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	<title>alessio arena &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Overbooking: Roberto Arlt</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2014 12:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[alessio arena]]></category>
		<category><![CDATA[arcoiris]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Arlt]]></category>
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					<description><![CDATA[Scrivere per seminare il panico Breve viaggio nella letteratura di Roberto Arlt di Alessio Arena &#160; “Arlt è il traduttore di Dostoievski in lunfardo” Juan Carlos Onetti L’irriducibile Artl, ostinato contraffattore della sua biografia e autore di un’opera sfacciata e onesta, vive negli ultimi tempi un rinnovato interesse editoriale, grazie soprattutto alle precise traduzioni di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><br />
</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/600full-roberto-arlt.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-48993" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/600full-roberto-arlt-213x300.jpg" alt="600full-roberto-arlt" width="213" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/600full-roberto-arlt-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/600full-roberto-arlt.jpg 420w" sizes="(max-width: 213px) 100vw, 213px" /></a></p>
<p><strong>Scrivere per seminare il panico</strong></p>
<p><em>Breve viaggio nella letteratura di Roberto Arlt</em></p>
<p>di<br />
<strong>Alessio Arena</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">“Arlt è il traduttore di Dostoievski in lunfardo”</p>
<p style="text-align: right;">Juan Carlos Onetti</p>
<p style="text-align: justify;">L’irriducibile Artl, ostinato contraffattore della sua biografia e autore di un’opera sfacciata e onesta, vive negli ultimi tempi un rinnovato interesse editoriale, grazie soprattutto alle precise traduzioni di Raul Schenardi, che per Sur Edizioni ha tradotto recentemente la raccolta di racconti “Scrittore fallito” e per la <a href="http://www.edizioniarcoiris.it/index.php">salernitana Arcoiris</a> ha invece riscattato la <em>nouvelle</em> “Un viaggio terribile.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il vero fondatore della città moderna nella letteratura argentina, che per primo la plasma definendone i limiti e le zone d’ombra con una lingua strampalata e una sintassi, all’epoca, censurabile, quella Buenos Aires che avrebbe lasciato in eredità a scrittori come Cortázar, Sabato e Piglia, Roberto Arlt conquista sempre più lettori, che si lasciano facilmente ammaliare dall’universo dell’argentino con accento tedesco, come alcuni lo definivano, lo scrittore autodidatta che odiava parlare di letteratura e che intendeva invece la sua occupazione come un doveroso esercizio di solitudine, l’unico paesaggio possibile per produrre dei libri che si leggano come pugni in faccia, che racchiudano la violenza di un <em>cross</em>, un montante alla mascella, come egli stesso scrive nella celebre introduzione al suo romanzo “I lanciafiamme.”</p>
<p style="text-align: justify;">Certo tradurre Arlt non è un lavoro facile: i suoi racconti, i romanzi e soprattutto le <em>Aguafuertes porteñas</em>, i testi della rubrica che curava sul giornale <em>El Mundo</em> e che gli procurarono una certa popolarità, facendo impennare le vendite del giornale, rendono visibili, per la prima volta nella storia della letteratura argentina, i tuguri, i <em>conventillos</em>, le case collettive dove convivevano diverse famiglie, affittando ognuna di loro una stanza, e soprattutto il clima di ostilità vissuto in una città come Buenos Aires tra gli emigranti europei che l’avevano sognata come il luogo delle speranze e che, nella maggior parte dei casi, non avevano tardato a comprendere di essersi sbagliati.</p>
<p style="text-align: justify;">La lingua di Arlt, teatrale e ricca, quando non scende a compromessi di trasparenza e di leggibilità, che pure succede spesso nei suoi articoli, letti normalmente anche da manovali, artigiani, negozianti, riproduce tutta la musicalità e il carattere essenzialmente “misterico” del lunfardo, la lingua dei bassifondi &#8211; “<em>ese código entre dos para que no se entere un tercero” &#8211;</em>sulla quale si sarebbe fondata anche la poesia del tango, l’espressione più autentica di questo argot.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/8694422_orig.jpg"><img decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-48994" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/8694422_orig-192x300.jpg" alt="8694422_orig" width="192" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/8694422_orig-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/8694422_orig.jpg 478w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" /></a>Tra le due più recenti pubblicazioni in italiano, tradotte da Schenardi, il lungo racconto “Un viaggio terribile”, incluso nella collana “Gli eccentrici” di Arcoiris Edizioni, rappresenta, per il lettore che voglia iniziarsi al mondo di Roberto Arlt, una corsia preferenziale per scoprire la ricca e personalissima opera dello scrittore argentino.</p>
<p style="text-align: justify;">Derivata dal soggiorno di Arlt in Cile nel 1940, solo due anni prima della sua prematura morte a Buenos Aires, questa <em>nouvelle</em> contiene infatti molti interessi manifesti nella vita e nella letteratura del suo autore.</p>
<p style="text-align: justify;">Scritto a partire dalla fusione di due racconti precedenti, “¡S.O.S.! Longitud 145&#8243; 30’, latitud 29&#8243; 15” e “Prohibido ser adivino en este barco”, il libro narra il tremendo viaggio di una nave che parte dal porto di Antofagasta verso il Panamá, e che sta per concludersi tragicamente, per il narratore e per gli altri singolari passeggeri, quando la navigazione procede di fianco alla costa del nord del Perù.</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>Blue Star</em>, così si chiama la nave, inizia il suo viaggio nel più terribile dei pronostici proprio perché ha adottato questo nome cambiandone l’originario, la qual cosa, secondo l’allucinato cugino del narratore, basterà a decidere il destino di tutto l’equipaggio. Ma in fin dei conti, la “traversata del terrore” benché stia lentamente spingendo la nave verso il centro di un pericolosissimo vortice nell’oceano, non è poi tanto spaventosa per il carattere inesorabile di tale evento, quanto per le spropositate e assurde reazioni dei passeggeri: una piromane, una femminista svedese che finisce addirittura per invaghirsi del figlio di un emiro, un pastore metodista, un conte marpione col vizio di rubare: tutti personaggi di una studiata corte di miracoli che traghettano verso la parodia e la letteratura dell’assurdo un racconto che, almeno nelle prime pagine, potrebbe far pensare a un’avventura di Jules Verne.</p>
<p style="text-align: justify;">È indicativo del rapporto che Arlt aveva con la sua scrittura, dei tempi forsennati della sua produzione letteraria, il fatto che, come ho già detto, per costruire questo racconto ne riprendesse due precedenti, e finisse per amalgamarli nella stessa narrazione. Conseguenze, senza ombra di dubbio, di una vita sacrificata al durissimo <em>laburo</em> di inventare storie, anche ogni giorno, secondo i dettami della carta stampata, per tentare di reagire meglio alla quotidianità o per capire che la soluzione stia proprio nell’arrendersi, nello smettere di cercare un senso, nell’ accettare, magari anche con una certa eleganza, con un minimo di compostezza di pensiero, l’inequivocamente assurdo corso degli eventi, come l’orribile vortice aperto in mezzo all’oceano che attira verso di sé una nave di infelici.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>les nouveaux réalistes: Alessio Arena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2014 10:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessio arena]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
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					<description><![CDATA[Simón Mago di Alessio Arena &#8220;In un lontano paese visse tanti anni fa una pecora nera. Fu fucilata. Un secolo dopo, il gregge pentito le eresse una statua equestre molto bella, in mezzo al parco. Così, da quel momento in poi, ogni volta che apparivano pecore nere venivano subito fucilate affinché le future generazioni di volgarissime [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Simon-Bolivar-241196-1-402.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-48516" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Simon-Bolivar-241196-1-402.jpg" alt="Simon Bolivar" width="402" height="402" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Simon-Bolivar-241196-1-402.jpg 402w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Simon-Bolivar-241196-1-402-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Simon-Bolivar-241196-1-402-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Simon-Bolivar-241196-1-402-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/07/Simon-Bolivar-241196-1-402-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 402px) 100vw, 402px" /></a></p>
<p><strong>Simón Mago<br />
</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Alessio Arena</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>&#8220;In un lontano paese visse tanti anni fa una pecora nera.</em><br />
<em>Fu fucilata.</em><br />
<em>Un secolo dopo, il gregge pentito le eresse una statua equestre molto bella,</em><br />
<em>in mezzo al parco.</em><br />
<em>Così, da quel momento in poi, ogni volta che apparivano pecore nere venivano subito fucilate</em><br />
<em>affinché le future generazioni di volgarissime pecore comuni potessero </em><br />
<em>esercitarsi anche nella scultura.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Augusto Monterroso,</strong> La oveja negra y demás fábulas, 1969</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo la prima settimana di convalescenza era arrivato il momento più temuto, lo stesso che avevo sognato proprio durante l’operazione, quando tenevo la bocca così aperta, spalancata, che quella poi diventava il portone d’ingresso della Giuseppe Parini, e io ci ero già dentro, caduto, immobile, senza la possibilità di uscirne mai.</p>
<p>La cosa peggiore di tutte, però, era che il mio ritorno a scuola, dopo un evento di tale portata, che mi aveva sconvolto le parole di bocca, sarebbe avvenuto in tutta solitudine, e sia all’andata che al ritorno, avrei dovuto percorrere i rumori assordanti di via Padula fino all’incrocio con via Boccaccio, e poi scendere verso la chiesa di Santo Strato, senza la mano nervosa di nonna Valeria che stringeva la mia, e senza la mano inconstante di nonno Vittorio che mi accarezzava l’altra.</p>
<p>Ero profondamente triste non solo per quello che mi aspettava quando sarei entrato in classe, introducendomi in silenzio nella prima fila di banchi, ma perché quei due vecchi mi avevano proprio abbandonato nel momento del bisogno: se n’erano andati, prima ancora che uscissi dalla sala operatoria, a chiudere le trattative di vendita della loro vecchia casa di Caracas, dove mancavano da un po’ di anni.</p>
<p>&#8211; Allora tutto a posto? – aveva chiesto mia madre alla loro prima telefonata, il giorno dopo l’operazione &#8211; Avete già visto i nuovi proprietari?</p>
<p>&#8211; Figlia mia, quali proprietari? Io non voglio vedere nessuno. – disse nonno Vittorio – Aspettiamo solo di firmare le ultime carte con l’agenzia. Ma, senti, passami il <em>carajito</em>, com’è sta? Si è messo a piangere?</p>
<p>&#8211; Uh, peggio, peggio ancora.</p>
<p>Infatti non mi ero messo a piangere, nemmeno una lacrima avevo versato quando l’anestesia si era andata a stropicciare sulle punte delle mani e dei piedi, staccandosi poi via dal mio corpo come la pelle di un serpente. E certo, mi faceva male. Ma alla sorpresa del dolore se n’era subito aggiunta un’altra: avevo paura di parlare, e poi, nell’imprevedibile passo successivo, non ne avevo neanche più voglia. Sentivo che un treno invisibile mi aveva attraversato la gola e si era portato via tutte le parole che stavano lì, tutti i suoni che mi servivano a dare un nome alle cose della mia vita di bambino del casale di Posillipo, il primo della classe nella quinta C della Giuseppe Parini.</p>
<p>&#8211; Ma come, non parla? Passamelo, passami il <em>carajito</em>. – diceva nonna Valeria, puntuale al telefono, ogni sera alle otto come il telegiornale, durante la settimana che io stavo al letto.</p>
<p>&#8211; Niente, è impossibile fargli uscire una parola. Secondo me è scemo. – tirava  corto mia madre. – Il medico del Cardarelli mi ha detto che sta benissimo e che ci sono decine di bambini come lui che si operano di tonsille ogni giorno.</p>
<p>&#8211; E allora?</p>
<p>&#8211; Allora non lo so! Gli ho spiegato che così fa ridere i polli, che non c’entrano niente le tonsille con le corde vocali. Ma quello deve fare sempre di testa sua: pensa che mangia pure le cose solide, ché quando mi avvicino al letto con le pappine fa una faccia verde, ma di parlare, di dire una vrenzola di parola? Niente.</p>
<p>&#8211; ¡Ay, Dios!</p>
<p>&#8211; Eh, mammà, ti devo riattaccare, ja’.</p>
<p>Ero arrabbiato con i miei nonni. Li immaginavo preoccupati, tristi davanti al panorama della giungla di cemento dove si erano trasferiti giovanissimi, e da dove poi se n’erano preventivamente andati, quando tutto era diventato politica, come diceva nonno Vittorio, anche fare la spesa, anche andare al bagno e pretendere di trovarvi la carta igienica.</p>
<p>Ero stato a casa per giorni a sorbire dalla cannuccia lo stesso succo di <em>parchita</em> che i vecchi mi rifilavano da piccolissimo, e pensavo che quando fossero tornati da Caracas avrei voluto tanto chiedergli se si ricordavano della mia voce. Ma questo sarebbe stato impossibile, perché io non parlavo più.</p>
<p>&#8211; Come stai? Com’è andata? Hai avuto paura? Bentornato!</p>
<p>Quel giorno in classe fu esattamente come lo avevo immaginato.</p>
<p>&#8211; Uh anema, ma t’hanno tagliato ‘a lengua? – disse Nicola Piccirillo, il mio compagno di banco, che era l’unico vero “straniero” del Casale, l’ultimo di una chiassosa famiglia di Santa Maria a Vico che aveva comprato un appartamento nel Parco Primavera, proprio dietro alla scuola.</p>
<p>&#8211; Allora gli devi imparare a parlare come i muti, mae’! – fece rivolgendosi alla maestra Giovanna, una arrivata da poco pure lei, con molte lentiggini, a sostituire la signorina Buccirosso.</p>
<p>&#8211; Ma no. Vedrai che dopo l’intervallo gli tornerà la voce. – rispose lei, con una voce tutta abbrucata, maltrattata dagli allucchi che le servivano a mantenere il controllo della classe. – Ha solo avuto la tonsillite.</p>
<p>&#8211; Uh anema, ‘a tonzilli’!</p>
<p>Nicola si alzò dalla sedia e cominciò a muovere le mani come un forsennato. In un batter d’occhio ebbe l’appoggio di tutta la classe: in piedi, sulle sedie, cominciarono a improvvisare una coreografia simile a quelle che gli animatori dei lidi di Miseno insegnavano sul bagnasciuga. A pieni polmoni, seguendo Nicola, tutti i miei compagni di classe ripetevano quella parola mozzicata, storpiata, che io vedevo saltare dalle loro bocche come un insetto: Tonzilli’! Tonzilli’! Ton-zi-lli’!</p>
<p>Quando la maestra Giovanna riuscì a farli stare zitti, minacciando di far venire la direttrice, aspettai che proseguisse la sua lezione di matematica, mi mostrai calmo, e poi, con un gesto inequivocabile, chiesi di andare in bagno.</p>
<p>&#8211; Mae’, statti attenta, che se ne scappa! – sentii che diceva Nicola, appena fuori l’aula – Lo fa sempre.</p>
<p>Ma il paesanotto aveva ormai perso qualsiasi credibilità di fronte alla maestra, che lo zittì con un fulminante:</p>
<p>&#8211; Se dici un’altra scemità, ti dò la parte del bambino gesù nella recita di Natale!</p>
<p>L’odioso Piccirillo aveva ragione, l’avevo già fatto diverse volte, con la signorina Buccirosso. Questa nuova non poteva immaginarlo. Uscire dalla scuola senza che nessuno ti chiedesse dove stavi andando continuava ad essere una cosa facilissima. Mentre scendevo le scale del primo piano, controllai che Olga, la bidella, stesse pulendo la palestra, e mi infilai nel giardino dell’ingresso come un insetto, come quello che stava in bocca ai miei compagni.</p>
<p>Tonzilli’, tonzilli’, mi ripetevo sul marciapiede, ma senza pronunciare quella parola, a bocca chiusa. Da quando mi ero operato e avevo smesso di parlare, tutto quello che normalmente mi suonava attorno, i rampicanti sui muri di Via Santo Strato, i claxon delle macchine, le carte che rotolavano sul selciato della discesa Coroglio, i tombini che sussultavano sotto l’autobus, tutto rimbombava, e sembrava intonare quello che io avevo in mente, anche se mai mi sarebbe venuto di reclamare la paternità di quelle cose, quelle parole che avevo la sensazione di sentire. Mai avrei voluto mettermi pure io dentro alla partitura invisibile di quell’orchestra.</p>
<p>La mia intenzione adesso era di andare al Virgiliano: sin da prima dell’operazione volevo ritornare nel parco per vedere con più calma quella statua che avevano messo il mese scorso, e che nonno Vittorio e nonna Valeria avevano applaudito con molto poco entusiasmo, fieri e impettiti vicino a Magaly Arocha, quella signorina con la gonna rosa stretta, la console del Venezuela a Napoli. Feci la strada più lunga per risalire sul viale Virgilio, perché qualsiasi vicino mi avesse visto avrebbe dato subito l’allarme a scuola, o a mia madre, che a quell’ora doveva stare sdraiata sulla sua sedia imbottita del consolato di via De Pretis, il suo posto di lavoro, dove mi aveva portato diverse volte a bere i succhi di <em>parchita</em> offerti dalla console, come no.</p>
<p>Entrai nel parco dall’ingresso principale, c’era pochissima gente, e il rumore degli alberi camminava frettoloso per i viali asfaltati e le terrazze panoramiche, dalle quali il mare, almeno quel giorno che aveva smesso di piovere sì e no una decina di volte, sembrava una enorme big babol scamazzata dal piede di qualcuno, enorme pure lui, chiaro.</p>
<p>Arrivai alla statua senza perdermi, senza avere nessuno alle spalle.</p>
<p>&#8211; Questo è il<em> libertador</em> – mi aveva detto nonno Vittorio quando era stata inaugurata la statua – Simón Bolívar: un uomo perseguitato da sciagure familiari, che nacque ricco e morì povero per liberare il suo popolo dal giogo del&#8230;</p>
<p>&#8211; Bla, bla, bla, leva mano, Vitto&#8217;&#8230; – lo aveva interrotto nonna Valeria, aggiustandosi con le sue mani tremolanti la permanente che esibiva quel pomeriggio, anche se con un certo imbarazzo – Era una pecora nera, <em>carajito</em>. Tu sai cosa fanno con le pecore nere a volte?</p>
<p>Mia mamma l’aveva richiamata dall’altra parte della terrazza, facendole segno che la console voleva salutarla.</p>
<p>La statua teneva sotto agli occhi un bellissimo scorcio del golfo. Era di bronzo, credo. I suoi occhi di bronzo stavano fissi sul Vesuvio perché, nonno Vittorio mi disse pure questo, da giovane, prima di fare la rivoluzione in Venezuela, Bolívar era venuto qui con un signore tedesco che ne sapeva parecchio di vulcani, di nome Von Humboldt, che l’aveva accompagnato fino a sù, al cratere, dove il<em> libertador</em> aveva potuto vedere il suo futuro.</p>
<p>Non so se era per il nervosismo, per la stanchezza di quella giornata, per questo mio nuovo modo di stare nel silenzio del mio quartiere, e della mia casa, e della natura del parco, ma appena arrivato avevo avuto la precisa sensazione che la statua si fosse in qualche modo accorta di me. A Bolívar lo avevano fatto senza gambe, il suo busto arrivava fino a qui, alla bocca dello stomaco, quasi uguale a quella di Santo Strato che il 17 agosto portavano in giro in processione per tutto il Casale. Sotto teneva una colonna di pietra, e io gli stavo su un fianco: senza guardarlo fisso negli occhi, lui non poteva vedermi.</p>
<p>Mi misi a sedere per tentare di tranquillizarci, sia io che lui. Passò un po’ di tempo e nella mia mente si fece spazio un pensiero più rumoroso di tutti gli altri: pensai che se lui aveva potuto vedere il suo futuro nel Vesuvio, con un po’ di impegno e di coraggio, avrei potuto cercare anch’io un poco del mio nei suoi occhi.</p>
<p>Stavo zitto, sempre zitto, e all’improvviso sentii una specie di voce. Una specie di vento che attraversava la corona di fiori che avevano lasciato al collo del <em>libertador, </em>e faceva muovere i petali con un tintinnio assordante, manco fossero stati di ferro filato.</p>
<p>Sentii che Bolívar mi diceva un sacco di cose, ma era una musica incomprensibile, nella quale, solo appizzando le orecchie e facendomi passare la paura, avevo colto i nomi dei miei nonni, e altre parole che iniziavano con la lettera V.</p>
<p>Improvvisamente ebbi una gran pena per Simón Bolívar e per i due vecchi, seduti nervosi e delusi, per l’ultima volta, nella terrazza della loro casa di Carcas appena venduta, a bere <em>parchita</em>. Pensai che nonno Vittorio e nonno Valeria credevano, a quel punto, che non ci fossero dubbi su di me: che io ero una pecora nera.</p>
<p>Allora mi tappai le orecchie, mi alzai da terra e mi misi proprio davanti alla statua del <em>libertador</em>, lottando contro il suo sguardo.</p>
<p>&#8211; Zitto, statte zitto! Non dire scemità! – urlai a squarciagola, con tutta la mia voce – Non dire una parola!</p>
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		<title>Arena / Arenas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 May 2014 10:03:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessio arena]]></category>
		<category><![CDATA[Reinaldo Arenas]]></category>
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					<description><![CDATA[Il poeta che scriveva sugli alberi: fenomenologia di Reinaldo Arenas di Alessio Arena “Il realismo è quanto di meno realistico possa esistere in letteratura. Dacché esso elimina tutto quello che si muove in un essere umano: non solo la sua vita esteriore, ma i suoi misteri, il suo potere di creare, di dubitare, di sognare, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il poeta che scriveva sugli alberi: fenomenologia di Reinaldo Arenas</strong></p>
<p>di <strong>Alessio Arena</strong></p>
<p><i>“Il realismo è quanto di meno realistico possa esistere in letteratura. Dacché esso elimina tutto quello che si muove in un essere umano: non solo la sua vita esteriore, ma i suoi misteri, il suo potere di creare, di dubitare, di sognare, di pensare, di vivere incubi.”</i></p>
<p>Da un’intervista concessa da Arenas a Ann Tashi Slater nella biblioteca dell’Università di Princetown<a title="" href="#_edn1">[i]</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/arenas.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-48175" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/arenas.jpg" alt="arenas" width="227" height="344" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/arenas.jpg 379w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/arenas-198x300.jpg 198w" sizes="auto, (max-width: 227px) 100vw, 227px" /></a></p>
<p>In uno di quei viaggi che mi portavano, in varie occasioni dell’anno, da Napoli a Barcellona, dove vivevano mia madre e i miei fratelli, avevo partecipato a una campagna di raccolta fondi per <i>GreenPeace. </i>Ero un adolescente squattrinato, con poca faccia tosta, e le commissioni che ricevevamo per ogni volontario ingaggiato, nel mio caso, erano ridotte all’osso.</p>
<p>Verso la fine della campagna, ci avevano detto di andare a cercare possibili interessati all’ingresso del camping <i>Estrella de mar,</i> che occupava, pare in maniera non del tutto legale, una vasta pineta affacciata sulla spiaggia di Castelldefels, non poco distante dall’appartamento dei miei.</p>
<p>Anni dopo, mentre ponevo frettolosamente fine ai miei studi di letteratura comparata all’Università Autonoma di Barcellona, avevo scoperto che in quello stesso camping, alla fine degli anni settanta, aveva lavorato Roberto Bolaño, come guardiano di notte. E di certo quel posto doveva albergare uno strano magnetismo poetico, perché proprio al termine della mia poco proficua giornata in qualità di promotore per <i>GreenPeace, </i>avevo conosciuto, nel bar vicino all’ingresso del camping, il signore americano che, visibilmente infastidito dal caldo, aveva usato come se fosse stato un ventaglio il primo libro che io vedevo di Reinaldo Arenas.</p>
<p>Avendo notato la mia insistenza, l’uomo, che con mio grande stupore si rivelò essere Carl Brownlee, professore dell’Università di Princetown, mi spiegò che si trattava della prima edizione di <i>Celestino antes del alba</i>, l’unico romanzo pubblicato da Arenas a Cuba, nel ’67, ed esaurito nel giro di una settimana. Dopo aver precisato di essere stato colto in un momento di estrema debolezza e di non avere l’abitudine di trattare i libri in quel modo, il professore Brownlee mi mostrò il volume dalle pagine ingiallite, in una bellissima rilegatura a cura della UNEAC (<i>Unión</i> <i>de Escritores y Artistas de Cuba)</i></p>
<p>Da quel giorno non ho mai smesso di desiderare una copia di quella prima edizione, e di dedicarmi con constante entusiasmo alla lettura, allo studio e alla traduzione in italiano dell’opera di Reinaldo Arenas.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/819079.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-48176" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/819079.jpg" alt="819079" width="235" height="315" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/819079.jpg 336w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/05/819079-224x300.jpg 224w" sizes="auto, (max-width: 235px) 100vw, 235px" /></a>Il primo romanzo del grande scrittore cubano nato nella provincia rurale di Aguas Claras e noto al grande pubblico per la versione cinematografica della sua autobiografia diretta dal newyorkese Julian Schnabel, fu premiato con una menzione speciale nel premio che ogni anno la UNEAC organizzava per scoprire e promuovere le nuovi voci letterarie dell’isola. Ma il romanzo che in un primo momento aveva avuto un titolo diverso (<i>Cantando desde el pozo</i>), resterà l’unico libro di Arenas pubblicato a Cuba.</p>
<p>Dissidente sotto qualsiasi aspetto, diventerà presto un vero e proprio perseguitato politico nel suo paese, e i suoi romanzi saranno pubblicati in forma clandestina all’estero, mentre l’autore vive una vita di miserie dentro e fuori dalle prigioni di Cuba. Le motivazioni di un tale ostracismo sono riassunte dallo stesso Arenas, al suo arrivo a Miami nel 1980, in un’intervista raccolta da Manuel Zayas per il suo documentario <i>Seres extravagantes<a title="" href="#_edn2"><b>[ii]</b></a></i>. Esule insieme ad altre decine di migliaia di <i>indeseables</i> ai quali il regime di Fidel aveva permesso di abbandonare l’isola attraverso il porto di Mariel, Arenas dice: “Sono omosessuale e sono anti-castrista. Vale a dire che riunisco tutte le condizioni per le quali non mi pubblichino mai un libro e per vivere al margine di qualsiasi società.”</p>
<p>Privo di studi letterari formali, con errori ortografici nelle prime opere, assolutamente alieno alla <i>Escuela de Letras</i>, attorno alla quale si muoveva il grosso dell’ élite culturale di quegli anni, Arenas si era fatto molti nemici tra gli scrittori cubani, la maggior parte dei quali avrebbero poi popolato i suoi spettacolari e corrosivi libri in qualità di tremende caricature: formava parte del piano secondo cui lo stesso autore, con estrema onestà, considerava la sua scrittura come un atto di vendetta.</p>
<p>Primo episodio del progetto più ambizioso della sua opera, la <i>Pentagonía</i> che diluisce e sublima, in un ciclo di cinque romanzi, la miserabile e appassionante biografia dell’autore, <i>Celestino antes del alba</i>, stando alle parole del messicano Carlos Fuentes, è “Uno dei romanzi più belli che siano mai stati scritti sull’infanzia, l’adolescenza e la vita a Cuba”.</p>
<p>Sullo sfondo della Cuba rurale di Fulgencio Batista, irreale a arcaica, il libro è un affascinante poema in prosa, a tratti violento, sulla scoperta intima della diversità. Celestino, il bambino protagonista, è impegnato in una continua lotta contro le sue zie e contro i suoi nonni che non comprendono il perché del suo scrivere ovunque, addirittura sulla corteccia degli alberi. Egli sente la necessità di creare un’alternativa di bellezza all’oscura tradizione, alla forza, al potere rappresentato dalla sua famiglia, nel seno della quale non esiste alcuna empatia con il talento del giovane scrittore. I nonni e le zie di Celestino considerano che con il suo compartamento egli stia osteggiando lo status familiare e il sacro codice di normalità al quale sono abituati. Per questo ogni albero sulla cui corteccia la mano di Celestino ha iniziato a scrivere una poesia, viene presto abbattuto senza pietà.</p>
<p>Brownlee, il giorno che lo conobbi nel bar del camping <i>Estrella de mar</i>, mi raccontò una storia che aveva ascoltato dal giovane scrittore cubano Carlos Velazco<a title="" href="#_edn3">[iii]</a>, il quale, a sua volta, l’aveva raccolta da Onelia Fuentes, zia di Reinaldo. La letteratura, disse pure, a volte non è altro che quello spazio infimo dove ci rifugiamo da migliaia di pettegolezzi e dicerie della vita reale.</p>
<p>Onelia diceva che, esattamente come Celestino, Reinado volle scrivere sin da piccolo, e lo faceva dove poteva: pezzi di cartone, e fogli usati, stracciati, tutti di diversa grandezza e di origine diversa, che si erano accumulati in casa. Allora li perforava in un angolo con un fil di ferro e li teneva uniti, con l’allegria di aver fatto un libro. Il suo libro. Quel fil di ferro a volte gli faceva sanguinare le mani, facile indizio di ciò che sarebbe stata la sua vita e la sua opera, attraversate entrambe come una meteora furiosa, e vissute selvaggiamente, fino alle più estreme conseguenze.</p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ednref1">[i]</a> <i>The literature of Uprootedness: An interview with Reinaldo Arenas</i>, Ann Tashi Slater, The New Yorker, dicembre 2013</p>
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<p><a title="" href="#_ednref2">[ii]</a> Con gli scrittori: Reinaldo Arenas, Delfín Prats, Antón Arrufat, Tomás Fernández Robaina, Ingrid González. Premio Unión Latina-Festival di Biarrtiz, 2006 e Premio al miglior documentario al Torino Gay &amp; Lesbian Film Festival</p>
<p><a title="" href="#_ednref3">[iii]</a> <i>Cópula con Reinaldo Arenas</i>, testo di presentazione del libro <i>Misa para un ángel</i> de Tomás Fernández Robaina, settembre 2010</p>
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		<title>post in translation : Pere Calders</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Mar 2013 06:40:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alessio arena]]></category>
		<category><![CDATA[Pere Calders]]></category>
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					<description><![CDATA[L’albero domestico* di Pere Calders traduzione dal catalano a cura di Alessio Arena In questa vita ho avuto molti segreti. Ma uno dei più grossi, forse quello che era maggiormente in conflitto con la verità ufficiale, è il segreto che adesso trovo opportuno confessare. Una mattina, quando mi alzai, vidi che nella sala da pranzo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/arbre_magique-6c14981662-copy.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/arbre_magique-6c14981662-copy-196x300.jpg" alt="arbre_magique-6c14981662 copy" width="196" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-45198" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/arbre_magique-6c14981662-copy-196x300.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/arbre_magique-6c14981662-copy.jpg 392w" sizes="auto, (max-width: 196px) 100vw, 196px" /></a></p>
<p><strong>L’albero domestico*</strong><br />
di<strong> Pere Calders</strong></p>
<p>traduzione dal catalano a cura di <strong>Alessio Arena</strong></p>
<p>In questa vita ho avuto molti segreti. Ma uno dei più grossi, forse quello che era maggiormente in conflitto con la verità ufficiale, è il segreto che adesso trovo opportuno confessare.<br />
Una mattina, quando mi alzai, vidi che nella sala da pranzo di casa mia era nato un albero. Ma non vi fate illusioni: si trattava di un albero vero, con radici infilzate nelle mattonelle e dei rami che si piegavano sotto al soffitto.<br />
Pensai subito che quella cosa lì non poteva essere lo scherzo di nessuno, e, non avendo persone care alle quali raccontare certe cose, decisi di andare dalla polizia.<br />
Mi introdusse il capitano, con dei grandi baffi, come sempre, e un vestito la cui eleganza non sarei in grado di spiegare, perché era coperto dai distintivi. Dissi:<br />
&#8211; Vengo per farvi sapere che nella sala da pranzo di casa mia è nato un albero vero, al margine della mia volontà.<br />
L’uomo, penserete, si sorprese. Stette un po’ di tempo a guardarmi e poi disse:<br />
&#8211; Non può essere.<br />
&#8211; Ma certo. Queste cose uno non sa mai come accadono. Ma l’albero è lì, a prendersi la luce e a darmi fastidio.<br />
Queste mie parole irritarono il capitano. Diede un colpo sulla tavola con la mano aperta, si alzò e mi prese per il colletto. (Quel gesto che dà tanta rabbia.)<br />
&#8211; Ho detto che non può essere – fece di nuovo -. Se questo fosse possibile, sarebbe possibile qualsiasi cosa. Lo capite? Dovremmo correggere tutto ciò che hanno detto i nostri saggi e perderemmo molto più tempo di quanto uno si immagina a prima vista. Saremmo ben conciati se nelle sale da pranzo di un cittadino qualsiasi accadessero cose tanto straordinarie! I rivoluzionari alzerebbero la testa, tornerebbero alla discussione della divinità del re, e chissà se qualche potenza, incuriosita, non ci dichiarerebbe guerra. Lo capite?<br />
&#8211; Sì. Ma, nonostante tutto, ho toccato l’albero con le mie mani.<br />
&#8211; Andiamo, forza, dimenticate questa faccenda. Condividiate solo con me questo segreto, e lo Stato pagherà bene il vostro silenzio.<br />
Io stavo per considerare la possibilità di un assegno quando la mia coscienza ebbe una scossa. Chiesi:<br />
&#8211; Ma è una cosa d’interessa nazionale, questa qui?<br />
&#8211; Ovviamente!<br />
&#8211; Allora non voglio nemmeno un centesimo. Io per la patria faccio qualsiasi cosa, sapete? A disposizione vostra.<br />
Dopo quattro giorni mi arrivò una lettera del re, nella quale mi ringraziava. E con questo chi non si sarebbe sentito ben pagato? </p>
<p><strong>Nota del traduttore</strong></p>
<p>Pere Calders, vero maestro nel genere della narrativa breve in lingua catalana, si esiliò in Messico, dopo un’attiva partecipazione alla guerra spagnola scoppiata nel ’36, come tecnico cartografo dell’esercito repubblicano.<br />
Per un catalano di forti radici come lui è duro adattarsi alla vita messicana degli anni cinquanta, ma è proprio qui che l’autore viene a contatto con il nascente realismo magico della letteratura hispano-americana che trasferirà alla sua opera, anche dopo il ritorno a Barcellona.<br />
Ossessionato da quella “verità occulta” sulla cui base si appoggiano le schizofrenie della società attuale,  anche nella letteratura di Calders l’uomo è considerato un mistero immerso in una serie di dati realistici. Per usare le parole del venezuelano Arturo Úslar Pietri egli è “Una divinazione poetica o una negazione poetica della realtà”.</p>
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		<title>Radio Londra: Alessio Arena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 May 2011 06:25:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[alessio arena]]></category>
		<category><![CDATA[Los indignados]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento spagnolo]]></category>
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					<description><![CDATA[Somos el viento Intermezzo silenzioso dalla Repubblica democratica di Plaça Catalunya di Alessio Arena Gli unici sgomberati fino a pochi giorni fa erano i colombi della piazza. Sporchi, affamati come sempre, zoppicanti, più o meno consci di star perdendo il centro, gradualmente, spintonati verso gli alberi mozzi che costeggiano la Rambla, dove i turisti sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Somos el viento</strong><br />
<em>Intermezzo silenzioso dalla Repubblica democratica di Plaça Catalunya</em><br />
di<br />
<a href="http://www.youtube.com/alessioarenachannel">Alessio Arena</a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Manifestacion_indignados-490x271.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Manifestacion_indignados-490x271-300x165.jpg" alt="" title="Manifestacion_indignados-490x271" width="300" height="165" class="aligncenter size-medium wp-image-39172" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Manifestacion_indignados-490x271-300x165.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/Manifestacion_indignados-490x271.jpg 490w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Gli unici sgomberati fino a pochi giorni fa erano i colombi della piazza. Sporchi, affamati come sempre, zoppicanti, più o meno consci di star perdendo il centro, gradualmente, spintonati verso gli alberi mozzi che costeggiano la Rambla, dove i turisti sono troppo impegnati per dare loro da mangiare, o verso il Passeig de Gràcia, con la sua minacciosa sarabanda di semafori.<br />
La piazza, a partire dalla calorosa mattinata del 15 maggio scorso, s’è vista riempita di tende da campeggio, striscioni, sacchi a pelo, da una variopinta accampata di persone, coordinatesi per mesi attraverso le reti sociali, giovani e meno giovani, unite da una educatissima vocazione al cambiamento.<br />
Non ci sono partiti che rappresentino il popolo degli accampati di Barcellona, Valencia, Madrid, Zaragoza, e delle altre principali città spagnole. Si tratta di gente unita da un precariato sempre più denigrante, da una insofferenza profonda verso il sistema politico attuale dal quale non si sentono rappresentati nemmeno in minima parte.<br />
<span id="more-39171"></span><br />
La presa delle piazze è avvenuta quasi in concomitanza con la fine della campagna elettorale per le elezioni municipali spagnole che hanno visto la clamorosa perdita in tutto il territorio nazionale dei socialisti di Zapatero, rei di essere stati al potere durante la crisi.<br />
Quella che loro chiamano crisi, noi lo chiamiamo sistema, recita uno degli striscioni di Piazza Catalunya, il giorno della vittoria schiacciante del Partido Popular.<br />
Questa è stata Barcellona negli ultimi giorni: una rete di persone perfettamente organizzate che dormono nella piazza, si dividono in comitati organizzativi, sedute di discussione su temi di salute, educazione, ecologia. Il calendario delle attività giornaliere è un crescendo di tweet, attraverso i quali si organizzano anche assemblee di quartiere, si contattano personalità del mondo dell’università, della televisione, della letteratura.<br />
Eduardo Galeano è tra gli accampati il giovedì sera. “Questo mondo è incinto di un altro migliore” dice a dei ragazzi che tra le tende hanno montato una piccola biblioteca con donazioni di privati e di scuole dei quartieri del centro. Il giorno dopo è Eduard Punset, economista e scienziato catalano, a dare il suo grazie al movimento del 15 M per ”mantenere viva una speranza che stiamo coltivando da molto tempo”. Così l’appena acquisita esperienza delle piazze di Tharir, della Puerta del Sol, le discrete ed efficientissime assemblee islandesi, fa di Catalunya un paesaggio di politica attiva che non ha niente dell’ inquietante spettacolarizzazione a cui siamo abituati.</p>
<p>Non è uno show il 15m, un movimento che è già una sigla storica, per la tendenza degli spagnoli  a solennizzare date che segnino una qualsiasi inflessione di rotta, lo sanno anche i pakistani che approfittano dell’insediamento permanente per vendere le loro bibite. Alcuni di loro però partecipano, se ne stanno seduti a terra, mentre parla il Professor Manuel Castells, sociologo di fama, che sottolinea l’importanza del cyberspazio in un cambiamento sociale come quello auspicato dal movimento.  Quello che succede qui è una cosa simile a quella di Gandhi ma con internet, spiega il professore, e loro si sentono in dovere di applaudire per primi.<br />
È questo tutto ciò che vedo fino alla mattina del 27.<br />
Appena sveglio, verso le otto, comincio a ricevere messaggi da amici che restano la notte accampati nella piazza. Dicono che sono arrivati i Mossos d’Esquadra (il corpo di polizia catalano) con la scusa di ripulire la piazza (mai stata così pulita prima) in vista della finale della Champions.<br />
In pochi minuti inizia un vero pestaggio al quale non si oppone nessuna resistenza. Sono una quarantina i feriti. Su Facebook appaiono come funghi petizioni per le dimissioni del colpevole delle violenze, Felip Puig, capo della polizia del recente governo di Artur Mas. Cominciano a girare alla velocità della luce i video degli scontri, e si proclama un’assemblea generale nella piazza alle 19:00.<br />
È un bagno di folla, di persone immobili, in silenzio, un intermezzo durato circa cinque minuti, capace di far sentire persino come gira, rigira, si divincola, si spezza le ossa, si sporca la faccia il vento in una calorosa giornata di maggio.<br />
Poi iniziano gli applausi.<br />
Questa è Plaça Catalunya: un rumore bellissimo.</p>
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		<title>Il mio cuore è un mandarino acerbo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 09:10:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessio arena]]></category>
		<category><![CDATA[mandarini]]></category>
		<category><![CDATA[novevolt]]></category>
		<category><![CDATA[prosa]]></category>
		<category><![CDATA[zona]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessio Arena CIMITERO DI POZZOVECCHIO ESTERNO GIORNO L’aria di morte è quella degli enormi aranceti che sbucano nel selciato dei gradini di Pozzovecchio, le tonde radici nervose a scavare il profilo della discesa a terrazze che arriva fino al mare, alla sabbia grigia che s’è ordinata qui e lì, a partire dallo sfacelo delle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8864381295/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8864381295&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-38243" title="mandarino-copertina" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/mandarino-copertina-205x300.jpg" width="205" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/mandarino-copertina-205x300.jpg 205w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/mandarino-copertina.jpg 369w" sizes="auto, (max-width: 205px) 100vw, 205px" /></a>di <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8864381295/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8864381295&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><strong>Alessio Arena</strong></a></p>
<p><strong>CIMITERO DI POZZOVECCHIO<br />
ESTERNO GIORNO</strong></p>
<p>L’aria di morte è quella degli enormi aranceti che sbucano nel selciato dei gradini di Pozzovecchio, le tonde radici nervose a scavare il profilo della discesa a terrazze che arriva fino al mare, alla sabbia grigia che s’è ordinata qui e lì, a partire dallo sfacelo delle ossa dell’isola.<br />
Le croci del cimitero stanno tutte affacciate su una bassa collina di salsedine, inginocchiata davanti al marmo delle cappelle della zona più alta, dove stanno le statue, qualche sedia di vimini lasciata vicino alle lapidi senza nome, gli angeli gabriele di ferro battuto con gli occhi chiusi, e molte luci rosse e blu.<span id="more-38205"></span><br />
A ridosso di una piccola scala a chiocciola che entra in quella che doveva essere la guardiola di Don Ciro il custode, che oggi ha avuto un attacco di appendicite, una delle tombe più fiorite è quella con su scritto QUI GIACE L’INFELICE VENOSCA, in caratteri dorati, in testa ai quali corre una scia di formiche.<br />
La persona ritratta nella foto non è altri che Michele, la barba lunga, lunghi i capelli di amianto sfilacciato, il naso dritto a suggellare una solenne atmosfera pubblicitaria, come in quelle immaginette di Gesù Cristo che sull’isola si vendono pure nelle tabaccherie.<br />
Seduto su una improbabile lapide vicina, arrugginita l’intestazione e le gardenie di plastica sulla base, Ninì, la sua mano tozza, cattura qualche formica e, con la stessa leggerezza con cui porta alla bocca la sua preda, dice: «Non preoccuparti, Cherie, è questione di poco ancora, anche Leonardo lì dentro ha dovuto aspettare tutto questo tempo».</p>
<p>Veronique, i capelli sciolti che le coprono il viso, sta inginocchiata a scavare una piccola buca.<br />
«Quest’isola mi somiglia troppo, forse è che sono troppo calma qui, è strano, mi sento lontana da tutti».<br />
«Lo sai chi è questo tipo che sta qua sotto?».<br />
«Chi?».<br />
«Questo qui», dice indicando la foto di Michele sulla tomba, «dicono che è il vero autore della statua del Cristo Morto, quella della processione. Era stato nel carcere un sacco di tempo e l’aveva fatta lì, la statua. Dicono che gli era bastato un ritratto suo, che gli era bastato fare una copia di se stesso e poi la gente l’ha preso per Gesù Cristo. Era stato come un modo per sfuggire alla sua condanna, capi’?».<br />
«Chissà perché hanno scritto il povero …»<br />
«Credo fosse un ergastolano, un criminale che aveva ucciso più di qualcuno. Fece un buco nella cella e si buttò a mare, credo».<br />
«Povero, allora».<br />
Ninì si guarda un attimo intorno, cambia subito discorso.<br />
«Hai pensato a cosa faremo dopo? Quando avremo liberato tuo fratello?».<br />
Veronique sembra infastidita, e smette di scavare, alzando lo sguardo verso il nano si sposta i capelli dalla fronte col suo gracile braccio.<br />
«No, lo sai bene, non c’ho pensato, non lo abbiamo fatto, dipende anche da lui, da come si metteranno le cose, credo che dovremo stare al riparo per un po’».<br />
Ninì si alza, spia ancora una volta nel deserto di tombe del cimitero controllando che nessuno lo ascolti, in realtà ha un mal di testa che è una cosa molto brutta, gli tira indietro la lingua, non trova il coraggio per dire quello che dice.<br />
«Cosa credi che dica quando ti avrà visto … così?».<br />
Veronique ha ripreso a togliere terreno dalla piccola buca e sorride. «Cosa potrebbe dire?».<br />
«E che potrebbe dire … che grazie … a te stavo aspettando … che non ti riconoscevo … come ti sei cambiata …», è serio, letale, «per … perché … perché?».<br />
«Mio fratello non è in grado di parlare, Ninì».<br />
Il nano sembra mortalmente imbarazzato dalla propria gaffe, ma dopo poco si scioglie in una risata piena di volate, lirica, ottocentesca, sicura di sé.<br />
«Avanti, fatti dare una mano».<br />
«No, lascia stare, voglio farlo da sola», tossisce Veronique, poi si ferma, ha toccato qualcosa. «Mon Dieu, ma cosa c’è qui, è frutta?».<br />
Ninì si avvicina, guarda nella buca. «Sì, non farci caso», borbotta, «sono mandarini».<br />
«E cosa ci fanno qui?».<br />
«Ce li hanno messi, li hanno sepolti perché erano acerbi».<br />
«Ah, bene, un’idea molto intelligente».<br />
«È una cosa che si fa da sempre sull’isola, ci sono aranceti e limoni ovunque da queste parti, ci stanno da quando questo scoglio ha bucato il mare, i mandarini invece li avevano portati i pirati, la gente di fuori che si erano mangiati le donne, i bambini, e avevano fatto scappare tutti quanti su alla rocca della Terra Murata».<br />
«E poi erano rimasti qui?».<br />
«Quel poco come erano abituati a fare, e quando se ne erano andati lasciarono questi piccoli arbusti storti sulla piana di Cottimo e per tutta Solchiaro. Questi nuovi frutti avevano un sapore meraviglioso ma ovviamente la gente col tempo cominciò a credere che avevano qualcosa di strano, fino a che si disse che le donne che li mangiavano avrebbero partorito i figli dei pirati, che sarebbero diventate pregne della violenza che molte di loro avevano subito».<br />
«Una maledizione». Veronique lo guarda divertita.<br />
«Sì, e all’improvviso i mandarini smisero di maturare, opera dei morti che per evitare lo scempio di quelle figlianze reclamavano i frutti dalle loro parti».<br />
«È incredibile».<br />
«Sì, e se non altro resta il fatto che qui sopra i mandarini non maturano mai».<br />
«E chi si occuperebbe di seppellirli?».<br />
«Gli uomini, i padri di famiglia soprattutto, chi ha qualche figlia, prima e dopo di averla data in sposa, ne seppellisce qualcuno».<br />
«Come fai a inventarti queste cose?».<br />
Ninì ritorna un attimo dalle formiche, soffia forte sul loro percorso ordinato, un soffio lacrimogeno in pieno corteo.<br />
«Non invento niente, esistono pochissime cose che si possono inventare».<br />
«Dimmene qualcuna».<br />
Il nano la guarda accigliato, poi spolverandosi i capelli dalla fronte, dice: «L’Amour… perché tutti quanti vogliamo stare bene, e far finta di stare bene alla lunga ce ne dà almeno un’idea».</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/Alessio-Arena.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-38242" title="Alessio Arena" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/Alessio-Arena-200x300.jpg" width="200" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/Alessio-Arena-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/02/Alessio-Arena.jpg 480w" sizes="auto, (max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></p>
<p><strong>Testo tratto da <a href="http://www.editricezona.it/ilmiocuoreeunmandarinoacerbo.htm"><em>Il mio cuore è un mandarino acerbo </em>(Zona, Collana Novevolt, 2010)</a></strong></p>
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		<title>Terra ! &#8211; Alessio Arena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 23:29:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[alessio arena]]></category>
		<category><![CDATA[napoli rione sanità]]></category>
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					<description><![CDATA[Una ferita nella terra ecco il mio quartiere di Alessio Arena Da sopra al ponte la Sanità è come una grande gabbia, nel petto squarciato della città un cuore che ha subito infiniti trapianti e adesso si sbatte solo lui, come un&#8217; anguilla il giorno di Natale. Attraverso le grate del ponte, come al di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/image-1-copy.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/image-1-copy-216x300.jpg" alt="image-1 copy" title="image-1 copy" width="216" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-25825" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/image-1-copy-216x300.jpg 216w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/image-1-copy-739x1024.jpg 739w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/11/image-1-copy.jpg 895w" sizes="auto, (max-width: 216px) 100vw, 216px" /></a></p>
<p><strong>Una ferita nella terra ecco il mio quartiere</strong><br />
di<br />
<strong>Alessio Arena</strong></p>
<p>Da sopra  al ponte la Sanità è come una grande gabbia, nel petto squarciato della città un cuore che ha subito infiniti trapianti e adesso si sbatte solo lui, come un&#8217; anguilla il giorno di Natale. Attraverso le grate del ponte, come al di là di un filo spinato che separa i prigionieri dai sicari, ci vedi la capa a cucuzziello della chiesa di San Vincenzo, prigioniera pure lei, che da poco le hanno fatto una lavata di faccia ma mica si vede da qua sopra, no, da sopra al ponte il quartiere lo vedi come un buco enorme, una ferita nella terra con punti di sutura segnati qua e là dalle antenne paraboliche, dalle scale che salgono e scendono, dai balconi balconcini loggette terrazzi ripostigli e vinelle che si buttano una addosso a un&#8217; altra. A un ragazzino della Sanità il prete direbbe che il guaio lo fecero i francesi, Murat che fece costruire quel ponte perché il re arrivasse alla sua reggia senza farsi tutta quella strada, la scalata dello Scudillo, in mezzo a tutta quella gente.<br />
<span id="more-25824"></span><br />
Fecero il guaio perché dopo il ponte né il re né il suo seguito passava più per il quartiere, e allora non si dovevano più stendere le coperte pulite, non si dovevano aggiustare le supponte delle finestre e delle porte, non si doveva aprire più niente, ci avevano chiusi, chiusi dentro a qualcosa che da lontano, dall&#8217; alto, non si vede nemmeno bene che cos&#8217; è.<br />
Un ragazzino della Sanità non lo sa che vive in una scatola nera.<br />
Una di quelle che quando un aereo è caduto poi la vanno a cercare per capire cosa era successo, per trovare tutte le informazioni registrate. Forse è da quando tutta la città ha cominciato a perdere quota, che i segni sono stati marcati a sangue dentro al quartiere, sulla faccia ustionata dalle lampade delle casalinghe cinquantenni, sulle targhe delle macchine parcheggiate sopra allo scalone del Largo Vita, nelle insegne dei negozi con le scritte pure in inglese, o in spagnolo, quasi, senza alcun limite alla depressione esotica, palesemente frustrata, di stare qui ancora per po&#8217; ma poi me ne parto. </p>
<p>E addò vai? A Londra, a Spagna, a Svizzera.<br />
Intanto il ragazzino della Sanità non stava mai troppo tempo a casa, voleva andare a organizzare una partita con i suoi amici nel Bosco di Capodimonte, ma il papà gli ha detto che gli apre la testa semmai viene a saperlo, che il Bosco è pericoloso, ci sono i maniaci che ti portano nella grotta di Maria Cristina. Allora una partita la si fa lo stesso davanti alla chiesa, nella piazzetta, sotto al terrapieno della Villa D&#8217; Agostino, pure se magari poi viene qualcuno che passa a dire che c&#8217; è un brutto movimento, pure se le mamme cominciano a chiamare dai balconi, a fare quelle facce preoccupate, con il telefonino in mano, ma senza usarlo, perché potrebbe stare sotto controllo.<br />
All&#8217; improvviso si chiudono tutte le saracinesche dei negozi, una dopo l&#8217; altra, con un rumore che comincia a essere assordante, l&#8217; ultimo rumore che si sente prima di qualche sparo, qualche urla di donna, e chi s&#8217; è visto s&#8217; è visto.<br />
La partita di calcio domani magari non si fa, tra qualche giorno magari, pure se ci sta quella segatura là a terra, dove stava il sangue di quello che si sono fatti.<br />
Il ragazzino della Sanità fa la scalata della Mirciatella ogni mattina, quando l&#8217; ascensore sta chiuso, per andare verso le scuole del centro. Lui non l&#8217; ha capito mai perché l&#8217;ascensore del ponte sta chiuso almeno un giorno alla settimana, non capisce com&#8217; è possibile che non si sia mai bloccato con dentro lui, che ci entra quasi ogni giorno.<br />
Quando la professoressa gli chiede di dove sei, il ragazzino della Sanità probabilmente le dirà di Capodimonte, perché è più facile, suona meglio, e perché dire la verità sarebbe dire troppe cose, dare troppe informazioni, svelare un segreto che è meglio che ti tieni per te. Così facendo, il ragazzino della Sanità non dovrà dire dove stava ieri quando è successa quella cosa lì, se ha visto, se è vicino casa sua. No. Tornando a casa, da sopra al ponte, almeno una volta lui ha visto che le cose stanno tutte in equilibrio, che tutte quelle cose che si vedono attraverso il filo spinato della gabbia fanno meglio a stare ferme lì, immobili, e che è meglio per tutti non fare uscire niente dalla scatola nera, non si sa mai.</p>
<p>Pubblicato su Repubblica — 01 novembre 2009 pagina 1 sezione: NAPOLI </p>
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		<title>L&#8217;infanzia delle cose: un estratto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Aug 2009 06:30:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alessio arena]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[[Alessio Arena ci dona alcune pagine estratte dal suo nuovo romanzo, L&#8217;infanzia delle cose, manni editore] di Alessio Arena Sopra al marciapiede della Piazza di Cascorro i gitani hanno sistemato una coperta a terra e si sono messi a vendere i meloni rossi. È domenica pomeriggio, e il mercato finisce sempre qua dove è iniziato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>[<em><a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/03/10/lanima-mia-e-morta-per-colpa-tua/">Alessio Arena </a>ci dona alcune pagine estratte dal suo nuovo romanzo, <a href="http://www.mannieditori.it/puntog/puntog_arena.htm">L&#8217;infanzia delle cose</a>, manni editore</em>]</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/arena.jpg" alt="arena" title="arena" width="227" height="320" class="aligncenter size-full wp-image-19227" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/arena.jpg 227w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/07/arena-212x300.jpg 212w" sizes="auto, (max-width: 227px) 100vw, 227px" /><br />
di <strong>Alessio Arena</strong></p>
<p>Sopra al marciapiede della Piazza di Cascorro i gitani hanno sistemato una coperta a terra e si sono messi a vendere i meloni rossi.<br />
È domenica pomeriggio, e il mercato finisce sempre qua dove è iniziato alle prime ore della mattina.</p>
<p>I gitani sono così: tengono i capelli lunghi.<br />
I gitani tengono le catene d’oro con la Virgen del Rocío o altri santi che non si capiscono.<br />
I gitani si vestono sempre poco: le femmine stanno con la canottiera pure se è il mese di gennaio. <span id="more-19226"></span><br />
I gitani alluccano fuori ai balconi e in mezzo alla strada: i maschi tengono i capelli lunghi e i peli sopra al petto.<br />
I gitani tengono tutti quanti un naso importante: le femmine sputano a terra quando passano fuori alla salumeria di Manoli, e solo quando il freddo è davvero troppo freddo si mettono delle pellicce che sembrano i cani morti.<br />
I gitani fanno le feste fino alle quattro di notte dentro al circolo gitano che sta in un palazzo sulla Calle del Ave María.<br />
I gitani si sono accoltellati l’altro ieri con un gruppo di gitani della periferia che sono venuti a vendere la droga a dei ragazzi gitani che stavano in una Seat Marbella parcheggiata fuori al teatro della Latina.<br />
I gitani cantano sempre, urlano come i pazzi e si mettono a suonare la chitarra fuori alla chiesa di San Cayetano per la messa del Rocío.<br />
I gitani fanno la musica con le mani, e i bambini pure, quelle mani nere che si lavano dentro alla fontana di Tirso dove mia madre ha detto che, solo se si avvicina, uno si può prendere la tibbiccì.<br />
I gitani sbattono continuamente le mani anche se ti stanno dando il resto della spesa.<br />
I gitani sono i padroni del mercato.<br />
I gitani sono i padroni di tutti i negozi di Lavapiés.<br />
I gitani sono i padroni di Lavapiés.</p>
<p>Mezz’ora fa in mezzo ai giardinetti di Curtidores e dentro al vicolo di Santa Ana ci stavano fiumi di gitani con le bancarelle, le sedie, i tavolini, le coperte: si vendono tutto quello che uno può immaginare, tutto quello che tengono nella casa, e secondo me, se uno va vedendo, si vendono pure a loro.<br />
Il mercato attraversa tutta la zona alta di Lavapiés, si arrampica sulle salite e sulle discese di quella parte del quartiere dove i balconi delle case sembrano le cappelle dei santi e dei morti che stanno a Napoli, piene di cose appese che sembrano d’oro, e di fiori spennati.<br />
I generi della merce cambiano a seconda dei posti di vendita lungo il cammino verso la porta di Toledo, dove sta la sede della Polizia Locale, e il mercato vecchio, quello ufficiale, con il tetto a spiovente, che puzza di baccalà e di altre cose pure a cento metri di distanza.<br />
Più stanno sotto sotto alla Polizia più i gitani diventano doci ’e sale, nel senso che se ne stanno più tranquilli, si nascondono gli orologi d’oro, le collane, vendono solo bambole mezze scassate, cose per la casa che non servono a niente, e fiori, soprattutto gerani e piante di basilico.<br />
Sul marciapiede di Cascorro si sono messi a vendere i meloni rossi e il cane stava giocando con un melone, ha provato ad azzannarlo e io gli ho dato due calci ma non potevo fare niente.<br />
«El perro! Es tuyo?»<br />
«Sì, sì, è mio.»<br />
«Coje al perro, joder!»<br />
Io allora ho dato cento e uno strilli, e il cane ha girato finalmente la testa, mi ha guardato come se mi stava dicendo che devo fare sempre l’esagerato, e di scatto si è messo a correre solo lui, mi ha fatto cadere il guinzaglio da tutte e due le mani.<br />
Se n’è andato per la chiesa di San Cayetano, ha girato all’angolo del Mesón de Paredes quando una macchina saliva dalla piazza e per poco non gli schiattava la testa.<br />
Io questa strada la odio perché ci stanno i cinesi e quando passi devi fare lo slalom in mezzo alle sputazze dei cinesi che si mettono seduti fuori ai negozi presi in gestione dai gitani.<br />
Non so perché i cinesi sputano sempre, ma la cosa brutta è che se stai correndo per acchiappare al cane può darsi pure che non fai in tempo a scansarti.<br />
Ho fatto una corsa quasi con gli occhi chiusi fino alla Calle del Olmo, dove ci stava il figlio più grande di Manoli che era appena uscito dal barbiere, e puzzava di dopobarba quando ha alzato il braccio per dirmi dove era andato quell’animale esaurito.<br />
Mi ha fatto girare per la Piazza di Agustín Lara dove sta quella chiesa bombardata che adesso ci devono fare una biblioteca, e sulla discesa del parcheggio sotterraneo il cane stava con le zampe alzate sopra al cofano della ipsilon dieci di Birra Peroni.<br />
«Questo cane di merda!»<br />
«È una femmina Antonio, la devi capire.»<br />
«Ciao zio.»<br />
Birra Peroni mi ha dato due baci che hanno fatto un sacco di rumore.<br />
«Te la fai scappare sempre» ha detto.<br />
«È uscita pazza questa cagna maledetta, te lo giuro, secondo me si è ricordata che stavi arrivando.»<br />
«Eh sì, sì, quella che non si è ricordata è mia sorella, che non mi ha fatto trovare neanche due foglie di insalata.»<br />
Però l’ha detto col sorriso sulla bocca.<br />
«Quella mamma sta tutta esaurita, lo sai» gli ho detto, e allora lui mi ha fatto una carezza, ha aperto lo sportello, è sceso dalla macchina.</p>
<p>È più di un mese che non lo vedo.<br />
È ingrassato, ha cominciato a prendere chili sopra al petto e sulle gambe, è successo dopo l’incendio del Golfo che lui stava chiuso dentro a discutere con Castravelli e altri suoi colleghi del magazzino.<br />
Il fuoco lo ha abboffato come un Super Santos, un pallone con tutti quei puntini sopra alla pelle che forse gli fanno pure male ma nessuno lo sa.<br />
Birra Peroni si è messo in viaggio l’altro ieri, si è fatto tutto lo stivale, e poi è passato per la Francia, ha dormito quelle poche ore di notte in qualche autogrill, e poi ha ripreso a fare il viaggio di Gulliver: strada facendo si è preso al ragazzo che deve venire a lavorare nel Golfo di Napoli, quel cugino di Castravelli che stava facendo gli orologi a Barcellona.<br />
«Ma stai solo tu?»<br />
«Sì, a Sandokan l’ho già accompagnato dentro al ristorante.»<br />
«E tu perché stai vestito così elegante?»<br />
«Quanti cazzi vuoi sapere» ha detto. «Prenditi questa mille pesetas, e vai a comprare qualche cosa di buono nel negozio di quella di fronte.»</p>
<p>È bello Birra Peroni, perché somiglia a mia madre.<br />
Tiene gli occhi piccoli come lei, con la coda degli occhi che sembra disegnata con il trucco, e poi tutte quelle lentiggini in faccia, sopra alle guance e sopra al naso che è la cosa più piccola che tiene.<br />
Perché Birra Peroni è enorme, c’ha la faccia di un bambino, però è alto, è tutto un pezzo, e tiene sempre le stesse braccia della foto di quando ha fatto il militare a Reggio Calabria.<br />
Però adesso c’ha la giacca con la camicia a righe la cravatta e tutto.<br />
«Gesù» penso io. «Ma sei sicuro che stai venendo da Napoli?»<br />
«Sì, ’o scè, però alla frontiera do meno nell’occhio se sto più sistemato, e non sembro uno gitano.»<br />
«E dove l’hai preso questo vestito?»<br />
«Eh, è bello eh?»<br />
«No, sembra di carta.»<br />
«Overo? Si vede proprio assai?» mi ha chiesto preoccupato, mentre si puliva i segni che gli ha fatto June Christy sopra al pantalone, quando gli è saltata addosso per salutarlo.<br />
«È un pacco del magazzino di Calimero» ha detto.<br />
«Sì? Quelli che devi vendere tu?»<br />
«Non proprio, questo è uno dei pacchi, poi ci sta altra roba.»<br />
«Allora lo fai pure tu il magliaro, eh?»<br />
Birra Peroni mi ha fatto un’altra carezza: forse ha capito che me la vedo un poco brutta a stare solo io a casa con quelle due vipere.<br />
Io lo so che Birra Peroni mi vuole più bene da quando non tengo più a mio padre.<br />
«Vieni pure tu a lavorare, ti guadagni qualche cosa in più e ti apri una libretta.»<br />
Io ho cambiato discorso: «A te ti piacciono i lupini?» </p>
<p>Sono andato nel negozio di Manoli perché mi volevo prendere un chilo di lupini.<br />
Manoli è la madre della famiglia dei gitani che vivono di fronte a noi, al terzo piano.<br />
Sono una famiglia grandissima, e soprattutto la domenica a casa loro ci sta la gente fino a fuori al palazzo.<br />
Il figlio più grande è quello più antipatico: tiene una ciglia sola, bella chiatta come la coda di una zoccola.<br />
Io l’ho sentito un sacco di volte parlare con Erika da fuori al balcone, e allora sono andato pure io e ho visto che lui stava affacciato mezzo nudo, solo con un paio di mutandine bianche.<br />
Il figlio di Manoli è una specie di scimpanzé che la collana con la Madonna non si vede in mezzo ai peli del petto. Tiene il collo sempre rigido con qualche vena ben in vista, le spalle larghe, e quel poco di pancia che basta a fare schifo.<br />
Sta sempre fuori al balcone a fumare mezzo nudo, ma a volte si mette seduto su una sdraio e si appoggia un piatto sopra alla pancia, un piatto pieno di lupini che lui prende a quattro cinque alla volta, e poi sputa le scorze giù.<br />
Io vado pazzo per i lupini, ci stanno poche cose che mi piacciono così, forse perché i lupini non sanno quasi di niente però tengono una consistenza importante sotto ai denti, e poi questo fatto che devi sputare la scorza ti fa passare un po’ di tempo.<br />
Insomma sì, la verità è che mi piacciono proprio assai e starei pure ore a mangiarmeli, solo che mia madre non li ha trovati da nessuna parte, e non sa come si chiamano.<br />
L’altro giorno allora mi sono fatto coraggio a chiedere al figlio di Manoli che stava lì, spaparanzato sopra alla sdraio come sempre, con la bocca piena, i peli lucidi di sudore sopra alle braccia.<br />
«Come si chiama?» ho detto.<br />
Lui ha fatto finta di non sentirmi, ma poi ha visto che lo stavo guardando, e che non me ne andavo.<br />
«David.»<br />
«No tu, i lupini… lupinos?»<br />
Ha fatto una faccia scema, drammatica, quando ha detto «Italiani… piccolini… piccolini».<br />
Mi stava sfottendo, però non sembrava divertito.<br />
«Vafammocca» ho detto.<br />
E lui allora si è messo in piedi, si è grattato con una mano un punto della sua schiena pelosa che sembrava che stava facendo una capriola all’indietro per arrivarci.<br />
E si è ricordato.<br />
«Chocho, chocho» ha detto. «Como tu hermana, Erika… chocho grande.»<br />
Se parlava di mia sorella ero sicuro che mi aveva detto una cosa sporca, però mi sono stato zitto, gli ho riso in faccia, e gli ho fatto capire che Erika teneva la febbre a quaranta e stava morendo.</p>
<p>«Si sono messi a ridere tutti i gitani di sfaccimma dentro al negozio.»<br />
«E perché?»<br />
«Perché i lupini sono una parola sporca.»<br />
«Ah sì?» mi ha detto Erika dentro al letto, con la voce in mezzo ai denti. «Lo so che significa… quello che non ti piace a te.»<br />
«Statti zitta, devi morire.»</p>
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		<title>Tutte le mele di un peccato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Nov 2008 07:10:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alessio arena]]></category>
		<category><![CDATA[alienazione]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[maggiano]]></category>
		<category><![CDATA[malattia]]></category>
		<category><![CDATA[manicomio]]></category>
		<category><![CDATA[mariagrazia falco]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessio Arena “ &#8230; E io porrò inimicizia tra te e la donna e fra il tuo seme e il seme di lei, esso ti schiaccerà il capo, e tu ferirai il suo calcagno ” Genesi 3:15 Quando passai sull’altro marciapiede di Santa Teresa stavo piangendo. Pensavo non ci fosse rimedio per il problema [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/orsopolare/3022026810/" title="ragnatela_mggiano by higgiugiuk, on Flickr"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://farm4.static.flickr.com/3047/3022026810_1b1af51271.jpg" width="375" height="500" alt="ragnatela_mggiano" /></a></p>
<p>di <strong>Alessio Arena</strong></p>
<p><em>“ &#8230; E io porrò inimicizia tra te e la donna<br />
 e fra il tuo seme e il seme di lei,<br />
 esso ti schiaccerà il capo,<br />
 e tu ferirai il suo calcagno ”</em></p>
<p>Genesi  3:15</p>
<p>Quando passai sull’altro marciapiede di Santa Teresa stavo piangendo.<br />
Pensavo non ci fosse rimedio per il problema delle cartelle cliniche e inoltre avevo quella precisa sensazione, che ti capita quando non c’è rimedio per qualcosa, di aver perso qualcosa dalle tasche (che qualcuno me l’aveva rubata).<br />
Erano già diversi giorni che non vedevo Loreto, e forse era colpa sua, forse mi ricordai di quello che aveva detto nel preciso istante in cui il generalecappabianca, svincolandosi con la sua zampetta tremante in mezzo alle sedie, aveva fatto cadere la zuppa del bambino che si stava raffreddando sul quel suo tavolino giocattolo, e io mi ero sentito un poco colpevole per aver consigliato poco prima di tirarlo fuori dal bagno, dal momento che il povero generale si sarebbe ammalato di più a stare un altro giorno chiuso là dentro. <span id="more-10785"></span><br />
Nel preciso istante che il mio riflesso si srotolava nella piccola vetrina del Bar Puoti, il cui triste panorama nessuno si sarebbe permesso di tappare passando dall’altro marciapiede con quegli enormi ombrelli aperti, mi ricordai di quello che Loreto non mi aveva detto, quello che il bambino non aveva voluto che io sentissi mettendosi a piangere la sua oltraggiosa perdita tra le braccia delle mammina, sporcandole il pullover che aveva già qualcosa di verde, ma molto scuro, chiaro, quasi nero.<br />
Credo che disse qualcosa sui gatti e su quelli che ogni tanto li investono in una città come questa, ma io stavo solo a guardarla, ancora una volta ferito a sangue da quel freddo orribile che s’era fatto padrone della sua stanza al civico diciotto di vico Lammatari, quella che Loreto aveva preso in affitto qualche mese prima.<br />
Il freddo di là dentro mi faceva sentire ancora di più uno sconosciuto, ancora più lontano dalla mammina che faceva la stupida per far divertire il suo cucciolo, e gli suonava Rossini e Schönberg insistendo nelle sue isteriche interpretazioni con quella viola sempre così scordata, tutti e due inebetiti dall’abitudine di dover vivere tutto questo, giocare nella stanza quando era notte, resistere all’unico canale di televisione che la signora di sopra, una tipa senza un pelo in testa che faceva le carte, aveva lasciato nel corpo di quel piccolo apparecchio che non le serviva più a niente, cantare le loro improbabili canzoncine, che adesso sembrava andassero ad incastrarsi con le ninne nanne feline che il generalecappabianca dedicava a se stesso, per la sua disgustosa zampa ferita.<br />
Il freddo sembrava venire fuori dai rubinetti della stanza, era come se da un momento all’altro fossimo affogati tutti quanti in questa piena invisibile che doveva venire da un qualche fiume morto del cimitero delle fontanelle, che annegava il suo marciume davanti allo scasso della prima croce, non troppo distante da lì, e seguiva sotto sotto tutti i passi del quartiere.<br />
Niente al modo avrebbe potuto dare senso al semplice gesto meccanico di accendere una sigaretta, stendermi romanticamente in quel divano coi fiori gialli, raccontarle che era vero, Leopoldo era tornato da Montevideo con una bombetta grigia e molti film porno, che sì, la polizia mi aveva sequestrato tutte le piante del casale di Melito, che no, questo non credo, bisogna affrontare i propri desideri, vita mia, e chi lo sa? forse pure io un giorno mi opero il naso.<br />
Tutto sarebbe diventato uno sforzo inutile: forse Loreto non mi aveva nemmeno riconosciuto, forse si era fatta di nuovo, davanti al bambino, un secondo prima che io chiamassi al citofono tossendo un saluto.<br />
In fin dei conti ero rimasto a guardarla un momento ( le avevo detto che non avremmo potuto fare l’amore in un posto del genere?), mi ero sporcato con la zuppa del bambino, né più né meno.  </p>
<p>Giusto di fianco al Liceo Campanella le due anziane sedute alla fermata dell’autobus avevano dovuto notare il mio passo febbricitante, il viso annegato in quella ridicola sciarpa di Chanel che ripete una frase ridicola nelle sue trame di tessuto rosso (cose di Leopoldo, dei suoi lavoretti per i negozi di Chiaia, che è dove nessuno dei suoi clienti lo porterebbe mai. )<br />
Non c’era un’anima, solo quelle due signore a farfugliare le loro mitiche storielle familiari, aspettando forse il 180 per il Corso Secondigliano, oppure il 47 per la Stazione Centrale, dove probabilmente era ancora Natale.<br />
Entrambe concentrate in un pizzicare nervoso da quella scatoletta ingiallita che una di loro, quella che mi vide per prima, adesso manteneva sulle sue magrissime gambe come se fosse un carbone ardente, un lusso del quale vergognarsi di fronte a una tale drammatica scoperta, di fronte a un uomo come me che si beve le lacrime e inghiotte saliva con questi spasimi di povertà, di indecenza, di non sapere cosa sia mangiare a quest’ora stupida, di non sapere come affrontare questo dolore alimentizio, appiccicoso, di certo immorale, che trabocca dal silenzio immerso dal Liceo nel resto di Piazza Cavour, fino alle pozzanghere che la pioggia ha scavato nel marciapiede della Salumeria Langella, quasi a salvarla dalla mia biblica tentazione di dimenticare sempre tutto, ogni cosa.<br />
Mi ricordavo bene invece di Don Pasquale, tutta la sua elegante pigrizia nel precedermi dentro a quella specie di ripostiglio, dove esiste l’unico telefono pubblico di tutta la città con il quale riesco ancora a chiamare Montevideo senza spendere una lira, con quel trucchetto che ci insegnò quel fidanzato di Leopoldo, la cantante lirica.<br />
Molte volte ho chiamato anche Loreto da quel telefono, facendo suonare ogni tanto il borsellino con le monete, in modo che Don Pasquale si rendesse conto che era tutto normale. Ogni volta che non facevo il turno di giorno all’ospedale chiamavo Loreto, sebbene fosse poco prima di andare a prenderla, e questo perché preferivo capire in anticipo come stava in quel momento, se si era presa di nuovo il fevarin, cosa che notavi nella voce, in quel modo di dire <em>tito</em> quando parlava di Alberto;  del resto ero solito chiamarla spesso perché questa cosa le ispirava un affetto che non avrei mai potuto aspettarmi nel faccia a faccia dei nostri appuntamenti, nella vecchia casa del pallonetto dove suo zio Fernando aspettava la morte e ci faceva sentire vecchi dischi di Yupanqui che saltavano puntuali su lunghe a, inossidabili e come quelle della parola quereeeeeeer ripetuta in ogni canzone, nella Pensione del Sole che a quel prezzo lì è la cosa più pulita di questa città, o meglio ancora, i venerdì sera, nel ristorante di Francesco Mitre che se ne sta nascosto nella costola di Adamo di Via Medina, dove lei si faceva spesso ospitare ai poker cattolici che organizzavano con puntualità, uno strano gioco d’azzardo che facevano coi santini, e veniva con i suoi dolci, i suoi miracoli di cannabis che le facevano guadagnare quanto bastava perché Albertito avesse mele una settimana intera, diverse volte al giorno, tagliate a quadratini, nel biberon, con gli occhi disegnati e i baffi con il pennarello, e si arrangiasse lo stomaco con una buona dose di ciuciú, come diceva lei.<br />
&#8211; A questo bambino gli stai rovinando i denti, da grandi non ci ringraziano per cose del genere.<br />
In realtà nemmeno io sapevo come potesse venirmi tanto facile una frase così, nel perfetto stile di uno di famiglia, quasi come se mi fossi preso io la briga di tradurre i fischi inumani di zio Fernando che sembrava chiedere del suo nipotino proprio quando la bava gli riempiva ancora di più quella miracolosa bocca, come se mi fossi incaricato di renderli delle vere sentenze, classicamente pesanti, comunque passabili, comprensibili.<br />
&#8211; Vittorio, ma tu cosa ne sai di bambini? – diceva lei – a quelli che passano per l’ospedale gli fai inghiottire giusto quel poco che ti dicono, e la storia finisce lì.<br />
&#8211; Bè, non è solo questo, puoi immaginare che molto spesso le madri sono davvero insopportabili.<br />
&#8211; Immagina tu che se quei poveretti potessero dirti come si sentono sarebbe una cosa ancora meno sopportabile, no?<br />
&#8211; Credo di sì&#8230; non lo so.<br />
&#8211; Domani resti sempre nel reparto di pediatria, no?<br />
&#8211; Certo. Devo starci per altri due mesi. Che fai, me lo riporti di nuovo?<br />
&#8211; Macchè, oggi ha mangiato tutto, gli ho fatto quella zuppa di mele che mi disse la moglie di Francesco, e gli ho messo pure un po’ di finocchio.<br />
&#8211; Bene, mescoli sempre tutto.<br />
&#8211; Credo gli sia piaciuto, anche se continua a fare quei rumori con la gola, e non lo so… a volte mi fa un po’ paura, metti la notte, per esempio.<br />
&#8211; Deve essere sempre per l’ipotonia, non ti preoccupare, forse al piccolo non gli piace granché il silenzio.<br />
&#8211; Ma dai, che stupidaggine, lo sai meglio di me.<br />
&#8211; Può darsi, ma vedi che lo dice anche nella cartella clinica, gli ho dato uno sguardo oggi…<br />
&#8211; Ah, senti,Vittorio, una cosa&#8230;<br />
&#8211; Dimmi.<br />
&#8211; &#8230; Niente, l’altro giorno ti sarai accorto che mancava qualcosa dal tuo zaino.<br />
&#8211; Possiamo vederci questa sera?<br />
&#8211; Mi sento un po’ stanca, lo so che a questo punto succede a chiunque però…<br />
&#8211; Dai, ci vediamo stasera e ne parliamo, va bene?<br />
&#8211;  Va bene, però pioverà.<br />
&#8211; E allora?<br />
&#8211; Niente, mi metto quel cappotto blu che ti ho detto.<br />
&#8211; Sì, e il foulard.<br />
&#8211; No, quello se l’è mangiato il generale.</p>
<p>Quando andava così, che il giorno cominciava una merda perché a Leopoldo ieri notte lo avevano picchiato dei clienti svizzeri o tedeschi, e lui aveva dovuto fare l’alba vicino all’arenile di Bagnoli,  e poi il traffico ventricolare del centro, dove non c’è più nessuno che venda i fonzies, e quel mal di gola… insomma quando andava così io e Loreto ci vedevamo nella Chiesa di San Filippo e Giacomo.<br />
Ci sedevamo in quella piccola chiesa dove si riuniscono tutte le brezze degli incensieri delle piccole botteghe scomunicate di Spaccanapoli, e quasi senza rendercene conto, restavamo zitti fino alla fine delle prove del piccolo coro di bambini che Padre Adriano riuniva diversi giorni a settimana per preparare la gloria del Signore.<br />
I maschietti erano angeli tremendi, e le bambine, tipo una o due, avevano le tette, molti brufoli sul viso, e cantavano in modo che le loro voci si alzassero in una impressionante impostazione di soprani drammatici, accompagnando le loro opulenti frasi musicali con gesti delle braccia che lo stesso Padre Adriano indicava loro dal pulpito, dal suo fervore di signorina mistica, la fronte sudicia, gli occhi a mezz’asta..<br />
Tra poco sarebbe venuto verso di noi, avrebbe chiesto a Loreto come stava il bambino e come proseguiva lei con la cura, con la preghiera, con i soldi..<br />
&#8211; Ieri notte ho sognato che ero un cane – gli disse tremando al mio fianco – e che cadevo da una terrazza di Posillipo, quella vicino alla gelateria, perché ero diventata cieca.<br />
Padre Adriano mi guardò storto, quasi a rimproverarmi di averla portata di nuovo qui quando sembrava ancora troppo fuori di sé, ma dopo poco la guardò e le sorrise, e quel sorriso lo vidi scendere sul suo stupido volto come se fosse di qualcun’altro, come se condannasse la sua stupida voce a dire ancora qualcosa.<br />
E disse – Forse sarebbe una buona idea venire a suonare la viola insieme al coro, non credi?<br />
Ma Loreto abbassò gli occhi  e si alzò tirandomi per una manica della giacca, come fanno le madri con i propri figli per uscire da qualsiasi negozio dove qualcuno non ha saputo trattarli.<br />
Dopo, per strada, mi prese per mano, e iniziò a tossire come fa lei, così dolce, così metodica, come se stesse tentando di zittire una qualche frase memorabile che bene le si incastrava tra le tempie, una bestemmia.<br />
Pensai che lei non suonava per Dio, lei suonava per Alberto.</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/orsopolare/3021195175/" title="letto_maggiano by higgiugiuk, on Flickr"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://farm4.static.flickr.com/3180/3021195175_b4de927d88.jpg" width="375" height="500" alt="letto_maggiano" /></a></p>
<p><strong><br />
Ospedale Nuovo Pellegrini </strong></p>
<p><em><strong>Azienda Sanitaria Locale Na 1-Regione Campania</strong></em></p>
<p>Via Portamedina, 41<br />
80134 Napoli<br />
Tel. 081-2545291-5293-5371<br />
Fax 081-7512080</p>
<p>Cartella Clinica n. 971</p>
<p>COGNOME E NOME                              Gonzalez Soto Loreto<br />
PATERNITÁ                                             Mauricio<br />
MATERNITÁ                                            Fernandez Soto Pilar<br />
DATA E LUOGO DI NASCITA              7/  9 / 1968  Fray Bentos, Uruguay<br />
NAZIONALITÁ                                        Uruguayana<br />
STATO CIVILE                                         Nubile<br />
PROFESSIONE                                         /////////<br />
DOMICILIO                                              Vico Lammatari, 18<br />
REPARTO                                                  Psichiatria<br />
ANAMNESI                                               Stato depressivo, alterazione oniroide.</p>
<p>La paziente soffre deliri abituali e un disturbo di orientamento rispetto alla propria persona e a quella del figlio di due anni, affetto da sindrome di down.<br />
I suoi intoppi del pensiero (<em>barrage</em>) lasciano spesso spazio a un’estrema sfiducia verso gli altri , sentimento che risulta da regolari allucinazioni durante le quali ogni tipo di personaggio vuole ucciderla insieme al bambino. </p>
<p>TERAPIA BASICA<br />
<em>Seroquel </em> Chetiapina 54 mg<br />
<em>Cymbalta </em>Duloxetina 40 mg<br />
<em>Fevarin</em>  Fluvoxamina 33 mg</p>
<p> ALTERNATIVA<br />
<em>Abilify</em>  Aripiprazolo 25 mg</p>
<p>Alla fine non venne a piovere, o almeno non come adesso che sembrava rivoltarsi una fine del mondo nelle aiuole già sudice della Piazza dei Vergini, e io continuavo a ingoiare con lo stesso nervosismo.<br />
Era già un’ora o più che non smettevo di camminare, e del resto mi piangevano anche le gambe, le lacrime mi uscivano quasi a cancellarmi i tratti del viso, quasi a difendermi dal rischio di poter incontrare qualcuno che mi riconoscesse, lì per il mercato, all’ora di punta.<br />
Era mercoledì, di sicuro quel giorno veniva a essere il mio riposo settimanale, e d’altro canto nessuno mi aveva chiamato dall’ospedale perché lo sostituissi; non ricordavo nemmeno di aver lavorato i giorni precedenti, e avevo fame, molta, mi piangeva lo stomaco, mi piangeva tutto dentro e mi venne in mente che a Leopoldo ieri notte lo avevano picchiato dei clienti svizzeri, o forse no, erano inglesi, e lui aveva dovuto fare l’alba vicino all’arenile di Bagnoli, chiuso dentro a una macchina.<br />
Quando tornò a casa sembrava più furioso del solito e si era seduto sul mio letto diverse volte e aveva fatto il caffè senza zucchero perché il problema é che non si può vivere una vita con così poca fortuna.<br />
&#8211; E’ che non si può vivere una vita con così poca fortuna – aveva detto la <em>cucaracha</em>.<br />
Povero Leopoldo, perché in fin dei conti dei due lui é il più brutto.<br />
Quei denti non gli si raddrizzeranno mai e sembrerà sempre che gli gonfino la bocca da dentro, non c’è niente da fare, e il mento poi, che non ha la mia tenera regolarità, di sicuro continuerà a spuntargli un po’ di barba qui sulle guance nonostante tutti quegli ormoni che s’è preso, credo gli resista sempre quel poco di ombra virile sulla faccia.<br />
Povero Leopoldo con il suo naso nuovo, con le tette che gli sono costate il corrispondente di due viaggi a casa, in alta stagione, che di noi due lui di sicuro è quello che soffre di più a vivere così lontano da tutto, all’altro lato di tutto, in una ridicola parte di tutto dove non c’è altro che un fratello senza troppe parole e molti froci che vogliono soltanto imparare a chiavarsi da soli.<br />
&#8211; Insomma puttana, ti rendi conto da quanto tempo è che dormi? – aveva detto la cucaracha.<br />
&#8211; Leopoldo&#8230; fammi vedere che ti hanno fatto, vieni.<br />
&#8211; Non chiamarmi così, frocio, lo sai già che mi tocchi i nervi.<br />
&#8211; Dai, amore, vieni che l’ultimo nome non lo so ancora…<br />
Uscì dal bagno con addosso l’accappatoio, il viso completamente struccato, il fantasma di mio fratello.<br />
&#8211; L’ ultimo è&#8230; La Divina Cucaracha – disse – Perché a quanto pare in questo cazzo di appartamento abbiamo molte visite dal mondo animale, e per ultima è venuta lei, la regina, che mi è preso di ucciderla con la bibbia di mamma, figurati, un vero suicidio mistico!<br />
Aveva una macchia viola sulla schiena, l’avevano picchiato di brutto, povera cucaracha.<br />
E’ così triste voler bene a mio fratello come gliene voglio io, con questo orribile rimorso di aver accettato il fatto che nostra madre non volesse più vederlo e per essermelo portato qui,  io che ancora mi impedisco di pensare a lui se non come una cosa debole, come poca cosa.<br />
Ci penso sempre a questo, ogni volta che bazzico davanti al Bellini, le vetrine impastate di vecchi manifesti, i pezzi che resistono uno sull’altro, che qualche benpensante potrebbe ritenerlo un mero sforzo architettonico di addolcire la monotonia neoclassica di quel tratto di Via Costantinopoli che tocca il teatro.<br />
E’ chiuso da qualche mese per delle ristrutturazioni, ma mi sembrò sentire qualcosa. </p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/orsopolare/3021195083/" title="albero1 by higgiugiuk, on Flickr"><img loading="lazy" decoding="async" src="http://farm4.static.flickr.com/3254/3021195083_b437b6c304.jpg" width="375" height="500" alt="albero1" /></a></p>
<p>Allora lavoravo al pronto soccorso e fui io a rispondere al meticoloso silenzio di una delle signorine del botteghino che prima mi promise di dire la verità, ingoiandosi altre mille paroline indecenti, e poi spiegò che qualcuno si era fatto fuori nel secondo atto dell’opera.<br />
Leopoldo mi aveva raccontato di questo suo nuovo amore che aveva una voce onnipotente e un po’ di pancia, e che avrebbe debuttato in uno spettacolo importante in un teatro della città, ma quando arrivammo con l’ambulanza non potevo quasi credere che fosse lì in mezzo a quel casino di gente ben vestita e piagnona.<br />
Lui si accorse subito di me e alzandosi un poco il vestito per non inciampare mi corse incontro come davanti a una visione.<br />
&#8211; Vittorio – mi disse impaziente, quasi divertito – il tipo che faceva Dulcamara era posseduto e s’è sparato un colpo in testa.<br />
E così era stato: prendemmo il cadavere dallo stesso palco, pulendogli intanto la faccia dal sangue che era colato.<br />
Ricordo che Leopoldo non mi sembrò troppo angosciato per quella che doveva essere la sua prima volta in un posto così elegante, con signore eleganti che circondavano il suo fidanzato grasso, non facevano che chiedergli come sarebbe stato il suo ingresso dopo il monologo del morto, e poi che interpretazione vivace aveva dato nel primo atto, e non si preoccupi vedrà poi quanta gente parlerà di questo tragico Donizetti.<br />
&#8211; Leopoldo&#8230;<br />
Prima che me ne andassi mi disse ancora –  Ti rendi conto, Vittorio, finire così per i debiti!<br />
&#8211; Sttttt, non chiamarmi così, puttana!<br />
&#8211; Vaffanculo. </p>
<p>Quella stessa notte, era molto tardi, all’ospedale venne una donna incinta per chiedere di quell’uomo al quale si riferiva come a un amico suo, e io stesso, nella guardiola, le dovetti spiegare cos’era successo. Lei mi guardò come se potesse vedere qualcosa in più, aveva i capelli molto lunghi, con qualche nota di grigio, sebbene sembrasse molto giovane, e mi chiese una sigaretta.<br />
Io avevo solo la mia busta di fonzies, che mi stavano aiutano a smettere, le dissi, pareva che funzionasse, e se non le dispiaceva…<br />
Mi sorrise con molta decenza e disse che era stata lei a chiamare dal botteghino del teatro.<br />
E disse – Sa una cosa? – gli occhi le si erano riempiti di lacrime &#8211; Credo che mio figlio vuole nascere.<br />
Quella fu la prima volta che vidi Loreto, e prima di lei, quasi all’alba, vidi Alberto, che era nato dopo un brutto travaglio e senza dubbio adesso se ne stava lì nella sua culla che sembrava un pezzo di pane azzimo. Da allora il fatto che il padre del bambino si fosse suicidato la stessa notte della sua nascita mi restò impresso nella mente, da quella notte avevo come una vertigine nella mente che sebbene non lo volessi del tutto, mi avvicinava a lui, e a sua madre, dentro e fuori del suo corpo  martirizzato dal piacere di dire che la vita vale sempre la pena, anche se devi prendere qualche pillola in più. </p>
<p>Loreto venne qui con un aereo come il mio, da Buenos Aires, con la sua viola addormentata in un astuccio pieno di lettere e di caramelle Todar, e come me e Leopoldo, anche se in modo diverso, non sembrava avere nessuna intenzione di fare passi falsi rispetto alla sua carriera appena iniziata, era iscritta al partito, quindi era meglio non rischiare, così chiese una mano a suo zio Fernando che a quei tempi aveva già sopravvissuto a due mogli, e sembrava essere disposto ad aiutarla, ma il bavoso forse le aveva mostrato troppo affetto, e lei si sentì maltrattata, povera vita mia.<br />
Una volta mi raccontò che in una stradina di Materdei aveva trovato una scuola di danza dove la signora Erminia, una calabrese con le palle, cercava musicisti che suonassero durante le sue lezioni. Passando là sotto, appena fuori la metropolitana adesso mi resi conto che dovevano essere sue quelle urla innocenti che sbavavano da quel balconcino del secondo piano al civico 149, la cui ridicola ombra marciva sul marciapiede della pescheria vicina, scivolava lì sopra insieme a qualche vecchietta che voleva il pesce spada senza troppo sangue.<br />
Riconobbi quella voce così nervosa che imprimeva una specie di brivido al traffico della strada, e immaginai le facce delle alunne sulle punte, quelle facce imbecilli che devono accontentare le madri, forse erano le stesse facce del coro di Padre Adriano, la stessa eclissi di infanzia sulle guance più spigolose, e la stessa sensazione di tempo perso, di prendere in giro la vita con queste stronzate, come quando Loreto suona per Alberto a spezzarsi le unghie, con gli occhi chiusi, gli stessi quelli del bambino, che sta sempre male, sempre di più, come se nessuno gli avesse mai voluto bene abbastanza per farglieli aprire quegli occhi, a dire albertito tienili dritti quegli occhi brutti, quegli occhi di sangue albertito, come la tua mamma, e come i miei se ti guardo perché più di una volta ho tentato anch’io, a volerti bene dico, ma con te non ti si può nemmeno toccare se non sei la mammina, e lei ti tocca sempre, forse ti picchia troppo, ti ha fatto male prima di tutto quello che potessi fartene io, la mammina sta molto male, e io le voglio bene, le voglio un bene che mi fa male a ogni passo per ricordarmi i passi di lei, tutti quelli di stamattina, e le sue canzoncine di mezzanotte, e quel cazzo di gatto che le regalò il negro che vive in uno scatolone vicino la Galleria Umberto, quel gatto che un giorno è stato investito solo per essersene voluto andare di casa, e qualcuno ha investito anche me, qualcosa, anche se non ho mai voluto allontanarmi da Loreto, ma ci ho provato comunque, come uno che si toglie i bottoni alla giacca per rendersi conto subito dopo che non è tanto grasso, ma Loreto sta molto male e si prende il fevarin e sembra che sta nuotando mentre io provo ad amarla e faccio l’amore con lei quasi a darle un occasione per uccidermi, di tenermi vicino attaccato a lei, per farla finita con una di quelle forbici enormi che ho portato dall’ospedale per le parrucche di Leopoldo, perché infine io possa restare lontano abbastanza da Alberto, albertito, tito che nessuno gli può voler bene come lei perché dopo tutto sbava come un cane rabbioso e ha quaranta di febbre. </p>
<p>Quando passai sull’altro marciapiede di Santa Teresa pensavo non ci fosse rimedio per noi, avevo visto che mi mancava quell’ultima cartella clinica con la terapia che non avevo voluto darle a suo tempo, e ancora meno adesso che mi aveva raccontato delle voci che faceva il bambino, che aveva paura, che somigliava sempre di più a quel padre che non aveva mai visto.<br />
Avevo inoltre quella precisa sensazione, che capita a uno che ha pianto per troppo tempo e gli mancano ancora delle lacrime per dare una connotazione più umile a quell’invisibile mal di testa che è di persona cattiva, che fugge, che vuole dimenticare.<br />
E di sicuro io ero disposto a tutto questo, a continuare a piangere fino a quella stanza del cazzo dove la mammina e il mostro si ammalavano ogni minuto e sembravano felici che la fine del mondo li trovasse così preparati, e ridevano degli altri, e mangiavano cose orribili, tutte quelle mele, tutti quei vermi, tutta la terra sporca del mezzo giardino della signora di sopra, la maga, che ogni tanto diceva di salire su per far respirare meglio il bambino, e loro due forse continuavano oltretutto a volersi bene per non sporcarsi con qualcos’altro.<br />
Ero disposto a ricordare quello ch’era successo, ma forse era più vero che non lo fossi, dico era una cosa naturale, stare lì, come un vagabondo per tutta la mattinata, con solo la voglia di chiederle spiegazioni di tutto questo silenzio, a dire a Loreto che mi facevo trasferire in un ospedale di Terni perché Leopoldo era diventato insopportabile.<br />
Era più vero, era più naturale che il pazzo fossi io, il cane cieco che cade dalla terrazza di Posillipo davanti alla gelateria, il mostro che sbava.<br />
( Mi resi conto improvvisamente che ero sceso giù, con l’ascensore di Capodimonte, ero quasi vicino a vico Lammatari, con l’idea che almeno adesso avrebbero tolto i sigilli alla stanza, che non c’era più polizia, che la gente se n’era tornata più o meno ai cazzi suoi)<br />
Il portone era aperto come sempre, e non bussai.<br />
Presi a salire le scale meditando questa stanchezza che avevo nelle gambe, la destra soprattutto, all’altezza del ginocchio, per aver camminato tanto.<br />
Avevo la tosse, e così la signora del piano di sopra, vedendomi più o meno vicino alla porta, mi si parò davanti.<br />
&#8211; Voi li conoscevate, vero? &#8211; disse – Che peccato, mamma mia.. </p>
<p><em>Nelle immagini: fotografie di <strong>Mariagrazia Falco </strong>all&#8217;interno dell&#8217;<a href="http://www.italoeuropeo.it/index.php?option=com_content&#038;task=view&#038;id=176&#038;Itemid=9">ex manicomio di Maggiano</a></em></p>
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