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	<title>alberto prunetti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>S’i fosse Prunetti, rovescerei lo mondo. Il basso e l’alto in 108 metri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jun 2018 05:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[alberto prunetti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro De Vivo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Pietro De Vivo In fondo, anche Shakespeare aveva detto che il succo della vita era quella roba lì: uno ti dà uno schiaffo, te glielo ridai, un altro rompe una bottiglia e minaccia di aprirti il collo. A quel punto non puoi perdere la faccia coi tuoi amici, è una cosa di orgoglio. Ti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Pietro De Vivo</strong></p>
<p><em>In fondo, anche Shakespeare aveva detto che il succo della vita era quella roba lì: uno ti dà uno schiaffo, te glielo ridai, un altro rompe una bottiglia e minaccia di aprirti il collo. A quel punto non puoi perdere la faccia coi tuoi amici, è una cosa di orgoglio. Ti fai sotto e scoppiano le tragedie. Sono secoli che gli studiosi e i critici cercano di decifrare i segreti di Shakespeare. Basterebbe entrare in un pub di lavoratori il venerdì sera e il mistero sarebbe risolto. Orgoglio, Paura, Vendetta, Gelosia. Ci sono più cose tra il bancone e la latrina di un qualsiasi pub inglese di una catena in franchising, di quante ne sogni la vostra filosofia.</em><span id="more-74455"></span></p>
<p>Basterebbe entrare insieme a Shakespeare in un pub di lavoratori il venerdì sera per cogliere l’essenza del rovesciamento tra basso e alto in <em>108 metri. The new working class hero</em> di Alberto Prunetti (Laterza, 2018). Nel precedente <em>Amianto</em> (Agenzia X, 2012; poi Alegre, 2014) raccontava di suo padre Renato, saldatore tubista, operaio trasfertista e quindi frequentatore delle più letali acciaierie e raffinerie italiane, morto per colpa di una fibra di amianto insinuatasi nei polmoni. In questa che è la seconda parte di una trilogia working class si va avanti di una generazione: Alberto, figlio d’operaio, neolaureato in materie umanistiche che non riesce a trovare un lavoro decente, racconta il suo viaggio a Londra e i lavori umili e precari, fino al suo ritorno in Italia dove troverà – metafora del declino di un mondo del lavoro massacrato da decenni di Thatcherismo e neoliberismo – spento l’altoforno della sua <em>Iron Town</em> e malato di lavoro e in fin di vita Renato. Destino che accomuna diverse generazioni unite dai <em>108 metri</em> di lunghezza dei binari forgiati dai vecchi operai delle acciaierie di Piombino, gli stessi su cui viaggiano i treni che portano lontano i figli delle officine, eredi della classe operaia, costretti a migrare all’estero.</p>
<p>La trama si svolge seguendo i lavori di Alberto: aiuto cuoco in una pizzeria italiana insieme a John Silver, vecchio marinaio giramondo che parla un misto della mezza dozzina di idiomi appresi navigando; addetto alle pulizie generali prima, e dei bagni poi, in un centro commerciale dove incontra il colto Brian, obeso amante della lirica abituato a sturare i cessi intasati affondandovi il braccio fino al gomito; addetto al servizio in una mensa scolastica con un vecchio e puzzolente ex attore shakespeariano in pensione e una ciurmaglia di varia umanità sottoproletaria dedita alla droga e al furto.</p>
<p>Prunetti adotta come punto di vista una posizione di confine: è il narratore ma anche il protagonista del libro, dentro e fuori il racconto, senza agiografie – perché il lavoro è brutto, è fatica, sporco, sudore – e senza atteggiamento coloniale da osservatore esterno. Uno scavalcamento dei confini tra dentro e fuori e tra basso e alto, riassunto da un piccolo ma fondamentale episodio, quando un giorno Alberto incontra Brian sempre più triste e abbandonato a se stesso:</p>
<p>&#8220;Riuscii a sollevarlo un poco solo mostrandogli una rivista storica che avevo trovato nella spazzatura. Riportava un articolo illustrato sul tema del mondo alla rovescia. [&#8230;] Che colpo fu per me. Passai il giorno a rovesciare il mondo e non raccolsi affatto spazzatura nel centro commerciale: il litter picker va a passeggio e le cartacce le raccolgono gli aristocratici. Il pizzaiolo mangia e beve seduto e il padrone condisce la pizza. Gli operai come il mi’ babbo si fanno le terme e i capoccia delle fabbriche schiantano di caldo e di fatica all’altoforno. I gentleman vengono a coglie’ le olive nel campo mentre io parto per la settimana bianca ma siccome ‘un so scià do foco a tutto e ardo lo mondo. Poi mi faccio vento e lo tempesterei. Poi sa’ che direi: giro giro tondo, il quattrinaio brodo sprofondo.&#8221;</p>
<p>Il tema del <em>rovesciamento</em> è un filo della letteratura che, da Pulci e Rabelais fino a Bachtin, passando per il carnascialesco, ha intessuto tanta produzione in cui si rivalutava la cultura <em>bassa</em> rispetto a quella <em>alta</em>. Il corpo, il comico, il linguaggio popolare, l’assurdo e il grottesco, la franchezza e l’iperbole, l’elencazione mangereccia, gli appetiti sessuali, il gusto della dismisura sono sintomi dell’interazione tra sociale e letterario e tratti tipici del carnevale, il giorno in cui la collettività ribalta le gerarchie dell’ordine costituito. Mettendo il basso in alto e l’alto in basso si costruisce un diverso modo di stare al mondo dove tutti sono uguali, le barriere di classe e ceto sono abbattute, i corpi si liberano e tramite lo scioglimento degli obblighi sociali e si annullano i rapporti di potere.</p>
<p>Se il libro di Prunetti <em>rovescia il mondo</em>, le leve con cui prima lo solleva sono i personaggi. Personaggi <em>composite</em> come Renato e Quattr’etti, che assommano elementi di realtà e finzione diventando archetipi della classe operaia; ma anche i colleghi di Alberto, <em>working class hero</em> straccioni, artefici di un rovesciamento che si concretizza metaforicamente nel sabotaggio continuo dei ritmi di lavoro.</p>
<p>Non sono eroi machisti e militareschi della retorica nazionalista fascistoide; non sono eroi affascinanti e tenebrosi di tanta letteratura decadente; né eroi classici, epici o romanzeschi, che compiono imprese o viaggi di formazione. Il <em>working class hero</em> di Prunetti è un eroe a rovescio. Resiste e lotta ma è sfigato e sfruttato. È un eroe che magari non è brutto ma di sicuro non è bello, è sudato, puzza, è rumoroso e sboccato; ma è pieno di solidarietà, studia, lotta e resiste. Resta però un eroe straccione, sottosopra, e su questo rovesciamento risaltano quegli aspetti da commedia, elementi parodici e picareschi, descritti nell’esergo di Di Ruscio:</p>
<p>&#8220;Alla povera gente non è adatta la tragedia che è roba di re e principi in ogni caso di gente altolocata, a noi poveracci si addice il comico, l&#8217;irrisione dello strazio e in certi illustri casi a noi si addice l’epica. A noi si addice il comico anche per i rocamboleschi sistemi messi in pratica per la sopravvivenza.&#8221;</p>
<p>Le ciurmaglie di Prunetti cercano di impadronirsi del linguaggio per resistere al potere perché, anche senza aver studiato, capiscono qual è la forza della lingua e di chi la padroneggia, di chi è capace di imporre la propria, e che potente forma di resistenza sia riappropriarsene. Lo smontano e rimontano a rovescio, come fa John Silver mescolando più lingue in un creolo decolonizzato che è forma di comunicazione interculturale e linguaggio in codice per solidarizzare tra sfruttati senza farsi capire dai padroni. Come fa Emir, sguattero yemenita che traslittera in caratteri arabi le parolacce di Alberto nel più furbo dei rovesciamenti – accontentare il padrone che vuole si finga italiano, e prendere per i fondelli lui e i danarosi clienti che non lo comprendono – espressione di resistenza multietnica al potere.</p>
<p>&#8220;I ritmi erano lenti e il sabato mi affiancava come spalla uno sguattero yemenita. [&#8230;] Da parte mia gli insegnavo rispettosamente meravigliosi insulti e parolacce toscane. Lui era molto interessato alle volgarità italiane che poi applicava subito al capo. Il boss gli aveva detto che anche lui doveva fingersi italiano, tanto eravamo tutti mezzi neri&#8230; Sicché Emir imparava una serie di espressioni scurrili in italiano e le ripeteva quando entravano i facoltosi clienti del locale, come fossero formule di cortesia e di welcome: se le scriveva in un’agendina traslitterando in caratteri arabi la fonetica delle parolacce maremmane, degli insulti livornesi e delle metafore volgari che gli insegnavo.&#8221;</p>
<p>Anche le figure retoriche sono rovesciate. Prunetti reifica le metafore, immagini che da astratte si ribaltano in concrete. Realtà è finzione si saldano nella perturbante Entità/Thatcher, malefica presenza sovrannaturale adorata dai gestori del centro commerciale dove lavora Alberto. La metafora del <em>fantasma della Thatcher</em> evocato simbolicamente per riferirsi alle riforme del lavoro e alla soppressione dei diritti, nel libro si fa <em>letteralmente</em> fantasma che perseguita il protagonista.</p>
<p>In <em>Amianto</em> abbondavano le metafore sugli attrezzi da lavoro. L’immagine finale dell’eredità paterna, l’officina stracolma di attrezzi, in <em>108 metri</em> diventa un’officina del linguaggio pervasa da una <em>sapienza operaia</em> – saper usare gli strumenti del proprio mestiere – tramandata ad Alberto da Renato che, per evitare che parta senza un’adeguata cassetta degli attrezzi, gli infila di nascosto nel borsone un pappagallo da idraulico, un serratubi da tre chili e una raspa da maniscalco. Ovvero, fuor di metafora, gli strumenti da scrittore coi quali rifinire il proprio libro:</p>
<p>&#8220;Anni di lavoro per mandare in stampa un inedito dopo <em>Amianto</em>. Ho cominciato come un boscaiolo, ho continuato come un falegname, ho finito con una sgorbia sottile, sulle bozze, come un ebanista. 108 metri di acciaio. Una rotaia di parole.&#8221;</p>
<p>Attraverso questi continui sovvertimenti delle gerarchie Prunetti prova a scavalcare gli steccati tra descrizione e invenzione per dare sfogo a un’urgenza di raccontare e di rappresentarsi in quanto classe lavoratrice. Rifuggendo da un mero biografismo, vivere e narrare si compenetrano. E soprattutto – tipico di ogni <em>working class hero</em> – non ci si prende mai troppo sul serio.</p>
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		<title>Monologo dello scapolone (da Aguafuertes porteñas)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Sep 2014 06:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Acqueforti di Buenos Aires]]></category>
		<category><![CDATA[Aguafuertes porteñas]]></category>
		<category><![CDATA[alberto prunetti]]></category>
		<category><![CDATA[buenos aires]]></category>
		<category><![CDATA[del vecchio editore]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Arlt]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Arlt Mi guardo il pollice del piede e godo. Godo perché nessuno mi infastidisce. Come una tartaruga, al mattino, tiro fuori la testa da sotto il guscio di coperte, e muovendo il pollice del piede, compiaciuto, mi dico: “Nessuno mi disturba, vivo solo, tranquillo e grasso come un arciprete ingordo”. Il mio lettuccio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Arlt<a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/09/24/monologo-dello-scapolone-da-aguafuertes-portenas/roberto-arlt-acqueforti-di-buenos-aires/" rel="attachment wp-att-49000"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-49000" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Roberto-Arlt-Acqueforti-di-Buenos-Aires-172x300.jpg" alt="Roberto Arlt, Acqueforti di Buenos Aires" width="172" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Roberto-Arlt-Acqueforti-di-Buenos-Aires-172x300.jpg 172w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Roberto-Arlt-Acqueforti-di-Buenos-Aires.jpg 258w" sizes="(max-width: 172px) 100vw, 172px" /></a></strong></p>
<p>Mi guardo il pollice del piede e godo.</p>
<p>Godo perché nessuno mi infastidisce. Come una tartaruga, al mattino, tiro fuori la testa da sotto il guscio di coperte, e muovendo il pollice del piede, compiaciuto, mi dico: “Nessuno mi disturba, vivo solo, tranquillo e grasso come un arciprete ingordo”.</p>
<p>Il mio lettuccio è onesto, una piazza, e ringrazio. Potrebbe usarlo comodamente il papa o l’arcivescovo.</p>
<p>Alle otto del mattino entra in camera la padrona della pensione, una signora grassa, calma e materna. Mi fa due massaggi alla schiena e sul tavolino posa la tazza di caffelatte e il pane imburrato. La padrona mi rispetta e mi stima. La padrona ha un pappagallo che dice: – Ajuá! Te ne sei andato? Buona fortuna. – E confortandomi, il pappagallo e la padrona mi fanno ben capire quanto sia ingrata la vita per chi ha moglie e, oltre alla moglie, una caterva di figli.</p>
<p>Sono dolcemente egoista e non mi sembra una brutta cosa.</p>
<p>Lavoro il giusto per vivere, senza fregare nessuno, e sono pacifico, timido e solitario. Non credo negli uomini e meno ancora nelle donne, anche se questo non mi impedisce a volte di avere rapporti con loro, perché l’esperienza si perfeziona attraverso l’incontro (e del resto non c’è donna che, per pessima che sia, indirettamente non ci faccia del bene).</p>
<p>Mi piacciono le giovinette che si guadagnano da vivere. Sono le uniche per le quali nutro grande rispetto, anche se non sempre sono splendori di donne. Mi piacciono perché esprimono un sentimento di indipendenza che è il credo della mia vita.</p>
<p>Quelle che mi piacciono più di tutte, però, sono le donne che non si truccano. Quelle che si lavano la faccia, ed escono con i capelli umidi, con quella sensazione di pulizia interna ed esterna che a uno, senza farsi scrupoli, verrebbe voglia di baciar loro i piedi.</p>
<p>Non mi piacciono i ragazzi, fatte alcune eccezioni. In tutti i piccoli, quasi sempre si scoprono i tratti della furbizia paterna, per questo li preferisco a una certa distanza, e la penso come la maggior parte della gente, che si trova d’accordo nel dire: «Che ragazzi, sono una meraviglia!», anche se è una menzogna.</p>
<p>Faccio il bagno ogni giorno, inverno ed estate. Un corpo pulito è la base dell’igiene mentale.</p>
<p>Credo nell’amore quando sono triste, mentre quando sono contento guardo certe donne come se fossero le mie sorelle, e mi piacerebbe poterle fare felici, anche se non posso nascondermi che un pensiero del genere è davvero una sciocchezza, già che è impossibile che un uomo faccia felice una sola donna, immaginiamoci tutte.</p>
<p>Ho avuto diverse fidanzate, e ho scoperto in esse solo l’interesse per il matrimonio. Naturalmente dicevano di amarmi, ma poi amarono anche altri, il che dimostra come la natura umana sia sommamente instabile, sebbene le sue azioni vogliano ispirarsi a sentimenti eterni. Per questo non mi sono mai sposato.</p>
<p>Tra chi mi conosce, ben pochi dicono che sono un cinico; in realtà sono un uomo timido e tranquillo, che invece di fermarsi alle apparenze cerca la verità, perché la verità è la sola via per una vita degna.</p>
<p>Molta gente ha provato a convincermi a metter su una famiglia, e alla fine ho scoperto che questa gente sarebbe stata molto felice se non avesse avuto una famiglia.</p>
<p>Sono servizievole nella giusta misura e a patto che il mio egoismo non si senta offeso, anche se sono convinto che l’anima dell’uomo sia fatta in modo tale che ci si dimentica prima del bene ricevuto che del male patito.</p>
<p>Come ogni essere umano riconosco in me molte meschinità, delle quali farei volentieri a meno, ma alla fine mi sono convinto che un uomo senza difetti sarebbe insopportabile, perché non darebbe l’occasione al prossimo di parlare male di lui, e l’unica cosa che non si perdona mai a qualcuno è la perfezione.</p>
<p>Ci sono giorni in cui mi sveglio e sento dentro tutta una delicatezza. Allora mi annodo scrupolosamente la cravatta ed esco e guardo teneramente le curve delle donne. E ringrazio Dio per aver creato un essere, una creatura così bella, che con la sola sua presenza, ci emoziona e ci fa dimenticare tutto ciò che abbiamo avuto dal dolore.</p>
<p>Se sono di buon umore, compro un giornale e mi informo su cosa è successo nel mondo, e ogni volta mi convinco di quanto sia inutile il progresso se il cuore dell’uomo continua a essere duro e acido come lo era il cuore degli umani mille anni fa.</p>
<p>Al crepuscolo torno alla mia camera da monaco, e mentre aspetto che la cameriera (una ragazza rozza e sempre irritata) apparecchi la tavola, “sotto voce” canticchio <em>Una furtiva lagrima</em>, oppure <em>Addio, del passato bei sogni ridenti</em>…</p>
<p>E il mio cuore sprofonda in una pace meravigliosa e non mi pento di essere nato.</p>
<p>Non ho parenti, e siccome ho rispetto per la bellezza e detesto la decomposizione, mi sono iscritto alla società di cremazione, perché il giorno in cui io morirò il fuoco mi consumi e, come unica traccia del mio passaggio puro sulla terra, non resti che pura cenere.</p>
<p>(con il gentile consenso dell&#8217;editore Del Vecchio, pubblichiamo questo racconto della bellissima raccolta di Roberto Arlt &#8211; che riprende pezzi scritti per il quotidiano El Mundo &#8211; uscita nel 1933, e ora tradotta da Marino Magliani e Alberto Prunetti; il libro è uscito questa settimana)</p>
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		<title>Amianto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jan 2013 07:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alberto prunetti]]></category>
		<category><![CDATA[amianto]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[storia operaia]]></category>
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					<description><![CDATA[(Pubblico qui di seguito una nota critica di Marco Rovelli su un’opera importante, Amianto, e di seguito un estratto dal libro di Alberto Prunetti. Libro, che, ovviamente, consiglio anch’io di leggere. G.B.) &#160; Marco Rovelli su l&#8217;Unità del 5/1/2013: “Amianto. Una storia operaia”. Titolo e sottotitolo secchi, asciutti, precisi. E&#8217; l&#8217;ultimo libro (“terribile e bellissimo”, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-44589" title="amianto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/amianto.jpg" alt="" width="255" height="386" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/amianto.jpg 255w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/amianto-198x300.jpg 198w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/amianto-63x96.jpg 63w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/amianto-25x38.jpg 25w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/amianto-142x215.jpg 142w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/amianto-84x128.jpg 84w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" />(Pubblico qui di seguito una nota critica di <strong>Marco Rovelli</strong> su un’opera importante, <em>Amianto</em>, e di seguito un estratto dal libro di <strong>Alberto Prunetti</strong>. Libro, che, ovviamente, consiglio anch’io di leggere. <em>G.B.</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><strong>Marco Rovelli</strong> su <em>l&#8217;Unità</em> del 5/1/2013:</p>
<p>“Amianto. Una storia operaia”. Titolo e sottotitolo secchi, asciutti, precisi. E&#8217; l&#8217;ultimo libro (“terribile e bellissimo”, come ha scritto Valerio Evangelisti nella prefazione) di Alberto Prunetti, edito da Agenzia X. La storia di Renato Prunetti, padre di Alberto, operaio dall&#8217;età di quattordici anni, che ha respirato amianto fino a morirne. Renato lo vediamo nei capannoni di Piombino e in quelli dell&#8217;Ilva di Taranto, o a Casale Monferrato, ovunque c&#8217;era da respirare quella vita che si faceva morte. E vediamo anche l&#8217;autore stesso, che rammemora la propria infanzia, “operaia” anch&#8217;essa. Nella storia di Renato Prunetti c&#8217;è la storia di un materiale che ha fatto schiere di morti, nel silenzio più assoluto (ne scrissi in passato, e approfondirne le vicende lascia davvero sgomenti: per iniziare, vedete il sito <a href="http://www.amiantomaipiu.it">amiantomaipiù</a>). Era dagli anni Trenta che si conoscevano gli effetti letali dell&#8217;amianto, ma fino agli anni Ottanta nulla cambiò: una vicenda paradigmatica di come gli interessi delle grande industrie prevalgano su tutto il resto. Ma il libro di Prunetti &#8211; oltre a essere una vera e propria inchiesta sul campo, che ci fa vedere la materialità delle fabbriche, che ci mostra il lavoro vivo negli stabilimenti – è anche una vera e propria opera letteraria. La scrittura di questo libro, nella suo dato scabro, secco, nel suo andare dritta al cuore materico del reale, ci fa sentire, e sentire veramente, i suoni profondi di quella storia operaia. Si sente che quella storia è cresciuta tra le mani dell&#8217;autore suo malgrado, che lo ha preso e coinvolto fino al cuore: in questo sta la letterarietà del libro, non nell&#8217;artificiosità, ma nella necessità, nell&#8217;urgenza, nella sua verità (termine così equivoco, ma a sua volta così necessario, se declinato al singolare).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right">Da <strong>Alberto Prunetti</strong>, <em>Amianto, una storia operaia</em>, Agenzia X, 2012, pp. 160</p>
<p>Questa è la storia operaia di un tipo qualsiasi, una storia come tante, di quelli che sono cresciuti nel dopoguerra, hanno fatto un pezzo del boom economico italiano sulla loro pelle, hanno vissuto la crisi petrolifera del ’73 sulle proprie tasche e sono morti all’inizio del nuovo secolo, ammalati dopo avere smesso di lavorare. Uccisi da un serial killer micidiale che agiva a Casale Monferrato, a Taranto, a Piombino e in decine d’altri posti. Un uomo che ha iniziato a guadagnarsi il pane a quattordici anni, che è entrato in fabbrica senza mai uscirne davvero, perché il cantiere industriale aveva nidificato nelle sue cellule il proprio carico di negatività. Uno che è stato costretto per ragioni professionali a esporre il proprio corpo a ogni tipo di metalli pesanti. Un lavoratore che ha visto le condizioni di sicurezza nei cantieri precipitare ogni giorno di più. Un padre che ha fatto studiare i propri figli con la convinzione ingannevole che mandarli all’università fosse un modo per farli uscire dalla subordinazione di classe. Uno che si infilava guanti d’amianto, e tute d’amianto, e si metteva lui stesso sotto un telone d’amianto, perché scioglieva elettrodi che rilasciavano scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne piene di petrolio e che sotto quel telone respirava zinco e piombo, fino a tatuarsi un bel pezzo della tavola degli elementi di Mendeleev nei polmoni. Fino a quando una fibra d’amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il suo torace ed è rimasta lì per anni. E poi, chiuso il suo libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le sue cellule, corrodendo materia neurale dalla spina dorsale fino al cervello. Una ruggine che non poteva smerigliare. Lesioni cerebrali che non poteva saldare. Guarnizioni che hanno iniziato a perdere, nel tono dell’umore, nella memoria, nella deambulazione, nell’orientamento. Tante volte mi sono chiesto se avesse sofferto. Se avessimo dovuto dargli più morfina. Quella droga – a lui che parlava male dei “drogati”, tra un bicchiere e l’altro di Tavernello – deve avergli regalato gli ultimi momenti felici. Qualcosa di più dell’anestesia. Finalmente era libero di dimenticare quella scimmia che gli era salita sulla schiena. Sognava felice: cavalcava nelle celesti praterie, come gli eroi dei nostri fumetti western. Le sue ultime ore per noi furono pesanti, ma lui neanche se ne accorse: era con Capitan Miki e Blek Macigno, con il comandante Mark, con Gufo Triste e Mister Bluff, con Chico e Tiger Jack e con Kit Carson, galoppavano assieme nelle celesti praterie e nelle foreste di Darkwood, senza più la zavorra dell’acciaio e della ruggine a bloccarlo a terra.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Severino Di Giovanni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 17:51:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Ha scritto Alberto Prunetti sul suo profilo facebook: “La storia dell’anarchico Severino Di Giovanni di Osvaldo Bayer, il libro che forse ho amato di più nella mia vita di lettore, esce in un nuova edizione che ho tradotto e curato&#8230;”. E in effetti Severino Di Giovanni, nella nuova edizione di Agenzia X, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8895029550/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8895029550&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-40914" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/12/55A.jpg" width="108" height="162" /></a>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Ha scritto Alberto Prunetti sul suo profilo facebook: “La storia dell’anarchico <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8895029550/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8895029550&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Severino Di Giovanni </a>di Osvaldo Bayer, il libro che forse ho amato di più nella mia vita di lettore, esce in un nuova edizione che ho tradotto e curato&#8230;”. E in effetti Severino Di Giovanni, nella nuova edizione di Agenzia X, merita quell’amore. Durante la dittatura di Videla era il libro più proibito, bruciato nelle piazze, mentre l’autore era in esilio in Europa. Una storia straordinaria, di amore e morte, di passione ribelle e passione sentimentale, di impeto utopico e pratiche crudeli.<span id="more-40913"></span><br />
Di Giovanni fu un anarchico italiano la cui parabola si svolse in Argentina, in maniera bruciante, a cavallo tra degli anni venti e trenta: un fervente antifascista in un’Argentina dove tra gli emigrati italiani il fascismo si faceva vanto della sua egemonia e delle sue conquiste, e un ribelle convinto che la rivoluzione si potesse fare indivualisticamente, armi in pugno.<br />
Anarchico espropriatore, Di Giovanni finì in un’empasse tragica con attentati e assalti alle banche che fecero vittime innocenti, causando anche una feroce divisione interna del movimento anarchico argentino. Bayer percorre tutta la sua storia lavorando sui documenti scritti e le testimonianze dirette, con in più la penna raffinata di uno scrittore che sa ripresentare gli eventi in tutta la loro vivezza.<br />
Facendo risaltare la storia d’amore che legò Di Giovanni alla giovanissima America Scarfò, ripercorrendo le moltissime ardenti lettere che durante la clandestinità Severino scriveva all’amata: un amore tragico, impossibile – e pure inevitabile. Di Giovanni verrà catturato e messo a morte: come scrive Bayer, “rinchiuso in un circolo che lui stesso, con la sua rabbia e spontaneità, si è costruito e da cui non potrà uscire”.</p>
<p><em>(pubblicato su l&#8217;Unità, 26/11/2011)</em></p>
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