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	<title>Andrea Cammelli &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Scienze della Comunicazione: amenità contro dati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 10:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[amenità]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Cammelli]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione politica]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanna Cosenza]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Stella Gelmini]]></category>
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		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Scienze della Comunicazione]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Giovanna Cosenza</strong><br />
Martedì sera, a Ballarò, Maria Stella Gelmini ha dichiarato che la riforma della scuola ha voluto dare «peso specifico all’istruzione tecnica e all’istruzione professionale», perché il ministero ritiene che «piuttosto che tanti corsi di laurea inutili in Scienze delle Comunicazioni (sic) o in altre amenità, servano profili tecnici competenti che incontrino l’interesse del mercato del lavoro».]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><span style="font-size:10pt; font-family:Lucida Sans;"> <em>di</em> ⇨ <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/chi-sono/" target="_blank"><strong>Giovanna Cosenza</strong></a></span>  <span style="font-size:10pt; font-family:Lucida Sans;">[ <em>da</em> ⇨ <a href="http://giovannacosenza.wordpress.com/" target="_blank"><strong>DIS.AMB.IGUANDO</strong></a> ]</span></p>
<p><span style="font-size:10pt; font-family:Lucida Sans;"><strong>Martedì sera, a Ballarò, Maria Stella Gelmini </strong>ha dichiarato che la riforma della scuola ha voluto dare «peso specifico all’istruzione tecnica e all’istruzione professionale», perché il ministero ritiene che «piuttosto che <strong>tanti corsi di laurea inutili in Scienze delle Comunicazioni (sic) o in altre amenità, </strong>servano profili tecnici competenti che incontrino l’interesse del mercato del lavoro». Infatti, ha aggiunto, <strong>i corsi in «scienze delle comunicazione non aiutano a trovare lavoro»,</strong> perché «purtroppo <strong>sono più richieste lauree di tipo scientifico,</strong> lauree che in qualche modo servono all’impresa» e <strong>«questi sono i dati»</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Sollecitata da molti studenti e dottorandi </strong>– alcuni arrabbiati, altri avviliti – e da molti ex studenti del settore della comunicazione che lavorano da anni, sono andata a vedermi i dati.</p>
<p align="right"><strong><span id="more-37796"></span></strong></p>
<p><strong>Ho consultato innanzi tutto quel meraviglioso strumento on line che è ⇨ <a href="http://www.almalaurea.it/" target="_blank">Almalaurea</a>: </strong>oltre ad avere un’interfaccia di rara semplicità, ha un database che restituisce in pochi secondi (provare per credere) i risultati di qualunque ricerca. Ho poi parlato con ⇨ <a href="http://www.unibo.it/SitoWebDocente/default.htm?MAT=013643" target="_blank"><strong>Andrea Cammelli</strong></a>, direttore di ⇨ <a href="http://www.almalaurea.it/" target="_blank"><strong>Almalaurea</strong></a>, che mi ha inviato un suo articolo sul rapporto fra le lauree in comunicazione e il mercato del lavoro italiano, appena uscito su ⇨ <a href="http://www.comunicazionepuntodoc.it/" target="_blank"><strong>Comunicazionepuntodoc</strong></a>, n°3, dicembre 2010, pp. 35-42. Eccolo: ⇨ <a href="http://giovannacosenza.files.wordpress.com/2011/01/comunicazionepuntodoc_cammelli.pdf" target="_blank"><strong>«Laureati per comunicare», di Andrea Cammelli</strong>.</a><br />
&nbsp;<br />
<strong>Cosa emerge dai dati? L‘opposto di quanto detto da Maria Stella Gelmini: i laureati del settore della comunicazione lavorano in media più degli altri.</strong><br />
&nbsp;<br />
 ⇨ <a href="http://www.unibo.it/SitoWebDocente/default.htm?MAT=013643" target="_blank"><strong>Cammelli</strong></a> ha confrontato la situazione dei <strong>laureati del 2008</strong> (post-riforma 3+2), intervistati dopo un anno, con quella dei <strong>laureati del 2004</strong> (pre-riforma 3+2), interrogati a 5 anni dalla laurea. Come premessa va detto che, data la crisi dell’ultimo biennio, la situazione del 2009, confrontata con quella del rapporto precedente, è <strong>più preoccupante per tutti</strong>, anche per coloro che escono dalle cosiddette «lauree forti» come Ingegneria e Economia.<br />
&nbsp;<br />
<strong>A parte questo, dall’osservatorio</strong> ⇨ <a href="http://www.almalaurea.it/" target="_blank"><strong>Almalaurea</strong></a> emerge innanzi tutto che <strong>i laureati del 2004 in Scienze della Comunicazione</strong>, a cinque anni dalla laurea, lavorano <strong>nell’87% dei casi</strong>, mentre la media nazionale è <strong>dell’82%</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Anche i neolaureati triennali in Scienze della Comunicazione del 2008 lavorano più  della media nazionale: 49% </strong>contro <strong>42,4%</strong>.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Quanto alle lauree specialistiche nel settore della comunicazione ⇨ </strong>(<a href="http://www.unibo.it/SitoWebDocente/default.htm?MAT=013643" target="_blank"><strong>Cammelli</strong></a> ha preso in esame le classi di laurea in Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo, Pubblicità e comunicazione d’impresa, Teoria della comunicazione, Scienze della comunicazione sociale e istituzionale), anche qui i dati confortano i comunicatori: <strong>60% di occupati nel settore della comunicazione,</strong> contro <strong>il 57% della media nazionale.<br />
</strong><br />
<strong>Se infine guardiamo al profilo dei laureati specialistici nella stesse lauree,</strong> scopriamo che gli studenti del settore della comunicazione si laureano prima degli altri (a <strong>26,6 anni</strong> contro i <strong>27,3 </strong>del complesso), hanno svolto periodi di studio all’estero nel <strong>15%</strong> dei casi (come la media degli altri), ma hanno fatto molti <strong>più tirocini e stage </strong>durante gli studi e <strong>conoscono l’inglese</strong> più degli altri.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Tuttavia le note dolenti per i comunicatori ci sono: maggiore precarietà e stipendi più bassi.</strong> Il <strong>33%</strong> dei laureati in Comunicazione nel 2004 hanno ancora un lavoro precario, contro una media nazionale del <strong>24%</strong>; e percepiscono uno stipendio lievamente più basso: <strong>1.279 euro mensili netti</strong> contro i <strong>1.328</strong> del complesso.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Anche il laureati triennali del 2008 hanno gli stessi svantaggi:</strong> fra quelli che lavorano, <strong>il 42% è precario</strong>, contro il <strong>40% </strong>della media nazionale; inoltre lo stipendio medio di un neolaureato in Comunicazione nel 2008 è di <strong>973 euro mensili netti</strong>, contro <strong>1.020 </strong>della media nazionale.<br />
&nbsp;<br />
<strong>Insomma, che i laureati in comunicazione siano meno richiesti è stereotipo, non realtà.</strong><br />
&nbsp;<br />
<strong>Certo, il mercato del lavoro li valorizza meno, mantenendoli più a lungo nel precariato e pagandoli meno.</strong> Ma è da oltre dieci anni che gli studenti (e i docenti) del settore della comunicazione sopportano <strong>pregiudizi negativi</strong> sul loro conto e battute del tipo «scienze delle merendine» e «altre amenità».<br />
&nbsp;<br />
<strong>Non possiamo pensare che gli stereotipi e i pregiudizi negativi non influiscano nella decisione delle imprese su stipendi e stabilizzazione del lavoro.</strong> È infatti anche a causa di questi pregiudizi che, se un’azienda fa un colloquio a un neolaureato in ingegneria bravo e uno in comunicazione altrettanto (o più) bravo, decide quasi per automatismo di pagarlo meno: l’ingegnere vale di più a priori, non perché «serve di più» all’azienda. La stessa cosa accade quando un’impresa deve decidere di stabilizzare due precari: a parità di condizioni, lo fa prima con l’ingegnere (l’informatico, ecc.) perché «altrimenti scappa».<br />
&nbsp;<br />
<strong>È anche la somma e ripetizione di queste decisioni a creare un mercato di stipendi più bassi e precarizzazioni più frequenti. </strong>E il circolo vizioso è fatto.<br />
&nbsp;<br />
<strong>In questo senso, dunque, l’uscita del ministro Gelmini è stata infelice:</strong> contribuisce ad alimentare un pregiudizio che nuoce a un profilo professionale di cui il mercato ha molto bisogno. Speriamo che, dati alla mano, l’uscita infelice possa quantomeno essere corretta.<br />
&nbsp;</span></p>
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