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	<title>Adelphi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nietzsche, Klossowski e la risata degli dèi</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/11/10/nietzsche-klossowski-e-la-risata-degli-dei/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 Nov 2019 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Ercolani]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgiomaria Cornelio]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Adriano Ercolani &#160; &#160; Il corpo a corpo di Pierre Klossowski con Friedrich Nietzsche inizia nel 1937, ai tempi gloriosi della rivista Acéphale e trova un decisivo compimento nel saggio del 1969 su Nietzsche e il circolo vizioso. Come scrive il curatore Giuseppe Girimonti Greco, i due testi ora raccolti da Adelphi con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Adriano Ercolani</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-81372" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/6f27d4126f386200cbe95c0c798570af_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpg" alt="" width="521" height="861" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Il corpo a corpo di Pierre Klossowski con Friedrich Nietzsche inizia nel 1937, ai tempi gloriosi della rivista <em>Acéphale </em>e trova un decisivo compimento nel saggio del 1969 su <em>Nietzsche e il circolo vizioso.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Come scrive il curatore Giuseppe Girimonti Greco, i due testi ora raccolti da Adelphi con il titolo <em>Nietzsche, il politeismo e la parodia, </em>sono “i primi saggi maturi che Klossowski dedica a un autore destinato a diventare un punto fermo della sua riflessione, ma soprattutto il principale modello ispiratore della sua poetica e dell’insieme della sua produzione, saggistica e letteraria.”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta di due saggi di notevole interesse: il primo è <em>Su alcuni temi fondamentali della &lt;&lt;Gaia Scienza&gt;&gt; di Nietzsche, </em>ovvero l’introduzione all’edizione curata da Klossowski del classico nietzscheano nel ’56; il secondo, che dona il titolo alla pubblicazione, è il testo di una straordinaria conferenza tenuta al Collège de Philosophie a Parigi l’anno successivo.</p>
<p style="text-align: justify;">È rivelatore come Klossowski, così prossimo ai risvolti più oscuramente misterici del pensiero nietzscheano, affronti il testo che fa da cerniera nel percorso del filosofo tedesco, ovvero, il libro che, dopo l’inizio della “campagna contro la morale” (come la definirà in <strong><em>Ecce Homo</em></strong>) segnata da<strong><em> Aurora, </em></strong>conduce dalla riflessione “illuminista” di <strong><em>Umano, troppo umano</em></strong> (addirittura dedicato a Voltaire), all’abisso oracolare (e in questo senso sommamente parodico, per restare in tema) di <strong><em>Così parlò Zarathustra</em></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Come nota Maurizio Ferraris nella sua riflessione su <em>Il Manifesto</em> (<a href="https://ilmanifesto.it/nietzsche-soggetto-di-una-ilarotragedia/">https://ilmanifesto.it/nietzsche-soggetto-di-una-ilarotragedia/</a>): “Per ben due volte, nel primo dei due saggi, Klossowski scrive che la <em>Gaia scienza</em> esce vent’anni dopo l’<em>Inattuale</em> sulla storia. Poiché questa risale al 1876, allora <strong><em>la Gaia scienza</em></strong> sarebbe del 1896. Ma come sappiamo è del 1882. Non è un errore di traduzione perché c’è anche nell’originale. Non può essere una svista di Klossowski sia perché lo scrive nella introduzione alla sua traduzione della <strong><em>Gaia scienza</em></strong>, sia perché – fateci caso nella lettura – spende alcune pagine a spiegare come nella <strong><em>Gaia scienza</em></strong> si assista al riemergere carsico di temi antichi, il che per l’appunto ha senso per opere distanti venti, e non sei anni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo “riemergere carsico”, che forse guida incosciamente la svista citata, è ancora più evidente tra i primi scritti del “filologo” Nietzsche e gli ultimi, sospesi tra piena consapevolezza della propria grandezza e incipiente follia, del profeta dell’Oltreuomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non a caso, Klossowski non può non citare, parlando dell’ultima <strong><em>Considerazione Inattuale</em></strong> del 1876 (“agli antipodi di ogni filosofia della storia derivante da Hegel”), Friedrich Hölderlin, affratellato a Nietzsche dalla “tenace nostalgia” (come dal comune approdo iniziatico alla follia) che è “vera ispiratrice della concezione antihegeliana”: un giorno dovremo dedicarci a una riflessione cruciale sul divergersi antitetico dei destini, sulla meravigliosa e straziante antinomia degli esiti, filosofici ed esistenziali, di cui sono stati protagonisti i due studenti universitari, Hegel ed Hölderlin, cantori innamorati di Eleusi nella loro stanzetta a Tubinga, 48 anni prima che a Röcken nascesse il futuro <em>Dioniso Crocifisso</em> (come egli alternativamente si firmava nei cosiddetti “biglietti della follia” spediti da Torino negli ultimi anni a diverse figure della cultura e della politica).</p>
<p style="text-align: justify;">Non è nemmeno un caso che Klossowski all’inizio della sua introduzione, ponendosi il problema di come forse spetti agli eventi, “la verifica di un pensiero e della sua attualità”, esalti “il carattere illuminativo”e l’ “estatica serenità” de <strong><em>La gaia scienza</em></strong>, proprio nel momento in cui, paradossalmente, la definisce opera  “frutto della più grande solitudine che si possa immaginare”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel testo della conferenza successiva, il “riemergere carsico” dei temi (come i leitmotiv nelle opere dell’amato/odiato Wagner) è mostrato da Klossowski in un crescendo argomentativo vertiginoso, che accompagna il lettore (originariamente l’uditore) a conclusioni ardite quanto convincenti: partendo dal presupposto che “Nietzsche ha sviluppato non una filosofia, bensì (&#8230;) delle variazioni su un tema personale”, “in balìa di una rivelazione inesplicabile dell’esistenza che non può esprimersi se non attraverso il canto e l’immagine”, Klossowski, pur non esplicitando, in un certo senso induce a pensare che l’intero percorso nietszcheano sia, da buon discepolo di Eraclito, la ricerca dell’equilibrio tra apollineo e dionisiaco, financo nella folle (siamo sicuri?) identificazione finale con Dioniso e il Crocifisso, se è vero che “i due nomi di Cristo e Dioniso con il loro antagonismo formano un equilibrio”.</p>
<p style="text-align: justify;">Come scrive Antonio D’Alonzo (<a href="https://www.esonet.it/News-file-print-sid-780.html">https://www.esonet.it/News-file-print-sid-780.html</a>): “Per Klossowski la follia di Nietzsche è fondamentale nell&#8217;evoluzione storica del pensiero europeo, perché porta a compimento il principio di realtà e il suo referente esistenziale, il principio d&#8217;identità. Questa duplice dissoluzione operata da Nietzsche rende possibile l&#8217;inizio della parodia, la fine della tragedia e l&#8217;inizio della vita come gioco, dove la leggerezza ludica può completare l&#8217;oltrepassamento della metafisica.”.</p>
<p style="text-align: justify;">Infatti, Klossowski dichiara apertamente, in un passo cruciale della sua conferenza: “&lt;&lt;Dio è morto&gt;&gt; non significa che la divinità perisce come spiegazione dell’esistenza, bensì che il garante assoluto dell’identità dell’io responsabile scompare dall’orizzonte della coscienza di Nietzsche, il quale a sua volta si confonde con questa scomparsa. Se il concetto di identità si volatilizza, alla coscienza non resta altro, sulle prime, che l’avvento del fortuito”.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo ci riconduce al primo, illuminante, appunto di <strong><em>Il mio cuore messo a nudo</em></strong> di Baudelaire (non diario intimo, ma frammenti di opere destinate idealmente alla pubblicazione), ovvero: “Della vaporizzazione e della centralizzazione dell’Io. Tutto è là.”.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo davanti all’intuizione del concetto di “Volontà di Potenza”, in nuce, da parte di un genio prossimo all’agonia, che cerca nel dandysmo una forma radicale di ascesi gnostica (parliamo del 1864, anno dal quale ci perviene un ritratto di un ventenne Nietzsche, pingue e glabro, non ancora tramutato nella fisionomia celeberrima del grande “martellatore baffuto” come lo chiamava Costanzo Preve).</p>
<p style="text-align: justify;">Le prime parole dell’introduzione klossowskiana sono proprio: “Il nome di Nietzsche sembra irrimediabilmente associato al concetto di volontà di potenza: e non tanto al concetto di volontà quanto alla pura e semplice potenza”, così inizia una intelligente e accorata difesa della “denazificazione” del pensatore, quale poi verrà portata a termine dal mirabile lavoro filologico di Colli e Montinari.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso il termine della conferenza, invece, Klossowski delinea sempre più nettamente la relazione tra politeismo e parodia, in brani di stupendo nitore: “L’esistenza in quanto eterno ritorno di tutte le cose si produce nelle fisionomie di tanti dèi quante sono le sue possibili esplicitazioni nell’anima degli uomini. Se la volontà aderisce a questo moto perpetuo dell’universo, è innanzitutto la ronda degli dèi che contempla” l&#8217;universo, il quale non è altro che, citando un celebre passo dello <strong><em>Zarathustra</em></strong>, “l&#8217;eterno sfuggirsi e ritrovarsi di molti dei, come beato contraddirsi, udirsi di nuovo, di nuovo appartenersi di molti dei&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa irriferibile contemplazione del divenire divino, affiora la necessità di sfondare i limiti del linguaggio attraverso la parodia, a svelarne le risibili contraddizioni, a deridere i tentativi della ragione di definire il mistero, quasi a specchiare la risata immortale delle divinità:  “Il riso è qui come la suprema immagine, la suprema manifestazione del divino che riassorbe gli dèi pronunciati e pronuncia gli dèi con un nuovo scoppio di risate; giacché se gli dèi muoiono di questo riso, è <em>da questo riso che prorompe dal fondo dell’intera verità </em>che gli dèi rinascono”.</p>
<p style="text-align: justify;">A questo punto appare centrata la riflessione di Maurice Blanchot che nel saggio, significativamente intitolato <strong><em>Il riso degli dei</em></strong> (in italiano si trova nell’edizione SugarCo de <em>Le leggi dell’Ospitalità, </em>in appendice al romanzo klossowkiano), quando vede nell’opera letteraria di Klossowski agire una forza umoristica non meramente parodica o di derisione, ma che trova nello scoppio della risata “l’obiettivo o il senso ultimo di una teologia”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’<strong><em>Inno a Demetra </em></strong>al <strong><em>Briccone Divino</em></strong> di Jung e Kerény (segnalo l’articolo di Annamaria Iacuele <a href="https://www.atopon.it/il-riso-dono-degli-dei/">https://www.atopon.it/il-riso-dono-degli-dei/</a>), tra Ermes e Dioniso, il pensiero torna al poema sacro induista <strong><em>Devi Mahatmyam</em></strong>, in cui la risata della Dea Durga squassa i tre mondi, prima che la vendetta divina compia il massacro dei demoni sopraffattori.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Un luogo di sosta e di pensiero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 May 2018 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Camminare]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Bernhard]]></category>
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					<description><![CDATA[di Paolo Morelli Non tanto nei contenuti quanto nella forma, o forse meglio nella ‘dizione’, la lettura dei libri di Thomas Bernhard ci appare ogni volta come l’incontro con una mente molto simile, e in quell’incontro c’è qualcosa di autorevole. Se, come affermano gli scienziati il divagare è il modo basilare della mente umana, vale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-73690" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/226e3e38dbdfc1d3d6ad90ee18c4258e_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy-178x300.jpg" alt="" width="178" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/226e3e38dbdfc1d3d6ad90ee18c4258e_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy-178x300.jpg 178w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/226e3e38dbdfc1d3d6ad90ee18c4258e_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy-160x269.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/226e3e38dbdfc1d3d6ad90ee18c4258e_w240_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpg 240w" sizes="(max-width: 178px) 100vw, 178px" />Non tanto nei contenuti quanto nella forma, o forse meglio nella ‘dizione’, la lettura dei libri di Thomas Bernhard ci appare ogni volta come l’incontro con una mente molto simile, e in quell’incontro c’è qualcosa di autorevole. Se, come affermano gli scienziati il divagare è il modo basilare della mente umana, vale a dire l’andamento naturale del pensiero sul quale si innesta o si innerva tutto il resto, dalla concentrazione all’attenzione, dai calcoli ai bei ragionamenti, leggere i libri di Bernhard può somigliare a un allenamento, a dimostrare di fatto come la narrazione non sia tanto l’orpello culturale quanto invece stia lì fin dall’inizio e per necessità.<br />
Per ottenere il risultato però il libro deve contenere una voce, vale a dire quel congegno infallibile che in letteratura ci riporta ogni volta al remoto, al condiviso, alla parte universale della nostra mente. Un piccolo esempio ma mirabile lo troviamo in <i>Camminare</i> (il titolo originale <i>Gehen</i> è ancora più perentorio, tradotto con gusto ed acribia da Giovanna Agabio), un testo del 1971: 125 pagine fluenti con appena tre o quattro capoversi.<br />
“Camminare con Karrer è stato un susseguirsi ininterrotto di processi di pensiero, dice Oehler, che spesso abbiamo sviluppato a lungo l’uno accanto all’altro e poi d’un tratto abbiamo concluso in un qualche luogo <i>di sosta </i>o luogo <i>di pensiero</i>, ma per lo più in un preciso luogo di sosta e di pensiero.” Nel libro, che è a sua volta tale luogo di sosta e di pensiero la vicenda di cui si discute si chiarisce man mano, forse allo stesso autore e sempre traverso le sonorità. C’è un gruppo di amici che sono soliti camminare in una città austriaca, sempre più o meno sugli stessi itinerari, nella nostra provincia si direbbe le stesse ‘vasche’, finché uno di loro impazzisce, anzi è già impazzito prima che il libro si fermasse a raccontare: “Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora, dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì”. Questo il decisivo inizio, questa l’accordatura che ci viene proposta. Una volta che gli abbiamo accordato l’orecchio ci viene fornito il resoconto dei fatti occorsi attraverso le voci dei protagonisti, appena appuntate o mediate da quella del narratore sulle varie tonalità, con l’uso dei corsivi ad esempio.</p>
<p>Potrebbe essere una chiacchiera cerimoniale se l’autore, e i suoi personaggi in conseguenza non fossero affetti da un’intelligenza quasi viziosa per come somiglia a un residuo, a un brandello della razionalizzazione cartesiana, vale a dire un apparato da sovrapporre alla propria mente per cercare sempre inutilmente, disperatamente, di tentare di dare un ordine qualsiasi al mondo. Nel groviglio dei discorsi che si intrecciano, nelle attribuzioni dissociate possiamo seguire la meccanica del pensiero che come avvertiva Leopardi coincide con l’azione incessante del desiderio, ed è volontà sempre inefficace. E si scopre allora che è l’incertezza che ci fa cominciare a pensare, ci garantisce ampio terreno e anche la costante presenza dell’errore.</p>
<p>Il tentativo è quello di fare del camminare e del pensare “<i>un unico processo totale</i>“, un solo esercizio, ovviamente fallimentare. È già il linguaggio la spia di questo fallimento, nel parlare, ci suggerisce Bernhard in tutti i suoi libri, sembra esserci qualcosa come il gesto reattivo di qualcuno che si sente escluso. Eppure dobbiamo continuare a camminare per poter pensare, nei personaggi c’è questa urgenza. Camminare e pensare fanno parte dello stesso esercizio, ma anche scrivere e, a questo punto, leggere. “Camminiamo con le nostre gambe, diciamo, e pensiamo con la nostra mente. Ma potremmo anche dire che camminiamo con la nostra mente” (sarebbe interessante comparare il medesimo esercizio, e ancora più decisivo, in Robert Walser).</p>
<p>Irrequieto, ripetitivo, ossessivo come una mente che deve rispondere in modo obbligato se non compulsivo agli impulsi continuati che le provengono dall’esterno quanto dall’interno, e mostra per questo ostensivamente il suo “stato di sfinimento”, “una tensione nervosa incredibile, quasi intollerabile” che è già pazzia prima che ne assuma le forme ridicole, maniacali, grottesche. Irritabile, vulnerabile, è una partitura che immaginiamo improvvisata ogni volta, e invece non c’è niente di più stabilito secondo leggi ferree: “<i>Se noi ci immaginiamo una condizione mentale</i>, una qualsiasi, siamo in questa condizione mentale e quindi anche nella condizione patologica che immaginiamo, <i>in ogni condizione in cui ci immaginiamo di essere</i>”.</p>
<p>È la mistura di folle e oltraggiosamente comico che forma l’andamento quotidiano delle nostre attività mentali, anche se la nostra presunzione è di estrema serietà e sanità, giacché “l’arte della riflessione consiste nell’arte, dice Oehler, di interrompere il pensiero esattamente prima dell’attimo letale”. E di questo ancora, nell’evoluzione, non siamo stati capaci.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Gli iceberg di Daniele Rielli (ed un Südtirol che sfugge)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Apr 2017 05:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Alto Adige]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Rielli]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Antolini]]></category>
		<category><![CDATA[Südtirol]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Antolini La copertina in un bel grigio metallico reca la fotografia di un iceberg che s’innalza incombente da acque altrettanto metalliche, e il titolo suona “Storie dal mondo nuovo”. La confezione Adelphi centra perfettamente la comunicazione del contenuto del secondo libro pubblicato da Daniele Rielli (il primo era il romanzo “Lascia stare la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Antolini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina_rid.jpeg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-67681" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina_rid-188x300.jpeg" alt="copertina_rid" width="188" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina_rid-188x300.jpeg 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/04/copertina_rid.jpeg 401w" sizes="(max-width: 188px) 100vw, 188px" /></a>La copertina in un bel grigio metallico reca la fotografia di un iceberg che s’innalza incombente da acque altrettanto metalliche, e il titolo suona “<em>Storie dal mondo nuovo</em>”. La confezione Adelphi centra perfettamente la comunicazione del contenuto del secondo libro pubblicato da Daniele Rielli (il primo era il romanzo “<em>Lascia stare la gallina”, </em>Bompiani 2015). Daniele Rielli, classe 1982, prima misterioso blogger di gran risonanza (<em>Quit the Doner</em>) e quindi poi, nominalmente, anche giornalista (<em>Il Venerdì</em> di <em>La Repubblica</em>), è un campione esemplare – ma al meglio &#8211; della sua generazione, quella grillina. Ma non che sia grillo lui eh! Anzi, lui &#8211; nemico giurato di ogni ‘narrazione’ &#8211; deve la sua celebrità all’aver imbroccato su <em>Linkiesta</em> un pezzo precocemente puntuale sul fenomeno grillino, diventato rapidamente virale e messo all’indice da Grillo in persona (http://www.linkiesta.it/it/article/2014/05/24/a-san-giovanni-nel-discount-del-dissenso/21394/).</p>
<p>La copertina è centrata perché i 10 pezzi raccolti nel libro sono proprio iceberg che s’innalzano scarsamente visibili dal mare della liquidità post-moderna, segnalando ai navigatori attenti la pericolosa massa sottostante. Sono pezzi del genere oggi definito ‘<em>longform</em>’: né proprio giornalismo né letteratura, una cosa che sta fra l’uno e l’altra. Da un certo punto di vista sono inchieste: raccontano un problema, un complicato avviluppo di questioni, cercando di evitare semplificazioni e di coglierne invece l’irriducibile complessità. Dall’altra usano senza problemi le tecniche della narratologia, prendendo il lettore per mano per condurlo dove vogliono loro, fagocitando strada facendo un tal numero di battute da risultare indigeribile da (quasi) qualunque direttore di giornale, difatti in questa edizione libraria i pezzi compaiono di solito ampliati rispetto alle versioni originarie, uscite in edizioni periodico-cartacee, o anche in rete. Gli argomenti dei pezzi, apparentemente strampalati ma utilissimi per gettare un’occhiata obliqua sul ‘mondo nuovo’ (cioè sul mondo reale, quello col quale la sua generazione dovrebbe fare spietatamente i conti invece di trastullarsi – secondo Rielli  &#8211; con narrazioni elegiache rottamate dalle generazioni precedenti) sono: un ritrattino ‘ambientale’ della fauna da Transatlantico (parlamentare); idem su un convegno di start upper; vita da graffitari; ritratto sentimentale del quartiere ucraino di Brooklyn; che fine ha fatto Serpico?; panorama di Tirana con love-story italo-albanese; l’ultima corsa di Valentino Rossi in Mugello; giocatori professionisti di poker; dietrologia di un matrimonio indiano celebrato nel Salento; ed infine l’Alto Adige, luogo dove l’autore è nato.</p>
<p>Non potendo parlare qui di tutti &#8211; pena il cadere anche noi nella <em>longform</em> &#8211; e lasciando per ultimo l’argomento Alto Adige, di cui qualcosa ho da dire come quasi-compaesano, facciamo almeno un accenno al pezzo sui giocatori professionisti di poker, ammirati da Rielli per «<em>la libertà delle loro vite, la loro capacità di convivere con il rischio</em>» (p.166). Che avranno da dire i familiari dei ludopatici? Rielli non si cura di loro, passa indifferentemente oltre, si interessa alla metafora del mondo che vede nel gioco d’azzardo: «<em>il poker, come tutte le discipline dove il denaro gira sui risultati e non sulle gerarchie e le incrostazioni di potere, è mobile e si sposta in fretta. È il lato ipercinetico della meritocrazia</em>» (p.168). Certo che come espediente narrativo funziona: quale miglior ritratto del mondo contemporaneo? Della spettabile finanza in doppiopetto, messa sullo stesso piano dei desperados del poker, alla faccia di tutte le narrazioni neo-liberiste. Ma non manca neanche, sottotraccia, l’invettiva di un esponente della «<em>generazione depauperata nonché colpevolmente incapace di difendersi</em>» (p.166) contro il genius-loci italico, patria di ogni rendita di posizione e allergico ad ogni tipo di meritocrazia. Insomma la scrittura di Rielli sembra una esemplificazione da manuale della teoria della letteratura come metalinguaggio.</p>
<p>E veniamo all’Alto Adige/Südtirol, cioè alla provincia bilingue italo-tedesca di Bolzano (in realtà trilingue, perché ci sarebbero anche i ladini), nel capoluogo della quale è nato Rielli, incrocio fra una madre trentina ed un padre del Salento. Origine ‘niente di che’ per gli italiani di Bolzano, arrivati tutti da fuori dopo l’annessione della provincia all’Italia in seguito alla Prima guerra mondiale, che si trovano però di fronte una maggioritaria (quasi al 70%) ed etnicamente compatta popolazione originaria di lingua tedesca, annessa all’Italia sulla punta delle baionette. Per tutto il libro di Rielli si viaggia in un eterno presente, senza sbavature. È un libro pieno di storie ma da cui è totalmente assente una Dimensione Storica, una prospettiva temporale che non sia quella quotidiana dello scorrere della vita individuale. Ma a Bolzano questa mancanza di prospettiva storica gli gioca brutti scherzi. Rielli si stupisce di ogni conflitto etnico come di assurda strampalataggine, nella globalizzazione che è il suo orizzonte generazionale. L’Alto Adige è per lui «<em>l’ultimo parco naturale delle etnie</em>» (p. 306) e ci vede solo rendita di posizione e clientela. Che naturalmente ci sono, ma sono un effetto secondario, radicato nei disastri prodotti dalla annessione bellica e dall’ineffabile pretesa fascista di “italianizzare” il Sudtirolo, che hanno prodotto un conflitto psichico in grado di allungarsi molto concretamente da una generazione all’altra, dal passato nel presente. Per decenni sono scoppiate le bombe del terrorismo sudtirolese, ed altrove &#8211; Irlanda del nord, Paesi baschi, per non dire Jugoslavia – la violenza etnica ha fatto disastri, inimmaginabili all’inizio. I conflitti etnici, apparentemente così ‘arcaici’, sono stati i più difficili da appianare, anche nell’Europa del Novecento. Non a Bolzano, dove una autonomia speciale, basata certamente su una dose di separazione etnica, ha disinnescato questo effetto, ma certo non ha fatto scomparire il conflitto identitario come potrebbe fare solo una bacchetta magica. Rielli, ritornato &#8211; per un reportage commissionato &#8211; nel posto dove è nato e cresciuto, ma da cui se ne è andato appena possibile, gira la provincia, parla con persone di vario tipo, e comincia a scoprire qualcosa che all’inizio sembrava ignorare. Parlando con lo storico ‘alternativo’ Leopold “Poldi” Steurer, erede, in campo storiografico, di Alex Langer, scopre la persistenza: «<em>forse le tradizioni, i retaggi e le culture di appartenenza sono concetti che si possono smontare con sagacia in un saggio universitario, in un post su facebook o a un comizio, ma per le persone reali, nel mondo reale, continuano e continueranno <strong>sempre</strong> a rivestire un ruolo importante</em>» (p.310). Comunque sempre apodittico il ragazzo, passa dal «<em>parco naturale delle etnie</em>» al «<strong><em>sempre</em></strong>». Quello che manca è ‘sempre’ la Storia, gli effetti storici di eventi traumatici come le guerre e l’idiozia del fascismo. Non è detto che durino per <strong><em>sempre</em></strong> &#8211; nella Storia i conflitti etnici vanno e vengono &#8211; ma devono essere presi sul serio. Disinnescare le bombe è già stato un risultato, e non era scontato. Il bilinguismo che, secondo Rielli, <em>«al di fuori dall’ambito istituzionale, dove è obbligatorio, segnala solitamente posizioni di sinistra e per la convivenza»</em> (p. 275) è l’unica altra possibilità rispetto al cacciarsi reciprocamente via, con le buone o con le cattive (come prima avevano tentato di fare con le opzioni Mussolini ed Hitler alleati, e poi con le bombe i terroristi).</p>
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<p>Daniele Rielli, <em>Storie dal mondo nuovo</em>, Milano, Adelphi, 2016, 316 p., € 19,00</p>
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		<title>CaLibro 2016, Festival di Letture a Città di Castello [31 marzo &#8211; 3 aprile]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Mar 2016 16:00:59 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: justify;">Da giovedì 31 marzo a domenica 3 aprile 2016 torna <em>CaLibro – Festival di letture a Città di Castello.</em></p>
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<p>La quarta edizione di <em>CaLibro</em> è ormai alle porte: il Festival di letture, organizzato dall’Associazione culturale “Il Fondino”, grazie anche al sostegno e al patrocinio del Comune di Città di Castello e della Regione Umbria, sarà caratterizzato dalla presenza di ospiti prestigiosi e iniziative coinvolgenti che interesseranno un vasto pubblico: dai più piccoli ai più grandi, dagli appassionati di narrativa e di poesia, a quelli di ciclismo, spaziando dalla musica all’arte grafica. Il tutto tenendo sempre come punto di riferimento centrale i libri e la letteratura. Gli eventi, come sempre, si svolgeranno nei luoghi più caratteristici e suggestivi del centro storico della città.</p>
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<p><span id="more-60695"></span></p>
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<p>Il <strong>31 marzo</strong> si inizierà con l’evento Il fantasma e la bussola, che vedrà ospite il vincitore del Prix Goncourt 2015, il più importante premio letterario in Francia, <span style="text-decoration: underline;">Mathias Énard</span>, col suo romanzo “Bussole” (in Italia uscirà a settembre per E/O e a <em>CaLibro</em> ne saranno letti alcuni estratti in anteprima), che l’ha portato sotto i riflettori della stampa e della critica mondiale. Lo scrittore francese è già uscito in Italia con “Zona” (Rizzoli e BUR, 2008), “Parlami di battaglie, di re e di elefanti” (Rizzoli, 2010), “Via dei ladri” (Rizzoli 2012). Insieme a lui, in uno dei due atti della serata, <span style="text-decoration: underline;">Filippo Tuena</span> col suo “Memoriali sul caso Schumann” (Il Saggiatore, 2015), romanzo sugli ultimi scampoli di vita del grande compositore Robert Schumann e dei fantasmi che vedeva quando venne colto da follia.</p>
<p>Il <strong>1 aprile</strong> sarà al centro l’epica letteraria del ciclismo con l’evento &#8220;ll Cannibale e il Pirata&#8221;. Storie, eroi e libri di ciclismo, un incontro con i giornalisti e scrittori <span style="text-decoration: underline;">Claudio Gregori</span> (“Eddie Merckx, il Figlio del tuono”, 66thand2nd) e <span style="text-decoration: underline;">Marco Pastonesi</span> (“Pantani era un dio”, 66thand2nd) che parleranno, intervistati da un gruppo di appassionati, dei protagonisti dei loro libri e delle grandi storie del ciclismo.</p>
<p>La sera sarà la volta di <span style="text-decoration: underline;">Michele Mari</span>, che torna a <em>CaLibro</em> con un’esclusiva performance poetica insieme a <span style="text-decoration: underline;">Gianni Ottaviani</span>, maestro tipografo della Tipografia Grifani-Donati. Insieme, comporranno &#8211; letteralmente, con i caratteri tipografici in piombo &#8211; e stamperanno al torchio una poesia di Mari scritta in presa diretta per l’occasione.</p>
<p>In seconda serata ecco &#8220;Apriticena&#8221; con <span style="text-decoration: underline;">Isabella Pedicini</span>, autrice di “Ricette umorali” (Fazi Editore), che ci farà assaggiare il suo divertente trattato gastrofilosofico, in un incontro fra parole e bocconi.</p>
<p>Il <strong>2 aprile</strong> il designer <span style="text-decoration: underline;">Riccardo Falcinelli</span>, autore tra le altre cose di “Fare i libri” (minimum fax, 2011) e di “Critica portatile al visual design” (Einaudi, 2014), ci spiegherà &#8220;Perché scegliamo i libri dalla copertina&#8221;. Dal pomeriggio alla sera spazio a due importanti autori Einaudi: <span style="text-decoration: underline;">Antonio Pascale</span> con lo spettacolo &#8220;Che si dice sull&#8217;amore? Racconti d&#8217;amore spiegati bene&#8221;, tratto dal suo ultimo libro “Le aggravanti sentimentali”; a seguire, in prima serata, <span style="text-decoration: underline;">Michela Murgia</span> converserà con un gruppo di lettori attorno al suo romanzo “Chirù” e non solo. L’affermata autrice di “Accabadora”, che le è valso il Premio Campiello nel 2010, è anche una voce molto attiva su temi d’interesse politico e civile.</p>
<p>Come da tradizione, nel tardo sabato sera ci sarà la festa di <em>CaLibro</em> a tema letterario:<br />
&#8220;Il rap spiegato ai bianchi!&#8221; Dal libro di <span style="text-decoration: underline;">David Foster Wallace</span> e <span style="text-decoration: underline;">Mark Costello</span>, Con Dj Fresco &amp; Rao e Duemarò, dalle 23, al Free Revolution (località San Secondo).</p>
<p>Domenica <strong>3 aprile</strong>, giornata conclusiva del festival, si aprirà in bellezza con le “Medichesse&#8221; (Aboca Edizioni); <span style="text-decoration: underline;">Erika Maderna</span> ci racconterà la lunga storia della vocazione femminile per la medicina.</p>
<p>A seguire &#8220;Versi domiciliari &#8211; poeti d’appartamento&#8221;, con sette tra i più importanti poeti contemporanei quali <span style="text-decoration: underline;">Ivano Ferrari, Franco Buffoni, Elisa Biagini, Azzurra D’Agostino, Francesco Targhetta, Mariagiorgia Ulbar </span>e<span style="text-decoration: underline;"> Vincenzo Ostuni</span>; un circuito attraverso il centro della città in cui ognuno di questi autori occuperà un appartamento sfitto e leggerà i propri componimenti.</p>
<p>La sera ecco &#8220;Di libri di segni d’Italia&#8221;: spazio all’incontro, sulla scia della scorsa edizione, tra scrittori e disegnatori. <span style="text-decoration: underline;">Edgardo Franzosini</span> autore di &#8220;Questa vita tuttavia mi pesa molto&#8221; (Adelphi, 2015), <span style="text-decoration: underline;">Francesca Fornario</span> con &#8220;La banda della culla&#8221; (Einaudi Stile Libero) e <span style="text-decoration: underline;">Giordano Meacci</span> col suo ultimo &#8220;Il cinghiale che uccise Liberty Valance&#8221; (Minimum fax, 2016) interverranno con l’accompagnamento illustrativo di <span style="text-decoration: underline;">Giovanni Bettacchioli, Lorenzo “Rao” Locchi </span>e<span style="text-decoration: underline;"> Benedetta Baviera.</span></p>
<p>Una speciale attenzione è poi dedicata all’iniziativa per bambini <em>Piccoli CaLibri</em>, che quest’anno ospiterà un progetto tutto volto alla conoscenza del mondo, spesso difficile, nel quale viviamo: &#8220;Libri in fuga!&#8221; Un accampamento di racconti dal mondo, previsto <strong>sabato 2 e domenica 3 aprile</strong>. L’evento è dedicato alle fiabe e favole per bambini provenienti da cinque dei paesi di origine dei rifugiati e migranti di oggi: Iran, Siria, Kurdistan, Eritrea e Senegal.</p>
<p>Tutte le informazioni sono disponibili su <a href="http://www.calibrofestival.com">www.calibrofestival.com</a>, oltre che sui canali social ufficiali di <em>CaLibro</em> (Facebook, Twitter e Instagram).</p>
<p><em>CaLibro</em> è promosso dall&#8217;associazione culturale &#8220;Il Fondino&#8221;.</p>
<p>Con il patrocinio di: Regione Umbria e Comune di Città di Castello.<br />
Con il sostegno di: Fondazione Cassa di Risparmio di Città di Castello, Aboca, Petruzzi Stampa Editoria.<br />
Grazie inoltre a: Olio Ranieri, Associazione Auser, Residenza Antica Canonica, Caffè San Francesco, Tipografia Grifani-Donati, Caffè Accademia, Agenzia immobiliare Eurocasa, Libreria Gulliver, Libreria Paci-La Tifernate, Istituto Tecnico Alessandro Volta, Liceo Plinio Il Giovane, Welchome-Exclusive italian properties, Vineria Bar Breccione, Bikeland, Kite Edizioni, Edizioni Nuova Prhomos, Tenute Silvio Nardi.<br />
Media partner: <a href="http://www.lavoroculturale.org">Il Lavoro Culturale</a>.</p>
<p>Quest&#8217;anno <em>CaLibro</em> coinvolgerà inoltre gli studenti dell&#8217;istituto tecnico Alessandro Volta di Perugia e del Liceo Plinio il Giovane di Città di Castello: i gruppi di studenti parteciperanno attivamente al festival collaborando alla comunicazione degli eventi.</p>
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		<title>Presunzioni di salvezza. Chiose su «Sono il fratello di XX» di Fleur Jaeggy</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2015 13:00:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Verri Nel Ritratto di giovane donna (2008) di Giorgio Magister, la dama ha i capelli raccolti da una fettuccia nera, il caschetto, le labbra e il naso rilevati, lo sguardo egizio, il collo lungo su spalle strette che s’aprono in un seno ampio, un libricino tra le dita. A sinistra, sulla tela, un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Verri</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-50969" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/jaeggy.jpg" alt="Jaeggy" width="300" height="468" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/jaeggy.jpg 615w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/jaeggy-192x300.jpg 192w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />Nel <em>Ritratto di giovane donna</em> (2008) di Giorgio Magister, la dama ha i capelli raccolti da una fettuccia nera, il caschetto, le labbra e il naso rilevati, lo sguardo egizio, il collo lungo su spalle strette che s’aprono in un seno ampio, un libricino tra le dita. A sinistra, sulla tela, un insetto, forse una piccola libellula. La bestiola, da sola, toglie equilibrio alla figura, storna l’attenzione di chi osserva. Infastidisce. Quasi come una mosca. La donna del ritratto riesce a ignorarla, sì, ma ancora per quanto?<span id="more-50967"></span></p>
<p>Gli insetti, verrebbe da dire, richiamano la nostra attenzione perché crediamo che loro medesimi nutrano degli interessi nei nostri confronti: vogliono il nostro odore, o il nostro sangue, o minuscoli lacerti della nostra morta pelle. Ci osservano e ci studiano. La tela di Magister campeggia sulla coperta dell’ultimo libro di Fleur Jaeggy, <em>Sono il fratello di XX</em> (Adelphi, pp. 129, euro 15), un florilegio di racconti, con il quale la scrittrice svizzera torna sugli scaffali, dopo alcuni anni di meditante silenzio.</p>
<p>Penso che la scelta iconografica non sia meramente esornativa ma veicoli un messaggio, segnalando un filo rosso che attraversa il breve ma sedimentato volume. Riguarda il senso della salvezza, riguarda la presunzione di salvezza. Riguarda la pretesa che gli uomini nutrono nei confronti dei loro simili: la pretesa di poterli salvare. Pretesa tanto vana e temeraria quanto irriguardosa.</p>
<p>Ma i racconti della Jaeggy non sono qui a dimostrarci questa verità, peraltro evidente fin dalle prime righe del libro, quando il protagonista del testo proemiale, il fratello di XX, già a otto anni proclama, con algida chiarezza, che il proprio progetto di vita, da chiunque immodificabile, è la morte (“cosa vuoi fare da grande? E io risposi, voglio morire”). Come in <em>Melancholia</em> di Lars Von Trier, l’inattuabilità della salvezza è annunciata, fin dal principio, senza sconti. Sono piuttosto i perversi meccanismi con i quali gli esseri umani intendono illudersi intorno alla brutalità dell’esistenza, “il vero e unico incubo del vivere”, a formare il fulcro dei racconti filosofici – quasi delle favole della solitudine – dell’autrice. La quale sembra dire che l’essere con gli altri, l<em>’essere per gli altri</em> va risolvendosi, sempre e solo, in un che d’asfissiante e di superbo: “Le persone, quasi tutte, non sanno preoccuparsi degli altri con finezza, modestia e senza presunzione”. Occorre sottrarsi quindi alle premure altrui, ché queste non possono che essere insufficienti, per necessità ontologica, e, a un tempo, fastidiosamente ingombranti (“il mio scopo era quello di rendermi invisibile alla famiglia”, afferma ancora il fratello di XX; il quale, poi, non ha altra realtà e altra identità se non quella di essere ‘fratello di’; e per vendetta, la sorella di lui, più anziana di sette anni, è identificata con due sole e lapidarie XX). Lei esiste unicamente per riferire, di lui, la tristezza, “e farne un luogo poetico”; lei lo infastidisce rivolgendogli delle attenzioni (sempre meschine) e lui protegge la propria solitudine (che poi non è il peggiore dei mali) con un “cappotto blu, fatto dal miglior sarto italiano”, dimostrando che gli abiti sono “la copertura morale per i vari delitti di tristezza”. Questa sorella, spiona degli altrui pensieri, rivolge le proprie attenzioni al fratello solo perché a lei interessa la di lui mancanza di futuro. Come un insetto, che ci assedia, e attende la nostra disperazione.</p>
<p>Già alcuni anni fa, l’autrice dei <em>Beati anni del castigo</em> confessava a Marisa Rusconi di essere sottilmente ossessionata da una frase di Céline: “Nel cercare di aiutare gli altri esiste una vaga passione omicida che è difficile restringere a qualcosa di meno sanguinario”. Sì, perché tutto si sconta in questo mondo, anche il bene che si cerca di fare verso gli altri. Il bene è un fastidio, la cura rivolta all’altro esautora, a un tempo, quest’ultimo. Io mi preoccupo di te affinché tu non lo faccia per me. Lo zelo è una strategia offensiva, che trasferisce sugli altri la felicità e il dolore, che preserva dalle altrui premure e che annulla qualsiasi capacità decisionale in chi ci sta di fronte: al fratello di XX muore la madre, ci sono le esequie, le fiamme delle candele immobili “danno l’idea del fuoco imbalsamato” (e altrove hanno il “colore di sole spento”), ed egli, citando il funerale della moglie Bach, afferma: “volevo che fosse mia madre ad andare lei stessa alle proprie esequie. E che non mi facesse decidere nulla”.</p>
<p>Ai funerali non c’è dolore, perché non c’è vero interesse: né dei vivi nei confronti del morto, né del morto nei confronti dei superstiti. Tanto è vero che l’unico desiderio della madre è quello di “essere disintegrata”, di non esistere per nessuno. Al contrario, quando i defunti non sono quieti (il testo è <em>L’ultimo della stirpe</em>), chi resta “viene ammazzato dai suoi stessi morti, dai suoi fratelli”.</p>
<p>Poiché nessuno può salvare nessuno (“Mi ricordo la sua forma. Il suo sguardo. Non posso salvarlo”, <em>Un incontro nel bronx</em>), poiché “la tristezza degli altri bisogna lasciarla in pace” (<em>La voliera</em>), la salvezza ce la possiamo autosomministrare solo distruggendo chi tenta di farci del bene (<em>L’erede</em> e <em>Osmosi</em>), o attraverso l’autoesilio nel vuoto, o ancora, per le sante e le dee, con il rifugio nel dipinto carcere delle loro rappresentazioni pittoriche (<em>La visitatrice</em>). Gli unici racconti dove si respira un senso di serenità, ancorché disperata (“la disperazione ha un suo aspetto visivo, effonde calma, gelo, lievità”, <em>Il gentiluomo e il ramarro</em>; “se si scopre che una persona è disperata guardandola in una fotografia, dopo il primo spavento sopraggiunge una specie di calma”, <em>Il velo di pizzo nero</em>), sono infatti quelli ove domina la solitudine e il senso del vuoto: “è bello sedersi su una panchina e pensare, con un sentimento di reciprocità, al vuoto” (<em>Negde</em>, dedicato all’amato Josif Brodskij); e ne<em> Il gentiluomo e il ramarro</em> è scritto che le persone incaute non sanno cosa sia il vuoto, “e credono che una vita vuota sia spregevole. Nient’affatto. Regula apprezza il vuoto, in tutte le sue nuances”.</p>
<p>Ed è forse per questo, allora, che la giovane donna, sulla coperta del libro, cerca di puntare dritto davanti a sé, fissando il vuoto, ignorando quell’Altro (l’insetto) che vorrebbe obbligarci a guardare giù e a cambiarci, inesorabilmente, nella vittima delle attenzioni altrui.</p>
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		<title>&#8220;Homo Poeticus&#8221; di Danilo Kiš</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 06:30:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Danilo Kiš, Homo poeticus, Adelphi, Milano 2009. Anche in Italia, nel 2009, è ormai arrivata all’orecchio del lettore avvertito la notizia che Danilo Kiš è uno dei massimi romanzieri europei della seconda metà del secolo scorso. Per questo motivo Adelphi può finalmente pubblicare un’antologia della sua opera saggistica apparsa durante l’ultimo decennio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Danilo Kiš, <em>Homo poeticus</em>, Adelphi, Milano 2009.</p>
<p>Anche in Italia, nel 2009, è ormai arrivata all’orecchio del lettore avvertito la notizia che Danilo Kiš è uno dei massimi romanzieri europei della seconda metà del secolo scorso. Per questo motivo Adelphi può finalmente pubblicare un’antologia della sua opera saggistica apparsa durante l’ultimo decennio della vita di Kiš, morto nel 1989. In Francia, un’operazione simile è stata fatta da Fayard nel 1993, a due anni dallo scoppio del conflitto nella ex-Jugoslavia. Come l’edizione francese afferma esplicitamente, tale tempestività era motivata dalla grande attualità delle riflessioni di Kiš, che ruotano intorno al rapporto tra ideologia e letteratura. Grazie a un ritardo quasi ventennale, da noi queste riflessioni possono ora giungere impregnate di quella inattualità, che è l’ingrediente tipico delle proposte editoriali di Adelphi. Sennonché, leggendo alcuni dei saggi di Kiš sul provincialismo letterario e sul nazionalismo, emergono inquietanti similitudini tra l’Italia attuale e la Jugoslavia socialista degli anni Settanta e inizio Ottanta.<span id="more-35949"></span></p>
<p>L’ebreo montenegrino Kiš (classe 1935) ha conosciuto da vicino gli orrori del secolo scorso: i nazionalismi, la guerra, la macchina totalitaria dello stermino nazista e stalinista. E la sua idea “moderna” di letteratura non può prendere le mosse che da una constatazione: la realtà storica è il luogo del fantastico, l’ambito privilegiato nel quale si manifestano fatti che sfidano la verosimiglianza, il senso comune, i limiti dell’immaginazione umana. Il materiale documentario, come nella serie di novelle <em>Una tomba per Boris Davidovitch</em>, diventa allora l’orizzonte principale entro il quale si muove l’immaginazione poetica. L’enigma dell’uomo, a partire dal XX secolo, va innanzitutto esplorato negli archivi di Auschwitz o di Kolyma, o nell’ampia documentazione scientifica (psicologica, sociologica, ecc.) che ha costituito la base del lavoro di Truman Capote sui protagonisti di <em>A sangue freddo</em>. La letteratura, infatti, a differenza dell’ideologia che utilizza il sapere scientifico (o presunto tale) per fornire diagnosi e soluzioni, ha come compito di “fissare” questo enigma, esibendolo attraverso una forma narrativa che lo comprenda nella sua complessità, oscillante tra ragionevolezza e demenza, tra senso e non senso.</p>
<p>Più in generale, la riflessione di Kiš sulla natura dell’<em>homo poeticus</em> può essere attuale per oltrepassare vecchie dicotomie che ancor oggi si ripresentano in Italia ad ogni dibattito critico. Per Kiš il pericolo maggiore, sia chiami esso “letteratura nazionale”, “realismo socialista” o <em>engagement</em>, è l’intrusione dell’ideologia nel lavoro dello scrittore. Questa posizione non sfocia in un’indifferenza ideologica, o in una generica concezione della letteratura come porto franco nei confronti delle ideologie. Al contrario, proprio nei suoi saggi, l’autore dimostra una grande combattività contro gli schematismi nocivi insiti nelle varie ideologie. Lo scrittore, quindi, proprio nel momento in cui vuole conservare la propria autonomia, deve poter dimostrare un alto grado di consapevolezza politica, che lo metta al riparo da strumentalizzazioni, cooptazioni, mutismi e autocensure compiacenti. E, a scanso di equivoci, in un breve saggio che non è purtroppo compreso in questa edizione italiana, Kiš dice chiaramente che Orwell e Nabokov sono i suoi grandi maestri, e che ogni riga da lui scritta risponde a una duplice esigenza: quella della “motivazione politica” – nella scelta del soggetto – e quella dell’autonomia letteraria rispetto alle parole d’ordine della politica – nell’elaborazione della lingua.</p>
<p>L&#8217;edizione Adelphi include traduzioni parziali delle seguenti opere: <em>Homo poeticus</em> e <em>Zivot, Literatura </em>(pubblicati a Sarajevo nel 1990; presso Fayard in Francia nel 1993), e <em>Cas Anatomije</em> (Zagabria, 1983 ; Fayard, 1993 in traduzione integrale).</p>
<p>[Scheda apparsa sul n° 60 di “Allegoria”]</p>
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