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	<title>Alessandro Raveggi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La costruzione di una storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jun 2019 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Biagini]]></category>
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		<category><![CDATA[enzo fileno carabba]]></category>
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					<description><![CDATA[Pubblico qui  l&#8217;introduzione a L&#8217;Officina del Racconto,un un progetto speciale nato per dare valore all’attività meritoria che viene fatta da insegnanti e intellettuali dentro le scuole, per stimolare la curiosità, la predisposizione alla lettura, la creatività dei ragazzi e mostrare che, nell’aridità schematica dei programmi scolastici, c’è lo spazio per iniziative potenti, coinvolgenti. La pubblicazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Pubblico qui  l&#8217;introduzione a <em>L&#8217;Officina del Racconto,</em>un un progetto speciale nato per dare valore all’attività meritoria che viene fatta da insegnanti e intellettuali dentro le scuole, per stimolare la curiosità, la predisposizione alla lettura, la creatività dei ragazzi e mostrare che, nell’aridità schematica dei programmi scolastici, c’è lo spazio per iniziative potenti, coinvolgenti. La pubblicazione del libro serve non solo per darne contezza, ma anche per invitare a un’espansione di questo tipo di progetti.<br />
 &nbsp;</p>
<p>Gli autori sono più di centocinquanta: gli studenti che hanno preso parte a questa solida impresa; e otto capicantiere: <strong>Valerio Aiolli, Elisa Biagini, Enzo Fileno Carabba, Rino Garro, Emiliano Gucci, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Marco Vichi</strong>.</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Rino Garro</strong></p>
<p>&nbsp;<br />
Procurati una penna, fogli bianchi formato A4, un taccuino: è tutto ciò che ti serve per il momento. Percorri il lungo corridoio prima di giungere all’ultima aula, non propriamente aula. Ha la porta a vetri zigrinati, chiusa. Vedi ombre caute lì dietro, le immagini, ingrandirsi come istrici in controluce. Poi però senti un chiacchiericcio e delle risate, e anche un urlo. Sono già arrivati, ti dici, e ti aspettano. Non sanno chi sei, o forse sì. È chiaro che devi essere un insegnante, ti vedono sempre in giro nei vari plessi dell’istituto con registri gialli e rossi, anche se non sanno cosa insegni, in quali classi. Esiti un momento prima di bussare; ti aggiusti il collo della camicia, con l’indice riporti in alto gli occhiali che ti scivolano continuamente lungo il naso. Tiri anche un bel respiro; accenni un sorriso. Paura, per caso? Certo che no, ti rispondi; dopo tutti questi anni. Però – ma non lo vuoi ammettere – sei nervoso. Sei sempre nervoso e impaziente quando si tratta di cominciare, di scoprire cosa sarà. Guardi l’ora sullo smartphone. Adesso sei pronto. Dai due colpi al vetro, entri.<br />
&nbsp;</p>
<p>Buongiorno, dici, good morning to you all. Ti rispondono in coro in italiano e in inglese e in francese, per scherzo; ma anche in ispanoamericano, lingua madre per diversi qui, così come lo sono il rumeno e l’albanese o l’ucraino. Alcuni si alzano seri; altri rimangono seduti a giochicchiare con gli astucci, a mettere via frettolosamente i telefonini di prossima generazione. C’è di colpo silenzio; un vuoto-pieno che sta a te governare con destrezza, comunque non oltre il tempo concesso ai timori di trasformarsi in sguardi annoiati, in risatine che penseresti di scherno. Li guardi uno a uno, ragazzi e ragazze del nuovo millennio, all’apparenza tutti uguali. Ti specchi nei loro occhi furbi e vorresti subito gettare la maschera, unirti a ciò che ti piacerebbe davvero fare se non avessi il ruolo che hai. Sebbene, in fondo, è proprio del tuo ruolo che ti devi spogliare, ma senza lasciarlo vedere.<br />
&nbsp;</p>
<p>Buongiorno, ripeti con faccia un po’ tirata, mentre rapidi sguardi percorrono la stanza che conosci bene: ampia il giusto, pulita, sufficientemente spoglia. Non è per supplice adesione alle politiche del Ministero se stai valutando che non potresti desiderare altro; il punto è che ne sei ultraconvinto, e lo vai pure a sbandierare sentendoti alquanto ridicolo – eccolo lì, guardatelo l’uomo che vive nelle caverne ai bordi della metropoli. Però di ciò non ti curi molto, a te piace proprio essere qui, adesso, in questo piccolo spazio strappato alla gravità del curricolo, per divertirti e conoscere e sentire raccontare, e certo raccontare anche tu.<br />
&nbsp;</p>
<p>Ti dici, e li scruti: io e loro, fogli e penne, al caldo ovattato e materno, lontani dalle guerre. Cos’altro vuoi? Cosa ti occorre per essere migliore? Hai un cervello ancora in salute, ti dici, e in mezzo al petto un muscolo sanguigno che non smette di pompare. Vuoi forse trapiantarci dei chip?<br />
&nbsp;</p>
<p>Sono pensieri che per fortuna confessi solo a te stesso, stupidi al punto da sgusciare all’improvviso per soccorrere il tuo senso di inadeguatezza. E mentre loro dispongono sul grande tavolo oblungo i libri di testo che scovano dagli zaini, tu a cosa pensi realmente? Ai tuoi professori, a te studente senza troppa voglia, al tempo che passa e all’invidia che provi? Non sei l’unico, credici, a dover dominare questi sentimenti; è umano e naturale, è la distanza abissale che separa l’istinto dall’azione depurata. Ma in questo preciso istante tu sei loro, sei dentro i loro spiriti, e hai il raro privilegio di restarvi a lungo, o per sempre. Ricordi bene i tuoi professori, no? E tuo padre, non ha ancora chiare le immagini e le voci dei suoi, belle o brutte che fossero?<br />
&nbsp;</p>
<p>Allora prof, dice qualcuno con il libro aperto, richiamandoti al presente. Da dove cominciamo? Li guardi – ora quasi composti tutt’intorno al tavolo – e rispondi che non servono libri per questo genere di lezione. Così distribuisci i fogli, e spieghi che invece vi tocca pensare alle cose più divertenti, inventare storie che dicono di voi, che conoscete bene, e siccome sono vere possono diventare di tutti. Ma, in verità, sono anche finte queste storie, e nessuno potrà dire che si tratti proprio di voi. Ci sono obiezioni e perplessità, e risolini malcelati. Non voglio stare in una storia, sbuffa uno; e nemmeno io, e poi come si fa – protestano – da dove si inizia? Per il momento, ribadisci, andiamo insieme a questa gita fuoriporta, vedremo cose e incontreremo gente, avremo caldo e avremo freddo, e saremo bravi se vedremo e sentiremo per davvero. Una biondina con le trecce e il mascara che sbava riempie il rettangolo bianco di scarabocchi, mentre un’altra prova a scorgervi il capolavoro. Altri, affondati in ruvidi berretti di lana, sembrano svogliati o partecipano in estatico silenzio. Bene, riprendi, ma lo dici più che altro a te stesso, per darti vigore, bene, allora si parte sul serio: qui e poi lì, lei e lui e l’altro, e un campo di fragole, e una scuola, e una fabbrica in rovina sullo sfondo. Adesso sgomiti e straparli, e chiedi i loro nomi, dove vivono, i loro hobby. Il racconto stenta a partire, questo ti è chiaro, ma rifletti sul fatto che è soltanto il primo incontro e che comunque ciò che importa è stare insieme, avere la pazienza del pescatore, vagabondare per strade secondarie e viottoli erbosi che infine possano ricondurre a voi, all’intrico dei diversi destini. Alla finestra, uno degli studenti sta sbadigliando da un po’, gli occhi chiusi e la bocca ben oltre gli orecchi. Che sonno stamattina, farfuglia, non mi sveglio più. Ecco, ecco la pazienza, urli a te stesso, proprio ciò che aspettavi. Li scuoti, anche letteralmente, quasi con violenza. Giorgia forza scrivi, scrivi, sì certo con la penna, <i>Che sonno stamattina, disse Giorgio, che sonno bestia, non voglio più svegliarmi!</i> Perché Giorgio?, si oppone qualcuno. E allora come, ribatte un altro, Marcantonio? Così, un po’ per volta, le teste si raddrizzano e convergono su Giorgia, la scrittrice. Ma questo Giorgio dove si trova, cominciano a dire, e com’è vestito? Ah, irrompe quello più tatuato di tutti, per me è solo un povero sfigato tatuato. Ma lo vedi, prof, adesso ti tocca moderare, far stabilire logiche, eradicare contraddizioni, far descrivere spazi e azioni e tutto il resto, però tu non avere l’aria d’intonare già il canto di vittoria. Guarda quei tre nell’angolo, per esempio, i capi chini e i sottovoce complici. Se ne fregano di te e dei compagni che al momento ti stanno attorno. Osservali di sottecchi, caro prof-capocantiere, e lasciali fare, vedrai che anche a loro verrà poi voglia di unirsi all’impresa magari per aggiungere una singola frase, un pensiero, per raccontare di loro che non sono loro. Questa cosa, riusciranno forse a dire con orgoglio alla fine della storia, questa cosa qua l’ho scritta io, l’abbiamo scritta noi.<br />
&nbsp;</p>
<p>Ti stai già perdendo in scenari dolciastri, quando il suono dell’ultima campana deflagra al pari di una bomba. Ti assordano urla di vittoria, queste sì, e alti canti di gioia, eppure ti è parso di cogliere anche il disappunto di qualcuno, è probabile però che ti sia sbagliato, o forse no. Comunque tutti rimettono le sedie al loro posto e lasciano in giusto ordine, prima di uscire. È faticoso, ti dici, è bello. E ti affiorano alle labbra i versi di uno dei tuoi poeti preferiti, che forse qui, adesso, appaiono come svolazzi fin troppo simbolici: <i>The child is father of the man</i>. Già, Il fanciullo è padre dell’uomo, dici, mentre se ne sfilano via. Chissà come sarebbero contenti. E se fosse l’inizio del prossimo racconto?</p>
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		<title>Nominazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2017 05:08:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Nardoni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Valerio Nardoni Esce per Giuliano Ladolfi Editore – prefazione di Mattia Gallerani – Nominazioni. Poesie dal ritorno, di Alessandro Raveggi, un libro scritto all&#8217;altezza di uno dei crocevia che la vita ci propone, quello, appunto, di chi si trova a dover «tornare». Nel caso di Raveggi, il ritorno è dal Messico (dove si era [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Valerio Nardoni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esce per Giuliano Ladolfi Editore – prefazione di Mattia Gallerani – <a href="https://poetarumsilva.com/2016/02/22/alessandro-raveggi-nominazioni-poesie-dal-ritorno-2012-2014/"><strong><em>Nominazioni</em></strong>. <strong><em>Poesie dal ritorno</em></strong></a>, di <b>Alessandro Raveggi</b>, un libro scritto all&#8217;altezza di uno dei crocevia che la vita ci propone, quello, appunto, di chi si trova a dover «tornare». Nel caso di Raveggi, il ritorno è dal Messico (dove si era trasferito per alcuni anni) alla Toscana, e più precisamente alla campagna Toscana, nella provincia di Firenze. Lo scontro che possiamo ipotizzare, almeno a grandi linee, è quello tra alcuni ideali o idee futuribili che sono venuti meno, e quello dei valori lasciati, che tornano a bussare alla porta. La lettura, naturalmente, può essere anche diversa: ideali futuribili che si trovano a bussare alla porta e nessuno gli apre, e valori che sono rimasti dentro e coi quali si deve arrivare ad un armistizio. Senza svelare troppo, si può senz&#8217;altro anticipare che il libro prevede un lieto fine, ovvero una sintesi di questi due poli, che si riuniscono nell&#8217;arrivo di un bambino, che di per sé è quanto di più futuribile e tradizionale esista in questo mondo.<br />
Compongono il libro due poesie collocate in limine, e tre sezioni, di cui una più corposa, Et in Arcadia ego (lo stridente ritorno in campagna di cui si diceva); seguita da due sezioni più brevi: Twomblies (una sezione di ecfrasi dedicate ad alcuni quadri) e Messaggi ai posteri, che contiene, in parallelo alla doppia apertura, due poesie di chiusura.<br />
Caratterizzano il volume, e ne rappresentano motivo di interesse, l&#8217;urgenza del racconto (il compatto nucleo tematico del ritorno in patria, sul cui fondale si legge una più ampia riflessione su una sorta di fine della giovinezza, come età del narratore, integrata nel suo specifico momento storico); il lavoro sul lessico (anch&#8217;esso motivato sul ritorno all&#8217;italiano e all&#8217;italianità, con frequenti sbalzi lessicali tra termini recuperati nella memoria storica della lingua, come patrimonio colto e letterario, che vanno insieme a registrazioni quasi in presa diretta di berci fra vicini di casa); infine, il lavoro sul sistema libro, dall&#8217;organizzazione di una struttura articolata ma lineare, dove anche molti termini tendono a ritornare, per impastarsi, motivarsi e nominare con voce accresciuta il proprio senso.<br />
In collegamento con il titolo del libro, Nominazioni, una delle parole che emerge dal lessico globale del libro è «le naturalità»: il sostantivo non rimanda (solo) alla naturalezza, ma col plurale acquista maggiore corpo, andando a definire tutte le cose che stanno sulla terra dove si è tornati. Su tutte le presenze dell&#8217;Arcadia, mondo dell&#8217;idealità dei sentimenti, attraverso il titolo della sezione – secondo il ricordo del famoso quadro del Poussin – si affaccia il segno inequivocabile della morte. Dopo il ritorno, la realtà si presenta in quanto materia muta, tutta da ricodificare; l&#8217;esistenza è dunque il mero esercizio gastrointestinale che deve ritrovare l&#8217;«incantesimo», cioè la formula che restituisca loro la bellezza e la magia. Questo è il confine sottile su cui il libro si tiene sul filo, con tutti i suoi esperimenti linguistici, mascheramenti vari, giochi di riflessi, come del resto è ben espresso nella poesia Introibo: «La realtà è qui / composta di cose mute, / gli uomini hanno il loro lercio nome, / loro lurida possanza / gastrointestinale, / sono ovunque, disarmanti, / una piaga che mangia vivendo e / soffocandovisi, / mentre quelle s&#8217;incagliano, / come si chiamano più le naturalità: / chi più lo sa, lo condivide»&#8230; fino a «Dal non poter nominare, / conto a menadito le cose / custode infante di una maledizione inversa, / in testa una tassonomia immancabile / rimane a redarguire, / a dire &#8216;forza su, c&#8217;è sempre / una svolta, un incantesimo&#8217;».</p>
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		<title>L&#8217;eccezione  salvaje del libro messicano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2015 06:23:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[librerie]]></category>
		<category><![CDATA[Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Raveggi Interrogato sul mondo del libro e dei luoghi frequentati dagli autori e dagli appassionati di libri a Città del Messico, non posso che menzionare a premessa quanto segue. Prima di tutto: Città del Messico è ben più letteraria di una pagina di Bolaño sulla sua Città del Messico letteraria – mi  riferisco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di<strong> Alessandro Raveggi</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-51958 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreria-villanueva.png" alt="libreria villanueva" width="469" height="496" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreria-villanueva.png 469w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreria-villanueva-284x300.png 284w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /></p>
<p style="text-align: justify;">Interrogato sul mondo del libro e dei luoghi frequentati dagli autori e dagli appassionati di libri a Città del Messico, non posso che menzionare a premessa quanto segue. Prima di tutto: Città del Messico è ben più letteraria di una pagina di Bolaño sulla sua Città del Messico letteraria – mi  riferisco ovviamente a <em>Los detectives salvajes</em>, uno dei pilastri della letteratura del XXI secolo, da me letto e acquistato agli inizi degli anni Zero a Granada e solo dopo 7 anni rivissuto magicamente e visceralmente nella carne e nelle ossa dei miei anni al Distrito Federal. E questo non significa che il suo universo sia costellato da un fiorire esoso di librerie indipendenti resistenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna anzi riconoscere che delle librerie menzionate da Bolaño solo una alla fine sopravvive alla storia e alla finzione: la Libreria del Sotano (una catena libraria, tra l’altro). La Libreria Mexicana sostituita da una rosticceria, la Libreria Pacifico non c’è più  o forse non è mai esistita, così come la Libreria Baudelaire. Resiste la gloriosa Calle Donceles, con le sue librerie dell’usato alcune risalenti agli anni 50.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, non si può dire che il mondo del libro messicano sia in crisi, affatto: per scrivere di o frequentare il mondo degli scrittori messicani bisogna spesso però avere palati adeguati e stomaci foderati. Bisogna saper camminare e conversare ebbri. Aggrapparsi agli autobus scalcagnati e respirare il loro sudore metallico. Mangiare <em>tacos</em> nocivi in strada, bere allappante <em>pulque</em>, bere birre artigianali o commerciali e sciape in grande copia. Frequentare l’università pubblica (tanto è gratuita), le feste nelle case mezze eleganti e mezze diroccate del centro storico o di Coyoacán, le piazzette del quartiere Roma con le copie scure di un David o le copie di uno pseudo Rodin, animate dai mercati dell’agricoltura biologica e del riciclo e del uso consapevole di qualsiasi cosa si possa usare. Aggirarsi nelle domeniche pomeriggio nel turistico centro storico a far la fila davanti all’ennesimo festival del libro, file chilometriche come fossero ad un concerto pop ed invece stiamo per entrare ad un incontro con Paco Ignacio Taibo II.</p>
<p>La letteratura nel Distrito Federal è fatta d’eccezioni <em>salvajes</em>, anche nei casi apparentemente canonici. E d’altronde della topografia letteraria dei <em>Detectives</em> ci sono rimasti evidenti due grossi pilastri: il Cafè Bucareli e il Cafè Quito (nella realtà: il Cafè Habana), due <em>cantinas</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamo così un po’ di districarci in veri e propri casi unici, eccezionalità che hanno a che fare anche con l’Italia: librerie di editori-Stato, <em>cafebrerias</em>, biblioteche universitarie foderate di <em>murales</em>, indipendenze italiche, festival del libro ovunque, e soprattutto barretti e balere.</p>
<p> <img decoding="async" class="aligncenter wp-image-51959 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/culturaeconomica-1024x768.jpg" alt="culturaeconomica" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/culturaeconomica.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/culturaeconomica-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/culturaeconomica-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><strong>Il Grande Padre.</strong><br />
<strong>Le librerie del Fondo de Cultura Economica</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi catena libraria per tutta l’America Latina e persino a New York, inoltre casa editrice e libreria istituzionale, di “regime” si direbbe qui da noi, il Fondo de Cultura Economica (di seguito FCE) ha per anni – oramai cento? – consentito a che gli illetterati di tutto il Messico post-rivoluzionario potessero cibarsi di cultura a bassissimo prezzo e buona qualità di stampa, da Balzac a José Rueveltas, da Maupassant a Vargas Llosa e ovviamente gli immancabili colossi Rulfo, Fuentes e Paz. La casa editrice è forte ora soprattutto sulla filosofia e la critica – editore di Zizek, per intenderci – sebbene pubblichi ancora i classici, e snobbi sovente la narrativa contemporanea (fermo restando che ha una delle collane di poesia contemporanea più belle del Messico, peccato che pubblichi poeti laureati over 60 o macabramente defunti da poco). Le librerie del FCE sono pressoché asettiche, bianche rosse e grigie in genere, ma ben fornite, distribuite tra parchi verdeggianti e <em>avenidas</em> da sud a nord della Città. È sempre un piacere incontrarle – forse di più se sei uno scrittore straniero residente, proveniente da un paese dove la cultura ha smesso di fare sistema, di essere cosa democratica obbligatoria da diversi anni. E soprattutto è un piacere per i professori della Universidad Nacional Autonoma de México, che, come io ho fatto per alcuni anni, usufruiscono di un sconto cospicuo sugli acquisti. Da menzionare specialmente la Libreria Rosario Castellanos, nel quartiere Condesa, col suo programma ricco di presentazioni con 50-60 persone in media, e il suo spazio ampio che ricorda più la hall di un museo o aeroporto che una libreria vera e propria. Di autori, a bazzicarle, forse però non se ne trovano molti, nei pomeriggio piovosi dell’estate in Città: librerie di grandi acquisti ma fuggenti, vuoi anche perché non molte (che io ricordi) hanno bar o caffetteria acclusi dove <em>echarse un mezcal</em>.</p>
<p>Simili ma di tono inferiore le catene <em>Gandhi</em> (da ricordare però per intelligentissime campagne pro-lettura tramite banner giganteschi per tutta la città), <em>El Sotano</em>, <em>Porrúa</em> (e sicuramente dimentico qualcuna in più!).</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-51809 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cafebreria-el-pendulo-mexico-polanco-2-trabalibros.jpg" alt="cafebreria-el-pendulo-mexico-polanco-2-trabalibros" width="640" height="401" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cafebreria-el-pendulo-mexico-polanco-2-trabalibros.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cafebreria-el-pendulo-mexico-polanco-2-trabalibros-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cafebreria-el-pendulo-mexico-polanco-2-trabalibros-80x50.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/cafebreria-el-pendulo-mexico-polanco-2-trabalibros-163x103.jpg 163w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p><strong>Mangia (bene) leggi (bene) sogna (meglio). </strong></p>
<p><strong>Le <em>cafebrerias</em> di El Pendulo.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Simili o forse anche più fornite del Fondo de Cultura Economica, ecco quindi le librerie targate El Pendulo, o meglio le loro <em>cafebrerias</em>, librerie caffè che per programmazione, dettaglio e fornitura di libri farebbero impallidire qualsiasi tentativo nostrano di mischiare il pane e il companatico culturale. Immaginatevi una catena di librerie-caffè, con un teatro-auditorium dove ogni giorno suonano cantautori folk, o si presentano compagnie indipendenti, mentre tu te ne stai pranzo e cena ben serviti a mangiare prelibatezze messicane a la carte, <em>huevos</em>, <em>enchiladas</em>, hamburger con avocado, <em>chiles rellenos</em>, o un Manhattan a fine pomeriggio. Nessun possibile paragone. Anche qui, però, il mondo dei letterati, forse per snobismo forse per folla, non è molto visibile. Rimane solo lo straniero incantato che finalmente può leggersi un buon libro mangiando un buon pasto e bevendo un buon alcolico, tutto assieme, senza compromessi, fregature e specchietti per le allodole.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-51960 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreriamorgana11.jpg" alt="libreriamorgana11" width="540" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreriamorgana11.jpg 540w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreriamorgana11-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreriamorgana11-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreriamorgana11-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/libreriamorgana11-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 540px) 100vw, 540px" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p><strong><em>Independencia</em></strong><strong> Italiana. </strong><br />
<strong>Il caso della Libreria Morgana.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Città del Messico è una metropoli assolutamente à la page, la prima in linea retta ad acciuffare le mode newyorkesi e canadesi ed a trasformarle con il classico sincretismo messicano che rende spensierato l’arido concettualismo del design d’interni di bistrot e cafè e sushi bar: una città dove un ottico fa vernissage d’arte, un corniciaio ospita una galleria temporanea, un parrucchiere vende vestiti usati anni ’70, un fruttivendolo vende t-shirt di Banksy. Una città solcata da tensioni e rivolte, da continue manifestazioni e picchetti, da ventenni agguerriti e neo-zapatisti, da <em>estudiantes enojados</em> e femministe spunzonate di piercing dal collo tatuato e le braccia poderose. Ciononostante, non si trovano librerie indipendenti nella città, pensate cioè in quanto tali. Forse perché i luoghi di culto del libro sono esplosi ovunque e non necessitano di piccoli ricettacoli o santuari. Fioccano, quello sì, librerie dell’usato, ed anche ben condotte: ne prendi una a caso, entri e chiedi, come mi è successo, un’edizione in spagnolo di Carlo Coccioli, e ti dicono “Certo, <em>Cossióli</em>!” – così lo pronunciano – “abbiamo diversi libri suoi. Ricordo ancora quando scriveva nel <em>El Excelsior</em> in prima pagina, un eccentrico!” (Vai a fare la stessa domanda ad un qualsiasi libraio italiano e ti dirà “Coccioli chi?”).</p>
<p style="text-align: justify;">Se dovessi pensare ad una libreria indipendente come io la intendo – la versione aggiornata della vecchia idea di libreria polverosa con il libraio ben assiso al suo centro, il genere di libreria dove il librario è quell’esperto jongleur di saperi con il quale approfondire sulle ultime uscite delle case editrici medio-piccole e magari fare un po’ di gossip cultural-letterario – non ne troverei di evidenti. O se dovessi pensarci bene, una l’ho frequentata, sebbene un po’ di traverso o ad uso e consumo accademico (ora capirete perché): l’unica libreria indipendente che in effetti conosca è quella curata da Clara Ferri, traduttrice e docente di traduzione alla Università pubblica, la Libreria Morgana di libri italiani, nella Calle Colima del quartiere Roma. La mia frequentazione è stata scarsa vuoi perché la full immersion latinoamericana mi imponeva l’acquisto di libri in spagnolo, dei Sada, dei Rulfo, degli Ibargüengoitia, vuoi perché spesso grosse casse di libri mi arrivavano dall’Italia, ad omaggio o in acquisto.</p>
<p style="text-align: justify;">Il catalogo della Morgana è ben fornito, particolarmente legato all’aria di sinistra radicale (vedi ad esempio alla voce Wu Ming e il gruppo di scrittori attorno a <em>Carmilla</em>, in primis ovviamente Valerio Evangelisti) e sorprende l’attenzione per il contemporaneo – utile specie per i miei corsi di letteratura e seminari in città. Un punto di riferimento per docenti e italiani intellettuali residenti a Città del Messico – come i bravi giornalisti d’inchiesta Fabrizio Lorusso e Federico Mastrogiovanni – anche per un lampante impegno politico che li caratterizza e che li aggruppa con determinazione e brio.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-51813 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/bibl_central.jpg" alt="bibl_central" width="500" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/bibl_central.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/bibl_central-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p><strong>Passare alla Storia (e alle Lettere). </strong><br />
<strong style="line-height: 1.5;">Le biblioteche della UNAM.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Se volete invece incrociare Jorge Volpi, Fabio Morabito o uno stuolo di poeti, pensatori e filosofi messicani viventi il consiglio è quello di far un salto alla Biblioteca Central della Universidad Nacional Autonoma de México adiacente la Facoltà di Filosofia e Lettere. Oltre a vivere a pieno la gioventù messicana agguerrita, ridanciana, sensuale e attentissima sui libri di Ricoeur e Derrida, Negri e Bachtin, respirerete, affacciandovi dai finestroni, un po’ lo spirito del Bolaño di <em>Amuleto</em>, in un luogo che per estensione e valore è una vera e propria torre eburnea del pensiero latinoamericano che si scorgerebbe idealmente dalle terre europee d’oltreoceano. Un pomeriggio in Biblioteca e vi sentirete osservati come stranieri, accolti come amici e pensatori, inghippati in mille ragionamenti e suggestioni e attratti – se ancora ci sono – dalle bancherelle di libri usati che precedono l’entrata in Biblioteca e in facoltà.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi potete anche sdraiarvi sull’erba a leggere o semplicemente ad annusare l’aria tersa di certe giornate trasparenti non rare nella pur sempre inquinata Città del Messico, la grande spianata delle cosiddette <em>islas</em> farà al caso vostro – il consiglio è di affrontarle con una buona protezione solare, a dare un tocco di inadeguatezza particolare alle vostre pose d’intellettuale bianchiccio. Lì potreste tra l’altro incontrare anche il buon Eugenio Santangelo, magrissimo, col suo sguardo serio sempre pronto a farsi mutare dalla spinta di un sorriso sornione, uno dei fondatori della fu rivista underground bolognese <em>Tabard</em> e ora uno dei più ferrati esperti e ricercatori accademici su Bolaño in Messico e non solo. Poi vi volterete, farete dei passi indietro, e noterete che dietro Eugenio si staglia l’enorme e futuristico <em>mural</em> di Juan O’Gorman che ricopre le pareti della Biblioteca Central.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-51814 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/festivalmessico.jpeg" alt="festivalmessico" width="620" height="413" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/festivalmessico.jpeg 620w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/festivalmessico-300x200.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/festivalmessico-120x80.jpeg 120w" sizes="auto, (max-width: 620px) 100vw, 620px" /></p>
<p><strong> </strong><strong>Fiumane ai festival nelle piazze storiche. </strong><br />
<strong>Il successo scomposto dei festival del libro</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Fiumane di persone in tuta sportiva con berretti e cappucci da baseball, di anziani con le vene varicose, di giovani rasati ai lati delle tempie, di bambini obesi, attendono in fila per le strade del Centro Historico al mattino di una domenica qualsiasi: sotto ombrelli, sotto k-way, per la pioggia o per il sole, sventaglianti ventagli per il caldo arso e manducanti panini portati da casa: stanno aspettando di entrare dove? In un acquario? In un museo gratuito? In un’attrazione pirotecnica di massa? In una conferenza stampa di Jared Leto? No, in un festival del libro nuovo o usato! In uno di quei tendoni librari che si montano ogni mese nel Zocalo, la sterminata piazza centrale della capitale centrale, a pochi passi dalle rovine del Templo Mayor, oppure dentro al Palacio de Minerias. Oppure ancora, ritornando alla UNAM, nel giardino del campus, aperto anche la domenica per fare jogging, passeggiare, far pratica da principianti con l’auto, o andare al teatro, al ristorante, al centro d’arte contemporaneo MUAC (altre eccezionalità messicane, di cui ora non parlerò). L’osservatore straniero verrebbe a rompere l’idillio con le classiche domande di spocchia del tipo: “Sì, ma quanto leggono i messicani? Quanto sanno? Quanto studiano? Che tipo di educazione? Servono a qualcosa questi festival? Che tipo di scrittori vengono presentati?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Io guardo queste fiumane bizzarre venute ad adocchiare i libri, a volte di edizioni pessime, usato di bassa lega, altre volte di autori contemporanei e degne della più internazionale Fiera del Libro di Guadalajara, e me ne beo, lasciandomi alle spalle tutta la presunzione dottrinale e quantificante, e l’accademismo educato italiano e europeo. Queste file sono un bel vedere per uno che i libri li scrive e l’insegna: un segno di rispetto intellettuale involontario, che manca spesso in Italia, per chi magari non esce la domenica e sta sulle sudate carte e sente di essere sempre più marginato da una società dove tutti vogliono fare gli scrittori e gli artisti, mentre i governi negli anni tagliano fondi alla cultura, non esistono un sistema di borse di studio per artisti, e nessuno alla fine legge o va alle mostre d’arte contemporanea. Un’eccezionalità inversa, poco selvaggia, delle mie terre – con qualche recente miglioria visibile.</p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-51815 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/alemessico-1024x677.jpg" alt="alemessico" width="700" height="463" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/alemessico-1024x677.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/alemessico-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/alemessico-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/alemessico-900x595.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/alemessico.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></p>
<p><strong><em>A donde van los escritores? </em></strong><br />
<strong>Le <em>cantinas</em>.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Paola Tinoco è la rappresentante messicana della casa editrice Anagrama (che è quella di Bolaño, di Sada, di Mario Bellatin, di Bernhard, di Auster, di Tabucchi, ma anche di Calasso e Ammanniti). Ho conosciuto Paola tramite un amico poeta e gran bevitore che collaborava con la rivista <em>Letras Libres</em>. L’ho conosciuta al bar, non in libreria, o ad una presentazione di libri. Interrogata ultimamente da me sui luoghi letterari della città, ha sbottato con una sberla verbale: “Alessandro, pare che tu non abbia vissuto nella Colonia Roma, cazzo!” E si riferiva alle <em>cantinas</em>, ai barracci frequentatissimi da scrittori e intellettuali messicani. José “Pacho” Paredes, bassista storico del gruppo rock <em>Maldita Vecindad</em>, direttore del Museo El Chopo ed ex direttore della bellissima esperienza di festival internazionale di poesia Poesia en Voz Alta, anche lui cita le <em>cantinas</em>: “Gli scrittori e letterati messicani vanno nelle <em>cantinas</em>”, mi dice, “Fadanelli si vede spesso al ristorante Xel-ha nella Roma, molti vanno al Cafè Habana, quello dei poeti <em>infrarrealistas</em>, di Bolano, per intenderci”. Le poche volte che ho incrociato scrittori messicani li ho effettivamente incrociati “in borghese”, cioè svaccati a giochicchiare con le bottiglie e i tappi di bottiglia in una tavolata ridanciana. La Luiselli, Yuri Herrera, quando passano dal D.F., sicuro li trovereste in questi posti in compagnia di un Tryno Maldonado, di un Juan Villoro, di un Alberto Chimal.</p>
<p style="text-align: justify;">E come sono queste <em>cantinas</em>? Degne se non peggiori di quelle spagnole, simili per certi versi, come quella che ho più frequentato, il Salón Covadonga (anche perché a 100 m da casa mia), a polverose balere incrostate di vecchia storia iberica, di nicotina, di suppellettili pigolanti in legno, o a volte tipo circoli ricreativi culturali ARCI toscani anni 70 con maxischermi per le partite. Gli scrittori le trovano autentiche, sbottonate, senza pretese, economiche (ma non sempre, vedi il menu del suddetto Covadonga che ti spella il portafoglio con cattiveria), vicine a quello spirito di <em>desmadre</em> e <em>relajo</em> che troviamo in Bolaño e che è tipico delle classi medio basse locali anche quelle che più si avvicinano alla bohème. Gli scrittori le preferiscono di gran lunga ad una rinfighettata libreria cool del francofono quartiere Polanco, o alle precedenti librerie del Fondo e del Pendulo, con i loro interni ben studiati.</p>
<p>“L’artefazione lasciamola nei libri”, paiono pensare e volere.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui si chiude, incompleta, brindando al martedì o al giovedì sera sotto indocili neon e amabili <em>carcajadas</em> (le risate fragorose dei messicani), la mappa esplosa della <em>salvaje</em> distribuzione dei luoghi e dei libri e delle loro passioni nella mia Città del Messico.</p>
<p>Consigliatissima per i palati e i globi oculari rinsecchiti di noi europei.</p>
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		<title>I maledetti toscani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jan 2013 11:00:35 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Cosa succede in Toscana</strong><br />
di<br />
<strong>Vanni Santoni</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana.jpg" alt="" title="toscana" width="250" height="189" class="alignleft size-full wp-image-44659" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana-96x72.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/toscana-128x96.jpg 128w" sizes="auto, (max-width: 250px) 100vw, 250px" />Cosa succede in Toscana? Parecchio, succede. Mi spiego. Ho cominciato a scrivere non troppi anni fa, su <em><a href="http://www.inventati.org/mostro/">Mostro</a></em>, una rivista letteraria fiorentina. Aveva contenuti buoni per una rivista autoprodotta, e tuttora considero cruciale per la mia formazione la prova del confronto immediato con autori con più esperienza di me; tuttavia erano – eravamo – ragazzi, e pativamo una mancanza di connessioni, di “scena”, in città; di gente con cui confrontarci, con cui stipulare alleanze o da tenere come pietra di paragone. La scena, a nostro vedere, eravamo noi stessi, più qualche unità, qualche scrittore più famoso che andava per la sua strada e con cui non avevamo contatti. Non si trattava di una nostra mispercezione: ricordo che, qualche tempo fa, intervistando per il<em> Corriere Fiorentino </em>Sergio Nelli, scrittore della generazione precedente alla nostra, egli lamentasse che negli anni ’80, all’epoca del suo trasferimento in città, non ci fosse scena letteraria, tanto che i primi sodali andò a trovarseli a Milano. </p>
<p>Oggi, invece, quella scena, a Firenze, c’è. In embrione, per certi versi; scollata, senza dubbio; ma esiste. Si è pian piano coagulata attorno a luoghi come la <a href="http://www.lacitelibreria.info/">libreria La Cité</a>, eventi come la prima e unica edizione del festival<em> Ultra</em>, riviste che hanno raccolto l’eredità di <em>Mostro</em> come <a href="http://collettivomensa.com/">Collettivomensa</a>, serate “aperte” come <em>Torino una sega</em>, e si è riconosciuta e “contata” quando, l’anno scorso, c’è stato da lottare <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/a-firenze-meglio-un-festival-letterario-vero-lettera-aperta-di-scrittori-fiorentini-e-non/">contro un “festival”</a> assai discutibile che, in modo del tutto avulso proprio da tale embrionale comunità (o da qualunque altra istituzione culturale cittadina), veniva a speculare sopra le aspirazioni degli esordienti. Va da sé che dopo la battaglia il gruppo si è nuovamente sfilacciato – c’è stato, e c’è, <a href="http://firenzedelleletterature.wordpress.com/">un seguito,</a> che si tradurrà magari in eventi e iniziative, ma di fatto ognuno ha ripreso la propria strada –, ma niente è più come prima, perché questa comunità di scrittori adesso esiste, e si collega anzi a una più ampia nuova scena regionale: di recente il critico Raoul Bruni, sempre attento alla contemporaneità e a quanto avviene nel nostro territorio, mi ha invitato a partecipare a un’antologia che documenterà questa <em>nouvelle vague</em> di autori toscani sotto i quaranta; va da sé che ho accettato, e il roster dei nomi è assai interessante: Simona Baldanzi, Diego Bertelli, Filippo Bologna, Silvia Dai Prà, Francesco D’Isa, Fabio Genovesi, Simone Ghelli, Ilaria Giannini, Pietro Grossi, Emiliano Gucci, Gregorio Magini, Paolo Mascheri, Francesca Matteoni, Ilaria Mavilla, Valerio Nardoni, Sacha Naspini, Federico Parlato, Flavia Piccinni, Alessandro Raveggi, Luca Ricci, (Vanni Santoni), Marco Simonelli. La nuova scena esiste, scrive e, da buon embrione, cresce rapidamente: a livello numerico, ma anche qualitativo. Sono infatti usciti di recente in libreria due romanzi, a firma di due scrittori inclusi nel gruppo succitato, che marcano una crescita decisa per loro e, più in generale, per la scena. </p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-206x300.jpg" alt="" title="9788861651203" width="206" height="300" class="alignright size-medium wp-image-44658" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-206x300.jpg 206w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-66x96.jpg 66w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-26x38.jpg 26w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-148x215.jpg 148w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203-88x128.jpg 88w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/9788861651203.jpg 250w" sizes="auto, (max-width: 206px) 100vw, 206px" />Il primo è <a href="http://www.anobii.com/books/I_provinciali/9788861651203/01bd022fdea8c7b7d2/">I provinciali</a> di Ilaria Giannini, uscito per Gaffi lo scorso novembre. Rispetto al suo esordio <a href="http://www.anobii.com/books/Facciamo_finta_che_sia_per_sempre/9788890357640/014023c458cb71053d/">Facciamo finta che sia per sempre </a>(Intermezzi 2009), ne <em>I provinciali </em>Giannini segna un cospicuo progresso stilistico, trovando nella lingua parlata il punto di forza del proprio registro. Lo dico con cognizione di causa: ho passato tante estati d’infanzia e di adolescenza in Versilia, e quando ho letto passaggi come </p>
<blockquote><p>«Eh no, eh! Non rigira’ la frittata come sempre! Non m’hai nemmeno chiesto come sto e poi sono io lo stronzo! Mi fanno male le costole, devo farmi una radiografia, magari c’ho qualcosa di rotto e come al solito te ne freghi». «Ma smettila, tante storie per du’ colpi! Sempre il solito esagerato, il solito piagnone, avevi a ridargliele, è la metà di te!». «Ma se m’ha preso di spalle, quel codardo! Mi vuole ammazza’, te sei sposata con un pazzo!». «Lo sapevi che ero sposata, ma finché c’era da scopare andava bene, eh? Dai, Emma, rilassati, non lo saprà nessuno, è il nostro segreto, ci penso io a te! Lo vedo come ci pensi a me, per fare i tuoi comodi e basta!». «Ma falla finita, i miei comodi un cazzo, i tuoi comodi! Qui no, a quell’ora no, c’ho da badare alla bimba, mi’ ma’ sta male, il mi’ marito m’aspetta e io lì, come un bischero, è un mese che cambio tutti i turni per te! Ma basta eh, mi basta e mi avanza, scemo io a infilarmi in ‘sto casino per una come te!». «Mi fai pena, te una come me a vent’anni te la potevi giusto sogna’ da lontano, ma guarda con chi mi so’ confusa io! Lasciamo perde’&#8230;».
</p></blockquote>
<p>..ho avuto un immediato déjà-vu dei genitori di un mio amico, i quali, ogni volta che andavo a giocare da lui, sentivo litigare nell’altra stanza. Quelli del passo riportato sono amanti, non coniugi, ma la parlata, il taglio, il modo di inserire la risposta sulla frase precedente, sono quelli. Non so quanto, viste da fuori, le diverse declinazioni del toscano si assomiglino; viste da dentro sono molto diverse tra loro, e il “basso versiliese” di Giannini è di un’esattezza indiscutibile. Il romanzo è infatti ambientato a Bozzano, frazione di Massarosa, piccolo centro della Versilia “profonda”, quella senza Twiga, “Forte”, Bussola né Principe di Piemonte, e la virtù principale dell’autrice è quella di cogliere la lingua della propria terra (e riprodurla, perché quando si va a trasferire un parlato innervato di dialetto sulla pagina scritta, non basta la fedeltà: va ritrovato un equilibrio nella rappresentazione, che è differente da quello “reale”) e usarla per raccontare, attraverso un continuo dialogare, che avviene sovente attorno al fulcro della cucina di casa, un micromondo magari odiato dai suoi personaggi, ma irrinunciabile, perché lì fuori davvero non c’è più niente, e questa famiglia, sfibrata, disfatta, disprezzabile, fonte più di pensieri e dolore che altro, resta comunque l’unica cosa che possiedono.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-189x300.jpg" alt="" title="Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object" width="189" height="300" class="alignright size-medium wp-image-44657" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-189x300.jpg 189w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-60x96.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-23x38.jpg 23w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-135x215.jpg 135w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object-80x128.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/Nel-vento-di-Emiliano-Gucci-Feltrinelli-12-00-euro_main_image_object.jpg 289w" sizes="auto, (max-width: 189px) 100vw, 189px" />Il secondo romanzo è <a href="http://www.anobii.com/books/Nel_vento/9788807019364/0120c89cd11f5e0b8c/">Nel vento</a> di Emiliano Gucci, in libreria da pochi giorni. Gucci, veterano delle lettere locali – è il suo quinto romanzo, dopo pubblicazioni con Fazi, Guanda, Elliot – esce per Feltrinelli con un romanzo esistenzialista di grande pregio: sotto la patina apparente del <em>concept book</em> – vi si racconta infatti la vita di un centometrista, presumibilmente di rango internazionale, attraverso i pensieri che si manifestano nella sua mente lungo i soli dieci secondi della gara –, <em>Nel vento</em> si rivela subito come un libro potente, e lo fa innanzitutto attraverso lo stile. Gucci raggiunge infatti un’economia e una precisione notevolissime, e scaraventa il lettore all’interno delle stanze mentali del protagonista – perché più che dedali sono stanze, ricolme di immagini, traumi, frustrazioni, istanti di chiarezza percettiva (brillanti quelli sul “puzzo di atletica” e sul rumore dei polmoni dei piccioni), tutti sempre visibili sul palcoscenico del ricordo, come installazioni permanenti e terribili – delineandolo come se si trovasse, lui, frutto di quelle esperienze, frutto di quei ricordi, a essere parte di un gioco cosmico nel quale non esistono ormai che dieci elementi: la pista, la folla sugli spalti e gli otto centometristi – lui stesso e gli altri sette, definiti nella sua mente solo da numeri, e pronti a buttare, come lui, tutta una vita in quei dieci secondi. E tuttavia non siamo di fronte a un romanzo sull’atletica: si parla di atletica, si corre in una pista di atletica, c’è il pubblico dell’atletica, si parla anche di sponsor, allenamenti, doping, ma Gucci riesce a far essere Nel vento un libro su qualunque sport. Di più: su tutti quegli sforzi umani nei quali una lunga e dolorosa preparazione viene spesa in un attimo brevissimo.</p>
<p>Questa assolutezza di visione è il punto di forza del romanzo, tanto che tramite di essa Gucci riesce a centrare un secondo obiettivo, quello di “uscire dal giardino di casa” senza cadere nel vizio opposto, ovvero l’esterofilia forzata: se alcuni nomi che si incontrano lungo la narrazione suggeriscono che il protagonista sia italiano, non lo sono ovviamente i suoi avversari, ma soprattutto tutto il libro si svolge in uno scenario sospeso dove non c’è traccia di specificità locali; anche il vissuto del protagonista è costituito dai soli snodi traumatici, omettendo quell’esistenza di provincia che con ogni probabilità ha fatto da contorno alla crescita di un uomo che oggi è arrivato a giocarsela in una finale importante, forse addirittura olimpica – forse, di nuovo, perché molti sono i non detti nel testo, che contribuiscono a trascinare il lettore in un mondo fatto esclusivamente di elaborazione mentale – il cui racconto però non ci parla di lui, dello sport o dell’agonismo, ma del dramma di essere vivi, e in scena, nostro malgrado. </p>
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		<title>una questione di qualità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Oct 2011 17:42:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Libero Carbone]]></category>
		<category><![CDATA[Generazione TQ]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Vasta]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
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					<description><![CDATA[Diventa anche tu un autore! Appunti su self-publishing e pseudoeditoria Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Giorgio Vasta, per Generazione TQ. Gli appunti che seguono vogliono essere rappresentativi di un modo di procedere al quale Generazione TQ intende quanto più possibile attenersi. Constatata la relazione che connette tra loro fenomeni anche all’apparenza diversi e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv-242x300.jpg" alt="" title="gv" width="242" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-40560" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv-242x300.jpg 242w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/gv.jpg 305w" sizes="auto, (max-width: 242px) 100vw, 242px" /></a><em>Diventa anche tu un autore!</em><br />
Appunti su self-publishing e pseudoeditoria <br />
<strong>Andrea Libero Carbone, Alessandro Raveggi, Vanni Santoni, Giorgio Vasta,</strong> per <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ.</a></p>
<p><em>Gli appunti che seguono vogliono essere rappresentativi di un modo di procedere al quale Generazione TQ intende quanto più possibile attenersi. Constatata la relazione che connette tra loro fenomeni anche all’apparenza diversi e irrelati, pensiamo sia indispensabile che una riflessione prenda sempre le mosse dalla consapevolezza di questa reciproca interdipendenza. Per questa ragione, nel riflettere su qualcosa come il self-publishing e, attraverso questo, su quelle che proponiamo di chiamare pseudoeditorie, non vogliamo limitare il nostro intervento al contesto letterario ed editoriale; il fenomeno in questione non si articola soltanto o soprattutto nel recinto più o meno ampio di un settore ma lo trascende proponendosi semmai al contempo come conseguenza e come premessa, vale a dire come effetto di un mutamento e come concausa di un’ulteriore metamorfosi. Sforzarsi di non perdere di vista le implicazioni e le conseguenze di ogni fenomeno in teoria circoscritto, pretendere di non ignorare l’idea di mondo che da ogni manifestazione discende, ci sembra dunque strutturale a ogni analisi che voglia considerarsi complessa.</em><br />
<span id="more-40559"></span><br />
Una premessa: la locuzione self-publishing di per sé è neutrale. Il self-publishing altro non è, o almeno dovrebbe essere, che autoproduzione, premessa di una diffusione dal basso e con i propri mezzi, in autonomia e indipendenza. Oggetto di questi nostri appunti invece è la dimensione etica, economica e culturale di quella che chiameremo “pseudoeditoria”. Per pseudoeditoria intendiamo quell’attività di self-publishing che maschera l’autoproduzione, offrendo servizi di stampa, promozione, distribuzione e a volte addirittura di community, a pagamento. La pseudoeditoria può essere divisa in due grandi filoni: la vanity press, dove all’autore viene richiesto un contributo per la pubblicazione, sotto forma di denaro o acquisto di copie, e il print on demand, dove vengono stampate solo le copie via via ordinate, ma l’autore paga per i servizi aggiuntivi, oltre che per le copie che vuole per sé. Lo stesso oggetto d’impresa delle entità pseudoeditoriali appare immediatamente contraddittorio: se il lavoro dell’editore consiste nell’acquisire dall’autore, contro il pagamento di un compenso, il diritto di trasformare la sua opera in un libro da vendere al lettore, il lavoro dello pseudoeditore consiste invece nell’offrire all’autore, contro il pagamento di un compenso, la possibilità di sottrarsi al criterio di scelta, nell’illusione di poter raggiungere direttamente il lettore. Poiché peraltro il costo dei servizi in questione è relativamente elevato, e in ogni caso supera il costo industriale della realizzazione del medesimo libro da parte di un editore, si innesca un meccanismo di selezione censuaria: non più (non mai) basata sul valore dell’opera, bensì sulla mera disponibilità finanziaria dell’autore-cliente. Se l’opera di selezione svolta dall’editore richiede una quantità di “no” pronunciati drasticamente superiore a quella dei “sì”, nel caso dello pseudoeditore siamo invece di fronte a un soggetto che, a pagamento, dice sempre di sì.<br />
A partire da queste premesse, portiamo a esempio due casi diversi ma sintomatici di uno scenario culturale in complessivo mutamento, ovvero <a href="http://www.ilfiloonline.it/">Albatros/IlFilo</a>, una delle principali vanity press, e <a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/">ilmiolibro.it</a>, leader del print on demand in Italia. </p>
<p>Nel primo caso ci riferiamo a un episodio in particolare, ovvero all’incontro, <a href=" http://www.youtube.com/watch?v=DeXeco68szM">disponibile su YouTube,</a> organizzato nel maggio del 2010 all’interno del Salone del Libro di Torino, al quale partecipano Andrea Malabaila di Las Vegas Edizioni, Linda Rando di <a href="http://www.writersdream.org/">Writer’s Dream</a> e Giorgia Grasso, direttrice editoriale di Albatros/IlFilo. Il tema discusso è per l’appunto quello dell’editoria a pagamento. Malabaila e Rando affrontano la questione criticamente, Grasso ne ribadisce il senso e la supposta necessità “democratica”. Via via che la conversazione va avanti ci si confronta con la declinazione di un paradosso. Rando interviene descrivendo una specie di scherzo-esperimento. Insieme ad altre persone ha costruito un brogliaccio composto di testi prelevati semicasualmente dalla rete, ha dato loro la forma di un manoscritto e l’ha spedito a Albatros/IlFilo. In risposta, nel giro di poco, ha ricevuto una proposta di contratto. Ovviamente a pagamento. Svelato lo scherzo ci si aspetterebbe da parte di Albatros/IlFilo l’ammissione di un errore di valutazione, o meglio il riconoscimento di una non valutazione e dunque dell’automatismo che conduce quell’editore a contrattualizzare ogni testo ricevuto. Invece Giorgia Grasso non si perde d’animo, ignora il livello di realtà che si è generato e risponde allo svelamento dello scherzo dicendo a Linda Rando che varrà la pena parlarne, di quel testo, perché potrebbe contenere del buono. Lo pseudoeditore arriva quindi a ipotizzare che il non testo che ha ricevuto (un assemblaggio di copia e incolla dalla rete, volutamente insensato) da un non autore dichiarato possa essere interessante e pubblicabile. All’apparenza ci sarebbero tutte le premesse per immaginare una migrazione di ognuno di questi elementi verso un piano virtuale e inoffensivo, verso il nonsense, ma  le cose non stanno così. Dal momento che all’interno di questo nonsense si produce una transazione economica, fra l’altro cospicua, non possiamo permetterci di pensare che la situazione descritta sia il frutto di un immaginario ioneschiano: è tutto profondamente reale e il nonsense, piuttosto che arginare la transazione economica, ne determina le condizioni.</p>
<p>Il secondo caso emblematico è quello di ilmiolibro.it, un fenomeno simile nelle modalità, ma in realtà non assimilabile, a iniziative del passato recente, come lulu.com. I numeri di ilmiolibro.it, i termini della sua promozione, il fatto di essere un progetto del Gruppo Repubblica-L’Espresso, le partnership con Feltrinelli e Scuola Holden, ne fanno qualcosa che per la prima volta trascende i confini di un fenomeno di settore per configurarsi come parte di un mutamento culturale più ampio. In sostanza ilmiolibro.it “fa” comunità: lo fa innanzitutto attraverso una quantità numerica impressionante e un sito attrezzato alla bisogna, ma anche con una selezione accurata dei toni e dei modi attraverso cui “comunicarsi” – anche in senso eucaristico, oseremmo dire – al suo pubblico: “Se l’hai scritto, va stampato”; “ilmiolibro.it cambia le regole dell’esordio letterario in Italia”; “Se non credono che tu sia un vero scrittore, portali da Feltrinelli.”</p>
<p>Leggendo con attenzione la comunicazione di ilmiolibro.it, ci si rende conto che il gruppo Repubblica-L’Espresso, Feltrinelli e Scuola Holden puntano su una specie di strategica “deterritorializzazione” della loro iniziativa: ilmiolibro.it è un progetto “buono” e privo di luogo, incollocabile, che si limita a fare del bene, a soccorrere, dialogando direttamente con una tipologia di, chiamiamolo così, “autore-editore” rassicurandolo sulla sua identità: non sei più il povero diavolo costretto a pubblicarsi da solo, non devi considerarti tale: sei a tutti gli effetti uno scrittore, partecipi a un concorso tra tuoi pari e magari lo vinci e vieni pubblicato da Feltrinelli. Sei un parlamentare della “repubblica delle lettere”, e non importa che tu ti sia autoeletto tramite il versamento di un obolo. Insomma: una buona allucinazione di realtà – un’allucinazione sorridente e rassicurante – è preferibile alla realtà tout court, solitamente più frastagliata, complessa e delusoria.<br />
ilmiolibro.it – ma anche, in modo diverso, gli editori di vanity press – sembrano dire: perché lavorare duro e migliorarsi per tentare di  giungere a una pubblicazione che potrebbe non arrivare comunque, quando si può pagare per ottenere in modo certo qualcosa di molto simile, se non uguale? </p>
<p>È per questa ragione – perché le due cose non sono uguali, e nemmeno simili – che è necessario indurre il fenomeno medesimo a territorializzarsi, a riconoscere le sue contraddizioni. Ciò che infatti più preoccupa nella pratica pseudoeditoriale, è il suo travestimento, non solo da editoria, ma anche da agente di democratizzazione di pratiche editoriali, con quello che ne consegue. Nella pseudoeditoria, oltre alla destituzione delle agenzie di scelta e valutazione, si avverte la possibile creazione di una comunità narcisistica di uguali, tali solo per censo e potere economico, che accedono previo pagamento a un astratto ruolo autoriale. Nella comunità pseudoeditoriale ci si affida solo al rating, al consenso cieco da consumatore, o alle proprie disponibilità e capacità autopromozionali, tanto che sarà “necessario che l’autore si metta in gioco, che costruisca la sua platform online, che abbia un seguito sui blog e sui social network” . Un meccanismo che non solo getta discredito sulla già pericolante realtà dei lavoratori editoriali (editor, curatori, traduttori, direttori di collana, uffici stampa), ma provoca la creazione di una comunità informe e debole dal punto di vista dell’autocritica, non tanto appiattita dal punto di vista del gusto quanto impossibilitata a educare gli stessi partecipanti alle proprie capacità e ai primi limiti da superare. </p>
<p>La democratizzazione virtuale potrà sembrare liberatoria per quei lettori e scriventi che spesso rimangono indignati da un dilagare di letteratura mediocre e instant anche in quelli che una volta erano considerati “editori di livello”, oppure da tutti coloro che percepiscono, a volte a ragione, il meccanismo di selezione editoriale come oscuro o arbitrario. Ma non crediamo proprio, con l’avvento della pseudoeditoria di nuova generazione, di essere di fronte a un ’48 dell’editoria, che ne liberi le possibilità latenti e le pluralità spesso messe in difficoltà dallo stretto legame produzione-distribuzione: siamo piuttosto di fronte alla creazione di una comunità dell’assenso (acquistabile), che non prevede il dissenso, la scelta, il confronto, il “no” utile alla maturazione. Si risponde cioè a una possibile, e magari fruttuosa, critica delle pratiche di valutazione editoriale, sbaragliando il campo dialettico e puntando sulla carenza “affettiva” e di visibilità del consumatore, che diviene auto-produttore dei propri (virtuali) quindici minuti di celebrità a dispetto di coloro – gli editori tradizionali – che gli hanno detto “no”.<br />
“Se l’hai scritto, va stampato” è il claim di ilmiolibro.it. Ovvero: se sei in grado di compiere un’azione elementare – compilare una serie di spazi con dei segni alfabetici – ciò che hai scritto può guadagnarsi una concretezza oggettiva simulando la forma-libro. In questo modo “anche tu” sarai  autore (e “anche tu”, teniamolo presente, è il totem di questa comunicazione). Tale claim nasconde la precondizione essenziale – la disponibilità a una transazione economica, l’acquisto del sì – in filigrana: la trasforma in un sottinteso. Un non detto che è però imprescindibile. Il percorso che conduce chi ha scritto qualcosa a essere percepito come autore prevede, quasi come un dettaglio, che lo scrittore sia anche il proprio editore.</p>
<p>Lo scenario che si configura è quindi quello in cui la disponibilità economica produce le condizioni per il sì ed espelle automaticamente il no. Considerato che il no è qualcosa che può provenire da quelle agenzie di senso, fondate su studio e competenza, che sono gli editori tradizionali, quella che si va definendo è una loro progressiva dismissione. Nella pseudoeditoria, gli editori danno le loro dimissioni intellettuali, ma non si dimettono dai loro interessi economici: non svolgono più il ruolo di un servizio finalizzato allo sviluppo di una capacità pubblica, ma di un servizio d’accesso a una casta a pagamento. “Diventa anche tu un autore”, in una preoccupante rincorsa a una società di individui che agognano ruoli prestabiliti più che capacità riconosciute, etichette più che servizi, acquisizioni più che apprendistati.<br />
E tanto più preoccupante è vedere come ilmiolibro.it stia facendo scuola: se il gruppo GEMS organizza già da due anni il concorso “<a href="http://affaritaliani.libero.it/culturaspettacoli/futuro_editoria_self_publishing170811.html">Io Scrittore”</a> , <a href="http://www.primaonline.it/2011/07/21/95112/addio-editore-crudele/">Roberto Cavallero</a>, direttore generale libri Trade del gruppo Mondadori , la mette in questi termini: “Il self-publishing, l’autopubblicazione, è un elemento fondamentale, imprescindibile per gli editori. Un tempo pubblicarsi da solo un libro, pagando di tasca propria, era una cosa da poveretti, roba un po’ triste. Oggi è fondamentale. Ma non basta fare un sito con su scritto: ‘Autopubblicatevi!’. Bisogna costruire modi diversi di self-publishing e noi li stiamo studiando. Tra qualche mese vedrete delle sorprese… Nel prossimo futuro, un editore che non sarà coinvolto nel self-publishing non avrà autori […] Il punto è creare una comunità di lettori/scrittori che definisca un sistema di rating stabilendo ciò che vale. Ci sono case editrici come HarperCollins, Penguin e Random House che lo fanno. C’è Amazon, c’è Google+”. </p>
<p>Quali sono allora le alternative per chi ha il legittimo desiderio di pubblicare quel che ha scritto, e vuole farlo in modo autonomo e indipendente? Il sistema editoriale viene spesso percepito da chi ne è fuori e vorrebbe entrarci come una roccaforte inaccessibile, governata da meccanismi imperscrutabili e retta da cerchie chiuse. Generazione TQ propone innanzitutto una rivendicazione del lavoro editoriale come scelta intellettuale trasparente, invitando gli editori a pubblicare sui propri libri il nome di chi ha diretto la collana, di chi ha letto, scelto ed editato il libro, così da contribuire a sgomberare il campo editoriale da quei dubbi, e da quel mito di inaccessibilità, alla cui ombra prospera la pseudoeditoria.</p>
<p>Dall’altro lato, rivendichiamo la bontà della pratica reale di autoproduzione come modalità di accesso alla “vera” repubblica delle lettere: oggi esistono innumerevoli strumenti per un’onesta autopubblicazione, e ancor più ne esistono per far conoscere il proprio lavoro a un pubblico virtualmente illimitato: blog, social network, riviste underground, comunità di lettori, sono gratuiti e liberi banchi di prova, mentre i servizi della pseudoeditoria costano caro e sono generalmente erogati da una divisione specifica dei più grandi gruppi editoriali. Certo, nel mondo reale la visibilità non si può comprare: farsi conoscere e apprezzare è il frutto di un lavoro lungo e paziente di diffusione e scambio. Si legge quel che altri hanno scritto, si partecipa a una discussione comune, si impara, si cresce e si mettono a disposizione le proprie conoscenze, insomma ci si mette in gioco. Solo a queste condizioni anche l’autoproduzione in ambito editoriale può essere uno spazio di innovazione e di resistenza. L’alternativa al <strong>Diventa anche tu un Autore!</strong> è quella, magari meno accattivante ma di certo più vera del <strong>Prova anche tu a diventare un autore</strong>, lavorando e sfruttando i mezzi gratuiti a tua disposizione. Pubblicare un libro non è un diritto: lo è piuttosto avere interlocutori capaci di rappresentare un esempio, e un sistema di selezione che mostri le sue carte senza travestimenti.</p>
<p>Pubblicato sul <a href="http://www.ilmanifesto.it/">Manifesto</a> di oggi.</p>
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		<title>In giro per Città del Messico, “paradiso” per rabdomanti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 06:39:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[Città del Messico]]></category>
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					<description><![CDATA[Da “il Reportage” numero 8, ottobre-dicembre 2011, nelle librerie dal 15 ottobre. di Alessandro Raveggi Il viandante dell’antichità, a seguito di faticosi valichi esistenziali, per riaversi dal cammino assegnato dal fato o dalla propria comunità, avrebbe voluto forse trovare ristoro in una fonte dell’eterna giovinezza, come quella celata nelle terre del Prete Gianni o nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-40221" title="copertinaIlReportageottobre2011-200px" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/copertinaIlReportageottobre2011-200px.jpg" alt="" width="200" height="280" />Da “<a href="http://www.ilreportage.eu/">il Reportage</a>” numero 8, ottobre-dicembre 2011, nelle librerie dal 15 ottobre.</em></p>
<p>di <strong>Alessandro Raveggi</strong><br />
Il viandante dell’antichità, a seguito di faticosi valichi esistenziali, per riaversi dal cammino assegnato dal fato o dalla propria comunità, avrebbe voluto forse trovare ristoro in una fonte dell’eterna giovinezza, come quella celata nelle terre del Prete Gianni o nella Florida di qualche secolo successivo. Il viandante d’oggi, poco avvezzo a soglie e sacrifici del viaggio arcaico, si ristorerà più volentieri in fonti effimere: nell’acqua tonica di uno smunto frigobar in un Holiday Inn della California, oppure nella minerale di un bar veneziano, tanto fresca da illudersi d’acclimatarsi col solo sorso, per poi venir beffati dalla zampata dello scontrino. Per non parlare del sollievo di una doccia bollente a Berlino, dopo deragliamenti notturni al freddo di strada, o di quello di togliersi quell’indefinibile patina, sostanza aristotelica con attributi di più scomparti, nazionalità attigue, salviette, contenitori di cibi, che lasciano sulla pelle i voli intercontinentali, appena arrivati dopo un lungo viaggio in direzioni australi. Le acque, da antico principio bifido di rigenerazione e catastrofe, di purificazione e annientamento, paiono sempre più acque inscatolate, plasticate, intubate, eterne quanto gli scatti di un gettone sul lungomare.<span id="more-40220"></span></p>
<p>Se penso però al mio arrivo a Città del Messico e alle sue acque, una rabdomanzia di viaggio non sarà facile, e le soglie rituali, ovvero le sorgenti nascoste e ambigue, riaffioreranno. L’accoglienza che la megalopoli mi ha offerto non è stata infatti solo quella di una tiepidezza di clima quasi edenica, col fresco e il soleggiato che dura la maggior parte dell’anno, ma si è anche manifestata col bisogno insistente d’idratazione, per l’estrema asciuttezza della sua aria. E l’arsura ha persino prodotto una piaga orrenda: l’innaturale perdita di sangue dal naso, tanto che un sudario maculato ha riempito le mie tasche per giorni. Colpa dell’inquinamento, dicono in molti. Ma se il rabdomante in città laverà i suoi calzettoni di viaggio, in poche ore questi saranno brutalmente asciutti come sotto l’azione di un’asciugatrice. Avrà poi il tempo d’osservare che le pozzanghere hanno la tenuta massima di un’ora, se viaggia in città da luglio a settembre. Nel tardo pomeriggio cadono giù muri brevi ma intensi di piogge tropicali, che a volte lasciano stranamente ben poco effetto sull’asfalto e sui palmizi dal bavero ingiallito di alcune <em>avenidas</em>, ma che, in molti casi, sommergono dal nulla interi quartieri.</p>
<p>Le acque di Città del Messico, più che con l’inquinamento, complottano così col clima e l’altitudine di oltre 2000 metri per fare della città un’ardente casa degli specchi, labirintica di rovine odierne e antiche che si sorvegliano riflesse l’una sull’altra, con riverberi di fulgore e vegetazione quasi preistorica, ma anche disposta a ricevere l’influsso di acque reali o originarie e a trasformarsi in bacino, in vasca bigia, in scolo: i palazzi fascinosamente crepati e <em>belle époque</em> della zona centrale della città si ammuffiscono, i grattacieli della carpenteriana Santa Fé rifrangono il sole o sgrondano acqua come i canyon sopra i quali tentennano, e i resti della un tempo vermiglia capitale degli aztechi nel Centro Histórico si impolverano, ma anche rendono onore al dio della pioggia, nel Templo Mayor che conserva l’altare dedicato a Tláloc: divinità della pioggia, sciamano capriccioso protettore del cielo, del mais e dei monti, assimilabile a Shenlog, il dio dragone cinese. E c’è da ricordare come la zona metropolitana di oggi sia nata da un piccolo accampamento di nomadi venuti da nord (da un’altrettanto mitica Aztlán) su di un’isoletta predestinale, posta nel mezzo dell’ampio paesaggio lacustre del Valle de México, e che presto si diramò come la letterale Venezia delle Americhe: navigabile, percorribile su zattere, fornita di un formidabile sistema di dighe disegnato dal sovrano ingegnere-poeta Nezahualcóyotl, oggi forse troppo dimenticato nelle diatribe sulla gestione colabrodo dell’acqua pubblica in città, come nel caso del chiamato Sistema Cutzamala.</p>
<p>Al rabdomante col sangue al naso verrà così prima di tutto da chiedersi: perché sanguino sopra questo lago fantasmatico? C’è acqua solo nelle vasche specchiate dei giardinetti davanti alle brasserie di Polanco? Stagna solo negli smeraldini laghetti del Parque de Chapultepec, dove i messicani pomiciano, sfregando l’uno contro l’altro i corpetti di salvataggio sui loro pedalò? Viene domata solo dai giardinieri artisti di forme perfette delle regge e delle ambasciate fortificate di Palmas? Il rabdomante dovrà intraprendere la sua ricerca in una megalopoli che si sommerge ed emerge polverosa, a tappe, per prove, e che galleggia come su d’uno spettro d’origine prosciugata e intubata, e per questo condannata a sprofondare di qualche centimetro ogni anno verso sotterranei cavi o fangosi. Dove il legame con l’acqua è perciò sofferto e desiderato, ballato persino in danze della pioggia in alcuni festival musicali che in primavera invocavano nei loro manifesti i generosissimi rovesci estivi; maledetto dagli abitanti delle zone di arretratezza, abusivismo e fognature intasate di sozzura, come la Valle de Chalco, che nelle inondazioni del 2010 terrà testa alla Louisiana del 2005 o al Pakistan dimenticato d’oggi.</p>
<p>L’arsura a Città del Messico, quella che ti fa sanguinare all’inizio, rivela quindi l’umido scacco col passare del tempo: se si osservano le cartografie cittadine, come quella mappa vertiginosa del 1522, una rosa atlantidea tracciata per conto di Cortés, o come quelle nel museo celebrativo del Castillo de Chapultepec, reggia-roccaforte di Massimiliano d’Asburgo, passando immaginativamente dal XVI al XIX secolo ci si accorge che non varino solo le tinte, gli orditi e la toponomastica, ma soprattutto il paesaggio di quel complesso lacustre dominato dal lago Texcoco, trasformato adesso in una spianata secca, ma non per questo totalmente arida, per giunta contornata da vulcani (forse) inattivi e vette spesso innevate, che si ergono su d’un cielo stereoscopico e leggerissimo, alpino. Una città dove però ai fiumi si sono sostituiti i viali, dove i fiumi sono stati intubati, inquinati, dissipati in principi termodinamici spinti da motori Gm. Il Viaducto, il viale un po’ desolante che l’attraversa fino all’aeroporto, nasconde per esempio il soffocato Rio de la Piedad.</p>
<p>Il rabdomante d’acque dovrà quindi affrontare varie prove che lo assimileranno ad un viandante antico: pronto a meravigliarsi, a sbagliarsi, a cercare l’acqua, ad affogarci. Appena giunto in città per stabilirmi, nel caloroso marzo del 2009, oltre ai fiotti di sangue al naso, sono stato avvertito del fatto che l’acqua del rubinetto non sarebbe stata assolutamente potabile: era da evitare non solo di bere bicchieri d’acqua senza previa bollitura, ma anche cercare di dissetarsi con granite di piccoli barrocci di <em>raspados</em>, che agognavo smanioso come le urla degli uccelli selvatici del Parque México della Colonia Condesa o in una Coyoacán danzante di bellezze locali e organetti un po’ stonati – <em>raspados</em> che, a pensarci adesso, non ho mai provato. Se si ripiega poi per la più comune acqua in bottiglia, i problemi saranno molteplici. Il costo è superiore a quello di una Coca-Cola delle stesse dimensioni, abusata in città tanto quanto la benzina delle auto; è poi molto più facile incontrare, nelle piccole <em>fondas</em>, le cucine o mense a conduzione familiare per pranzi economici, una <em>agua de sabores</em>, un succo annacquato di limone, arancia, tamarindo e altra frutta più o meno esotica. Se chiederete al cameriere di portarvi un’alternativa “pura” a quell’acqua fruttata a volte dolcissima, allibirà.</p>
<p>Finito il marzo dalla sete, arriverà l’aprile ancor più riarso, e sarà un aprile di perlustrazione, tra le camminate nei parchi come il Parque Hundido, punzecchiato dalle incursioni di frastuono degli <em>ejes</em> principali, o della prospiciente Avenida de los Insurgentes, e le affannose camminate sotterranee in una metropolitana di dodici linee che accoglie ogni giorno fino a otto milioni di persone, creando vagoni di coltivazione batterica molto avanzata e sostegni untuosi al tatto, che richiameranno continuamente a un’idratazione e detersione impellenti. A fine aprile, verrò persino sorpreso da un’epidemia contagiosa, la adesso arcinota “febbre suina”, che trasformerà la città in uno scenario desolato di quarantena, molto asettico e straniante per un viaggiatore chiuso in casa in cerca di sorgenti, ma anche di radici. In quarantena, preserverete le vostre vie respiratorie sanguinanti, vi laverete costantemente le mani e sostituirete l’acqua insaponata con un “liquido spermatico” normalmente usato in condizioni d’eccezione: il gel antibatterico, una delle fortune degli ultimi tempi delle ditte farmaceutiche messicane, venduto in ampolline sempre in tasca pronte a strizzarsi tra le dita all’occorrenza. Il suono squittente del dosatore dell’ampolla che fa entrare aria e dona lo “sperma” battericida riempirà le strade semi-deserte, prive ora di altri rabdomanti stranieri, bloccati ai propri check-in d’origine dall’Organizzazione mondiale della Sanità.</p>
<p>Transiterà anche l’apocalisse e scemerà un po’ il sangue dalle narici. Città del Messico è infatti città d’apocalissi in transito più che città dell’apocalisse tout court, città delle piaghe ricorsive con lunghe pause salvifiche, più che di giudizi universali. Per questo, è piena di un’umanità tenace. In maggio, visito una delle attrazioni della città: il parco fluviale Xochimilco, dove i canali ricordano l’antica rete navigabile della città, anche per flora e fauna. Il parco, a sud, è percorso tutto il dì da colonne di <em>trajineras</em>, gondolone simili a carri carnevaleschi con nomi di donna apposti in testa, manovrate da taciturni <em>mestizos </em>dei dintorni. Le <em>trajineras</em> hanno un tettino che le copre dal sole e un tavolo per accogliere passeggeri che vogliano ingozzarsi di alcool. Gli adolescenti più ormonali della città vanno infatti a consacrarsi a quel tavolo d’alcolista, alcuni formano battelli danzanti di musica monocorde, tutti stretti in una <em>trajinera</em> che forse affonderà. Ne passano altre, una di mariachi che strimpellano singhiozzanti ballate messicane, alcune invece paradossali di casalinghe con fornelli a gas che ti vendono questuanti <em>quesadillas</em>, quando le acque di Xochimilco con apatia lacustre fanno emergere anche una fauna sgradevole, poco autoctona: sacchetti di plastica, pellicole e bolle untuose, rigurgiti di turisti. Ciononostante, l’umanità è pronta subito a ritornare con una ventata nell’afrore, tuffandosi verso di me, che scruto le case fantasma stile Mississipi che si incontrano negli isolotti lungo il tragitto, sotto le forme pingui dei bambini locali: si lanciano provocatori verso la nostra barcarola, giocando a schizzarci. Riemergendo tra sacchetti di plastica, si spintonano accompagnati da cani randagi e bambine, sguaiati come in un chiamato Sábado de Gloria, il sabato precedente la Pasqua, quando si lanceranno gavettoni in una sorta di Ferragosto.</p>
<p>Giugno è invece un fazzoletto fresco e bianco di bagliore diurno, senza più sangue al naso, adatto per farsi una domenica nel Centro – oggi decentratissimo rispetto alla macchia urbana – con un buon paio d’occhiali scuri per il riverbero del sole. Vado al mercato di chincaglierie nella Alameda, davanti al cupolone arancione fiammante del Palacio de Bellas Artes, per calle Madero ci sono famiglie in gita domenicale con i tipici bicchieroni di succo di arancia gustosissimo, ma anche nefaste e immancabili Coca-cola. Arrivo fino al Zócalo, la piazza principale che verrà a breve occupata dai sit-in permanenti del sindacato degli elettricisti, davanti alla Catedral dal suo tono affumicato come un vascello appena tirato su da fondali marini. Il rabdomante che sono passerà poi alla deliziosa terrazza della Libreria Porrúa e, asciugandosi la fronte per un ritrovato sudore italico scordato da alcuni mesi, scorgerò la Torre Latinoamericana, che offre una vista panoramica della città dall’alto e che per costruzione pare uscita da <em>A come Andromeda. </em>Da dietro la struttura balistica della torre, camminano però delle nuvole inaspettate, srotolate come dai monti, cucite nell’inverno dallo stregone con la faccia fatta di serpenti, Tláloc.</p>
<p>Perché siamo quasi in luglio, e quello sciamano programma la sua lunga parata di piogge col timer, a comando: da’ un occhio all’orologio, e osserverai che il suo rubinetto mitico si aprirà alla stessa ora. L’effetto non è in realtà alleviante: la pioggia è verace e fitta, diversa dall’annaffiamento paranoico che dura mesi a Firenze, la vegetazione abbondante della città respira, ma qualche fiore di buganvillea o <em>floripondio</em> si inzuppa, marcisce e scola fino alle fogne, intasandole. Le acque ristoratrici cominciano così ad annoiare il cammino del rabdomante, fanno saltare la luce almeno una volta al giorno, le strade s’addensano tenebrose con le fiammelle dei fuochi delle <em>taquerias</em> accese e i fischi dei parcheggiatori abusivi. Acque purificatrici, quindi, ma anche acque insalubri, nocive. Come scriveva Durán, la laguna di México era in origine divisa in due: una centrale, di acqua salata, <em>amarga</em><em>y pestilifera </em>e una di acqua <em>dulce y buena</em>, florida di pesci, che si trovava a lei esterna, superiore in altezza. Peste e dolcezza che incontro anche oggi, in vasi comunicanti.<br />
Agosto e settembre sono infine mesi di piogge che inondano viali e sottopassaggi della città, rallentando il procedere già faticoso della metropoli. Ma anche i mesi delle campagne comunali contro la siccità: sembra di stare in un paese mediterraneo di fronte all’emergenza estiva! Un busillis, per me rabdomante ora colpito da fin troppe acque – riposta idealmente la mia bacchetta biforcuta, ben adatta per comprendere i risvolti delle sorgenti impure della città – e che quasi ogni venerdì colmo una grande bacinella d’acqua della doccia, perché il portiere del mio condominio chiude il rifornimento idrico fino al lunedì successivo. Strane misure d’emergenza del Messico, che reprime le sue fonti originarie per recuperarne le più nefaste conseguenze, che intuba e perde parecchia acqua nel cammino.</p>
<p>Un cammino rapido nel ritornare all’inizio di questa rabdomanzia, quando il rabdomante, tollerante della asciuttezza dell’aria o del timer delle piogge, vive da ottobre a marzo in un autunno e inverno soleggiati, che riservano però ancora sorprese: torna l’arsura a mezzogiorno quando le vette si innevano, le bevande gelate e l’aria condizionata non sono solo una mania da <em>frigidarium</em> americano, ma nemmeno le sciarpe al mattino. Tláloc, il cui nome significa beffardamente Colui Che È Fatto di Terra o Colui che Viene dalla Terra, ti adocchia da quel cielo alpino e attende nuovi sacrifici di viaggiatori rabdomanti che arrivano all’Aeroporto Benito Juarez, insanguinando i fazzoletti. Sono necessari pare, quei sacrifici di sangue, per consentire il suo metodico lavorìo dell’estate.</p>
<p>Le mie mucose rigenerate possono però ora sottrarsi alle sue stregonerie, e dirigersi verso gli odori idiosincratici dei mercati. Dal naso si passa alla lingua, una lingua anch’essa biforcuta, mentre lappa le contraddizioni di una megalopoli come Città del Messico, un labirinto che per due anni e mezzo è stata una splendida casa degli specchi: una casa con quel giorno d’apocalisse amara e non potabile alla settimana, che ti mantiene vivo nella dolcezza altrettanto nociva di acque dolci e fruttate.</p>
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		<title>Il grande regno dell&#8217;emergenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Jun 2010 12:35:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Raveggi Betta per fortuna non la scovava, non doveva salvarla. I bambini erano troppi e incoerenti, non poteva salvarli. Scontrosi come atomi bombardati da quella pletora di stanze piegate, e il mondo attorno che s&#8217;incaparbiva, chiudeva il conto con una linea netta e desolata in fondo al dare e avere. Betta avrebbe potuto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" alt="" src="http://www.culturaitalia.it/pico/system/galleries/pics/alkacon-documentation/4_Affresco_SaffoNA.jpg" class="alignnone" width="264" height="269" />di <strong>Alessandro Raveggi</strong></p>
<p>Betta per fortuna non la scovava, non doveva salvarla. I bambini erano troppi e incoerenti, non poteva salvarli. Scontrosi come atomi bombardati da quella pletora di stanze piegate, e il mondo attorno che s&#8217;incaparbiva, chiudeva il conto con una linea netta e desolata in fondo al dare e avere. Betta avrebbe potuto sottrarsi da sola alle macerie, almeno per stavolta, con l&#8217;aiuto delle sue braccine violacee. Sarebbe stato un segno di maturità. Avrebbe sporto il capetto da tartarughina troncando un coccio più friabile, stirato il muso in una ruga, scostatasi di dosso una doccia di calcinacci. Solo dopo aver fatto scorrere fuori dal cumulo le sue poppe asciutte, avrebbe steso l&#8217;obiettività della sue gambe mozze. In aria, in un luogo neutro, simile a quello dell&#8217;edificio, ma senza strozzatura e gravità. <span id="more-35039"></span><br />
I bambini erano invece pesanti, tesi alle spalle, geroglifici, annodatissimi nel risveglio di quelle urla sfasate, anche se Ruberti li scioglieva e cercava d&#8217;animare. Gli avrebbe fatti anche cantare in coro per poter assorbire le urla che puntellavano ogni angolo dell&#8217;edificio. O avrebbe dovuto, a mali estremi, fare alla svelta quel sogno spugna, quel sogno aspirante, quella visione rastrello, che ripulisse il mondo da quella catasta di scaglie, di calcina e ferracci ossidati, con Betta ficcata sotto, che poi rispunta su ogni volta, monca. Farla magari nel bagno dell&#8217;edificio segnalato in verde al secondo piano, la proiezione liberante, senza additivi o barbiturici, tenendosi le meningi come i superuomini, che cambiano in un vortice mentale le crettature. In un angolo piastrellato di rivincita personale, ingolfettato, con la pancia dura che si protende dalla cinghia di finta pelle. Prodigioso e focalizzato come una lettera di rettifica al Provveditorato agli Studi. Invece stava lì a zampettare su e giù per tutte le scale, spoglio di visione e scisso come tra gli scomparti di una storia inconciliabile, trafelato a distribuire i suoi alunni dentro e fuori le stanze, come risciacquando dei panni, a cercare un punto d&#8217;equilibrio per le loro schiene, che non fosse troppo compromettente. Era lontano anche dall&#8217;ipotesi di una salvezza, se ne prendeva gioco. Si era persino alleato con alcuni più bolsi e cinici, cisposi in viso, poco compassionevoli, in atteggiamento di perenne scherno. Anche lui, il maestro Ruberti con addosso l&#8217;indifferenza inquieta di quelli, la fissità della cellulina di gesso con gli occhietti vispi sulla lavagna, con cui aveva spiegato la meiosi in mattinata.<br />
Era il sogno del gesso, quello redimente, che aveva già percorso. Ed era un sonno perenne, sotto una coltre, abraso. Ricco di occhietti, palpebre sulle celluline della lavagna. Se fai il maestro, aveva pensato prima di fare la Domanda, se ti vuoi far spiegare invece di spiegarti, hai l&#8217;opzione d&#8217;una provincia disposta a cullarti, una cuccia periferica di feltro grezzo, che ti va giusta addosso. Da decenni ha fatto il maestro di Scienze, parlando con analogie buffe, questo per non agire sui corpi altrui, nella speranza di salvarli, o magari, doverli terminare: salvarli altrimenti. L&#8217;alleanza con la scienza degli occhietti di gesso, dei diminutivi. Come antidoto contro il sogno ricorsivo di Betta, e i suoi moncherini al cielo, intamponabili nella Bologna scolorata.</p>
<p>Ogni stanza dell&#8217;edificio che passavano in rassegna di fretta, era una solitudine ridotta all&#8217;osso: nella prima stanza all&#8217;ultimo piano, ricomposto a caso quel plotone di alunni in una boscaglia sbilenca di umori acidi, non c&#8217;era Betta, ma un pelato, infarinato in viso. Aveva preso un pennello, forse dai suoi attrezzi, stava spingendolo sulle pareti in frantumi, circoscrivendo dei concetti ridondanti, per ricomporre il discorso ora ai minimi termini sulla sua lingua siciliana per schiocco. Rapido, proprio, allegorico, venuto dal futuro a recriminare contro l&#8217;accidia umana, forzando sulle ginocchia. L&#8217;inchiostro si dosava grumoso dall&#8217;orlo del gomito spezzato dal pennello. Ruberti, tenendosi sullo stipite, s&#8217;invaghì ancora della sua, d&#8217;ideologia, mentre il pelato si consumava sulla propria. Si tese in alto, contandosi le pulsazioni al collo: salvare e non salvare dipendevano entrambi dal caso, la stessa sabbia che ti fischia tra le dita ritornando nell&#8217;indistinto, a mano aperta, o a pugno chiuso, che sia. Il caso impone una scelta inutile. Ma, o scegli la scelta, e allora ti devi scontrare con la catastrofe ricorrente, oppure hai il sedativo: il diminutivo, il vezzeggiativo. Ruberti ha scelto il sedativo più di dieci anni fa, la mano aperta, davanti a Betta monca, alla sua visione dove tutto crollava vestito di grigio, addosso al suo corpicino friabile. E tutto quel grigio dipendeva dallo sguardo, dal sapersi fissare, da un&#8217;ipotesi di salvezza che Ruberti inseguiva, per trattenerla, e ora non più&#8230; Se lui faceva sbocciare gli occhi alle soglie del primo incubo, il cascame iniziale del suo appartamento si spalancava in un esclamativo sonoro, e lui si trovava a scendere le scale della Facoltà. Passeggiare poi per i portici deserti di Bologna. Col camice ancora addosso. Non proprio passeggiare. Incespicare con un magnetismo alieno. Un filo invisibile che si scuciva tra i pantaloni di flanella. I portici ansimavano in parallelo. Nascosti dietro di essi tutti i cittadini, immersi nell&#8217;odore della mortadella che corteggiava il pane oleoso, gli bisbigliavano “Bån dé Dotor Ruberti, Cum stèt? Bån dé. Vlair un cafè? Ch’al scûṡa, mo la fè le appendiziti, Dotor Rubé?”. Presto i portici vennero giù agitandosi come costole sui polmoni. Incrinati da tutti i cittadini cambiati di segno, in una tagliola al cuore. Centro di quella vertigine che aveva sentito prima dell&#8217;esplosione in aria. E del tremore a tamburo. Quindi l&#8217;asse terrestre giù a scivolo. Era finita così, la prima visione. L&#8217;occhio sbocciato e sudato sulla carta da parati svedese della sua camera. </p>
<p>La seconda stanza: una solitudine ennesima, tra le scosse, per i suoi alunni pietosi in caduta libera, che lui cercava d&#8217;affrancare. Percorso il passaggio congestionato dall&#8217;ultimo al piano inferiore, Ruberti c&#8217;arrivò trasportando il gregge come profeta, smagliato il viso itterico, levitando sui corpicini verdognoli e catalettici. Le finestre di legno erano spalancate, ampi fianchi di un grosso animale strozzati a dei ganci. Si sentiva come la parete lattea esterna del sole venisse bucata e succhiata dal frastuono della piccola città inodore, riversata tutta per strada a zampettare. I bambini volevano uscire, si slargavano alternativamente la bocca e il collo del golf, in piccole voragini sbavate, ma volevano anche vedere, ancora vedere, ancora. Altri imploravano solo l&#8217;uscita a mani giunte, strette sulle labbra. Ruberti non poteva salvarli: questo era contrario al suo lavoro, e da oramai vent&#8217;anni.<br />
Un giovane macilento con i pantaloni quasi alle ascelle, delle bretelle finissime e un pizzo a saetta, mimava a stento nella seconda stanza il braccio d&#8217;un giradischi, il giradischi sconnesso che aveva proprio sotto il suo, di braccio, in bilico sopra un piedistallo sopravvissuto all&#8217;esplosione che gli aveva fatto la morte silenziosa attorno e una speranza d&#8217;amplificazione. La registrazione era sciupata, cominciava a slabbrarsi e scampanellare senza più melodia, in un ventriloquismo roco tra il giovane, il giradischi, e, pareva, tutte le voci vicine e lontane della sua famiglia. Doveva essere friulano, per le palpebre piccole, rosee e contuse, occhi minimi e questuanti, che però ondulavano in un liquido giallastro alle risposte del sisma collettivo, scossoni alle sue pretese, a quelle delle sua famiglia. Si protese, sicuro per essere salvato, e Ruberti si voltò verso il corridoio, per non rischiare di doverlo salvare, anche solo con la lacca indulgente di uno sguardo. Il ventriloquo ricominciò tutto mogio a fare lo stesso di prima. Ruberti disse ai suoi alunni che era meglio affrettarsi. Quella stanza era ancora priva di Betta, i suoi occhi a mandorla che gli facevano sfuggire le iridi fin nell&#8217;oscurità delle orecchie, quando strusciava sul ginocchio di lui, e si sdilinquiva tutta di tremori naturali.<br />
Una catastrofe è sempre una vertigine personale, una maniera di non sentirsi partecipi al mondo, volendolo pur amare, pensò Ruberti, mentre guardava insistentemente la porta del bagno appena intercettata, e si domandava del contro-sogno per Betta, il sogno mirino e spatola, tutto focalità e prodigio. Una questione di solitudine estrema, la catastrofe, bizzarro idealismo. Si sentì di giocare come a rimpiattino con i suoi allievi, spingendoli dal sedere, scacciandoli come galline nel corridoio, schizzando poi lui a placcarli, per non sentirsi spaiato. Scivolò su quel pavimento maculato di pietre, facendo gincana tra le lettighe che già erano entrate in azione tra una stanza e l&#8217;altra, grazie a dei tipi concentratissimi, svizzeri. Un&#8217;allieva particolarmente adulta di testa, per non dire mortalmente noiosa, si aggrappava al margine di una porta come a tenerlo. Gli squadernò una facciaccia malevola, e lo redarguì a tenere concentrazione sulla nuova stanza, dove era appena avvenuta una detonazione: che lì sì che avevano bisogno di attenzioni, di viveri, trasfusioni mentali.<br />
“Io a te sicuro non ti salvo” le disse Ruberti, avvicinandosi con un dito, terrorizzandola. </p>
<p>“Parli con dignità” gli aveva smaniato Betta, tutta pubica nel letto al pomeriggio bolognese, mentre la mano di Ruberti le perlustrava a inventario i peletti irsuti di una coscia. Il fiato di lei sapeva di amarena viziata, succhiata dal ghiacciolo.<br />
“Parli come riparlassi ad eco, dal punto fisso, vecchione.”<br />
“Hai il doppio della mia età, e non hai ancora fatto carriera. Vecchione!”<br />
Ma se nel primo sogno, nella matrice che veniva spinta giù a battere il grugno burbero, un vuoto coerente aveva dominato, nel secondo lei era spuntata con la sua testolina, grattando un angolo sfuocato dell&#8217;attenzione di Ruberti, vicino ad una fontana di cui si vedeva solo la illesa vaschetta superiore con lo zampillo essiccato. Era quella una mattina riscaldata come dallo sbuffo di una vacca, quasi umana, anche se, per il corpo opaco di Ruberti, che suonava l&#8217;incubo nelle viscere, era una notte prosciugata, dopo la sera in cui Betta si era dileguata di nuovo, con l&#8217;attitudine del suo pube, sempre esposto oltre le mutandine troppo strette, a prendere il volo su quella fionda verso le mani di lui. E nel terzo sogno lei le aveva ripetute al contrario, quelle tre frasi secche, le tre linguette adesive, prima di abbandonarlo ancora, da sotto le macerie che conquistavano la città rendendola totalmente appenninica, rocciosa e restia.</p>
<p>Non c&#8217;era molto da vedere, nella stanza indicata dalla facciaccia dell&#8217;allieva saputella, dopo quel botto: se non la danza intermittente di una serie di arti, gomiti e legamenti che si mostravano e nascondevano da dentro una nube soffice, come pezzi di feti involuti che uscivano dal bozzo di verme. Tutti i bambini vennero attratti immancabilmente da quell&#8217;orrore fatto arte, sorprendendo ancora il maestro, nonostante il tempo e gli spazi stessero terminando, Ruberti stesse cercando di razionalizzare, e alcuni fossero già deboli, sfiancati. Quel talco denso e uggioso era forse, per loro, viatico della tanto agognata uscita. Ruberti li placò mettendosi davanti, quasi eroicamente, e s&#8217;incipriò il naso, guardando dentro se poteva esser tale, l&#8217;uscita, così eclatante. Sollievo che non spuntò la testolina di Betta da quella spuma soffice. Sentì solo un accento campano che uggiolava come sirena senza pile nel mezzo della nube, qualche tosse sforzata, e il dolore acuto e caldo del manrovescio involontario che gli fece perdere l&#8217;equilibrio, complice il pavimento che tremava da tempo. Cadde di groppa al suolo, interrompendo la corale dei crolli.<br />
Nel quarto sogno, o era il quinto o sesto, Betta si era tirata un tanto su con le braccia, mentre l&#8217;attenzione di Ruberti s&#8217;avvicinava ancora come uno strillo al cinema, fatto a imbuto. Lei aveva poi osteso i due moncherini, un&#8217;inferriata riversa lì vicino le aveva tranciato le gambe dal ginocchio in giù, ma lei ghignava tranquilla e diceva ancora Vecchione, e Parli come&#8230;. Al contrario, il discorso era diventato melanconico, irreversibile, “Vecchione” aveva un punto d&#8217;interrogazione, era un invito ad entrare con lo sguardo, e non a serrare, nel suo vortice di parole rotanti. Prima duro, poi melanconico, scaduta l&#8217;ironia. E nel settimo o ottavo sogno, Ruberti era una specie d&#8217;occhio prensile, senza più camice e incespicare, non sapeva se salvare o meno, se operare o meno, con quelle mani sfarfallanti attaccate ai bordi della pupilla, inservibili. Sbatté ogni notte, nei successivi, con quella mostruosità gigante sui quei tranci rossastri, come una mosca su di un vetro. La Betta si mostrava contenta, mordeva le labbra all&#8217;amarena, pronunciava le tre frasi linguetta, il suo pube, senza mezze gambe, era puro e protagonista. Lei, sulle sue gambe intere, sarebbe ritornata il giorno dopo, a svegliare il cagnone umido di Ruberti nel letto, avrebbe fatto crollare tutto di nuovo a suon di grida poco credibili, e avrebbe rimostrato i moncherini la notte, nel giogo metallico diurno e notturno della colpevolezza, se solo lui si fosse trastullato ancora con l&#8217;idea, l&#8217;ipotesi di una salvezza.<br />
Ruberti si riprese tra le manine dei suoi alunni, che lo stavano rianimando a pizzicotti, e alcuni, si accorse, pure a sputi caduti lenti e pastosi. Attorno facce di altra gente, affaticata e tesa, che poteva avere tratti simili ai suoi operandi di un tempo. Li scrutò bene, nell&#8217;intermittenza dei loro fischi del petto. Fu contento di aver scelto la soluzione. La soluzione precedente i vezzeggiativi di gesso, gli occhietti sulle cellule, fu lasciare i guanti al Dipartimento di Chirurgia, appassiti su di un tavolo da operazione, nonostante tutto quello che si presentasse ad un chirurgo trentenne con un cognome propulsivo, che indossa serietà come il camice stirato maculato di sangue, e per quello deve nascondere la relazione con una quindicenne. Fare finta che a ricevimento passi una cuginetta, alla quale si può dare un pizzico sulle poppe solo dopo aver socchiuso la porta. Mentre lui dentro suda freddo alla scrivania, e butta giù il groppo in gola, perché si è reso conto che non può vedere più corpi devastati, da scoperchiare o chiudere, da salvare, non più, dopo che Betta gli mostra i moncherini, ripetutamente, in uno spazio desolato composto delle sue costole crollate sul cuore. Un cuore-bulbo che non desidera altro che ritornare a quella smania, e non poterci fare. Tutti quei corpi slabbrati erano la sua colpa, avevano la faccia ovale di Betta quando entravano e uscivano dalla sala operatoria. Aveva provato anche col tiopentale, anestetico a lento recupero, per rientrare furtivo con tutto il tempo adeguato nella visione deteriore, lui redimente, in punta di piedi. Ma non ci si entra a volontà, ma sotto una coperta provinciale ci si può sonnecchiare bene, senza crettature: e così aveva fatto, prendendo il gessetto in mano, disegnando occhietti alle celluline nello spazio sicuro di una lavagna nera.</p>
<p>Un altro tonfo richiamò l&#8217;attenzione su di un&#8217;altra stanza, i bambini si precipitarono a falcate impostate, da bambini, distolti dalla mancata uscita e dal corpo di quel leader solidale, che intanto si era rialzato. La calce scodò fuori in un lembo, poi si aspirò di scatto e quella stanza si presentò protesa verso il fuori, e dentro cominciò come a nevicare a fiocchi grossi. Ruberti, appena arrivato, pensò che non c&#8217;era comunque niente da vedere, e la neve era un palliativo, anche se c&#8217;era una schiera di angeli, con occhiaie azzurrate e ali troppo estese, prostrate di neve. Gli angeli si toccavano spaesati dietro le spalle il punto dove l&#8217;ala si stava piegando, e lamentavano in coro “Fate presto”. Più che angeli parevano anfibi spogliati del loro habitat. Ruberti rimase lì davanti stecchito, stringendosi la giacca sulla pancia esposta, mirando oltre la schiera, spolverandosi, mordendosi le guance sotto i denti. “Fate presto”. Guardò verso l&#8217;architettura della stanza, retta solo dalla parete della porta d&#8217;entrata e da due esili strappature di muro ai lati. La parete esterna esplosa mostrava ora lo scorrere di molti lampi, ricordi estratti degli angeli-anfibi bruciati, come lembi di carta in una cenere, in una visione aerea della bragia dove cadevano. Non vi riconobbe Bologna, non vi riconobbe la fontana di via San Giovanni, non vi riconobbe il punto esatto dove il capetto della Betta spuntava ogni notte, rompendo il coccio, mostrando il moncherino.<br />
Fu spintonato da uno che s&#8217;era messo in precedenza sulla sua scia. L&#8217;uomo entrò nella stanza con un lungo pastrano un po&#8217; macchiato di neve sporca sulla coda, una sorta di detective dal passo un po&#8217; bigotto, cautelare, la testa riccia, piccoli denti tesi che valutavano lo spazio, le infossature degli occhi non livide, ma cave, da calavera messicana. La schiera degli angeli-anfibi si serrò, oscillò ubriaca, per quanto poteva per il peso della neve, oscillò in un “Noi sappiamo” contro il Rappresentante: così lo nominò Ruberti in testa, per via dei denti piccoli, telegrafici e l&#8217;aria da officiante. L&#8217;uomo alzò il braccio destro e, piegando il dito in aria, come piegando un grilletto, spense lo spazio agli occhi dei bambini. Spense tutto.</p>
<p> Gustare il piano terra: l&#8217;oscenamente confortevole. Un po&#8217; di acqua, qualche merendina, cibo o chewing gum, tirare fuori dalla stagnola il panino con la frittata. Vennero quasi placcati davanti al banco caotico del bar da un tizio in tunica romana, che coi suoi sandali squittenti cercò di sedurli in un balletto barocco, incrociando i talloni. Dietro di lui, c&#8217;era la sua stanza, l&#8217;ultima per ordine d&#8217;apparizione, vicino ai magazzini, in un senso anacronistico di quella catabasi, la <em>Pompei anno 63-anno 79 d.c.</em>. Che nessuno doveva aver visitato di frequente: la catastrofe lì era diventata storia trionfale, belletto. Ruberti inciampò nel tranello e si sporse: non era troppo male quella lava che colava da una parete come pelle di dragone fibrillante, col solito effetto di agonia spasmodica del suolo delle stanze, che in quella cigolava un po&#8217;, forse dimostrazione d&#8217;una antichità involontaria. Ma niente, niente moncherini, niente Betta, niente pube in aria e niente cocci in terra, solo la lava che smerigliava tra due colonne doriche, e il soffitto che si illuminò di rosso intenso sulla testa del pompeiano con le guance truccate da pupazzo beone. Faceva molto caldo per i faretti filtrati e cominciò a proporsi puzza di bruciato. Non male quella stanza, ripensò Ruberti, peccato per la sua posizione fuori dal tutto, fuori tempo massimo, a mo&#8217; di souvenir.<br />
“Chissà cosa diranno i politici di tutti questi effettoni, no?” disse poi alla cassiera.<br />
“Può trovare la lista dei finanziatori dall&#8217;altra parte, all&#8217;entrata, signore” le rispose lei a testa bassa, mentre contava dei soldi con il tocco del pollice.<br />
“No, per amor di Dio. Tornare indietro, tzé. Faccio un buon lavoro. Buona giornata.”<br />
“Come, scusi?” gli disse lei da dietro il vetro, con una mazzetta in mano.<br />
“Faccia. <em>Faccia</em>, volevo dire. A presto.”<br />
Si lasciò alle spalle il cartello <em>Museo Memoriale delle Catastrofi Naturali</em>. Quando Ruberti era passato lì davanti con l&#8217;A112, aveva implorato, picchiando quasi la fronte sul volante, che non venisse assegnato per una gita in quella nuova attrazione coscienziosa in città, narrazione museale di ogni terremoto rilevante della storia italica. All&#8217;inizio, quell&#8217;assegnazione l&#8217;aveva presa come un&#8217;assegnazione del destino. Poi s&#8217;era ricordato del sedativo, del vezzeggiativo, di quella coperta grezza e coerente che era la provincia, e la scuolina nel suo centro esatto, come il palo centrale di una tenda da camping. Perché il destino si poteva trovare in quel tepore, ed era sempre buono: ti salvava senza chiedertelo, senza guardare pietosamente dove avesse gettato la coperta di un aiuto, senza preferenza, sottraendoti da quel grande regno dell&#8217;emergenza, singolare e colpevole, di cui Betta era diventata la regina monca e lui lo schiavo bulbo, il creatore ubbiato e il pernio storto. Stavolta ce l&#8217;aveva fatta, s&#8217;era annoiato e sguaiato come un bambino. Era sicuro che quei quindici anni di pube e occhi a mandorla, di linguette di parole vuote e giochi con lo sperma tra le dita, non sarebbero apparsi più, a rosicare l&#8217;osso del piede della sua solitudine che tremava con la terra.<br />
“Che fine hai fatto, Betta? Ti si son cicatrizzati i tuoi moncherini? Sei anche tu ora <em>vecchiooooona</em>!?” si disse fra sé Ruberti, ridacchiando un po&#8217; sadicamente, mentre montava in macchina, dopo essersi gingillato con la solidità dell&#8217;asfalto e la liberazione dei bambini verso padri e madri. Si strofinò la faccia con la salvietta umidificata che l&#8217;addetta in tailleur gli aveva donato all&#8217;uscita. Salutò qualche genitore più alleato, strizzando gli occhi assieme allo stomaco affamato, raccolse i compitini -non poteva chiamarli che così, vista la loro semplicità didascalica- i compitini sulla mitosi, caduti in fondo al retro del sedile, senza farsi vedere dai suoi alleati. Non poteva permetterselo. Avviò la macchina e si rimise sotto la coperta grezza, sotto il suo tunnel soffice che non raccoglieva la gravità delle scorie. Fino a che un genitore con un gilet ridicolo non gli si buttò quasi sotto le ruote della A112, risvegliandolo, battendo poi con la nocca sul vetro.<br />
“È convinto che avrà imparato qualcosa della miseria umana?” gli domandò il genitore, baffoni alla tedesca e bocca rosa, mentre trascinava dietro di sé il figlio come un trolley.<br />
“Quello che basta. Faccio un buon lavoro” rispose Ruberti, facendo cigolare il vetro con l&#8217;azione della manovella. </p>
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		<title>Collana Novevolt (ZONA) a Firenze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Mar 2010 15:39:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[enrico piscitelli]]></category>
		<category><![CDATA[enzo fileno carabba]]></category>
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		<category><![CDATA[jacopo nacci]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[novevolt]]></category>
		<category><![CDATA[presentazione]]></category>
		<category><![CDATA[Vanni Santoni]]></category>
		<category><![CDATA[zona]]></category>
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					<description><![CDATA[giovedì 1 aprile 2010 presentazione dei primi due libri della collana Novevolt di Editrice ZONA. FIRENZE &#8211; Feltrinelli International (via Cavour 12R &#8211; ingresso libero), ore 18. IL MOLOSSO. LA LEGGENDA DEL CANE di Enzo Fileno Carabba UN VIAGGIO CON FRANCIS BACON di Franz Krauspenhaar Presentazione dei primi due titoli della nuova collana di ZONA [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>giovedì 1 aprile 2010</strong></p>
<p><strong>presentazione dei primi due libri della collana Novevolt di Editrice ZONA.<br />
FIRENZE &#8211; Feltrinelli International (via Cavour 12R &#8211; ingresso libero), ore 18. </strong></p>
<p><strong>IL MOLOSSO. LA LEGGENDA DEL CANE </strong>di <strong>Enzo Fileno Carabba</strong><br />
<strong>UN VIAGGIO CON FRANCIS BACON </strong>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong><br />
<span id="more-32473"></span></p>
<p>Presentazione dei primi due titoli della <strong>nuova collana di ZONA Novevolt</strong>, a cura di <strong>Alessandro Raveggi </strong>e <strong>Enrico Piscitelli</strong>. </p>
<p>Intervengono, con gli autori e i curatori della collana, <strong>Vanni Santoni </strong>e <strong>Jacopo Nacci</strong>. </p>
<p><strong>Vernissage della mostra &#8220;Sad Plants&#8221; di Jonathan Calugi, illustratore delle copertine di Novevolt</strong></p>
<p><em>Da marzo in libreria, i primi due libri della collana di narrativa Novevolt, curata da Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi, per Zona editrice. </p>
<p>Volta al rilancio della qualità nel panorama nazionale, Novevolt propone piccoli gioielli di stile: di autori affermati e giovani promesse, sfidando le leggi del mercato e rivolgendosi ai lettori con arditezza e complicità, senza contraffazioni e specchietti per le allodole. Per questo i Novevolt sono libri piccoli, densi, coinvolgenti, tascabili: unici. Oasi temporanee per ridare libertà, libertà a chi scrive, libertà a chi legge.</em></p>
<p>SCHEDE COMPLETE DEI LIBRI: <strong><a href="http://novevolt.wordpress.com/i-novevolt/">http://novevolt.wordpress.com/i-novevolt/</a></strong></p>
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		<title>Licantropop</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/01/30/licantropop/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2009 15:00:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[despairs!]]></category>
		<category><![CDATA[elettronica]]></category>
		<category><![CDATA[lupi mannari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Raveggi e Despairs! Traccia Audio: Licantropop Colapso Calypso A Manuel Vázquez Montalbàn Granada, già 2003 La missione si chiama: POLVO ESTELAR le autorità hanno aperto un’indagine meschina Disección de un alma errática milioni di ecologisti hippie richiedono di conseguenza un poliziotto compromesso malauguratamente a guardia l’altro giorno in un ristorante il criminale detenuto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" alt="" src="http://media.delcinema.it/images/2007/10/30/big_un_lupo_mannaro_americano_a_londra.jpg" /></p>
<p>di <strong>Alessandro Raveggi e <a href="http://despairs-online.blogspot.com/">Despairs!</a></strong></p>
<p><a href="http://www.sendspace.com/file/1r3w4n">Traccia Audio: Licantropop</a></p>
<p><em><strong>Colapso Calypso</strong></em></p>
<blockquote><p>A Manuel Vázquez Montalbàn<br />
Granada, già 2003</p></blockquote>
<p>La missione si chiama:<br />
POLVO ESTELAR<br />
le autorità hanno aperto<br />
un’indagine meschina<br />
<em>Disección de un alma errática</em><br />
milioni di ecologisti hippie<br />
richiedono di conseguenza<br />
un poliziotto compromesso<br />
malauguratamente<br />
a guardia<br />
<span id="more-13706"></span><br />
l’altro giorno in un ristorante<br />
il criminale detenuto<br />
da Carmen Sevilla<br />
la donna freschissima<br />
gelosa di se stessa<br />
più grande del mondo<br />
physique du rôle imbarazzante<br />
(una familiare, eterogenea<br />
molto pulita e convenzionale<br />
<em>el Civic IMA es un coche ecológico</em>)</p>
<p>il criminale aveva rubato<br />
le briciole della Cometa<br />
<em>Para optimizar su autogobierno</em><br />
ed il resto del pulviscolo disperso in:<br />
Londra 3 giorni Hotel Majestic<br />
furto di chiavi obiettivi incompiuti<br />
<em>La habitación era limpia<br />
la espuma de la cerveza<br />
otra salmonelosis:</em><br />
ché poi mi ritirerò<br />
<em>– Fa come che va e poi torna!</em><br />
dicono gli inquirenti –<br />
<em>– Così i membri di una comunità ancestrale<br />
porterebbero sempre due nomi?<br />
– Dobbiamo ispezionare<br />
i suoi propositi nucleari!</em></p>
<p>¿Hasta dónde quiere llegar?</p>
<p>Negozi CHICCO<br />
che coprano il 25 % della popolazione:<br />
un anno di prigione<br />
e torna ad essere un pargoletto<br />
(il meraviglioso viaggio<br />
di violenza e terapia delle prigioni!)</p>
<p>Fa’ da patrigno a un bambino<br />
un fandango di idee<br />
Collabora –<br />
Dagli del futuro –<br />
e di regalo<br />
un avveniristico cesso automatico<br />
con sette marce<br />
così che possa sentirsi lindo<br />
come di regalo<br />
a tutti quelli che andarono<br />
in pensione in anticipo coi tempi<br />
si danno tanghi<br />
tanghi e boleri<br />
che consentono di godersela di più<br />
e riducono lo sforzo<br />
al conduttore<br />
(<em>Así cierro las puertas al pasado</em>)</p>
<p><em>¿Hasta dónde quiere llegar?</em></p>
<p>Un testamento di fronte alla Storia<br />
senza scontri<br />
con ultrà –<br />
di fuoco le sue parole<br />
così come si marcò la Torà nel cielo<br />
provocando il tipico odore bruciaticcio<br />
dell’umanità.</p>
<p>Di regalo<br />
lui richiede in verità<br />
<em>POLVOS</em> (SCOPATE.)<br />
<em>Pide cita. Madrid.<br />
Envía CLARA 5646.</em><br />
Incontri occasionali<br />
per un’insaziabile creatura.<br />
Che assumano<br />
significati contrastanti.<br />
A contatto con il bruciaticcio<br />
dell’umanità.</p>
<p>Alla vista del panorama<br />
sottile tortino di tonno<br />
le irregolarità però<br />
balzano al piatto<br />
le cronache locali<br />
non dedicano pagine<br />
alla missione:<br />
“Stiamo pagando questa fiacchezza<br />
perché i giocatori del Real hanno detto:<br />
BISOGNA IMPEGNARSI<br />
NELLA CHAMPIONS?”</p>
<p>Negli ultimi trecento metri<br />
d’investigazione<br />
inavvertito come alito di Godzilla<br />
nella ripresa<br />
viene fuori che un enorme niveo<br />
cane poliziotto volante<br />
decifra il monologo impattante<br />
di Orson Welles in <em>Mody Dick</em><br />
con meno di 6 giorni<br />
a Pechino<br />
(759 Euro):<br />
“ha commesso pubblicamente<br />
i peccati che gli Stati Uniti<br />
gli accusavano di commettere in privato<br />
nella notte de <em>Los Reyes Magos</em>”:</p>
<p>Si muove allora Bastian<br />
avvinghiato a quella enormità<br />
il testardo ben ravviato<br />
che si arroga il diritto<br />
di riscattare le lande di Fantàsia<br />
dalla mancanza di infrastrutture<br />
e di avvocati del lavoro<br />
intrepidi e sportivi<br />
senza alcuna insufficienza cardiaca.</p>
<p><em>Testo tratto da </em>Alessandro Raveggi, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8895514653/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8895514653&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Disney contro le Metafisiche</a>,</em> (ZONA, 2008 + Cd di Despairs!, con post-fazione di Cecilia Bello Minciacchi)</p>
<p><em>Immagine: Un lupo mannaro americano a Londra (John Landis)</em></p>
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		<title>Habeas corpus</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/19/habeas-corpus/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 07:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raveggi]]></category>
		<category><![CDATA[Nodo Sottile 3]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro dell'Esausto]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Alessandro Raveggi A perpetual holiday is a good working definition of hell (G. B. Shaw) * Perdere occasione di è ovunque un perdere del tempo per, per tempo si è fatto o almeno pareva il tempo di farlo di disfarlo il gioco della girandola senza sosta per la mitica mitologia del tempo e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/licenziamento.bmp" title="licenziamento.bmp"></a></p>
<p> <a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/ketchup.bmp" title="ketchup.bmp"><img loading="lazy" decoding="async" width="431" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/ketchup.bmp" alt="ketchup.bmp" height="262" style="width: 382px; height: 261px" /></a></p>
<p>di <strong>Alessandro Raveggi</strong></p>
<p><em>A perpetual holiday is a good working definition of hell</em><br />
<em>(G. B. Shaw)</em></p>
<p>*</p>
<p>Perdere occasione di<br />
è ovunque un perdere<br />
del tempo per,<br />
per tempo si è fatto o almeno<br />
pareva il tempo di farlo<br />
di disfarlo<br />
il gioco della girandola<br />
senza sosta per<br />
la mitica mitologia del tempo<br />
e del guadagno, mitico!: accumulare,<br />
accatastare l’attimo, di gran<br />
lena, se sottrai un tassello,<br />
crolla tutto, attento!<br />
crolli tutto.<span id="more-5692"></span></p>
<p>*</p>
<p>Devi essere pazzo,<br />
devi credere agli ufo,<br />
per sorbirti questa roba<br />
tutta d&#8217;un fiato:<br />
l&#8217;opinione fluttuante è<br />
la tua, tuo corpo, tua melma,<br />
grammatica fallace,<br />
tuo l&#8217;accostamento d&#8217;immagini,<br />
una dopo l&#8217;altra ti prendono<br />
l&#8217;anima, della carcassa<br />
da espungere, rimane solo il<br />
midollo, o ti rimane la soglia, dove<br />
sostare, devi essere pazzo<br />
per stare, per credere<br />
di lavorare qui, all’erta,<br />
nella scialuppa<br />
di salvataggio.</p>
<p>*</p>
<p>Hai il tuo bianchetto,<br />
puoi correggere la storia,<br />
col liquido bianco,<br />
nidificato tra le dita,<br />
tutto è reversibile,<br />
basta scegliere il lato<br />
giusto dove installarsi,<br />
e succhiare<br />
dal tubo bianco.</p>
<p>*</p>
<p>Si muove sgangherato,<br />
immobile.<br />
Lo indicherebbero<br />
come santo o mistico.<br />
Ne ha le stimmate,<br />
ma non gli<br />
agganci giusti,<br />
possono vederlo<br />
giustamente<br />
solo i creduli.<br />
Non ha condanna,<br />
fa vanto, di condanna,<br />
l’onesta stazza di portarsi<br />
quel bagaglio di conoscenze,<br />
tante da non saperne<br />
cosa farne e dove.</p>
<p>*</p>
<p>Preparato per la battaglia,<br />
faticato molto, addestramento<br />
a reni spezzate nel vuoto,<br />
pane acqua e botte,<br />
l’unica dritta che<br />
manca è il nemico,<br />
sceverare ciò che è là dentro,<br />
il suo stomaco, ruggisce<br />
e vuole rimanere fresco<br />
(ha i suoi sessanta anni, il nemico,<br />
questo si dà per certo.)</p>
<p>*</p>
<p>Preparato ancora al peggio,<br />
non sa che farsene<br />
del bene e del male,<br />
la causa, l’effetto per lui<br />
sono gingilli elettronici<br />
in cui rimane inghippato<br />
per mandare un messaggio<br />
al mondo che lo circonda,<br />
ossessivamente, con<br />
le sue richieste di sconto,<br />
da scontare.</p>
<p>*</p>
<p>Gli viene quasi la voglia<br />
di prestare fede ad<br />
un insostenibile<br />
creazionismo,<br />
puzzolente di creature<br />
e genitali allo sbaraglio<br />
di una notte miserrima.</p>
<p>*</p>
<p>Può dire il vero,<br />
ma il suo invecchia come<br />
falso storico,<br />
dillo col cuore!<br />
Soffia nei ventricoli<br />
come fossero zufoli da arcadia!<br />
L’hanno già detto i cantautori,<br />
ora hanno una macchina per<br />
rompere il ghiaccio,<br />
un macchina lunga<br />
per una donna intercambiabile,<br />
che copra le spalle ad<br />
altre mille in agguato,<br />
prese con un autografo.<br />
Facci una firma pure tu,<br />
assicurati il futuro,<br />
su quella chiappa sacra,<br />
risorta in pompa magna in tv.</p>
<p>*</p>
<p>Nella pellicola,<br />
volano sempre più maghi<br />
e draghi, volanti infanti,<br />
stregacce fiche<br />
butterate nel trucco<br />
che interrompono la corsa,<br />
nel momento buono,<br />
della catarsi, del fotofinish<br />
spasmodico,<br />
la malvagità ha<br />
la sua compassionevole<br />
conservazione,<br />
la combustione:<br />
non puoi trovarti<br />
occhialini sul naso<br />
a pronunciare il tuo<br />
abracadabra<br />
lo scilinguagnolo,<br />
timido<br />
senza le spalle parate<br />
dalla produzione,<br />
per niente al mondo,<br />
anche nel tuo mondo,<br />
di fiaba immateriale,<br />
pelle di cipolla, Enrichetto.</p>
<p>*</p>
<p>Giganti goffi<br />
sopra nani, di giganti<br />
maturati a suon di<br />
ristampe dello spirito,<br />
freaks buttati via<br />
a calci dal circo<br />
perché non intercettano più<br />
il pubblico, imbellettati<br />
per l&#8217;editore in voga.<br />
Bene, troppo bene per essere<br />
scarto della storia,<br />
e suo combustibile.<br />
Ingolfano il sistema.</p>
<p>*</p>
<p>Credi nelle otto ore?<br />
Sì, nei ticket restaurant, nelle piadine<br />
formaggio e spinaci, per star leggero,<br />
per stare in una<br />
pausa perdurante.</p>
<p>Credi nei blockbuster?<br />
Sì, nelle occasioni da prendere al volo,<br />
di scatto, slogandoti orgoglioso,<br />
nelle avventure di ruolo.</p>
<p>Credi nelle divagazioni notturne?<br />
Sì, nei sabati sera<br />
della zona a traffico limitato,<br />
al caldo ghiaccio industriale,<br />
ai castelli di plastica.</p>
<p>Credi nella grossa Coalizione?<br />
Sì, un giorno vedrò la mia specie<br />
per il mondo, a vendere pacchi<br />
a domicilio, enciclopedie infinite<br />
per i vecchi della domenica.</p>
<p>Credi in quello che ti si dice?<br />
Sì, ho smesso di fidarmi così<br />
ciecamente delle Seconde Navigazioni.</p>
<p>Credi in quello che ti dicono Te Stesso?<br />
Sì, il mio cuoio capelluto è brillante,<br />
forte, durerà, non trovi, ho<br />
delle belle mèches.</p>
<p>Credi di avere la chiave?<br />
Sì, o almeno ho trovato un crack<br />
estone in mezzo a pop-up sconvenienti,<br />
(ha certe piccole implicazioni,<br />
ma a livello di software,<br />
un contratto a termine).</p>
<p>Allora vai fuori,<br />
e goditi i lividi, figliolo,<br />
la vita, intendo.</p>
<p><strong>Alessandro Raveggi </strong>(Firenze, 2 giugno 1980) scrive poesie, racconti e testi teatrali. Dottore di ricerca in Estetica, ha pubblicato la raccolta <em>L’Evoluzione del Capitano Moizo</em> (ZONA, 2006 — prefazione di Tommaso Ottonieri), <em>A party, a song for Leo: Doppelgänger</em> (Titivillus, 2003), <em>Vs.</em> (e-book, Poesia Italiana E-Book a cura di Biagio Cepollaro, 2006), <em>Foie-gras </em>(parz. In “Quad. Antologia di drammaturgie contemporanee”, La Camera Verde, di prossima uscita) ed altri testi su <em>Semicerchio</em>, <em>Nazione Indiana</em>, <em>Le Voci della Luna</em>, <em>L’Ulisse</em>, <em>Almanacco Odradek 2007</em>, <em>Estetica</em>, <em>Terranullius</em>, oltre ad essere presente in alcune antologie di poesia, prosa e teatro come <em>Nodo Sottile 3 </em>(Crocetti, 2002) e <em>Il Sapore del Fumo</em>(Effequ, 2005). È finalista del Premio Riccione per il Teatro 2007, del Premio Dante Cappelletti 2005 e del Premio Nazionale I misiotis 2005 della casa editrice d’if. Attualmente lo trovate  <a href="http://nellavascadeiterribilipiranha.wordpress.com"><em>Nella Vasca dei Terribili Piranha </em></a><em> </em>dove raccoglie materiali per il suo primo romanzo omonimo e inserisce vari assaggi della raccolta di racconti inediti <em>Turismo Consigliabile</em>. Altrimenti lo trovate in scena con la sua compagnia Teatro dell’Esausto. Altrimenti non lo trovate.</p>
<p>(Immagine di Chris Woods)</p>
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