<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Amor Fou &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/amor-fou/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Thu, 17 May 2012 14:39:19 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>La paura e la voglia di non essere soli</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/05/22/la-paura-e-la-voglia-di-non-essere-soli/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2012/05/22/la-paura-e-la-voglia-di-non-essere-soli/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 May 2012 06:30:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Raina]]></category>
		<category><![CDATA[Amor Fou]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca veltri]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Pop italiano]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=42499</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca Veltri Tra qualche tempo, con l’ultimo album degli Amor Fou “Cento giorni da oggi” ripasseremo in rassegna questi anni. Con un’operazione che classicamente si definirebbe “coraggiosa”, la band milanese ha smesso in tempi vertiginosi l’aura cantautorale, vagamente melanconica, che aveva giustificato il credito guadagnato nell’ambito della musica d’autore. L’electro esistenzialista di “La stagione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/amor-fou.jpg" alt="" title="3701786_CD_6_4COL.indd" width="329" height="374" class="alignleft size-full wp-image-42500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/amor-fou.jpg 329w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/05/amor-fou-263x300.jpg 263w" sizes="(max-width: 329px) 100vw, 329px" /> di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>Tra qualche tempo, con l’ultimo album degli Amor Fou “Cento giorni da oggi” ripasseremo in rassegna questi anni. Con un’operazione che classicamente si definirebbe “coraggiosa”, la band milanese ha smesso in tempi vertiginosi l’aura cantautorale, vagamente melanconica, che aveva giustificato il credito guadagnato nell’ambito della musica d’autore. L’electro esistenzialista di “La stagione del cannibale”, la scrittura pensosa di “I moralisti” — i due primi lavori — sono stati spazzati via da un vortice, dentro cui è finito il nuovo, terzo disco. Doveva essere un album-concept sui giovani, disse Alessandro Raina, il front-man e autore del gruppo. Una sbornia di gioventù. E gioventù è stata, però da una prospettiva che nel frattempo è cambiata, perché Raina e compagni è come avessero aperto le finestre sul frastuono del mondo, facendosene invadere. Dalle loro camerette, anziché guardarsi l’ombelico, hanno allungato la vista sugli altri continenti, su quel che accade a varie latitudini, riportandolo poi a casa. Sentirsi immersi in un tutto. Un viaggio in Africa proprio nell’anno delle rivoluzioni maghrebine ha dato a Raina nuove chiavi di lettura. E così il singolo che lancia l’intero album è una canzone dal titolo “Alì”; “La primavera araba” è un altro dei brani portanti, insieme a “Le guerre umanitarie”. È come se le canzoni volessero costantemente creare un ponte tra le nostre cose (quasi sempre asfittiche, piccole, rinchiuse in sé) e tutto quello che nel frattempo sconquassa il mondo. “I figli dei persiani di Berlino Ovest” sono visti in controluce ai “figli dei precari di Milano”: i primi, felici come giovani leoni, si dipingono il viso col sole; i secondi, golosi come giovani vampiri, si riparano il viso dal sole (dimenticando di esistere). In “Goodbye Lenin”, brano che prende in prestito il titolo di un film (non è l’unico), viene eletta a epitome di risveglio la rinascita della Germania orientale uscita dal giogo comunista. La decadenza del mondo occidentale viene letta nelle crepe del presente, dalle derive di Scientology alla dittatura televisiva. “Bombardiamo Tripoli/ puniamo chi bestemmia nei reality”, canta Raina paradossalmente — ma nemmeno tanto — in “Le guerre umanitarie”. Accostando due eventi di siderale distanza, che però arrivano appiattiti davanti ai nostri schermi: i bombardamenti su una città araba e la blasfemia nel reality show. Ma non c’è denuncia, non c’è protesta. Le canzoni sono come cartoline spedite dal mondo. “I volantini di Scientology” enumera come in un’indagine: “tre milioni di persone consumano un mese di vita fra le code dei nuovi I-phone […], tre milioni di ragazze dimagriscono non sempre per colpa di Photoshop/ hanno soltanto vent&#8217;anni e pochissime non sogneranno il titolo di Amici”. Piccolo trattato di sociologia.<br />
Intriso di presente, il nuovo lavoro degli Amor Fou ha in “contemporaneità”, oltre che in “gioventù”, le parole-chiave. Tempo reale. Vitalità, voglia di vita, straripante. Il titolo “Cento giorni da oggi” è il “carpe diem” degli Amor Fou. Descrive un perimetro sul domani immediato. La visibilità sul futuro non può superare, se non di poco, i tre mesi: cento giorni. Oltre questo sipario temporale non si possono stilare programmi. Niente nostalgia del futuro, bando alle malinconie. Il palinsesto è questo.<br />
I lemmi e i nomi che troverete in queste tracce oltre a i-phone, reality, Photoshop e “Amici”, sono: Erasmus, social network, Ikea, rave, flash mob, sesso sicuro, master, Saviano, mercato, Thyssenkrupp. Musicalmente i nuovi versi di Raina non potevano più accompagnarsi ai consueti vestiti cantautorali. Un disco poco italiano, “Cento giorni da oggi”, e una svolta musicalmente poco praticata, quella degli Amor Fou. Se si eccettuano possibili rimembranze del Battisti di “Anima latina” e dell’assai influente Battiato di “La voce del padrone”, i riferimenti sono tutti anglosassoni. Le influenze più remote, classicamente anni ’80, affondano negli ascolti di Cocteau Twins, Cure, Talking Heads, Flaming Lips. Ma è soprattutto nel brodo recente che vanno ricercati i maggiori link. Più di De Gregori, allora, ci troverete The Drums, e un pizzico dei Vampire Weekend anziché la rimembranza di un De André. Oggi gli Amor Fou guardano più agli Arcade Fire che ai Baustelle, ma in fondo, sebbene con ben altra profondità, anche ai Coldplay. Perché un’altra parola chiave degli ultimi Amor Fou è “POP”. Variamente declinato: dream-pop, pop-funky, synth-pop, afro-pop. Non è smarrita quella cifra citazionista che connota la nuova canzone d’autore (“vengo a prenderti stasera”, “ti voglio cullare”, “per fare un frutto ci vuole un fiore”). Ma più di questo, resta altro, dall’ascolto di “Cento giorni da oggi”. Resta il tentativo di far circolare l’aria quando una casa è stata troppo a lungo chiusa, e questa casa è l’Italia dell’ultimo ventennio. Respirare a pieni polmoni. Mettere in circolo l’energia. Urlare a più non posso, e non più da una cameretta angusta, “la paura e la voglia di non essere soli”.</p>
<p>(<em><a href="http://tv.wired.it/entertainment/2012/05/02/gli-amor-fou-e-il-tumblr-video-di-ali.html">qui</a> il video e un&#8217;intervista ad Alessandro Raina</em>)</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2012/05/22/la-paura-e-la-voglia-di-non-essere-soli/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">42499</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Note, a pie&#8217; di pagina</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/20/note-a-pie-di-pagina/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/20/note-a-pie-di-pagina/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 06:30:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Amor Fou]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca veltri]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Mariano Deidda]]></category>
		<category><![CDATA[musica pop]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Benvegnù]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Tre Allegri Ragazzi Morti]]></category>
		<category><![CDATA[Vasco Brondi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40127</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca Veltri Mariano Deidda, che canta poemi d’altri – Pessoa, Deledda, Pavese –, ama pensare che i grandi poeti abbiano scritto quei versi proprio perché lui li cantasse, né più né meno di come Mogol creava strofe per Battisti. Senza dover ricorrere a Deidda, fautore di un’intrinseca necessità letteraria nella musica leggera (e che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ppp.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ppp.jpg" alt="" title="ppp" width="425" height="112" class="alignnone size-full wp-image-40128" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ppp.jpg 425w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ppp-300x79.jpg 300w" sizes="(max-width: 425px) 100vw, 425px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>Mariano Deidda, che canta poemi d’altri – Pessoa, Deledda, Pavese –, ama pensare che i grandi poeti abbiano scritto quei versi proprio perché lui li cantasse, né più né meno di come Mogol creava strofe per Battisti.<br />
Senza dover ricorrere a Deidda, fautore di un’intrinseca <em>necessità letteraria </em>nella musica leggera (e che peraltro appartiene a un’altra leva), è forte l’impressione che i cantautori delle ultime generazioni si nutrano di suggestioni poetiche e cinematografiche in maniera più netta, o forse più evidente, rispetto ai fratelli maggiori. Sarà la ricerca di una patente, o un plus di credibilità. Certo, prima c’era De André che metteva su disco l’<em>Antologia di Spoon River</em> o i vangeli apocrifi. Ci sono De Gregori, Fossati, Conte e Guccini, le cui canzoni sono sempre grondanti di travasi letterari. Ma il crossover tra la musica e la letteratura, il cinema, il teatro, sembra essere una delle cifre del cantautorato – <em>indie </em>o meno – anni Zero. <span id="more-40127"></span><br />
Prendete Pasolini. Entra e esce continuamente. Il feticcio dei suoi “occhiali neri” – o dei suoi “occhiali scuri” – è citato in due canzoni recenti di giovani cantautori, <em>Cercasi anima</em> di Francesco Di Martino e <em>Anidride carbonica</em> di Vasco Brondi. Nomination immancabile nel canzoniere dei Baustelle, tra i capostipiti di certe tendenze citazioniste della <em>nueva canción italiana</em> (da ultime, la scomparsa delle rane, la “gioia corsara”…), PPP è un idolo di cartone per i Tre Allegri Ragazzi Morti, che hanno realizzato un DVD dallo spettacolo-film <em>Pasolini, l’incontro</em>, dopo anni di date in giro per l’Italia. L’opera dei TARM è un documento fondativo per il percorso che stiamo esplorando: le parole del poeta di Casarsa vengono macchiate, deformate, cancellate, in una simbosi musical-letteraria inestricabile. La poesia, che non è merce, non deperisce, e risorge; oppure continua a scorrere come un fiume che non si essicca mai. Dice il disegnatore, cantante e chitarrista dei Tre Allegri Ragazzi Morti, Davide Toffolo, che ha realizzato anche i disegni dello spettacolo: «Pasolini è praticamente diventato uno del gruppo». Toffolo tratteggia e scrive, tenendo unito il filo narrativo. E scrive frasi pasoliniane, come “I maestri sono fatti per essere mangiati”.<br />
L’autore degli <em>Scritti corsari</em> è un chiodo fisso anche per Alessandro Raina degli Amor Fou, che riflette: «Pasolini era destinato suo malgrado a diventare un’icona, e quasi sempre, quando qualcuno diventa un’icona non fa in tempo a essere veramente capito che già si ritrova sotto forma di santino nelle macchine o sulle magliette che indossiamo». Raina non è tenero con il “<em>brand </em>Pasolini”: «In un’Italia povera di outsider Pasolini non poteva che diventare un adesivo multiuso, qualcosa che, per larga parte di chi è o si ritiene un intellettuale, non si discosta molto da ciò che rappresenta Padre Pio per la componente più popolare dei fedeli». Pasolini è stato anche un grande regista, e questo è un altro link forte: proprio gli Amor Fou hanno realizzato il videoclip del brano <em>Dolmen </em>utilizzando le immagini di <em>Milano Nera</em>, misterioso film di culto risalente ai primi anni Sessanta con la sceneggiatura di Pierpaolo Pasolini.<br />
Il cinema italiano è una fonte di ispirazione inesauribile. La musica è una colonna sonora immaginaria di un film sull’Italia dell’ultimo mezzo secolo. Il cinema entra nella musica e viceversa, in uno scambio di linfa. <em>Cocaina di domenica</em>, per restare agli Amor Fou, era il titolo del primo episodio (regia di Franco Rossi) di <em>Controsesso</em>, film del ’64. <em>Hermann</em>, l’ultimo album di Paolo Benvegnù, viene presentato dal suo autore come colonna sonora di un omonimo film, che però non è stato mai girato. Nessuna sorpresa, per un artista il cui album di debutto si intitolava già Piccoli fragilissimi film. I tredici brani di <em>Hermann </em>sono scritti e diretti come altrettanti ciak cinematografici, pronti per una fruizione visiva. Benvegnù ha messo insieme un mosaico di suggestioni letterarie (Melville, Sartre). Elemento fondante di un reticolato di rimandi e ammiccamenti, allusioni e link, il gioco della citazione letterario-cinematica è il tassello di una memoria condivisa. Un musicista post-moderno e colto come Rodolfo Montuoro non teme di mettere in musica l’incantamento provenzale di un sonetto dantesco, vestendo di suoni dark e post-rock <em>Guido i&#8217; vorrei che tu e Lapo e io</em>. E un cantautore pienamente immerso in una temperie pop come Dario Brunori confessa che tutto il suo secondo album <em>Poveri Cristi</em> è nato come una serie di corti, influenzato dal cinema neorealista, dai film di Germi, De Sica, Pasolini (ahi). I personaggi delle sue canzoni sono antieroi che sembrano uscire da uno schermo in b/n, come il protagonista di <em>La rosa purpurea del Cairo</em>. Secondo Diego Palazzo degli Egokid, «il citazionismo è un elemento fondante della composizione pop, al punto che non esiste pop music se non c&#8217;è citazionismo». Non la pensa allo stesso modo Alessandro Raina: «Non c’è mai stato citazionismo, almeno non volontario, nelle canzoni degli Amor Fou. Non è detto che citare sia il compito di chi fa musica; noi avevamo bisogno di confrontarci e citare certe cose per trovare una nostra identità e, probabilmente, arrivare a camminare sulle nostre gambe sentendoci meno dipendenti da un certo background».<br />
I cantautori di una volta diventavano a loro volta poeti, i letterati del domani, conquistando le pagine dei sussidiari scolastici. Entravano nella cultura ufficiale. Ma anche oggi alcuni autori sono un punto d’incontro potente di musica e arte letteraria, e forse, chissà, li leggeremo sui libri di testo del domani. Pensiamo a Pierpaolo Capovilla e Emidio Clementi.<br />
Trascinare il poeta «negli abissi della contemporaneità in cui persistono le nostre vite»: per Pierpaolo Capovilla del Teatro degli orrori la scelta letteraria è una avocazione dettata dalla credibilità. Capovilla ha scelto per la sua band un nome ispirato al “teatro delle crudeltà” di Antonin Artaud, parafrasandolo e non assumendolo in toto per una forma di rispetto verso l’originale. Il secondo album del gruppo si intitola come un capolavoro della letteratura del Novecento,<em> A sangue freddo </em>di Truman Capote. Il vate che sta dietro Capovilla è Vladimir Majakovsij, il poeta russo dal quale il leader del Teatro degli orrori ha tratto lo spettacolo teatrale <em>Eresia</em>. «Grazie a Majakovsij disveleremo gli antri bui della nostra epoca», scrive Capovilla nel libretto del DVD, «perché Majakovskji combatte anche oggi, nei nostri cuori e nelle nostre coscienze, le assurdità di ogni giorno». Portavoce di un bisogno di giustizia e essenzialità, verità e neo-fratellanza, l’omelia majakovskiana diventa in mano a Capovilla un’arma: odio salvifico per maledire milionari sudici, ladri e faccendieri. Il caso di crossover letterario e etico che ha per protagonista Capovilla è esemplare: si veicola il prestigio e la forza di un autore, un letterato del passato, per inviare un messaggio di semplicità e chirurgica esattezza, di affidabilità. La propria serietà innesca il corto circuito, facendo il resto. Capovilla è esemplare anche perché dà conto di un doppio canale sempre più frequentato, quello del frontman rock fortemente letterarizzato, ossia autore di opere <em>esplicitamente </em>letterarie. Emidio Clementi dei Massimo Volume è di questa tendenza la massima espressione, probabilmente. I suoi Massimo Volume sono la <em>Casa delle Culture</em> dell’art-noise italiano, le stanze dello <em>spoken word</em> del fine dicitore Clementi. Dopo dieci anni di silenzio, il gruppo è tornato a incidere dischi. Clementi ha pubblicato in poco più di dieci anni ben sei libri; nelle canzoni il suo ruolo non sembra tanto diverso da quello dello scrittore. Solo che con i Massimo Volume le sue parole abitano non dentro le pagine scritte, bensì dentro i suoni <em>ambient </em>creati dal gruppo. Per i MV la credibilità e il carisma sono insiti, la letterarietà è acquisita nel marchio di fabbrica, ma ciò non ha loro impedito di intitolare il pezzo iniziale del loro ultimo lavoro con il nome di uno scrittore, <em>Robert Lowell</em>. Con Pierpaolo Capovilla e Emidio Clementi siamo un poco più distanti dal pop, e più prossimi a territori <em>art</em>, teatralizzanti, iper-letterari. Capovilla, Clementi, Toffolo, Bianconi. Ma anche Cristiano Godano, Cristina Donà, Manuel Agnelli, Giovanni Lindo Ferretti. Musicisti che scrivono libri. L’indie-rock italiano è un bagno di note e pagine, nel quale sembra inevitabile sovrapporre i piani, aggrovigliare le urgenze e le suggestioni.  </p>
<p>[<em>Pubblicato su</em> Mucchio selvaggio <em>n. 686, Settembre 2011</em>]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/20/note-a-pie-di-pagina/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">40127</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-05-08 20:40:29 by W3 Total Cache
-->