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	<title>alzheimer &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nuovi Autismi 30 &#8211; I vecchi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Jan 2013 10:30:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti generazionali]]></category>
		<category><![CDATA[demenza senile]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori I vecchi sono ingombranti, e spesso anche molto costosi. Bisogna farli accudire da una badante, e le badanti costano. La paga oraria non è certo alta, anzi spesso è da fame, ma considerando che un vecchio bavoso lo è ventiquattro ore al giorno sette giorni in settimana, viene fuori un patrimonio. A [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/09/nuovi-autismi-30-i-vecchi/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures-4/" rel="attachment wp-att-44581"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-44581" title="marytillmansmith_untitledtwo red figures" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3-251x300.jpg" alt="" width="251" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3-251x300.jpg 251w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3-80x96.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3-31x38.jpg 31w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3-179x215.jpg 179w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3-107x128.jpg 107w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures3.jpg 554w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/01/09/nuovi-autismi-30-i-vecchi/marytillmansmith_untitledtwo-red-figures-2/" rel="attachment wp-att-44578"><br />
</a>I vecchi sono ingombranti, e spesso anche molto costosi. Bisogna farli accudire da una badante, e le badanti costano. La paga oraria non è certo alta, anzi spesso è da fame, ma considerando che un vecchio bavoso lo è ventiquattro ore al giorno sette giorni in settimana, viene fuori un patrimonio. A far bene bisognerebbe poterli rottamare. Ma sarebbe un repulisti un po’ di cattivo gusto: siamo diventati molto egoisti, e per soddisfare le nostre voglie e ubbie siamo pronti a qualsiasi cosa, ma non siamo cruenti, non siamo sanguinari. Senza contare che a qualcuno ricorderebbe forse certi eccessi del passato, e verrebbero fuori mille polemiche. Siamo squali buonisti e inclini ai sentimentalismi, amiamo avere buona coscienza. E poi a trucidare i vecchi fuori uso si abbasserebbe l’età media, mentre noi teniamo molto all’età media. Se per esempio abbiamo cinquantaquattro anni e siamo italiani e di sesso maschile, faccio un esempio a caso, ci fa piacere pensare che statisticamente vivremo fino a settantanove anni. Magari rincoglioniti, e con una badante straniera, ammesso e non concesso che qualcuno ce la pagherà (chi?), però insomma abbiamo qualche probabilità di vivere fino a settantanove anni. Ci scoccerebbe pensare che a causa dello sterminio di tutti i vecchi rincoglioniti vivremo solo fino a settantatre anni, o addirittura fino a settantuno, tanto per dire. E allora bisogna sopportarli, e mettere mano al portafoglio.</p>
<p>Una volta si pensava che i vecchi a dispetto dell’apparenza avessero molto da insegnare: invece di guardarli con sconcerto gli si chiedevano delle cose, nelle famiglie e nei villaggi li si ingaggiava come consulenti nei campi più disparati. Venivano riveriti e rispettati come preziosi reperti archeologici, coccolati peggio di cagnolini. Si pensava che detenessero la verità, o insomma che detenessero un grado superiore di verità rispetto alle persone più giovani. Era una credenza illogica e delirante, ma in fondo sul piano personale anche consolante: uno si diceva che con l’età la salute e le facoltà sensoriali e intellettive scemavano, e spesso anche l’umore si degradava, ma aumentava la saggezza, lievitavano la stima e l’apprezzamento. C’era insomma una sorta di compensazione. Adesso non ci sono attenuanti, si va verso una degradazione a tutto campo. La demenza senile, così diffusa, è la metafora di inettitudini e inutilità non più occultabili.</p>
<p>Quando uno comincia a non essere più tanto giovane si imbruttisce e le sue prestazioni si fanno meno efficienti, si pensa ora: come un aggeggio elettronico più che superato, come un telefonino di una generazione ormai obsoleta. Poi il processo di obsolescenza va avanti, fino a diventare imbarazzante, grottesco. Nessuno si sognerebbe di mostrarsi con un computer di venti anni fa, mentre certi vecchi impresentabili vanno ancora in giro come se niente fosse, ci si dice. È un nuovo sistema di pensare, e la storia ci ha insegnato che le nuove visioni hanno sempre ragione, o comunque finiscono per fare piazza pulita delle vecchie. Va quindi considerato un progresso, una nuova tappa nella parabola gloriosa dell’umanità. I primi a capirlo sono i vecchi stessi: nel tentativo di mimetizzarsi indossano scarpe da ginnastica e felpe con il cappuccio, fanno in tutti i modi i giovani. Il che agli occhi dei veri giovani è ancora più sconveniente.</p>
<p>Il mondo evolve, è normale. Le difficoltà sono per quelli che sono un po’ rimasti attaccati al passato e un po’ no, quelle vie di mezzo che per nostalgia o altro fanno fatica a incenerire le vecchie credenze, pur avendole sempre osteggiate. Come per esempio il sottoscritto. Diciamo la verità, io di fronte a molti giovani che frequento (tutta la mia cosiddetta giovinezza l’ho passata con persone più anziane di me, ora attorno a me ci sono solo individui più giovani: forse proprio per questo faccio fatica a attribuirmi una precisa età sociologica), penso di avere una marcia in più. Riconosco nel loro agire una maggiore coerenza coi tempi, e rinvengo in loro plaghe di mistero, sintomo indubbio del mio progressivo anacronismo, però mi sembra pur sempre di sapere come finiranno le frasi, come si gratteranno, come si tumefaranno col tempo le loro facce. Nei loro occhi vedo che mi considerano un relitto ormai fuori competizione, ma a me paiono quegli orologi nei quali si può ammirare il meccanismo interno, prevedibili nel loro atemporale ticchettare. È un’illusione ottica, un’allucinazione, però non riesco a liberarmene. Mi dico anzi che loro stessi dovrebbero manifestarmi che trovano in me tesori di cui difettano: dovrebbero farmi domande, chiedermi consigli. Sono fantasmagorie surreali, ma dure a morire come idre con sette teste che ricacciano appena mozzate. Dentro di me chiamo questo mio ipotetico surplus più geologico – sedimentario &#8211; che gnoseologico “esperienza della vita”, una locuzione che non ha più corso, e che probabilmente tra non molto verrà bandita dai dizionari.</p>
<p>I vecchi si vendicano del resto della detronizzazione che hanno subito, è normale. La contropartita del rispetto immeritato che li ammantava era la benevolenza: sorridevano, e il loro ghigno sdentato era un’accettazione indulgente (solo nelle periferie degli occhi baluginavano a tratti guizzi di ironia), un incoraggiamento a perseverare. Come tutti i despoti detentori di un potere prevaricante vedevano di buon occhio i loro sudditi, vale a dire i giovani: li scusavano se sbagliavano, li riprendevano con liquidi gorgheggiamenti di gola. Ora invece gli anziani, come dicevo travestiti ormai da adolescenti, si sogguardano alle spalle con occhi incattiviti. Sentono fiati ostili sul collo, e quindi sputano saliva, si aggrappano al potere politico o finanziario, diventano dure e sorde cozze. Se potessero sterminerebbero tutti i giovani, si infilerebbero come ostinati sommozzatori nelle loro pelli elastiche. Terrorizzati di perdere il cosiddetto senno.</p>
<p><em>(l&#8217;immagine: Mary Tillman Smith, &#8220;Intitled&#8221;)</em></p>
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		<title>La stampella della memoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Nov 2003 21:10:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[benedetta centovalli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Benedetta Centovalli David Shenk parla dell’Alzheimer come di una malattia che rallenta la morte, che la rifrange nello spettro delle sue parti, di norma unite: morte dell’autonomia, morte della memoria, morte della consapevolezza, morte della personalità, morte del corpo. L’Alzheimer o demenza senile è una malattia tremenda perché significa la perdita del proprio «io» [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Benedetta Centovalli</strong></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/memoria.jpg" alt="memoria.jpg" align="left" border="0" height="205" hspace="4" vspace="2" width="280" />David Shenk parla dell’Alzheimer come di una malattia che rallenta la morte, che la rifrange nello spettro delle sue parti, di norma unite: morte dell’autonomia, morte della memoria, morte della consapevolezza, morte della personalità, morte del corpo. L’Alzheimer o demenza senile è una malattia tremenda perché significa la perdita del proprio «io» molto prima che il corpo muoia. Ma è difficile non immaginare un corpo a corpo dall’esito designato tra una specie di volontà che resiste, che cerca di mantenere accesa la coscienza, e il lasciarsi andare, la resa graduale alla follia, o meglio alla condizione di un eterno presente fatto di istanti che si ripetono uguali all’infinito. È una malattia del cervello che colpisce il comportamento minando la memoria, consegna la persona a un oblio prima intermittente e poi definitivo. Dall’iniziale intermittenza deriva la difficile diagnosi del morbo, e il fatto che ciascuna delle persone coinvolte tenda ad assumere rispetto a certe manifestazioni senili un atteggiamento di colpevole disponibilità e di successiva rimozione per episodi che invece si riveleranno non essere stati altro che scie luminose del processo di deterioramento mnemonico.<br />
<span id="more-180"></span><br />
La distruzione progressiva dei ricordi è il dato principale, la causa dell’azzeramento di valore per qualunque tentativo di aiuto e di possibile dialogo con l’altro, resta solo una labile comunicazione legata alla soglia interiore dell’affettività istintiva, quella radicata nella natura e in una lunghissima consuetudine. È l’unico legame che non verrà mai meno fino alla fine, quello che li tiene in vita appesi a un filo trasparente di coscienza, che impedisce loro di abbandonarsi completamente al nulla. «Il progressivo peggioramento dei disturbi cognitivi, evidente dalla storia clinica e dal peggioramento del test di cognitività globale, fa ritenere che oltre alla malattia cerebrovascolare vi sia una componente degenerativa sottostante al deterioramento cognitivo, in quadro compatibile con Malattia di Alzheimer». L’inferno a volte ha un nome.</p>
<p>Può voler dire sentire l’impotenza e la solitudine davanti a gesti e parole che hanno perso ogni contatto con la realtà e che proliferano da un serbatoio ossessivo e profondo che ciascuno di noi porta con sé. Una riserva di gesti elementari che rimanda alla rappresentazione della perdita dell’identità (chi sono), della casa (dove sono), del presente e del passato prossimo, a bruciare i collegamenti tra sé e gli altri, tra sé e la scansione del proprio tempo. Frugare per ore in un cassetto, smarrire oggetti indispensabili – gli occhiali, le chiavi dell’appartamento – trasformando le giornate in un calvario di ricerche inesauste, appartengono a un’involontaria mimica simbolica dell’abbandono. Quello che resiste e si ribella al disastro della coscienza.</p>
<p><em>Il cervello di mio padre</em> è il racconto che apre la raccolta di saggi e testi di Jonathan Franzen, <em>Come stare soli </em>(sottotitolo: <em>Lo scrittore, il lettore e la cultura di massa</em>, Einaudi, 2003), ed è un resoconto forte e coraggioso della malattia e della morte del genitore. In casi come questi l’autobiografia è tanto scoperta e assoluta da scardinare le regole minime del pudore e della riservatezza, fa esplodere tutto lo strazio di una coscienza che cerca di darsi ragione e pace di un lutto lungo il tragitto del suo compimento.</p>
<p>Il racconto di Franzen è giocato tutto sull’intermittenza del ricordare, sul pieno e vuoto della memoria, la storia della morte del padre diventa storia familiare, già ritratta fulmineamente all’inizio della narrazione nell’immagine del pacco di San Valentino spedito dalla madre al figlio e che conteneva nell’ordine: una cartolina rosa d’auguri, due barrette Mr Goodbar, un cuore di filigrana rossa da appendere, e una copia del referto del neuropatologo per l’autopsia del cervello del padre. C’è tutto quello che serve. E c’è soprattutto in Franzen la consapevolezza che la scrittura non sia solo la «stampella della memoria», ma il movimento stesso della memoria e il consistere della nostra vicenda. Franzen descrive con disarmante semplicità mentre aiuta sua madre a riordinare la scrivania del padre: «In un cassetto trovammo le prove di piccoli, furtivi sforzi per non dimenticare. C’era un mucchio di biglietti su cui aveva scritto l’indirizzo dei suoi figli, un indirizzo su ognuno, ripetuto su parecchi biglietti. Su un altro biglietto aveva scritto la data di nascita dei figli maggiori… e poi, nel tentativo di ricordare la mia, aveva cancellato il mese e il giorno e aveva tirato a indovinare sulla base delle date dei miei fratelli». La scrittura di Franzen raccoglie con pietà filiale le parole spaventate di un padre e le fa durare nel tempo, le mette in ordine dentro il file della sua vita: «Il desiderio di registrare le storie in maniera indelebile, di annotarle con parole permanenti, mi sembra imparentato con la nostra convinzione di non essere fatti di sola biologia». Riesce ad accompagnarlo e alla fine a trovare le parole per lasciarlo andare: «Mi feci riconoscere e gli dissi che qualunque cosa dovesse fare, io ero d’accordo, che poteva… fare quello che doveva».</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p><em>Pubblicato su</em> <strong>Stilos </strong><em>il 7-10-2003</em></p>
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