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		<title>Il fascismo al Premio Strega</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 07:32:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori Canale Mussolini di Antonio Pennacchi, che come è noto ha vinto il Premio Strega, e che è venuto in spiaggia con noi, è la saga di una famiglia contadina originaria del Polesine. Una famiglia fascista. Proprio per i meriti acquisiti in una mortifera azione squadrista, i Peruzzi (si chiamano così) vengono ricompensati [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><em>Canale Mussolini</em> di Antonio Pennacchi, che come è noto ha vinto il Premio Strega, e che è venuto in spiaggia con noi, è la saga di una famiglia contadina originaria del Polesine. Una famiglia fascista. Proprio per i meriti acquisiti in una mortifera azione squadrista, i Peruzzi (si chiamano così) vengono ricompensati con due poderi nella fascistissima bonifica agraria dell’Agro Pontino: di punto in bianco i mezzadri padani si trovano catapultati nel “deserto” pontino, tra i “marocchini”. E fascisti lo resteranno fino alla fine, quando si daranno da fare per contrastare lo sbarco inglese a Anzio, in attesa dei rinforzi nazisti.</p>
<p>Tutti i familiari, ed è questa la principale forza del romanzo, sono veraci e diretti: ciascuno incarna a modo suo una comune istrionica vitalità (molto veneta). Si esprimono rigorosamente in dialetto, un dialetto “veneto-pontino” colorito e efficace, iconoclasta e comico. Un dialetto fagocitante e pervasivo che è una lettura in chiave epica della realtà, un subdolo grandangolo linguistico che fa apparire Mussolini<span id="more-36681"></span> un uomo decisamente simpatico, anche se un po’ burbero e umorale (e impenitente donnaiolo), che ci presenta un Adolf Hitler bonaccione, che trasforma le malefatte delle squadracce fasciste in giuste e goliardiche scampagnate, e i massacri coloniali come tragicomici (fumettistici) corpo a corpo. Visti attraverso quella terragna e dissacrante lente tutti i fascisti sono persone, seppure con i loro difetti, molto umane. Nella vicenda di Canale Mussolini non ci sono fascisti malvagi, non c’è il Male, per il semplice motivo che per la filosofia veicolata da quella lingua contadina e ancestrale, pre-morale, gli uomini sono per definizione anche cattivi, come lo sono anche le bestie, il cui rango, come in tutte le civiltà agricole, non è poi così inferiore a quello umano.</p>
<p>La voce narrante che ci racconta la vicenda, intrattenendoci con continue e un po’ pedanti spiegazioni e digressioni, che spaziano dall’agronomia alla storia (dando per scontato, e probabilmente non a torto, che l’interlocutore contemporaneo abbia completamente scordato il mondo contadino che in otto casi su dieci era quello dei suoi nonni, e abbia completamente rimosso il Ventennio), non è però tenera nei confronti del fascismo. Nei suoi didascalici chiarimenti cita in particolare il delitto Matteotti (anche se l’assassinio sembra essere causato dall’ostinata reazione della vittima, più che a una volontà omicida), le violenze delle squadre fasciste (pur interpretate come una obbligata risposta), l’uso dei gas letali in Africa (senza nessuna scusante, in questo caso), l’emanazione delle leggi razziali e i loro effetti (pur sottolineando il contributo dato da tante personalità ebree al fascismo), e soprattutto le irresponsabilità e leggerezze che hanno portato alla disfatta militare, al 25 luglio, e alla successiva guerra civile. Anche se indulgono alla assolutoria vulgata della nefasta alleanza con la Germania come causa di tutti i mali, anche se spesso facilone, queste precisazioni fanno sì che <em>Canale Mussolini</em> non possa essere tacciato di apologia del fascismo. Sembrerebbe anzi che Pennacchi, servendosi del suo professorale io narrante (nelle ultime pagine si scopre chi è davvero), abbia fatto molta attenzione a non mostrarsi mai indulgente nei confronti delle colpe del fascismo, parandosi il fianco ogni qualvolta potrebbero sorgere sospetti di connivenza. Quando proprio i protagonisti la combinano troppo grossa, o si intestardiscono a sostenere l’insostenibile, la voce narrante (e Pennacchi), se la cava prendendo le distanze, vale a dire specificando che quelle idee e quelle frasi fascisteggianti sono le loro, quella raccontata è la loro verità (“la verità dei Peruzzi”), non la verità assoluta.</p>
<p>Protetti dallo sguardo sempre benevolo di chi racconta, immancabilmente pronto a trovare giustificazioni e scusanti, di ordine sociologico (la povertà, il ruolo di reietti) o altro, i personaggi sono liberi di comportarsi come vogliono, non sono chiamati a rispondere delle loro azioni, non hanno alcuna colpa. Sono solo vittime. E mano a mano che il tempo passa, e diventa più difficile, per la logica democratica del narratore, che è anche la nostra, di avallarli, di considerarli solo delle pedine della storia, la frase liberatoria “Ognuno gà le so razon” diventa sempre più frequente, fino a diventare, come ha già sottolineato Cordelli, un ritornello. “Ognuno gà le so razon” può giustificare tutto, dagli eccidi dei partigiani allo sterminio degli etiopi e degli ebrei. Il dilemma della banalità del male trova finalmente una soluzione: nel buon senso veneto.</p>
<p><em>Canale Mussolini</em> ci descrive insomma il fascismo dall’interno (come già per esempio il notevole <em>A cercare la bella morte</em> di Carlo Mazzantini), e lo fa servendosi dell’arma più potente, la lingua, ma  nello stesso tempo prende le distanze, collocando la vicenda nel quadro di una visione storica che si vuole oggettiva. A ben guardare non è così. La retorica delle gesta della famiglia Peruzzi, a cominciare dall’enfasi data alla giovinezza, al ruolo ambivalente della donna (fornello/bordello), alla forza fisica, alle imprese muscolari, al vitalismo guerriero, alla procreazione, alla “efficienza fascista”, è la tipica retorica, checché ne speculi il filtro della voce narrante, del fascismo. Ma soprattutto sono abilmente sottaciuti tutti i correlati aspetti negativi, tutte le implicazioni sul piano famigliare e personale, le conseguenze implicite, i traumi, le sofferenze, le miserie affettive, la violenza, l’irridimibile immaturità, che si celano dietro quei miti energici e apparentemente innocui e ariosi. Chiunque provenga come il sottoscritto da una famiglia fascista (anche nel mio caso erano persone oneste e integre e coraggiose, e perfino miti, anche nella mia famiglia circolano esilaranti aneddoti riguardanti la pace e la guerra), e abbia intrapreso un arduo percorso di maturazione e di emancipazione, sa di cosa parlo. Pennacchi bada invece, a scapito della verosimiglianza, a non gettare alcuna ombra sui suoi personaggi, a non metterli in contraddizione con la sensibilità del lettore attuale (si potrebbero fare molti esempi). Di qui l’impressione di fatuità, di mancanza di profondità, di stilizzazione fumettistica, di non completamente innocente idealizzazione, che, a dispetto di tanti aspetti positivi, finisce per costituirne a mio avviso la sua cifra ultima.<em></em></p>
<p><em>Canale Mussolini</em> ci mostra una sola faccia della medaglia. Non sovverte, come lo sanno fare i grandi romanzi, le mitologie convenzionali e le visioni precostituite. A differenza dei grandi romanzi, mente. Non credo che sia un caso. La visione spensierata e deresponsabilizzante che ci presenta è in perfetta sintonia con la mancata presa di coscienza delle implicazioni storiche o anche semplicemente umane, e degli effetti anche a lunga distanza, con la mancata ricerca di antidoti e rimedi (se non altro sul piano simbolico), con la subito abortita indagine delle responsabilità, che caratterizzano la storia italiana recente. La ricezione del libro, unanimemente e diamantinamente acritica, e succube dall’ammaliante ma grossolana retorica del testo, travestita da epopea, ne è una riprova. Solo Cordelli ha espresso le sue pesanti perplessità. A differenza della Germania, che ci si è messa soprattutto a partire dagli anni ’70, l’Italia non ha ancora fatto i conti con il fascismo, e questo romanzo – lasciando stare l’attuale situazione politica &#8211; ne è la prova lampante e irrefutabile. Non è il romanzo della pacificazione. Non ancora.</p>
<p><em>[questo testo è stato pubblicato su &#8220;Alias&#8221; del 18 settembre 2010]</em></p>
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