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	<title>Andrea Zanzotto &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Edoardo Sanguineti e Andrea Zanzotto: storia di un tributo intermittente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Jul 2018 05:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Zanzotto]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Portesine]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Chiara Portesine Il dibattito con il Gruppo 63 affiora come un basso continuo nella maggior parte degli articoli letterari di Andrea Zanzotto, un idolo polemico che proietta la sua ombra su materiali di discorso eterogenei, che spesso non implicherebbero un confronto diretto con la Neoavanguardia. Che si parli di Luzi, Pasolini, della Science [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-74774" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/2-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/2-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/2-768x1161.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/2-678x1024.jpg 678w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/2-250x378.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/2-200x302.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/2-160x242.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/2.jpg 1710w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" />  di <strong>Chiara Portesine</strong></p>
<p>Il dibattito con il Gruppo 63 affiora come un basso continuo nella maggior parte degli articoli letterari di Andrea Zanzotto, un idolo polemico che proietta la sua ombra su materiali di discorso eterogenei, che spesso non implicherebbero un confronto diretto con la Neoavanguardia. Che si parli di Luzi, Pasolini, della Science Fiction o di Leiris, attraverso trattazioni esplicite o allusioni mai troppo velate, la nemesi privilegiata della riflessione zanzottiana rimane il Gruppo 63 (quantomeno a partire da 1962, anno di pubblicazione dell’articolo dedicato ai <em>«Novissimi»</em> [PPS 1107-1113] (1), e fino a quando, negli anni Ottanta, il  dibattito si sposta progressivamente sul territorio dei nuovi Media e della televisione) (2).</p>
<p>Per riassumere sinteticamente i capi d’accusa, Zanzotto taccia lo sperimentalismo neoavanguardista di «disimpegno» [FA 109], di ostentare una trasgressione meramente di facciata, quando, nel concreto, le premesse e l’operazione stessa del Gruppo non si contagiano mai con il nucleo traumatico del mondo contemporaneo (il «terrore assoluto» [ivi, p. 275]), ma si muovono entro il territorio protetto e non belligerante della forma, in cui «ogni rischio è puramente convenzionale, endoletterario» [ivi, p. 109]. Di fronte alla disgregazione moderna del ‘senso’ («il trauma incombente sulla lingua» [FA 359]), la Neoavanguardia non propone altro che un macabro <em>divertissement</em> (il «frigido artificio» [ivi, p. 62]), una ridda per aristocratici annoiati sulle rovine del linguaggio; come scrive Raffaele Donnarumma nel suo <em>Tracciato del modernismo italiano</em>, «l’atteggiamento dell’avanguardia è eroico e patetico […]. Rovesciare gli idoli tardo romantici e spazzar via il ciarpame piccolo borghese vuol dire rinnovare la vita in una festa sanguinaria» (3). Affidandosi alla deriva infinita dei significanti, si pone di fronte alla realtà con un gesto ludico-regressivo, mentre per Zanzotto la letteratura ha ancora la possibilità e anzi l’obbligo di veicolare un’ipotesi di autenticità (per quanto pericolante e minimale). La parola poetica, infatti, è «la figura che rimane sui muri dopo una deflagrazione atomica» [AD 358], la radiazione fossile che sopravvive nel mondo a testimoniare la sopravvivenza del senso, «le frange di una vitalità sulle rovine» [PPS 1088-1089].</p>
<p>Zanzotto licenzia la Neoavanguardia con il sigillo infamante di «fenomeno, tutto sommato, d’ingenuità-irriverenza in relazione a cose note» [PPS 1109]. In realtà, la laboriosa digestione dell’esperienza del Gruppo 63 emerge dal costante bisogno di rintracciare modelli alternativi, autori-<em>exempla </em>pure situati in un generico <em>côté </em>sperimentale ma variamente schierati in nome dell’istanza affermativa e della persistenza del dire poetico (da Emilio Villa a Amelia Rosselli). Lo scopo dell’atto artistico consiste nell’«arrivare ad un’altra poesia piegando questo annichilimento assoluto, e pur rimanendo in un certo modo nell’annichilimento» [AD 345] (4).</p>
<p>Più ambiguo e possibilistico si configura il rapporto con l’odiosamato Edoardo Sanguineti, di cui Zanzotto non perde occasione per rimarcare velleità e vizi di forma, ma che considera un referente d’elezione per testare la propria poetica riformata, sorta come presa di coscienza del «chaosmos» contemporaneo [FA 208] e accelerata proprio dalla provocazione terroristica della Neoavanguardia. Si potrebbe dire, per usare una metafora, che il Gruppo 63 è stato la leva obbligatoria (5) della letteratura italiana secondo-novecentesca, la brusca chiamata alle armi che costringeva a schierarsi (anche in qualità di disertori). Zanzotto vuole, però, scegliere il suo avversario e riconosce a Sanguineti l’onore delle armi (nonché i germi potenziali di uno sperimentalismo più persuasivo rispetto alla combriccola «sessantatré-ese»), «pur con tutto il male che merita gli si dica in faccia per gli equivoci di cui si è fatto furioso portabandiera» [PPS 1130]. Per Zanzotto, le intuizioni tecniche del poeta genovese e la sua grammatica dell’eversione mantengono un alto grado di interesse fino a quando non travalicano il piano letterario-linguistico in nome di una poco convincente vocazione politico-sociale. L’errore di Sanguineti consiste nel rifiutare un’intera tradizione letteraria in nome di un’utopica fuoriuscita dal circuito della convenzione/storia, trovandosi di fronte a uno scacco preliminare (la convenzione è insuperabile) e all’interrogazione su un falso problema (l’unica sfida autentica della letteratura contemporanea è quella di tornare a una significazione –anche minima– attraverso la crisi, per «coordinare sia pure minimamente ciò che sfugge da tutte le parti come sabbia» [AD 198]).</p>
<p>Da un punto di vista tecnico, le risoluzioni retoriche e sintattiche di Sanguineti seducono Zanzotto, che vorrebbe adoperare gli strumenti della grammatica laborintica pur tenendo saldo un controcanto costruttivo. Ad esempio, loda «l’asintattismo di fondo» delle poesie sanguinetiane, visto come la figura retorica più adeguata a mimare il presente, ma ne mitiga e irreggimenta gli esiti formali inserendo subito un segno di valore più, una tensione alla ristrutturazione etico-linguistico, in nome di quella che Guglielminetti ha definito «resistenza della sintassi poetica» (6), grazie alla quale «da questo asintattismo, nei suoi minimi tessuti, nelle sue microstrutture, si lascerà intravvedere una indicazione sintattica» [PPS 1112]. Ogni volta che si accosta a singoli espedienti artigianali del laboratorio sanguinetiano, Zanzotto sembra prendere appunti per assimilare in veste normalizzata le competenze artigianali di Sanguineti, addomesticando il «babelismo smitragliato» [PPS 1130] in una nozione operativa e ancora civile/civilizzatrice. Simili riconoscimenti di valore (parziali e quasi <em>malgré soi</em>) ricorrono spesso nella riflessione zanzottiana; ad esempio, parlando di <em>Vocativo</em>, rammenta l’esperienza di <em>Laborintus </em>per «la comprensione della funzione che può assumere l’intarsio latino per uno che scriva in italiano» [ibidem].</p>
<p>L’attestazione di un sotterraneo influsso esercitato dalle sperimentazioni sanguinetiane viene tematizzata addirittura in modo esplicito, in un’intervista del 1969 <em>Su «la Beltà»</em>, dove, incalzato dall’intervistatore sui futuri lavori in via di pubblicazione, Zanzotto allude agli <em>Sguardi i Fatti e Senhal</em> con queste parole sibilline:</p>
<p>Come tutti ho quantità di appunti e di <em>fiches</em> nei cassetti […]. Forse il commento in versi al test di Rorschach, un mio Rorschach in versi, che sto rimuginando da anni? In ogni caso arriverà in ritardo; certo qualcun altro avrà avuto la stessa idea, o mi precederà Sanguineti (come è avvenuto per altri temi), pubblicando tutto il suo TAT o qualcosa del genere [PPS 1148].</p>
<p>Tale allusione a un’affinità elettiva di risorse formali (una consonanza addirittura preventiva, aurorale) appartiene al generale «tributo intermittente» a Sanguineti, che Zanzotto formula e dissimula di soppiatto nei suoi interventi critici, oppure è spia di un rimando effettivo e circostanziato a una realtà testuale della raccolta <em>Gli Sguardi i Fatti e Senhal</em>? L’ispezione degli autografi svela una situazione genetica molto più complessa, che porterebbe a considerare l’intera raccolta zanzottiana come un «contrasto» poetico (per usare le parole dell’autore stesso) [PPS 373] il cui interlocutore iniziale doveva essere proprio Edoardo Sanguineti.</p>
<p><strong>Gli Sguardi, i Fatti e Senhal: <em>un contrasto camuffato con Edoardo Sanguineti</em></strong></p>
<p>Pubblicato nel 1969 (a un anno di distanza dalla <em>Beltà</em>) in edizione privata a limitatissima tiratura e ristampato solo nel 1990 da Mondadori (con un intervento di Stefano Agosti e alcune note supplementari del poeta), il poemetto <em>Gli Sguardi i Fatti e Senhal </em>rimane in una nicchia “cautelare” per volontà dello stesso autore, che escluderà la raccolta anche dall’antologia <em>Poesie 1938-1986</em>, in una sospetta quarantena editoriale. Stefano Agosti parla di «una vera e propria <em>enclave</em> nel percorso espressivo di Zanzotto, o di una vera e propria isola, che solo il presente volume [<em>Le poesie e le prose scelte</em>] ha consentito di esibire insieme al continente di cui comunque fa parte» [PPS XXXIII]. Lo studioso accosta la ritrosia divulgativa degli <em>Sguardi </em>alla pubblicazione in sordina di <em>Filò </em>(edito nel 1976 per le edizioni veneziane del Ruzante e ristampato solo nel 1988 da Mondadori), ma per quest’ultima Agosti rintraccia una possibile strategia autoriale, vale a dire che «si tratti di un’anticipazione (o della prova) di un esperimento che verrà funzionalizzato solo successivamente» [ibidem] –ossia l’assunzione del dialetto nella sezione centrale di <em>Idioma</em>–. Ma quali motivazioni potrebbero aver condotto Zanzotto a proteggere il poemetto dalla fruizione su scala nazionale?</p>
<p>Da un punto di vista strettamente formale, gli <em>Sguardi </em>non inaugurano né anticipano alcuna direzione stilistica, proseguendo la sperimentazione in bilico tra «un certo filo logico e il puro non-senso» [PPS 1530] avviata all’altezza della <em>Beltà</em> e confluita, con variazioni e aggiornamenti, in <em>Pasque</em> (che, come suggerisce Stefano Dal Bianco nelle note critiche in appendice al Meridiano, «si sarebbe tentati di leggere come una ‘seconda puntata’ o una lunga appendice della <em>Beltà</em>» [PPS 1538]).</p>
<p>Alla base di questa procrastinazione editoriale risiede forse un contenuto rimosso, che Zanzotto si è premurato di occultare nell’affastellamento stratigrafico delle fasi redazionali, attraverso una proliferazione di varianti di depistaggio, volte a cancellare (o, come direbbe Derrida, «barrare») il movente originario.</p>
<p>Consideriamo le note dell’autore stesso alla raccolta e le osservazioni in risposta all’intervento di Agosti, posposte all’edizione mondadoriana del 1990: oltre ai temi già rilevati da diversi studiosi (7) (e suggeriti dall’autore stesso), come il riferimento al mito di Diana, l’impresa americana dell’allunaggio, la prima tavola del test di Rorschach (nel cui dettaglio centrale è ravvisabile un’allusione alla figura femminile), le numerose interferenze con il lessico fumettistico-favolistico, l’impianto cinematografico della visione (8), è interessante notare come Zanzotto rimarchi più volte il carattere intertestuale e dialogico del poemetto. In <em>Alcune osservazioni dell’autore</em>, in calce all’intervento di Stefano Agosti, Zanzotto insiste sul carattere citazionistico e sui numerosi “copia e incolla d’autore” di cui sarebbero disseminati gli <em>Sguardi</em>, ricollegandosi ai versi di Mallarmè evocati dallo studioso (che pure Zanzotto confida di non aver mai letto):</p>
<p>Nello stesso tempo arriva da quei versi una confortante, dolce sensazione di unità che, quasi appartenente, inerente ad un sincronico “inconscio” poetico ed anche letterario, si ritesse avanti e indietro in un tempo che non è quello dei giorni e degli orologi. Così, tutti coloro che abbiano avuto certe esperienze poetiche, grandi o piccoli, precedenti o successivi, si trovano entro una sola corrente profonda, rientrante in se stessa come l’omerico fiume Oceano, rapiti in essa, testimoni di essa, più o meno consapevolmente non importa. Né importano “plagi”, imitazioni, o altri tipi di contatti tra autori, che non sono mai casuali, mentre importa che vi sia questa <em>communio</em>, questa circolazione, questo dare e ricevere, questo rubacchiare in una specie di ipnotica cleptomania, od arrivare a punti che possono essere contemporaneamente d’incontro e di scontro. Di tutto questo, ne <em>Gli Sguardi i Fatti e Senhal </em>v’è addirittura uno spreco, se si pensa alla brevità del testo, una ridda di minimi furti, in cui la “cosa rubata”, la refurtiva è (vedi vv. 291-2) di scarso conto, o a tal punto ridotta per dispersione, perdita. In questa consapevolezza (non sempre emergente, però) quando ho inviato a qualche amico il poemetto, al posto del © del copyright ho aggiunto a mano “Nessun diritto è riservato: magari da me si copiasse/ tanto quanto dagli altri ho copiato” [PPS 1530].</p>
<p>La schermaglia prudenziale, come vedremo, non è così retorica come potrebbe sembrare. A quali furti testuali allude questo passaggio? Anche nella <em>Beltà </em>Zanzotto aveva ammonticchiato una serie di citazioni più o meno dichiarate (9), eppure non aveva sentito il bisogno compulsivo di giustificarsi e scagionarsi in anticipo come in questa nota. <em>Excusatio non petita, accusatio manifesta</em>?</p>
<p>A questo proposito, è opportuno rievocare il nome di Edoardo Sanguineti, a partire da un piccolo foglio di block notes che si può consultare presso il Centro Manoscritti di Pavia, all’interno della cartellina DS5 che, oltre a un dattiloscritto con correzioni autografe, contiene due fogli di carta velina (f. VI, 42, solo<em> recto</em>, e f. VI, 43, sia <em>recto </em>che <em>verso</em>) con appunti a mano dell’autore. Queste tre pagine di piccolo formato (mm. 211 x 141 e 212 x 142), raccolte come materiali di lavoro relativi alla correzione del dattiloscritto DS5, in realtà sarebbero da leggersi parallelamente al dattiloscritto DS3 (che, ad una comparazione biunivoca delle varianti, si rivela precedente a DS5 –a partire dal titolo <em>I fatti di Diana e Senhal</em>, cancellato con una barratura orizzontale e modificato nel titolo corrente, già emendato in DS5–). A livello di DS3, infatti, si verifica il processo macroscopico di <em>emendatio </em>che viene a coinvolgere i frammenti sbozzati in ff. VI, 42 e 43. Il contenuto di queste tre facciate è riassumibile in un breviario di citazioni sanguinetiane (f. VI, 42), in cui Zanzotto annota i versi che più gli sono piaciuti di <em>Laborintus </em>ed <em>Erotopaegnia</em>, appuntando diligentemente la pagina di riferimento o il numero della poesia da cui ha estrapolato il sintagma, e in una tabella di riconversione “sanguinetiano-zanzottiano” (f. VI, 43), che consta di una colonna sinistra deputata a raccogliere un elenco di citazioni sanguinetiane (alcune si ripetono rispetto a f. 42) – sempre corredate di precisazioni bibliografiche– e a destra la corrispondente “traduzione”, ristrutturata e camuffata da Zanzotto per essere accolta negli <em>Sguardi</em>:</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone wp-image-74773 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-713x1024.jpg" alt="" width="713" height="1024" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-713x1024.jpg 713w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-768x1104.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-250x359.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-200x287.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-160x230.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1.jpg 1771w" sizes="(max-width: 713px) 100vw, 713px" /><img decoding="async" class="alignnone wp-image-74773 size-large" style="letter-spacing: 0.8px;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-713x1024.jpg" alt="" width="713" height="1024" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-713x1024.jpg 713w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-768x1104.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-250x359.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-200x287.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1-160x230.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/1.jpg 1771w" sizes="(max-width: 713px) 100vw, 713px" /></p>
<p>A una lettura della tabella, risulta chiaro il confronto serrato con le soluzioni linguistiche del novissimo, in un tentativo di auto-aggiornamento a partire da materiali formali del “nemico”. L’operazione del poeta veneto rivela, pertanto, un’interconnessione inaspettata e una lettura accanita (ai limiti del freudiano) di quella stessa opera che, nel 1956, aveva denigratoriamente bollato come «sincera trascrizione di un esaurimento nervoso». In questi appunti di destinazione privata Zanzotto si sbilancia addirittura in esclamazioni di ammirazione incondizionata («belli! Erotop.» [f. VI 42]; «tutto il 13» [ibidem]), senza le avversative e i cauti distanziamenti che avrebbero costellato un eventuale posizionamento pubblico nei confronti del Gruppo 63.</p>
<p>In sintesi, la volontà generale di Zanzotto è quella di assimilare in forma variata e positiva quella che considera la vera (e unica) rivoluzione di Sanguineti, ossia quella che si registra a livello di assemblaggio formale e strutturazione della pagina poetica. Proporrei di parlare del rapporto Zanzotto-Sanguineti secondo la categoria bloomiana del «poeta rivale» (10), coniata a proposito di quello che potremmo definire un “assorbimento agonistico” della poetica marlowiana all’interno dell’opera di Shakespeare. Lo sperimentalismo moderato di Zanzotto sembra generarsi a partire da un’originaria assimilazione parassitaria dell’<em>altro</em> laborintico, secondo un’azione prospettica che ricorda le modalità mediche della vaccinazione: attraverso l’inoculazione di una parte del virus si ottiene un’immunizzazione definitiva.</p>
<p>Curioso, a questo proposito, l’atteggiamento della critica, che finora non mai approfondito un’eventuale connessione tra i due autori, nonostante alcune palesi emergenze sanguinetiane nella <em>Beltà</em>, facendosi forse depistare dal rifiuto della Neoavanguardia ostentato programmaticamente da Zanzotto («il grande rivale di Sanguineti, nel match finisecolare (e oltre)», secondo la definizione di Cortellessa (11). La tendenza interpretativa è anzi quella di suggerire una partizione epistemologica, un <em>aut aut </em>tra poetiche alternative e non assimilabili: una linea di sperimentalismo ideologico e distruttivo (Sanguineti) e uno sperimentalismo formale e costruttivo (Zanzotto), in lotta per una possibile egemonia generazionale. Negando a priori l’ipotesi di una convergenza liminare (nonostante alcuni temi affini –primo fra tutti la ripresa in chiave contemporanea del <em>topos</em> lunare–), si è insistito troppo su una presunta ed esteriore separatezza esistenziale.</p>
<p>Significativo, a questo proposito, l’articolo di Fausto Curi, <em>Brevi riflessioni su Zanzotto e Sanguineti, </em>il cui incipit recita: «ora che la morte, e<em> solo la morte</em>, li ha ricongiunti, sembra più doverosa qualche riflessione su di loro, collocandoli uno di fronte all’altro» (12). L’articolo continua nel solco di questa incomunicabilità costitutiva, per cui «nessuno dei due si era sforzato di capire le ragioni dell’altro» [ivi, p. 448] e Zanzotto «era rimasto fermo al parere negativo espresso sui Novissimi nel suo articolo del 1962» [ibidem]. Sarebbe curioso sottoporre a Curi la tabella preparatoria per gli <em>Sguardi</em>, in cui emerge invece lo sforzo di misurarsi a ogni verso con le «ragioni dell’altro», con un’acribia filologica che forse non aveva lo stesso Sanguineti (autore dalle «scarse varianti» (13) nel correggere il suo <em>Laborintus</em>.</p>
<p>Anche Fernando Bandini, pur avendo intuito un’affinità complessiva per quanto riguarda certi espedienti formali, sembra subito sconfessare una tale illazione; le convergenze tematiche e sintattiche sono interamente giustificabili a livello di fonti comuni, come due intertestualità autonome che si parlano soltanto in differita, attraverso i rispettivi modelli letterari:</p>
<p>Di questo manierismo [<em>contemporaneo</em>], Costanzo ha offerto, in tavole sinottiche, degli «esemplari autenticanti», ed è singolare la somiglianza tra certi stilemi di Zanzotto e Sanguineti. Non si pone naturalmente nessuna questione di presunte relazioni tra i due poeti. Sono le fonti ad essere comuni (Novalis, Morgensterm, certo Landolfi, ecc.) a creare quel linguaggio di riporto che fonde immagini su acque e alfabeti vegetali (14).</p>
<p>Naturalmente, è doveroso e raccomandabile conservare la specificità teorica dei due autori, le cui poetiche hanno generato filiazioni di «nipoti e nipotini», adepti diretti e scuole critiche assai differenti. Tuttavia, mentre Sanguineti può essere tranquillamente studiato prescindendo dal percorso di Zanzotto, ritengo che non valga altrettanto per il poeta di Pieve di Soligo, la cui parabola poetica a partire dalla <em>Beltà</em> non può essere compresa e contestualizzata senza un marcato riferimento alle sperimentazioni del Gruppo 63. Senza il «terrorismo verbale» (15) della Neoavanguardia forse, parafrasando una citazione di Silvio Ramat (16), l’arcadia zanzottiana non sarebbe mai stata travolta.</p>
<p>NOTE</p>
<p>(1) Segnalo in apertura alcune sigle citate nel testo: AD = <em>Aure e disincanti nel Novecento italiano</em>, Mondadori, Milano, 1994; FA = <em>Fantasie di avvicinamento. Le letture di un poeta</em>, Mondadori, Milano, 1991; PPS = <em>Le poesie e le prose scelte</em>, a cura di S. Dal Bianco, G. M. Villalta, Mondadori, Milano, 1999.</p>
<p>(2) Cfr. ad esempio il saggio del 1989 intitolato <em>Poesia e televisione </em>[PPS 1320-1331]; già nell’<em>Intervento </em>del 1981 Zanzotto dichiarava che «tutti gli apparecchietti della civiltà tecnologica hanno ormai condizionato la nostra quotidianità, ma possono anche fornirci delle chiavi di espressione più complete» [PPS 1284].</p>
<p>(3) raffaele donnarumma, <em>Tracciato del modernismo italiano</em>, in <em>Sul modernismo italiano</em>, a cura di Romano Luperini, Massimiliano Tortora, Napoli, Liguori, 2012, pp. 35-38 (36).</p>
<p>(4) In termini quasi analoghi, Zanzotto parla della sua stessa operazione poetica, in un’intervista dal titolo <em>Il mestiere del poeta</em>: «A proposito dell’informale, direi che io ho tentato di afferrare qualcosa dello scontro tra l’idea di una massima strutturazione (a carattere sistolico, come si suol dire) e le tensioni della non-struttura che oggi sono nell’aria» [PPS 1133].</p>
<p>(5) Come scrive Maria Corti nel suo <em>Viaggio testuale</em>, «da un lato ci sono i Novissimi, fenomeno letterario in senso stretto […], fenomeno di rottura, di eversione delle codificazioni del sistema letterario; i Novissimi, e il nome stesso in metafora lo suggerisce, hanno <em>marcato</em>, per dirla con Lotman, la categoria ‘fine’ dei modelli letterari vigenti a livello tematico e formale» [maria corti, <em>Il viaggio testuale</em>, Torino, Einaudi, 1978, p. 115].</p>
<p>(6) marziano guglielminetti, <em>Zanzotto e la resistenza della sintassi poetica, </em>in <em>Letteratura italiana. Novecento. Gli scrittori e la cultura letteraria nella società italiana</em>, X, Milano, Marzorati, 1979, pp. 9765-9771 (9765).</p>
<p>(7) Cfr. stefano agosti, <em>L’esperienza di linguaggio di Andrea Zanzotto</em>, in PPS IX-XLIX (XXXII-XXXV); fernando bandini, <em>Zanzotto dalla </em>Heimat<em> al mondo</em>, in PPS LIII-XCIV (LXXX-LXXXIII); clelia martignoni – Daniele occhi, Gli Sguardi i Fatti e Senhal: <em>di alcuni percorsi genetici tra gli autografi,</em> «Autografo»<em>, </em>XLVI, 2, Novara, Interlinea, 2011, pp. 21-33; luigi metropoli, <em>Il nulla maiestatico e i </em>senhal, «Quaderni veneti», Ravenna, Longo, 2004. Segnalo, inoltre, la tesi magistrale di Daniele Occhi, <em>Per &#8220;Gli sguardi i Fatti e Senhal&#8221;. La genesi del testo sulle carte autografe</em> (Università di Pavia, aa 2009-2019, relatore prof. Martignoni, correlatore prof. Stefanelli); sebbene non abbia ancora avuto modo di prendere visione di questa ricerca, si tratta del primo compiuto tentativo di censimento integrale e descrizione archivistica degli intricati materiali della raccolta, con ipotesi sulla progressione genetica degli inediti.</p>
<p>(8) Cfr. john p. welle, <em>Zanzotto: il poeta del cosmorama</em>, «Cinema &amp; cinema», 49, 1987.</p>
<p>(9) Come viene dimostrato esaurientemente in luca stefanelli, <em>Attraverso la Beltà di Andrea Zanzotto : macrotesto, intertestualità, ragioni genetiche</em>, Pisa, ETS, 2011.</p>
<p>(10) arold bloom, <em>Il poeta rivale, </em>in <em>Anatomia dell’influenza. La letteratura come stile di vita</em>, Milano, Rizzoli, pp. 67-83.</p>
<p>(11) andrea cortellessa, <em>Petrarca è di nuovo in vista, </em>in <em>Un&#8217;altra storia: Petrarca nel Novecento italiano</em>, atti del convegno di Roma, 4-6 ottobre 2001, Roma, Bulzoni, 2004, pp. I-XXXI (XIII).</p>
<p>(12) fausto curi, <em>Brevi riflessioni su Zanzotto e Sanguineti</em>, «Poetiche», 13, 2/3, 2011, pp. 447-453 (447).</p>
<p>(13) erminio risso, <em>Laborintus di Edoardo Sanguineti</em>, San Casario di Lecce, Manni, 2006, p. 11.</p>
<p>(14) fernando bandini, <em>Zanzotto tra norma e disordine, </em>in <em>Letteratura italiana. Novecento. Gli scrittori e la cultura letteraria nella società italiana</em>, X, op. cit., pp. 9756-9765 (9759-9760).</p>
<p>(15) fausto curi, <em>Struttura del risveglio. Sade, Benjamin, Sanguineti. Teoria e modi della modernità letteraria,</em> Mimesis, Sesto San Giovanni (MI), 2013, p. 226.</p>
<p>(16) silvio ramat, <em>Andrea Zanzotto.</em> <em>Dalla purezza lirica dell’idillio all’arcadia travolta, dalla parola poetica all’oggettivazione della lingua: la grammatica emozionale e la resistenza delle parole assolute, della fede nella poesia</em>, in <em>Letteratura italiana. Novecento. Gli scrittori e la cultura letteraria nella società italiana</em>, op. cit., pp. 9730-9753.</p>
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		<title>L’oscurità e il godimento: una lettura di &#8220;Il Galateo in Bosco&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Aug 2016 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Zanzotto]]></category>
		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Il galateo in bosco]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Andrea Inglese   Ho letto Il Galateo in Bosco molto giovane e ovviamente poco ne capivo. Non ricordo neppure se fosse il primo libro che mi trovassi a leggere di Zanzotto, ma ancora oggi, passati molti anni, e sedimentate molte letture, Il Galateo è come se rimanesse, per me, il libro di Zanzotto, il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-64092" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/zanzotto_500-265x300.jpg" alt="zanzotto_500" width="265" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/zanzotto_500-265x300.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/zanzotto_500.jpg 500w" sizes="auto, (max-width: 265px) 100vw, 265px" /></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">di <strong>Andrea Inglese</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Ho letto </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Il Galateo in Bosco</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> molto giovane e ovviamente poco ne capivo. Non ricordo neppure se fosse il primo libro che mi trovassi a leggere di Zanzotto, ma ancora oggi, passati molti anni, e sedimentate molte letture, </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Il Galateo</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> è come se rimanesse, per me, </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">il</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> libro di Zanzotto, il libro riassuntivo ed esemplare, quello che, alla fine, ho letto più spesso, e quello che ho sempre nuovamente voglia di leggere. È senza dubbio un libro legato al percorso auto-iniziatico della poesia, e custodisce, quindi, quelli che, molto presto, considerai dei valori fondamentali del testo poetico moderno e contemporaneo: oscurità e godimento. </span><span id="more-64049"></span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Faccio parte di coloro che non temono, confrontandosi con l’arte o la letteratura, di non capire, o meglio, di capire poco o a sprazzi. Ho sempre pensato che la letteratura e l’arte siano innanzitutto delle espressioni non tanto d’intelligenza, ma delle sfide all’intelligenza. Poesia e arte dovrebbero, a mio parere, diffidare dell’intelligenza, dei suoi modi e dei suoi codici, ad uso generalmente degli adulti, possibilmente maschi, ben inseriti e pragmaticamente attivi nel tessuto sociale dell’esistente. Per questo motivo, mi è sembrato importante, parecchi anni fa, accettare e, anzi, valorizzare il semplice fatto che si possano leggere delle cose poco chiare, delle cose che sfuggono, che richiedono una paziente rilettura, come se ci si trovasse di fronte a dei rebus. (Sia bene inteso, non sono un particolare amante della poesia “oscura”. Tutt’altro, ma penso che un certo grado di oscurità sia inerente al genere letterario della poesia, per ampi e frastagliati che se ne considerino i contorni.) E, nel caso di libri come </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Galateo in Bosco</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">, si è reso subito evidente il nesso tra oscurità del testo e godimento della lettura. L’oscurità, infatti, intesa come impossibilità di rischiarare il destino umano, di renderci familiari all’universo naturale e storico in cui viviamo, è evidentemente il tema maggiore del libro di Zanzotto. Nelle “Note” conclusive dell’autore, si legge: “Galateo in Bosco (se poi esistono galatei e boschi): le esilissime regole che mantengono simbiosi e convivenze, e i reticoli del simbolico, dalla lingua ai gesti e forse alla stessa percezione: librati come ragnatele o sepolti, velati come filigrane sopra / dentro quel bollore di prepotenze che è la realtà”. Il “bollore di prepotenze che è la realtà”, ossia il caos che costantemente rischia di travolgere non solo i “reticoli del simbolico”, ossia la rete di significati storici che ogni società si dà, ma anche le “esilissime regole” che permettono convivenze tra le diverse specie viventi. Questa fragilità dei nessi logici, sintattici e narrativi, così come dei rapporti tra l’uomo e l’ecosistema da cui si è, con grandezza e pericolo emancipato, è sottoposta ogni momento allo strappo, al micro o macro trauma. </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Il Galateo in Bosco</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> è allora una sorta di mappatura ampia, in salto costante di scala, tra micro e macro appunto, degli zoppicamenti della ragione umana, individuale e collettiva, per familiarizzarsi con il paesaggio, per antropizzarlo compiutamente, per rimodellarlo in profondità a propria immagine e somiglianza, senza mai davvero riuscirci compiutamente. Questo percorso, infatti, è disseminato di “forre”, di “ossari”, di vicoli ciechi, abissi, ostacoli inaggirabili. </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">In questa situazione, il godimento nasce nel lettore dalla profusione di indizi che l’autore ha disseminato nel testo. Appare, infatti, chiaro che l’autore è, alla pari del lettore, e in anticipo rispetto a lui, </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">smarrito</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> nel testo, o meglio, smarrito nel tentativo di governare, attraverso il testo, il suo oggetto specifico, ossia il bosco, inteso come sedimento naturale e storico che costituisce il punto di convergenza paradossale tra memorie e rimozioni collettive. Ed è proprio in virtù di questo smarrimento che egli s’inoltra, con piglio tragi-comico, nell’eterogeneo. L’autore, conquistando in questo modo una complicità sicura con il lettore, mette in atto, secondo una logica dissipativa, una moltiplicazione di riferimenti lessicali, stilistici, figurativi, tematici, che percorrono trasversalmente tutti gli strati della cultura, da quella alta e specialistica a quella più popolare e di massa. Questa eterogeneità non è però espressa attraverso una postura demiurgica e onnipotente, come accade nei grandi maestri del modernismo. L’opera assume fino in fondo il proprio carattere provvisorio, presentandosi come un catalogo di tentativi di poesia attraverso approcci formali disparati, in una sorta di continuità informe, dove i singoli componimenti non sono altro che provvisori coaguli nell’itinerario tormentato dell’espressione. In questo insieme scontornato di testi, il lettore, pur non avendo cognizione di un coerente e chiaro itinerario, sente di poter avere una grande varietà e molteplicità di accessi. E finisce sempre per cadere su un passaggio, una strofa, anche un unico verso fulminanti. Si pensi, ad esempio, a: “ogni albero è un appuntamento / sopraffazione”. Sono versi simili a costituire inaspettate soglie semantiche ad alta densità. Con un gesto che è, nel medesimo tempo, di disinvoltura e d’irriverenza, Zanzotto mette insieme regimi discorsivi remoti: quello empirico, banale, in cui l’“albero” esiste come oggetto senza mistero, e quello dei termini astratti e radicati nell’universo antropologico: “appuntamento” e “sopraffazione”. Abbiamo, di primo acchito, un effetto di disarticolazione, che smaglia il tessuto semantico ordinario. In seguito, però, da questa smagliatura emerge una sorta di sfondo semantico più ampio, certo problematico, ma in cui l’albero perde tutti i sui tratti familiari, per arricchirsi di dimensioni nuove. Ogni albero è la possibile promessa d’incontro tra l’uomo e il mondo, tra cultura e natura, tra soggetto e oggetto, ma questa promessa è anche occasione di frustrazione, addirittura di violenza subita: l’albero è portatore di sopraffazione, in quanto in qualche modo deve vendicare un accordo mai esistito, un appuntamento mai rispetto, innanzitutto, dall’uomo stesso.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">            Così ogni minimo verso fa eco con l’intero libro, ossia con l’intera cosmologia del bosco, che è però una cosmologia costantemente </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">in fieri</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> e, come già detto, indiziaria. Vi è, infatti, un risoluto desiderio di totalità, e questo fantasma di totalità, di cosmo, emerge come una sorta di perpetua mancanza, di lacuna derisoria, a fronte di ogni tentativo di pienezza che si ponga in primo piano, sia nella forma della narrazione individuale o collettiva sia nella forma della nominazione poetica, tutta rivolta all’alterità della natura e a coglierne le possibili promesse di senso. Non è possibile, quindi, sfuggire gli orrori della storia, obliare nuovamente gli ossari, per re-incantare poeticamente qualche luogo naturale, selvaggio. Ma la mancata pienezza di ogni espressione non è celebrata in Zanzotto con un furore di tipo avanguardistico, che mira alla semplice distruzione dei significati. La lezione maggiore di </span><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;">Galateo in Bosco</span></i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> sta sì nella disarticolazione delle partizioni nette tra regimi stilistici e universi semantici, ma a favore di una fluidificazione dei significati, di una circolazione costante e imprevedibile del senso, dal momento che ogni segmento di bosco non è mai completamente codificabile nei termini dei linguaggi umani, ma non è nemmeno terra incontaminata, riserva di senso, al riparo dagli interventi dell’uomo. Il bosco si presenta, allora, come il punto di collasso dei significati sociali e della mitologie naturali, la zona dove la frontiera dei moderni tra natura e cultura viene meno, e nello stesso tempo si espone ad essere esplorata nella forma del cumulo di tracce, reperti, geroglifici, “graffi”.</span></p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo testo è apparso in versione francese (traduzione di Philippe Di Meo) nel n° 58 della rivista</em> Nu(e) <em>dedicato interamente ad Andrea Zanzotto.]</em></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> </span></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Lettere a Zanzotto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 08:10:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Zanzotto]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Maria Annovi]]></category>
		<category><![CDATA[michael palmer]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Michael Palmer traduzione di Gian Maria Annovi Lettera 5 Desideravi, la neve cade all’insù, il futuro perfetto, un testo di ruote. Tu sei nato qui tra rumore e contro-rumore in frammenti iniziali di pellicola, argenti d’immagine, il di e le sue parti – particella come onda – i gradini del futuro perfetto, i suoi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Michael Palmer</strong><br />
traduzione di <strong>Gian Maria Annovi</strong></p>
<p><em><strong>Lettera 5</strong></em></p>
<p>Desideravi, la neve cade all’insù,<br />
il futuro perfetto, un testo<br />
di ruote. Tu sei nato qui<br />
tra rumore e contro-rumore<br />
in frammenti iniziali di pellicola,</p>
<p>argenti d’immagine, il di<br />
e le sue parti – particella<br />
come onda – i gradini<br />
del futuro perfetto, i suoi mille laghi<br />
campane, segni, lunazioni e delusioni</p>
<p>I giorni erano chiamati il libro della fretta<br />
poi il libro dell’urlo, libro<br />
ferroviario poi libro della ruggine, rilegatura-<br />
perfetta, ombra perfetta di un orologio<br />
il fotofilografo assembla in negativo,</p>
<p>sole negativo od ombra negativa,<br />
polvere negativa alzata dal suolo<br />
e le immagini negate in cornici eccessive,<br />
pietre refrattarie, camion ed imbuti,<br />
finzione e testamento coincidono  </p>
<p><span id="more-40566"></span><br />
<em><strong>Lettera 6</strong></em></p>
<p>Caro Z,<br />
così accusavamo la mimesis, accusavamo</p>
<p>l’anemone<br />
e il plasma di fango,</p>
<p>accusavamo il piacere, il sole<br />
e il circolo d’ombra</p>
<p><em><strong>Lettera 7</strong></em></p>
<p>Ma i muri sepolti e le nostre bocche di frammenti,<br />
<em>non noi ma la neve che ci osserva…</em></p>
<p>E tu Signor Fondo-di-cosa, Signor Testo, Signor È-Era,<br />
sai calcolare il rapporto tra filo e finestra,</p>
<p>tra tono e riga, copula e carnevale<br />
e sai riunire la luce dal futuro-passato</p>
<p>nel suo parabolico nido<br />
o recitare un intero vocabolario invernale,</p>
<p>le sue libertà e pseudo-elegie,<br />
lo scheletro di un tram che gira</p>
<p>o fuochi sparsi nel salone<br />
io direi non-io qui direi <em>Il libro dei nodi</em></p>
<p>direi risacche e correnti e trombe marine,<br />
striature di fosforo e venti fluviali</p>
<p>Caro Z, direi che è tempo, che è pressappoco il tempo, che è quasi, che è<br />
        giusto appunto, che è troppo<br />
tardi ora tempo ora per la vex- per la vox- per le<br />
        voci delle ombre,</p>
<p>tempo per le lettere prismatiche, i ninnoli e i sudari<br />
per un giro di sciarpe di garza attorno alle macerie della piazza</p>
<p>Messieurs-Dames, Meine Herren und Damen, la nostra parola-aerostatica,<br />
        lo noterete, sta lententamente<br />
salendo sopra la città bruciata,</p>
<p>le sue catacombe, gli ospedali e i giardini sperimentali,<br />
i suoi caselli autostradali, i ghetti e i raccordi anulari,</p>
<p>i narcolettici e i terapisti e i gatti randagi<br />
Signore e Signori, il nostro menu per questo volo,</p>
<p>dovuto a carenze temporanee,<br />
sarà zuppa di alpha-omega, gobba di cammello, e peti di monaca</p>
<p>Quando entreremo nella settima sfera, vi accorgerete di un sottile<br />
strato di ghiaccio che inizia </p>
<p>a formarsi sui vostri arti<br />
Non allarmatevi, è normale</p>
<p>Avrete difficoltà respiratorie, è normale<br />
Il respirare è difficoltà che provate, è normale</p>
<p>Caro Z, Dovrei dire spazio<br />
costruito di echi, faglie, specchi, uno strano</p>
<p>anno di girovagazione interiore<br />
Dovrei dire, <em>doppia danza, Corno, asse e ruota</em></p>
<p>Caro A, relitti di navi ostruiscono i porti<br />
e il loro carico resta a marcire sui moli</p>
<p>Prepara esecuzioni e trasfusioni<br />
ingrana la marcia finale</p>
<p><em><strong>Lettera 8</strong></em></p>
<p>(cirrostrato)</p>
<p>Così alla fine è di A, aleph e portici,<br />
tratto il dado d’osso</p>
<p>vicino ai cancelli incatenati<br />
E il gracchiare del là-fuori: campane, cuori carichi, vecchie pellicole</p>
<p>hanno trapassato il labbro della trascorsa narrazione<br />
Ma di cosa la para- la pra- di cosa ha bisogno</p>
<p>la parola –bisogno mondiale di non essere – per rappresentare – quello che<br />
fa il mondo</p>
<p>prima devi<br />
diventare perfetto</p>
<p>Nuotano sotto il promontorio e il vento<br />
Mondomattone, camini, quando-se-non-</p>
<p>quando-se-non-quando, schiuma<br />
e relitto, roteare di rondini di mare</p>
<p>E ad alta voce, dissotterrata<br />
come una lingua di reti</p>
<p>Blu vero e giallo limone<br />
grigio vero sottofoglia – così</p>
<p>tante fascine da bruciare – portale nei boschi<br />
e bruciale in mucchi</p>
<p>Ciò che è di A prima di ciò che è di B<br />
Mettiti le versioni nella bocca</p>
<p>Prendile dentro la bocca tua<br />
dissotterrata, tutto fumo, blu</p>
<p>e giallo limone, vera parola<br />
per quella terra e quel fumo </p>
<p><strong><em>Letter 5</em></strong></p>
<p>Desired, the snow falls upward,<br />
the perfect future, a text<br />
of wheels. You were born here<br />
between noise and anti-noise<br />
in first bits of film,</p>
<p>silvers of image, the of<br />
and its parts—particle<br />
as wave—the perfect<br />
future’s steps, its thousand lakes<br />
bells, remarks, lunations and dismays</p>
<p>Days were called the speed book<br />
then the scream book, rail<br />
book then the book of rust, perfect-<br />
bound, perfect shadow of a clock<br />
the photophilographer assembles in negative,</p>
<p>negative sun or negative shade,<br />
negative dust pulled from the ground<br />
and the images negated in ornate frames,<br />
firebricks, funnels and trucks,<br />
figment and testament as one</p>
<p><em><strong>Letter 6</strong></em></p>
<p>Dear Z,<br />
So we accused mimesis, accused</p>
<p>anemone<br />
and the plasma of mud,</p>
<p>accused pleasure, sun<br />
and the circle of shadow</p>
<p><em>Letter 7</em></p>
<p>But the buried walls and our mouths of fragments,<br />
<em>no us but the snow staring at us…</em></p>
<p>And you Mr. Ground-of-What, Mr. Text, Mr. Is-Was,<br />
can you calculate the ratio between wire and window,</p>
<p>between tone and row, copula and carnival<br />
and can you reassemble light from the future-past</p>
<p>in its parabolic nest<br />
or recite an entire winter’s words,</p>
<p>its liberties and pseudo-elegies,<br />
the shell of a street-car in mid-turn</p>
<p>or scattered fires in the great hall<br />
I would say not-I here I’d say <em>The Book of Knots</em></p>
<p>I’d say undertows and currents and waterspouts,<br />
streaks of phosphorous and riverine winds</p>
<p>Dear Z, I’d say it’s time, it’s nearly time, it’s almost, it’s<br />
	just about, it’s long<br />
past time now time now for the vex- for the vox- for the<br />
	voices of shadows,</p>
<p>time for the prism letters, trinkets and shrouds,<br />
for a whirl in gauzy scarves around the wrecked piazza</p>
<p>Messieurs-Dames, Meine Herren und Damen, our word-balloon,<br />
	you will note, is slowly<br />
rising over the parched city,</p>
<p>its catacombs, hospitals and experimental gardens,<br />
its toll-gates, ghettos and ring-roads,</p>
<p>narcoleptics and therapists and stray cats<br />
Ladies and Gentlemen, our menu for this flight,</p>
<p>due to temporary shortages,<br />
will be alpha-omega soup, Bactrian hump, and nun’s farts</p>
<p>As we enter the seventh sphere, you will discover a thin<br />
layer of ice just beginning</p>
<p>to form on your limbs<br />
Do not be alarmed, this is normal</p>
<p>You will experience difficulty breathing, this is normal<br />
The breathing you experience is difficulty, this is normal</p>
<p>Dear Z, Should I say space<br />
constructed of echoes, rifts, mirrors, a strange</p>
<p>year for touring the interior<br />
Should I say <em>double dance, Horn, axis and wheel</em></p>
<p>Dear A, Scuttles ships are clogging the harbors<br />
and their cargoes lie rotting on the piers</p>
<p>Prepare executions and transfusions<br />
Put on your latest gear</p>
<p><em><strong>Letter 8</strong></em></p>
<p>(cirrostratus)</p>
<p>So A’s finally, alephs and arcades,<br />
the bone-dice thrown</p>
<p>beside the chained gates<br />
And the cawing of out-there: bells, charged hearts, old films</p>
<p>threaded past narrative’s lip<br />
But what does the whir- the wer- what does the word</p>
<p>need—world need to be gone—to perform—what<br />
does the world</p>
<p>before you need<br />
to become perfect</p>
<p>They are swimming below the cliff-heads and the wind<br />
Brickworld, chimneys, when-if-not-</p>
<p>When-if-not-when, foam<br />
and wrack, wheeling of terns</p>
<p>And aloud, unearthed<br />
as a language of nets</p>
<p>Actual blue and citron<br />
Actual gray underleaf—so</p>
<p>many bundles to burn—take them to the woods<br />
and burn them in heaps</p>
<p>A’s before B’s<br />
Take the version in your mouth</p>
<p>Take inside into your mouth<br />
unearthed, all smoke, blue</p>
<p>and citron, actual word<br />
for that earth and that smoke</p>
<p>*******</p>
<p><em> Le prime quattro lettere si possono leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/10/27/lettere-a-zanzotto/"><strong>qui</strong></a> </em>.</p>
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		<title>Lettere a Zanzotto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 09:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Zanzotto]]></category>
		<category><![CDATA[Gian Maria Annovi]]></category>
		<category><![CDATA[lettere]]></category>
		<category><![CDATA[michael palmer]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Michael Palmer traduzione di Gian Maria Annovi Lettera 1 Non si faceva per poi disfarlo, noi e per noi, imbustato, si- derato in un’astronave, elenco di liquidi, lettere inutili – cos’altro – sgorgano dalla scatola, piccole faglie, sonagli e pendenze Come montagne, un altro sospiro di crollo quasi del tutto consumato, luci che svernano, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Michael Palmer</strong><br />
traduzione di <strong>Gian Maria Annovi</strong></p>
<p><em><strong>Lettera 1</strong></em></p>
<p>Non si faceva per poi disfarlo,<br />
noi e per noi, imbustato, si-<br />
derato in un’astronave, elenco<br />
di liquidi, lettere inutili –<br />
cos’altro – sgorgano dalla scatola,<br />
piccole faglie, sonagli e pendenze</p>
<p>Come montagne, un altro sospiro di crollo<br />
quasi del tutto consumato, luci<br />
che svernano, torri e un secolo di capelli,<br />
panni a cumuli o a mucchi, e arti,<br />
reali e artificiali, da passare al setaccio </p>
<p>Le hanno proprio finite le cose<br />
o hanno finito i nomi per chiamarle<br />
in quella sublimità radiale, che<br />
imbrattava di bianchezza, finale<br />
pulitura e gentilezza, neve<br />
perfetta o perfezione della neve</p>
<p>lasciandoci lì ad osservare il ponte,<br />
la sua sillaba centrale mancante,<br />
e la terra qua e là<br />
strappata a caso, fumettizzata,<br />
lividamente viva, che chiama dal banco:</p>
<p>Chi non s’è soffocato con una parola</p>
<p>se non il Dottor. Sonno e la sua Finestra del Tempo?<br />
Pallade e Vesta? Antibiotici in piante?<br />
Fiaccole, sanpietrini e bandiere rosse?<br />
Il muro calcinato rivolto alla quandezza<br />
intesa come testimone. Le poche<br />
cose trans che odorano di sesso e di pino</p>
<p>cosa gli ha detto<br />
e a noi come loro<br />
<span id="more-40476"></span></p>
<p><em><strong>Lettera 2</strong></em></p>
<p>Sottosopra: ronzio del dicibile?</p>
<p>Foreste dove gli alberi crebbero capovolti<br />
e tra foglie e foschia una piccola barca in fiamme?</p>
<p>Canzone della bocca chiusa?<br />
Di un alfabeto sotterraneo?</p>
<p><em><strong>Lettera 3</strong></em></p>
<p>I nostri errori a zero: latte per foschia, ghigno<br />
per arti, bocche per nomi – o ore d’altro</p>
<p>di cortecce, balbuzie e sparizioni, cenni<br />
lungo un sentiero di ghiaccio che si scioglie. Il sospiro</p>
<p>che facciamo per “come”<br />
prima di qualsiasi gradino e muro,</p>
<p>le imposte che sbattono nel corpo illuminato<br />
chiamato nulla o chiamato vocativo. Volevo chiedere </p>
<p>delle rugiade, delle usanze dei pioppi, della giostra,<br />
la ricchezza senza sogno, le reti, le braci</p>
<p>e gli ovili, la nave “Desiderio”<br />
con le sue cremagliere e le barre</p>
<p>che salpa proprio ora. Questa<br />
domanda da scandirsi da sé. E le onde che siamo</p>
<p>che seguono ciò che segue,<br />
che ridicono noi stessi</p>
<p>ciò che diciamo l’abbiamo detto<br />
in questa lingua che passerà.</p>
<p><em><strong>Lettera 4</strong></em></p>
<p>Quasi o più che o quasi vivo</p>
<p>Ma il corpo di un altro che cerchi di sollevare,<br />
il corpo cui cerchi di parlare<br />
e il dubbioso o lo scuro<br />
di questo improvviso, spogliato<br />
inverno e i suoi venti?</p>
<p>Un treno sottovetro?</p>
<p>E il “supplemento di sole”?</p>
<p>Ma il corpo che penetri<br />
con la lingua, con<br />
le parole sulla sua punta,<br />
parole per sostanze chimiche e sapori<br />
e quasi ricordati nomi,</p>
<p>equazioni segnate in fretta<br />
per i tipi di neve del nostro tempo<br />
e sempre, dietro</p>
<p>il paesaggio,<br />
una neve più rossa che bianca?</p>
<p>**********</p>
<p><em><strong>Letter 1</strong></em></p>
<p>Wasn’t it done then undone, by<br />
us and to us, enveloped, sid-<br />
erated in a starship, listing<br />
with liquids, helpless letters—<br />
what else—pouring from that box,<br />
little gaps, rattles and slants</p>
<p>Like mountains, pretty much worn down<br />
Another sigh of breakage, wintering<br />
lights, towers and a century of hair,<br />
cloth in heaps or mounds, and limbs,<br />
real and artificial, to sift among</p>
<p>Did they really run out of things<br />
or was it only the names for things<br />
in that radial sublimity, that<br />
daubed whiteness, final<br />
cleansing and kindness, perfect<br />
snow or perfection of snow</p>
<p>leaving us peering at the bridge,<br />
its central syllable missing,<br />
and the ground here and there<br />
casually rent, cartoon-like,<br />
lividly living, calling in counter-talk:</p>
<p>Whoever has not choked on a word</p>
<p>But Dr. Sleep and his Window of Time?<br />
Pallas and Vesta? Antibodies in plants?<br />
Torches, cobbles and red flags?<br />
The calcined walls facing whenness<br />
meant as witness. The few<br />
trans things smelling of sex and pine</p>
<p>said what to them<br />
and to us as them</p>
<p><em><strong>Letter 2</strong></em></p>
<p>Belowabove: hum of the possible-ti-say?</p>
<p>Forest in which the trees grow downward<br />
and through the leaves and mist a small boat in flames?</p>
<p>Song of the closed mouth?<br />
Of an alphabet underground?</p>
<p><em><strong>Letter 3</strong></em></p>
<p>Our errors at zero: milk for mist, grin<br />
for limbs, mouths for names—or else hours</p>
<p>of barks, stammers and vanishings, nods<br />
along a path of dissolving ice. The sign</p>
<p>we make for “same as”<br />
before whatever steps and walls,</p>
<p>shutters flapping in the lighted body<br />
called null or called vocative. I’d wanted to ask</p>
<p>about dews, habits of popular, carousel,<br />
dreamless wealth, nets, embers</p>
<p>and folds, the sailing ship “Desire”<br />
with its racks and bars</p>
<p>just now setting out. This<br />
question to spell itself. And the waves of us</p>
<p>following what follows,<br />
retelling ourselves</p>
<p>what we say we’ve said<br />
in this tongue which will pass</p>
<p><em><strong>Letter 4</strong></em></p>
<p>Almost or more than or almost alive</p>
<p>But the body of another you attempt to lift,<br />
the body you try to address<br />
and the doubtful or the dark<br />
of this sudden, stripped<br />
winter and its winds?</p>
<p>A train housed in glass?</p>
<p>And the “supplement of sun”?</p>
<p>But the body you enter<br />
with your tongue, with<br />
the words on its tip,<br />
words for chemicals and tastes<br />
and almost remembered names,</p>
<p>hurriedly chalked equations<br />
for the kinds of snow in our time<br />
and always, behind</p>
<p>the landscape,<br />
a snow more red than white?</p>
<p><strong>Michael Palmer</strong> è nato a New York nel 1943. È autore di numerosi libri di poesia, tra i quali <em>Company of Moths</em> (New Directions, 2005), finalista al Canadian Griffin Poetry Prize; <em>Codes Appearing: Poems 1979-1988</em> (2001); <em>The Promises of Glass</em> (2000); <em>The Lion Bridge: Selected Poems 1972-1995 </em>(1998); <em>At Passages</em> (1996); <em>Sun</em> (1988); <em>First Figure</em> (1984); <em>Notes for Echo Lake</em> (1981); <em>Without Music</em> (1977); <em>The Circular Gates</em> (1974); e <em>Blake&#8217;s Newton</em> (1972). Michael Palmer ha ottenuto due riconoscimenti dal National Endowment for the Arts, il premio Lila Wallace-Reader’s Digest Writer, una borsa dalla Guggenheim Foundation e ha vinto il Shelley Memorial Prize della Poetry Society of America. Nel 1999, è stato eletto consigliere della Academy of American Poets e nel 2006 ha ricevuto il prestigioso Wallace Stevens Award per la poesia. Vive a San Francisco.</p>
<p><em> (continua) </em></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Impudenza, demenza del ricordare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 12:44:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Zanzotto]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Racca]]></category>
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					<description><![CDATA[]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_40399" aria-describedby="caption-attachment-40399" style="width: 266px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-large wp-image-40399 " title="zanzotto" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto1-633x1024.jpg" alt="" width="266" height="430" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto1-633x1024.jpg 633w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto1-185x300.jpg 185w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto1.jpg 1950w" sizes="auto, (max-width: 266px) 100vw, 266px" /></a><figcaption id="caption-attachment-40399" class="wp-caption-text">di Davide Racca</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">
]]></content:encoded>
					
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		<item>
		<title>ANDREA ZANZOTTO Vera figura, vera natura, slansada in ragi come’n’aurora&#8230;</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/10/19/andrea-zanzotto-vera-figura-vera-natura-slansada-in-ragi-come%e2%80%99n%e2%80%99aurora/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 07:26:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Zanzotto]]></category>
		<category><![CDATA[Cantilena londinese]]></category>
		<category><![CDATA[federico fellini]]></category>
		<category><![CDATA[Filò]]></category>
		<category><![CDATA[Il Casanova]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<category><![CDATA[Recitativo veneziano]]></category>
		<category><![CDATA[verticalismi&trasversalismi]]></category>
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					<description><![CDATA[Scena iniziale da Il Casanova di Federico Fellini [1976] RECITATIVO VENEZIANO Vera figura, vera natura, slansada in ragi come’n’aurora che tuti quanti te ne inamora: aàh Venessia aàh Regina aàh Venusia &#160; to fia xé ’l vento, siroco e bora che svegia sgrisoli de vita eterna, signora d’oro che ne governa aàh Venessia aàh Venegia [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="width:700px;"><center></p>
<div style="width:560px;"><iframe loading="lazy" width="560" height="310" src="https://www.youtube.com/embed/E7cn46XUPsQ?rel=0&amp;controls=0&amp;showinfo=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p></center></p>
<p align="center"><span style="font-size:9pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Scena iniziale da <em>Il Casanova</em> di Federico Fellini [1976]</span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>RECITATIVO VENEZIANO</strong></span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Vera figura, vera natura,<br />
slansada in ragi come’n’aurora<br />
che tuti quanti te ne inamora:<br />
aàh Venessia aàh Regina aàh Venusia</span></p>
<p><span id="more-40395"></span><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">to fia xé ’l vento, siroco e bora<br />
che svegia sgrisoli de vita eterna,<br />
signora d’oro che ne governa<br />
aàh Venessia aàh Venegia aàh Venusia</span></p>
<p align="right"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"></span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Testa santissima, piera e diamante,<br />
boca che parla, rece che sente,<br />
mente che pensa divinamente<br />
aàh Venessia aàh Regina aàh Venusia</span>
</p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">par sposa e mare, mora e comare,<br />
sorela e nora, fiola e madona,<br />
ónzete, smólete, sbrindola in su<br />
nu par ti, ti par nu<br />
aàh Venessia aàh Venòca aàh Venessia</span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Metéghe i feri, metéghe i pai,<br />
butéghe in gola ‘l vin a bocai,<br />
incononàla de bon e de megio;<br />
la xé imbriagona, la xé magnona,<br />
ma chissà dopo ma chissà dopo<br />
cossa che la dona!</span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Mona ciavona, cula cagona,<br />
baba catàba, vecia spussona,<br />
Toco de banda, toco de gnoca,<br />
Squinsia e barona, niora e comare,<br />
sorela e nona, fiola e madona,<br />
nu te ordinemo, in sùor e in laòr,<br />
che su ti sboci a chi te sa tòr.</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<center></p>
<div style="width:560px;"><iframe loading="lazy" width="560" height="310" src="https://www.youtube.com/embed/fJrKg3piuSs?rel=0&amp;controls=0&amp;showinfo=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p></center><br />
&nbsp;</p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><strong>CANTILENA LONDINESE</strong></span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Pin Penin<br />
valentin<br />
pena bianca<br />
mi quaranta<br />
mi un mi dòi mi trèi mi quatro<br />
mi sinque mi sie mi sète mi òto<br />
buròto<br />
stradèta<br />
comodèa&#8211;</span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Pin Penin<br />
fureghin<br />
perle e filo par inpirar<br />
e pètena par petenar<br />
e po&#8217; codini e nastrini e cordèa&#8211;</span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">le xe le comedie e i zoghessi de chèa<br />
che jeri la jera putèa</span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Pin Pidin<br />
cossa gastu visto?<br />
&#8216;Sta piavoleta nua<br />
&#8216;sto corpesin &#8216;ste rosette<br />
&#8216;sta viola che te consola<br />
&#8216;sta pele lissa come sèa<br />
&#8216;sti pissigheti de rissi<br />
&#8216;sti oceti che te varda fissi<br />
e che sa dir &#8220;te vòi ben&#8221;<br />
&#8216;ste suchete &#8216;sta sfeseta&#8211;</span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">le xe belesse da portar a nosse<br />
a nosse composte de chéa<br />
che jeri la jera putéa</span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Pin Penin<br />
valentin<br />
o mio ben,<br />
te serco inte&#8217;l fogo inte&#8217;l giasso<br />
te serco e no ghe riesso<br />
te serco e no ghe la fasso,<br />
pan e dedin<br />
polenta e nasin&#8211;<br />
chi me fa dormir<br />
chi me fa morir<br />
tuta pa&#8217;l me amor<br />
chi me fa tornar<br />
coi baseti che ciùcia<br />
coi brasseti che struca<br />
co la camiseta più bèa&#8211;</span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">le xe le voje i caprissi de chèa<br />
che jeri la jera putèa</span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Pin pidin<br />
valentin<br />
pan e vin<br />
o mio ben,<br />
un giosso, solo un giosso,<br />
te serco inte&#8217;l masso<br />
te serco fora dal masso<br />
te serco te serco e indrio sbrisso,<br />
chi xe che me porta&#8217;l mio ben<br />
chi me descanta<br />
chi me desgàtia<br />
chi me despìra<br />
pan e pidin<br />
polenta e nasin<br />
polenta e late<br />
da le tetine mate<br />
da le tetine beate&#8211;</span></p>
<p style="padding-left: 220px;"><span style="font-size:13pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">i xe zoghessi de la piavoleta<br />
le xe le nosse i caprissi de chèa<br />
de chèa<br />
che jeri la jera putèa.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">da <em>Filò. Per il Casanova di Fellini</em><br />
con una lettera e cinque disegni di Federico Fellini<br />
Edizioni del Ruzante, Venezia 1976</span></p>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Fra <strong>Andrea Zanzotto</strong> e <strong>Federico Fellini</strong> ci furono un&#8217;amicizia delicata e una collaborazione costante: prima per <strong><em>Il Casanova</em></strong> [estate 1976], poi per <strong><em>La città delle donne</em></strong> [1980] e infine per <strong><em>E la nave va</em></strong> [1983].<br />
<strong>Fellini</strong> così scrive a <strong>Zanzotto</strong>, nel luglio del 1976, per <em>commissionargli</em> i versi che contribuiranno a due momenti incantati del suo <em>Casanova</em>, <strong><em>Recitativo veneziano</em></strong> e <strong><em>Cantilena londinese</em></strong>, prime due parti del libretto <strong><em>Filò</em></strong> pubblicato nello stesso anno e che come introduzione avrà proprio questa lettera del regista al poeta:</span><br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Vorrei tentare di rompere l’opacità, la convenzione del dialetto veneto che, come tutti i dialetti, si è raggelato in una cifra disemozionata e stucchevole, e cercare di restituirgli freschezza, renderlo più vivo, penetrante, mercuriale, accanito, magari dando la preferenza ad un veneto ruzantino o tentando un’estrosa promiscuità tra quello del Ruzante e il veneto goldoniano, o meglio riscoprendo forme arcaiche o addirittura inventando combinazioni fonetiche e linguistiche in modo che anche l’assunto verbale rifletta il riverbero della visionarietà stralunata che mi sembra di aver dato al film. [Filò, 1976, pag.7].<br />
&nbsp;<br />
[&#8230;] non è forse piacevole lo stesso farneticare su intenzioni e compiutezze ideali anche se impraticabili fino in fondo? [ Filò, 1976 pag. 8]. </span></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Citando alcuni versi del poeta:</span><br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;"><em>Dolce andare elegiando come va in elegia l’autunno </em></span></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Fellini così li commemta:</span><br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p><span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Mi sembra che la sonorità liquida, l’affastellarsi gorgogliante, i suoni, le sillabe che si sciolgono in bocca, quel cantilenare dolce e rotto dei bambini in un miscuglio di latte e materia disciolta, uno sciabordio addormentante, riproponga e rappresenti con suggestiva efficacia quella sorta di iconografia subacquea del film, l’immagine placentaria, amniotica, di una Venezia decomposta e fluttuante, di muschiosità, di buio muffito e umido. [Filò, 1976 pag. 9-10].</span></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">Del film girato in inglese e doppiato in un secondo momento, <strong>Zanzotto</strong> sarà il <em>consulente</em> per la lingua madre del protagonista, il dialetto veneto, e scrive <em>Recitativo Veneziano</em>, una sorta di evocazione, d&#8217;inno pagano e carnale alla città, sollecitato dalle immagini della scena iniziale, un grottesco rito carnevalesco di acque e fuochi per far nascere dal Canal Grande una enorme testa polena di donna, che poi invece si inabisserà gorgogliando, e compone, musicata da Nino Rota, la ninna nanna cantilena <em>Pin Pedìn</em>, Pié Piedino, ispirato dalla scena del bagno nella tinozza della <em>Gigantessa Angelina</em>, unico personaggio del film inventato di sana pianta, che, <em>creatura mitologica</em>, combatte con gli uomini, sempre trionfante, in un circo londinese: una forzuta grande e grossa e malinconica, custodita da due nanetti partenopei in polpe e parrucca incipriata, che gioca con le bambole, le <em>piavolete</em>, e si canta invece <em>putèa</em>, piccina e delicata, con i vezzeggiativi maliziosi della filastrocca in <em>petèl</em>, il linguaggio spezzato dell&#8217;infanzia, della lallazione misteriosa e consolante dei suoni e delle immagini antiche.<br />
I film di <strong>Fellini</strong> sono sempre fatti di donne grandi e forti e di uomini piccoli piccoli e soccombenti.<br />
&nbsp;<br />
Riferendosi ai due componimenti <strong>Zanzotto</strong> rivela le origini profonde del suo recupero del dialetto:</span><br />
&nbsp;</p>
<blockquote><p>
<span style="font-size:12pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">I primi due componimenti li avevo già scritti, in qualche modo. Esistevano dispersi nei miei lavori di molti anni fa, anche lontanissimi [&#8230;] il discorso visivo di Fellini ha risvegliato per me alcune risonanze entro una certa aura linguistica da dirsi veneta (veneziana solo in parte) sia per eccesso che per difetto. Mi è capitato davanti un parlare perso nella dicronia e nella sincronia veneta.<br />
&nbsp;<br />
da &#8220;Le poesie e prose scelte&#8221; Mondadori 1999 I Meridiani, pag. 539</span></p></blockquote>
<p>&nbsp;<br />
<span style="font-size:10pt; font-family: &quot;Times New Roman&quot;;">[ <em>in memoria e malinconia autunnale</em> ]</span><br />
&nbsp;</div>
]]></content:encoded>
					
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		<title>ZANZOTTO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 11:40:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni data l&#8217;eccezionalità dell&#8217;evento e l&#8217;emozione che provo, vengo meno alle regole di buona educazione indiana. NESSUN DIRITTO E&#8217; RISERVATO MAGARI DA ME SI COPIASSE TANTO QUANTO DAGLI ALTRI HO COPIATO Andrea Zanzotto &#160; Lo voglio ricordare in piena attività, capace di scandalizzarsi e di stizzirsi, come quando mi scrisse questa lettera, pubblicata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>data l&#8217;eccezionalità dell&#8217;evento e l&#8217;emozione che provo, vengo meno alle regole di buona educazione indiana.</p>
<p>NESSUN DIRITTO E&#8217; RISERVATO</p>
<p>MAGARI DA ME SI COPIASSE</p>
<p>TANTO QUANTO DAGLI ALTRI HO COPIATO</p>
<p>Andrea Zanzotto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Lo voglio ricordare in piena attività, capace di scandalizzarsi e di stizzirsi, come quando mi scrisse questa lettera, pubblicata su Testo a fronte n 22, I semestre 2000.<span id="more-40389"></span></p>
<p>Pieve di Soligo TV, 31 ott. 99</p>
<p>Caro Buffoni,<br />
sempre più spesso vedo apparire traduzioni di scritti poetici senza testo a fronte. E&#8217; terribile l&#8217;implicito che c&#8217;è in una simile tendenza, soprattutto quando si tratta di confronti fra lingue &#8220;europee&#8221;.</p>
<p>Qui si dà per scontato che se sono in gioco lingue molto lontane (o abbastanza tristemente lontane per la media dei lettori anche colti) da sempre si è affidati a una vaga speranza di aver fortuna.</p>
<p>Sul &#8220;legame musaico&#8221; destinato comunque a saltare quasi del tutto, salvo rare e famose eccezioni, il soccorevole e necessario spazio del testo a fronte ha una parte essenziale, e serve anche a tener viva la consapevolezza che le lingue non sono solo strumenti, ma strutture antropologiche.</p>
<p>Scusami se vengo a tirar fuori argomenti simili con te che ne sei particolarmente edotto. Ma il disordine, il vero caos che si sta producendo, cresce a vista d&#8217;occhio, più marcio dei mostruosi grammelot, (non) dialetto e (non) inglese, che qui in Italia ci assediano perfino dalle insegne dei negozi.</p>
<p>Io mi son visto tradurre &#8220;Pasque&#8221;, e bene, per vederlo poi apparire senza testo con un editore quasi fantasma, ed oggi, mentre da Gallimard filtra l&#8217;intenzione di pubblicare un&#8217;antologia generale del mio lavoro senza testo a fronte (e Donzelli ha pubblicato Waterhouse senza testo, come avrai visto, e lascio perdere altri casi) mi pare che sarebbe giusto fare qualcosa per evitare quella che sarebbe l&#8217;emarginazione della res poetica in quanto tale. Non so.</p>
<p>Immagino che tu abbia già idee sul fenomeno, ben più chiare delle mie, anche per l&#8217;immediata conoscenza dei casi e dei problemi derivante, oltreché dall&#8217;interiore sensibilità ed esigenza, dalla tua specializzazione.</p>
<p>Io purtroppo mi trovo fuori della possibilità di aprire adeguatamente il discorso e anche di svilupparlo &#8230; omissis&#8230;</p>
<p>Sappimi dire, ti prego, qualcosa su una realtà che mi sembra (insieme a tante altre anche peggiori che ci assediano) desolante, e su una possibile forma di intervento&#8230;<br />
Cari saluti e auguri<br />
Andrea Zanzotto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NESSUN DIRITTO E&#8217; RISERVATO</p>
<p>MAGARI DA ME SI COPIASSE</p>
<p>TANTO QUANTO DAGLI ALTRI HO COPIATO</p>
<p>Andrea Zanzotto</p>
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		<title>Andrea Zanzotto 1921-2011</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 10:40:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 18 ottobre 2011) Esistere psichicamente Da questa artificiosa terra-carne esili acuminati sensi e sussulti e silenzi, da questa bava di vicende &#8211; soli che urtarono fili di ciglia ariste appena sfrangiate pei colli &#8211; da questo lungo attimo inghiottito da nevi, inghiottito dal vento, da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto.jpg" alt="" title="zanzotto" width="400" height="306" class="alignnone size-full wp-image-40388" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/zanzotto-300x229.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p><strong>Andrea Zanzotto</strong><br />
(Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 18 ottobre 2011)<br />
<span id="more-40387"></span><br />
<strong>Esistere psichicamente </strong></p>
<p>Da questa artificiosa terra-carne<br />
esili acuminati sensi<br />
e sussulti e silenzi,<br />
da questa bava di vicende<br />
&#8211; soli che urtarono fili di ciglia<br />
ariste appena sfrangiate pei colli &#8211;<br />
da questo lungo attimo<br />
inghiottito da nevi, inghiottito dal vento,<br />
da tutto questo che non fu<br />
primavera non luglio non autunno<br />
ma solo egro spiraglio<br />
ma solo psiche,<br />
da tutto questo che non è nulla<br />
ed è tutto ciò ch&#8217;io sono:<br />
tale la verità geme a se stessa,<br />
si vuole pomo che gonfia ed infradicia.<br />
Chiarore acido che tessi<br />
i bruciori d&#8217;inferno<br />
degli atomi e il conato<br />
torbido d&#8217;alghe e vermi,<br />
chiarore-uovo<br />
che nel morente muco fai parole<br />
e amori. </p>
<p>[da <em>Vocativo</em>, 1957]</p>
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		<title>ADIEU, VENISE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2011 11:00:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante Visitare il Padiglione Italia della 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia organizzato da Vittorio Sgarbi è un’esperienza abissale, nel senso che ci conduce nell’abisso della situazione intellettuale e artistica contemporanea, di cui l’Italia è un’avanguardia ormai riconosciuta in tutto il mondo. L’idea di Vittorio Sgarbi è stata quella di invitare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/il-risveglio-di-primavera1-300x226.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/il-risveglio-di-primavera1-300x226.jpg" alt="" title="il-risveglio-di-primavera1-300x226" width="300" height="226" class="alignnone size-full wp-image-40059" /></a><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>Visitare il Padiglione Italia della 54a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia organizzato da Vittorio Sgarbi è un’esperienza abissale, nel senso che ci conduce nell’abisso della situazione intellettuale e artistica contemporanea, di cui l’Italia è un’avanguardia ormai riconosciuta in tutto il mondo.<br />
L’idea di Vittorio Sgarbi è stata quella di invitare più di 250 uomini e donne di cultura a scegliere un’opera di un artista italiano vivente e poi di riunire, o meglio, di ammassare in un unico spazio, le Corderie dell’Arsenale, tutte le opere, intitolando l’esposizione <em>L’arte non è cosa nostra</em>.<br />
Credo che, se stiamo al titolo e alla disposizione della mostra, i due intenti maggiori del curatore siano stati in primo luogo affermare che l’arte non è qualcosa che appartiene alla mafia dei critici d’arte, dei galleristi e dei collezionisti, ma a tutti gli uomini e donne di buona cultura e di buona volontà, e, in secondo luogo, che le opere d’arte, private di un giudizio critico in grado di definire una qualsiasi gerarchia di valori, possono essere collocate alla rinfusa, come qualsiasi altra merce, in un deposito.<span id="more-40058"></span><br />
La giustificazione del curatore alla morale del deposito è stata, riassumendo, la seguente: che cos’è la vita se non caos? E l’arte non è forse l’espressione del caos della vita? E che cosa fanno quei mafiosi di curatori, critici d’arte e galleristi se non mortificare la vitalità degli artisti innalzando loro dei peana in quella specie di cimiteri che sono diventati i musei? E poi chi ha detto che abbiamo bisogno che qualcuno ci ponga degli aut-aut? La sola morale della vita contro la morte è la morale del deposito, la morale, ha dichiarato Vittorio Sgarbi, dell’«et-et», che è la morale della nostra babele linguistica e culturale –  dell’integrazione e non dell’esclusione –  del nostro mondo post-comunista e post-industriale che ha abbattuto tutte le frontiere del sesso, del’età, della religione, dei costumi, della storia, delle civiltà&#8230; Insomma, la morale del Padiglione Italia della 54a Esposizione Internazionale della Biennale di Venezia è la morale della vita e del caos al tempo della morte della nozione di opera, che per sua stessa natura è un cosmo o, almeno, un tentativo di dare una forma al caos della vita. </p>
<p>***</p>
<p>La morale del deposito mi sembra celebrare lo <em>status quo</em>. Perciò non è affatto provocatoria, ma retorica. Non è affatto “reazionaria”. Non reagisce al presente, ma lo assume come paradigma: è la morale del presente assoluto. Infatti, che cosa c’è oggi di più culturalmente paradigmatico di un enorme spazio – vedi database, vedi enciclopedia digitale –, dove si affastellano centinaia e centinaia di quadri e installazioni in modo tale che nessuna opera singola possa essere distinta, separata dalle altre e diventare così degna di essere contemplata?<br />
Siamo al paradosso: un celebre critico e storico dell’arte, il curatore del Padiglione Italia Vittorio Sgarbi, organizza una mostra al fine di sottrarla alla critica (<em>krinein</em> significa discernere, separare e non giudicare) e perciò alla Storia. Come possiamo dare valore a un’opera se non la collochiamo in una continuità storica? E come possiamo collocare un’opera in una continuità storica se azzeriamo la nostra capacità critica di separarla dal flusso di tutte le altre, se non riusciamo a distinguere l’insignificante dall’essenziale?<br />
A meno che – ed è ciò che il curatore insinua allestendo il suo Padiglione Italia della Biennale come un grande deposito – lo storico e il critico d’arte abbiano già da tempo abbandonato la loro funzione di custodi del discernimento e si siano arresi all’ipertrofia della produzione artistica, all’arte ridotta a <em>décor</em>, a ornamento dell’essere, a tappezzeria dello sguardo turistico, a sfondo pubblicitario o a <em>location</em> per un’umanità di comparse che pagano il biglietto soltanto per rivedersi, una volta tornate a casa, come attori e attrici protagonisti sui loro grandi schermi al plasma.<br />
A meno che a nessuno, neppure ai critici e agli storici dell’arte, e in particolare al curatore del Padiglione Italia della Biennale, importi più un fico secco dell’arte. Perché un’opera d’arte è qualcosa di complesso e denso. E lo è in funzione anche dei suoi confini. L’opera è una <em>potenza di potenze</em> che, grazie alla sua concentrazione in uno spazio specifico, sprigiona un’immensa energia. Ora questa energia è diversa da quella di un semplice atto, uno di quegli innumerevoli gesti che compiamo perfino senza accorgercene. L’opera è un atto potente di potenzialità, allo stesso tempo deliberato e oscuro, che viene dal passato e chiede futuro. Ora, come si può accogliere la potente potenzialità di un’opera, la sua richiesta di passato e di futuro, se la morale che presiede alla sua esposizione è quella del deposito, della mancanza di confini, dell’ipertrofia e del presente assoluto?</p>
<p>***</p>
<p>Se poi con pazienza si scorre la lista degli uomini e delle donne di cultura invitati da Vittorio Sgarbi a indicare un artista da esporre al Padiglione Italia, si possono fare incontri ed incroci assai interessanti. E, prima ancora, ci si può addirittura sorprendere.<br />
Ad esempio, ci si può chiedere: che ci fanno nella lista Walter Siti, Bernardo Bertolucci, Ferzan Ozpetek, Joseph Zoderer, Mimmo Calopresti, Pasquale Pozzessere, Vincenzo Consolo, Antonio Moresco, Furio Colombo, Toni Servillo, Dario Fo, Tiziano Scarpa Tahar Ben Jelloun, Jean Clair, Sebastiano Vassalli, tutti scrittori, giornalisti, registi, attori, filosofi, poeti, uomini di teatro, studiosi e critici d’arte (ma i critici d’arte non erano stati banditi dal curatore Vittorio Sgarbi per pericolo di collusioni mafiose con gli artisti? E che ci fa nella lista lo stesso Vittorio Sgarbi? Si è autoinvitato nelle vesti di <em>anchorman</em>?) da sempre molto polemici, per non dire ostili, rispetto alla cosiddetta gestione politica della cultura italiana degli ultimi vent’anni e da questa spesso ingiustamente emarginati, combattuti o addirittura vessati? Perché hanno accettato l’invito? Non potevano dire di no?<br />
Comprendo meglio il sì di Tullio de Mauro, di Roman Vlad, di Franco Loi, di Emanuele Severino, di Ermanno Olmi, di Claudio Magris, di Andrea Zanzotto, di Ennio Morricone, di Raffaele La Capria, di Giorgio Pressburger, di Tonino Guerra e di altri <em>probi viri</em> che per età e prestigio acquisito immagino siano tirati per la giacca ogni giorno da ogni genere di individui. La questua degli opportunisti deve essere pressante, fastidiosa, a volte insopportabile. Qualche cedimento è umano.<br />
Del tutto naturale invece, secondo la prospettiva ecumenica e inclusiva dell’ «et-et» e non dell’aut-aut proposta dal curatore Vittorio Sgarbi, la presenza nella lista di personaggi del <em>gossip</em> come Vladimir Luxuria e Marina Ripa di Meana, di esponenti della musica popolare come Morgan, Battiato e Lucio Dalla, di comici come Luciana Littizzetto e Gene Gnocchi, di presentatori televisivi come Fabio Fazio, e di autorevoli esponenti del partito di governo come Sandro Bondi, già Ministro della Cultura e poeta in grado di rinnovare in solitudine la sepolta tradizione della poesia bucolica italiana.</p>
<p>***</p>
<p>Mentre mi aggiravo nel Padiglione ho pensato a Baudelaire – qualcuno a cui cerco di rimanere aggrappato allorché mi sforzo di leggere l’arte contemporanea non come un atollo disperso nell’oceano della storia dell’arte senza legami con i secoli precedenti – e ai suoi resoconti al direttore della «Revue Française» negli anni Cinquanta del XIX secolo. Per lui l’artista si era già all’epoca colpevolmente trasformato in un «adolescente viziato» per il quale l’immaginazione, invece di essere concepita come «regina delle facoltà», era diventata un «pericolo e una fatica», mentre lo studio del passato addirittura «tempo perso». Molte opere del Padiglione Italia mi hanno ricordato anche la celebre frase di Joseph Beuys, proferita alla fine degli anni Sessanta del XX secolo, tanto vuota quanto profetica: «Ogni uomo è un artista; tutto ciò che fate è arte». Mi sono chiesto: di quale modernità vogliamo essere figli? Di quella di Baudelaire o di quella di Beuys?<br />
Quello che è certo è che grazie a Beuys &#038; Company oggi, agli inizi del XXI secolo, la morale del deposito e del presente assoluto è diventata la morale dell’arte e il mestiere dell’artista sempre più prossimo a quello del <em>broker</em>. </p>
<p>***</p>
<p>Tuttavia, in apparente contraddizione con la tradizione beuysiana del «basta vivere e sarete artisti», girovagando nel bazar Italia della Biennale, ho riscontrato la presenza minacciosa di un altro genere di artisti, non qualificabili come «adolescenti viziati», ma piuttosto come <em>adulti anacronistici</em>, molto simili a coloro che Baudelaire avrebbe definito «copisti del dizionario», dove il dizionario è il mondo espunto da ogni circostanza, da ogni transitorietà. In altre parole: artisti per i quali il presente è «tempo perso».<br />
M&#8217;imbatto in un pastello di Monica Ferrando, dove una ragazza ricoperta da una tunica bianca sembra stia cogliendo qualcosa, forse un fiore. L’uso dei pastelli mi suggerisce la volontà da parte dell’artista di lasciarsi alle spalle decenni e forse un secolo di esperimenti tecnici su materiali i più disparati, che ne so, mi vengono in mente i “sacchi” di Burri, o le “sabbie” di Carmassi. Bene, ma da qualcuno che desidera ricominciare dai fondamenti, pretendo almeno che l’anatomia del corpo umano abbia il suo peso e che il paesaggio non sia un misto di affettazione impressionistica e illustrazione fiabesca&#8230; Mi ricorda, in bruttissima copia, alcuni pastelli di Ruggero Savinio. Poi leggo che Monica Ferrando ha tratto il pastello da un libro composto a quattro mani con Giorgio Agamben – che l’ha scelta come artista per il Padiglione Italia – intitolato <em>La ragazza indicibile</em>. La ragazza in questione è Kore-Persefone: storia di rapimenti, stupri, discese all’Ade, ritorni sulla Terra, e soprattutto di misteri, quelli Eleusini. Forse Monica Ferrando, attraverso la sua opera, ha voluto riportare il suo e il nostro sguardo non solo sull’archetipo femminile, ma su ciò che gli iniziati vedevano e tacevano. Tuttavia, qui non ci si trova alle soglie di Eleusi, ma <em> sumus in Arcadia</em>. Dopo qualche minuto, vedo un paio di quadri di Silvio Lacasella, quei suoi pronunciamenti paesaggistici da artista appartato ed epigonale, che devono a Guccione quasi tutto, compreso quel minimo di scatto meditativo. Chi ha scelto Lacasella? Vado a vedere. Interessante e sorprendente! Due poeti molto stimati, Magrelli e Bandini, amano lo stesso pittore. Mi chiedo: può un ottimo poeta amare un artista mediocre? Sì, perché le storie delle arti seguono ritmi diversi e spesso sono soggette a discrasie temporali che non permettono all’inquilino del primo piano di salire ogni giorno dall’inquilino del secondo per chiedergli come sta, né a quello del secondo di bussare con insistenza alla porta di quello del terzo per sapere se ha letto il suo ultimo libro, senza contare che quello del terzo può essere sordo e perciò non sentire nulla, così quando aprirà la porta per scendere giù, l’inquilino del secondo piano se ne sarà già andato al lavoro, etc.<br />
Infine mi blocco davanti a un quadro di Paolo Giorgi, <em>Il risveglio della primavera</em>. Il pittore, in sintonia sia con la stanchezza generale rispetto alle difficili vie dell’arte modernista, sia con il rifiuto dell’eterna <em>trouvaille</em> di molta parte dell’arte contemporanea, sia infine, forse aderendo a suo modo all’ennesima dichiarazione di ritorno alla realtà (l’eterno realismo italiano!) da parte di qualche gruppo di trentenni e quarantenni alla ricerca di rispettabilità, presenta uno stupefacente interno con al centro una ragazza dallo sguardo malinconico distesa su un sofà con tanto di carta da parati al muro e un quadro in cui si vede un panorama di Roma dalla terrazza del Pincio. Di che si tratta? Della mancata lezione di Ugo Attardi che approda all’iconografia illustrativa di Gigino Falcone? Di un frutto di <em>art pompier</em> maturato fuori tempo massimo? O di un’opera concepibile soltanto nel tempo perduto e ovattato di un salotto romano, mentre all’esterno le proteste di migliaia di giovani malinconici hanno trasformato Piazza Venezia in un suburbio di Londra o Los Angeles?<br />
Una sorpresa ulteriore la ricevo appena leggo che Giorgi è stato scelto per il Padiglione Italia sia da Corrado Augias che da Gianni Letta, come dire dalla sinistra e dalla destra italiane perbene e colte. Forse mi sbaglio, ma, tra un salotto e un altro, televisivo o con vista sul Pincio, questo mi sembra un segno inequivocabile di un’ormai definitiva assenza di confini anche in politica.<br />
La destra e la sinistra benpensante frequentano gli stessi salotti e amano gli stessi artisti. D’altra parte, destra e sinistra, in Italia come nel resto d’Europa, una volta al potere, hanno fatto a gara negli ultimi venti anni a occuparsi di arte contemporanea, soprattutto da quando hanno scoperto che di fronte all’opinione pubblica tale propaganda permetteva loro di vestire i panni delle persone di spirito, aperte, moderne (anche nel XXI secolo «il faut être absolument moderne»). Poco importa se nel frattempo le poche Scuole d’arte cadevano a pezzi e i programmi di insegnamento della storia dell’arte si facevano sempre più risibili.<br />
Resto fedele a Josip Brodskji: l’estetica viene prima di tutto, dell’economia, dell’etica, della politica. Non posso aspettarmi nulla di nuovo – nessuna creazione politica, nessuna vera critica al liberalismo finanziario che distrugge il mondo, nessuna riflessione contro l’ideologia progressista che pensa di salvarlo affrancando la tecnica da ogni misura umana – da chi condivide un gusto estetico così anacronisticamente adulto o così viziato dalla mancanza di immaginazione.<br />
Se l’artista non è mai fino in fondo figlio del proprio tempo, lo è in ragione del fatto che la sua opera è un concentrato di potenzialità immaginative che vengono dal passato e che chiedono futuro. Se l’opera ci dice qualcosa del presente è in virtù proprio di questa duplice apertura.<br />
Ma a Venezia, al Padiglione Italia della 54a esposizione internazionale della Biennale d’arte, non c’è futuro e neppure passato. Qui uomini e donne di cultura si aggirano nel deposito del presente assoluto.</p>
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		<title>Passi nella poesia francese contemporanea. Resoconto di un attraversamento (2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 07:30:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Presento qui un intervento apparso su &#8220;Poesia 2007-2008. Annuario&#8221; a cura di Paolo Febbraro e Giorgio Manacorda. L&#8217;ho diviso in tre parti. Nella <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/04/02/passi-nella-poesia-francese-contemporanea-resoconto-di-un-attraversamento-1/">prima parte</a>, sopratutto documentaria, si guarda alla ricezione in Francia della poesia italiana contemporanea e si documenta un dialogo particolare, di un gruppo di amici poeti e traduttori, con una certa poesia francese. Questa seconda parte è dedicata ad alcuni sviluppi della poesia francese recente, riconducibile alle esperienze di Ponge, Beckett e Perec. Nell&#8217;ultima parte, presento il commento critico di Febbraro al mio saggio e la mia breve replica.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong><br />
<em><br />
4. Ponge, Beckett e la questione dei generi</em></p>
<p>Ho citato in precedenza una serie di autori francesi che alcuni poeti giovani stanno traducendo in questi anni in italiano o che, comunque, costituiscono un punto di riferimento importante per il loro percorso poetico. Ora mi soffermerò in modo particolare su alcuni di essi, cercando di mostrare quali aspetti della loro scrittura possono risultare per noi degni d’interesse. Per prima cosa, però, vorrei fare il punto sullo stato della nostra conoscenza della poesia francese contemporanea. Mi accontenterò di utilizzare il questionario che proprio «Po&#038;sie» ha sottoposto ai poeti italiani viventi, laddove si indaga dei loro rapporti con la poesia francese. Se escludiamo i riferimenti ai padri della lirica moderna francese del XIX secolo, i nomi che ritornano più spesso sono Char, Michaux, Ponge, Bonnefoy, Jaccottet, e più raramente o una volta sola Noël, Maulpoix, Bosquet, Deguy, Guillevic, Alferi, Du Bouchet. Tranne gli ultimi tre, tutti gli altri autori sono stati più volte tradotti e pubblicati in volume in Italia. Questo significa, però, che l’attuale panorama della poesia francese visto dai poeti italiani è perlomeno fossilizzato: i poeti meno tradotti sono poco conosciuti, e quelli non tradotti, sono quasi del tutto sconosciuti. Anche in questo caso, dobbiamo concludere che o soltanto i poeti viventi oggi tradotti rappresentano la poesia francese, oppure intere zone delle “arti poetiche” francesi sono lasciate in ombra.<br />
<span id="more-16397"></span><br />
Per illuminare alcuni di questi paesaggi, dobbiamo tornare a <strong>Ponge</strong> e ripartire da lui. Ponge è senz’altro conosciuto in Italia, ma in definitiva è stato tradotto poco. E quanto esiste non è minimamente proporzionale alla sua importanza nella poesia francese del secolo scorso, importanza che non ha fatto che crescere dalla sua morte, avvenuta nel 1988. (In Italia, <em>Vita del testo,</em> un’edizione curata da Bigongiari per Lo Specchio e apparsa nel 1971, è ormai introvabile. Rimane disponibile solo l’edizione einaudiana del<em> Partito preso delle cose</em> a cura di Jacqueline Risset del 1979. E per gli amatori, due testi pubblicati per le Edizioni l’Obliquo, in una sessantina di esemplari: <em>Testo sull’elettricità</em> nel 1997 e <em>Il sole in abisso</em> nel 2003).</p>
<p>	Non è mia intenzione presentare in poche righe una figura come Ponge, che ha attraversato l’intero XX secolo, accostandosi alle esperienze artistiche e politiche più decisive, ma conservando sempre un’indipendenza estrema di percorso e pensiero. Da Braque ai surrealisti, dalla rivista «Tel Quel» di Sollers negli anni Sessanta a «TXT» di Christian Prigent all’inizio degli anni Settanta, Ponge è presente, ma sempre come interlocutore curioso e critico, pronto immediatamente a fare un passo indietro, o a denunciare esplicitamente ogni tipo di dogmatismo intellettuale ed estetico. Ovunque c’è un’esigenza risoluta di mettere in questione forme ed idee ereditate, Ponge si affaccia, ma pronto a ritrarsi appena le posizioni s’irrigidiscono e acquistano il carattere indiscutibile delle credenze religiose. Non esiste in lui un pregiudizio nei confronti delle avanguardie e delle correnti che ad esse si rifanno. Delle avanguardie Ponge condivide il rifiuto della tradizione letteraria con il suo corredo di convenzioni sedimentate. Ma in modo altrettanto radicale rifiuta quel tipo di costruzione dottrinaria, che le avanguardie usano per garantire la loro prassi artistica, che per Ponge rimane sempre <em>non garantita</em>. Tanto meno Ponge può sopportare ogni volontaristico rinvio ad un uomo nuovo, ad un mondo liberato e utopico. Questo fa di lui una figura intellettuale anomala, difficilmente collocabile tra le posizioni canoniche del conservatore e del progressista.</p>
<p>	Per la sua visione telescopica delle civiltà umane, coinvolte in una successione di cicli che comportano sempre tre fasi – sperimentazione e innovazione, cristallizzazione dogmatica, decadenza e dissoluzione – Ponge potrebbe essere avvicinato a <strong>Robert Musil</strong>. Per altri aspetti, considerando l’operazione di decentramento che egli fa dell’essere umano, subordinandolo al mondo naturale e alla sua impenetrabile estraneità, Ponge ricorda <strong>Leopardi</strong>. Da queste premesse, consegue anche una certa idea del poeta, ben espressa in questo passo di <em>Il mondo muto è la nostra sola patria</em> (1952):</p>
<p>I poeti non devono in nessun modo occuparsi delle loro relazioni umane, ma di sprofondare nel trentaseiesimo piano al di sotto. La società, d’altronde, s’incarica bene di metterveli, e l’amore delle cose ve li tiene; sono gli ambasciatori del mondo muto. Come tali, balbettano, mormorano, sprofondano nella notte del logos – fino a quando infine si ritrovano a livello delle RADICI, dove si confondono le cose e le formulazioni. (1</p>
<p>Il riferimento al “balbettio” e alla “notte del logos” richiama un nostro poeta, <strong>Andrea Zanzotto</strong>. E molti tratti si potrebbero tirare, per condurre dall’uno all’altro e viceversa. Qui mi concentrerò su un elemento di somiglianza-dissomiglianza. In una nota di <em>Fosfen</em>i (1983), secondo volume della “pseudotrilogia” iniziata con<em> Galateo in bosco</em>, troviamo un’indicazione relativa al termine “Logos”, che ritorna negli ultimi tre componimenti del libro. Scrive l’autore: «Logos: sempre più rimpicciolito , arriva a miniaturizzarsi in alquanto bisbetica indicazione del logaritmo. E con questo valore investe poi nomi, situazioni, sensazioni, li escava o li aggancia». Il logos funge qui da strumento elementare di calcolo, calcolo appunto degli elementi, quelli primi, del paesaggio e dell’umano. Ma esso viene evocato anche in questi termini, nella seconda parte di <em>Tavoli, giornali, alba pratalia</em>, «– come al gettare amo e filo nella neve». Il logos è la pronuncia ridotta e sminuzzata del poeta, che tenta di cucire insieme tutti i più disparati oggetti ed esseri che costituiscono il paesaggio. E affinché ci sia cattura, il logos deve essere indebolito, spogliato di ogni eloquenza, stratificazione concettuale e compattezza sintattica. È riscontrabile in questo atteggiamento un’eco precisa della “notte del logos” di Ponge, con il suo carattere di lingua di “rasoterra” e di “scavo”.</p>
<p>Vi è però una differenza tra Zanzotto e Ponge. Il primo aspira sempre alla totalità, di cui il paesaggio è figura paradigmatica. Una totalità in cui siano compresenti il sublime naturale e la stratificazione storico-culturale. Ma una totalità, anche, in cui cerca di raggrumarsi un io disperso e frantumato, che come un’ombra risorge ad ogni accostamento verso le cose. Proprio in <em>Fosfeni</em>, poi, se ha ragione Fernando Bandini, «logos e natura sembrano associarsi in un patto di lieta alleanza»(2), a confermare l’aspirazione di Zanzotto alla ricostituzione di un’unità tra io e mondo, in cui tutto sia inglobato come per un ricominciamento, per un nuovo avvio.</p>
<p>In Ponge quest’aspirazione alla totalità, al paesaggio come figura unificante di natura e cultura, di io e mondo, non esiste. Essa rappresenta, probabilmente, il portato dell’iniziale ermetismo di Zanzotto, e dell’ingrediente platonico insito in quell’ermetismo. Il materialismo radicale di Ponge non può realizzarsi, in termini poetici, che attraverso delle <em>prese parziali</em>, ma non dello stesso oggetto, come se si trattasse di un itinerario asintotico, in cui la successione di espressioni imperfette finirà per condurre all’espressione compiuta e definitiva. Ciò che interessa a Ponge è semmai il corpo a corpo tra l’espressione e l’oggetto, il gioco di sostituzioni, permutazioni e varianti, le avanzate e i ripiegamenti tattici, le esplorazione preliminari, insomma tutto il lavoro di laboratorio che conduce a un momentaneo compromesso tra poeta e mondo, ossia alla versione definitiva di un testo. Nell’intervento citato, Ponge dice che la poesia «è ciò che non si dà come poesia. È nelle minute accanite di qualche maniaco della nuova stretta». Ed in effetti in Ponge, ad un certo punto, ogni distinzione tra testo e avantesto, scritto preparatorio e versione definitiva, appunti e componimento, viene ad essere cancellata.</p>
<p>Vi è un unico gesto espressivo, che costantemente si rinnova, ma non inseguendo la chimera della totalità, bensì investendo ogni volta un settore determinato e molto circoscritto della realtà (un oggetto d’uso comune, un animale, un minerale). Ma il lavoro di Ponge non si riduce ad una sorta di esercizio dell’attenzione, capace di immergersi nell’oggetto con sguardo innocente. L’innocenza dello sguardo è ottenuta solo attraverso una dissoluzione dello schermo linguistico e culturale, che si è già da sempre frapposto tra l’oggetto e noi. Così si esprime Ponge, in <em>My creative method (1947-1948)</em>:</p>
<p>Per quale ragione le definizioni dei dizionari ci appaiono così penosamente carenti di concretezza, e le descrizioni (dei romanzi o delle poesie, ad esempio) così incomplete (o, al contrario, troppo particolareggiate e dettagliate), così arbitrarie, così casuali? Non si potrebbe immaginare un tipo di scritti (nuovi) che, situandosi quasi tra i due generi (definizione e descrizione), mutuerebbe dal primo la sua infallibilità, la sua indubitabilità, anche la sua brevità, dal secondo il suo rispetto per l’aspetto sensoriale delle cose…(3)</p>
<p>Qui emerge quella lotta costante nei confronti della lingua letteraria ereditata, che situa Ponge in una posizione remota nei confronti dell’atteggiamento prevalente tra i poeti italiani. Questi ultimi, diciamo un buon numero di essi, sono tesi costantemente a un esercizio di assimilazione-invenzione dell’eredità poetica concepita nel modo più ampio (dal XIII secolo in poi). Sappiamo che un tale atteggiamento si manifesta sia presso autori volti alla restaurazione di ordini perduti sia presso autori legati direttamente o indirettamente all’esperienza della neoavanguardia. Ancora oggi sembra che un richiamo più o meno diretto a un illustre e grande predecessore sia una prerogativa obbligata per chi voglia scrivere poesia in Italia. La corporazione, e i critici per primi, hanno visto con grande favore il ritorno di forme chiuse, secondo le più varie logiche del riutilizzo parodico o serio. Il neometricismo emerso durante gli anni Novanta ha potuto assicurare gli addetti ai lavori che, a fronte di tanta poesia amatoriale, e alla tremenda monotonia di certo verso libero, era possibile tracciare un confine netto, basandosi su competenze tecniche. Poeti qualificati («Sanno fare i sonetti, e pure “aggiornati”, “pop” o “sperimentali”!»), da un lato, e poeti non qualificati, dall’altro («Poco citazionismo, riutilizzo degli istituti metrici scarso»).</p>
<p>In Francia, Ponge ha indicato ai poeti venuti dopo di lui, e specialmente a quelli emersi negli anni Novanta, tutt’altra strada. Egli ha mostrato che il modo migliore per liberare l’espressione dai tranelli della lingua letteraria era quello di assumere la prosa come dimensione fondamentale della propria scrittura. Non c’è in questo senso nessun tentennamento o gradualismo da parte di Ponge, nessun travaso minuzioso della prosa nel verso, come nel caso da noi di un <strong>Sereni</strong>, ma neppure il romanzo in versi, o la prosa d’arte. Lo schema è definito dai due poli individuati in <em>My creative method</em>: definizioni e descrizioni. Il primo elemento funge da vincolo tematico, e possiede un aspetto spersonalizzante. Può ricordare, per certi versi, le costrizioni formali che si imponevano scrittori come George Perec, e in genere i membri dell’OULIPO. La “definizione” mette fuori gioco la “biografia” del soggetto, le sue fissazioni e la sua storia. La “descrizione”, invece, sollecita la sua singolarità, in quanto soggetto percettivo che risponde all’incontro con una particolare porzione di mondo. Insomma, non si narra, non si esprimono i propri interiori stati d’animo, non si ordinano riflessioni e ricordi attraverso la cadenza regolare del verso; si danno in compenso resoconti di esplorazioni nei confronti di oggetti spesso banali (il sapone, la brocca, il fico secco, ecc.), in una prosa dimessa e precisa che sembra oscillare tra insignificanza e fantasmagoria. (In un saggio intitolato <em>Per una critica telescopica: lirica moderna e sfondi antropologici</em>, apparso sulla rivista «Incroci», n. 16, luglio-dicembre 2007, ho cercato di riflettere su quella che costituisce una delle modalità fondamentali del genere lirico, ossia l’articolazione tra l’estraneità del mondo e la singolarità del soggetto che lo percepisce. La lirica moderna non ha come unico scenario l’interiorità, pur intesa nelle sue più diverse accezioni: sentimentali, espressioniste, inconsce, profetiche, ecc. Essa, e Ponge ne è una delle principali dimostrazioni, apre la strada anche a un’esperienza della radicale anteriorità del mondo alla mente, e dell’impenetrabilità di quello rispetto agli strumenti conoscitivi di questa. E tutto ciò in una logica che non è quella della riflessione e della scrittura filosofica).</p>
<p>Un brano di un altro autore italiano può aiutarci a comprendere ulteriormente questo nesso tra dimensione poetica e descrizione. Alludo a un saggio di <strong>Giorgio Caproni</strong> quasi contemporaneo alla stesura di<em> My creative method</em>. Si tratta de <em>Il quadrato della verità</em> (1947). Caproni dice:</p>
<p>la forma più alta e libera del linguaggio (la poesia) è una realtà distinta dalla natura – una vera e propria altra realtà che pur essendo indotta da quella originale (o meglio originaria) è destinata a rimanere parallela ad essa – a non collimare mai, nemmeno un punto del linguaggio (una parola), con un solo punto della natura (una cosa). […] Un fatto che si può perfino sperimentare, e proprio in corpore di quella che è comunemente ritenuta la forma più aderente di letteratura: quella descrittiva, ch’è invece la più impossibile delle forme letterarie possibili.(4)</p>
<p>La scelta della prosa, dunque, nasce dall’idea di non facilitare in alcun modo l’impresa poetica <em>impossibile</em> (la descrizione) attraverso l’uso di forme (il verso, la narrazione) che portano inevitabilmente con sé degli stereotipi figurativi e lessicali, così come degli automatismi retorici. Descrivendo il mondo, il poeta combatte con la lingua, ma non nel senso che lotta per un’espressione autentica di sé (la traduzione di un suo vissuto), ma nel senso che si trova in una posizione di <em>doppia esteriorità</em>, rispetto all’oggetto <em>che</em> descrive e rispetto all’oggetto<em> con cui</em> descrive, ossia le parole. Questo è un punto fondamentale per capire Ponge e anche lo scarto che lo separa da una concezione del lavoro poetico largamente condivisa nell’universo della poesia italiana. La lingua letteraria, e in particolar modo quella poetica, con le sue figure di stile e le sue forme metriche, costituisce da noi un passaggio obbligato per rompere gli automatismi insiti nel linguaggio ordinario. L’immagine che sempre ricorre, tra critici e poeti, è quella dell’uso comune, comunicativo, e oggi mediatico, che fossilizza il linguaggio, lo impoverisce, ecc. Per guarire il linguaggio, ritrovare la sua forza espressiva, la sua intimità con il mondo o i nostri vissuti, è necessario distanziarlo attraverso il “macchinario lirico” (metri e retorica). Questa è la dottrina più in voga, alla quale si aggiunge una clausola restrittiva: “macchinario lirico” sì, ma senza abusarne. Altrimenti si casca nel “poetese”, quel gergo della poesia contro cui Berardinelli, tra gli altri, ha lanciato e a ragione tanti strali.</p>
<p>Per Ponge, il “macchinario lirico” è una trappola, o una cura inefficace. Da qui il suo slogan: bisogna periodicamente <em>désaffubler</em> la poesia, ossia spogliarla di tutto il suo corredo ornamentale. Ma questo atteggiamento non deve essere minimamente confuso con quell’esasperante e noioso gioco, che consiste nell’installarsi pienamente nel macchinario lirico, per irriderlo, dissacrarlo, mostrarne la vanità, <em>dall’interno</em>. Penso a quel tipo di contorcimenti di cui, almeno da trent’anni, un <strong>Sanguineti</strong> ci ha abituati, e che molti suoi nipotini, consapevoli o meno, ripropongono. Si tratta, invece, di ridefinire l’espressione poetica, giocando di volta in volta l’uso ordinario del linguaggio (il ricorso ai dizionari) contro la lingua poetica (il lessico selettivo e le figure), e vice versa, senza limitarsi ad un inseguimento unilaterale del parlato e della narratività, ma neppure ignorando la ricchezza delle convenzioni linguistiche esistenti.</p>
<p>Per compiere fino in fondo questa ridefinizione della lingua poetica, Ponge è costretto a portare avanti un ben più ambizioso progetto: ridefinire il genere stesso. Non basta indicare un generico versante prosastico della poesia, è necessario articolarlo secondo un doppio binario, tematico e formale. Inventare individualmente una convenzione, che è poi un paradosso. Ma è proprio muovendo da questo paradosso, che si coglie la portata più ampia del percorso di Ponge. Non siamo, infatti, di fronte all’ennesima celebrazione (teoricamente nebulosa) dell’indistinzione o del superamento dei generi. Ponge come <strong>Beckett</strong>, un altro grande innovatore della letteratura del Novecento, è in realtà un moltiplicatore di generi. Egli raccoglie i suoi testi sotto categorie del tutto inedite:<em> proêmes, conceptacle, sapate, momon</em>. Ciò spiega anche l’esigenza di Ponge di nutrire costantemente l’opera con la riflessione sull’opera, secondo un procedimento dell’avanzare a tastoni, per ipotesi ed esperienze provvisorie che non poggiano mai sui punti fermi della convenzione letteraria. Questo <em>modus operandi</em> lo ritroviamo anche in Beckett, e specialmente in seguito all’adozione del francese nell’immediato secondo dopoguerra. Come ha notato Bruno Clémént, uno dei suoi più attenti critici francesi, neppure la scrittura di Beckett annuncia la scomparsa dei generi, ma la loro sapiente e originale riarticolazione. Ecco allora titoli che fungono da definizioni di genere o definizioni di genere che accompagnano titoli: <em>textes pour rien, dramaticules, pochades, foirades, mirlitonnades</em>… E in Beckett, come in Ponge, la poetica è già sempre inscritta nell’opera, motivo per cui entrambi gli autori non si sono consacrati ad un’attività critica separata e parallela (se si eccettuano i saggi giovanili di Beckett).</p>
<p>È certo che, in Ponge come in Beckett, non ci troviamo di fronte a dei generi davvero nuovi (alla creazione individuale di una convenzione collettiva), ma entrambi impongono al lettore un nuovo tipo di tensione tra le sue aspettative e le regole di lettura implicite sia nella singola opera che nell’intero <em>corpus</em>. Leggendo quello che si presenta a lui come “letteratura” (poesia o romanzo), il lettore è portato anche ad apprendere progressivamente che cosa l’autore intenda con tale termine. Siamo, per certi versi, in una continuazione coerente e radicale del progetto artistico della modernità: perché si possa parlare di “originalità” dell’autore, di individualismo pienamente realizzato, bisogna abbandonare l’ossessione dello <em>stile personale</em> per giungere al tentativo individuale di ridefinire la prassi letteraria in quanto tale. Conta poco poi che i generi di Ponge come quelli di Beckett siano a metà immaginari ed operino da pseudo-convenzioni; essi costituiscono soglie della loro opera, che fungono già da spazi<em> interni </em>ad essa. Chi comincia con accettarne le premesse, è già catturato dal gioco di seduzione delle conseguenze.</p>
<p>Se Ponge e Beckett inaugurano un rapporto nuovo con i generi, che si distingue sia dall’assimilazione automatica sia dalla restaurazione delle forme desuete sia dalla negazione avanguardistica, gli scrittori che vengono dopo, come <strong>Perec</strong> a partire dagli anni Sessanta e <strong>Antoine Volodine</strong> oggi, danno ormai per acquisita questa libertà d’azione. Essi muovono dall’esigenza di subordinare il codice di genere all’oggetto specifico dell’espressione. Questo oggetto può porsi nell’ambito di ciò che è “definibile-descrivibile” (Ponge) o in quello di ciò che è “immaginabile-costruibile” (Beckett), ma in ogni caso l’esito del percorso espressivo sarà un tipo di libro difficilmente riconducibile ad un genere già esistente. Un simile atteggiamento non è, però, assimilabile a un atteggiamento diffuso in anni recenti, specie nell’ambito della narrativa: intendo il gusto “post-moderno” per l’<em>ibridazione</em> dei generi, che si ottiene semplicemente sovrapponendo codici di generi già esistenti, in modo da creare narrazioni che, per esempio, siano contemporaneamente poliziesche, storiche e gotiche. Qui non vi è nessuna interrogazione critica della convenzione, ma semmai convenzione al cubo.</p>
<p>Libri come <em>Espèces d’espaces</em> (1974) o <em>Tentative d’épuisement d’un lieu parisien</em> (1975) di Georges Perec non sono costruiti secondo aprioristici precetti letterari, ma a partire da esigenze conoscitive ed espressive specifiche. Introducendo <em>Tentative</em>, che appartiene al filone delle “descrizioni” di Ponge, Perec spiega su che cosa concentrerà i suoi sforzi:</p>
<p>Un gran numero di queste cose, se non la maggior parte, sono state descritte, inventariate, fotografate, raccontate o recensite. Il mio proposito nelle pagine seguenti è stato piuttosto quello di descrivere il resto: ciò che generalmente non si nota, ciò che non ha importanza: ciò che accade quando non accade niente, se non del tempo, delle persone, delle automobili, delle nuvole.(5)</p>
<p>Di fronte al tipo di testo che Perec realizza in questo libro, tutte le forme di narrazione esistenti (brevi o romanzesche) appaiono inadeguate. Esse richiedono infatti un materiale di eventi ben più “importanti” (significativi), di quelli selezionati dall’autore. Ma la scrittura dei resti, dei residui – da non confondere con la scrittura eliotiana delle rovine – è divenuta oggi un aspetto importante per molti poeti francesi e anche italiani. Si tratta di lavorare sui margini, sui ritagli, sulle scorie di ciò che l’industria dello spettacolo considera come non pertinente, povero, esaurito da un punto di vista dei significati, delle narrazioni possibili, degli investimenti ideologici. Questo interesse è rintracciabile in un poeta non giovane come <strong>Giampiero Neri</strong>, ma si ritrova sopratutto in quell’esplorazione dell’anodino, attraverso dialoghi, iponarrazioni, resoconti telegrafici, di un autore come <strong>Alessandro Broggi</strong> (si leggano i <em>Quaderni aperti</em>, in Nono quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2007). Altro indagatore dei resti è <strong>Gherardo Bortolotti</strong>, che scrive prevalentemente in prosa. Nel caso di Bortolotti si tratta di frammenti numerati di lunghezza variabile, dalla semplice frase alla dozzina di righe. In lui, però, avviene una sorta di rovesciamento: a farsi resto è l’esistenza stessa, con tutte le sue “grandi questioni”, mentre l’automatismo delle abitudini, il tremolìo delle immagini artificiali e l’alone ideologico delle merci occupa interamente il campo (<em>Soluzioni binarie</em>, La Camera Verde, 2007).</p>
<p>Quanto a Volodine, egli inscrive la sua intera opera narrativa non all’interno di uno pseudo-genere ma addirittura di un’intera pseudo-letteratura, il post-esotismo, «una letteratura partita dall’altrove e diretta verso l’altrove, una letteratura straniera che accoglie molteplici tendenze e correnti, di cui la maggior parte rifiuta l’avanguardismo sterile» (da<em> Le post-exotisme en dix leçons, leçon onze</em>, Gallimard, 1998). In Volodine convergono le esperienze degli eteronimi di Pessoa e delle voci “innominabili” di Beckett, così come l’eredità della letteratura distopica del XX secolo. Da qui l’organizzazione di un universo-fantasma di autori, opere e generi. Questi ultimi comprendono: <em>romånce, shaggå, entrevoûtes, narrats</em>. Ognuno di essi è caratterizzato da una serie di criteri tematici e formali. Leggiamo nuovamente in Le post-exotisme: «La distorsione delle voci e la confusione dei nomi reali di coloro che danno e di coloro che prendono la parola è così una caratteristica del romånce» oppure «La dinamica del romånce si articola in una maniera che non potrebbe iscriversi nell’universo romanzesco tradizionale, perché si fonda interamente su una concezione dei contrari dove i contrari si confondono». (Come Danilo Kiš giunse a storicizzare Borges, così Volodine storicizza Beckett e Pessoa. Ed è attraverso queste eredità singolari, che viaggiano ai margini della riproduzione dei codici di genere, che il paradosso delle convenzioni istituite individualmente sfuma: le radicali innovazioni di alcuni autori si cristallizzano gradualmente attraverso il riutilizzo critico che ne fanno, in seguito, altri autori).</p>
<p><em>5. Diramazioni contemporanee</em></p>
<p>La lezione di Ponge e Beckett è stata determinante per tutta una serie di autori che vanno da <strong>Denis Roche</strong>, spalleggiatore dell’impresa neoavanguardista di <em>Tel Quel</em>, ad alcuni poeti emersi soprattutto negli anni Ottanta e Novanta. Cito solo quelli di cui parlerò più approfonditamente:<strong> Liliane Giraudon</strong> (1946), <strong>Olivier Cadiot</strong> (1956),<strong> Cristophe Tarkos</strong> (1964-2004), <strong>Nathalie Quintane</strong> (1964), <strong>Caroline Dubois</strong>,<strong> Éric Suchère</strong> (1967). Di ognuno di questi autori esistono dei testi tradotti in italiano, di cui darò indicazione in appendice all’articolo. I traduttori sono alcuni dei poeti italiani citati in precedenza: Raos per Giraudon, Zaffarano per Cadiot e Tarkos, Sannelli per Suchère, io stesso per Dubois e Quintane.</p>
<p>Il primo libro di Olivier Cadiot, <em>L’art poetic’ </em>(1988), ha avuto un ruolo determinante nel panorama della poesia francese dell’ultimo decennio del secolo scorso. Inoltre, con Pierre Alferi, Cadiot fonda nel 1995 la «Revue de littérature générale», che propone un campione di diverse “arti poetiche” considerate in un’ottica di sperimentazione non avanguardistica. Si tratta, in sintesi, di una riflessione teorica che si accompagna ad una serie di proposte concrete. Il fulcro della questione consiste in uno spostamento dell’attenzione dagli spettri dell’esperienza e della voce autentica ai solidi e umili procedimenti. (Il primo numero ha infatti come titolo “la meccanica lirica”.) Ciò significa esautorare il poeta da privilegi che riguardano il modo di percepire la realtà (sospetto nei confronti della sensibilità, dei vissuti, di tutti i materiali “psichici” che dovrebbero circoscrivere una zona franca nei confronti della banalità e degli stereotipi). Se questi privilegi non esistono e non esistono zone franche, esistono dei procedimenti, delle tecniche, più o meno efficaci a seconda dei contesti in cui vengono utilizzate, e queste tecniche ci permettono di transitare costantemente dal banale all’eccezionale, dallo stereotipo alla singolarità, dal comico al sublime, dal casuale al necessario. La poesia non è un genere costruito su di un nucleo di valori che si oppone a tutto ciò che attraversa la lingua comune, o imperversa nello spazio della comunicazione sociale e tecnologica, ma è un meccanismo che sorprende costantemente ogni attribuzione di valore (senso/non senso, rarità/frequenza, serialità/unicità, idiozia/intelligenza, ecc.).</p>
<p>Possiamo ridefinire il problema di Cadiot in questi termini: inutile assegnare al poeta un compito, e ai sui testi una funzione precisa, quasi che egli custodisse un’esperienza del linguaggio incontaminata dal non-senso oppure, secondo le tesi avanguardistiche, un’esperienza del linguaggio potenzialmente rivoluzionaria. Chi si presenta come poeta possiede un’arte del linguaggio, e quest’arte gli permette di disporre di un’ampia gamma di procedimenti, che vanno ben al di là delle forme chiuse e degli istituti metrici tradizionali. Il modernismo e le avanguardie hanno lasciato in eredità agli autori contemporanei una pluralità di tecniche che vanno dalla parodia al cut-up, passando per tutte le forme di sconfinamento inerenti alla poesia visiva, sonora, seriale, ecc. </p>
<p>L’esigenza di mettere l’accento sui procedimenti piuttosto che sull’esperienza o sulla funzione del poeta, è riscontrabile da noi anche nelle riflessioni teorico-critiche di un poeta come <strong>Marco Giovenale</strong>, oltre che in certi suoi testi. (Si veda in particolare la quinta sezione, <em>Tranne un oggetto</em>, del libro <em>La casa esposta</em> – Le Lettere, 2007 –, in cui scompare definitivamente il verso e si fa sistematico l’uso del montaggio.) Ma vorrei chiarire su questo punto una cosa. Appena si parla di procedimenti, alcuni sostenitori della poesia (quella unica e vera) insorgono a dire che “queste cose sono già state fatte”, come se la questione della forma fosse una volta per tutte risolta e qualsiasi recupero di pratiche minoritarie o divergenti fosse definitivamente sterile. D’altra parte, chi esibisce i procedimenti, rischia costantemente il feticismo, quasi che un buon procedimento garantisse di per sé un esito testuale convincente. Così non è, come hanno dimostrato molti esempi di “avanguardismo sterile”, per riprendere la formula di Volodine. La bontà, l’efficacia e il senso di un procedimento vanno sempre definiti e verificati all’interno dell’opera complessiva di un autore. Ma questo è proprio quello che, in genere, i sostenitori della poesia non fanno: se il procedimento è già stato usato anche una volta sola, allora è screditato per sempre. (Portando alle estreme conseguenze questa logica, il fatto di scrivere utilizzando un metro come l’endecasillabo, che esiste da circa otto secoli, dovrebbe essere considerato la peggiore delle aberrazioni letterarie.)</p>
<p><em>L’art poetic’</em> di Cadiot è incentrata su un’intuizione che è ad un tempo burlesca e filosofica: prendere un eserciziario di grammatica e sfruttare tutta la sua portata comica ed enigmatica, imponendogli un’organizzazione ritmica e versale. Detto in altri termini, e con le parole stesse di Cadiot, bisogna fare in modo che «un esempio di grammatica abbia l’opportunità di diventare “l’autobiografia di ognuno”». L’intento del libro richiama in qualche modo anche il lavoro sui “resti” di Perec: le frasi di un manuale di grammatica dovrebbero incarnare l’apoteosi della banalità. E la scommessa di Cadiot diventa quella di utilizzare un materiale linguistico pregiudizialmente considerato come piatto e privo di ogni interesse, per far emergere da esso lampi di comicità, lirismo e stupore metafisico. (Esibire un gioco linguistico, diceva Wittgenstein, significa indicare una forma di vita. E una forma di vita non ha fondamento che in se stessa).<br />
	Leggiamo Cadiot, nella traduzione che ne ha fatto Zaffarano (<em>David Crockett o Billy the Kid avranno sempre un po’ di coraggio</em>, Arcipelago, 2005 – estratto da L’art poetic’):</p>
<p>Io esco dal momento che è bello = Io esco, perché è bello – Io esco: è bello – È bello; allora esco. Come è bello! Io esco. – esci! – Io esco: non è bello?</p>
<p>				Tu avere (Futuro) freddo, e nessuno spirito ti dare (Futuro) pelli per coprirti. – Oh! Bisogna che io affrettarsi (Cong. pres.) a raggiungerti per cantarti delle canzoni</p>
<p>Il caso di Cadiot è esemplare anche per il rapporto ai generi. <em>L’art poetic’</em> esce per P.O.L, presentandosi come un libro di poesia. Ma il genere “poesia” diventa qui un pretesto per far circolare un tipo di prosa che i generi della narrativa tradizionale difficilmente accoglierebbero. Cadiot conosce la poesia, ne conosce storia, limiti, procedimenti, ma non è particolarmente interessato a presentarsi come “poeta”. Egli non s’inventa generi, ma decide di muoversi tra di essi, slittando, a seconda dei diversi libri, dall’uno all’altro. Prevalente in lui è una passione per il collage parodico, che ricorda moltissimo un’operazione come quella svolta da <strong>Alberto Arbasino</strong> in <em>Super-Eliogabalo</em> (Einaudi 1969 e 1978). I successivi libri di Cadiot sono costruiti con procedimenti simili a quelli esposti da Arbasino nella nota del 1978 a Super-Eliogabalo e riguardanti anche <em>La bella di Lodi</em>, <em>Specchio delle mie brame</em> e <em>Il principe costante</em>: «tutti ugualmente strutturati non in capitoli di tipo narrativo, legati in qualche modo dalla ‘continuity’ di un racconto, bensì in “frammenti mobili” isolati e compiuti in sé, come piccole rappresentazioni (sketches, cartoons, cataloghi) prevalentemente visive e disponibili secondo un diverso ordine di successione».</p>
<p>	Cadiot mostra, in Francia, la vitalità di un itinerario che per noi è rimasto confinato ad un periodo e ad un autore specifico, e non ha trovato eredi sufficientemente capaci. Invece in Cadiot, in libri come <em>Futur, ancien, fugitif</em> (1993) o <em>Fairy queen</em> (2002), la fantasmagoria da immaginario cinematografico, l’accelerazione comica, il montaggio straniante, gli inserti lirici producono risultati di grande godimento, che nemmeno il nostro Arbasino, per certi versi troppo programmatico e documentario, ha spesso raggiunto.</p>
<p>	Nathalie Quintane è ancora meno interessata di Cadiot al genere poesia. Anche lei pubblica da P.O.L libri scritti esclusivamente in prosa. Ma come per Cadiot, e in modo più meditato, i modelli narrativi sono attentamente smontati, travisati, esasperati. Quintane è meno briosa e burlesca di Cadiot, e anche meno istintiva. Il passo della sua prosa è più freddo, sospeso, cerebrale, ma costantemente sotteso da un’ironia metafisica, che può sfociare sia in situazioni propriamente comiche sia in visioni estremamente sarcastiche. È difficile dire di cosa parlino i libri della Quintane, perché intrecci e personaggi sono palesemente pretestuosi. Di certo, essi ci spingono a guardare il mondo sotto ottiche del tutto inusuali ed è forse proprio nei suoi effetti sul lettore che la prosa della Quintane è apparentabile alla miglior poesia. Non è un caso, quindi, che il suo pubblico in Francia sia in gran parte quello di una certa poesia e che, lei stessa, partecipi più spesso a letture con poeti che con romanzieri. Inutile dire che, da noi, una scrittrice così troverebbe molto difficilmente degli interlocutori: sia dai poeti sia dai romanzieri sarebbe considerata come un’aliena.</p>
<p>	Se la Quintane, nel suo modo stralunato e nel contempo anatomico, esplora soprattutto il tessuto linguistico del nostro vivere quotidiano, Liliane Giraudon predilige nei suoi testi in prosa una sorta di peregrinazione nei territori dell’inusuale e dell’anomalo. Si può trattare del “diario afgano” di <em>Les talibans n’aiment pas la fiction</em> (Inventare / Invention, 2005), del romanzo di fantascienza eterodossa <em>La fiancée de Makhno</em> (P.O.L, 2004) o della serie di scorci narrativi che costituiscono <em>Greffe de spectres</em> (P.O.L, 2005), ma sempre abbiamo scenari di estrema dislocazione geografica e storica, una dislocazione verso zone del mondo e del tempo dove si sono giocate o si giocano partite crudeli e traumatiche. E anche in Giraudon il rapporto con i generi risulta assai ambiguo. La sua esperienza di scrittrice ha fin dall’inizio un orientamento multiforme. Dominante è la scrittura poetica, ma accompagnata da un’intensa attività di traduttrice e romanziere. Ed è senza dubbio la lunga pratica della poesia, che ha permesso alla Giraudon di elaborare dei congegni narrativi molto particolari. In essi colpisce questo incessante alternarsi di modalità distinte: il diario, il reportage, la finzione. Uno sguardo a <em>Les talibans n’aiment pas la fiction</em> rende immediatamente evidente questa circolazione di elementi intimi, documentari e immaginari, che si alimentano di continuo l’uno con l’altro. Piuttosto che sforzarsi di separare gli impulsi, di articolare le esperienze attraverso categorie ben distinte, la Giraudon costruisce una mosaico in cui all’invadenza dell’evento attuale, di carattere sociale e politico, non è mai permesso di cancellare la relativa sordità dell’individuo di fronte ad esso. L’individuo, infatti, appare sempre coinvolto in un filo di memorie, affetti e fantasie che divergono dalle circostanze della realtà presente. Ma la forma stessa del diario, per come la concepisce la Giraudon, è idonea a “organizzare” queste divergenze, senza le quali ogni pretesa esperienza si falsificherebbe proprio inseguendo un’ideale di purezza (la purezza della sensazioni e dei sentimenti privati, la purezza del documento o del dato di realtà, la purezza della libera costruzione immaginaria, la purezza inconscia del quaderno dei sogni). Un diario come un reportage non è mai un’occasione di registrazione fedele della realtà, ma neppure un’occasione per raccogliere in via preliminare un materiale grezzo che l’invenzione romanzesca raffinerà. Il lavoro realizzato in un testo come <em>Les talibans n’aiment pas la fiction</em> consiste proprio nel comporre dei possibili itinerari attraverso varie dimensioni (il politico, l’intimo, l’onirico, il fantastico) che rifiutano di essere amalgamate ed ordinate gerarchicamente in vista di un’attribuzione di senso specifica. La narrazione non si pone come un percorso compiuto, così come il diario non risponde a nessuna cronologia determinata, ma ogni evento può essere pertinente, nel momento stesso in cui non si pretende di trovare la chiave di lettura per leggere la realtà del proprio io o del mondo. I mosaici in prosa della Giraudon neppure rischiano la tentazione dell’esotismo, magari nella forma oggi dominante dell’estetizzazione dell’orrore. Lo stile da lei scelto rifugge da ogni enfasi, alla ricerca di una lingua precisa, scarna, addirittura cruda. D’altra parte, una certa crudezza della lingua riflette l’asprezza e la crudeltà che ricorrono nelle sue narrazioni, emergendo tanto dai fatti più personali ed affettivi delle biografie quanto da quelli storico-politici, che riguardano intere collettività (guerre, persecuzioni, esodi).</p>
<p>	La strategia di Caroline Dubois è per certi versi diametralmente opposta a quella della Giraudon. In lei, ogni rimando ad un possibile referente, ogni ipotesi di significato, ogni avvisaglia di senso, ordine, gerarchia è sistematicamente eluso. Le sequenze pseudonarrative della Dubois sollecitano la comprensione del lettore, la sua “coazione” interpretativa, solo per esibire l’impossibilità di ogni tipo di riconoscimento, identificazione, giudizio. Viene meno, infatti, ogni richiamo univoco a fatti appartenenti sia all’universo biografico più banale sia a quello storico e collettivo più violento. Rimangono tracce di oggetti e personaggi, fisionomie sfuocate di eventi, che subiscono però un montaggio minuzioso, quasi che da esso fosse possibile trarre uno sviluppo narrativo, una sequenza intelligibile, con tanto di conclusione e valutazioni. I testi simulano, insomma, una continuità narrativa e una coerenza tematica che sono in realtà assenti. Ci troviamo di fronte ad un’operazione che ricorda quella realizzata da Beckett in libri come<em> L’innommable</em> o i <em>Textes pour rien</em>. Il testo è costruito su slittamenti continui, tali da sollecitare ad ogni passo un’attribuzione di significato, per poi puntualmente negarla. Si tratta di storie che, propriamente, non vogliono significare nulla, ma che sono costruite utilizzando tracce di un ampio materiale figurativo e tematico in grado di suscitare attese. Favole o squarci narrativi che promettono rivelazioni o scioglimenti, e che immancabilmente naufragano nel non senso e nell’indecifrabile.</p>
<p>L’ultimo libro, <em>c’est toi le business </em>(P.O.L, 2005), è costituito da 7 sequenze o serie di testi, ognuna delle quali preceduta da un titolo (<em>talala</em>, <em>on s’embrasse chez les Americains</em>, <em>pose-moi une question difficile</em>, <em>c’est toi le business</em>, <em>touche là touche</em>, <em>Simon Simon</em>, <em>Sweet Potatoe</em>). Ogni serie è costituita da un certo numero di testi e da una loro organizzazione tipografica precisa. Si tratta di testi in prosa, ma tipograficamente organizzati secondo criteri poetici: disposizione del testo per strofe, stesso numero di righe per ogni strofa o per ogni testo della serie, ecc.<em> Simon Simon</em>, ad esempio, è una serie costituita da tredici testi, ciascuno dei quali diviso in due blocchi di righe, con tre righe per blocco. Altri segnali “poetici” in questa serie sono l’assenza di punteggiatura e di maiuscole. Unica eccezione, la maiuscola della parola iniziale del primo blocco e il punto alla fine dell’ultima parola del secondo blocco. È come se questa prosa fosse abitata oltre che dagli spettri del senso, da quelli della poesia (simmetrie, parallelismi, ambiguità sintattiche, tagli versali). Inoltre, ciascuna serie si richiama ad ogni altra, per via di motivi ricorrenti (formule, nomi propri, giochi di parole), rafforzando i rimandi interni, senza per questo accrescere il livello d’intelligibilità dell’insieme. </p>
<p>Della serie che s’intitola <em>pose-moi une question difficile</em> (“ponimi una domanda difficile”), riporto i primi due testi:</p>
<p>Mi chiedo se nel momento in cui si prende il sintomo di un altro l’altro perde il suo sintomo o se l’altro conserva tuttavia il suo sintomo e se in questo caso il sintomo si sdoppia e perché. Perché il sintomo si sdoppia se al di fuori di lui si decide – tra di noi di dividerselo o di scambiarselo o di cederselo o di confidarselo o di darselo o di prestarselo o di rubarselo o di ri o di pre.</p>
<p>Se io prendo il suo sintomo per esempio una tosse lacerante lui conserverà tuttavia la sua tosse lacerante o la sua tosse lacerante lo abbandonerà o sarà per lui un po’ meno lacerante. E se la tosse per lui non è meno lacerante se il sintomo si sdoppia vale la pena di prendere il sintomo dell’altro – vale la pena se la tosse per lui non è meno lacerante.</p>
<p>È evidente, d’altra parte, che per lavori come quello della Dubois il singolo testo acquista una piena funzione solo all’interno dell’intera sequenza, mentre isolatamente appare come un frammento avulso. (Siamo agli antipodi di quella concezione della poesia, che vede nel verso memorabile il punto culminante della scrittura. In questa prosa, la progressione è tutto, considerando che non si tratta di un movimento lineare e cumulativo, ma per scarti continui e ricomposizione delle aspettative).</p>
<p>	Anche per Cristophe Tarkos l’insensatezza, come smarrimento del linguaggio, costituisce una fonte d’ispirazione costante. A differenza della Dubois, però, che opera per sottrazione e sospensione del senso, Tarkos opera per accumulo e moltiplicazione. Ma l’esito è simile. Il non-senso e il delirio aleggiano costantemente sull’enunciato apparentemente più ordinario e banale. Anzi, la scelta di banalizzare il linguaggio, di appiattirlo, è il passo preliminare all’idiozia. Nell’idiozia il linguaggio s’inceppa, ma ciò sembra essere la conseguenza di un’eccessiva semplificazione. Detto altrimenti, l’idiozia in Tarkos è un delirio di tipo sintattico e grammaticale, e non semantico. Nessuna eco di Rimbaud, di surrealismo, di Michaux. Nessun esotismo psichico. Siamo di fronte a una sorta di balbuzie minimalistica, che si sviluppa per permutazione e variazione ossessiva a partire da frasi semplici.<br />
	Si legga questo brano tratto da <em>Anachronisme</em> (P.O.L, 2001), nella traduzione di Michele Zaffarano:</p>
<p>La realtà non inventa nulla, sono io che invento tutto, sono io che devo inventare tutto, lei non sa fare nulla, sono io che devo farle tutto, lei è molle, faccio tutto io, mi devo far carico di lei, quello che sa fare, ma non fa nulla, non sa fare nulla, si lascia andare, sono obbligato a ripercorrerla, a riprenderla, a riempirla, a rimetterla in piedi, a inventare, a scoprire le sue leggi, a creare le sue leggi di sana pianta, lei non è capace di siglare la più piccola delle sue leggi, di creare da sola il più piccolo aspetto, il più piccolo rilievo, il minimo suono, sono obbligato ad articolarla tutta, lei è completamente inarticolata, molle, invertebrata, scivolosa, stupida, non ha inventiva, sono obbligato a fare il collegamento, lei non collega, resta ebete, e molle, e stupida, segna, non sa segnare, sono obbligato a segnare tutto, lei non produce nulla, scivola, non si mette a dire, non sa dire nulla, mi metto io a dire tutto, io a ripetere, io a formare, io a costruire, io a dire, io a modulare, io a farla piegare, lei non si piega, non inventa, non ha inventiva, non è estranea, non sa cosa sia l’estraneità, bisogna dirle tutto, mi metto io a dirle tutto, io a farla tutta, ripercorrerla, riempirla, ripeterla, la realtà non sa da che parte andare.</p>
<p>I testi di Tarkos nascono fortemente caratterizzati da una modalità “orale”. Non parlo qui di “poesia sonora”, ma di lettura e improvvisazione. Tarkos concepisce inizialmente i suoi testi come un canovaccio, una sorta di organismo elementare da disaggregare e ricomporre, amplificare e sviluppare nel corso della lettura. Se il momento della scrittura può inevitabilmente essere influenzato dall’esperienza (l’ascolto della frasi fatte, delle formule ricorrenti, ecc.) e fissare su carta un materiale linguistico qualsiasi, il momento della lettura diventa l’occasione di un corpo a corpo con i limiti della sintassi. Non si tratta di dare sviluppo lirico e narrativo ad una frase semplice, ma di creare a partire da essa una lingua “parallela”. L’espansione del dicibile deve realizzarsi attraverso il già-detto. È l’opposto di quanto avviene nei tanti poeti ossessionati dall’indicibile. Tarkos libera possibilità inedite di dire nelle frasi più trite. Ma per fare questo egli rinuncia a trattare immagini, figure, significati, per concentrarsi sulla sintassi. </p>
<p>Il gioco di “esaurimento” delle virtualità sintattiche di una frase semplice richiama una celebre analisi di Deleuze dell’opera di Beckett. In <em>L’Épuisé </em>(in Samuel Beckett, <em>Quad, et autres pièces pour la télévision</em>, Minuit, 1992), Deleuze coglieva nell’invenzione sintattica una chiave di volta dell’opus beckettiano, ma anche della grande letteratura in genere. E questa attenzione rivolta alla frase, più che ai modelli narrativi o alle forme metriche, sembra essere condivisa anche dalla generazione di scrittori di cui stiamo parlando. Non è un caso che <strong>Pierre Alferi</strong>, anch’egli poeta, in un saggio teorico del 1991 intitolato <em>Chercher une phrase</em> (Louis Bourgois, 1991), scriva:</p>
<p>La letteratura non ha come compito l’imitazione di qualcosa – nemmeno la “rappresentazione di se stessa”. […] Il solo compito della letteratura sta nell’inventare delle nuove forme sintattiche, delle nuove organizzazioni ritmiche, nell’estensione del linguaggio. Il dire, in questo senso, non lascia più spazio al fantasma dell’indicibile; quest’ultimo, come l’orizzonte, retrocede ad ogni frase.</p>
<p>Rompere, ricombinare, esaurire le possibilità insite in una frase semplice è un modo di suscitare di continuo nuovi significati, ma anche di precipitare in zone di non senso. Senso e non senso sono così valori provvisori, fasi di passaggio, stati momentanei che il discorso di Tarkos attraversa, nel suo dispiegarsi per imprevedibili scansioni ritmiche.</p>
<p>	Un altro poeta che porta un’attenzione ossessiva alla sintassi è Éric Suchère. Egli è anche, degli autori fin qui citati, quello che più s’inscrive nella tradizione della lirica francese moderna, con riferimento particolare al grande modello ottocentesco di Mallarmé. Ma Suchère ha anche preso atto di quanto è avvenuto di decisivo nella seconda metà del Novecento, da Ponge fino a Cadiot. In Suchère l’interesse per la contemplazione paesaggistica è evidente e riflette uno dei nuclei tematici della lirica moderna. Ma in lui il paesaggio diventa l’occasione di ribadire un’esteriorità definitiva tra io e mondo, un’esteriorità che sembra perfino infiltrarsi tra l’io e se stesso e tra il paesaggio e le proprie componenti (oggetti, figure). Il paesaggio, quindi, paradigma dell’unificazione tra io e mondo, tra mente ed oggetto, tra descrizione e narrazione, si propone in lui come luogo della divisione e dell’atomizzazione. Un’atomizzazione che avviene, innanzitutto, a livello sintattico. Ma diversamente da altri autori, che prediligono la disseminazione dei frammenti, con effetti di vortice, condensazione, o dispersione sulla pagina, in Suchère rimane fissa la cornice “visiva” o “pittorica” che organizza la disposizione-sequenza degli elementi spaziali. Se abbiamo parlato di “spettri metrici” per la Dubois, dovremmo parlare di uno “spettro fotografico” per Suchère. Persiste in lui l’ombra della delimitazione all’interno del paesaggio, dello scorcio all’interno del visibile. Ma lo spettro fotografico è in fondo metafora di un io spettrale, un io che guarda il mondo e si guarda da una posizione di completa esteriorità, come se fosse divenuto egli stesso macchina capace di registrare gli sguardi solo nella forma “postuma” dell’impressione sulla pellicola o sulla memoria digitale.</p>
<p>	Dentro la forma del fotogramma o della sequenza di fotogrammi si realizza poi quella scomposizione e ricomposizione, i cui atomi ultimi sono particelle linguistiche e germi narrativi. Così come le particelle possono comporsi a formare frasi, anche i germi narrativi giungono a delineare eventi e sagome, ma immediatamente sono destinati a disaggregarsi di nuovo per ricomporsi diversamente. Si leggano questi due testi, della sequenza <em>Fissa, desola in inverno</em>, nella traduzione di Sannelli (Cantarena, 2006):</p>
<p>06.</p>
<p>Unisce, unisce, séguito</p>
<p>una via allinea alberi in bianco, colore, colore bianco, linea lunga di colore, nuvole o passano sul grigio di ulivi molto blu scuriscono, consumano.</p>
<p>[…]</p>
<p>08.</p>
<p>Prima impressione per via di grigio bianco, la riva misura, compone conforme bianco a verde impregna il, si imprime in lingue d’acqua, ri-bianco all’acqua inerte, delle tonalità cielo dove, senza nuvola, l’acqua stagnante in, umida in, petrolio in, costante acida, giroscopio rallentato.</p>
<p>In Suchère il paesaggio non è né cancellato né dissolto. Ma esso rimane allo stato potenziale, disperso in elementi atomici che sostano in un “piano fotografico” senza amalgamarsi in una figura riconoscibile. È il lettore che, attraverso la lettura, è sollecitato a fare di tali microscopie una possibile sequenza globale, ipotizzando un’insieme, dei personaggi, magari persino un abbozzo di narrazione.</p>
<p>	Anche Suchère, come tutti gli altri poeti di cui ho parlato, non utilizza quasi più il verso. Anch’egli ha concentrato il proprio lavoro poetico sull’innovazione sintattica, accettando come dimensione naturale la scrittura la prosa. Ma è una prosa abitata da spettri, ricordi, echi di poesia: strofe, spaziature, parallelismi, giochi sui caratteri tipografici. Più spesso la prosa si articola piuttosto in partiture o in lunghe sequenze o, addirittura, secondo un modello cartografico. Il testo diviene, così, un paesaggio da percorrere e comporre, senza la via maestra di una narrazione o di una voce lirica individuata.</p>
<p>La rinuncia alla voce lirica, al racconto in versi, al contorcimento nelle antiche forme, al personaggio drammatico, corrisponde da noi alla rinuncia alla poesia come genere. Questo attraversamento in direzione francese ha invece mostrato che esistono sentieri alternativi, che si realizzano direttamente in prosa, ma “ricordando” le vecchie forme e i vecchi temi – ricordo non nostalgico, ma spettrale e straniante. Non, quindi, quell’avvicinarsi indefinito del verso alla prosa, ma quell’allontanarsi della prosa da ogni diretto automatismo poetico (musicalità, rime, ritmo regolare). Questa prosa, poi, permette di esplorare tutta una serie di possibilità che sono precluse alle forme della narrazione breve e lunga. Siamo comunque al di fuori di quelle scritture che cercano un’aderenza al reale, nella forma sia dell’invenzione grottesca o ironica, sia in quelle della fedeltà documentaria. Da Cadiot a Suchère, l’io e il mondo, ossia la loro possibilità di esprimere e significare qualcosa di autentico, sono posti tra parentesi, a distanza. Ciò che emerge in primo piano è il rapporto di un io anonimo con gli stereotipi del linguaggio. Stereotipi che, dall’ambito della frase ordinaria, si estendono fino alle macro-strutture figurative dei personaggi e degli intrecci. Per questo il baricentro dell’invenzione, per tutti questi autori, più che portarsi sul verso, sul singolo componimento poetico, o sul modello narrativo, si concentra innanzitutto sulla frase.</p>
<p>Il resoconto di questo attraversamento non può che concludersi su di un’osservazione che, dopo quanto detto, dovrebbe suonare ovvia. Cercare quello che ci manca, esplorare nuove possibilità poetiche, avvicinare problematiche artistiche inedite, non significa adottare, in maniera automatica, quanto di importante si è compreso e conosciuto nell’incontro con un&#8217;altra esperienza. Ma dei contraccolpi sono certo inevitabili. Delle contaminazioni sono immediatamente all’opera, anche in maniera inconsapevole. Tutto ciò, io credo, non dovrebbe rafforzare le proprie ragioni, ma semmai passarle risolutamente al vaglio del dubbio. Gli esiti finali di un tale processo non sono mai prevedibili. Di certo, continuo ad essere convinto dell’enorme presunzione di coloro che, pregiudizialmente, senza compiere reali attraversamenti, ma occhieggiando malamente da angusti spiragli, si convincono che dall’ignoranza delle scritture altrui, in altre lingue, c’è tutto da guadagnare.</p>
<p><em>[Dove non segnalato diversamente, le traduzione degli autori francesi sono mie.]</em></p>
<p><strong>Nota biblio e blog-grafica</strong></p>
<p>Per quanto riguarda le traduzioni italiane dei poeti francesi considerati nel saggio, ecco alcune indicazioni.</p>
<p>Olivier Cadiot: alcuni testi nella rivista «Materiali di estetica» (2004), dossier sulla poesia francese curato da Michele Zaffarano e Gherardo Bortolotti (saggi di Jérôme Game, Christophe Hanna, Jean-Marie Gleize, poesie di Pierre Alferi, Olivier Cadiot, Jean-Marie Gleize, Jean-Michel Espitallier, Christophe Tarkos); David Crockett o Billy the Kid avranno sempre un po’ di coraggio, trad. di Michele Zaffarano, Arcipelago, 2005.</p>
<p>Nathalie Quintane: alcuni brani da Formage (P.O.L, 2003) da me tradotti in «Nazioneindiana» [11.01.08, nella rubrica “dispatrio”] e in «L’Ulisse (Rivista di poesia, arti e scrittura)» n. 10, marzo 2008 [www.lietocolle.com/ulisse].</p>
<p>Liliane Giraudon: tutte le traduzioni sono di Andrea Raos e sono state pubblicate in «Nazioneindiana»; un capitolo da La fiancée de Makhno (P.O.L, 2004) [3.04.04, “dispatrio”], Poesie pentite da Homobiographie (Éditions Farrago, 2000) [15.08.05, “dispatrio”] e Il mio Beckett da Mes bien-aimé(e)s (Inventaire / Invention éditions, 2007) [31.12.06, “dispatrio”].</p>
<p>Christophe Tarkos: tutte le traduzioni sono di Michele Zaffarano; alcuni testi nella rivista «Materiali di estetica» (2004), altri in «Nuovi Argomenti» (n. 32, 2005) nel dossier intitolato Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità e curato da Andrea Inglese e Andrea Raos; altri ancora in GAMMM [gammm.org].</p>
<p>Caroline Dubois: alcuni testi da me tradotti da Je veux être physique (Farrago, 1999) in «Nuovi Argomenti» (n. 32, 2005) nel dossier intitolato Le macchine liriche.</p>
<p>Éric Suchère: Fissa, desola in inverno, (Quaderni di Cantarena, 2006) traduzione di Massimo Sannelli; alcuni testi sempre tradotti da Sannelli in «Nuovi Argomenti» (n. 32, 2005) nel dossier intitolato Le macchine liriche e altri testi ancora disponibili sul sito personale dell’autore [pageperso-orange.fr/poesie.suchere/index.htm] tradotti da Andrea Raos.</p>
<p>Pur essendo un romanziere, vanno segnalate almeno la traduzioni esistenti in rete di Antoine Volodine: su «Nazioneindiana» un lungo brano da Lisbonne dernière marge (Minuit, 1990) tradotto da Raos [15.10.05, “dispatrio”] e brani da Des anges mineurs (Seuil, 1999) tradotti da me [11.11.06 e 16.11.06, “dispatrio”].</p>
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