione del Fermano La natura dei poeti VIII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri ALTIDONA (FM) &#8211; SABATO 12 MARZO 2011, ore 21.15 Teatro Comunale Incontro con FRANCO ARMINIO e GUIDO MAZZONI Presentazione di Massimo Gezzi LAPEDONA (FM) &#8211; SABATO 19 MARZO 2011, ore 21.15 Sala Suor Francesca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Italia Nostra &#8211; sezione del Fermano<br />
La natura dei poeti<br />
VIII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri</p>
<p>ALTIDONA (FM) &#8211; SABATO 12 MARZO 2011, ore 21.15<br />
Teatro Comunale<br />
Incontro con FRANCO ARMINIO e GUIDO MAZZONI<br />
Presentazione di Massimo Gezzi</p>
<p>LAPEDONA (FM) &#8211; SABATO 19 MARZO 2011, ore 21.15<br />
Sala Suor Francesca<br />
Incontro con MARIA GRAZIA CALANDRONE e RENATA MORRESI<br />
Presentazione di Adelelmo Ruggieri<br />
Al termine degli incontri avranno luogo le passeggiate guidate ai rispettivi centri storici</p>
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		<title>La natura dei poeti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 11:00:33 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Coacci]]></category>
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		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA[MONTE GIBERTO (FM)- DOMENICA 14 MARZO 2010, ore 10.30 PALAZZO COMUNALE – SALA DELLE VOLTE La natura dei poeti VII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri Incontro con Marilena Renda e Luigi Socci Introduce Massimo Gezzi &#160; Anche quest&#8217;anno La natura dei poeti, la rassegna di &#8220;Poesia e natura&#8221; curata da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/locandina-natura-2010.jpg" alt="" width="448" height="633" border=1/></p>
<p align="center"><a onclick="window.open(this.href, 'popupwindow', 'width=841,height=1189,scrollbars,resizable'); return false;" href="http://ilmareadestra.files.wordpress.com/2010/03/locandina-natura-2010.jpg" target="_blank" rel="nofollow"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/10/zoom.png"/></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>MONTE GIBERTO (FM)- DOMENICA 14 MARZO 2010, ore 10.30</strong></p>
<p style="text-align: center;">PALAZZO COMUNALE – SALA DELLE VOLTE</p>
<p style="text-align: center;"><big><strong>La natura dei poeti</strong></big></p>
<p style="text-align: center;">VII Edizione – a cura di Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri</p>
<p style="text-align: center;">Incontro con Marilena Renda e Luigi Socci</p>
<p style="text-align: center;">Introduce Massimo Gezzi</p>
<p><span id="more-31751"></span><br />
&nbsp;<br />
Anche quest&#8217;anno<em> La natura dei poeti</em>, la rassegna di &#8220;Poesia e natura&#8221; curata da Adelelmo Ruggieri e Massimo Gezzi per Italia Nostra sez. del Fermano e giunta ormai alla VII edizione, ospiterà poeti giovani e nuovi, molti diversi stilisticamente l&#8217;uno dall&#8217;altro: i due appuntamenti del 7 e del 14 marzo vedranno protagonisti, infatti, quattro giovani poeti italiani, due marchigiani (Luigi Socci e Barbara Coacci) e due provenienti da fuori regione (Marilena Renda, siciliana ma di residenza romana, e Fabio Franzin, veneto).<br />
&nbsp;<br />
La mattinata del 14 marzo, che si svolgerà a Monte Giberto con la cura di Massimo Gezzi, vedrà come ospiti Luigi Socci e Marilena Renda. Socci (1966), anconetano, ha pubblicato una prima silloge di versi in<em> Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano</em>, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos 2004), con un&#8217;entusiasta prefazione di Aldo Nove. Di recente uscita (2009) è la sua prima <em>plaquette Freddo da palco</em>, per le Edizioni d&#8217;If di Napoli.<br />
Marilena Renda (1976), originaria di Erice (TP), ha esordito nel 2001 con la raccolta <em>Ceneri minime</em> (Kepos), seguita da varie apparizioni in rivista. Oltre alla poesia, ha scritto racconti e saggi su Bassani, Levi, Rosselli e altri. Sta ultimando un poema intitolato <em>Ruggine</em>.<br />
&nbsp;<br />
Il 21 marzo sarà invece la volta di Barbara Coacci (1969) e Fabio Franzin (1963), a Ponzano di Fermo, con la cura di Adelelmo Ruggieri.<br />
Barbara Coacci, che vive ad Ancona, ha esordito quest&#8217;anno con un apprezzato libro di poesia, <em>Nessuna nuova</em>, per le edizioni La Camera Verde di Roma. Fabio Franzin, poeta soprattutto dialettale, ha pubblicato di recente <em>Fabrica</em> (Edizioni Atelier 2009), raccolta che si è aggiudicata il prestigioso Premio Pascoli per la poesia neo-dialettale.</p>
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		<title>Metropoli locali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2010 11:00:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;di Adelelmo Ruggieri &#160; &#160;&#160;&#160;&#160;È fatto di 8 reportages-racconti e 99 foto Il mondo in una regione, l’ottavo volume della collana “Carta bianca” (Ediesse , Roma, 2009). I racconti sono di Angelo Ferracuti, le foto di Daniele Maurizi. Fa da prefazione un dialogo degli autori con Mario Dondero che si chiama “L’arte dell’avvicinamento”. Questa locuzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;È fatto di 8 reportages-racconti e 99 foto <strong>Il mondo in una regione</strong>, l’ottavo volume della collana “Carta bianca” (Ediesse , Roma, 2009). I racconti sono di <strong>Angelo Ferracuti</strong>, le foto di <strong>Daniele Maurizi</strong>. Fa da prefazione un dialogo degli autori con Mario Dondero che si chiama “L’arte dell’avvicinamento”. Questa locuzione – ‘l’arte dell’avvicinamento’ – viene fuori da una domanda ‘sulla fotografia’ [in particolare sulla differenza fra il bianco e nero con quel che “di poetico” che il b/n aggiunge alle foto, e una immagine ‘a colori’, ma priva “di qualsiasi valore aggiunto”] che Maurizi rivolge a Dondero, e alla quale egli risponde: “Le cose che riguardano la tecnica fotografica sono secondarie rispetto alla sostanza, che poi è l’arte dell’avvicinamento. Il senso più grande è introdursi in mondi che per noi sembrano impenetrabili.” In coda alla conversazione Ferracuti ricorda la prima delle epigrafi del libro: “Come epigrafe del libro ho messo una frase di Max Frisch che ti ho sentito citare tante volte.” E allora Dondero dice: “Aspettavamo delle braccia, e invece sono arrivati degli uomini”. E Ferracuti dice: “Proprio quella”.  “<strong>Il mondo in una regione</strong>” si “avvicina” e ci racconta – benissimo – molte cose che ci allietano e insicurezze drammatiche, individuali e comuni. E forse è proprio per questo che a pag. 74 Ferracuti trascrive queste parole di Robert Castel: “Una società di individui non sarebbe più, propriamente parlando, una società ma uno stato di natura, cioè uno stato senza legge, senza diritto, senza costituzione politica e senza istituzioni sociali, in preda a una concorrenza sfrenata degli individui tra di loro, alla guerra di tutti contro tutti.”<br />
<strong><span id="more-30590"></span></strong><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il primo racconto del libro si chiama ‘Babele House’. Siamo nelle Marche, a Porto Recanati, e nelle Marche resteremo con gli altri sette racconti. ‘Babele House’ è un palazzo conformato a Y: 17 piani, 480 mini appartamenti; “ci vivono in più di duemila”. In realtà il palazzo si chiama ‘Hotel House’, ‘Casa hotel’: “Il passaggio è continuo”, “trentadue etnie diverse, manca l’Oceania e poi ci sarebbero tutti i continenti.” Non tutto va nel migliore dei modi in questa ‘Babele House’, ma “Oggi è venerdì, è giorno di preghiera.” Ferracuti allora inizia a raccontarci di questa preghiera e del “silenzio cupo, profondo” che essa produce nel “grande garage sottostrada” dove i fedeli sono raccolti, “vecchi e giovani, barbuti e con i cappellini a visiera, pakistani e marocchini, nigeriani ed egiziani, bengalesi, senegalesi, tunisini.” In coda al racconto arrivano 21 foto, fra le quali quella di un bambino di <em>seconda generazione</em>. È ripreso contro una parete perfettamente pittata, con le braccia piegate ad L, appoggiate contro la parete e insieme alzate. Ha il viso mite di un bambino. Ha lo sguardo fulgido.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il secondo racconto è la storia di Bruno Cozzi “che di mestiere fa il barbiere a Sant’Elpidio a Mare”. Bruno da sempre ha la passione della boxe, “è un uomo semplice ma molto sensibile, dice le parole anche estremamente disarmate della vita senza nessuna vergogna”; “alla fine degli anni sessanta” Bruno mette su una società pugilistica. Fra gli atleti, dallo Zaire, arriva Kalemba Kumba. “All’inizio Kalemba Kumba non sa dove metterlo, poi lo piazza da una vecchia signora che gli offre un alloggio in cambio di compagnia, un <em>badante</em> ante litteram, e gli trova lavoro in una sala giochi.” Tra alti e bassi la storia della palestra di Bruno va avanti, ma “C’è un buco nero in questa storia”: “Kalemba Kumba, quello che lui [Bruno] chiamava ‘il nostro attore’ un giorno morì in circostanze drammatiche”. Era tornato intanto nella sua terra. Era nato il primo figlio che Kalemba aveva chiamato Yuri, come il figlio di Bruno, poi era accaduta la tragedia: ”Kalemba aveva trovato un diamante. È morto perché per portarglielo via gli hanno dato fuoco, bruciandolo vivo”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per terza arriva la storia di Dulal, Bangladesh, “ma sta ad Ancona da più di vent’anni”. Dulal è stato il primo rappresentante sindacale all’interno dei cantieri navali della città dorica, lo è stato per sette anni, poi ha aperto un ristorante che si chiama “L’India”. Ferracuti lo intervista proprio nel suo ristorante. Non tralascia nessuna delle parole che gli vengono dette e delle cose che intanto accadano intorno a lui. E chi legge così capisce quanto viene detto e quanto sta anche accadendo.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La quarta storia è quella del sindacalista Muhammad. Il distretto è quello calzaturiero, ‘crisi produttiva e occupazionale’, ‘insicurezza sociale’. “Può succedere che all’improvviso uno possa perdere tutto, prima il lavoro, e poi la casa (…) Che poi se sei trasandato, se hai un aspetto da miserabile da fare schifo è anche difficile presentarsi ai colloqui e convincere i padroni a darti un altro posto di lavoro”. Ferracuti non ha nessun dubbio se dire parole ‘forti’ come queste sopra, no, perché sono queste le parole che magari staranno ‘non dette’ in quel ‘colloquio’, nel quale da una parte c’è una persona che deve guadagnarsi da vivere e dall’altra parte c’è una persona a cui non interessa questo fatto.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel quinto racconto la prosa di Angelo Ferracuti si mette insieme alla poesia di Filippo Davoli, insegnante d’italiano di ragazzi stranieri “minorenni e clandestini, abbandonati a se stessi”. Per classe i divani all’aperto del Bar Mercurio o le stanze della sua stessa casa. “Una raccolta di Davoli, <em>Gli incendi</em>, è costruita proprio da queste voci”, “Il suo libro – scrive Ferracuti – è una specie di coro, un parlatorio, un insieme di voci. Alì la cosa che è scritta in questa poesia l’ha detta per davvero:<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 120px;"><em>Un anno fa sono partito da casa<br />
e non posso chiamare se non ho soldi<br />
da mandare a mia madre. Che le dico?<br />
Ma non ci torno, non ci tornerò più<br />
a salutare i miei nonni – lei, che pensava<br />
che in tutto il mondo si parlava persiano.</em></p>
<p>&nbsp;<br />
Questo ha detto Alì, questo ha reinventato Filippo con una lingua <em>altra</em>, lui che è un poeta vero, con l’idioma della letteratura.”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quasi inevitabilmente il sesto racconto &#8211; siamo a Macerata, e il colle delL’infinito è lì, a due passi &#8211; si chiama “Sabato del villaggio”: “Siamo al centro di un grande parcheggio, dietro lo stadio comunale di Civitanova Marche, una periferia qualunque fatta di brutti palazzi di cemento che dire triste è poco. Un pezzo di mondo uguale a tanti altri.” Ma fra poco la tristezza passerà, sta per inziare la partita di cricket. Non lontano “sono parcheggiate in uno spazio vuoto” “Le roulotte di un gruppo nomade”, “Lungo il cordolo che delimita la parte sud, prima del canale fognario che corre verso il mare, scorgo una croce con in cima dei fiori variopinti”, “a tre quarti della croce scopro la targhetta col nome, Paul Caldares, nato nel novembre del ’93 e morto il 23 febbraio 1999”, “Già da sola, questa tomba povera in un posto così assurdo è qualcosa che fa accapponare la pelle”, ”E mentre vedo i giovani pakistani correre allegri lungo queste piste di asfalto, mi viene improvvisamente in mente una cosa: tornerò qui il prossimo 23 febbraio, devo tenere a mente questa data. Qualcuno dovrà pur raccontarmi la storia di Paul Caldares, vorrei proprio conoscerla.”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Le penultima storia del libro si chiama “Storie dell’altro mondo” e racconta della “scuola elementare di San Tommaso di Fermo, su due allievi che assistono alle lezioni uno è straniero. Fra i molti bambini tutti impeccabilmente <em>ripresi</em> nelle loro parole e nei loro gesti c’è anche Alex, “un moscovita vero”; andava a giocare fuori delle mura di Mosca, a fare il bagno nel Volga. ‘Ci stavano dei ponti, e dei campi dove potevamo giocare a pallone. Lì ho imparato a nuotare, da solo, insieme a un cane. I miei amici, siccome non sapevo nuotare, mi hanno buttato nell’acqua e mi hanno detto: adesso devi arrivare a riva. Allora siccome vicino a me ho visto un cane, ho guardato come nuotava, e ho provato a fare come faceva lui. È così che ho imparato. Era un pastore tedesco.’”<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L’ultimo reportage-racconto è sul ‘tempio dei Sik di Morrovalle’, ‘una casa colonica come tante spersa nella campagna, a pochi passi dalla strada’; ‘è il giorno della preghiera’; “C’è molto movimento perché dopo il rito si ritroveranno tutti insieme per mangiare, come una comunione, anche se non è una comunione, ma la condivisione dello stesso identico pasto.”; fra i ragazzi che accolgono Ferracuti e Maurizi c’è Harneck; “parla perfettamente italiano, anzi: dialetto marchigiano elpidiense”. Si chiama “Tu, prega” il racconto-reportage, e termina con &#8220;una frase bellissima&#8221; della Prima lettera ai Corinzi, la quale termina così: “L’amore non avrà mai fine”.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questo racconto ci è data anche notizia che a Morrovalle si svolge annualmente il <em>Campionato nazionale dei giochi indiani</em>. Fra i giochi di cui Maurizi con le sue foto dà conto è il tiro alla fune. A pag 138 c’è una foto di un giovane che tira la fune, la foto taglia a metà la fune, non si vede chi è dall’altra parte, però in quella foto è rimasta per intero impressa ‘la tensione’ con cui quella fune è tratta. A pagina 171, l’ultima pagina &#8211; e dispiace molto a chi legge che il libro non continui ancora &#8211; c’è la foto di una danza tradizionale, a Macerata, un 28 di luglio, quando la comunità peruviana si riunisce per festeggiare l’indipendenza del paese d’origine.<br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 350px;"><em>febbraio</em> 2010</p>
<p>&nbsp;<br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La prima è venuta così in sonno, poi l’ho sistemata da sveglio. La terza e la quinta erano fatte così. La quarta era così. Sì, era così.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jul 2008 05:00:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Adelelmo Ruggieri Scala Ormai quasi cieco la mia visione si fece crepuscolare, inevitabilmente. Stacchi di scuro dividevano i momenti della mia vita, ma l’ascoltavo meglio così la vita. Ero un carpentiere. Avevo costruito una scala, e mentre la costruivo la salivo. Ora stavo in cima mezzo cieco, ma un po’ ancora ci vedevo. Fu [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;"></p>
<p ALIGN="center">di <strong>Adelelmo Ruggieri</strong></p>
<p ALIGN="center"><strong><big>Scala</big></strong></p>
<p><em><marquee scrollamount=9 loop=1 behavior=slide>Ormai quasi cieco la mia visione si fece crepuscolare, inevitabilmente.</marquee><br />
<marquee scrollamount=8 loop=1 behavior=slide>Stacchi di scuro dividevano i momenti della mia vita, ma l’ascoltavo</marquee><br />
<marquee scrollamount=7 loop=1 behavior=slide>meglio così la vita. Ero un carpentiere. Avevo costruito una scala,</marquee><br />
<marquee scrollamount=6 loop=1 behavior=slide>e mentre la costruivo la salivo. Ora stavo in cima mezzo cieco,</marquee><br />
<marquee scrollamount=5 loop=1 behavior=slide>ma un po’ ancora ci vedevo. Fu allora  che iniziai a capire le cose</marquee><br />
<marquee scrollamount=4 loop=1 behavior=slide>tutte quante su di uno sfondo azzurro, e l’azzurrità proteggeva</marquee><br />
<marquee scrollamount=3 loop=1 behavior=slide>l’innocenza del bianco, elideva lo scuro e l’oscuro. La scala era fatta</marquee><br />
<marquee scrollamount=2 loop=1 behavior=slide>per scendere fra i bagliori di tutti i balconi. Ero stato prudente a non</marquee><br />
<marquee scrollamount=1 loop=1 behavior=slide>gettarla via da me. Mi aspettava una barca dove non stare più straniero</marquee></em><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/azzurrita.png"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-6272" title="azzurro" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/azzurro.gif" alt="Azzurro"/></a></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p><span id="more-6271"></span></p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>La scala</big></strong><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Quasi cieco la visione si fece crepuscolare<br />
Stacchi di scuro dividevano<br />
i momenti della vita ma l’ascoltava meglio<br />
così la vita<br />
&nbsp;<br />
</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Era stato un carpentiere<br />
Aveva costruito una buona scala<br />
e mentre la costruiva la saliva</em><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ora stava in cima, mezzo cieco, ma un po’<br />
ci vedeva e non aveva gettato via la scala da sé<br />
Ora iniziava a scenderla</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Rotella</big></strong><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ai piedi del Monte, è lì che sorge Rotella<br />
L’attraversano un piccolo fiume e un torrente<br />
Sta da secoli lì con il nome di ora<br />
Tutt’intorno ci sono i calanchi<br />
Ci sono i vulcanelli<br />
&nbsp;<br />
</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>A sud il Monte si spezzetta, si dirupa<br />
Vi nascono ginestre</em><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Stiamo distesi sotto una roverella<br />
Penso ai vulcanelli di Rotella<br />
Alle ginestre</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Spartiacque</big></strong><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Sono dieci anni &#8211; anno più anno meno che conta &#8211;<br />
che giro senza sosta in questa stanza,<br />
che sposto il suo confine.<br />
&nbsp;<br />
</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ma quando si prova a dire di un sé non è mai lineare<br />
lo spartiacque, con le ombre di ieri in conflitto<br />
continuo, e accanto le cose quotidiane in secondo piano,<br />
in terzo, in quarto. Così via. E in tutta questa apparenza<br />
traballante i giorni a venire.</em><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Sono dieci anni che cammino per questa strada impervia,<br />
ed eccomi in un’ombra di porto a guardare i tuoi capelli,<br />
ad ascoltare le tue parole.</em></p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;"><strong><big>Dipendenza cellulare</big></strong><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ieri ho faticato forte a non chiamarti<br />
Me ne stavo lì come un adolescente compulsivo<br />
a digitare messaggi lasciati a metà<br />
&nbsp;<br />
</em></p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Tenevo in tasca il cellulare. Lo tenevo<br />
presente a me stesso come la mano come le dita<br />
quando da diverso tempo non stanno in azione<br />
La chiamano “dipendenza da cellulare”</em><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Poi mi sono detto, più forte che potevo<br />
che bisogna ammettere a se stessi sempre e per intero<br />
come stanno le cose per capirle per schiarirle<br />
e ho guardato in quella mia tribolazione<br />
a non chiamarti, l’ho chiamata “dipendenza cellulare”</em><br />
&nbsp;
</p>
<p style="padding-left: 70px;"><em>Ti chiamerò per scambiare due parole semplici allora<br />
quando i giorni a venire saranno meno incerti di ora</em>
</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 70px;">maggio giugno 2008</p>
<p ALIGN="center">&nbsp;</p>
<p></span></div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Porta Marina</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 May 2008 13:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Adelelmo Ruggieri]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Gezzi]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[PeQuod]]></category>
		<category><![CDATA[Porta Marina]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Gezzi, Adelelmo Ruggieri Viaggio a due nelle Marche dei poeti 2008, peQuod [ pubblicazione promossa da ITALIA NOSTRA, sezione del Fermano ] Adelelmo Ruggieri Il poggio [ in Porta marina cit. ] Monte Rosato. Verso mare, dopo la pista di motocross, inizia la selva. Non c’è anima viva. La vista sulla città è incomparabile. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center">di <strong>Massimo Gezzi, Adelelmo Ruggieri</strong><br />
<em>Viaggio a due nelle Marche dei poeti</em><br />
2008,<em> peQuod </em></p>
<p align="center"><img loading="lazy" decoding="async" style="border: 1px solid #000000;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/portamarina.JPG" border="1" alt="Porta marina" width="276" height="394" /></p>
<p align="center"><small>[ pubblicazione promossa da ITALIA NOSTRA, sezione del Fermano ]</small></p>
<p align="left"><strong>Adelelmo Ruggieri</strong><br />
<em>Il poggio</em><br />
[ in <em>Porta marina</em> cit. ]</p>
<p>Monte Rosato. Verso mare, dopo la pista di motocross, inizia la selva. Non c’è anima viva. La vista sulla città è incomparabile. Ridiscendo piano. Tutto questo silenzio m’intimorisce e insieme mi porta a rallentare, quando ecco che mi taglia la strada uno scoiattolo. Di quelli grigi che si sono messi in competizione con gli scoiattoli rossi. Mi vengono in testa due versi di Zanzotto che dovrebbero fare così: «valgo l&#8217;onda minuscola / che fu tua sete scoiattolo un giorno».</p>
<p><span id="more-5935"></span>Cammino verso casa, è sera tardi. In via Marchetto Morrone una voce squillante da una finestra ripete tre volte, squillando a crescere: <em>è concettualmente allucinante, è concettualmente allucinante, è concettualmente allucinante</em>. Chissà che è successo, forse sta guardando il TG. L’ora è quella. Ora sbucano da San Domenico due ragazzine che iniziano a correre felici. Svolto a sinistra per la ripida via Regina Amalasunta. Paolo Volponi ha scritto una pagina che racconta del suo amore per Fermo. Per molti aspetti gli sembra «la sorella carnale di Urbino». Più avanti in quella stessa pagina dice di Amalasunta che «l’aveva prescelta, incantata dai suoi balconi e dagli smalti delle marine e delle ripe».</p>
<p>Sta svanendo il suono della corsa in discesa delle bambine. Ora la piccola e ripida via si allarga. Una coppia decisamente spaesata mi chiede: “Dov’è via Cesare Battisti?”. Spaesato da solo più di loro in due non so che rispondere, eppure sta lì, a venti metri, e l’avrò fatta non meno di diecimila volte.</p>
<p>Stamattina una foschia grigia e invernale assedia la città. Nel tempio di San Francesco è tutto bruno scuro. Brillano come rocce rare le cinque vetrate dell’abside centrale. Non riesco a riconoscervi pressoché nulla. Riconosco Innocenzo III. Riconosco naturalmente Francesco che predica agli uccelletti. Quella lì dovrebbe essere la scena della morte. Francesco sta dicendo: «Laudato si’, mi’ Signore,  per sora nostra morte corporale, / da la quale nullu homo vivente pò skappare».</p>
<p>Peregrino sulle creste dell’Ete. Il sole fra poco tramonterà. Ora sono sopra una collina di fronte Monte Rosato. Si chiama Lavandare il posto. Ed è come se anche qui questa parola (a leggerla sul cartello) venisse cadenzata da una gora. Ci stanno due pini marittimi e maestosi che segnano l’ingresso all’ultimo podere sul colle. Un uomo sta raccogliendo le olive. Sta tirando la stoffa dove batterle. Tre cagnoletti mansueti, e abbaianti, gli girano intorno per tutto il tempo. È soverchiante tanta umile magnificenza. <em>Sei tu forse il primo che è nato, – o sei stato formato prima dei colli?</em> chiede Elifaz (se non sbaglio) a Giobbe&#8230;</p>
<p align="center">*</p>
<p><em>Martedì</em>. Nel 1983 David Gascoyne scrisse la premessa a una nuova edizione dei <em>Collected Poems</em> di Eliot tradotti da Roberto Sanesi nel ’66. In essa ci dice di un saggio che Eliot scrisse nel ’19, «Dopo quei quattro anni che possono essere definiti fra i più angosciosi che il mondo avesse mai conosciuto».<br />
Quel saggio si chiama: <em>Tradition and the Individual Talent</em>, e in esso c’è questa frase qui: «La poesia non è libero sfogo delle emozioni, ma una fuga dall’emozione, non è una un’espressione della personalità, ma una fuga dalla personalità».</p>
<p>Io non so come sta scritta in lingua inglese ma letta a questa maniera, in italiano, è qualcosa di enormemente complesso a decifrare. Mette insieme sfogo e fuga, emozione ed impressione.<br />
E le mette insieme entro una cornice che ha per lati la parola «personalità»: la qualità e la condizione di un uomo-di una donna in quanto rappresenta una parte in una società.<br />
Anche «sfogo» (inteso come espressione di affetti trattenuti) insieme ad «emozione» (intesa come turbamento dell’anima) non è che aiuti a comprendere.<br />
(E che altro può fare un cuore che ha costipato in sé l’affettività, se non turbarsi? E così fuga ed emozione: sono turbato e dunque fuggo: anziché capire fuggo&#8230;).<br />
Rimane da dire della dissonanza fra «libero» che è moltissime cose (ma la prima delle quali è “sciolto da impedimento”) e «poesia» (che è poche cose, ma la prima delle quali è comporre: porre insieme di modo che le parti facciano un tutto), e della parentela invece fra «non libero» e «poesia» (a questa maniera qui intesa).</p>
<p><em>Sera</em>. Sto sulla cresta di una collina&#8230; Forse l’olmo è quello lì&#8230; Ma no&#8230; Figurati&#8230; Di sicuro il fianco della piccola chiesa&#8230; i rami contro le nubi pungolate dall’inverno&#8230; Sulla didascalia logora c’è scritto che questo è un punto nevralgico della viabilità antica&#8230; luogo ideale di preghiera e pellegrinaggio&#8230; Che un punto nevralgico della viabilità antica sia luogo di preghiera uno lo capisce, ma basterebbe  dire questo, il resto viene da sé&#8230;</p>
<p>Passammo da qui un martedì di carnevale&#8230; M*** una volta mise in testa alla sua mole di 120 chili un cappello da fatina con il fiocco che il vento lo svolazzava&#8230; aveva anche la bacchetta magica&#8230; Impassibile – esile nel gesto – bacchettava tutti quanti, e tutti si avvicinavano, ridendo, per capire che folle maschera adorabile fosse mai quella&#8230; Era il ’74&#8230;<br />
L’altro ieri ho dovuto chiamare il termoidraulico. La caldaia è sul terrazzo. C’è una pianta fiorita di margherite gialle. A un certo punto mi fa: “i fiori sono il segreto della terra. Ogni minima mutazione di temperatura li fa scattare”. Mica male no?<br />
Stava sistemando il vaso di espansione, e intanto riusciva a dire una cosa come questa. L’avevo chiamato  alle 8.00 e alle 9.15 eccolo lì. Porta sempre l’auricolare per accontentare tutti quanti, “ma specie i vecchietti / ogni cosa l’impaurisce”. Speriamo arrivi un altro tempo che le statue nella piazze le faranno per le persone come lui.</p>
<p>Dopo pranzo. Un caro amico che è nato nel ’22 e che tiene a cuore la poesia mi ha dato un libretto stampato a Fermo nel 1969. Si chiama <em>Fiuri de casa nostra</em>. La premessa è di Gabriele Nepi. Scrive che poeti e linguisti di valore ebbero grande stima per il nostro dialetto, e fa i nomi di Giosuè Carducci, Diego Valeri – che qui a Fermo ebbe la sua prima cattedra, ci dice – e Dino Provenzal.<br />
E questa cosa qui non gli appare casuale se alcuni fra i maggiori lessicografi vengono dalle Marche: Fernando Palazzi da Arcevia, Enrico Mestica da Apiro&#8230; Panzini, Vicoli&#8230; Gabrielli&#8230;</p>
<p>Mi ha reso enormemente felice questo dono. In quell’antica plaquette insieme agli amici delle <em>Recite</em> compaiono altri poeti di qui, dei quali leggo commosso, e per la prima volta, i nomi: Domenico Polimanti detto DO-PO di Monsampietro Morico del 1889, OttorinoProsperi di Servigliano del ’13, Nazzareno Sardellini di San Claudio di Corridonia del ’17, Raffaele Detto di Monturano del ’27.<br />
Prosperi a pagina 42 ricorda di sé un passato remotissimo quando correva sempre e prendeva i grilli. La sera giocava a <em>buscarella</em>, e gli amici lo portavano a <em>bagnà jò lu vallutu</em>.<br />
A leggere queste parole ho pensato a Wolfgang Sachs quando ci chiede di modificare la nostra idea di mobilità.<br />
Le mete si sono allungate. Dobbiamo fare una quantità enorme di strada per fare tutto quanto. E per molti, inoltre, la mobilità si è drammaticamente ridotta – a parità di mete allungate.<br />
Basta pensare ai bambini, dice, che non possono più andare a scuola da soli.<br />
<em>Mercoledì.</em> Conosco poche poesie di Anna Malfaiera, nata a Fabriano nel 1926. Tre volte mi sono messo sulla strada per raggiungerla, tre volte ho desistito. Avevo in testa una sua poesia molto bella: <em>Di sera alla rondine</em>. Fa parte di una antologia di poeti marchigiani che si chiama <em>Immagini della terra</em> e appare rapidissima digitando nella rete: <a title="Di sera alla rondine di Anna Malfaiera" href="http://associazionebartola.univpm.it/curiosita/poesie.htm#di sera alla rondine" target="_blank">http://associazionebartola.univpm.it/curiosita/poesie.htm#di sera alla rondine</a>.<br />
Ma un conto è digitare, un conto è ricordare, un conto rimettersi in viaggio.<br />
C’erano due posti che volevo vedere: il primo è dove il fiume incontra il torrente. L’altro è un viale che ho incontrato in una antica foto, e che dentro di me è rimasto impresso a questa maniera: una schiera di case, un filare di giovani piante e in fondo a tutto quanto un poggio, alto e scintillante.<br />
Ma di sicuro non l’avrei trovato, di sicuro non avrei potuto ripetere proprio lì, questi tre versi di Anna:</p>
<p>Un passo che conosco ha l’inverno,<br />
tardi chiarori e brume agli Appennini<br />
e pungoli di gelo.</p>
<p align="center"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/05/ilpoggio.JPG" border="1" alt="il poggio" hspace="30" vspace="30" width="318" height="249" /></p>
<p><strong>Massimo Gezzi</strong><br />
<em>Il mar da lungi. Viaggio (o vagabondaggio) nelle Marche dei poeti</em><br />
[ in <em>Porta marina</em> cit.]</p>
<p>Naturalmente il mare e il porto non sono percepiti sempre e soltanto [dai poeti delle Marche] come luogo industrialmente degradato. Per altri la lunga costa marchigiana può rappresentare un’apertura storico-politica, «oltre il quieto Adriatico» (De Signoribus) e verso quei martoriati Balcani da cui fuggono uomini e donne costretti ad emigrare e destinati talvolta a ricevere l’accoglienza volgare e razzista di qualche difensore dell’Integrità e della Purezza nazionali. Per altri, invece, il mare si carica di valenze simboliche e metafisiche, come una sorta di fondale perennemente sfondato verso l’oltre, o di «altare azzurro in fondo alla scena» (D’Elia) su cui si proietta lo sguardo pensante, montalianamente incapace di appagarsi di tutte le immagini che «portano scritto ‘più in là’». D’altronde, se è vero che «ognuno», come ha sostenuto Predrag Matvejevic, «ha la sensazione di aver qualcosa da dire del mare e del suo aspetto e che si tratti di una cosa effettivamente importante», ciò sarà particolarmente vero per chi scrive versi in una regione interamente adagiata, per il lato lungo, sulla sponda adriatica; una regione in cui, con una bella intuizione di Piero Bigongiari, si avverte «sempre quel sospetto di mare all’orizzonte» [&#8230;].<br />
Per le donne e gli uomini nati e cresciuti nelle Marche, dunque, il mare costituisce uno di quegli «stampi immaginativi» che sin dall’infanzia, come sapeva bene Cesare Pavese, strutturano la percezione dello spazio e del mondo. Non stupirà, allora, che il mare spesso sia la quinta naturale su cui i poeti delle Marche proiettano le immagini del ricordo e dell’infanzia. Ecco, per esempio, tre dei più apprezzati poeti italiani contemporanei, tutti e tre marchigiani, alle prese con l’insorgenza lancinante e nostalgica del ricordo su uno sfondo marino: Eugenio De Signoribus (Cupra Marittima 1947), in questo testo tratto da <em>Istmi e chiuse</em> (Marsilio 1996), considera il «mare infantile» come «lo spazio che si apre e non ha margine»; la spiaggia ricoperta di sassi, mormoranti o «scroscianti» a seconda che il passo di chi la percorre sia lieve o veloce, alla fine si trasfigura, per via di associazione mnemonica, nella montagna in cui il bambino andava in cerca di «fossili ammiccanti», in seguito al comando ricevuto da un immaginario re divino che occhieggia, fiabescamente, da «una spira d’ammonite»:</p>
<p>lo spazio che si apre e non ha margine<br />
è il mare infantile su una costa<br />
che complici non ha se non i sassi</p>
<p>in dune parlanti ai lievi passi<br />
o scroscianti nelle volanti corse<br />
acclamanti screziate le conchiglie&#8230;</p>
<p>viene al ricordo una spira d’ammonite<br />
fissata in una roccia d’Appennino<br />
severa di luce come un occhio<br />
di re divino che ordina al bambino<br />
di ritrovare tutte le altre pietre<br />
e riportarle a fronte dello stretto&#8230;</p>
<p>così che la valigia del ritorno<br />
fu un gran sasso di fossili ammiccanti,<br />
una montagna che andò da maometto&#8230;</p>
<p>Umberto Piersanti (Urbino 1941), invece, richiama alla memoria un mare lontano sia dal punto di vista spaziale-geografico (come quello leopardiano delle Ricordanze e di <em>A Silvia</em>) sia da quello memoriale. Piersanti, infatti, è il poeta delle Cesane, dei fossi e delle valli, è il poeta di una Urbino classicamente composta in una cerchia di colli che conserva ancora i tratti del paesaggio che fece da sfondo ai quadri di Raffaello. In questa poesia tratta da <em>Nel tempo che precede</em> (Einaudi 2002), invece, Piersanti richiama l’ambiente marino dell’unica vacanza («allora non usava») fatta insieme alla giovane madre. Quel ricordo conforta il poeta ormai adulto, sebbene la distanza tra quel tempo e il presente alieno sia incolmabile e immedicabile, impressa addirittura nell’aria, «così diversa» da quella di allora:</p>
<p><em>L’osteria del mare</em></p>
<p>quell’osteria, madre,<br />
in quale vicolo persa,<br />
laggiù, sul mare?<br />
madre, giovane madre,<br />
fu la nostra vacanza,<br />
la sola forse,<br />
allora non usava,<br />
e quei fischioni rossi<br />
con foglie verdi<br />
mai ne ho trovato altri<br />
così perfetti<br />
e l’azzurro d’intorno<br />
ci cerchiava,<br />
ci ubriacava la luce<br />
sulla panca</p>
<p>sono sceso alla costa<br />
l’ho cercata,<br />
ma il tempo muta<br />
e le strade e le case,<br />
cambia perfino l’aria</p>
<p>era l’aria allora<br />
così diversa<br />
io la solcavo<br />
stretto alla tua mano,<br />
la tua veste leggera che risplende<br />
contro l’Ardizio<br />
verde come il fosso<br />
dove fatica la gente<br />
del mio sangue</p>
<p>io quei giorni<br />
me li porto dentro,<br />
il cammino mi fanno<br />
più leggero.</p>
<p>Se Piersanti dipinge la madre sullo sfondo azzurro e infantile del mare, Gianni D’Elia (Pesaro 1953) su una quinta simile proietta la figura del padre. Siamo a Pesaro, sono quasi le sette di sera, e chi scrive compie un improvviso flash-back ricordando le passeggiate in bici che faceva insieme al genitore, «dal centro al lungomare» fino al «molo del porto-/ canale». L’immagine di quella figura cara viene poi amplificata dalla ricomparsa improvvisa del profumo «degli spiedini alla brace, sulla rola / che una signora girava». Il ricordo dell’affettuosa complicità tra il figlio e il padre che gli comprava le seppioline arrosto all’insaputa della madre fa «svenire di rimpianto» il poeta ormai adulto. Ecco il XLVII “canto”, in terzine, di<em> Bassa stagione</em> (Einaudi 2002):</p>
<p>XLVII<br />
«Era quasi questa, l’ora, verso le sette<br />
di sera, della passeggiata con te, papà&#8230;<br />
in bici, piano, dal centro al lungomare,</p>
<p>si costeggiava la ressa dei pedoni<br />
davanti agli hotel, là, con gli stranieri<br />
seduti agli aperitivi, prima di cena&#8230;</p>
<p>a volte, anche più tardi, dopo avere<br />
annaffiato l’orto e le aiuole di stagione,<br />
si prendeva, affiancati, la via del mare,</p>
<p>fino alla meta, che era il molo del porto-<br />
canale; ma tu non volevi, per prudenza,<br />
che ti stessi a fianco, e insistevi nella</p>
<p>pretesa che ti seguissi a ruota&#8230; oh, il lampo<br />
di questa sera in cui ogni sera ha scampo<br />
di quelle che vivemmo pedalando allora</p>
<p>io e te, tanto più grande e più alto&#8230;<br />
ma quel che mi fa svenire di rimpianto<br />
è l’odore che sul molo si spandeva – ricordi? –</p>
<p>degli spiedini alla brace, sulla rola<br />
che una signora girava, col ventaglio<br />
che rendeva il tizzone rossobianco</p>
<p>per l’afrore di seppioline da sballo&#8230;<br />
e a volte me le prendevi, ed era segreto o vanto<br />
con la mamma, quell’antecena, che ora canto&#8230;».</p>
<p>[Dall’intervista a Massimo Raffaeli, in appendice al volume]:</p>
<p>Gezzi: <em>So che sei piuttosto allergico – e io condivido la tua stessa malattia – alla retorica dell’Identità, anche in chiave regionalistica. Perché? Quali sono i rischi che questo tipo di discorso può comportare, per la realtà politica e anche per quella letteraria?</em></p>
<p><em>Raffaeli</em>: Sì, “identità” è per me una parola impronunciabile, perché evoca immediatamente la retorica del sangue e del suolo: è sinonimo di reclusione o di vincolo ad alcuni elementi più o meno primordiali. Sappiamo invece che qualsiasi “identità” è costruita, frutto di uno sviluppo e insieme di un continuo negoziato; essa nasconde, cioè, un processo storico nello stesso momento in cui proclama un dato <em>ab origine</em> e per così dire naturale. Ogni retorica dell’identità non solo è dogmatica ma, potenzialmente, xenofoba; trasforma dei semplici aggettivi qualificativi (cristiano, musulmano, ebreo, ma anche rumeno, italiano, americano e persino lombardo e marchigiano) in temibili sostantivi: insiste cioè su differenze da ritenersi esclusive, mai inclusive, fissa dei confini solo per chiuderli e tramutarli in frontiere. Considero la retorica identitaria come la peste intellettuale del secolo, qui come altrove: se ne alimentano le attuali “guerre di civiltà”, il disprezzo per tutto quanto sappia di illuminismo nonché i diffusi rigurgiti medievali. A proposito di identità, un saggista di cui ho grande stima, Stefano Levi Della Torre, ha scritto di recente in <em>Zone di turbolenza</em> (Feltrinelli 2003): «Nella sua forma elementare, l’identità è un far tutt’uno di se stessi e del proprio gruppo di appartenenza.[&#8230;] È una neotribalizzazione delle società postindustriali. È la versione etnologica del corporativismo che rivendica territori sociali e diritti esclusivi. [&#8230;] La cultura, intesa come attitudine critica per il superamento delle inerzie e dei condizionamenti sociali, si volge a un altro significato, cultura in senso antropologico, cioè conferma e conservazione di mentalità sedimentate, di usi e costumi». Non c’è altro da aggiungere. E in che cosa consisterebbe, poi, l’attuale “identità” dei marchigiani? Nel santino di Leopardi o nelle lasagne di Rossini, o magari nelle scarpe di Diego della Valle da opporre alle camicie verdi e alle ampolle con l’acqua del Po? Lasciamo perdere, per favore.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>in <a href="http://www.licenzepoetiche.it/" target="_blank">LICENZE POETICHE</a><br />
(festival internazionale di letteratura aggiornata)<br />
Insieme a <strong>Renata Morresi</strong>,<strong> Luigi Socci</strong> e <strong>Giampaolo Vincenzi</strong>,<br />
<strong>Massimo Gezzi</strong> e <strong>Adelelmo Ruggieri</strong>,<br />
autori di<br />
“<em>Porta marina. Viaggio a due nelle Marche dei poet</em>i”<br />
(peQuod 2008)<br />
saranno presenti a Macerata<br />
sabato <strong>24 maggio</strong><br />
alle<strong> ore 10,30</strong><br />
alla <strong>Biblioteca Statale</strong><br />
in occasione della  Tavola Rotonda<br />
“<em>L’onda marchigiana – ipotesi su una linea poetica marchigiana?</em>”.</p>
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