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	<title>Andrea Inglese &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Storia con cane</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/03/04/storia-con-cane/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2020 14:03:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[animalismo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti del cane]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Entrano distruggendo cose e, sul più bello, tra la nevrastenia di tutti, vittime sdraiate e carnefici in piedi sugli sgabelli, alla fine anche il cane prende la parola, comincia il suo discorso con un tossicchiare assorto, passa in rassegna alcuni slogan introduttivi, quello dei limoni-giallo-oro commuove anche gli imprenditori edili, poi asserisce [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Entrano distruggendo cose e, sul più bello, tra la nevrastenia di tutti, vittime sdraiate e carnefici in piedi sugli sgabelli, alla fine anche il cane prende la parola, comincia il suo discorso con un tossicchiare assorto, passa in rassegna alcuni slogan introduttivi, quello dei limoni-giallo-oro commuove anche gli imprenditori edili, <span id="more-83055"></span>poi asserisce sereno: “Che sia una cosa strana, questo lo concedo, ma non è da oggi che voi uomini desiderate cani parlanti, e anche rane, se vogliamo, rane che fanno supposizioni, e ratti con il calcolatore in mano, e fagiani ammalati, che chiedono rassicurazioni a dei medici talpa, tutto questo non fa una piega, ma quando veniamo al sodo, quando poi, io come cane, in rappresentanza di molti altri cani, anche malandati, chiedo a voi delle garanzie, dei vitalizi, delle pensioni, cose insomma di economia domestica, ma che esigono rispetto e fede, certezza nella parola data, diritti universali, accoglienza del diverso, a questo punto voi vi innervosite. C’è dentro l’uomo, anche volenteroso, una orribile, nauseante, contraddizione, dico bene?” A quel punto si alzò in piedi una vittima, era una donna a cui avevano slogato un braccio, tagliuzzato l’addome, preso a calcioni il femore, sputacchiato sulla nuca, e la tiravano in mezzo alla sala per i piedi, questa stessa povera giovane, perché in fondo avrà avuto sì e no ventotto anni, ebbene questa donna disse che il cane simulava, che era un animale di tipo paranoico, che le leggi canine sono ben più involute di quelle degli esseri umani senza un’occupazione fissa, che bisognava torcergli il collo, e davvero cercava di offenderlo mortalmente, rompendogli il cuore di dolore. Se non fosse comparso il presidente dell’associazione, se non fosse salito sul palco, assieme ai suoi amici dai capoccioni rasati, se non avesse sollevato in alto il gonfalone dei morti senza ragione, dei morti inutili, dei morti obsoleti e innocenti, non vi sarebbe stata conclusione accomodante. Dopo aver distrutto le cose, e anche i corpi con le loro conformazioni muscolari, nervose, ossee, a colpi di martello, i carnefici parlarono per ore davanti alle telecamere, sbrogliando la loro difficoltosa storia di massacratori, e presero a testimone il cane, ultimo sopravvissuto, che perorava, tra un’apologia e l’altra del buon massacro o delle giuste torture praticate dagli umani, perorava sempre, anche sottovoce, quella pensioncina, quella dose di intruglio per cani, ma garantita mensilmente, che gli fosse concessa fino al giorno della sua morte. Una vera ossessione.</p>
<p>*</p>
<p>[Immagine: Charlotte Perriand, foto, 1933.]</p>
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		<title>&#8220;Neuropa&#8221; reloaded</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2020/01/10/neuropa-reloaded/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jan 2020 06:10:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluca Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[Laurana Reloaded]]></category>
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					<description><![CDATA[[È da poco uscito, per la collana Reloaded di Laurana Editore, l’ebook di Gianluca Gigliozzi, Neuropa. Poema epicomico in prosa, la cui prima edizione a stampa risale al 2005 (per Luca Pensa Ed.). Rispetto alla versione originale il testo è corredato da 32 illustrazioni dell’autore. Qui la pagina Facebook dedicata all&#8217;opera. Pubblichiamo un estratto dell&#8217;introduzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-82065" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/neuropa-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/neuropa-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/neuropa-250x334.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/neuropa-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/neuropa-160x214.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/neuropa.jpg 469w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" />[È da poco uscito, per la collana Reloaded di Laurana Editore,<a href="https://www.laurana.it/scheda-ebook/gianluca-gigliozzi/neuropa-9788831984461-613.html"> l’ebook</a> di <strong>Gianluca Gigliozzi,</strong><em> Neuropa. Poema epicomico in prosa</em>, la cui prima edizione a stampa risale al 2005 (per Luca Pensa Ed.). Rispetto alla versione originale il testo è corredato da 32 illustrazioni dell’autore. <a href="https://www.facebook.com/Neuropa-101432214692530/?modal=admin_todo_tour">Qui la pagina Facebook dedicata all&#8217;opera</a>. Pubblichiamo un estratto dell&#8217;introduzione realizzata da <strong>Andrea Inglese</strong> per questa nuova edizione e un estratto del romanzo.]<span id="more-82059"></span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>Dall&#8217;INTRODUZIONE</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Per comprendere l’intensità, la ricchezza e l’oltranzismo narrativi che caratterizzano <em>Neuropa</em> possiamo comodamente rifarci al concetto di esperimento, a patto però di precisare che si tratta di un esperimento <em>anamnestico</em>, inteso a regolare le proprie pretese affabulatorie sui due strepitosi motori, grazie ai quali il romanzo moderno, nell’arco che va da Rabelais a Sterne, si è costituito: quello catalogante e quello digressivo. L’uno ambisce a esaurire, completare, concludere l’atto narrativo; l’altro si apre continuamente una via di fuga, rompendo cornici temporali, geografiche, tematiche. Non si parla di tecniche compositive tra le altre, ma di procedimenti che <em>fondano</em> l’estetica romanzesca. Nelle parole di Lakis Proguidis, studioso di Rabelais e del romanzo moderno, questo binomio è “non fusionale, non armonico e non dialettico”, dal momento che oscilla senza tregua e soluzione “tra la necessità e il caso, tra l’imperativo della forma e l’imperativo del caos, tra il <em>logos</em> e l’irrazionale, tra la narrazione per forza mimetica e la digressione arbitraria”. Questa anamnesi è stata realizzata – è importante ricordarlo – non da uno scrittore erudito e maturo, ma da un esordiente che per nove anni ha, con una dedizione infantile, ossia intransigente e senza calcolo, perseguito il suo disegno creativo. E come quasi sempre accade, il lettore accanito ha preparato lo scrittore furioso. Gigliozzi, innanzitutto, ha affrontato l’archivio, attraverso un dispositivo inattuale. Si è servito di un dramma teatrale del 1964, il <em>Marat/Sade</em> di Peter Weiss, in cui radicalismo politico ed estetico vanno di pari passo. Lo spunto che <em>Neuropa </em>raccoglie, facendone il quadro iniziale della narrazione, è un episodio in cui fantastico e documentazione storica coincidono: internato nel manicomio di Charenton, il marchese de Sade mette in scena il 13 luglio del 1808 uno spettacolo sulla morte di Marat avvenuta quindici anni prima, utilizzando come attori gli altri pazienti. Per Weiss è l’occasione di sondare, al di là delle specifiche circostanze storiche, lo scontro tra la visione gnostica di Sade, che lo spinge a una ribellione individuale senza speranza, e la visione millenaristica, utopica, di Marat, che crede nella violenza rivoluzionaria e nel trionfo della collettività. Se Weiss utilizza gli estremisti Marat e de Sade per leggere il Novecento delle guerre mondiali e delle rivoluzioni, Gigliozzi è interessato piuttosto a un’esplorazione genealogica, in cui dell’Età Moderna si privilegia il versante tenebroso e brutale, esemplificato dalle vicende della superpotenza spagnola nel momento del suo declino.</p>
<p>*</p>
<p>Da NEUROPA</p>
<p>di <strong>Gianluca Gigliozzi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>CARO DOTTOR BENVIAS,</em></p>
<p>nonostante siano trascorsi due anni, ancora ripenso al nostro incontro formidabile; a quel pomeriggio soave in cui mi mostraste con quella lente potentissima quali danze si svolgano in ogni minimo scampolo di materia; a quella sera deliziosa in cui voi mi narraste della passione per gli escrementi d’insetto dell’esimio Francesco Redi, di come il geniale Malpighi goda orgasmi decenti solo se accanto al letto dell’amante di turno sia collocata una tagliola che dissezioni piccoli roditori proprio al momento giusto, di come il sottile Borelli si diletti con fanciulletti di quattro anni, dei topi che Hooke usa per i suoi esperimenti all’aria aperta ad Hampton Court, e che in un’aromatica notte di giugno hanno finito per divorare sua moglie, di come molte idee decisive sulla meccanica della circolazione del sangue siano state ispirate al grande William Harvey dalla frusta a cui offre sempre volentieri schiena e fianchi, del timore dell’illustre dottor Tulp di essere trapanato nel cranio e conseguentemente fecondato attraverso questo foro minuscolo da un qualche diavolo pneumatico; timore che ammetto di condividere con quest’alto ingegno, almeno di tanto in tanto. Più che altro patisco di ignavia: recentemente, tra due fazioni in cui si è trovata divisa la mia comitiva di fatiche, non ho saputo decidermi per una delle due; la cosa non è stata ben vista, o meglio fraintesa al punto che tutti costoro, sodali o rivali, hanno supposto che volessi costituire una fazione tutta mia, onde avversarli; negare non è bastato, e così sono stato costretto a schierarmi a malincuore, perdipiù finendo nella parte che ora non è né più una parte, né più qualcosa di più di una parte, essendo rimasto della parte soltanto il Vostro, a cui per non aver parteggiato troppo, si è lasciato questa specie raffazzonata di unità che è un corpo, più o meno intero: parte più, parte meno. Sono attualmente impiegato alla fattoria di un certo Sulpician, al quale occorre uno che sappia metter mano ai libri mastri dei conti, dal momento che il curatore di codesti possenti registri è finito qualche mese fa sotto i colpi dei banditi, piaga della regione, e dal momento che qui son tutti illetterati e bravi a contare solo di falange. Nei momenti liberi penso alla vostra Utopia: una città in cui non accampa Giustizia più di quanta ne accampi adesso, ma in cui, se non altro, la merda non viene gettata per le vie, ma immessa in latrine domestiche e sospinta con un sistema idraulico attraverso condotti metallici snodantesi nelle murature, sotto gli impiantiti, fin giù sotterra, tra interstizi minerali, o a riposare presso letti di fiume, sempre al fine superiore di rigenerare le messi. Nel frattempo, ahimè, bisognerà ancora sopportare questo lezzo, e anche convincersi che dopo tutto ci s’è perfettamente abituati, al punto che la sua mancanza sgomenterebbe senz’altro</p>
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		<title>Storia con crocefissione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Dec 2019 06:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Bellini]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa conemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[prosa in prosa]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Prima molta penombra, e un movimento di telecamera esitante, come a tastoni, tra sagome più nere e chiarori. Poi la lenta panoramica sul quadro illuminato da luce naturale –una delle crocefissioni di Bellini, la più nuda e atroce – perché è un documentario d’avventura, ma anche protestatario, e quindi la telecamera si muove ora secondo l’asse decumano con cautela, mentre la voce off procede nella concitata spiegazione, usando questi esatti termini: <span id="more-81940"></span>“È questo che vogliono, tenermi sotto, tenermi dentro a tutti i costi, con le elezioni, sparano enormi e lunghe campagne elettorali da ogni luogo, soprattutto dagli Stati Uniti, ma ci sono poi le commissioni europee, e molte campagne referendarie, nazionali e locali, queste vengono introdotte a dosi variabili, ma con rifornimenti costanti sulla lunga durata, poi le guerre, quelle di devastazione civile, ne preparano sempre di nuove, e le sparano dal Medio Oriente, come minimo, e poi ci sono le offerte giornaliere, perché da noi offrono quasi tutto, ma amicalmente stavolta, dal quartiere, dal lattaio, e soprattutto mi tengono dentro con le connessioni, che ogni giorno sono più facili e numerose, e vanno accudite, perché più le connessioni sono capillari, ma salde come gomene navali, più l’indignazione e l’allegria possono circolare, più la nausea e lo scherzetto vanno e vengono, esattamente come accade a tanta materia molecolare, che se ne va e se ne viene, e noi siamo tenuti a dirlo, quanto il mondo è sporco, o quanto un cespuglio è bello, siamo tutti responsabili, nel groviglio delle connessioni, nel fronteggiare il nuovo presidente statunitense, o il nuovo scandalo vaticano, o la nuova moda sessuale dei ceti medi, fronteggiamo responsabili, con indignazione o sorriso, e tutto deve andare dentro, nelle terminazioni confessionali, connettive, ogni cosa che sale o scende, nel nostro organismo, siamo in quest’amplificazione frastornante, sotto una valanga di elezioni, di democrazia da risanare, dentro una complicazione di umori, positivi e negativi, nell’arco di pochi secondi, e sono registrati, registrabili, duplicati, partiti per tornare, ce li ritroviamo addosso, ma io metto la testa fuori, per davvero, io metto la testa fuori grazie a Giovanni Bellini, ho anche le mie armi, faccio il mio terrorismo, se mi tenete sotto, alzo la testa a colpi di legno dipinto, fottetevi per bene, perché sarò io a fottervi stavolta, la testa completamente fuori, nel silenzio più assoluto e desolato, niente misticherie, solo un pezzo di legno con sopra il colore, siete patetici, con le vostre connessioni pulseggianti, ho il mio scudo, una crocefissione, usate la legislazione d’emergenza se ci riuscite.” Alla fine, quando il monologo si spegne, sembra una crocefissione lunare. Proprio nel momento del più completo e mortale silenzio, con appena percepibile un ronzio di vecchia bobina, la crocefissione non ha più niente di terrestre, come fosse ambientata non sul Golgota ma sui monti Leibniz, presso il polo sud della Luna, in una glaciale, polverosa, desolazione extraterrestre.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo racconto è uscito nell&#8217;ultimo numero di &#8220;Sud&#8221;]</em></p>
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		<title>Storia con maiali</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/11/19/storia-con-maiali-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Nov 2019 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Houdini]]></category>
		<category><![CDATA[maiali]]></category>
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		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese C’è un gran tramestio di maiali, entrano, si guardano intorno, si vede, ma proprio si vede che non gliene frega niente di niente, ma si siedono comunque, che poi, magari, nemmeno maiali, per davvero, anche se l’aspetto ce l’hanno, è più una metafora o una carnevalata. Si alzano, e si vede, ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-81189" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/metamorphoses-18-grandville-300x203.jpg" alt="" width="300" height="203" />di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p>C’è un gran tramestio di maiali, entrano, si guardano intorno, si vede, ma proprio si vede che non gliene frega niente di niente, ma si siedono comunque, che poi, magari, nemmeno maiali, per davvero, anche se l’aspetto ce l’hanno, è più una metafora o una carnevalata.<span id="more-81340"></span></p>
<p>Si alzano, e si vede, ma da subito, che non sono contenti. Sono prontissimi al litigio. Si guardano intorno con facce da maiali. Magari è tutta un’attribuzione a sfondo razzista, è gente per bene, di origine modesta, ma gente che vive dignitosamente, gente che non ha mai perso la dignità, anche con quei gruzzoletti in banca, con quei soldini nascosti nella credenza, l’orticello comunale, che gli permette però di risparmiare sulle carote, sui cavolfiori e le zucchine, gente anche gentile, non eccessivamente elegante o atletica, magari sono anche vecchi, allora questa storia di trattarli da maiali, è un’esagerazione. Ma proprio quando ci siamo tutti convinti di questo, che abbiamo trasfigurato la realtà, che è stato il punto di vista satirico, e anche un po’ sadico, che davvero abbiamo mancato di rispetto a gente così dignitosa, quelli si rivelano di nuovo dei porci, si mettono a sputare per terra e fanno scene madri. Le scrofe del gruppo piangono e si strappano i capelli. Gli uomini minacciano i passanti.</p>
<p>A questo punto, entro io e canto una bella canzone. Faccio un po’ come Enzo Jannacci o Domenico Modugno, utilizzo tutta la mia voce, e diffondo intorno a me il bel canto italiano. Poi gli faccio pure il numero di Houdini. Mi faccio mettere dal più maiale di tutti certi catenacci addosso. Poi chiedo, però, soccorso, anch’io mi metto a piangere, e supplico tutti quanti in ginocchio di liberarmi, di tirare fuori le chiavi, che c’ho mio figlio piccolo da andare a prendere all’asilo, perché così incatenato è fuor di dubbio che io fallisca. E si capisce subito che non sono mica tutti maiali. Le scrofe per prime sono commosse, che sono poi delle brave donne con le calze color sabbia, e le gonne di lana grossa, anche se è ancora settembre, sembra pure un po’ esagerato, ma questa è gente spartana, ma anche empatica, pronta al servizio. Si chinano e mi mettono un panno bagnato sulla fronte per rinfrescarmi, ma proprio dovete andare a cagare voi e il vostro panno, gli rispondo allora io, che ho un figlio molto piccolo da andare a prendere, avrà circa tre o quattro anni, ed esce dall’asilo, forse è persino già alla scuola materna, ma rimane un grande imbranato, anche per la sua età precoce, quello esce di fuori, lì, sul marciapiede dell’asilo, e cosa si trova davanti, come metafora della società in cui vive e vivrà ancora per molti anni a venire, si trova il deserto, il tradimento del padre, che non c’è, perché degli schifosi maiali come voi l’hanno ridotto in catene, e non hanno capito che io scherzavo, perché si vede anche benissimo che sono un tipo mica serio, che sono un allegrone. Quindi mio figlio è là, senza sua madre, che spero abbia un vero alibi produttivo, e non uno schifoso alibi sessuale, tipo che si faceva trombare dal verduraio.</p>
<p>Poi tutta questa faccenda viene risolta, anche molto serenamente, e rapidamente. Non entro per ora nei particolari. Mi obbligano però a pulire il loro vecchio frigo e a dire ad alta voce per cinque o sei volte: “Il maialone sbandato sono io.”</p>
<p>Quando torno in strada, mi ricordo che di figli non ne ho mai avuti, e intorno a me camminano dei tipi molto eleganti, quasi tutti in impermeabile, ma di taglio ungherese, o di tinta ungherese, non so, ma hanno grandi code fulve, questi tizi che mi stanno intorno, e faccette da volpi. A meno che non sia di nuovo un’intricata metafora a sfondo razzista. Vorrei anch’io guardarmi allo specchio dopotutto, magari sono pure io l’allegoria, con zampe e pelame, di qualche sporco vizio umano. Oppure, con la mia faccia sbarbata, i capelli soffici sul cranio, il mio naso affilato, che sembro persino David Bowie oggi, magari proprio così umano, non sono che un’allegoria ancora una volta, ma di un vizio animale, una qualche incontinenza da tricheco, o una brutalità di faina, per questo sembro così bello e alla moda, così londinese, un figurino.</p>
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		<title>Difficoltà di una poesia politica, ossia di una poesia non consolatoria</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/11/14/difficolta-di-una-poesia-politica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Nov 2019 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[catastrofismo]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Kitsch]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia e politica]]></category>
		<category><![CDATA[poetiche]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Questo articolo è apparso sul n° 22 della rivista digitale L&#8217;Ulisse, numero dedicato a lirica e società, e poesia e politica. Partecipavo a una lettura collettiva all’Esc di Roma, organizzata se ben ricordo in occasione della presentazione dell’antologia Poeti degli anni Zero curata da Vincenzo Ostuni. Lessi qualche testo dal libro Lettere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-81489" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Atelier-van-Lieshout-300x286.jpg" alt="" width="300" height="286" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Atelier-van-Lieshout-300x286.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Atelier-van-Lieshout-250x238.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Atelier-van-Lieshout-200x190.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Atelier-van-Lieshout-160x152.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/Atelier-van-Lieshout.jpg 500w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Questo articolo è apparso sul n° 22 della rivista digitale <a href="http://www.lietocolle.com/2019/10/lulisse-n-22-lirica-societa-poesia-politica/?fbclid=IwAR3qveqsRGCEFsqZhQqT4cvGRxWG8M99nYMk6g">L&#8217;Ulisse</a>, numero dedicato a lirica e società, e poesia e politica.</em></p>
<p>Partecipavo a una lettura collettiva all’Esc di Roma, organizzata se ben ricordo in occasione della presentazione dell’antologia <em>Poeti degli anni Zero</em> curata da Vincenzo Ostuni. Lessi qualche testo dal libro <em>Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato</em>. Dopo le letture ci furono anche degli interventi critici, e ne ricordo uno di Francesco Muzzioli, che reagiva a caldo e si felicitava, tra le altre cose, del “ritorno” di temi sociali, come quello della “disoccupazione”. Naturalmente in quel contesto era inevitabile rischiare questo tipo di malintesi. <span id="more-81345"></span>Non vi erano le circostanze per realizzare, così su due piedi, una lettura critica approfondita dei testi presentati. Però il malinteso è sintomatico, perché mostra in quale maniera, secondo me, non si dovrebbe porre il rapporto tra <em>poesia </em>e <em>politica</em>. Nel caso specifico che ho citato, non è la semplice presenza del tema della disoccupazione (giovanile? strutturale?) che può eventualmente fornire una qualche forma di <em>politicità </em>al testo. Non sono gli scottanti, dibattuti, suscitatori di interventi governativi o di proteste di piazza, “temi del giorno”, rintracciabili in un testo poetico, a rendere quest’ultimo interessante da un punto di vista politico. Non basterà ficcare, nelle strofe di una poesia, delle figure di immigrati alla deriva, donne maltrattate dai mariti o fattorini di pizze per associare gesto poetico e gesto politico. Non sto dicendo con questo che non abbia <em>mai </em>senso farlo, che in poesia non si dovrebbe parlare esplicitamente di cose che ci indignano e sollecitano atteggiamenti di rivolta. Bisognerebbe capire, però, <em>perché</em> lo si fa, e <em>cosa</em> esattamente si pretende di fare, scrivendo certe cose. Cosa potrebbe dire la poesia su questi personaggi o di queste esperienze d’attualità, che un’inchiesta giornalistica, uno studio sociologico, un documentario di denuncia non potrebbe dire <em>meglio</em>?</p>
<p>Innanzitutto, forme collettive di attività e lotta politica esistono già sempre, prima che il poeta prenda solitariamente in mano la penna o avvicini le sue dita alla tastiera. Queste forme possono essere adeguate o meno, soddisfacenti o meno, ma sono <em>politiche</em> perché hanno la pretesa di agire nello spazio comune e pubblico, e di incarnare, attraverso questa azione, certi significati e valori, che non sono per forza riconosciuti come importanti e legittimi in quello spazio. Nell’azione politica, gli atti vogliono avere dei significati, e dei significati vogliono essere supportati dagli atti. Chi è interpellato da “questioni sociali”, da questioni di rilevanza politica, in quanto poeta, dovrebbe avere almeno <em>cognizione</em> di quello che, storicamente, nelle circostanze in cui scrive, si sta giocando sul piano delle azioni politiche già esistenti. Vi è un’intelligenza delle azioni sul campo, e delle analisi che l’esito di tali azioni suscitano, che non può essere ignorato da chi scrive su certi argomenti, poco importa se ciò appartiene direttamente alla sua esperienza o meno. Questa è una prima dimensione di politicità che un testo poetico può avere, ossia la consapevolezza di colui che lo scrive di trovarsi dentro un <em>orizzonte storico</em>, non per forza terso e nitidamente disegnato, ma solcato da forze e conflitti di natura politica.</p>
<p>Posto che questa cognizione dell’orizzonte storico esista, che cioè non siano in gioco semplicemente dei <em>significati</em> che si tratterebbe, come attraverso un rituale solitario, di celebrare in forma di parole sulla pagina, posto quindi che si sappia che tali significati, prima di venire alla mente o di sorgere nel cuore del poeta appartato, sono già stati <em>messi alla prova</em> nelle circostanze materiali della vita collettiva, allora si tratta di capire quale prospettiva politica accompagni e strutturi lo sguardo del poeta. Nulla ci dice che la parola poetica debba essere progressista, che debba essere profondamente democratica o egualitaria. Possiamo immaginare poeti che hanno il culto dei confini nazionali, poeti che credono nel buon governo degli esperti, poeti che rimpiangono società più ordinate e autoritarie.</p>
<p>La poesia, insomma, non deve per forza essere progressista, né secernere alcuna politicità intrinseca per il solo fatto di essere una forma di comunicazione culturale destinata alla scarsa vendibilità e popolarità. Lo scrivere per pochi, il produrre un testo pubblico al di fuori della forma merce non rende di per sé quel testo particolarmente politico. Nell’intervento di Benoît Casas, poeta e editore francese, intitolato <em>Poesia &amp; politica</em>, si parla addirittura di <em>impostura</em>, per indicare la troppo facile e frettolosa identificazione di scrittura e azione politica. In passato, ho parlato in termini simili di un uso metaforico del termine “resistenza”. Chi scrive poesia, tende spesso e volentieri a proclamarsi “resistente”, attribuendosi in questo modo una dimensione politica, per altro del tutto indeterminata.</p>
<p>Tra le famiglie di poeti, invece, che rivendicano una cognizione <em>determinata</em> dell’orizzonte storico, e che situano la loro parola poetica all’interno di esso, bisogna citarne almeno due che esplicitamente rivendicano legami con la tradizione democratica e egualitaria del passato Novecento. La prima di queste famiglie è quella che definirei dei poeti <em>catastrofisti</em>. Questi ultimi sono convinti dell’irrilevanza dei conflitti che solcano la vita collettiva, dal momento che un qualche “Spirito dell’epoca” avrebbe già chiuso tutti i giochi. Al poeta rimarrebbe allora un ruolo comunque privilegiato: quello di dire con solitario coraggio ciò che, collettivamente, per amore delle illusioni, la velleitaria agitazione politica non riesce a dire. Qui la cognizione dell’orizzonte storico diventa cognizione di una sua presunta struttura definitiva, che l’occhio del poeta vede al di sopra della massa. La seconda famiglia la definirei dei poeti <em>cinico-nichilisti</em>. Se i poeti catastrofisti, in virtù di una loro chiaroveggente analisi vedono il fallimento necessario delle <em>azioni</em> che nello spazio pubblico abbracciano progetti di emancipazione collettiva, i poeti cinico-nichilisti vedono minati d’inautenticità tutti i <em>significati</em> che il poeta potrebbe esprimere e comunicare, assumendo la postura solitaria della lucidità e del disincanto. Il poeta catastrofista giudica il mondo a parole, il poeta cinico-nichilista giudica le parole del mondo.</p>
<p>Queste due tipologie di poeti definiscono in realtà le principali opzioni a cui si confrontano oggi le scritture consapevoli di muoversi: a) in un orizzonte storico e b) di inserirsi in una tradizione di pensiero critico e di lotte sociali. Poco importa che a questa partizione corrispondano delle scelte individuali specifiche, dei nomi d’autore specifici, esse si presentano a chi scrive come due polarità quasi inevitabili che definiscono il possibile nesso tra poesia e politica. Potremmo dire in altri termini che il catastrofismo (lo scetticismo radicale nei confronti delle azioni collettive di trasformazione e miglioramento del mondo) e il cinismo (lo scetticismo nei confronti dei significati che individualmente o collettivamente possono essere prodotti nelle varie forme di comunicazione, letterarie o extraletterarie), sono i due principali contravveleni contemporanei nei confronti della <em>poesia edificante</em>, da un lato, e della poesia <em>kitsch</em>, dall’altro. Ma poesia edificante e poesia kitsch non fanno in fondo che rientrare in una categoria più generale, che potremmo chiamare la <em>poesia consolatoria</em>. La poesia consolatoria è certo quella che recide, in qualche modo, ogni possibile legame tra poesia e politica, in quanto pone l’espressione dei significati al di qua o al di là di ogni orizzonte storico. È consolatoria l’idea che, nella coscienza individuale del poeta, si possano trovare espressioni dense di significato, che sono miracolosamente sottratte ai guasti della storia, ossia ai guasti delle azioni e delle espressioni linguistiche collettive.</p>
<p>Ora, pur essendo anch’io, in quanto <em>poeta politico</em> nel senso precedentemente indicato, armato di catastrofismo e di cinismo, e in perenne lotta contro il demone (retorico o lirico) della consolazione, vorrei comunque evidenziare un paradosso. I contravveleni citati rischiano di produrre delle forme più subdole di poesia consolatoria, in quanto alla fine sia il catastrofismo che il cinismo sono forme di <em>neutralizzazione</em> non tanto dell’orizzonte storico, ma della sua costitutiva apertura, ossia dell’imprevedibilità dell’azione e dell’espressione linguistica. Il motto di entrambi gli atteggiamenti, se li semplifichiamo in forma un po’ caricaturale, è: <em>non ci sono sorprese</em>, quindi non si rischia di essere spiazzati, non si rischia mai l’impostazione edificante della voce, o l’espressione inconsapevole dello stereotipo. Non si rischia mai la vuota enfasi né l’ingenuità. Il crollo dei sogni d’emancipazione collettiva ci ha vaccinato rispetto a qualsiasi traccia residua di ribellismo. Abbiamo guadagnato la rocca incrollabile della lucidità, da cui lo sguardo impotente tutto abbraccia. In qualche modo è una bella consolazione. Rischiamo, a forza di non aspettarci sorprese, di tacitare per bene il corpo, e tutte le sue terminazioni erotiche ed empatiche, per assumere una postura neo-solipsista. Il caos del mondo non deve travolgere colui che dice i significati. Quanto a colui che irride, invece, in modo aprioristico qualsiasi pretesa di significato, in quanto considera che tutto è stata ampiamente mercificato, reificato, spettacolarizzato, si mette a sua volta al sicuro. Su questa attitudine è intervenuto Jacques Rancière in un suo saggio del 2008 <em>Le spectateur émancipé</em>. Rancière si riferisce qui a una strategia ormai ben rodata nel mondo delle arti plastiche: “film pubblicitari parodiati, manga manipolati, suoni disco trattati, personaggi dello schermo pubblicitario trasformati in statue di resina o dipinti alla maniera eroica del realismo sovietico, personaggi di Disneyland trasformati in perversi polimorfi (…)”<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Il risultato di questo atteggiamento che si vuole critico, “politico”, rischia di essere però: “una sovversione della macchina dell’<em>entertainment</em> che è indiscernibile dal funzionamento di questa macchina stessa. Il dispositivo si nutre allora dell’equivalenza tra la parodia come critica e la parodia <em>della</em> critica”<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Sul piano delle strategie di scrittura, il dispositivo cinico-nichilista dissocia una volta per tutte l’io biografico, storico, dai suoi enunciati, in modo tale che l’uno non subisca il destino di derisione e autoannullamento degli altri. L’io dell’autore è stato messo in salvo, è stato esfiltrato, in modo da non subire la dispersione e la deriva dei significati. Qui al posto dello sguardo soggettivo e denso di significati del poeta catastrofista, domina il mondo, ma come puro teatro d’ombre. E anche questa è una bella consolazione. Non si rischiano imbrogli, sfilacciamenti, porosità, circolazioni sospette tra dentro e fuori, tra l’io e il mondo, tra la parola individuale e quella collettiva, tra la finzione e la realtà.</p>
<p>Vorrei tornare ora all’esempio delle <em>Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato</em>. In quel libro del 2013, ho usato una figura sociale, storica, quella del disoccupato, e l’ho messa in relazione con l’istituzione che dovrebbe <em>curarsene</em>. Il contravveleno cinico-nichilistico mi ha aiutato a prendere le distanze da tutta una serie di significati che intorno a quella figura circolavano spontaneamente. E un atteggiamento ironico ha subito distanziato gli enunciati alla prima persona e il legame direttamente autobiografico con la figura dell’autore. Quest’operazione non si è però limitata a stilare un inventario più o meno fedele, o al contrario distorto ed esagerato, di stereotipi linguistici connessi con la figura del disoccupato. In quella figura già ampiamente costruita dagli altri, socialmente, mediaticamente, ho voluto riversare delle personali ossessioni amorose e di felicità. Ho provocato appositamente un malinteso tra meditazioni esistenziali, epistolario erotico, e denuncia sociale. In questo tentativo di far cortocircuitare la portata politica e sociale della condizione di disoccupato con una smania erotica privata e un rovello esistenziale, c’è la speranza di cogliere qualcosa di nuovo e di diverso nelle nostre vite, e quindi di <em>dire</em> <em>qualcosa di nuovo e di diverso</em> sul nostro modo di amare, o di aggirarsi senza salario nel mondo, o di sognare diversamente l’amore e il lavoro, ben al di là della rinuncia ai sogni collettivi d’emancipazione. Non si tratta, qui, ovviamente, di suggerire una sorta di ricetta né della buona poesia né della poesia veramente politica. Né, tanto meno, si vuole proporre una qualche fantomatica sintesi tra il contravveleno catastrofista e quello cinico-nichilista, così come ho tentato di definirli. Voglio solo ribadire questo elementare fatto, o se vogliamo questa fondamentale scommessa: la poesia non consolatoria, ossia la poesia politica, è ancora in grado di veicolare forme di <em>conoscenza del mondo e delle persone</em>, attraverso la capacità di ascolto e descrizione degli oggetti, degli eventi, degli affetti. Il suo destino, insomma, non è per forza schiacciato sull’opzione catastrofista o su quella cinico-nichilista. Se tutti quanti, in qualche modo, siamo obbligati a passare per queste due forme di decostruzione o di offensiva critica, non siamo però condannati a rimanerne ipnotizzati.</p>
<p>I testi di Stéphane Bouquet, di Benoît Casas e di Marielle Macé, che ho raccolto e proposto all’<em>Ulisse</em> per la sezione relativa alle voci straniere, sono da considerare in qualche modo come un prolungamento di questa mia riflessione. Non si tratta di approcci del tutto sovrapponibili e convergenti, ma costituiscono per me tre punti diversi di sfondamento delle visuali e delle posture che dominano le scritture contemporanee di poesia. Di Casas ho già fatto cenno. La sua mi pare una lucidissima disanima sui malintesi possibili che emergono nel tentativo di confrontare i termini “poesia” e “politica”. Di Bouquet mi preme il cortocircuito oggi così apparentemente inattuale tra eros e rivoluzione. Eppure proprio privilegiando il punto di vista omoerotico, al di fuori dell’odierna normalizzazione e istituzionalizzazione dei legami omosessuali, qualcosa di fondamentale viene detto sulle potenzialità “pubbliche”, “collettive”, “politiche”, dell’eros individuale. Potenzialità che la parola poetica, storicamente, ha espresso in modo molto più tempestivo rispetto alla parola politica. Infine, vi è l’intervista di Marielle Macé, studiosa anomala di letteratura che vuole leggere la poesia di oggi e rileggere quella di ieri sul terreno degli attuali conflitti politici, convinta che questo avvicinamento di scrittura e lotte sia fecondo sia per il pensiero che per l’azione. Macé ci ricorda che, in un contesto di palese negazione della sensibilità e della potenza terrestre, la parola poetica, persino quella della tradizione lirica, <em>dando la parola al mondo</em>, acquisisce inevitabilmente una valenza politica contestataria. Se la politica e la propaganda inaugurata dall’amministrazione Trump segnano il punto attualmente più estremo della negazione non solo del riscaldamento globale, ma anche della semplice idea che il pianeta possa <em>essere affetto</em> dalle società umane e possa scatenare reazioni distruttive nei loro confronti, ogni scrittura volta a sondare e cogliere <em>la sensibilità e la potenza terrestre</em> funge, nel contempo, da implicito manifesto politico. Macé ci invita a considerare che la <em>descrizione del mondo</em> non è semplicemente un compito dello scienziato, sia esso sociale o naturale, ma una posta in gioco politica. Descrivere il mondo, i suoi profili, le sue forme di vita, significa rafforzare l’esistenza di certe cose a scapito dell’esistenza di altre, e in questo lavoro di reperimento e di potenziamento di ciò che vale la pena di difendere, di fare, di essere, anche la poesia ha, politicamente, qualcosa da dire.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Jacques Rancière, <em>Le spectateur émancipé</em>, La fabrique, 2008, p. 76, traduzione mia.</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> <em>Ibidem</em>, p. 77.</p>
<p>*</p>
<p>[Immagine di Atelier Van Lieshout]</p>
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		<title>Franco Cordelli, il critico militante come recensore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2019 06:00:41 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-81418" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/cordelli-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" />[Pubblico in una versione più estesa, un articolo apparso su &#8220;Alias&#8221; del 3/11/2019, con il titolo &#8220;Atletica della lettura, cioè ripensamento&#8221;]</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando nel 1997 esce <em>La democrazia magica. Il narratore, il romanziere, lo scrittore</em>, Franco Cordelli ha già alle spalle <em>Partenze eroiche</em> del 1980, altro libro di genere saggistico, che avrebbe però, a detta del suo stesso autore, il limite di essere una mera <em>collezione </em>di interventi critici, ognuno concluso in sé e autosufficiente. <span id="more-81184"></span><em>La democrazia magica</em>, invece, pur raccogliendo di nuovo articoli e saggi scritti durante gli anni, è animato dall’ambizione di organizzare il molteplice secondo una prospettiva unitaria. Cordelli sostiene ora di tenere assieme il suo materiale con maggiore maturità e compattezza strategica. A ciò si aggiunga la convinzione, ben sottolineata nella prefazione, secondo cui egli si sarebbe liberato “dall’ossessione del romanzo”. In lui, d’altra parte, il critico non può mai essere del tutto disgiunto dal romanziere. Il tormentato rapporto con il genere romanzesco, infatti, è qualcosa che attraversa la sua duplice attività, di critico militante, e di autore di libri editorialmente assimilati al genere “romanzo”, ma che romanzi non sono del tutto o non vogliono essere. Insomma, Cordelli si dirige verso il nuovo millennio, consapevole di aver limitato il rischio di dissipazione e erraticità della sua prosa saggistica, e di essersi lasciato alle spalle l’ingiunzione superegoica, propria del modernismo letterario, di praticare il romanzo come forma privilegiata di conoscenza. Dopo cinque anni appena, però, per Le Lettere escono simultaneamente due corpose raccolte d’interventi, <em>La religione del romanzo</em>, a cura di Enzo Di Mauro, e <em>Lontano dal romanzo</em>, a cura di Massimo Raffaeli. Stando alla forma e ai titoli di questi libri del 2002, le buone intenzioni del Cordelli di <em>La democrazia magica</em> sembrano essere già abbandonate.</p>
<p>Oggi Theoria pubblica la sua quinta e sesta raccolta di “scritti letterari”, <em>Un mondo antico</em>, con postfazione e cura di Domenico Pinto, e <em>Il mondo scintillante</em>, curato da Enzo Sallustro e chiuso da uno scritto dello stesso autore. Ebbene? Lo scrittore che adesso è Cordelli ha sconfitto alla fine i suoi demoni, ridimensionando il suo interesse per il romanzo, dato per morto negli anni Settanta e risorto come nuovo circa un decennio dopo? Ha eluso i rischi di dissipazione, che la sua vocazione di critico militante assoldato dal giornalismo culturale paventava? Dei 113 interventi di <em>Un mondo antico </em>e dei 124 del <em>Mondo scintillante</em>, la maggior parte sono articoli usciti per “Il Corriere della Sera” e per il suo supplemento culturale “La Lettura”. E quasi tutti sono stati dedicati alla recensione di romanzi, che fossero prime edizioni o nuove edizioni di opere già apparse. D’altra parte, se il romanzo come genere campeggia ancora al centro del suo lavoro critico, Cordelli non l’ha mai neppure ripudiato seriamente come autore. È solo del 2016 <em>Una sostanza sottile</em>, romanzo stregante per intelligenza, ritmo compositivo, e rovello saggistico, dentro una lingua cristallina e impeccabile.</p>
<p>In realtà, negli attuali volumi sono proprio sia la quantità sia la brevità dei pezzi a fare la differenza. Sono questi aspetti che definiscono il profilo di “militanza critica” che più si addice a Cordelli. Dobbiamo, però, sancire il pieno fallimento del suo programma di fine secolo: nessuna democrazia dei generi e nessuna architettura saggistica ad ampie campate. <em>Un mondo antico </em>e <em>Il mondo scintillante</em> non sono altro, per lo più, che raccolte di <em>recensioni</em> dell’unico genere letterario, il <em>romanzo</em>, che l’editoria, il pubblico, la cultura dominante reputano universale. In questa apparente fragilità di risultati, o addirittura rinuncia, bisogna cogliere il punto di forza, e il carattere eccezionale, dell’opera critica di Cordelli.</p>
<p>Innanzitutto, abbiamo il caso di uno scrittore dalla duplice vocazione, romanzesca e critico-saggistica, alle prese con tutte le <em>contraintes</em>, i vincoli, del giornalismo culturale, e sappiamo quanto un tale rapporto sia difficile: l’arte del saggio o del romanzo e il mestiere giornalistico viaggiano non solo su binari diversi, ma spesso anche in direzione opposta. Nel Novecento, tra letteratura e giornalismo, non si dà solo una relazione più o meno intensa e opportunistica, ma anche l’occasione di manifestare aperta inimicizia. La parola sull’attualità che il giornalista tesse di giorno, il romanziere disfa di notte nelle sue esplorazioni intorno al reale. Ma vi sono stati casi esemplari, in cui la potenza dello scrittore ha stabilito, a differenza di quanto generalmente accade, un compromesso al rialzo nei confronti dei limiti imposti dalla comunicazione giornalistica. Penso, ad esempio, alla collaborazione settimanale di George Orwell per <em>Tribune</em> con la rubrica <em>Come mi pare</em> (<em>As I please</em>) durante gli anni cruciali che vanno dal 1943 al 1947. In piena guerra mondiale, con la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica che sostengono ancora da sole, e in un’alleanza forzata, l’impegno bellico maggiore contro il nemico nazista, Orwell prende di striscio l’attualità, commenta piccoli episodi quotidiani, si occupa dell’uso della lingua, ecc. L’esercizio giornalistico in Orwell era motivato da una finalità politica, quello di Cordelli, in tutt’altro contesto storico, lo è da una finalità letteraria, ma con ricadute inevitabili anche sul piano etico e politico. Quello che rende a miei occhi pertinente il paragone, pur nei contesti storici così diversi, è lo scontro tra intelligenza e caso, tra la monotonia di certe ossessioni e la varietà dei materiali e dei fatti su cui esse si esercitano, tra l’antidogmatismo dell’autore e le certezze del lettore, e tutto questo scandito dalla routine professionale (una certa quantità di battute in cambio di una certa somma di denaro). Cordelli, insomma, ha realizzato in questi anni una delle più efficaci e lucide forme di critica militante <em>in quanto recensore</em>, e lo ha fatto strappando il genere della recensione non solo al destino di genere minore, ma anche di genere irrilevante, in quanto forma di giudizio sempre più parassitata da esigenze di marketing editoriale.</p>
<p>Per che cosa, allora, milita il critico Franco Cordelli? Sul fronte del giornalismo culturale, egli combatte contro la pigrizia dell’intelletto e le letture distratte. Lo scriveva già in un pezzo di <em>Lontano dal romanzo </em>dedicato a Flaiano, “il male del giornalismo” è quello “di pensare per eredità ricevute, per frasi fatte, per convenzioni”. Il critico militante, quindi, in veste di giornalista, nuota costantemente controcorrente, intralcia la pacifica circolazione degli stereotipi culturali. Ma non è questo l’unico fronte lungo cui si definisce e distingue la sua pratica. Sul fronte del saggismo accademico, egli combatte gli eccessi dell’intelletto, la sua <em>h</em><em>ỳ</em><em>bris</em>, che per amore di sistema, di pulizia, di completezza, o di solidità dottrinaria, tende a canonizzare, da un lato, a dovuta distanza dalle opere, o a prodursi in cartografie ortogonali del contemporaneo. Come ha sottolineato Domenico Pinto, nella sua postfazione a <em>Un mondo antico</em>, Cordelli “sfugge alla dittatura della formula, per non dire della dimostrazione, sviluppando invece una misura di non finito e ripensamento che sono lo stigma, il ritmo della sua prosa, fatta di continui rovesciamenti di idea, fino all’abbandono e alla smentita.” Di questo, l’autore stesso è ben cosciente, perché già nelle pagine di <em>Democrazia magica</em> considera la propria scrittura saggistica priva “di qualsivoglia linearità. Procede a strappi, in modo sussultorio, in una parola: in modo emotivo. Pure, si tratta di discorso.”</p>
<p>Vi è qui qualcosa di unico nel panorama italiano, uno stile critico che coniuga, da un lato, uno sguardo panoramico su di un paesaggio intimamente conosciuto e definito da una quantità di punti di riferimento indiscutibili, e, dall’altro, un sentimento che è attraversato da continui trasalimenti e inquietudini, poiché il moto storico, aperto e caotico, e l’incompiutezza della vita del critico, costantemente minano ogni immagine fissa che ci siamo fatti dell’opera, o dei valori che essa dovrebbe incarnare. Questa oscillazione tra prontezza del giudizio, e sua repentina fragilità, tra impressionante ampiezza di letture, e rinnovata ignoranza, non solo rende il gesto critico di Cordelli quasi abnorme rispetto a quello giornalistico, inteso soprattutto a motivare i lettori – non a destabilizzarli con dubbi e ripensamenti –, ma anche rispetto a quello accademico, che deve esibire un sapere più platonico che socratico, ossia definitivo e ben strutturato. Ciò costituisce il suo punto di forza che è innanzitutto anti-ideologico, nel significato marxiano di contrasto e critica nei confronti del discorso dominante, e nel significato che poeti come Williams Carlos Williams o Francis Ponge potrebbero dare a un tale termine, di priorità nei confronti delle cose e della loro diretta esperienza rispetto allo scintillio disincarnato dell’idea. Questo secondo aspetto è particolarmente importante in sede di critica, in quanto rende immune la scrittura di Cordelli non solo da mode e gerghi intellettuali di matrice universitaria, ma più in generale da ogni catechismo, fosse pure quello dello studioso variamente progressista, che finisce per affrontare la complessità dell’opera letteraria con il goniometro etico-politico.</p>
<p>L’universo del romanzo, che sia quello dell’epoca eroica (il mondo <em>già</em> “antico” del Novecento), o quello attuale (“scintillante” e novissimo nelle pretese), non appare mai in Cordelli nella bidimensionalità della mappa urbanistica o catastale, ma come <em>una selva </em>a molteplici dimensioni, dove ogni opera emerge nell’intreccio di influenze con altre opere e stratificata da letture precedenti, in modo tale che non si legge mai un libro se non attraverso altri libri, e non lo si critica se non rispondendo ad altre critiche. Recensire <em>Bussola</em> del francese Mathias Enard comporta, allora, rettificare, smontandola come “risentita”, la stroncatura di Nicola Gardini al medesimo romanzo, trovare adeguate parentele (Lawrence Durrell), contrappore due estetiche del romanzo (Beckett contro Lukács), rileggere opere precedenti dell’autore francese (<em>Zona</em>) alla luce di apprezzamenti formulati da un altro autore italiano (Giuseppe Genna). A volte, però, è il Cordelli attuale che se la prende con il se stesso passato, criticando freddezze e diffidenze, grazie al mutato contesto di lettura.</p>
<p>A chi, a questo punto, chiedesse delle istruzioni per l’uso allo scopo di affrontare “serenamente” tale profusione di titoli, nomi, percorsi, rimbalzi, risponderei con le parole che Giuseppe Montesano ha premesso alle milleottocento pagine del suo volume <em>Lettori selvaggi</em>, uscito per Giunti nel 2016: “È un libro che si usa come si vuole, e come si può. Si comincia dal primo rigo o dal decimo, a metà di una pagina o a partire da un nome, per curiosità o a caso, si legge una pagina o cinque, si apre, si chiude, si riapre: secondo l’umore, secondo il piacere.” (A quest’opera di Montesano, ne assocerei un’altra che, per voracità conoscitiva, mi ha fatto pensare a <em>Un mondo antico</em> e <em>Il mondo scintillante</em> di Cordelli. Mi riferisco a <em>Un dialogo infinito </em>di Massimo Rizzante, uscito nel 2015 per Effigie.) In conclusione, questi due volumi vanno considerati come una magnifica palestra in cui ogni scrittore, romanziere o saggista, possa confrontarsi con l’atletica della lettura e del giudizio di Cordelli, imparando ad eseguire con lui (o magari contro di lui) i più spregiudicati esercizi. Ciò vale ancora di più per il semplice lettore, che sarà invitato a un andirivieni costante tra l’intrico dei testi e lo spessore dell’esistenza senza che mai gli sia concesso l’alibi della medietà o, all’opposto, quello dell’erudizione sazia di sé.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>N come noncuranza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Oct 2019 05:00:08 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[noncuranza]]></category>
		<category><![CDATA[Parigi è un desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo pezzo è uscito sulla rivista &#8220;Qui Libri&#8221; di settembre. Mi è stato chiesto di scegliere una parola che testimoniasse in qualche modo, stilistico ma anche tematico, per la scrittura del romanzo Parigi è un desiderio. In coda al pezzo, un breve estratto del romanzo.] di Andrea Inglese &#160; La noncuranza è il paradiso degli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80932" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/a-bout-de-souffle-300x261.jpg" alt="" width="300" height="261" />[Questo pezzo è uscito sulla rivista &#8220;Qui Libri&#8221; di settembre. Mi è stato chiesto di scegliere una parola che testimoniasse in qualche modo, stilistico ma anche tematico, per la scrittura del romanzo <em>Parigi è un desiderio. </em>In coda al pezzo, un breve estratto del romanzo.]</p>
<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La noncuranza è il paradiso degli ansiosi, e l’età dell’ansia è la nostra, contemporanea, senza scampo, in costante precipizio di nuove prestazioni. <span id="more-80924"></span>Le angosce esistenziali, i mali del vivere, i turbamenti metafisici, tutto questo armamentario di solenni emozioni lo abbiamo lasciato nel secolo scorso. Noi siamo soprattutto multiansiosi così come i nostri oggetti sono multifunzionali. Sommiamo, ibridiamo, intrecciamo le ansie, perché dobbiamo soprattutto, oggigiorno, <em>far fruttare noi stessi</em>. La felicità non basta, neanche una relativa serenità, disseminata di qualche gioia intensa. Dobbiamo fare qualcosa di molto importante, di efficace, di prezioso di <em>noi stessi</em>, mica basta avere dell’ovvio successo professionale. Come amanti dobbiamo essere superlativi e aggiornati, perversi da far schifo, ma rispettosi e ligi allo specifico contratto erotico stipulato. Come genitori dobbiamo essere carismatici ma consapevoli, affettuosi ma dialogici, democratici con ferma autorevolezza. Come consumatori, dobbiamo darci dentro per la crescita economica, ma garantendo durabilità del complesso florale e faunistico, equità di scambi internazionali, imbustamento biodegradabile, repressione del lavoro minorile. Come votanti, non dobbiamo essere né buonisti né nazisti, né filotecnocrati né filopopulisti, né di destra né di sinistra, dobbiamo volere più ma anche meno Europa, dobbiamo essere solerti e assidui nel voto, senza votare nullo, ma neppure votando a casaccio. Dobbiamo essere belli, ma non artefatti, prestanti ma non palestrati, asciutti ma non anoressici, con dei tatuaggi, ma di tipo non figurativo, senza donnine nude e pugnali dentro il cuore, con un controllo generale sulle zone villose, ascellari e puberali per le donne, sopraccigliari e pettorali per gli uomini, la barba folta ma lavorata alla forbicina. Ogni nostro passo, gesto, soffio, schiocco di dita, battito di ciglia si confronta a degli imperativi, troppi. Tutto deve essere fatto come dio comanda e dio comanda su tutto, cavilli compresi. Inoltre, non basta occuparci ossessivamente di noi stessi, dobbiamo pure <em>prenderci cura</em> degli altri e, se li abbiamo già allontanati per disgusto o paura, ci rimangono gatti o cactus da accudire. La noncuranza, per noi, è dunque il paese di Cuccagna, ma anche il tradimento onnilaterale, l’insurrezione contro le <em>nostre</em> stesse smodate pretese, la fuga da Alcatraz. Accumulare missive minacciose e petulanti senza aprirle, soprattutto di aziende energetiche e agenzie statali, pedalare senza catarifrangenti e freni affidabili in una notte buia e scivolosa, chiedere prestiti con fare seducente alla moglie del vicino che ci ha intentato causa, regalare il whisky dell’intenditore all’avvinazzato dalle braghe aperte e i cappelli lanosi. È impossibile dire se il noncurante sia un dandy oltranzista o un budda reincarnato, se pecchi per eccesso di disinteresse o perché di tutto è indifferente. Ma è straordinario vederlo uscire senza chiavi di casa una mattina, essendo queste scomparse in qualche piega del suo appartamento, e seguirlo mentre chiude la porta benignamente, senza la solita doppia mandata, per poi aggiustarsi indosso una giacca contraria alla stagione, essendo quest’ultima troppo calda per le fibre termoprotettive di quella, e prendere coscienza, guardando il cellulare quasi scarico, dell’immenso ritardo cumulato il giorno del fatidico <em>primo giorno</em> di lavoro, presso la ditta straniera, nordica e puritana di costumi. Ma il noncurante risponde poi senza spavento alla vegliarda della porta accanto piazzata di traverso sul pianerottolo, non perché ami il suo carattere pestifero e maldicente, ma perché lo incuriosisce l’aneddoto sui pompieri, soprattutto per la confusione narrativa con la quale lei lo espone, invertendo antefatti e conseguenze, mescolando divise e berretti, incidenti domestici e tracolli fisici. E lui ascolta tutto senza la minima impazienza, senza sbarrare gli occhi, storcere le labbra, battere la punta del piede come per schiacciare ragni, mentre il suo ritardo cresce e diventa irrecuperabile, non giustificato, provocatorio. È così pura, integerrima, ignara di sé, demente la noncuranza. Io vorrei possederne delle dosi considerevoli, in forma di elisir o anche di semplici pastiglie da sciogliere sotto la lingua, perché sarebbe bello calcolare, di notte, non il viavai degli euro dentro e fuori la borsa, non le mosse nemiche del collega plaudente e cortese, ma il numero di sorrisi che in settimana la giovane panettiera ci ha elargito, mostrando le braccia nude, tenere come la panna, quando recuperava in alto la pagnotta di segale. La noncuranza non è solo un concetto, uno stato privilegiato dello spirito, un dinoccolarsi della mente ancora prima che del corpo, una modalità dell’azione divagante e sviata, è innanzitutto una parola appetitosa, che comincia con una negazione, come un inciampo favorevole; è una parola di cui non esiste più il significato positivo, la “curanza”, come si trattasse di una vecchia maledizione di cui ci si è liberati, di un basto che si rovescia a lato, di una zavorra mollata d’un tratto, per muoversi con leggiadri passi di danza o sfarfallare come un insetto senza meta, effimero, vivente in grande sbadataggine il suo unico giorno di vita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>Da <em>Parigi è un desiderio</em>, Ponte alle grazie, 2016.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un giorno ho visto <em>All’ultimo respiro</em> di un certo Godard. Era il piccolo frammento che mi mancava, l’ingrediente finale, quello che doveva cementare la Parigi onirica, ancestrale, che mi stava crescendo dentro.</p>
<p>Quel genere di eroe irresistibile l’avevo già trovato nel <em>Processo</em> di Kafka, ma solo ora ne decifravo pienamente il fascino. Ricordo un tipo che sale e scende da una macchina decapottabile, che fa delle telefonate, sempre a frugarsi in tasca per trovare degli spiccioli, che stringe un quotidiano come se l’attualità lo interessasse moltissimo, salvo dimenticarsene subito, un tipo che sembrerebbe andare di fretta, se non fosse che accumula ritardi su ritardi, e che poi non fa praticamente niente di utile, ad eccezione di due o tre gesti disgraziati e dalle conseguenze tremende, un tipo che si sta scavando con strano metodo la fossa, eppure non si fa mai sorprendere con lo sguardo cupo, corrucciato, ha sempre tempo di recuperare una camicia stirata e gli occhiali da sole prima di uscire, e sembra eternamente in vacanza, o come se si fosse appena licenziato, un tipo, insomma, che trova dovunque una sigaretta da fumare, che non conosce l’ansia nemmeno quando si sa spacciato, che canticchia noncurante sul bordo del precipizio. A me quel tipo andava a genio. La noncuranza mi sembrava l’unica forma di eroismo convincente, quella segreta complicità ed allegria con il disastro, a cui si va incontro sempre più sbadati, evitando l’enorme spreco di energie per risalire la corrente; quella curiosità mal posta, inopportuna, che ti fa indugiare in un salotto, rigirando in mano un brutto portacenere argentato, quando sarebbe il caso di saltare fuori dalla finestra, e di darsela a gambe; quello strano languore, per cui sosti sul lungofiume incantato dal riflesso delle acque, quando il tuo profilo è perfettamente esposto al tiro dei nemici, che hanno tutto il tempo di prendere posizione e di puntare l’arma con facilità. Tutta quella bella indolenza, disincantata e nello stesso tempo infantile, tremendamente seria ed ironica, mi appariva una condotta capace di raggirare e irridere tutte le abitudini.</p>
<p>&nbsp;</p>
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]]></content:encoded>
					
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		<title>Storia con Glasbo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Oct 2019 05:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[De Sade]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Glasbo]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; di Andrea Inglese &#160; ᕭ Vi presentiamo Glasbo ! ᕮ ᕭ Dici il grande Glasbo ? ᕮ Esattamente quello. Gran belle gambe. Occhi fortuiti. È ancora viva la carogna. Avrà ventisei anni oggi. ᕭ Sarò qui con le mie mani, con i miei pantaloni larghi. ᕮ “È tardissimo per morire, non ne vale più la pena” [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80862" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/antonio-centa-300x211.jpg" alt="" width="300" height="211" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/antonio-centa-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/antonio-centa-250x176.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/antonio-centa-200x140.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/antonio-centa-160x112.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/antonio-centa.jpg 635w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ᕭ Vi presentiamo Glasbo ! ᕮ</p>
<p>ᕭ Dici il grande Glasbo ? ᕮ</p>
<p>Esattamente quello. Gran belle gambe. Occhi fortuiti.</p>
<p>È ancora viva la carogna. Avrà ventisei anni oggi.<span id="more-80782"></span></p>
<p>ᕭ Sarò qui con le mie mani, con i miei pantaloni larghi. ᕮ</p>
<p>“È tardissimo per morire, non ne vale più la pena” diceva mia madre.</p>
<p>Gli abeti sono abitati da buone intenzioni, poi ci sono i fagiani, le mortadelle bruciacchiate, gli urinatoi smaltati, la mano frenetica, il battipanni di plastica, l’opuscolo di Beckett.</p>
<p>ᕭ Volevo soprattutto che Glasbo leggesse le sue memorie. ᕮ</p>
<p>ᕭ Dici il grandissimo Glasbo, il più figlio di puttana della sua generazione? ᕮ</p>
<p>Introduciamo anche un documentario sull’armadio di formica.</p>
<p>La sabbia è stata avvelenata, e cresce a dismisura, come fosse materia organica.</p>
<p>Siamo nel bel mezzo del telegiornale, tenere il filo non è facile.</p>
<p>ᕭ Vorrei, in quanto Grande Glasbo, parlarvi dei miei problemi più personali e intricati. ᕮ</p>
<p>Sarebbe stato più signorile un’allocuzione sul destino del pianeta.</p>
<p>ᕭ È proprio Glasbo, quello di cui si vocifereva? Quello mezzo vivo, con gli impianti sopraccigliari, le unghie di porcellana? ᕮ</p>
<p>Gli ultimi dispacci parlano di uomini che non sono uomini e macchine che non sono macchine.</p>
<p>Intendi macchine omossessuali?</p>
<p>Intendo uomini profondamente smarriti che si comportano come amministratori delegati. Macchine costosissime e probabilmente già rotte che intonano canzoncine stupide.</p>
<p>ᕭ State parlando di Glasbo il brillante? ᕮ</p>
<p>ᕭ Non avrò un centesimo di pensione. Non ho avuto affetti primari. Professionalmente ho costruito alcune paludi. ᕮ</p>
<p>ᕭ Ti restano cinque minuti Glasbo. Tira fuori il concetto importante. ᕮ</p>
<p>Si parla dei raggi del sole, come di cose inopportune. Di gente che non sa dove poggiare la testa per dormire, perché non dorme in un letto. Ci devono essere soluzioni, ma staremo a vedere.</p>
<p>ᕭ La mia situazione è umiliante, sono un umiliato, ma questo mi ha reso fisicamente efficace. Prendo soldi da tutti, purché paghino in moneta corrente. Dico che fanno bene quello che fanno, e carezzo loro la testa, anche se sono macchine. ᕮ</p>
<p>ᕭ Glasbo, siamo agli sgoccioli. ᕮ</p>
<p>È anche verde alla fine, dico la palude, ossia la valle paludosa, se la guardi bene, mentre invecchi per anni, sembra quasi verde.</p>
<p>Gli avete chiesto una firmetta per la petizione?</p>
<p>Sono sicuro che sono lacrime quelle che ha lasciato sul bordo del lavabo. Glasbo piangeva.</p>
<p>Alle tre del pomeriggio?</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80865" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Novarro-277x300.jpg" alt="" width="277" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Novarro-277x300.jpg 277w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Novarro-250x271.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Novarro-200x216.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Novarro-160x173.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/10/Novarro.jpg 512w" sizes="auto, (max-width: 277px) 100vw, 277px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>[Nota redazionale. Glasbo è un porno-fattucchiere-erotico. Si ferisce e si fa leccare le ferite dal cane del vicino. Uccide i piccioni con le sgridate notturne. Si maschera nel supermercato. Mangia quantità di carne per affossare l’ecosistema. Inietta la sua piscia nelle arance che offre ai poveri. Non ha neppure mai letto Sade.]</em></p>
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		<title>Storia con gatto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Aug 2019 05:00:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese &#160; Vedo un uomo. Corre via. Non è un filosofo. Io stesso corro. Io corro a perdifiato. Vedo un uomo. Corre via di nuovo. Non è lo stesso uomo. Non è neppure lui un filosofo. Io corro. Io corro da un bel pezzo. Vedo anche altre persone, oltre agli uomini. Ci sono [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-80071" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/Robert-Smithson-entropic-landscape-1970-300x238.jpg" alt="" width="300" height="238" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/Robert-Smithson-entropic-landscape-1970-300x238.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/Robert-Smithson-entropic-landscape-1970-250x198.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/Robert-Smithson-entropic-landscape-1970-200x158.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/Robert-Smithson-entropic-landscape-1970-160x127.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/Robert-Smithson-entropic-landscape-1970.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vedo un uomo. Corre via. Non è un filosofo. Io stesso corro. Io corro a perdifiato. Vedo un uomo. Corre via di nuovo. Non è lo stesso uomo. Non è neppure lui un filosofo. Io corro. Io corro da un bel pezzo. Vedo anche altre persone, oltre agli uomini. Ci sono persone e ci sono uomini. Sono misti. <span id="more-80065"></span>Anzi, sono mischiati gli uni con le altre, persone e uomini, un macello. Impossibile alla fine verificare se tra le persone ci siano anche delle donne. Vedo finalmente <a href="https://www.rockzwerg.com/mighty-metal-bob-heavy-metal-gartenzwerg-modell-effi">una donna</a>. Ha delle anche meravigliose. Più che una persona è un personaggio. Gli uomini mancano di anche. Vedo un’altra donna. Seni bellissimi. Puramente accennati. Pur non avendo quasi seni, son pur sempre seni, quelli che porta con sé la donna, e per questo sono bellissimi. Cerchiamo di fare andare avanti la faccenda. Vengono quelli con l’automobile. Sono ubriachi, chiassosi, scendono dall’automobile, fanno polemica, puntano dei bastoni addosso alla gente, proprio sul costato. <a href="https://www.karneval-megastore.de/p-315510-pudel-maske-hundemaske-mit-schlappohren-weiss.html">Ma è tutto sbagliato</a>. Non dovevano essere in questa città, né tantomeno a quest’ora. Sappiamo almeno di essere in una città, tipo <a href="http://www.old-maps.com/ma/ma_CoBDN_Nant_1860_Approaches.htm">Baton Rouge</a>. In effetti parlano tutti un languido americano. Alcuni però, molto più nervosi di altri, nervosi come per paura di essere scoperti, parlano portoghese. Parlano il portoghese degli eremiti. Torniamo ai ragionamenti precedenti. Io corro, mentre vedo un uomo che corre. Ci sono anche un sacco di donne. E sono caratterizzate non per il fatto di correre o di pensare a come pagare l’affitto, ma soltanto perché hanno seni grossi o piccoli. Ma in qualche modo portano avanti la bellezza. E anche l’arrapamento. Ma questo non basta. Adesso ci vogliono uomini che salgano in macchina, su delle lunghe macchine finlandesi, e che si mettano a bere fino a ubriacarsi. Dopo gli incidenti sulla nazionale, arrivano qui con gli abiti in fiamme. È tutto estremamente virile, se non fosse per questi cazzo di <a href="https://www.venturemartialarts.com/little-dragons/">portoghesi</a>, diventati ormai insopportabili, tanto sono nervosi, e vanno avanti e indietro davanti al narratore schioccando le dita. Ora cominciamo da capo con il gatto. Qualcuno lanci in aria il gatto. Non è una roba animalista, lo so. Ma qualcuno deve pur fare delle cose sporche. Salta fuori una donna, che prima, molto prima era stata un uomo. E prima ancora era morta, ma si è reincarnata in realtà decine di volte, e quasi sempre in modo sbagliato, per questo è finita a fare l’uomo senza alcuna ragione plausibile. Fatto tutto quanto è necessario <a href="https://www.fruugo.se/anne-stokes-rent-hjarta-fantasi-enhorning-kasta-kudde-20-tum/p-10266264-21548049">per diventare donna</a>, incluso l’impianto di seni magnifici ma appena accennati, questa donna prende il gatto del padrone di casa, e lo scaraventa sul tetto della locanda. “Siamo stufi marci di questa buffonata”, dicono i tizi con gli abiti ancora in fiamme, la faccia di soldati reduci dall’Iraq. “Qualcuno porti qui davanti a tutti il produttore.” “Non c’è nessun produttore”, dice l’unico vecchio saggio, che è anche il vecchio porco della città, sempre le mani dentro i calzoni. “Qui andiamo avanti per licenze poetiche, e vi dico pure che fra qualche minuto scatta l’ora della merenda.” Questa storia della merenda fa venire in mente a qualcuno, magari allo stesso narratore, che tutti gli uomini di corsa, visti alcune ore prima, hanno in mano <a href="https://www.carrollsirishgifts.com/livedublinwebcam">una sfogliatella</a>. La sfogliatella è l’oggetto comune e divino. Il segno preciso dell’incarnazione di qualcosa. Lo spirito della gastronomia umana. Qualcosa comunque che trascende. Dopo questo siparietto religioso, si chiude tutto con un ammazzamento senza stupro. E’ la tipa lanciatrice del gatto che decide chi e come e su quali persone. Si estraggono da esse uomini e donne, e si lasciano quelle puramente umane, indefinite. “A colpi di abete”, dice qualcuno. “Qui coltiviamo solo rosmarino e maggiorana, e qualche olivo” rispondono altri. Quando non si sa più che pesci pigliare, per fare l’ammazzamento in serie, è finita anche l’ora della merenda. E cambia tutto. Anche il secolo.</p>
<p>Ξ</p>
<p>[<em>immagine: <i>Robert Smithson entropic landscape 1970</i>]</em></p>
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		<title>Da &#8220;Il sapone&#8221;</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/05/16/da-il-sapone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 May 2019 05:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Francis Ponge]]></category>
		<category><![CDATA[Il sapone]]></category>
		<category><![CDATA[poesia francese moderna]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francis Ponge traduzione e nota di Andrea Inglese [Questa traduzione inedita (Francis Ponge, Il Sapone, Gallimard, 1967, p. 60–63) è apparsa su RIEF: Revue Itaienne d’Etudes Françaises, nella rubrica Seuils Poétiques  8 &#124; 2018 : L&#8217;Écrivain critique de lui-même] ⇓ È necessario parlare degli avvenimenti o degli spettacoli per lo meno spiacevoli che abbiamo dovuto sopportare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-79271 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/DSC02503-2-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/DSC02503-2-300x198.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/DSC02503-2-768x506.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/DSC02503-2-1024x675.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/DSC02503-2-250x165.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/DSC02503-2-200x132.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/DSC02503-2-160x105.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Francis Ponge</strong></p>
<p>traduzione e nota di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>[Questa traduzione inedita (Francis Ponge, <em>Il Sapone</em>, Gallimard, 1967, p. 60–63) è apparsa su RIEF: Revue Itaienne d’Etudes Françaises, nella rubrica Seuils Poétiques  <a href="https://journals.openedition.org/rief/1649">8 | 2018 : L&#8217;Écrivain critique de lui-même]</a></p>
<p style="text-align: center;">⇓</p>
<p>È necessario parlare degli avvenimenti o degli spettacoli per lo meno spiacevoli che abbiamo dovuto sopportare dal giorno della nostra nascita? Ne ho qualche scrupolo. Anche se, a dire il vero, penso che in nessuna epoca ve ne siano potuti essere di più spaventosi, di più intollerabili per la sensibilità.<span id="more-79149"></span></p>
<p>……</p>
<p>(Sviluppare un poco.)</p>
<p>……</p>
<p>Ma forse, riflettendoci bene, tutto ciò non è più grave di una semplice malattia – o del mero sentimento della condizione umana. Forse soltanto più spettacolare! Non sarò io a decidere. Rimane il fatto che la società – e ogni individuo – sono apparsi come inorriditi, travolti dallo smarrimento e dalla disperazione. E si è visto che l’autocontrollo, il sangue freddo, la pazienza e l’equanimità da soli non bastavano a raddrizzare i caratteri e a riconfortare gli animi.</p>
<p>Al tempo stesso, oggigiorno, i sentimenti di responsabilità e di colpevolezza umani si sono trovati – a torto o a ragione – sviluppatissimi nelle persone. E a torto o a ragione trovo questo molto ammirevole e molto patetico.</p>
<p>Ne consegue una disperazione morale, un rimorso e una risolutezza (seguiti da disillusioni, ecc.) altrettanto intollerabili.</p>
<p>A tal punto che, per la mentalità moderna, le lezioni dei saggi dell’antichità sono apparse inadeguate e, a essere precisi, inapplicabili. In che modo un uomo sconvolto da tali sentimenti avrebbe potuto accontentarsi dei consigli di Socrate, Aristotele, Montaigne o di Pascal, Voltaire, Vauvenargues? Mi rendo conto che molte persone vi hanno cercato rifugio. Temo che sia avvenuto a detrimento di una certa integrità.</p>
<p>Per quanto mi riguarda, non mi azzarderei quindi di predicare agli uomini il ripiegamento individualistico su di sé e la ricerca della tranquillità come unico bene desiderabile, ecc. Avrei davvero scrupoli a farlo, specialmente perché credo di poter essere letto da persone di una classe povera, che ritengo debba elevarsi prima di tutto, con grandi sforzi e coraggio, a una migliore condizione materiale. E ritengo ugualmente che queste persone e queste classi, avendo avuto la fortuna di trovare in tempi recenti una dottrina che le esalti e un partito che le guidi verso la vittoria, avrebbero davvero torto di rinunciarvi, per perseguire non so quali antiche teorie di rassegnazione e stoicismo, che evidentemente avvantaggiano i loro sfruttatori.</p>
<p>E quanto a questi sfruttatori, come potrebbero essere amati da un artista che, vedendoli talmente insensibili al bene e alle qualità del gusto, della delicatezza e dello spirito, finisce per rimpiangere i loro predecessori (aristocratici) nell’opera di sfruttamento dell’umanità? Come non augurarsi la loro disfatta e la loro sostituzione con questa classe povera che detiene probabilmente risorse di fervore e di purezza capaci di generare il bello e il delicato, che sono i beni supremi da me desiderati per gli uomini.</p>
<p>Quindi non distoglierei nessuno dal dovere di agire e di ribellarsi. Al contrario, considerando che ogni uomo (fosse pure un artista) deve dedicare una parte almeno della sua attività all’azione civile, quando la situazione diverrà pregnante (e non smette, per così dire, di esserlo) sarò schierato con la parte in questione.</p>
<p>Comunque sia, non sarebbe onesto da parte mia (e d’altro canto non servirebbe a nulla, finendo comunque per trapelare) rinunciare minimamente ai valori che una formazione, borghese senza dubbio, ma in definitiva anche umana, mi ha portato a considerare una volta per tutte come i più degni di essere perseguiti e difesi (a tal punto che se desidero la rivoluzione, – o questo movimento storico che alla fine condurrà al potere la classe attualmente sfruttata – è nella speranza che il più gran numero di persone – e al limite tutti gli esseri umani – siano messi un giorno nella condizione di poter perseguire questi valori, di consacrarli e goderne). Quali sono questi valori? L’ho appena detto: la bellezza e la delicatezza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p><strong>Note du traducteur</strong></p>
<p>Aujourd’hui les savons n’existent presque plus. C’est par cette phrase que je suis obligé de commencer. Par ce hors-sujet qui n’a rien à voir avec mes (prétendus) propos de traducteur. Le savon est en voie de disparition parce que un étrange esprit du « beau » et du « délicat » a tellement gagné notre monde que le savon véritable, le savon de hier, celui de Ponge au moins, n’a pas été considéré suffisamment beau et délicat par quelques concepteurs d’entreprise. Il se consommait d’une manière très inesthétique le vieux savon, il se lézardait, il devenait un peu gris vers la fin, un peu trop acéré, il se désintégrait en débris. Donc aujourd’hui on est passé à un savon plus « spirituel » : on est dans une société liquide qui préfère un savon liquide. Il n’y pas d’agonie, pas de consomption, pas de restes difficilement utilisables. Le savon est là jusqu’à la dernière goutte. Et quand il n’y en a plus, la boite en plastique transparente est vide, propre. À part ce constat, je ne crois pas pouvoir dire grande chose à propos de mes choix et de mes difficultés de traduction.</p>
<p>J’ai choisi un passage réflexif, qui appartient plutôt au registre de l’essai. Il n’y a pas question ici de définitions ou descriptions, mais d’idées – ces choses que l’auteur considère normalement avec un certain dégout. Le thème traité – l’extrait date de juillet 1946 – est de nos jours largement inactuel : le rapport que la classe « misérable », comme l’appelle Ponge, entretien avec la beauté. La notion d’engagement aussi est abordée dans ces lignes, mais à travers une formulation qui s’écarte du langage militant (sartrien) de l’époque. Quand il réfléchit, Ponge est très économe. Sa méfiance des opinions et des idées courantes le pousse à chercher toujours les termes – donc les concepts – moins à la mode, moins redevables des doctrines du jour. Cela ne l’empêche pas de prendre position pour le mouvement ouvrier et la lutte anticapitaliste.</p>
<p>Le traducteur se trouve face au défi de tirer parti de l’inactualité de Ponge, tout en cherchant une communication claire et directe avec, non pas évidemment l’actualité, mais le temps présent. Pour ma part, ce défi s’est concrétisé dans la difficulté de traduire l’adjectif « misérable » que Ponge associe à « classe ». « Misérabile » c’est un terme qui a une connotation définitivement négative. Quant au terme « indigente », il appartient au langage de la politique, de la bureaucratie ou, au mieux, d’une sociologie qui regarde avec distance scientifique les phénomènes. Ponge n’a pas expressément parlé de classe prolétaire. Il a fait un pas en arrière par rapport au vocabulaire de l’engagement et du marxisme de l’après-guerre. J’ai choisi donc l’adjectif « povera », parce que la « pauvreté » c’est un mot qui précède le marxisme et qui en sera toujours l’héritier.</p>
<p>Il fallait aussi résoudre l’écart bizarre entre des « spectacles pour le moins désagréables » – il y a là de l’ironie, un euphémisme volontaire – et ces mêmes spectacles qui, quelque lignes après, sont considérés comme les « plus effroyables », les « plus éprouvants pour la sensibilité ». Ponge parle de la guerre. J’ai donc choisi de radicaliser l’écart sémantique entre les adjectifs et de traduire « éprouvants » par « intollerabili ». (D’autre part, toute affection « intolérable » est paradoxalement éprouvée par l’esprit. Comme la torture l’enseigne, ou toute grande souffrance morale, on ne désigne pas à travers le concept d’« intolérable » quelque chose que notre sensibilité ne pourra pas supporter, mais la passivité presque infinie de notre sensibilité face à quelque chose qui l’offense.)</p>
<p>Les individus sont « affolés » par les spectacles de la guerre. Mais la guerre n’est jamais liée à la simple peur. L’effroi s’accompagne d’une répulsion spécifique : on est dans le domaine de l’horrible. J’ai donc traduit : « inorriditi ».</p>
<p>Sous la plume d’un matérialiste athée « esprits » et « âmes » ne peuvent devenir in italien que « caratteri » et « animi », à savoir deux termes synonymes comme dans le texte d’origine.</p>
<p>Je n’ai osé rien inventer pour apprivoiser le péremptoire et un peu énigmatique « prégnante ». Mais on voit bien l’importance que les adjectifs peuvent avoir chez Ponge. Ici il y a comme un renversement de hiérarchie : dans « situation prégnante », c’est l’adjectif qui fait tout.</p>
<p><em>In fine</em>. Je ne peux pas être persuadé par « il bello » e il « delicato ». Le masculin refroidit énormément la portée de ces deux termes. Je veux bien reconnaitre le double jeu opéré par Ponge : évoquer <em>avec désinvolture</em> des termes qu’il faudrait longuement mettre à jour, expliciter, redécouvrir. Lui il les utilise comme un traditionnaliste, mais il leur soustrait tout emphase. Néanmoins, il y a une tension à laquelle je ne pouvais pas renoncer entre la dimension abstraite produit en italien par le suffixe « ezza » et la dimension sensuelle des termes féminins (et longues) « bellezza » et « délicatezza ». Je n’ai pas pu les utiliser lors de la première occurrence, parce qu’il y avait déjà « purezza », et trois mots à la suite avec les mêmes suffixes auraient été musicalement insupportables. Donc j’ai renoncé à la cohérence et à la fidélité. Mais si vraiment il faut se battre pour quelque chose, je préfère prendre parti pour « la bellezza » et la « delicatezza » – termes sans doute prétentieux – plutôt que pour « il bello » et « delicato » – plus modestes et sobres, mais pas très entraînants.</p>
<p>*</p>
<p>Immagine: Andrea Inglese, <em>Pagine</em>, 2017.</p>
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