<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>america &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/america/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 12 Nov 2017 02:48:57 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Suttaterra &#8211; Orazio Labbate</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/11/10/suttaterra-orazio-labbate/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2017/11/10/suttaterra-orazio-labbate/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Nov 2017 09:30:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[gotico]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=70756</guid>

					<description><![CDATA[SUTTATERRA Estratto dal nuovo romanzo di Orazio Labbate (Tunué Edizioni, novembre 2017) II Gemevano le alte foglie del campo di granturco mentre il vento le sfregava come se dovessero scintillare per la nascita di un fuoco. Nelle campagne di Milton le magie si consumavano da sempre, sullo sfondo di sempre eguali e indifferenti cosmi. La casa dei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>SUTTATERRA</strong></p>
<p style="text-align: center;">Estratto dal nuovo romanzo di Orazio Labbate</p>
<p style="text-align: center;">(Tunué Edizioni, novembre 2017)</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-70874 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/SuttaterraCover-217x300.jpg" alt="" width="301" height="416" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/SuttaterraCover-217x300.jpg 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/SuttaterraCover-768x1061.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/SuttaterraCover-741x1024.jpg 741w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/SuttaterraCover.jpg 898w" sizes="(max-width: 301px) 100vw, 301px" /></p>
<p>II</p>
<p>Gemevano le alte foglie del campo di granturco mentre il vento le sfregava come se dovessero scintillare per la nascita di un fuoco. Nelle campagne di Milton le magie si consumavano da sempre, sullo sfondo di sempre eguali e indifferenti cosmi. La casa dei Buscemi, squallida eppure maestosa, in un singolare stile vittoriano, si sollevava su due piani. Nerastra e beffarda, innalzava i suoi mattoni scuri arrivando fin quasi ad alterare il confine delle nuvole. L’edificio che le faceva da contraltare, al di là del loro campo, pareva invece cambiare densità al crepuscolo. Era una bianca e lignea chiesa, all’origine metodista, sulla quale risaltava un tetto grigio scuro e screziato, come sopravvissuto a un incendio, da cui svettava uno stretto campanile assommitato da una nera croce di ferro. Quando il sole tramontava, il biancore della facciata della chiesa veniva ferito da una luce che la faceva simile a pelle umana ustionata, arrostita. Scampanava, la struttura religiosa: l’officio apparteneva a Dale Murray, pastore di antiche origini irlandesi, grasso e altissimo, con una manciata di peli punicei sulla testa, i cui occhi verdicci erano gonfi come nodi di un albero marcio. Contava l’uomo settant’anni di vita. Al rintocco della melodia, quando la campana veniva vibrata attraverso le sue mani robuste e ulcerate, si scagliava la liturgia religiosa dei venti e dei verbi. Il suono si abbatteva nelle ampie stanze dei Buscemi. Faceva fischiare le croci appese nel soggiorno, rigonfiava le pareti e scollava la carta da parati ricamata di temi romantici e poi sbatteva sulla grande foto di famiglia incorniciata. Ogni sera Dale Murray soleva conversare a distanza col predicatore Razziddu Buscemi, affinché quest’ultimo sempre si ricordasse di sfaldare la ragione nel suo sonno: sfasciare le impalcature celesti, scannare gli agnelli sacri belanti tra le polveri del Sinai, svestire il figlio di Dio. Abbandonata la campana, il pastore imboccava un megafono e rivolgendosi al padre di Giuseppe cominciava a vociare: “Razziddu! Razziddu! Colui che hanno inchiodato è l’uomo della croce: il Signore dei Puci vivente! Allegro guardò coloro che gli fecero violenza. Egli sapeva che siamo nati ciechi. Egli aveva le nostre facce e altre ne esigerà! Confessatevi! Rendetegli la carne! Che il fuoco dello Spirito Santo riduca a spoglie i vostri cuori immondi e vi protegga!”.</p>
<p>Prima che la sera violasse l’arida strada verso il campo di granturco e i passeri divenissero corvi con la tenebra, il robusto prete concludeva il suo salmo. Così dal campanile, prendendo a poco a poco aria sufficiente, e mentre slargava la bocca tirando fuori i denti dal becco dello strumento, il pastore faceva un passo in avanti e si palesava agli occhi dell’avvocato fattosi predicatore.</p>
<p>“Giuseppe, Giuseppe…”, diceva quello al figlio. “Sei l’annunciatore. Hai sentito? Dobbiamo affrettarci! Con il volto lattescente, il Cristo oscilla il suo riflesso su di noi, come un demone mirabolante. Ci riguarda le anime, il Figlio di Dio, attraverso lo Spirito Santo. Tese le sue membra sulla croce e poi le distese per incatenarsi. Perciò, bada, è gobbo. Il mio Cristo di Butera, il Signore dei Puci, avresti dovuto vederlo, vasapacchio schifoso! Aveva oscure stelle sopra il suo mantello blu e clamoroso avvelenerebbe chiunque non sia pronto a sfuggire dal suo lavacro. Lo incendiai, sai, quel mostro che infestava Butera. Ma a nulla valse. Ascoltami! Solo la Madre può trascinare in basso la connessione delle sue ossa appuntite!”, così farneticava furiosamente l’anziano al figlio mentre figgeva oltre la finestra della sua camera da letto, con l’indice e il medio, il gran buio incombente sul campo. Giuseppe sedeva dolente sul giaciglio di Razziddu ché il padre gli stritolava frattanto il braccio, e il giovane poteva recitare solo scongiuri e rimescolare a voce bassa paroline da ventriloquo: “Padre stai parlando della stessa Signora che riposa sui muri della mia stanza? Padre… come devo procedere nel salvarmi?”. “Come osi chiedermelo? Non è tempo, maledetto! Non è tempo… siamo spiriti disorientati. Viviamo nell’imminenza degli scandali del Figlio e della Madre”, rispondeva Razziddu assaporando qualcosa nell’aria, con gli occhi che saettavano da sinistra a destra, rievocando immagini distorte della sua giovinezza sognata. Poi, quando si faceva notte, da quel fondo di buio definitivo che assimila noi tutti, lo lasciava finalmente in pace e per entrambi arrivava il momento del sonno, ma nelle loro camere c’era un castigo immanifesto.</p>
<p>La stanza di Giuseppe aveva le pareti di gesso bianco prive d’ogni ornamento. Si stagliava soltanto in capo allo squallido lettino un poster mal stampato, coi colori tutti sgranati, della patrona di Gela, la Madonna dell’Alemanna. Lungo un modesto tavolo in legno d’acero riposavano la misera plastica di un rosario mariano e un santino, anch’esso raffigurante la Madonna gelese. Una Bibbia invece sembrava fluttuare ché si trovava al limite dello spigolo di un marcio comodino attaccato al giaciglio. Dal tavolo, nottetempo, il ragazzo sollevava una candela, e subito si rischiarava il poster dell’Immacolata.</p>
<p>“Guarda verso l’alto o ripiega lo sguardo al Cristo infante?”, sussurrava Giuseppe a un tempo estasiato e terrorizzato da quella truce donna di Dio. Poi, più vicino al volto di carne scura, s’accertava che la Madre di Cristo non avesse denti aguzzi e nella testa non abitassero corna. Nel continuo volgere del mondo notturno sentiva parlare nel sonno il padre. Allora si dirigeva a piccoli passi al cospetto del grande letto matrimoniale, ai cui piedi stava aperta, sventolando, una copia dello Uniform Commercial Code. Una camera che mai accoglieva la madre Rosa, la quale a tali ore era solita girare ossessivamente per tutta l’abitazione, come una strega ammattita che infesta le case diroccate.</p>
<p>“Mi trascina lungo il deserto. Indossa un nero cappello. Il capo soffre la croce. Sanguina. Ha la faccia di sua madre. Sotto la testa ci sono… ci sono… spine della sacra corona. La faccia della Madre… ride. Le guance si arricciano all’insù fino alle orecchie. Tira a sé il mio piede. Si gira…”, borbottava cose del genere Razziddu composto nel letto, e di tanto in tanto spalancava gli occhi, ma in realtà continuava a dormire. Il vento che penetrava dagli interstizi delle larghe finestre del corridoio suonava come un miagolio. La camera del vecchio era, in quel buio infinito, un grosso mare in cui il giovane si sentiva annegare. Era già nel sangue di Razziddu Buscemi l’incominciamento della mortificazione del figlio. Lo aveva allevato nell’odio contro la religione del Signore, ma col tempo il vecchio si era istupidito e incattivito, si era fatto bilioso e poi nuovamente religioso, bigotto, posseduto da una fede oscura che lo portava addirittura a predicare in giro per Milton: e ora, quel figlio cresciuto nella diffidenza per gl’idoli, lo nutriva invece perfidamente con i suoi freschi esorcismi mariani. Il legno laccato che sfavillava a contatto con la luce della luna incorniciava il giaciglio dell’avvocato fattosi predicatore, adornato di un Cristo bambino in plastica, ciondolante al muro. Sul mobile della grande specchiera campeggiavano parecchie foto famigliari intorno a una, più grande: nell’argento annerito della cornice lui, il figlio e la moglie si stringevano un anno prima in occasione di una lontana festa.</p>
<p>Razziddu fissava l’obiettivo. Era vestito di un lucido completo nero interrotto da un paio di rossi stivali da cowboy. I baffi bianchi dell’uomo salivano ritti alle occhiaie come a sorreggere le orbite spente di umanità. A braccetto, la moglie Rosa sulla quale ricadeva un abito in misera stoffa a tema floreale: vecchia larva denutrita dalla faccia allo stomaco, quasi incassatosi a comprimere le costole tanto era magra. Della sua fresca bellezza giovanile era rimasta in foto solo una lievissima ricordanza, rintracciabile nell’ologramma che brillava nei ghiacci immensi dei suoi occhi blu. In disparte ma in piedi, alla destra del padre, Giuseppe sfidava la sembianza ordinata di Razziddu indossando un giubbotto in pelle su cui, nel lato sinistro del petto, sporgeva un simbolo ricamato nella forma di una croce di falsi brillanti. Poi una maglietta bianca sulla quale era stampata l’icona di una cantante dai capelli biondo ossigenato, il volto che simulava beffardamente l’estasi di una santa; portava infine un paio di stivali di cuoio la cui punta d’argento scintillava. I jeans di lui si strappavano alle ginocchia; i capelli invece erano tirati all’indietro e sorretti da una massa di gelatina scintillante.</p>
<p>Quando il padre nel sonno smetteva di parlare e si acquietava, dritto e rigido, le mascelle tirate, il figlio ogni volta sperava che fosse morto. E ogni volta Razziddu Buscemi alzava e sgonfiava il mantice dei polmoni. Una volta destatosi la punizione avrebbe avuto di nuovo inizio. A volte, nella notte, il giovane prendeva una torcia elettrica e usciva sotto la luce di cenere della luna, per andare a rifugiarsi dentro la grossa cuccia di Marty, il loro husky. In compagnia della bestia, in mezzo a quel tepore penetrante che si trasferisce all’uomo quando un animale lo compatisce, conversava col cane schiarendogli il muso con la torcia. “Dimmi, quando arriverà l’Angelo a sterminare papà?”, diceva alle fauci dell’animale che nel chiarore artificiale non comprendeva e invece abbaiava come a mendicare altri alfabeti. “Se non muore, allora preferirei morire a mia volta, piuttosto che ritornare dalla Madonna.” Con la pronuncia di quel nome, sgravatosi il cielo del fardello delle tenebre e annunciando l’alba, ecco comparire sulla soglia di casa Razziddu.</p>
<p>“Dove sei figliolo? È tempo di pregare! Vieni qui, picciddu mio!”, diceva ad alta voce mentre il gelo di quell’ora pareva cementare il suo fiato. Ogni volta il padre lo stanava rannicchiato nella cuccia, facendosi luce con una candela sacramentale che lo rendeva pallido come un Re Magio alla vista del figlio di Dio. “No. Ti prego. No. Non voglio!”, diceva Giuseppe e il cane ringhiava in direzione di Razziddu e verso ciò che presentiva attorno alle forme dell’uomo. Fanno così gli animali quando sanno dei demoni, epperò sfugge loro la forza del simbolo per scacciarli, giacché non possono reggere nessuna cosa. Zampe hanno e polvere di zampe offriranno al Diavolo. Lo tirava fuori per i capelli e il ragazzo si rotolava come bestiame avviato al mattatoio, e il padre allora si voltava ridendo e raschiava quella terra trascinandovi il figlio.</p>
<p>Gli stivali, indossati sulla camicia da notte, battevano sulle pietre che punteggiavano il cortile come gli zoccoli del Diavolo. “Padre perché? Perché?”, e intanto tossiva ché la bocca aperta veniva a riempirsi della terra che Razziddu camminando rialzava in spire polverose. Alle soglie del portico sollevava in braccio Giuseppe. Poi con ferocia gli strappava il pigiama di flanella di dosso e nudo lo genufletteva dinanzi all’edicola votiva scavata sulla sinistra della porta d’ingresso della casa. L’edicola conteneva una Madonna dell’Alemanna in porcellana su cui Razziddu aveva sottolineato più volte le occhiaie con un pennarello rosso, a significare lacrime di sangue. “Prega, adesso, che Lei ti accolga, come ha fatto il figlio. Fatti accettare. Prega. Dille che puoi ficcarti nel suo grembo”, diceva il padre a Giuseppe che si dibatteva. E ancora Razziddu diceva: “Ripeti questo: Ave Maria, colma di grazia, che il Signore morda il tuo seno e da esso io mi possa allattare finché nutrito del tuo latte e del tuo sangue io acceda al regno più radioso. Amen. Ripeti questo, maledetto!”.</p>
<p>E non si placava finché Giuseppe non ripeteva. Poi c’era da scendere al rifugio, un buco nel terreno con una rozza scala scavata nella terra, che si apriva in una soffocante stanza di cemento, realizzato da Razziddu paventando l’apocalisse nucleare. Lì, nella camera sotterranea, si trovava un minuscolo altare su cui spiccava un’ulteriore statua della Vergine. Le pareti erano dipinte di corna che riempivano, piccole, minuscole, grandi, grosse, la faccia della Madonna dell’Alemanna.</p>
<p>Nel contempo, in quella caverna stretta dove si trovavano pochi scaffali colmi di taniche d’acqua e scatolette di carne secca, bambolotti col sangue disegnato sulla fronte a pennarello imitavano la figura di Gesù con la corona di spine.</p>
<p>Diceva il padre: “I nostri corpi sono assemblee. Chiudi gli occhi e raccogli le tenebre per poi espellerle nel ventre della Donna”. Mentre il figlio a occhi chiusi piangeva, le lacrime baluginavano al tocco della luce della candela del padre e cadevano sul pavimento in lamiera, componendo vertici di triangoli sulla zigrinatura.</p>
<p>Quei giorni avvelenati continuavano a trascorrere anno dopo anno, senza che mai giungesse alcunché a lavarne il sangue. Anzi si rinnovavano persino nel regno conchiuso di Dio quando, durante la messa domenicale officiata dal pastore Murray, la Saint Mary’s accoglieva anche i sermoni di Razziddu Buscemi. Lassù, nei pressi del tabernacolo, reggendo il leggio svestiva i panni di avvocato della contea e gridava, come invasato: “Sono ormai un mucchio di ossa indecifrabili i nostri corpi. Cosa aspettate, cari fratelli? Orsù, cercate di erigere nelle vostre case la soluzione perché dappertutto i morti ci stanno accoltellando le carni. Qui ad avere un coltello carne ce n’è. Ognuno di noi cuoce il figlio di Dio dentro di sé. Dovete capire come interpretarlo e grazie a chi. Ripetete con me: Sì! Sì! Lo volete? Sì! Sì! Sacrificherete? Sì! Sì!”. I fedeli all’inizio lo scrutavano perplessi, ma dopo qualche anno avevano cominciato a farci l’abitudine e a gridare con lui “Sì! Sì! Osanna!” facendogli brillare gli occhi di scintille porporine.</p>
<p>La Saint Mary’s era povera di finimenti. Sedie e sedili, null’altro. La riempivano di identità le persone. Contadini magri. A volte le loro bestie. Donne grassocce. Bambini tenuti a stecchetto. Dalla sommità del campanile cadevano e superavano le vetrate gli astri, ridotti a nervi sottili. Preso poi il posto di Razziddu, Dale Murray ultimava il rito. Imboccava le ostie alle fauci di quella platea, di quella gente di Milton che si incamminava compatta verso le sue mani che grondavano sudore stantio.</p>
<p>Durante una di quelle sere di ritorno da messa, a Giuseppe, giunto al culmine del suo tormento, venne l’idea di dedicarsi alla dominazione della morte. Così, pensò, avrebbe forse potuto alleviare il dolore irreligioso della sua vita. Aveva ventisette anni, tempi giusti per divenire impresario di pompe funebri. Quando lo annunciò, nel padre sopraggiunse la collera come se fosse stato seminato olio di fuoco in mezzo al suo cuore di grano avariato. Così Razziddu percosse Giuseppe. Lo fece con la cinghia, nel punto stesso in cui gli fu data la notizia, al centro del campo di granturco, durante la raccolta estiva. Il nerbo e la fibbia incisero il petto ignudo del figlio. Gli scavarono pure la pelle del volto, mentre si torceva all’insù la carne della cinghia assieme alla carne del ragazzo. Da lì venne il taglio che porta Giuseppe ora sotto i soli. Razziddu alla fine gli sputò sulle ferite, a sigillare col disprezzo la rivelazione di avere in casa un futuro beccamorto.</p>
<p>Ma quegli anni, o dannose cerimonie, si mostrarono in parte buoni al ragazzo. Nel lavoro trovò consolazione, e conquistò inoltre l’amore. In un anno di lavoro incessante aveva fondato la Buscemi’s Funeral Home: l’ufficio era nel soggiorno, il garage era usato per costruire e levigare le bare, mentre la camera per l’imbalsamazione aveva dovuto metterla in cantina, giacché il padre gli aveva proibito l’uso del rifugio antiatomico. Un anno ancora dopo, l’agenzia di pompe funebri poteva dirsi ben avviata, se non fiorente. Fu allora che una donna dalla chioma chiara e arruffata sbucò un giorno dalla fitta piantagione. Correva come se una bufera stesse per travolgerla da un momento all’altro ed era ricoperta, soltanto lei, di una luce lunare vagolante. L’astro non irradiava più, se non dintorno alla donna, che si avvicinava come fuoco opalino preparato dalle sante iscrizioni. Santa era la carne, e ricapitolata la pelle di lei smagliava. Come informata di un prodigio essa veniva a sconvolgere le sue sorti: non c’era dubbio, per come abbatteva tremante le ombre della sera.</p>
<p>“Salve. Può aiutarmi?”, furono le parole tuttavia prosaiche che rivolse ansante a Giuseppe. “Che cosa le è successo, signorina?”, rispondeva il ragazzo pulendosi intanto le mani sulla sua nera giacca da beccamorto. Sfregava su di essa la formalina con cui aveva eternato i defunti. Quando la guardò negli occhi, il suo cuore ne fu accecato.</p>
<p>“Mi chiamo Maria, sono la figlia dei Boccadifuoco… Ho l’auto in panne, laggiù, lungo la strada”, diceva la ragazza riprendendo fiato il più possibile. Conosceva Giuseppe quel nome, proferito a volte da suo padre. Immigrati come lui, gelesi di origine. Lamentava il fatto che non venissero mai in chiesa. Neanche una volta però aveva parlato di una figlia.</p>
<p>“Io sono Giuseppe Buscemi… Piacere… piacere di conoscerla. Vuole… un bicchiere d’acqua? Venga, entriamo un attimo in ufficio, cioè in casa…”, rispondeva, scoprendosi a stringerle il polso. E mentre quella beveva e gli sorrideva, la fissava.</p>
<p>Intanto, le stelle cadevano a sassate, rigando il buio e ustionando il tetto della Saint Mary’s.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Orazio Labbate </strong>(Butera, 1985). Ha esordito nel 2014 con <em>Lo Scuru</em> (Tunué), a cui sono seguiti la <em>Piccola enciclopedia dei mostri</em> e i racconti di <em>Stelle Ossee</em>. Torna al romanzo con <em>Suttaterra</em>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2017/11/10/suttaterra-orazio-labbate/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">70756</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Enemy aliens in America &#8211; I romanzi di Julie Otsuka e le storie dimenticate dei giapponesi schedati e internati nei campi di prigionia</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/02/16/enemy-aliens-in-america-i-romanzi-di-julie-otsuka-e-le-storie-dimenticate-dei-giapponesi-schedati-e-internati-nei-campi-di-prigionia/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2013/02/16/enemy-aliens-in-america-i-romanzi-di-julie-otsuka-e-le-storie-dimenticate-dei-giapponesi-schedati-e-internati-nei-campi-di-prigionia/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Feb 2013 07:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[Ansel Adams]]></category>
		<category><![CDATA[California]]></category>
		<category><![CDATA[campi di prigionia]]></category>
		<category><![CDATA[dorothea lange]]></category>
		<category><![CDATA[enemy aliens]]></category>
		<category><![CDATA[fbi]]></category>
		<category><![CDATA[giapponesi]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[internment camps]]></category>
		<category><![CDATA[Julie Otsuka]]></category>
		<category><![CDATA[Manzanar]]></category>
		<category><![CDATA[nisei]]></category>
		<category><![CDATA[Pearl Harbor]]></category>
		<category><![CDATA[Quando l’imperatore era un dio]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Roosevelt]]></category>
		<category><![CDATA[sansei]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[silvia pareschi]]></category>
		<category><![CDATA[Toyo Miyatake]]></category>
		<category><![CDATA[Venivamo tutte per mare]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=44897</guid>

					<description><![CDATA[di Silvia Pareschi  Tradurre i romanzi di Julie Otsuka è stata un’esperienza molto coinvolgente, non solo per la bellezza della sua scrittura, limpida, essenziale e fluida, ma anche per il grande interesse delle storie da lei raccontate. Storie poco note persino negli Stati Uniti, dove si svolgono, perché riguardano una minoranza che le ha perlopiù [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://ninehoursofseparation.blogspot.it/" target="_blank"><strong>Silvia Pareschi</strong> </a></p>
<figure id="attachment_44908" aria-describedby="caption-attachment-44908" style="width: 600px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-44908" alt="Three boys looking through barbed-wire camp fence - Toyo Miyatake" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence.jpg" width="600" height="480" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence-300x240.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence-96x76.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence-38x30.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence-268x215.jpg 268w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Miyatakes-best-known-photo-of-three-boys-looking-through-barbed-wire-camp-fence-128x102.jpg 128w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44908" class="wp-caption-text">Three boys looking through barbed-wire camp fence &#8211; Toyo Miyatake</figcaption></figure>
<p>Tradurre i romanzi di Julie Otsuka è stata un’esperienza molto coinvolgente, non solo per la bellezza della sua scrittura, limpida, essenziale e fluida, ma anche per il grande interesse delle storie da lei raccontate. Storie poco note persino negli Stati Uniti, dove si svolgono, perché riguardano una minoranza che le ha perlopiù archiviate senza clamore, quasi con un senso di vergogna per ciò che ha subito. Il primo libro di Julie Otsuka che ho tradotto, <i>Venivamo tutte per mare</i> &#8211; che in realtà è il secondo da lei scritto, vincitore del PEN/Faulkner Award 2012 – racconta la storia delle migliaia di “spose per corrispondenza” (o “spose in fotografia”) arrivate negli anni ’10 e ’20 dal Giappone alla costa occidentale degli Stati Uniti per sposare loro compatrioti che hanno visto solo in fotografia.</p>
<p><i>Sulla nave non potevamo sapere che quando avremmo visto i nostri mariti non li avremmo riconosciuti. Che tutti quegli uomini in berretto di maglia e cappotto nero sdrucito che ci aspettavano giù sul molo sarebbero stati così diversi dai bei giovanotti delle fotografie. Che le fotografie che ci avevano mandato erano vecchie di vent’anni. Che le lettere che ci avevano scritto erano state scritte da altri, professionisti della bella calligrafia che di mestiere raccontavano bugie e conquistavano cuori. Che nel sentir gridare i nostri nomi dalla terraferma, una di noi si sarebbe girata coprendosi gli occhi – </i>Voglio tornare a casa – <i>ma tutte le altre avrebbero abbassato la testa, si sarebbero lisciate la gonna del kimono e sarebbero scese dalla passerella per uscire nel giorno ancora tiepido.</i> Questa è l’America<i>, ci saremmo dette,</i> non c’è nulla di cui preoccuparsi. <i>E ci saremmo sbagliate.<br />
</i>[Da <i>Venivamo tutte per mare</i>, di Julie Otsuka, Bollati Boringhieri.]</p>
<p>Nel suo primo romanzo, pubblicato di recente in Italia con il titolo <i>Quando l’imperatore era un dio</i>, Otsuka narra invece la storia di una famiglia giapponese internata nei campi di prigionia americani durante la Seconda guerra mondiale. Una storia non molto conosciuta neppure negli Stati Uniti (un po’ di più sulla costa occidentale, dove molti ricordano ancora l’improvvisa scomparsa dei loro vicini di casa giapponesi), una pagina molto brutta della storia americana che ho voluto esplorare un po’ più a fondo, lasciandomi guidare dalla storia narrata nel romanzo.</p>
<figure id="attachment_44902" aria-describedby="caption-attachment-44902" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-44902" alt="Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942.jpg" width="650" height="464" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942-96x68.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942-38x27.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942-301x215.jpg 301w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942-128x91.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44902" class="wp-caption-text">Persons-of-Japanese-ancestry-from-San-Pedro-California-arrive-at-the-Santa-Anita-Assembly-center-in-Arcadia-California-in-1942</figcaption></figure>
<p><b>Enemy Aliens</b></p>
<p>Le spose per corrispondenza protagoniste di <i>Venivamo tutte per mare</i> continuano ad arrivare in California fino al 1924, quando negli Stati Uniti entra in vigore l’<i><a href="http://history.state.gov/milestones/1921-1936/ImmigrationAct" target="_blank">Asian Exclusion Act</a></i>, che proibisce l’immigrazione dei cittadini asiatici e vieta loro la naturalizzazione e il possesso di terre. La grande maggioranza degli immigrati giapponesi lavora nelle campagne della West Coast; sono bravi contadini, noti per la qualità dei loro prodotti e per la loro capacità di coltivare qualunque terreno. Doti che non li rendono certo popolari agli occhi degli altri contadini e proprietari terrieri, che naturalmente sono tra i primi sostenitori dell’<i>Asian Exclusion Act</i>. Non si tratta del primo “atto di esclusione” di questo tipo nei confronti degli immigrati asiatici (il primo era stato emesso contro i cinesi nel 1882), ma per i giapponesi le cose cominciano a peggiorare nel 1939, all’inizio della Seconda guerra mondiale. In quel momento non esiste una convenzione internazionale sul trattamento dei civili residenti di nazionalità nemica, e i cittadini dei paesi dell’Asse che vivono negli Stati Uniti non sanno ancora a cosa andranno incontro.</p>
<p>Poco dopo l’attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941, i cittadini giapponesi, tedeschi e italiani presenti sul suolo americano – già soggetti all’<i><a href="http://www-rohan.sdsu.edu/dept/polsciwb/brianl/docs/1940AlienRegistrationAct.pdf" target="_blank">Alien Registration Act</a></i> del 1940, che obbliga tutti i residenti di nazionalità straniera (circa cinque milioni) a sottoporsi a schedatura annuale presso gli uffici postali &#8211; vengono dichiarati <i>enemy aliens </i>(stranieri nemici). La condizione dell’<i>enemy alien</i> è equiparabile alla libertà vigilata, con l’aggiunta di un coprifuoco notturno. Tutti gli <i>enemy aliens </i>dai quattordici anni in su possono venire arrestati, trattenuti, reclusi e trasferiti forzatamente, senza che vengano loro comunicati i capi d’accusa o le prove a carico. Se in seguito alle indagini oppure a una delazione si ritiene necessario l’arresto, l’<i>enemy alien </i>viene semplicemente prelevato dall’FBI e condotto al centro di detenzione più vicino. Da lì, se giudicato pericoloso, viene trasferito in un campo di prigionia.</p>
<figure id="attachment_44903" aria-describedby="caption-attachment-44903" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-44903" alt="La fotografia è di Ira W. Guldner" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner.jpg" width="650" height="457" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner-300x210.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner-96x67.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner-38x26.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner-305x215.jpg 305w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner-128x89.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/AP-Photo-Ira-W.-Guldner-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44903" class="wp-caption-text">La fotografia è di Ira W. Guldner</figcaption></figure>
<p><i>Erano venuti a prenderlo poco dopo mezzanotte. Tre uomini in giacca e cravatta e borsalino nero con il distintivo dell’FBI sotto il cappotto. «Prenda lo spazzolino da denti» gli avevano detto. Era successo in dicembre, subito dopo Pearl Harbor, quando vivevano ancora a Berkeley, nella casa bianca </i><i>in un’ampia strada non lontano dal mare. Avevano fatto l’albero di Natale e l’intera casa profumava di pino, e dalla finestra il bambino li aveva visti portar fuori suo padre in vestaglia e pantofole e fargli attraversare il giardino fino alla macchina nera parcheggiata accanto al marciapiede. Non aveva mai visto suo padre uscire di casa senza cappello. Era questo che lo aveva turbato di più. </i><i>Niente cappello. E quelle pantofole: malconce e sbiadite, con la suola di gomma ricurva alle estremità. Se solo gli avessero permesso di mettersi le scarpe, forse le cose sarebbero andate diversamente. Ma non c’era tempo per le scarpe.<br />
</i>[Da <i>Quando l’imperatore era un dio</i>, di Julie Otsuka, Bollati Boringhieri.]</p>
<figure id="attachment_44899" aria-describedby="caption-attachment-44899" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-44899" alt="A dust storm hits Manzanar Relocation-Center in California on July-3-1942 - Dorothea Lange" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471.jpg" width="650" height="471" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471-96x69.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471-38x27.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471-296x215.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471-128x92.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-dust-storm-hits-Manzanar-Relocation-Center-in-California-on-July-3-1942.-Dorothea-LangeNARA-650x471-250x180.jpg 250w" sizes="auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44899" class="wp-caption-text">A dust storm hits Manzanar Relocation-Center in California on July-3-1942 &#8211; Dorothea Lange</figcaption></figure>
<p><b>Campi di prigionia</b></p>
<p>I successi iniziali dell’esercito nipponico nel Pacifico scatenano il panico nella popolazione americana, soprattutto tra gli abitanti della costa occidentale. Il 19 febbraio 1942, sotto la pressione dell’opinione pubblica, Roosevelt firma <a href="http://home.comcast.net/~eo9066/EO9066.html" target="_blank">l’Executive Order 9066</a>, che designa «aree militari dalle quali alcune o tutte le persone possono venire escluse». Tale misura interessa indistintamente <i>enemy aliens</i> e cittadini americani di origine giapponese.</p>
<p><i>Il cartello era apparso durante la notte. Sui pannelli per le affissioni, sugli alberi e sullo schienale delle panchine alle fermate dell’autobus. Era appeso nella vetrina di Woolworth’s. Di fianco all’ingresso della YMCA. Affisso al portone del tribunale municipale, e inchiodato ad altezza d’occhio a ogni palo del telefono lungo University Avenue. La donna stava restituendo un libro alla biblioteca quando vide il cartello nella vetrina dell’ufficio postale. Era una giornata di sole a Berkeley, nella primavera del 1942, e lei aveva gli occhiali nuovi e ci vedeva bene per la prima volta da settimane. Non doveva più socchiudere gli occhi, eppure li socchiuse ugualmente, per abitudine. Lesse il cartello da cima a fondo e poi, sempre con gli occhi socchiusi, tirò fuori una penna e lo rilesse di nuovo. Era scritto in caratteri piccoli e scuri. In certi punti minuscoli. La donna annotò alcune parole sul retro di una ricevuta bancaria, poi si voltò, tornò a casa e cominciò a preparare i bagagli.<br />
</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">[Ibid.]</span></p>
<p>La principale “zona di esclusione” è proprio la costa del Pacifico: tutti i giapponesi che vi abitano &#8211; circa 112.000, di cui 85.000 tra <i>nisei</i> (giapponesi di seconda generazione, nati negli Usa e cittadini americani) e <i>sansei </i>(i figli dei <i>nisei</i>) &#8211; vengono deportati e internati in campi di prigionia, com’era già successo agli <i>enemy aliens</i> considerati pericolosi per la sicurezza del paese. L’<i>Office of Alien Property Custodian</i> si occupa<i> </i>della gestione delle proprietà confiscate ai deportati, i quali ricevono l’ordine di liquidare tutti i loro beni con un preavviso che va dai tre giorni alle due settimane. La <i>War Relocation Authority</i>, invece, gestisce la deportazione dei prigionieri nei campi. La prima tappa è in uno degli <i>Assembly Centers</i>, centri di raccolta allestiti in luoghi pubblici come ippodromi e zone fieristiche. La madre e i due bambini di <i>Quando l’imperatore era un dio </i>passano mesi nel Tanforan Assembly Center di San Francisco, un ex ippodromo dove gli alloggi sono ricavati dalle scuderie.</p>
<p><i>Per tutta l’estate avevano vissuto nelle vecchie scuderie dietro la pista dell’ippodromo. Al mattino si lavavano la faccia nelle lunghe mangiatoie di lamiera, e di notte dormivano su materassi imbottiti di paglia. Due volte al giorno, quando suonava la sirena, tornavano nelle scuderie per l’appello, e tre volte al giorno si mettevano in fila nella mensa sotto le tribune.<br />
</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">[Ibid</span><i style="font-size: 13px;line-height: 19px">.</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">]</span></p>
<figure id="attachment_44898" aria-describedby="caption-attachment-44898" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-44898" alt="Portraits of evacuees housed in the Manzanar Relocation Center in California, taken by Ansel Adams in 1943" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943.jpg" width="650" height="418" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943-96x61.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943-38x24.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943-334x215.jpg 334w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943-128x82.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Portraits-of-evacuees-housed-in-the-Manzanar-Relocation-Center-in-California-taken-by-Ansel-Adams-in-1943-80x50.jpg 80w" sizes="auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44898" class="wp-caption-text">Portraits of evacuees housed in the Manzanar Relocation Center in California, taken by Ansel Adams in 1943</figcaption></figure>
<p>Dai centri di raccolta, i prigionieri vengono trasportati a bordo di camion, autobus o treni in uno degli <i>Internment Camps</i>, dove rimarranno fino alla fine della guerra. Il campo dove vengono deportati la madre e i due bambini si trova a Topaz, nello Utah; il padre, invece, dopo l’arresto è stato mandato a Fort Missoula, in Montana, e da lì trasferito a Fort Sam Houston, in Texas.</p>
<p><i>Sopra il letto del bambino c’era una finestra, e fuori c’erano le stelle e la luna e le interminabili file di baracche nere allineate sulla sabbia. In lontananza, un grande campo vuoto dove cresceva solo artemisia, poi la recinzione e le alte torrette di legno. In ogni torretta c’era un soldato di guardia munito di mitragliatrice e binocolo, che di notte azionava il riflettore.<br />
</i>(…)<br />
<i>Le regole sulla recinzione erano semplici: non si poteva passarci sopra, non si poteva passarci sotto, non si poteva girarci intorno, non si poteva attraversarla.<br />
</i><i>E se il tuo aquilone vi si impigliava sopra?<br />
</i><i>Facile. Lasciavi andare l’aquilone.<br />
</i><i>C’erano anche regole sul linguaggio: </i>Qui diciamo Sala da pranzo anziché Sala mensa; Consiglio di sicurezza anziché Polizia interna; Residenti anziché Evacuati; e non ultimo, Clima mentale anziché Morale.<br />
<i>C’erano regole sul cibo: niente bis, tranne che per pane e latte.<br />
</i><i>E sui libri: niente libri in giapponese.<br />
</i><i>C’erano regole sulla religione: non sono ammessi scintoisti adoratori dell’Imperatore.<br />
</i>(…)<br />
<i>All’inizio dell’autunno arrivarono i reclutatori delle fattorie per ingaggiare nuova manodopera, e la War Relocation Authority permise a molti giovani, uomini e donne, di uscire dal campo per dare una mano con il raccolto. Alcuni di loro andarono a nord, in Idaho, a cimare le barbabietole da zucchero. Alcuni andarono in Wyoming a raccogliere le patate. Alcuni andarono nella tendopoli di Provo a raccogliere pesche e pere, e alla fine della stagione tornarono indossando Florsheim nuove di zecca. Alcuni tornarono indossando le stesse scarpe con cui erano partiti, e giurarono che non ci sarebbero più andati. Dissero che gli avevano sparato. Gli avevano sputato addosso. Gli avevano proibito l’ingresso al diner. Al cinema. Alla merceria. Dissero che, dovunque andassero, i cartelli nelle vetrine dicevano tutti la stessa cosa: VIETATO L’INGRESSO AI GIAPPONESI. La vita era più facile dissero, da questa parte della recinzione.<br />
</i>[Ibid<i>.</i>]</p>
<p>Il più tristemente noto di questi campi è quello di Manzanar, nella California orientale, nel quale vengono internate più di 10.000 persone (due terzi delle quali sotto i 18 anni), e che in seguito sarà dichiarato monumento nazionale. Altri si trovano più all’interno, in Arizona, Wyoming, Arkansas, Utah, Colorado, in zone desertiche dove le temperature invernali scendono sotto lo zero.</p>
<p><i>Al mattino la neve si era trasformata in fanghiglia, e un vento pungente soffiava dai monti Wasatch. «Copriti bene» disse sua madre. Strappò le pagine del catalogo Sears Roebuck e le ficcò dentro le fessure nelle pareti. Chiuse i nodi del legno con i coperchi delle lattine. Andò a prendere qualche secchio di carbone dal mucchio che ogni tanto compariva in mezzo alla strada e accese il fuoco nella stufa. Quando la </i><i>War Relocation Authority annunciò che avrebbe distribuito equipaggiamento militare della prima guerra mondiale, fece la fila per due ore e tornò con paraorecchie, gambali di tela e tre giubbotti da marinaio blu taglia cinquantasei.<br />
</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">[Ibid</span><i style="font-size: 13px;line-height: 19px">.</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">]</span></p>
<figure id="attachment_44904" aria-describedby="caption-attachment-44904" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-44904" alt="Dorothea Lange ritratta da Paul S. Taylor, 1934 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-300x226.jpg" width="300" height="226" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-300x226.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-1024x774.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-96x72.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-284x215.jpg 284w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934-128x96.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/dorothea-lange-by-paul-s-taylor-1934.jpg 1025w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44904" class="wp-caption-text">Dorothea Lange ritratta da Paul S. Taylor, 1934</figcaption></figure>
<p><b>Tre fotografi nel campo di Manzanar</b></p>
<p>Nel 1942 la <i>War Relocation Authority </i>ingaggia la fotografa Dorothea Lange per ritrarre la vita dei giapponesi internati nei campi. Quando le viene chiesto di fotografare le famiglie nippo-americane prima e dopo l’internamento, Lange è già famosa per aver documentato il periodo della Grande Depressione, ed è anche una dei pochi americani contrari all’Executive Order 9066; la sua partecipazione alle lotte dei contadini messicani immigrati l’ha resa consapevole del razzismo diffuso nella West Coast. Lange si butta nell’impresa con grande dedizione, malgrado gli ostacoli che le vengono continuamente posti dalle autorità militari, sempre più sospettose nei suoi confronti. Lavora dal febbraio al luglio del 1942, producendo circa 800 fotografie, di cui la maggior parte scattate, con molte restrizioni, nel campo di Manzanar. Le autorità militari, però, trovano troppo critico lo stile realistico di Lange, e confiscano le foto per tutta la durata della guerra. Al termine delle ostilità vengono trasferite negli archivi nazionali, dove rimangono pressoché ignorate per molto tempo, malgrado la fama dell’autrice e il fatto che ormai siano di pubblico dominio. Solo nel 1972 ne vengono esposte 27 in una mostra al Whitney Museum intitolata <i>Executive Order 9066</i>, mentre nel 2006 una selezione delle foto – circa un ottavo &#8211; viene pubblicata nel volume <a href="http://books.wwnorton.com/books/detail.aspx?id=17523" target="_blank"><i>Impounded: Dorothea Lange and the Censored Images of Japanese American Internment</i></a>, a cura di <a href="http://worldpress.org/2588.cfm" target="_blank">Linda Gordon</a> e Gary Okihiro.</p>
<figure id="attachment_44905" aria-describedby="caption-attachment-44905" style="width: 300px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-44905" alt="Un ritratto di Ansel Adams" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams-300x225.jpg" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams-96x72.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams-286x215.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams-128x96.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Ansel-Adams.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44905" class="wp-caption-text">Un ritratto di Ansel Adams</figcaption></figure>
<p>Nel 1943 l’incarico di documentare la vita nel campo di Manzanar viene affidata al il più famoso fotografo americano, Ansel Adams. L’invito gli viene rivolto dal direttore del campo, Ralph Merritt, che è suo amico, ma questo non significa che il grande fotografo possa documentare tutto quello che vede senza censure. Le sue foto, scattate fra il 1943 e il 1944, verranno criticate perché non mostrano le sofferenze dei prigionieri, anzi, li fanno sembrare soddisfatti della loro vita nel campo. Dopo aver pubblicato una selezione delle foto nel libro <a href="http://memory.loc.gov/ammem/collections/anseladams/aamborn.html" target="_blank">Born Free and Equal</a>, nel 1968 Adams le dona alla <a href="http://memory.loc.gov/ammem/collections/anseladams/index.html" target="_blank">Library of Congress</a>.</p>
<figure id="attachment_44906" aria-describedby="caption-attachment-44906" style="width: 231px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-44906" alt="Un ritratto di Toyo Miyatake" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera-231x300.jpg" width="231" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera-74x96.jpg 74w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera-29x38.jpg 29w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera-165x215.jpg 165w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera-98x128.jpg 98w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/toyoscamera.jpg 494w" sizes="auto, (max-width: 231px) 100vw, 231px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44906" class="wp-caption-text">Un ritratto di Toyo Miyatake</figcaption></figure>
<p>Il terzo fotografo di Manzanar è uno dei suoi prigionieri, <a href="http://www.toyomiyatake.com/Category/Vintage_Manzanar" target="_blank">Toyo Miyatake</a>. Prima della guerra, Miyatake è un fotografo commerciale di successo a Los Angeles. Benché fra le misure restrittive imposte ai prigionieri nippo-americani vi sia il divieto di possedere macchine fotografiche, Miyatake riesce a introdurre una lente nel campo e a costruirsi una macchina. Quando lo scopre, il direttore Ralph Merritt gli permette di continuare: dapprima con un assistente bianco che preme l’otturatore al suo posto (per aggirare il divieto), poi semplicemente con la supervisione continua di un bianco, poi finalmente da solo. Nei più di tre anni passati a Manzanar, Miyatake scatta circa 1500 fotografie, in cui la vita dei prigionieri viene documentata da vicino, in tutti i suoi dettagli quotidiani.</p>
<figure id="attachment_44900" aria-describedby="caption-attachment-44900" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-44900" alt="La fotografia è di Dorothea Lange" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1.jpg" width="650" height="460" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1-96x67.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1-38x26.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1-303x215.jpg 303w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1-128x90.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/Dorothea-Lange-1-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44900" class="wp-caption-text">La fotografia è di Dorothea Lange</figcaption></figure>
<p><b>Paranoia anti-giapponese</b></p>
<p>Il più grande trasferimento forzato di popolazione nella storia degli Stati Uniti avviene senza che si levi nessuna protesta, né da parte della comunità giapponese, né da parte dell’opinione pubblica. Le organizzazioni per la difesa delle libertà civili rimangono in silenzio, mentre i giornali – primo fra tutti il “New York Times” – sostengono con foga una drastica soluzione di quello che viene definito il “problema giapponese”. Solo i quaccheri si oppongono apertamente alle deportazioni, e a quanto pare Eleanor Roosevelt cerca invano di convincere il marito a non firmare il provvedimento. Un’altra voce contraria &#8211; isolata quanto inattesa &#8211; è quella di<strong> </strong>J. Edgar Hoover, il direttore dell’FBI, che indirizza al Ministero della Giustizia un memorandum segreto per smentire la teoria paranoica del “complotto giallo” sostenuta dal generale John L. DeWitt, il comandante della regione militare del Pacifico. La nota dell’FBI non viene recapitata alla Corte Suprema, che decreta, su pressione del governo, la validità dell’<i>Executive Order 9066</i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>La situazione degli italiani</b></p>
<p>I provvedimenti che colpiscono i nippo-americani si rivolgono all’inizio anche contro i cittadini italiani e tedeschi, che però rimangono quasi immuni dal clima di paranoia collettiva che circonda i giapponesi. Il 12 ottobre del 1942, in occasione della festività di Columbus Day, viene annunciata l’esenzione degli italiani dalla categoria degli stranieri nemici. Il partito democratico tenta in questo modo di riconquistare il voto di quasi sei milioni di elettori italo-americani, che rappresentano una componente importante della coalizione rooseveltiana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_44901" aria-describedby="caption-attachment-44901" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-44901" alt="A Japanese family returning home from a relocation center camp in Hunt, Idaho, found their home and garage vandalized with anti-Japanese graffiti and broken windows in Seattle, Washington, on May 10, 1945. (AP Photo)" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho.jpg" width="650" height="492" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho.jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho-300x227.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho-96x72.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho-38x28.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho-284x215.jpg 284w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/A-Japanese-family-returning-home-from-a-relocation-center-camp-in-Hunt-Idaho-128x96.jpg 128w" sizes="auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44901" class="wp-caption-text">A Japanese family returning home from a relocation center camp in Hunt, Idaho, found their home and garage vandalized with anti-Japanese graffiti and broken windows in Seattle, Washington, on May 10, 1945. (AP Photo)</figcaption></figure>
<p><b>Ritorno a casa</b></p>
<p>Nel gennaio del 1945 l’ordine esecutivo viene revocato. I prigionieri lasciano i campi, e a ciascuno vengono assegnati 25 dollari e un biglietto ferroviario per tornare a casa. Molti, però, al loro ritorno non trovano più quello che avevano lasciato. Chi ha ancora una casa è fortunato; anche molti contadini hanno perso le loro terre.</p>
<p><i>Il resto del nostro mobilio era sparito. Non aveva importanza. Eravamo a casa. Eravamo fortunati a essere a casa. Molti di quelli che erano tornati in treno con noi non avevano più una casa dove tornare. Quella sera avrebbero dormito negli ostelli, nelle chiese e sulle brande dell’YMCA.<br />
</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">[Ibid</span><i style="font-size: 13px;line-height: 19px">.</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">]</span></p>
<p>Gli ultimi campi, quelli dove sono stati internati gli <i>enemy aliens</i> considerati pericolosi, vengono chiusi nel 1946. Il padre di famiglia di Julie Otsuka può tornare a casa.</p>
<p><i>E allora arrestatemi pure. Prendete i miei figli. Prendete mia moglie. Congelate i miei beni. Sequestrate il mio raccolto. Perquisite il mio ufficio. Saccheggiate la mia casa. Cancellate la mia assicurazione. Mettete all’asta la mia impresa. Intestate a un altro il mio contratto d’affitto. Assegnatemi un numero. Informatemi del mio reato. </i>Troppo basso, troppo scuro, troppo brutto, troppo orgoglioso<i>. Mettetelo per iscritto &#8211; </i>è nervoso durante la conversazione, ride sempre nel momento sbagliato, non ride mai<i> &#8211; e io firmerò sulla linea tratteggiata. </i>È furbo e infido, è spietato, è crudele<i>. E se un giorno vi chiederanno se c’era qualcosa che volevo veramente dire, per favore, sappiate che era questo:<br />
</i><i>Mi dispiace.<br />
</i><i>Ecco. Ho finito. L’ho detto. Ora posso andare?<br />
</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">[Ibid</span><i style="font-size: 13px;line-height: 19px">.</i><span style="font-size: 13px;line-height: 19px">]</span></p>
<p>Nel 1948 viene approvato l’<i>American Japanese Claims Act</i>, che consente ai nippo-americani deportati di chiedere il risarcimento per i beni perduti. Nel frattempo, però, l’agenzia delle imposte ha già distrutto gran parte della documentazione fiscale del periodo 1939–42, e così solo una piccola percentuale delle perdite viene risarcita.</p>
<figure id="attachment_44907" aria-describedby="caption-attachment-44907" style="width: 650px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close..jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-44907" alt="After the orders to-relocate and detain-persons of Japanese ancestry were  rescinded evacuees began returning home and camps began to close." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close..jpg" width="650" height="556" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close..jpg 650w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close.-300x256.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close.-96x82.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close.-38x32.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close.-251x215.jpg 251w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/After-the-orders-to-relocate-and-detain-persons-of-Japanese-ancestry-were-rescinded-evacuees-began-returning-home-and-camps-began-to-close.-128x109.jpg 128w" sizes="auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a><figcaption id="caption-attachment-44907" class="wp-caption-text">After the orders to-relocate and detain-persons of Japanese ancestry were rescinded evacuees began returning home and camps began to close.</figcaption></figure>
<p><b>Epilogo</b></p>
<p>Per molto tempo nessuno parla più dell’internamento degli <i>enemy aliens</i>. Alla vergogna del governo americano si aggiunge la resistenza dei giapponesi, convinti che la divulgazione di questo episodio possa danneggiare la comunità e infangare il nome delle famiglie coinvolte. A partire dagli anni Settanta, tuttavia, l’argomento comincia a venire discusso nelle università, e alcuni membri della comunità nippo-americana cominciano a fare pressioni per ottenere le scuse ufficiali e un risarcimento da parte del governo. Nel 1980 Jimmy Carter nomina una commissione d’indagine che stila il rapporto <a href="http://www.nps.gov/history/history/online_books/personal_justice_denied/" target="_blank"><i>Personal Justice Denied</i></a>, nel quale si decreta che non esisteva alcuna necessità militare per l’internamento della popolazione civile. Otto anni dopo, il 10 agosto 1988, Ronald Reagan firma il <a href="http://faculty.history.wisc.edu/archdeacon/404tja/redress.html" target="_blank">Redress Act</a>, l’atto di riparazione che, insieme alle scuse della nazione, decreta l’ammontare del risarcimento da assegnare a ciascuno dei circa 60.000 sopravvissuti: 20.000 dollari, una cifra puramente simbolica che non può certo ripagarli di tutto ciò che hanno perso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Julie Otsuka è nata in California, vive e lavora a New York. È autrice di due romanzi, </i>When the Emperor Was Divine<i> (2002; pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri nel 2103 con il titolo </i>Quando l’imperatore era un dio<i>) e </i>The Buddha in the Attic<i> (2011; pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri nel 2102 con il titolo </i>Venivamo tutte per mare<i>).</i></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2013/02/16/enemy-aliens-in-america-i-romanzi-di-julie-otsuka-e-le-storie-dimenticate-dei-giapponesi-schedati-e-internati-nei-campi-di-prigionia/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">44897</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La traduzione dei libri è un&#8217;azione politica</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/09/05/la-traduzione-dei-libri-e-unazione-politica/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2012/09/05/la-traduzione-dei-libri-e-unazione-politica/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Sep 2012 21:02:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[jonathan safran foer]]></category>
		<category><![CDATA[patriottismo]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[xenofobia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=43417</guid>

					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Così Jonathan Safran Foer, oggi: I suoi libri più letti si basano sulla ricerca di qualcosa che manca: una persona, la soluzione di un mistero, la verità. Che cosa manca all&#8217;America di oggi? Certamente stiamo ripudiando la nostra missione originale. Gli stati Uniti sono un Paese fondato dagli &#8220;altri&#8221; ed è stato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/05/la-traduzione-dei-libri-e-unazione-politica/obama/" rel="attachment wp-att-43418"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-43418" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/obama.jpg" alt="" width="470" height="333" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/obama.jpg 470w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/obama-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/obama-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 470px) 100vw, 470px" /></a></p>
<p><strong>Così Jonathan Safran Foer, oggi:</strong></p>
<p><strong>I suoi libri più letti si basano sulla ricerca di qualcosa che manca: una persona, la soluzione di un mistero, la verità. Che cosa manca all&#8217;America di oggi?</strong></p>
<p>Certamente stiamo ripudiando la nostra missione originale. Gli stati Uniti sono un Paese fondato dagli &#8220;altri&#8221; ed è stato sempre aperto agli &#8220;altri&#8221;. Questo nostro spirito ci ha contraddistinto nel mondo e ha alimentato la nostra idea di &#8220;essere eccezionali&#8221;, termine che non amo ma che a volte ha davvero rispecchiato la realtà. Oggi, però, vedo che stiamo tristemente scivolando verso un patriottismo che somiglia alla xenofobia. Si pensi alla letteratura, per esempio: oggi i titoli stranieri tradotti in America rappresentano solo il 3 per cento dei libri pubblicati. In Europa, invece, vengono tradotti molti più libri, dal 30 al 45 per cento del totale. Insomma, l&#8217;America sta rinunciando al &#8220;dialogo col mondo&#8221;.</p>
<p>[da un&#8217;intervista di Antonello Guerrera a Jonathan Safran Foer pubblicata su <em>La Repubblica</em> del 5/9/2012]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2012/09/05/la-traduzione-dei-libri-e-unazione-politica/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">43417</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Io volevo andare a New York</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/10/24/io-volevo-andare-a-new-york/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2008/10/24/io-volevo-andare-a-new-york/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Oct 2008 18:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[aeroporti]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[bicicletta]]></category>
		<category><![CDATA[corso di inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Candida]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/10/24/io-volevo-andare-a-new-york/</guid>

					<description><![CDATA[di Marco Candida Il 10 ottobre – adesso che scrivo è giovedì 23 ottobre – mi sono presentato allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi a un corso di inglese per immigrati. Per raccontare come è avvenuta l’iscrizione, però, devo subito fermarmi e fare un paio di salti indietro. Sono arrivato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object width="225" height="144"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Be7T8CRC4TI&#038;hl=en&#038;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param></object></p>
<p>di <strong>Marco Candida</strong></p>
<p>Il 10 ottobre – adesso che scrivo è giovedì 23 ottobre – mi sono presentato allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi a un corso di inglese per immigrati.<br />
Per raccontare come è avvenuta l’iscrizione, però, devo subito fermarmi e fare un paio di salti indietro.<br />
Sono arrivato negli Stati Uniti Venerdì 4 ottobre. Aeroporto O’Hare. Chicago. Prima di atterrare, sull’aereo <em>stewart e hostess </em>hanno distribuito ai passeggeri moduli bianchi e moduli verdi. Io ho compilato un modulo bianco. Proprio per aver compilato questo modulo, però, una volta arrivato all’aeroporto sono stato trattenuto alla dogana. Un agente messicano che mi parlava in portoghese mi ha spiegato che per dimostrare di essere un lavoratore e non soltanto un turista avrei dovuto mostrare alla dogana un documento che lo provasse. <span id="more-10070"></span><br />
Adesso che ricordo, quando mi sono seduto nell’ufficio dell’agente, le prime parole che ho ascoltato da lui sono state: “Mi dispiace, <em>senior</em> Candida, ma a queste condizioni lei è costretto a ripartire entro domani”. Mi ero appena fatto nove ore e mezzo di volo senza <em>stopover</em>, avevo attraversato sette fusorari diversi, avevo cercato di dormire senza successo e avevo provato a guardare alcuni dei film che proiettavano a bordo senza riuscirci: George Clooney non mi piace e anche se Sarah Jessica Parker mi piace, non mi piace il film di <em>Sex&#038;The City</em>. Poi, visto che non sono abituato a viaggi come questo e per natura sono alquanto fifone ho avuto una gran paura che l’areo precipitasse da un secondo all’altro per quasi l’intera durata del volo, specialmente durante la manovra di atterraggio mentre il pilota aveva preso la decisione di far entrare l’aeroplano dentro a nuvole gigantesche e nerissime e un paio di volte l’aereo ha traballato che sembrava di essere su una giostra al luna park. Con tutto questo “Mi dispiace, <em>senior</em> Candida, ma a queste condizioni deve ripartire entro domani” non mi è sembrata immediatamente una battuta di spirito.<br />
E, invece, la era.<br />
L’agente messicano dopo averla detta e aver osservato le mie reazioni è scoppiato a ridere e ha fatto scoppiare a ridere anche il  collega seduto alla scrivania di fronte alla sua  dicendo qualcosa in inglese che però non sono riuscito a capire. L’agente che se non ricordo male aveva appuntato il nome Dorfles sulla divisa mi ha spiegato la mia situazione. Mi ha detto che avevo tempo fino al 2 novembre per inviare a Washington la documentazione necessaria per provare che non avevo dichiarato il falso alla dogana degli Stati Uniti d’America. Io avevo lasciato il mio <em>Certificate of Eligibility</em> nel terzo cassetto nella stanza dove vivo da circa trent’anni in Italia. Pensavo che il passaporto e la Visa di sei mesi e soprattutto i soldi che avevo speso per farli e l’incredibile trafila burocratica per ottenerli presso il consolato americano a Milano bastassero.<br />
Comunque, avevo fiducia che l’Università di Grand Forks avrebbe risolto tutto senza problemi. Invece, quattro giorni più tardi, l’8 ottobre, mi sono presentato all’International Office dell’Università per chiedere che si inviassero a Washington il <em>Document of Eligibility </em>(il nome tecnico e’ SEVIS DS-2019) e il <em>Form</em> I-94 oltre al <em>Form </em>I-515 A e il Dr. William Young, un uomo corpulento come può essere corpulento un uomo americano ossia <em>decisamente molto </em>più corpulento di un uomo corpulento italiano, mi ha risposto di avere soltanto le copie e non gli originali – visto che come ho appena finito di scrivere gli originali li avevo io nel terzo cassetto della mia stanza in Italia. Dopo aver osservato per un po’ le mie reazioni il Dr. Young mi ha assicurato che comunque si sarebbe preso cura lui dell’intera faccenda e che non avevo nulla da preoccuparmi.<br />
 Adesso sono abbastanza tranquillo. Allo stato attuale non posso sostenere l’esame – scritto e pratico – per procurarmi la patente internazionale e guidare negli Stati Uniti – così almeno funziona nello stato del North Dakota – e inoltre non posso oltrepassare i confini del Canada, che sono molto vicini a Grand Forks o del Messico che sono molto lontani o di qualunque altro Stato al di fuori degli Stati Uniti d’America. Però sono lo stesso abbastanza tranquillo. Ad esempio una cosa la posso ancora fare: posso ritornare a casa. Con questo voglio dire che se non altro non mi trovo esattamente nella posizione del Victor Navorsky interpretato da Tom Hanks nel film <em>The terminal</em>, se si ha presente questo film curioso, paradossale e tremendamente ben fatto.<br />
Non sono imprigionato qui.<br />
Un altro effetto di questa situazione è che da quindici giorni giro con le tasche del giaccone piene di fotocopie di documenti e per tornare al punto da dove ero partito, quando mi sono presentato il 10 ottobre allo Stanford Centre di Grand Forks in North Dakota per iscrivermi al corso di inglese per immigrati, ho potuto mostrare soltanto una serie di fotocopie dei miei documenti e per questo mi sono sentito indirizzare dalla cancelleria qualche espressione che in italiano credo si potrebbe ben tradurre con un borbottante “E vabbe’… Fallo passare lo stesso…”.<br />
Grazie a fotocopie di documenti in viaggio verso Washington ho potuto risparmiare trecento dollari per iscrivermi a questa scuola. Per adesso sono molto contento di essermi iscritto. I miei <em>classmates</em> provengono dalle piu’ diverse zone del mondo. Sono simpatici. C’è Neena Thapa proveniente dal Nepal. C’è Lucky Wang proveniente da Pechino. C’è la dolcissima e ricchissima Maysun proveniente da Shangai. Dico che Maysun è ricchissima perchè suo marito l’ha portata in vacanza alle Hawai e mi è stato spiegato che in un posto come quello se si alloggia bene si spende molto. C’è Rabab dall’Iraq. C’è Liena che proviene dalla Russia – ma non so dire precisamente da dove. E poi ho molti <em>classmates</em> di pelle nera.<br />
A parte il clima da scuola elementare (l’altro giorno con la supplente Norma Erickson abbiamo fatto un dettato) la cosa che trovo interessante in una scuola come questa è la didattica. Ad esempio a ogni lezione Norma ci ha insegnato qualche espressione idiomatica. Nel mio quaderno ho appuntato espressioni come “Pinching pennies”, “Chase rainbows” oppure “Scratch my back”. Proprio ieri ho fatto il test per controllare il mio livello di inglese. Tra gli esercizi proposti c’era anche compilare un assegno, scrivere una lettera al proprietario di casa spiegandogli le ragioni del ritardo col pagamento dell’affitto e altri esercizi che mi sembravano studiati apposta per persone appartenenti al gradino più basso di una società occidentale. D’altra parte le stesse espressioni idiomatiche mi pare confermino queste impressioni. “Riparmiare soldi”, “Non mettersi in testa di poter acchiappare l’arcobaleno”, “Restituirsi un favore a vicenda”. Queste e altre mi sembrano espressioni da usarsi da parte di chi tiene pochi quattrini in tasca, ha pochi mezzi e poche possibilità. Insomma, l’impressione è che Norma allo Stanford Centre ci tratti come disperati e che la sua didattica si rivolga più che altro a emergenze sociali.<br />
Però, è divertente, istruttivo, e qualcosa imparo, anche se il grosso lo faccio con Elisabeth e studiando per conto mio.<br />
Ci sono molte cose che potrei scrivere, ma le opinioni che ho per adesso degli Stati Uniti cambiano di giorno in giorno. All’inizio desideravo tenere questo diario pubblicato da Francesca Matteoni su Nazione Indiana – che ringrazio e che spero per questo non venga radiata subito da Gianni Biondillo – in <a href="http://lamaniaperlalfabeto.splinder.com/post/18827729/About+United+States">lingua inglese</a>. Adesso, però, dopo essermi accorto di essere costantemente  tentato di fare generalizzazioni spaventose e di arrivare di continuo a conclusioni affrettate su costumi, filosofie, modi di fare, di dire, di essere, di tutto da quando sono arrivato qui negli States ho abbassato un po’ le mie ambizioni e ho deciso di scrivere nella mia lingua, anche perchè non mi sembra il caso di usare l’intero contenitore di Nazione Indiana – che dopotutto è un blog letterario importante – per registrare i miei progressi con l’american-english, cosa che in un primo momento, lo confesso, sono stato tentato di fare.<br />
Grazie per l’ospitalità.<br />
La prossima volta cercherò di parlare soprattutto del desiderio di comprarmi una bicicletta e di rivivere la mia adolescenza in una small town americana.<br />
Allora, good bye.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2008/10/24/io-volevo-andare-a-new-york/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>49</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">10070</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Chi è al volante?</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/09/18/chi-e-al-volante/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2003/09/18/chi-e-al-volante/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Sep 2003 08:35:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[dario voltolini]]></category>
		<category><![CDATA[george mcgovern]]></category>
		<category><![CDATA[irving kristol]]></category>
		<category><![CDATA[neocon]]></category>
		<category><![CDATA[new american century]]></category>
		<category><![CDATA[richard perle]]></category>
		<category><![CDATA[robert kagan]]></category>
		<category><![CDATA[ronald reagan]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
		<category><![CDATA[william kristol]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=124</guid>

					<description><![CDATA[di Dario Voltolini Intervista allo storico Giovanni Borgognone sui neocons statunitensi. Cosa è il movimento neoconservative negli Stati Uniti? I neocons si formarono come movimento intellettuale alla fine degli anni Sessanta. Non subito intorno al partito repubblicano, come si supporrebbe trattandosi di &#8220;conservatori&#8221;, ma partendo da quello democratico (ed ecco la ragione del &#8220;neo&#8221;). Irving [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dario Voltolini</strong><br />
<img loading="lazy" decoding="async" alt="strangelove.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/strangelove.jpg" width="184" height="138" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" /><br />
Intervista allo storico Giovanni Borgognone sui <em>neocons </em>statunitensi.<br />
<span id="more-124"></span><br />
<em>Cosa è il movimento</em> neoconservative <em>negli Stati Uniti?</em></p>
<p>I <em>neocons </em>si formarono come movimento intellettuale alla fine degli anni Sessanta. Non subito intorno al partito repubblicano, come si supporrebbe trattandosi di &#8220;conservatori&#8221;, ma partendo da quello democratico (ed ecco la ragione del &#8220;neo&#8221;). Irving Kristol, che è una sorta di padre fondatore del gruppo, li ha descritti come &#8220;liberals beffati dalla realtà&#8221;. Erano &#8220;new dealers&#8221;, difensori del welfare state, delusi, però, dalla versione &#8220;burocratica&#8221; dello statalismo emersa dal progetto della Great Society del presidente Johnson. Nel &#8217;72, pertanto, si opposero alla candidatura democratica di George McGovern, considerandolo troppo &#8220;di sinistra&#8221;, e preferirono la rielezione di Nixon. Nel corso della successiva presidenza Carter crebbe anche il loro dissenso sulla politica estera americana. Non apprezzavano le aperture al mondo arabo e l&#8217;idea, sostenuta da tutti i consiglieri del presidente con l&#8217;eccezione di Brzezinski, che ormai non fosse più necessaria una intensa politica antisovietica. Nel 1980, quindi, avvenne il definitivo approdo al partito repubblicano. I <em>new conservatives </em>appoggiarono la candidatura di Ronald Reagan. Alcuni di loro ebbero anche incarichi nella nuova amministrazione. In particolare, il principale discepolo di Kristol, Richard Perle, divenne sottosegretario alla Difesa per la politica di sicurezza nazionale. Elliott Abrams fu nominato, invece, sottosegretario di Stato per le organizzazioni internazionali (si fece conoscere dal mondo, poi, per lo scandalo &#8220;Iran-Contra&#8221;, il finanziamento dei contras nicaraguensi mediante la vendita di armi all&#8217;Iran). Di fronte al crollo dell&#8217;URSS, i <em>neocons</em>, ovviamente, videro premiata la loro scelta di appoggiare Reagan. Durante l&#8217;era Clinton nacque, per iniziativa di William Kristol (il figlio di Irving) e di Robert Kagan, il <em>Project for the New American Century</em>, ovvero l&#8217;accordo dei <em>neocons </em>sulla strategia per la politica estera del nuovo secolo (che comprendeva il bombardamento delle basi <em>hezbollah </em>in Libano, l&#8217;invasione dell&#8217;Iraq, il sostegno alla repressione israeliana nei territori palestinesi e campagne militari contro Iran e Siria). Come è noto, nel 2000, con l&#8217;elezione di George W. Bush, sono tornati al potere.</p>
<p><em>Come sono presentati i neocons dai nostri media?</em></p>
<p>Il livello informativo dei media italiani sul neoconservatorismo americano non è certamente alto. Disponendo di poche informazioni, però, non hanno prodotto, in fondo, molte distorsioni. Sul &#8220;Foglio&#8221; di Giuliano Ferrara, il giornale che più di ogni altro continua ad occuparsi assiduamente dei <em>neocons</em>, sono stati presentati come se fossero passati da un estremo all&#8217;altro dello spettro politico: dal trockismo alla destra. Irving Kristol, effettivamente, era stato trockista in gioventù. In generale, però, il punto di partenza dei <em>neocons </em>fu il cosiddetto <em>vital center</em>, orbitante intorno al partito democratico. Erano dei <em>liberals</em>, che nella terminologia politica americana indica i &#8220;progressisti&#8221;, in contrapposizione da una parte con i conservatori e dall&#8217;altra con i <em>radicals</em>. Comunisti e trockisti, semmai, erano stati molti di coloro che sono diventati i &#8220;modelli&#8221; intellettuali dei <em>neocons</em>, vale a dire i <em>cold warriors </em>degli anni Cinquanta, come James Burnham, John Dos Passos, Will Herberg, William Schlamm, Frank Meyer. Costoro erano passati, effettivamente, dall&#8217;antistalinismo di sinistra a quello di destra, o più in generale dal radicalismo all&#8217;anticomunismo radicale.<br />
Un punto su cui, poi, forse, i media italiani, talvolta, non sono stati molto chiari è la differenza tra i &#8220;neoconservatori&#8221; e la &#8220;Nuova destra&#8221;. Mentre i neocons provengono sostanzialmente da circoli culturali progressisti (soprattutto da quello newyorkese), la New Right, anch&#8217;essa vicina, negli anni Ottanta all&#8217;amministrazione Reagan e oggi a quella di George W. Bush, è costituita dai cosiddetti &#8220;fondamentalisti cristiani&#8221; ed è guidata dai &#8220;telepredicatori&#8221;. Uno di loro, Jerry Falwell, subito dopo l&#8217;11 settembre 2001, spiegò la tragedia delle Twin Towers come una &#8220;punizione divina&#8221; nei confronti di omosessualità e aborto.</p>
<p><em>Citi i </em>cold warriors <em>degli anni &#8217;50. Potresti, come in un flash back, ritornare sulla loro parabola politica? A me interessa soprattutto capire Dos Passos. Qualcosa continua a sfuggirmi di lui, come se qualche conto non tornasse.</em></p>
<p>Gli anni Trenta furono la &#8220;decade rossa&#8221; degli Stati Uniti. Dopo la Grande Depressione, l&#8217;idea che il capitalismo fosse in fase terminale fece sì che molti esponenti del mondo accademico e letterario aderissero al marxismo, esprimendo ammirazione per il modello sovietico oppure accostandosi al trockismo (questo soprattutto nella seconda metà del decennio, di fronte ai &#8220;processi di Mosca&#8221;). Pochi anni dopo, però, il patto Ribbentropp-Molotov, da molti interpretato non come una temporanea alleanza tra Germania hitleriana e URSS staliniana, ma come chiara dimostrazione della &#8220;consustanzialità&#8221; dei due regimi, rappresentò un duro colpo per i circoli della sinistra. Sia per quelli stalinisti, sia per quelli trockisti. Trockij, infatti, aveva difeso, contro ogni equiparazione dello stalinismo con i fascismi, la &#8220;natura operaia&#8221; (derivante dalla Rivoluzione d&#8217;Ottobre), sebbene politicamente degenerata, dell&#8217;Unione Sovietica. Questa posizione provocò l&#8217;esasperazione dei dibattiti all&#8217;interno del Socialist Workers Party (il partito trockista), portando i contestatori alla scissione e, in alcuni casi, all&#8217;abiura del radicalismo. Tale fu il percorso che condusse James Burnham, il &#8220;padre&#8221; del conservatorismo della guerra fredda, dall&#8217;antistalinismo trockista all&#8217;anticomunismo maccartista (per una biografia politica di Burnham si veda il volume di Borgognone <em>James Burnham. Totalitarismo, managerialismo e teoria delle élites</em>, <em>n.d.r.</em>).</p>
<p><em>Che tipo di alleanza c&#8217;è, dunque, tra i </em>neocons <em>e la New Right? Secondo te è un frutto congiunturale oppure è una vicinanza salda e radicata?</em></p>
<p>Ciò che unisce <em>neocons </em>e New Right sono, genericamente, l&#8217;americanismo e la difesa dell&#8217;economia di mercato. La convivenza dei due gruppi, però, è piuttosto conflittuale. Le parole di Falwell sull&#8217;11 settembre, ad esempio, vennero severamente biasimate da William Buckley (il fondatore della &#8220;<a href="http://www.nationalreview.com">National Review</a>&#8220;, cattolico, ma assai lontano dalla retorica apocalittica dei fondamentalisti protestanti) e da molti neocons. Il neoconservatorismo è un movimento essenzialmente intellettuale, che ha le sue premesse nella vivacità letteraria e nella criticità della cultura newyorkese. La New Right, invece, potremmo dire che è maggiormente un fenomeno mediatico &#8220;di massa&#8221;. Si basa sul carisma dei telepredicatori e su organizzazioni e centri di culto protestanti (dotati di notevoli risorse, al punto da impiantare stazioni televisive e radiofoniche proprie).</p>
<p><em>Quindi l&#8217;equazione &#8220;intellettuale = intellettuale di sinistra&#8221;, che è data sovente come un dato di fatto, almeno nel caso dei </em>neocons<em> non regge per nulla.</em></p>
<p>Già la destra tradizionalista del secondo dopoguerra (Leo Strauss, Eric Voegelin, Russell Kirk, ecc.), che prendeva le mosse dalla critica dell&#8217;intellettualismo europeo e delle sue &#8220;devastanti&#8221; ideologie, era, in realtà, una destra dedita soprattutto alle idee e ai principi.<br />
L&#8217;anti-intellettualismo in America, comunque, non è patrimonio solo della destra. Anche la cultura della sinistra negli Stati Uniti del primo Novecento, infatti, ne fu intrisa. Il socialismo era giunto negli USA a metà Ottocento, con l&#8217;immigrazione di operai e intellettuali dall&#8217;Europa dopo il 1848. Soprattutto dalla Germania. L&#8217;America, così, aveva importato i dibattiti europei tra marxisti e lassalliani e poi tra marxisti e bakuniani. Ma il tutto era stato sostanzialmente limitato al mondo degli <em>alien proletarians</em>. La prima generazione di <em>radicals </em>(socialisti) <em>native American</em>, all&#8217;inizio del nuovo secolo, sentì immediatamente la necessità di trasformare il socialismo da prodotto di &#8220;importazione&#8221; in qualcosa di autenticamente &#8220;americano&#8221;. Gli ingredienti furono Whitman, Emerson, Thoreau, Veblen, Dewey. Ovvero emotivismo, individualismo, anticonformismo, efficientismo industrialista e pragmatismo. E a ciò si accompagnò una dura critica nei confronti del dottrinarismo europeo, erede dell&#8217;idealismo tedesco ottocentesco. Non a caso i <em>radicals </em>vollero correggere il marxismo con una versione particolare di freudianesimo (la conoscenza di se stessi come aspetto essenziale dell&#8217;evoluzione dell&#8217;individuo e dell&#8217;autorealizzazione) e con il recupero di Nietzsche (la sostituzione di una &#8220;aristocrazia naturale&#8221; a quelle false esistenti). Cercavano, così, di forgiare un&#8217;identità per la cultura della sinistra americana diversa da quella intellettualistico-ideologica europea. Quegli esperimenti, poi, naufragarono nel &#8217;17, a causa della repressione del pacifismo e, naturalmente, a causa del terremoto provocato dalla rivoluzione bolscevica (sulle origini della sinistra americana nel primo Novecento si veda il saggio di Borgognone: <em>Una sinistra culturale americana. &#8220;The Masses&#8221; 1912-1917</em>, in &#8220;Belfagor&#8221;, 31 gennaio 2002, pp. 1-18, <em>n.d.r.</em>).</p>
<p><em>A proposito di sinistra, come è composta oggi quella americana? Chi sono gli avversari dei </em>neocons<em>?</em></p>
<p>Gli avversari dei <em>neocons </em>sono in primo luogo, ovviamente, i <em>liberals </em>democratici. Vi è, poi, una sinistra erede della New Left degli anni Sessanta, che promuove l&#8217;<em>independent socialism</em>, o anche <em>socialism from below</em>, un socialismo che non vuole essere guidato &#8220;dall&#8217;alto&#8221;, dal potere, in modo da non degenerare come fecero quello marxista e quello sovietico. Vi sono, poi, naturalmente, numerose riviste radicali e progressiste. E ci sono Noam Chomsky, i cui libri riscuotono sempre un discreto successo, e Susan Sontag, la quale, dopo l&#8217;11 settembre, si spinse ad equiparare la politica estera americana a quella dei talebani. Infine si deve ricordare, naturalmente, il solito Gore Vidal, il cui saggio <em>La fine della libertà</em>, però, venne pubblicato in Italia da Fazi senza avere ancora trovato un editore negli Stati Uniti.</p>
<p><em>Che impatto ha avuto l&#8217; 11 settembre sulla riflessione progressista americana? Ho seguito un po&#8217; il dibattito che si è svolto all&#8217;interno della rivista <a href="http://www.dissentmagazine.org/">Dissent</a>, e mi pare che i problemi siano molti.</em></p>
<p>Il progressismo americano ha mostrato spesso una chiara inclinazione nazionalistica. Nello scenario della prima guerra mondiale, di fronte all&#8217;intervento deciso da Wilson, mentre i <em>radicals </em>optavano quasi compattamente per il pacifismo, i progressisti (si pensi a Walter Lippmann, alla cerchia di &#8220;New Republic&#8221; e a John Dewey) appoggiarono la guerra contro l&#8217;autocrazia tedesca (la guerra che avrebbe dovuto porre fine a tutte le guerre), sostenendo che questa condizione di emergenza avrebbe contribuito ad unire la nazione e, in questo modo, anche a riformarla.<br />
Tornando a oggi, Joseph Nye, sottosegretario alla difesa al tempo di Clinton, ha pubblicato un libro, <em>Il paradosso del potere americano</em>, edito da Einaudi, che è stato presentato come una critica delle modalità troppo arroganti della politica estera americana. Gli Stati Uniti, secondo Nye, non possono fare da soli. Non devono ricorrere meramente all&#8217;<em>hard power</em> (il potere dei carri armati, per intenderci), bensì devono saperlo miscelare saggiamente con il <em>soft power</em>, con la capacità di persuadere gli alleati, ecc. Ma qual è l&#8217;obiettivo dei suggerimenti di Nye? Fare sì che, usando le parole dell&#8217;autore, gli Stati Uniti restino &#8220;la potenza leader nella politica mondiale per tutto il XXI secolo o oltre&#8221;.</p>
<p><em>I</em> neocons <em>oggi al potere insieme a Bush che idea hanno dell&#8217;Europa?</em><br />
Sul confronto tra Stati Uniti ed Europa è incentrato il volume di Robert Kagan <em>Paradiso e potere</em>, edito qualche mese fa da Mondadori (recensito da Borgognone sull'&#8221;Indice&#8221; di settembre 2003, <em>n.d.r.</em>). Mentre l&#8217;Europa, anche a causa del proprio declino militare dopo la seconda guerra mondiale, sta diventando un &#8220;paradiso postmoderno di pace e benessere&#8221; e rifiuta l&#8217;uso della forza e del potere, concependo un mondo fatto solo di leggi e regole, gli Stati Uniti, secondo Kagan, si trovano ad esercitare da soli il controllo su un mondo anarchico e hobbesiano. Il loro uso del potere, però, garantisce all&#8217;Europa quell&#8217;ombrello protettivo grazie al quale essa può costruire il proprio &#8220;paradiso postmoderno&#8221;. Questa, in sintesi, è la visione che un <em>neoconservative </em>come Kagan ha dell&#8217;Europa. In fondo, ancora una volta, viene attribuita al Vecchio Continente una visione del mondo &#8220;ideologica&#8221; e, dunque, poco &#8220;pragmatica&#8221;.</p>
<p><em>Non è una domanda da fare a uno storico, ma comunque te la faccio: come procederà, secondo te, l&#8217;amministrazione americana nel prossimo futuro? Mi riferisco in particolare al medio oriente, certo, ma anche in generale.</em></p>
<p>Secondo un autorevole <em>neocon </em>come Michael Ledeen ora è arrivato il momento della resa dei conti anche con il regime di Teheran. Il teatro mediorientale, dunque, continua ad essere al centro dell&#8217;attenzione. Poi c&#8217;è la Corea del Nord, a proposito della quale i <em>neocons </em>non hanno mai condiviso l&#8217;atteggiamento di Bush, considerandolo troppo tollerante. Ovviamente, però, le future scelte dell&#8217;amministrazione americana dipenderanno da diversi fattori, e non solo dai progetti dei <em>neocons</em>. Conterà molto, in particolare, il tentativo di recuperare il consenso, che i sondaggi recentemente hanno dato in calo.</p>
<p><em>Tu prima citavi Chomsky, Vidal, Sontag. Voci importanti, voci di intellettuali. Ma non ti sembrano voci così isolate e individuali da sembrare quelle di profeti? E nessun profeta in patria&#8230;</em></p>
<p>Di fronte alla guerra in Iraq, come è noto, non sono mancati negli Stati Uniti i movimenti di protesta. Le librerie newyorkesi, poi, in questi ultimi mesi, straripano di libri più o meno seri contro Bush. Tuttavia l&#8217;orgoglio nazionalista e l&#8217;idea dell&#8217;America come il &#8220;paese della libertà&#8221; restano sempre elementi molto rilevanti nel discorso pubblico americano.<br />
Un fattore, infine, da non trascurare quando si prende in esame il livello di opposizione &#8220;interna&#8221; alla politica degli Stati Uniti è certamente il basso grado di conoscenza che gli americani hanno del resto del mondo. <a href="http://www.garzantilibri.it/default.php?page=visu_libro&amp;CPID=1790">Mark Hertsgaard</a>, nel volume <em>L&#8217;ombra dell&#8217;aquila </em>(Garzanti) , afferma che, significativamente, solo il 15 per cento degli americani possiede il passaporto e che Bush era stato appena tre volte all&#8217;estero prima di diventare presidente. Inoltre Hertsgaard ricorda un emblematico commento di Reagan al ritorno dalla sua prima visita in Sudamerica: &#8220;Voi non ci crederete &#8211; disse ai giornalisti &#8211; ma laggiù sono tutti singoli stati&#8221;.</p>
<p><em>Domanda allo storico, invece: che tipo di evoluzione sta subendo la struttura delle istituzioni democratiche negli Stati Uniti? In altre parole, a che capitolo siamo giunti di quella che <a href="http://www.donzelli.it/">Erich Foner </a>chiama &#8220;la storia della libertà americana&#8221;?</em></p>
<p>Nel volume di Alan Dahl Quanto è <em>democratica la Costituzione americana?</em> <a href="http://www.laterza.it/laterza/libri/fullsearch.asp,">Laterza</a> (recensito da Borgognone insieme a quello di Kagan sull'&#8221;Indice&#8221;, <em>n.d.r.</em>), il grande politologo sottolinea come la Costituzione sia considerata negli Stati Uniti come un&#8217;icona sacra. Gli americani sembrano dimenticarsi, così, che quel documento fu il frutto di pochi uomini, molti dei quali, tra l&#8217;altro, erano proprietari di schiavi. Dahl, inoltre, osserva che, mentre gli americani credono che la loro Costituzione sia un modello per il resto del mondo, essa non è stata adottata da nessun paese oltre gli Stati Uniti.<br />
Indubbiamente in alcuni ambiti fondamentali vi sono stati degli aggiornamenti (specie in tema di suffragio e di diritti civili). Ma il sistema istituzionale americano continua a fare discutere per molti altri suoi aspetti. E in primo luogo per quelli plebiscitari. Il presidente degli Stati Uniti è un &#8220;principe democratico&#8221;. Regna grazie a quello che Dahl definisce il &#8220;mito del mandato presidenziale&#8221;. Nel giustificare l&#8217;uso del veto contro le maggioranze del Congresso, Jackson, ad esempio, affermava di essere lui l&#8217;unico a rappresentare &#8220;tutto&#8221; il popolo.</p>
<p><em>Vuoi aggiungere in conclusione un commento, magari non necessariamente da storico, ma un&#8217;opinione personale, qualche considerazione?</em></p>
<p>Più che un&#8217;opinione personale aggiungerei una considerazione sulla New Right che riprendo dal volume di <a href="http://www.saggiatore.it/index.php?page=boo.detail&amp;id=3246">Benjamin Barber</a>, <em>Guerra santa contro McMondo </em>(Tropea). Barber, come si evince dal titolo del suo volume, presenta una grande contrapposizione tra la civiltà globalizzata (il &#8220;McMondo&#8221;, l'&#8221;Hollymondo&#8221;, i parchi tematici, MTV, ecc.) e il vecchio mondo delle società tradizionali che rifiuta la &#8220;modernità&#8221; mondializzata e che tende, dunque, a una &#8220;ritribalizzazione&#8221;. I due poli, in altre parole, sono quello capitalista-universalista e quello particolarista, chiuso nella difesa delle identità. A questo secondo polo appartiene, naturalmente, la Jihad per antonomasia, ovvero il fondamentalismo islamico. E per comprenderne i caratteri basta ascoltare gli attacchi alle perversioni della &#8220;modernità&#8221; da parte di Hasan al-Banna, il fondatore della Fratellanza musulmana. Ma se si volge lo sguardo ai telepredicatori americani, che sono per un ritorno ai valori familiari dell&#8217;Ottocento, per la preghiera a scuola e, in generale, per la salvaguardia dell&#8217;America cristiana e tradizionale da ogni &#8220;contaminazione&#8221;, non si possono non notare notevoli somiglianze del fondamentalismo islamico con quello cristiano protestante. La Jihad, dunque, non è solo una caratteristica mediorientale. Non sono solo i musulmani e i sionisti a combattere per una Terra Santa. C&#8217;è anche una Jihad americana.</p>
<p>*****</p>
<p>Giovanni Borgognone è dottore di ricerca in Storia del pensiero politico all&#8217;Università di Torino. Ha pubblicato:<a href="http://www.amazon.it/gp/product/888777501X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=888777501X&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>James Burnham: totalitarismo, managerialismo e teoria delle élites</em></a>, prefazione di Bruno Bongiovanni, Stylos, Aosta 2000.<br />
Collabora a: &#8220;<a href="http://www.lindice.com/">L&#8217;Indice</a>&#8220;, &#8220;<a href="http://www.olschki.it/riviste/belfagor/inlibr.htm">Belfagor</a>&#8220;, &#8220;<a href="http://www.francoangeli.it/Riviste/Tp.asp">Teoria politica</a>&#8220;.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2003/09/18/chi-e-al-volante/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">124</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Pensieri neri/2: Agli americani</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/04/15/pensieri-neri2-agli-americani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio moresco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2003 09:51:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[america]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Moresco]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[regime]]></category>
		<category><![CDATA[saddam]]></category>
		<category><![CDATA[usa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=20</guid>

					<description><![CDATA[di Antonio Moresco Lo so che è sempre sbagliato generalizzare, come sto facendo anch’io adesso rivolgendomi a voi in quanto americani. Io stesso non accetterei di venire associato, in quanto italiano, alla vergogna del nostro attuale governo, dal momento che non l’ho votato. Come so che solo una piccolissima parte di voi ha votato per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Moresco</strong></p>
<p>Lo so che è sempre sbagliato generalizzare, come sto facendo anch’io adesso rivolgendomi a voi in quanto americani. Io stesso non accetterei di venire associato, in quanto italiano, alla vergogna del nostro attuale governo, dal momento che non l’ho votato.<br />
<span id="more-20"></span><br />
Come so che solo una piccolissima parte di voi ha votato per la banda attualmente al potere nel vostro paese. Mi rivolgo a voi in quanto americani solo nell’assurda speranza di far arrivare al maggior numero possibile di persone la mia preoccupazione, la mia indignazione e il mio allarme.<br />
So bene di non essere niente, di non contare niente, di essere solo uno scrittore a voi sconosciuto che vive in un luogo periferico del vostro impero e che scrive in una lingua periferica del vostro impero. Ma mi permetto lo stesso di rivolgermi a voi che siete i cittadini del paese in questo momento più potente del mondo e di farvi molte, molte, molte domande.<br />
Io non sono antiamericano. C’è bisogno che vi dica che, come tanti altri, fin da ragazzo mi sono nutrito anch’io dei vostri miti e dei vostri spazi, dei vostri scrittori e delle vostre canzoni e dei vostri film e ho respirato i vostri stessi orizzonti? Anche se sapevo bene anche allora che nella vostra storia c’era nello stesso tempo il genocidio dei pellerossa, la sopraffazione, gli assassini politici, il maccartismo, il razzismo… Inoltre mi sono guadagnato sul campo e senza ombra di dubbio questa qualifica di non antiamericano quando, non più di un anno fa, sono stato aggredito su alcuni giornali del mio paese per avere espresso in un mio scritto questo rifiuto dell’antiamericanismo automatico all’indomani dell’attentato alle torri gemelle, e avere cercato di comprendere <em>tutte</em> le ragioni della vita, persino, in alcuni momenti, quelle della forza.<br />
Eppure quello che vedo adesso non mi piace per niente, mi fa orrore. L’immagine che state dando al resto del mondo, a chi non si accontenta delle vostre campagne pubblicitarie di copertura, fa orrore. Che cosa state combinando? Cosa state diventando? A quali logiche terminali vi state consegnando? Ma ve la bevete davvero questa farsa degli americani buoni e altruisti che vanno alla guerra per la libertà altrui? E, se non ve la bevete, perché la prendete per buona? Perché pretendete che la prendano per buona anche gli altri, e vi incazzate persino quando questo non succede? Certo, lo so anch’io come funzionano da sempre le cose, fin dai tempi di Omero e anche prima. Le popolazioni i cui capi mandano truppe sono consenzienti finché hanno l’impressione che il gioco valga la candela, di ricavarci qualcosa, di avere anche loro una piccola parte di briciole nella spartizione futura del bottino. Fino ad allora, finché gli sembrerà che il rapporto perdite-ricavi sia positivo, chiudono gli occhi su tutto il resto, agitano le bandierine. Ma guardate che, su questa strada, non è detto che, anche per voi, il gioco varrà la candela ancora per molto.<br />
Il vostro paese sta mostrando il volto ottuso e truce di chi si sente invulnerabile e impunito dentro il bozzolo della sua potenza tecnologica e del suo strapotere. Un volto odioso, protervo, arrogante, del tutto simile a quello di altri imperi che si sentivano al massimo della loro potenza. Ma su questa strada alla fine, state certi, cadrete! Non so come, non so a che prezzo, non so in quanto tempo, ma, seguendo questa logica cieca, sicuramente cadrete, come è successo a quel capitano privo di una gamba inventato dal più grande e profondo dei vostri scrittori, che vi conosceva bene e vedeva lontano. La caduta e il susseguirsi degli imperi non è cosa nuova. La cosa nuova è che ora, con i mezzi di distruzione di massa e di specie infinitamente più devastanti di cui disponete, il prezzo sarà tremendo per tutti, perché a quel punto, prima di andare incontro alla vostra sicura rovina, voi impiegherete ciò che di più orribile avete immaginato, fabbricato e immagazzinato in questi decenni, e allora sarà un disastro per tutti e per l’intero pianeta. Cosa diventerà il mondo, a quel punto? A quali rovine lo ridurrete?<br />
Ma veniamo all’oggi. Il cattivo di turno è caduto. Non avete ascoltato ragioni, non avete dato retta a nessuno: alleati, amici, organismi internazionali. Voi e i vostri complici e i vostri poveri servi dell’ultima ora. Siete andati avanti a testa bassa per la vostra strada, seguendo logiche geopolitiche e interessi di casta preordinati da tempo, nell’accecamento e nel delirio freddo della vostra tecnologia e della vostra forza. Come se non bastasse, avete preteso anche che tutti gli altri facessero buon viso a cattivo gioco e fingessero di prendere per buone le vostre assicurazioni non dimostrate e le vostre ragioni. Adesso volano giù le ennesime statue degli ennesimi tiranni che, dopo aver mandato i ragazzi al martirio, hanno pensato bene di tagliare la corda. Una parte, piccola o grande, dei poveri iracheni ora festeggiano, non possono che festeggiare il più forte di turno, come d’altronde hanno sempre dovuto fare finora. È una triste festa per tutti, non credete? Vi sentite più tranquilli adesso, perché un po’ di poveri ragazzi iracheni dalle teste rasate e dai piedi scalzi vi fanno questa triste festa? Credete che questo vi dia ragione? Perché non siete andati a farvi festeggiare dai poveri ragazzi cileni ammassati negli stadi, massacrati dagli squadroni della morte, oppure da quelli argentini torturati selvaggiamente dai generali golpisti vostri alleati? Almeno altrettanto miserabili e impresentabili di Saddam ma, si dà il caso, vostri amici, come d’altronde lo erano fino a poco fa anche Bin Laden, Saddam Hussein… Come mai allora andavano bene? Vi sembra bello vivere nell’ipocrisia e nella doppia verità? Certo, allora c’era l’Urss, mi direte, l’Impero del Male! C’è sempre qualche Impero del Male sulla vostra strada e nel vostro gioco, perché voi possiate fare la parte di quello del Bene! Adesso ci sono gli ultimi, piccoli tiranni che si oppongono alla vostra grande tirannide. In passato c’erano l’abominevole Reich nazista, il regime fascista, e noi vi dobbiamo la nostra libertà, anche se capiamo ogni giorno di più quanto in realtà sia vigilata e condizionata. Certo, lo so, non sono così ingenuo da pensare che anche allora abbiate agito per puro altruismo. Ma la vostra azione poteva fare almeno un tutt’uno con una nobile causa. Non era lo stesso di oggi il volto che presentavate al mondo, quando riuscivate ancora a farvi amare. Non credete, anche quelli che vi fanno festa adesso, persino i saltimbanchi che governano il mio paese, col loro servilismo e cinismo, la loro vertiginosa volgarità, insensibilità, pochezza e doppiezza, non vi amano certo. Non credete, è solo identificazione con il più forte, è solo opportunismo e paura. Non lo capite che qualsiasi cosa vi dicano, qualsiasi cerimonia vi facciano quelli che vi ruotano attorno, ormai state sulle palle a tutti? E non solo perché gli europei sono vecchi e codardi, gli arabi infidi ecc… Potete fare ormai quello che volete. Non pretendete anche di farvi amare.<br />
Fino a poco fa c’erano almeno motivazioni evidenti che sorreggevano e occultavano gli scopi reali delle vostre azioni: l’invasione del Kuwait, la pulizia etnica, l’attacco terroristico alle torri gemelle… Ora c’è solo la nuda evidenza di una forza usata selettivamente e secondo i propri puri interessi, che si avvale di operazioni mediatiche e pubblicitarie programmate per “vendere” al meglio il proprio piccolo, sporco prodotto. E bisognerebbe anche applaudire questo spettacolo? E volete oltre tutto che gli altri vi siano grati per questo? Provate a uscire un po’ dalle logiche dell’informazione pilotata e dallo spettacolo che ci è stato costruito attorno. Provate a guardarvi un po’ dal di fuori. Fate almeno lo sforzo! All’equililibrio del terrore si è sostituito lo squilibrio del terrore. Da bambinoni buoni siete diventati bambinoni cattivi, come in un romanzo di <strong>Stephen King</strong>. Ci sono sempre, anche a scuola, i più prepotenti della classe, quelli che vogliono avere sempre ragione, che vogliono comandare, quelli che prima o poi sbatteranno la testa contro qualcosa di grosso. Provate a guardarvi un po’ con gli occhi del resto del mondo. Mentre andate in giro con le vostre telecamere sui caschetti e le vostre bombe a grappolo in nome della democrazia. Ma vi rendete conto di come vi manda in giro vestiti la vostra mamma? Avete ancora i calzoncini corti e già quelle orribili teste da mosche d’acciaio!<br />
Cosa continuate a riempirvi la bocca con “Dio” e con “Cristo”? Che cosa c’entra Cristo con tutto questo? Gesù Cristo era un condannato a morte cui il vostro attuale presidente avrebbe negato la grazia. Un perdente, secondo i vostri parametri. Certo, lo so, si comportavano così anche i capi di stato e i missionari del Cinquecento, anche allora al seguito delle truppe dei conquistadores! Ma non erano meno orribili anche allora, e vedete poi che fine ha fatto anche il loro impero! La conoscete quella favola della rana che voleva diventare grande come il sole, e che si gonfiava, si gonfiava, si gonfiava, e che alla fine è scoppiata? Guardate che è così che cominciano a crollare gli imperi, la crepa inizia proprio quando si sentono al massimo della loro impunità e potenza e si lasciano accecare dall’immagine di se stessi che vedono dentro lo specchio! State tranquilli. Che siete i più forti salta agli occhi, l’abbiamo capito! È semmai qualcos’altro che dovreste dimostrare al mondo e a voi stessi, se volete durare! Guardate che il fatto di vincere non significa necessariamente avere ragione. Quante volte è successo, nel corso del tempo, che chi vinceva non avesse per niente ragione!<br />
Voi avete accumulato un enorme surplus tecnologico e militare da scaricare sui corpi e sulle menti delle persone del resto del mondo. Ma guardate che quando questa macchina spaventosa avrà annientato ogni altro avversario, o non ce la farà più ad andare avanti, si avventerà su di voi e vi schiaccerà.<br />
C’è un enorme, drammatico problema di democrazia, nel nostro mondo sovrappopolato. Non ce la passiamo bene anche noi nel nostro paese. Ma vi sembra davvero che ci sia democrazia nel vostro? Dove solo una piccola parte della popolazione vota e di quella piccola parte neanche la metà elegge – quando va bene – il candidato vincente. Dove rapaci gruppi economici finanziano uomini e partiti in questo gioco truccato per averne in cambio un apparato di potenza cointeressato e asservito. Vere e proprie gang mafiose, squali multinazionali e pesci siluro che si gonfiano a dismisura acquattati sotto il pelo dell’acqua e nel fango e mangiano tutto quello che incontrano. Vi sembra democrazia questa roba qui? Vi va bene così? È libertà, pari opportunità, gioco uguale per tutti, libero mercato ecc… come blaterano tutte quelle figure asservite della politica e dei media, ad uso e consumo di chi si ostina a vedere con un occhio solo, quando neppure con quello? Vi va bene tutta questa informazione-spettacolo manipolata che scatta ogni volta al comando di un’oligarchia e dei suoi fini? Pensate che su questa strada andrete lontano o invece verso la generale rovina? Pensate, per esempio, che ve ne verrà del bene a pretendere di essere superiori agli altri e a non assumervi le vostre responsabilità nella salvaguardia dell’ambiente, per l’ingordigia dei vostri padroni e dei loro servi politici? A ritenervi al di fuori e al di sopra delle leggi e dei tribunali e delle organizzazioni internazionali, che vi vanno bene solo quando obbediscono senza fiatare ai vostri diktat? Cosa diavolo volete che, in questa situazione, pensino di voi gli altri abitanti del pianeta? Io, per esempio, vivo in un paese dove, nei decenni che sono seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, avete fatto il bello e il cattivo tempo, manipolato, ingannato, operato attraverso omicidi politici e stragi di civili per condizionare il corso degli avvenimenti nella nazione da voi stessi liberata. A cui si aggiungono altre forme, palesi e occulte, di colonialismo e servitù politiche, economiche, militari e culturali di ogni genere e tipo. Vi piacerebbe se qualche altra nazione riservasse questo trattamento a voi stessi?<br />
Vi faccio un esempio, solo un piccolo esempio, il primo che mi viene in mente. Pochi anni fa un vostro aereo militare, partito da una delle vostre basi (si chiamano “servitù”) disseminate nel mio come in molti altri paesi del mondo, in uno delle sue irresponsabili acrobazie a bassa quota, ha tranciato il cavo di una funicolare e ha ammazzato venti persone in una località sciistica di nome <strong>Cermis</strong> (3 italiani, 2 austriaci, 7 tedeschi, 2 polacchi, 5 belgi, 1 olandese). L’unica preoccupazione del pilota e del secondo è stata quella di distruggere il nastro di una telecamera con la quale avevano ripreso tutte le pazzesche evoluzioni del loro aereo. Le autorità del vostro paese, con un gesto di arroganza e disprezzo, hanno preteso di sottrarre i colpevoli di questa strage alla giustizia del paese dove è stata commessa e che vi ospita. Non solo. Il processo militare, celebrato nel vostro paese, si è concluso con semplici sanzioni disciplinari, assoluzioni, patteggiamenti, due radiazioni. Uno solo, su quattro degli imputati, è stato punito con una pena detentiva (di soli sei mesi, ridotti poi a cinque per buona condotta!). Per una strage di 20 persone! Il tutto in un paese che si mostra in altri casi così inflessibile di fronte a singoli omicidi compiuti anche prima della maggiore età e dove vige la pena di morte! Fatti analoghi sono successi anche in altri paesi del mondo, in Corea, per esempio, e anche là non sono stati presi bene. Ora vi domando: cosa sarebbe successo se queste venti persone fossero state ammazzate negli Stati Uniti e fossero state del voltro paese? Se una cosa simile fosse successa a voi sul vostro territorio e il paese il cui aereo fosse stato responsabile della strage avesse imposto d’imperio il trasferimento del processo e una simile conclusione dello stesso, cosa avreste pensato, che sentimenti avreste provato nei suoi confronti? Perché trattate gli altri paesi e le altre vite come inferiori, e voi stessi come una razza superiore cui tutto è permesso? Pretendete con questo di farvi amare? E poi perché non potete neppure giudicare voi stessi e condannare i vostri militari quando commettono così palesi e gravi reati? Vi sembra di essere ancora un paese libero, solo perché fate pagare agli altri un prezzo più pesante per la libertà di quello che per il momento vi sembra di pagare voi stessi? Chi secondo voi comanda, adesso, veramente, nel vostro paese? Perché non potete più processare e condannare in modo proporzionato i vostri militari, anche quando commettono così gravi reati all’estero? Ve lo siete chiesto? Non è una domanda di poco conto. Dovreste farvela, per il bene vostro e di tutti. Cosa succederà se e quando gli ultimi rivestimenti democratici cadranno ed emergeranno nella loro nudità le strutture e le figure che comandano veramente, senza neppure più labili diaframmi politici, in un paese per di più dotato di una potenza tecnologica senza eguali nella storia e senza ritorno?<br />
La democrazia non c’è più, se mai c’è stata. Non solo. La democrazia non basta! Anche se veramente ci fosse, non basterebbe più, a questo punto, nella nuova situazione che sta vivendo il nostro mondo e la nostra specie. Qualcosa di nuovo deve essere assolutamente inventato, se no sarà un disastro per tutti, come hanno capito ormai molti gruppi umani che si muovono verso qualcosa che ancora non c’è, che non si sa ancora che cosa sarà.<br />
Sono molte, gravi e tremende le prove che ci attendono tutti quanti. Ma sarà tutto infinitamente più difficile e disperato se non ci si potrà liberare di strutture mentali e logiche di potere introiettate che tendono a riformarsi e a consolidarsi continuamente utilizzando e inglobando precedenti strutture nella loro folle corsa verso la potenza orizzontale e il guscio vuoto di quella cosa che un tempo era percepita come pienezza e potere.<br />
Come si potrà, in queste condizioni, senza prima aver reso almeno possibile una riapertura reale del gioco, affrontare il tremendo futuro che ci aspetta?</p>
<p>Se mi sono permesso di dirvi con franchezza queste scomode cose e di farvi queste domande è perché anch’io evidentemente mi aspetto ancora qualcosa da voi e dal vostro senso di libertà. Perché dentro le forme viventi c’è anche e sempre qualcosa che non si arrende e che non si piega e perché c’è ancora e sempre nelle loro possibilità e potenzialità anche quella di inventare e sognare qualcosa di imprevedibile e di inaspettato, di reinventare persino se stesse all’interno della faglia di questo movimento sognato.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">20</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-05-29 15:23:10 by W3 Total Cache
-->