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	<title>Alexander Horvath &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Entuziazm – Simfonija Donbassa</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2009 09:17:55 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Rinaldo Censi</strong></p>
<p>Un po&#8217; di storia, per cominciare. Jay Leyda, autore di una cruciale <em>Storia del cinema russo e sovietico</em>, riporta questo ricordo del cineasta inglese Thorold Dickinson, presente il 15 novembre del 1931 alla proiezione londinese di <em>Entuziazm</em> <em>(Simfonija Donbassa</em>) di Dziga Vertov, suo primo film sonoro: «Quando Vertov si recò alla presentazione del suo primo film sonoro, <em>Entusiasmo</em>, alla Film Society di Londra il 15 novembre 1931, insistette per controllare la proiezione del sonoro. Durante la prova lo tenne a un livello normale, ma allo spettacolo, avendo vicino il direttore del suono del cinema Tivoli e un funzionario della Società, alzò il volume a vertici che toccavano la soglia del dolore. Pregato di desistere, rifiutò e finì la serata combattendo per il possesso dello strumento di controllo, mentre l&#8217;edificio sembrava tremare per il diluvio di rumori provenienti dallo schermo». (Leyda, pp. 427-28)<span id="more-18890"></span></p>
<p>Siamo in pieno sviluppo del cinema sonoro. Nell&#8217;ottobre del 1927 a New York viene presentato <em>The Jazz Singer</em>. Nel 1928, la Fox compra un nuovo brevetto, il Movietone. Insomma, il sonoro fa i suoi primi passi (anche se i film non sono in realtà stati mai &#8220;muti&#8221;: accompagnamenti, orchestre, partiture, imbonitori, pianole meccaniche accompagnavano le proiezioni). In Europa e in Russia giunge l&#8217;onda lunga di questa nuova tecnica. In Unione Sovietica il piano quinquennale propugnato da Lenin nel 1927 ha le sue ripercussioni anche sull&#8217;industria cinematografica: lo sviluppo di una tecnica sonora rientra in questo stesso progetto.</p>
<p>Nel 1931 Majakovskij si è già sparato, Eisenstein è in Messico, ma nel 1928 &#8211; in agosto &#8211; pubblica a sei mani con Aleksandrov e Pudovkin un testo: <em>Il futuro del sonoro</em>. La loro posizione è chiara e profetica: «La registrazione del suono è un&#8217;invenzione a doppio taglio, ed è sommamente probabile che si procederà ad usarla secondo la linea di minor resistenza, vale a dire secondo il principio di <em>soddisfare la semplice curiosità</em>. Come prima cosa vi sarà uno sfruttamento commerciale della merce più richiesta, i film parlati. Quelli nei quali la registrazione del suono procederà su un livello naturalistico, esattamente corrispondente al movimento sullo schermo, e in grado di fornire una certa &#8220;illusione&#8221; di gente che parla, di oggetti che fanno rumore, ecc.</p>
<p>Un primo periodo di grande curiosità non pregiudica lo sviluppo di un&#8217;arte nuova, ma in questo caso sarà il secondo periodo a presentare dei pericoli, quel secondo periodo che comincerà quando andrà svanendo la chiara percezione delle nuove possibilità tecniche e si giungerà all&#8217;automatica utilizzazione dell&#8217;invenzione per &#8220;drammi altamente culturali&#8221; e per altri spettacoli fotografati di derivazione teatrale». (Leyda, pp. 422-23)</p>
<p>Non si può dire che i tre non abbiano colto nel segno. Ciò che all&#8217;epoca si impone è proprio la dimensione &#8220;teatrale&#8221; da studio di posa, drammi altamente culturali, ovviamente. Molte commedie. Un po&#8217; di canzoncine. Ma provate a estendere la questione alla povertà sonora della maggior parte dei film contemporanei, sommersi da effetti Dolby: esplosioni, detonazioni, sgommate di automobili, zuppa musicale. Non è detto che, dal momento che un film sia fornito di una colonna sonora, questa colonna possa evocare qualcosa. Oggi, nella maggior parte dei casi resta muta. Sono suoni posticci. Nulla a che vedere con ciò che proponevano Eisenstein e compagnia; nulla a che vedere con questo film di Dziga Vertov.</p>
<p>L&#8217;Österreichisches Filmmuseum di Vienna inaugura una nuova e fiammante collana di Dvd proprio con questo film di Vertov, conservato nei loro archivi filmici. E se abbiamo rubato spazio alla disamina del Dvd in questione con alcune notazioni storiche la motivazione è presto detta: questa edizione di <em>Entuziazm (Simfonija Donbassa)</em> è motivata esplicitamente da questioni che pertengono appunto alla colonna sonora del film. Non si tratta dunque di un vero e proprio restauro, quanto di una ri-sincronizzazione, operata dell&#8217;ex direttore e fondatore dello stesso Filmmuseum, Peter Kubelka.</p>
<p>Per chi non ne fosse informato, Peter Kubelka non è stato solo uno dei più autorevoli direttori di cineteca, ma è tutt&#8217;ora uno dei più importanti <em>filmmaker</em> in circolazione. Maestro d&#8217;arte culinaria, pure. Sodale, in terra americana, di Jonas Mekas, egli è colui che ha reso il Filmmuseum di Vienna una vera e propria miniera di film underground, soprattutto americani e naturalmente austriaci. Il nuovo direttore del Filmmuseum, Alexander Horvath (cinefilo accanito) continua ora nella linea del suo predecessore: la programmazione cinematografica del Filmmuseum è il sogno di qualunque appassionato di cinema.</p>
<p>Ma torniamo al Dvd: due dischi. Nel primo, le due versioni del film di Vertov: la prima, restaurata (ri-sincronizzata) da Kubelka, la seconda, non restaurata (non sincronizzata). Nel secondo Dvd troviamo <em>Peter Kubelka: Restoring Entuziazm</em>, più due documenti (1. Vertov filmato di persona, 2. Vertov exhibition: documento relativo all&#8217;apertura, nel 1974, di una mostra Vertov presso l&#8217;Österreichisches Filmmuseum). <em>Peter Kubelka: Restoring Entuziazm</em> è una lezione in cui lo stesso Kubelka mostra, con l&#8217;aiuto di una moviola anteguerra (una Prevost, la stessa su cui ha sincronizzato il film), i motivi, le sfasature sonore, i ritardi o gli anticipi del suono rispetto all&#8217;immagine, alternando le due versioni del film. (Lezione di cose: ecco come si conserva un film; ed ecco come lo si sincronizza: ecco come una colonna immagine si accompagna ad una sonora&#8230;) Un documento importante, insomma. John MacKay, professore alla Yale University, ricorda, nelle note interne alla confezione come, per lo stesso Vertov, il film &#8220;fosse ricoperto di ferite&#8221;. Lacerazioni dunque. Legate forse al taglia e cuci sul metraggio originale del film; certamente legate alla cattiva sincronizzazione del suono. Ferite che il tempo e la cattiva gestione delle bobine della pellicola hanno accentuato.</p>
<p>Kubelka riceve negli anni &#8217;70 una copia del film dal <em>Gosfilmfond</em>. La visione del film, il suo attento studio, lo porta a scrivere una lettera ai conservatori in cui segnala alcune perplessità rispetto alla colonna sonora. Il <em>Gosfilmfond</em> risponde che quella è la copia, quello l&#8217;esatto montaggio. Non convinto, Kubelka fatica a digerire la risposta: decide operare una ri-sincronizzare del film. Chi, meglio di un cineasta che fonda la sua idea di cinema &#8220;metrico&#8221;, non a  partire dall&#8217;inquadratura, ma dal singolo fotogramma, può operare quella che potremmo definire una rilettura critica del film?  La fedeltà alla perfetta sincronizzazione tra immagine e suono, presente in ogni singolo fotogramma dei suoi film (da <em>Arnulf Reiner</em>, attraverso <em>Unser Afrikareise</em>, fino a <em>Dichtung und Wahrheit</em>), il lavoro certosino, simile a quello di un amanuense medievale, è quella che potremmo definire una indiscutibile carta da visita. In questo film, dalla dimensione sonora è così articolata (una sorta di arte della fuga in immagini e suoni), Kubelka sospetta che qualcosa non stia al suo posto, non combaci. Da qui la ri-sincronizzazione.</p>
<p>Gli esempi riportati nel documentario sono assolutamente istruttivi, evidenti. La potenza del film ne esce decuplicata. Venti fotogrammi bastano a deviare il senso di un&#8217;immagine e di un suono (si veda l&#8217;inquadratura di un simbolo religioso a contatto col suono di una campana, all&#8217;inizio del film). Oppure il criticato inserimento di settecento fotogrammi neri nel punto in cui, quella che Vertov chiamerebbe &#8220;ferita&#8221;, appare con chiarezza: si tratta del punto di incandescenza che fa esplodere il suono diretto del lavoro degli operai nella fonderia e nella miniera di carbone, rendendolo una sinfonia di energia, &#8220;entusiasmo&#8221;, in grado di smuovere le masse, in vista del raggiungimento dell&#8217;obiettivo previsto dal piano quinquennale. Un pesante martello si abbatte sul terreno, in sequenze sempre più ravvicinate, mentre una voce incita i nuovi eroi della Rivoluzione. La forza lavoro, l&#8217;elettricità, il fuoco, il vapore: infine, ogni immagine e ogni suono ritrovano qui il loro giusto posto. E i settecento fotogrammi neri? Se ci rifacessimo al restauro d&#8217;arte (Brandi), segnalano una lacuna nel corpo del film: un&#8217;immagine che manca, un&#8217;interruzione. Nel nero dei fotogrammi udiamo il fischio e il passo rapido di una locomotiva: ma l&#8217;immagine manca. L&#8217;interrogativo sta dunque tutto in quei settecento e rotti fotogrammi neri. Ecco una questione che ci affascina.</p>
<p><strong>Entuziazm &#8211; Simfonija Donbassa</strong> (Dziga Vertov)</p>
<p>Ed: Österreichisches Filmmuseum (Wien). Euro 29,90.</p>
<p>Sottotitoli: tedesco, inglese</p>
<p><strong>[Il testo è apparso sul n. 459 di <em>Cineforum</em> (2006)]</strong></p>
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