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	<title>Alet &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>«Se sono stato chiaro, vuol dire che mi sono spiegato male»: il gatto di  Philippe Forest</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2014 13:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alet]]></category>
		<category><![CDATA[del vecchio editore]]></category>
		<category><![CDATA[francesca fiorletta]]></category>
		<category><![CDATA[Il gatto di Schrödinger]]></category>
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		<category><![CDATA[Tutti i bambini tranne uno]]></category>
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					<description><![CDATA[di: Francesca Fiorletta Il paradosso del gatto di Schrödinger è definito un “esperimento concettuale”, cioè un esperimento sostanzialmente impraticabile, in natura, ideato e messo a punto nel 1935 per suffragare alcune tesi specifiche della meccanica quantistica. Brevemente, l’esperimento consisterebbe nel posizionare un gatto in una scatola, dotata di un sofisticato quanto triviale marchingegno, che sprigionerebbe via [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_50177" aria-describedby="caption-attachment-50177" style="width: 170px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class="size-full wp-image-50177" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/12/cop.aspx_.jpg" alt="Philippe Forest, Il gatto di Schrödinger, Del Vecchio Editore, 2014" width="170" height="281" /><figcaption id="caption-attachment-50177" class="wp-caption-text">Philippe Forest, Il gatto di Schrödinger, Del Vecchio Editore, 2014</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">di: <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il paradosso del gatto di Schrödinger è definito un “esperimento concettuale”, cioè un esperimento sostanzialmente impraticabile, in natura, ideato e messo a punto nel 1935 per suffragare alcune tesi specifiche della meccanica quantistica.<br />
Brevemente, l’esperimento consisterebbe nel posizionare un gatto in una scatola, dotata di un sofisticato quanto triviale marchingegno, che sprigionerebbe via via delle sostanze più o meno letali per il gatto stesso. Ecco, Schrödinger è arrivato a “dimostrare”, col suo paradosso, che c’è un momento esatto durante la prova, c’è un punto esatto lungo la scatola, in cui il gatto sarebbe contemporaneamente sia morto che vivo, secondo i crismi più dettagliati della meccanica quantistica, ovviamente.<br />
Questo esperimento paradossale, evidentemente, ha molto affascinato Philippe Forest, che da sempre fonda la sua scrittura pragmatica sulla rincorsa di spazio e tempo, sulla rimeditazione continua e imperitura di un unico spazio, di un unico tempo, sulla ricorsività immediata e immateriale di quella che, a ben guardare, può essere considerata l’antinomia ultima, che sta alla base di tutte le ossessioni del genere umano: la vita e la morte.<span id="more-50176"></span><br />
Ecco, dunque, come il nostro autore si confessa ai suoi lettori, nel modo che da sempre gli è più congeniale:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Mi sono messo a guardare tutto con altri occhi. La cosa durava da anni. Tutte le figure fantastiche che un simile teatro può generare mi erano diventate familiari. Raccontavo a me stesso le loro storie nel buio. Come quel bambino di cui parlavo e che, mi rendevo conto, non avevo smesso di essere.</i><i><br />
</i><i>Prima o poi, arriva nella vita di tutti il momento in cui si aprono gli occhi nel buio e s’inizia a provare inquietudine per ciò che si vede davanti a sé, perché di colpo ci si accorge che tutto quello che si pensava di sapere deve essere riformulato a partire da nulla. Una visione improvvisa viene a farci visita. Il più delle volte straordinariamente fugace. Il tempo di un batter d’occhi. Quando le palpebre si abbassano e di colpo il pesante sipario di niente che sta dietro al mondo sembra venire in primo piano e coprire tutto il resto.</i><i><br />
</i><i>Ma parlo in maniera troppo enfatica. È tutto molto più semplice. Ci si ritrova lì con il buio della notte davanti. Ed è allora che torna il tempo delle questioni essenziali.</i></p>
<p style="text-align: justify;">Meno enfasi, più (apparente?) semplicità.<br />
Così Forest costruisce questo splendido romanzo, di oltre trecento pagine, che coprono la durata complessiva di non più di tre giorni, notti comprese, notti e giorni in cui, fondamentalmente, non succede proprio niente.<br />
Niente, se non lo svago dialogico dei pensieri più intimi e molesti; niente, se non l’osservazione meticolosa di se stessi e la tentata percezione del reale che ricopre il mondo, proprio come una coltre, insieme pesante e leggera, sonnolenta e meccanica, proprio come il buio pesto della notte che avvolge in modo indistinguibile un gatto nero, diluendone all’infinito i contorni, fugandone, forse per sempre, ogni sorta di studiata specificità.<br />
Questo succede, allora, anche alla scrittura stessa di Philippe Forest, questo succede ai suoi ricordi più dolorosi, al dramma pluri decennale della prematura scomparsa di una figlia che, così bene, l’autore aveva tratteggiato, sotto una luce efebica e chirurgica insieme, in quel romanzo straziante e profondissimo che è <i>Tutti i bambini tranne uno </i>(Alet, 2005).<br />
Ne <i>Il gatto di Schrödinger, </i>allora, troviamo un autore, prima di tutto, troviamo un uomo, chiuso in una casa di campagna, che cerca di osservare un gatto nero immerso nel buio, cerca di catturarlo, di estorcergli la vita, di strapparlo alla morte, all’oblio; cerca, con quel gatto, di riappropriarsi di una qualche prospettiva scientifica che abbracci le cose del mondo, di un qualche lugubre paradosso che risulti salvifico per la sua mente e per il suo corpo spezzato, per il suo corpo indolenzito dal passato che sempre ritorna, il suo corpo non ancora completamente riabilitato al presente progressivo che pure sembra pararglisi davanti, proprio come fosse una sorta di scatola meccanica da esperimenti.<br />
Sarà lui stesso, quel gatto nero nascosto nel buio?<br />
L’esperimento (narrativo?) di Philippe Forest risulta, quindi, palesemente genuino, profondamente paradossale, vivo, morto e autentico allo stesso tempo, e in ogni spazio o raggio d’azione.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Nessuna “prima volta”, quindi.</i><i><br />
</i><i>Anche se quando si racconta si possono tranquillamente inventare di sana pianta tutte le favole che si vuole, tanto poi loro, autonomamente, comunque sia, assumono la forma che hanno tutte le altre. Con un inizio, un centro, una fine. Un senso. In modo che chiunque ci si ritrovi.</i><i><br />
</i><i>Ecco perché si può raccontare tutto come si vuole. Avviene qualcosa (di enorme o di insignificante) a partire da cui, con il senso che si desidera darle e una forma adeguata, si recita quasi da sola qualunque storia, che comprende tutte le altre.</i><i><br />
</i><i>Eppure la vita, in sé, non ha né capo né coda. A volte le cose finiscono dall’inizio. E allora non c’è poi da stupirsi se cominciano dalla fine. O dal centro. Qualunque momento può prendere il posto di qualunque altro. Intorno a un certo fatto, si può far iniziare e far finire quando si vuole un racconto, attribuendogli l’estensione che si preferisce, riducendolo per fargli assumere le proporzioni di una sola scena (un gatto in un giardino una sera) o estendendolo in</i><i> </i><i>modo che venga a contenere tutto ciò che da sempre si recita e rappresenta sul palcoscenico del tempo. E se si vuole ancora di più: dal momento impensabile in cui il mondo uscì dal nulla fino al momento non meno impensabile in cui, forse, ci ritornerà.</i></p>
<p style="text-align: justify;">Philippe Forest, <i>Il gatto di Schrödinger,</i> Del Vecchio Editore, 2014</p>
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